lunedì 1 luglio 2013

Incredibile ma vero: nelle lingue le parole sottotraccia non sono una rarità! Etimo, tra l'altro, di abruzzese "fiadone", un tipo di dolce

                

Come avevo affermato nel precedente articoletto, le parole che, provenendo da strati linguistici sepolti addirittura nella preistoria, riescono a vivere tuttora nelle lingue (naturalmente sotto mentite spoglie perché altrimenti nessuno le avrebbe salvate da sicura morte), non sono poche.  Alle parole facenti capo alla radice indoeuropea ven- ‘amare, ben volere, ecc.’, di cui ho parlato nel post precedente, bisogna aggiungere lo spagn. bien avenido ‘affiatato’ (che richiama il sintagma bien venir ‘ben amare’ dell’espressione francese ivi citata) dal verbo a-ven-ir il quale, oltre a significare normalmente ‘avvenire, accadere’, vale anche ‘accordar(si)’ condividendo cosi ad esempio la sua identità con lat. venia(m) ’grazia, favore’ e con tutte le altre parole che ho citato in quell’articolo, ed entrando così nella condizione di  chi è ben disposto verso l’altro, ne avverte scambievolmente la disponibilità, lo apprezza e magari finisce per amarlo.

L’it. affiatato ha, a sua volta, messo in moto il mio pensiero sempre in cerca dei probabili e giusti etimi, della genuina affinità ancestrale delle parole, da quando si è accorto che quelli tradizionali, gli etimi, lasciano spesso parecchio a desiderare.  Mi sono chiesto dove andare a rintracciare per gli it. affiatato, affiatamento, affiatar(si) quell’empito che unisce due cuori che agiscono all’unisono, in un’intesa simile a quella dell’amore, quando sono appunto affiatati.  Perché banale o piuttosto artificioso, metaforico, non cogliente direttamente il segno mi è parso in tal senso il significato estraibile da affiatar(si, come fosse un ‘respirare (all’unisono)’ dalla radice di lat. fl-atu(m) ‘fiato’ e lat. fl-are ‘respirare, soffiare’ preceduta dalla prep. ad ‘a, verso’. L’idea del “respirare”, insomma, non mi è parsa il massimo per esprimere l’intima compenetrazione dell’affiatamento.  Con questa convinzione nella mente mi sono messo a cercare nel web dove si fanno talora graditissimi incontri (debbo essere un tipo ben strano se traggo sommo diletto da questi incontri internettiani, a volte meramente virtuali!). Mi è sembrata come manna dal cielo la voce del dialetto di Spinazzola-Ba che suona fiatodd  e significa ‘affetto’[1].  Ho esclamato tra me e me:«Ci siamo!» perché la parola ci porta direttamente nell’ambito dei sentimenti amicali o amorosi tra gli individui, lasciando comunque aleggiare il ritmo del respiro in superficie, dato che questo fiatodd ‘affetto’, col suo corpo resta in apparenza immerso quasi totalmente, tranne il suffisso, nella parola fiato.  Il vero problema, a questo punto, è che il fiato, come sostenevo, non è propriamente e inequivocabilmente un segno d’affetto, soprattutto qui che la parola mostra un puro significato superficiale di ‘fiato’ e non è derivata da un verbo che possa far pensare ad un’operazione particolare da esso compiuta in modo da ottenere un affiatamento.  E allora dove andare a sbattere la testa per un etimo accettabile?

Mi è cominciata a frullare per la testa l’idea che la radice di lat. fl-are ‘respirare, soffiare’ poteva benissimo confondersi con quella di gr. philé-o ‘amo, ho cura di, ecc.’ e gr. phíl-os ‘amico, amato, amante, ecc.’, ma con tutto ciò restava la difficoltà costituita dal fatto che questa intuizione poteva dar ragione della sola prima parte di fi-ato, derivata da precedente *fl-ato <*f(i)l-ato , con la normale palatalizzazione della liquida /l/ e la chiusura completa e relativa scomparsa della /i/ non accentata. Ma andando a compulsare il vocabolario greco (non posso ricordare o semplicemente conoscere tutte le parole del vocabolario, comprese quelle meno comuni! non sono mai stato un perfezionista quantitativo e plateale, anche se al liceo qualcuno diceva, certamente esagerando, che conoscessi il vocabolario di greco a memoria!)  ho potuto vedere che esiste un verbo phil-ēdé-o ‘godere, dilettarsi di’ che è un denominativo dall’aggett. phil-ēd-és ‘amante del piacere’, composto da due membri di cui il primo ci è noto. Il secondo –ēd-  significa ‘dolce, piacevole’ e simili, e rimanda a gr. hēd-ýs ‘dolce, piacevole, amabile, benvoluto, ecc.’.  Ma basta una piccola riflessione per capire che questi termini erano inizialmente tautologici, secondo i canoni della mia linguistica. I due componenti infatti ruotano intorno al medesimo significato di ‘piacevolezza, simpatia, amore, gioia’. Inoltre il componente -ēd- aveva la variante dorica -ad-, da precedente *(sw)-ad, come attestano varie forme indoeuropee quali ingl. sw-eet ‘dolce’, a. a. ted suazi ‘dolce’ e suozi ’dolce’, lat. su-ad-eo ‘persuadere’, lat. su-ave(m) ‘soave, dolce’.  Anche in greco, ve ne sarete accorti, le parole tendono a specializzarsi e ricavano, in questo caso, il doppio concetto di ‘amante del piacere’ dal termine phil-ēdés che precedentemente era solo un composto tautologico per l’unico concetto di “piacevole, amato, caro, ecc.”. Questo mio ragionamento viene confermato dalla citata parola del dialetto di Spinazzola fi-at-odd <*fl-at-odd ‘affetto’, i cui primi due elementi corrispondono in pieno a gr. *ph(i)l-ad-és, probabile versione dorica del precedente phil-ēd-és, comunque debba intendersi il suffisso –odd < *oll  (è caratteristica di questo dialetto, come di altri, la trasformazione della /l/ geminata in dentale /d/ geminata. Cfr., ad esempio, il siculo bedda (con pronuncia apicale della dentale) per it. bella. 

Ora, se quello che ho detto è vero, non possiamo passare sotto silenzio che le forme colloquiali italiane fil-are, nel senso di ‘amoreggiare’, e fil-arsi ‘tenersi in considerazione l’un l’altro, rispettarsi, andare d’accordo’ più che derivare da un uso metaforico del verbo fil-are nel significato di ‘ridurre in fili, tessere’, sono diretti discendenti del gr. philé-o ‘amo, ecc.’ o, meglio, della forma dorica originaria philá-o ‘amo’.  E non è escluso che anche l’ingl. fl-irt ‘amoreggiamento’ paghi lo scotto a questa radice che, comunque, oltre ad indicare l’eccitamento o sensazione di piacere doveva avere un significato più primitivo di ‘movimento, agitazione’ come in inglese. 

Ritornando allo spinazzolese fi-at-odd ‘affetto’ < *fl-at-oll si può pensare che il segmento –at-oll possa corrispondere al lat. ad-ul-ari ‘adulare, vezzeggiare, prosternarsi’, verbo considerato di etimo incerto ma che in questo caso sembra essere ampliamento in –ul della radice greca sopra citata per ‘dolce, piacevole’ incrociatasi con la prepos. lat. ad ‘a, verso’: cfr. gr. ēd-yl-íz-o ‘lusingare’.  Altro ampliamento della radice è probabilmente il lat. ad-or-are che assume diverse sfumature di significato, a seconda delle parole con cui si incrocia ‘venerare, rivolgere la parola (cfr. os, oris ‘bocca, parola’), prosternarsi’ ma che doveva avere il significato originario di ‘movimento (verso l’oggetto amato)’ simile a quello di fr. transport ‘trasporto, impeto, entusiasmo, gioia, commozione’ e del verbo lat. ad-or-iri ‘assalire, lanciarsi contro’.  Da non dimenticare il fr. fl-att-er ‘adulare, lusingare, ingannare’ passato all’ingl. fl-att-er ‘adulare, incensare, dare piacere’  in cui si riaffaccia, più direttamente, il valore di ‘dolce, piacevole’ del gr. (sw)-ad-ýs ‘dolce, piacevole’, ingl. sw-eet ‘dolce’, ted. süss ‘dolce’.

Buon ultimo arriva il fiad-one oppure fiat-one, dolce abruzzese-molisano ma prodotto anche altrove, in varie forme: c’è anche la versione salata!  Dalle nostre parti, nella Marsica,  esso appare come una sorta di raviolo ripieno di formaggio e crema di ceci.  Resta il fatto che comunque esso è sempre un dolce e che, nel nome, non può che richiamare la radice di cui sopra.  Naturalmente non è da credere che il termine fiadone sia un derivato diretto  dal greco storico.  Ci dobbiamo spesso accontentare, come è solito ribadire il famoso linguista sardo Massimo Pittau, di stabilire una semplice comparazione tra due termini, in questo caso quello greco e quello abruzzese, perché molto probabilmente essi rimandano ad un antenato comune nella preistoria.  Il termine d’altronde lo incontriamo di nuovo nell’a. a. ted. flado ‘focaccia’, nell’a. fr. flaon ‘dolce prelibato’ e nel lat. medievale flado, fladonis ‘focaccia’, nell’ingl. flan ‘crostata’. Esso ha subito l’influsso di una radice per ‘piatto, piano’ (cfr. ingl. flat ‘piatto’) a cui i linguisti riannodano il termine.  Ma anche qui essi, non avendo individuata la corrispondente radice greca per ‘dolce’, si sbagliano di grosso.  Perché un’altra cosa, molto importante per la scienza etimologica e ricorrente con costanza, ho appreso nel corso della mia ricerca: la Lingua è solita indicare direttamente il referente nella sua essenzialità, e non attraverso qualcuna delle sue più o meno risaltanti caratteristiche, come in questo caso la ‘piattezza’ di alcuni tipi di dolci che rientrano tra quelli indicati dal nome in questione.  L’interferenza con radici formalmente simili, ma con un significato che non coglie esattamente il bersaglio, è anch’essa ricorrente e per questo bisogna aguzzare l’ingegno per non restarne vittima, una volta che si è raggiunta una piena consapevolezza di questo fenomeno.  Il ted. Fladen indica una semplice ‘focaccia, galletta’: si tratta sempre della radice del termine che era nato come “dolce” ma che ha cambiato il significato in ‘focaccia, schiacciata’ per influsso della radice germanica di ingl. flat ‘piatto’.

Un altro esempio di questo tipo è, a mio avviso, rappresentato dall’ingl. cake ‘dolce, pasticcino, torta’  che nel vocabolario Merriam-Webster viene interpretato come espressione di un’idea di “massa, rotondità, testa”, data evidentemente la forma spesso rotondeggiante della torta.  Ma anche qui ci si sbaglia di grosso, anche se con l’attenuante che effettivamente non era facile trovare la strada giusta, strada che però le linee guida della mia linguistica aiutano moltissimo ad individuare.  La soluzione in effetti diventa semplice quando si è convinti che dietro il termine cake deve per forza albergare il significato di ‘dolce’, significato essenziale di questo referente e di quello incontrato sopra di fiadone ‘tipo di dolce’.  Si deve a questo punto essere fortunati nell’incontrare qualche radice adatta.  Nel napoletano esiste infatti l’espressione ire ‘ncacazza ‘andare in brodo di giuggiole, bearsi, estasiarsi’. Ora, il secondo termine si deve sciogliere chiaramente nell’espressione in-cac-azza , cosa che mette in rilievo la radice –cak-  che presumibilmente ha il valore di ‘dolce’ se a Cerchio-Aq il termine cac-azz-unë  significa ‘dolce composto da mosto cotto e da noci, farina e fichi secchi’[2] e ad Avezzano-Aq cac-azz-élla/cac-azzétta vale ‘piccolo dolcetto confezionato dalle monache per allettare i bambini irrequieti’ oltre che ‘escremento di pecora, capra, coniglio’[3] come in altri paesi.  La radice riappare nel composto tautologico napoletano caca-mele ‘dolce’, lett. ‘caca-miele’.  Si deve trattare di aggettivo: nel sito web da cui ho preso la voce non è specificato, ma questo ai nostri fini non è rilevante[4].  Anche qui l’elemento caca- deve avere il valore di ‘dolce, piacevole’ e simili.  Dalle nostre parti il composto ha assunto il significato negativo di ‘insulso’[5] partendo probabilmente da quello di ‘sdolcinato’ e quindi ‘melenso’, qualità certo poco apprezzata tra gente rude e maschia come quella marsa.  Ecco perché l’americanismo cake significa ‘persona sciocca, semplicione’! ma anche ‘giovanotto che flirta’! perché la parola è adatta ad esprimere le coccole[6], le moine, le smancerie, le leziosaggini e tutto il resto del comportamento caratteristico di chi è preso dal demone dell’amore.  E il termine gergale it. checca ‘omosessuale maschio molto effeminato’ non c’entra nulla? Io credo di sì e che esso non debba essere inteso come accorciativo del personale Francesca!: la chicca ‘dolciume, caramella, cosa preziosa, persona graziosa, amore’ sta lì a dimostrarlo!

La seconda e terza componente del cerchiese cac-azz-ùne di cui sopra deve avere a che fare, in ultima analisi, con la parola dorica had-oné ‘piacere, godimento, voluttà, ecc.’ variante di ionico hed-oné .  Ma quello che più stupisce è incontrare di nuovo la voce nel verbo ingl. at-one che oltre al significato attuale di ‘espiare, riparare, fare ammenda di’ aveva in antico il significato di  ‘ristabilire relazioni amichevoli, armoniose, pacifiche’ o intransitivamente ’godere di una pacifica, armoniosa relazione, essere d’accordo’ [7].  Secondo me anche il gr. ház-o-mai ‘rispetto, venero, ecc.’ proviene da questa radice più che da gr. hági-os ‘sacro, santo, puro’.
Che bello constatare che in fondo le lingue europee, e non solo, sono come dialetti di un’unica lingua madre tutta speciale! e che le parole sono composte di pezzi saldati insieme, come mattoni diversi per forma (significanti) anche se ciascuno con lo stesso e unico peso (significato originario), ben cementati tra loro a realizzare il tessuto multicolore delle parole e delle frasi nelle diverse lingue: insomma una sorta di ragnatela linguistica ramificatissima che avvolge tutto il mondo, seguendo passo passo il percorso dell’homo loquens dall’Africa agli altri continenti, e che opera sempre con lo stesso metodo, alla base  delle innumerevoli lingue, ad un tempo semplicissimo in profondità e complicatissimo in superficie!

Ma sarà mai esistita una lingua madre? Certamente in fasi più o meno antiche, nella preistoria dell’evoluzione linguistica dell’uomo, devono essersi già formate delle lingue dominanti (in corrispondenza di più o meno vaste compagini tribali) che hanno dato poi vita ad altre lingue più o meno ad esse ricollegabili, ma agli inizi, secondo i principi della mia linguistica, il linguaggio è nato con il virus vitale della diversità per quanto riguarda la varietà dei significanti che ogni piccolo gruppo parlante poteva usare in modo diverso dagli altri gruppi, abbinandoli a cose e concetti diversi, ma non certo per quanto riguarda la varietà dei significati i quali si riducevano in fondo ad uno solo (quello di “essere, spinta, forza, vita, ecc.”), pronto questo stesso, però, a specializzarsi in mille e mille modi per creare, proprio con l’aiuto della diversità dei significanti a disposizione, una multiforme, differenziata nominazione di cose e concetti e, quindi, una più facile comunicazione tra gli uomini.
                                                         




[2] Cfr. F. Amiconi, Tradizioni popolari marsicane: il dialetto cerchiese, Museo Civico di Cerchio-Aq, anno VII 2004, Quaderno 57.

[3] Cfr. U.Buzzelli-G.Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese (l’opera non reca indicazioni sulla stampa e sull’anno di pubblicazione).  Per il significato di ‘escremento […]’ la parola risfodera il concetto di “rotondità” cui si è accennato.  Cfr. la voce di Ovindoli-Aq  caca-funghë ‘vescia’, e caca-mmàni ‘ciclamini’ in quel di Rocca di Botte (cfr. M. Marzolini, “me ‘nténni?”, Tofani edit., Alatri-Fr 1995).  I cicla-mini sono così chiamati per la radice tuberosa (pan porcino) di forma sferica (cfr. gr. kýklos ‘giro, cerchio’).  La 2° componente del nome gr. kýklá-minos deve essere variante della 2° di caca-mmani.  Anche il noto frutto del cachi (giapp. kaki) rientra nel gruppo. 

[5] Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006, p. 56.

[6]  Questa voce cocc-ola presenta una radice che deve essere variante di cak- e rimanda alla sfera dei sentimenti ‘dolci’ di cui si è parlato.  I linguisti per spiegarla si rifugiano nel campo del linguaggio infantile, vicino a quello onomatopeico, da loro sommamente prediletto quando non sanno dove andare a sbattere la testa.  La parola è ampliamento di it. cocco, nel significato di ‘beniamino, prediletto, pupillo’. Anche l’it. cotta ‘innamoramento improvviso’ deve avere a che fare con questa radice amorosa anche se esso viene senz’altro sfiorato dal verbo cuoc-cere (lat. coqu-ere) che del resto è vicinissimo all’agitazione ed esaltazione dell’amore, come pure a quella dell’ubbriacatura indicata famigliarmente dallo stesso termine cotta    La voce gagà ‘bellimbusto, giovane affettato, damerino , ecc.’ ci viene dal fr. gaga ‘stupido’ che naturalmente i linguisti si riaffrettano a sistemare nel campo dell’onomatopea continuando così ad alimentare impunemente (chi può mai fermarli? non certo risultati incontrovertibili e concreti di esami di laboratorio, come avviene ad esempio per la fisica e la chimica)  la favola dell’elemento imitativo nella Lingua la quale, invece, è di natura conoscitiva, che è tutt’altra cosa. Ho l’impressione, senza volermi ergere a loro maestro, che se i linguisti leggessero opere sull’evoluzione animale, e quindi anche umana, come L’altra faccia dello specchio del famoso etologo austriaco Konrad Lorenz (1903-1989), gigante del pensiero, ne trarrebbero gran vantaggio e correggerebbero alcuni pregiudizi di fondo sulla conoscenza umana. Per la questione dell’onomatopea rimando al post Etimo di chicchirichì […] del mio blog (giugno 2009) e al post Il diavolo non vuole lasciarmi […] dell’agosto 2012.
La voce fr. gaga è variante in effetti dell’americano cake ‘persona sciocca, semplicione’ che abbiamo citato. Se qualcuno non digerisce il fatto che in area germanica, secondo la cosiddetta legge di Grimm o rotazione consonantica, avremmo dovuto avere una forma in spirante *hahe al posto di ingl.cake, rifletta su questa forma francese in velare sonora che poteva circolare anche in area germanica (cfr. la forma danese kage ‘torta’ con la seconda velare sonora), da cui, sempre secondo la legge di Grimm si sarebbe avuto una normale forma cake in velare sorda.  Il fatto è, a mio avviso, che la realtà delle lingue nella preistoria, o anche solo nella protostoria, era molto più variegata di quanto queste leggi vorrebbero farci credere. Leggi che potevano riflettere la situazione linguistica stabilitasi e diffusasi in Germania a partire da una parlata divenuta dominante sulle altre, forse intorno alla metà del I millennio a.C. Ma l’etnico latino dei Cimbri e Teutoni, popolazioni germaniche con cui Gaio Mario ebbe a scontrarsi nel 102 a.C. ad Aquae Sextiae in Provenza annientandole completamente, non mostra rotazione consonantica (che avrebbe dato pressappoco *Himbroz e *Theudanoz), anche se qualcuno suppone per questi nomi una mediazione celtica.  Anche l'altra norma riguardante la resa in germanico delle vocali indoeuropee mi pare che venga contraddetta dall'esempio delle due voci dell'antico alto tedesco suazi 'dolce' e suozi 'dolce' già citate in questo articolo.  La migliore spiegazione di questa duplicità è che, a mio modesto parere, esse continuino in germanico forme già presenti, anche per altri termini, nell'indoeuropeo comune (che è illusorio credere che costituisse un modello unico, senza variazioni) e che una di esse finì col divenire dominante e prevalere sull'altra in germanico, generando così l'impressione nello studioso che si trattasse di derivazione e trasformazione  dell'originaria forma indoeuropea. C'è ancora tanto, in questa concezione, della falsa idea di derivazione che avevano i linguisti dell'Ottocento i quali elaborarono un albero genealogico delle lingue, come se queste fossero state veri e propri prodotti genetici originati da un ceppo monolitico di partenza. Cfr. anche, per questo argomento, l’articolo del mio blog del 2 gennaio 2013, La voce “bbuve” […]. 

[7] Il verbo potrebbe essere denominativo da gr.*(sw)-adoné ‘piacere’.  Io sarei del parere di considerare come un elemento tautologico a sè, col valore di ‘dolce’, la parte sw- considerata caduta dal termine.  Essa è invece semplicemente assente fin dall’inizio in tutti i casi in cui sembra mancare e corrisponde all’a. ind. su ‘bene’, gr. eû ‘bene’.  I linguisti derivano il verbo atone dall’espressione dell’inglese arcaico at on = at one ‘d’accordo’, lett. ‘come uno, all’unisono’. Esso poteva indicare in inglese, come abbiamo visto, una perfetta sintonia amorosa tra persone, ma sarebbe potuto servire anche a definire un sentimento di languida e sfibrata tenerezza producendo il significato di ‘fiaccare, sfibrare’ e simili.  Dante usa un paio di volte nella Commedia il verbo adon-are, d’origine provenzale, con questo significato (cfr. Inferno VI, 33 e Purgatorio XI, 19).  A dire il vero esso aveva, a seconda dei contesti, diversi significati ma riconducibili forse alla stessa base etimologica.  Il significato arcaico del verbo inglese atone rispunta nell’it. arc. adonare ‘avere rapporti, frequentare’ (ante 1250, presso Giacomo da Lentini) corrispondente all’occitanico antico adoner ‘avere rapporti con’: cfr. sito web Addone –Woerterbuchnetz- Lessico Etim. Ital. E così va a farsi friggere l’ingenua  proposta etimologica at on= at one ‘d’accordo’ per il verbo inglese.  Degli interessanti significati di questa radice, e di altre, mi ripropongo di parlare nel prossimo articolo.  La radice cak- , che spesso come abbiamo visto si unisce a quest’altra,  mostra il significato di ‘sfibrarsi, fiaccarsi’ nell’espressione marsicana ‘n-cac-àsse ‘perdere energia, reattività’, detto di qualcuno non più capace di affrontare i compiti che la vita richiede.

giovedì 6 giugno 2013

Quanti venit? 'A quanto è messo in vendita?' oppure 'Quanto costa?'

                               

"Quanto viene?" sento spesso le donne dire  ai venditori ambulanti che  mostrano con fare invitante articoli di abbigliamento o altro.  Nessun linguista, che io sappia, si è ancora accorto dell'origine della breve frase, origine che costituirebbe un motivo di stupore anche per le distratte scolaresche di oggi e potrebbe suscitare, chissà!, qualche interesse in più per la lingua latina, povera cenerentola dei nostri convulsivi giorni tecnologici.  Per quanto sia semplicissimo rintracciarne l'ascendenza latina  (perchè falsa è la sua derivazione dal verbo italiano venire, tal quale il latino venire 'venire, andare' che però non ha, in quella lingua, questo significato commerciale), i linguisti non si soffermano a pensarci nemmeno un po'  (in tutt'altre faccende affaccendati!) perchè la loro forma mentis non li fa nemmeno lontanamente supporre che dietro molte espressioni italiane, e non solo quelle dei proverbi e simili, giace indisturbata e ben camuffata, tanto da non far sorgere il minimo sospetto, qualche frase latina.  In questo caso si tratta del latino Quanti venit? 'A quanto è messo in vendita?'  che equivale a ' Quanto costa?'.  L'espressione è formata dal gentitivo di prezzo quanti  'a quanto' e dalla 3° persona del pres. indicativo del verbo venire 'essere messo in vendita', e cioè ven-it 'è messo in vendita', composta della radice del lat. ven-um 'vendita' saldata al verbo anomalo eo, is, ivi, itum, ire 'andare'; essa  qui si è perfettamente confusa con la 3° persona  venit 'viene' del  pres. indicativo del verbo venio , venis, veni, ventum,  venire 'venire, andare' che ha un'origine diversa  dal verbo, diciamo così, concorrente , e cioè ven-eo, ven-is, venii, venum, venire 'essere messo in vendita', composto da lat. ven-um 'vendita' e da lat. eo, is... come abbiamo detto.  Cfr. anche l'aggettivo lat. venale(m) 'venale'.

Questo fatto costituisce anche un'altra prova inconfutabile, se ce ne fosse bisogno, della giustezza del mio metodo ermeneutico.  Chi ha orecchi per intendere ed occhi per vedere, veda ed intenda.

Ma le sorprese, a mio avviso, non sono finite qui.  La stessa espressione sessuale popolare venire oppure venirsene 'raggiungere l'orgasmo', riferita sia a uomo che a donna, non può far riferimento, come si potrebbe credere, all'eiaculazione in quanto tale (etimologicamente 'lancio'), ma al piacere erotico fisico tout court.  E in effetti è ampiamente circolante nelle lingue indoeuropee una radice wen 'desiderare'. Il suo significato di fondo è 'amore fisico' e 'qualità per eccitare il desiderio' (cfr. M. Cortelazzo-P. Zolli, DELI, Dizion. Etimologico della Lingua Italiana , sub voce venere). Definizione che combacia a pennello con l'idea di "orgasmo".   Potrebbe essere un po' imbarazzante parlarne con gli studenti delle scuole superiori, ma oggi credo che i tempi siano maturi per un'analisi scientifica del termine e per meglio capire parole come lat. Ven-ere(m), dea dell'amore,  lat. ven-erari 'venerare, adorare' attraverso il significato di 'amare, favorire, ecc.' e lat. venia(m) 'favore, grazia, perdono, ecc.'.  Anche l'espressione essere in vena  potrebbe  quindi essere collegata alla stessa radice ed indicare una condizione spirituale di grande felicità e grazia per poter svolgere una certa attività. La radice si ritrova nell'espressione francese Se faire bien venir de quelqu'un 'Farsi ben amare (benvolere) da qualcuno', dove essa si nasconde ancora una volta sotto il verbo venir 'venire', il quale  renderebbe la frase incomprensibile se corrispondesse per il senso, pur con le possibili variazioni figurate, a quello del normale verbo intransitivo francese venir 'venire'.  Et vive la France!

sabato 1 giugno 2013

Le parole dialettali "spesa, mmutina" ed altre

            


Quante stagioni sono trascorse da quando mio padre, un uomo dall’aspetto segaligno, lavorava i campi ed io ero un garzoncello, prima di scuola elementare e poi di scuola media, scherzoso ma anche incline alla pensosità e agli studi che seguivo con viscerale passione, soprattutto l’amato latino!  Ricordo che mia madre era solita al mattino preparare la spesa  per mio padre in partenza per il lavoro. ―Che cos’era questa spesa? ― si chiederà giustamente oggi qualcuno non più aduso alla vita contadina di un tempo.  La spesa  era il cibo che il contadino portava con sé, consistente generalmente in alcune spesse fette di pane spalmate d’olio e farcite con companatico che variava di volta in volta: peperoni lessi, formaggio, ventresca, prosciutto,frittata, lardo ecc.  Il tutto veniva avvolto nel fazzoletto della spesa legato per i quattro capi, a due a due[1].  Essa costituiva l’indispensabile sostentamento e rifocillamento per il contadino che spesso affrontava, nell’arco della giornata, fatiche che facevano venire una gran fame. Il perderla sarebbe stato oltremodo increscioso, tanto è vero che, quando uno appariva abbattuto e scuro in volto, si usava in paese apostrofarlo con l’espressione: Cu të s’è magnatë lë panë (la spésa) j’asënë? (forse che l’asino ti si è mangiato il pane?).  A volte capitava effettivamente che la povera bestia, compagna assidua del contadino, scioltasi fortunosamente la fune che la teneva legata ad un piolo conficcato nel terreno che le concedeva solo un limitato spazio per il pascolo, venisse attratta dal buon odore proveniente dalla spesa la quale, se non era stata nascosta in luogo sicuro, finiva così in pochi bocconi nello stomaco dell’innocente animale.

Iniziato l’apprendimento del latino avevo già cominciato a notare alcune somiglianze tra parole latine e parole dialettali, ma naturalmente non avevo ancora la scaltrezza per notare la quasi contraddittorietà intrinseca del termine spesa usato nel senso che ho detto.  Perché lo si impiegava anche nell’altro senso che esso ha in italiano, di ‘esborso di denaro per il pagamento di qualche merce acquistata’.  Nel primo senso, parola più adatta sarebbe dovuta essere quella di risparmio se si vuole mantenere questo linguaggio commerciale, dato che la preparazione della spesa era improntata a completa economia: il pane lo si produceva in proprio come in genere il companatico, tranne i peperoni che attecchiscono sotto climi più caldi dei nostri. In passato anche l’olio usato come condimento era di produzione locale, prima del prosciugamento del lago del Fucino che mitigava di molto il clima delle nostre zone, rinfrescandolo d’estate e mitigandolo d’inverno. In paese esistevano alcuni trappìtë ‘frantoi’, vocabolo proveniente dal lat. trapetu(m) ‘frantoio’, a sua volta di ascendenza greca.

Ora leggo, in un sito web, che nei paesi dei monti Lepini divisi tra le province di Roma, Latina e Frosinone si usava in passato l’espressione rimettersi la spesa per indicare quello che era il pensiero costante di ogni famiglia contadina: mettere al sicuro in casa o in edifici adeguati i cereali necessari per il sostentamento di tutta la famiglia nell’arco di un anno.  Anche qui un termine più acconcio sarebbe dovuto essere non la spesa ma il ricavo o prodotto del duro lavoro dei contadini.  E’ strano, poi, che questo termine spesa, nel significato diretto di ‘cibo, viveri’, e non di ‘spesa per l’acquisto giornaliero di generi alimentari’ ricorra specialmente nelle campagne dove in passato quasi tutto veniva prodotto autarchicamente e non si incontri, magari, nelle città dove invece le famiglie comprano, e compravano in passato, in genere tutto per il proprio sostentamento e dove, quindi, si sarebbe potuto avere più facilmente il passaggio semantico da ‘spesa’ a ‘viveri’.  Queste considerazioni alimentano il sospetto che la voce dialettale spesa ‘cibo, cereali, nutrimento’ non abbia la stessa origine dell’omonimo italiano spesa, dal tardo lat. expensa(m) [pecunia(m)] ‘denaro  speso, spesa, pagamento’.  Anche se i linguisti alimentano questa credenza, tanto da sostenere[2] che anche il ted. Speise ‘nutrimento, pietanza’, danese spise ‘mangiare’ sono debitori del termine del tardo latino. 

La soluzione di questo problema etimologico non è semplice ma uno spiraglio di luce può aprirsi col secondo significato del ted. Speise, in apparenza del tutto diverso dal primo, che è quello di ‘lega metallica, bronzo’.  Anche l’ingl. speiss significa ‘miscela di arseniuri metallici’ ribadendo, quindi, il concetto di ‘lega, congiunzione, coagulo’ ed accostandosi così, a mio vedere, al significato e al significante dell’agg. lat. spissu(m) ‘spesso, denso, compatto, compresso, solido,ecc.’ e lituano spis-ti ’pressare’. Questo concetto si presta bene ad esprimere anche quello di ‘robustezza, sanità, prosperità’, tutte qualità fornite da una buona alimentazione e nutrimento.  Lo conferma ad esempio, il gr. tréph-ein ‘ ispessire, rendere grande e grosso, far coagulare, dar da mangiare, nutrire, crescere, ecc.’.   Il ted. Speise ‘lega metallica’ è una variante di dan. svejse ‘saldare’, ted. schweiss-en ‘saldare (a fuoco)’, ingl. tecn. sweat ‘fondere, saldare’.

 Un termine con una base simile a lat. spissu(m) ‘spesso, denso’ può essere considerato il ted. Speck ’lardo, grasso’. a. ingl. spic ‘lardo’ e l’abruzzese spitë ‘lardo’[3], da accostare quest’ultimo all’ingl. speed  ma nel senso antiquato di ‘favorire, far crescere, prosperare’ e non in quello di ‘velocità’, per quanto i due significati siano, a mio parere, specializzazioni di quello di spinta. Sembra incredibile! ma questa radice speed la si riscopre nell’espressione abruzzese A’ spëzzatë la vitë che significa ‘E’ cresciuto, sviluppato’, lett. ‘Ha elevato la vita, la statura’[4].   Anche l’italiano Spezzare una lancia a favore di qualcuno non può significare ‘Rompere una lancia scontrandosi con l’avversario in un torneo sostenuto in difesa di qualcuno (talvolta la lancia si spezzava)’ ma semplicemente ‘Scagliare una lancia’ nel senso di ‘dare un colpo’ in difesa di qualcuno.  E, puntualmente, l’ingl. speed ha anche il significato di ‘scagliare, emettere’: cfr. la frase Sped arrows from their heavy war bows ‘scagliavano frecce dai loro pesanti archi di guerra’ di F.V. W. Mason.  

Altra voce esattamente corrispondente, per il significato, al dialettale spesa ‘cibo (che il contadino portava con sé in campagna)’ in uso nel mio paese (non nella mia famiglia) era mmutìna, ricorrente anche in altri centri della Marsica, ed altrove, nelle forme mmutìna, mmëtina, mmotìna.  Da notare il raddoppiamento della labio-nasale iniziale, cosa che avviene abbastanza spesso in dialetto. Qui mi pare che non possano esserci dubbi sulla sua derivazione o, meglio, sui termini con cui confrontarla: ingl. meat ‘carne, arc. cibo’, a.ted. maz ‘cibo’, got. mats ‘cibo’ dan. mad ‘cibo’, fr. mets ‘vivanda, cibo’.  La forma mmut-ìna e le altre presentano il suffisso diminutivo –ina.   Questo nome conferma, tra l’altro, che probabilmente anche il primo, spesa, doveva indicare direttamente, e non attraverso il concetto di “spendere”, il proprio referente, come più e più volte mi è capitato di far notare.

Come ho mostrato in altri articoli io non credo che queste radici germaniche siano state portate a noi dalle invasioni barbariche del Medioevo, ma che probabilmente esse fossero preistoriche. Sono anche abbastanza numerose. Nella zona dei monti Lepini summenzionata i fusti del granturco vengono chiamato stavi, chiara variante di ted. Stab ‘asta, stecca, bastone’, ingl. staff ‘asta, bastone, palo, ecc.’, ingl. stave ‘piolo, stecca, doga’. Nel mio dialetto erano chiamati stamm-ùcchë, voce con un suffisso diminutivo confrontabile col ted. Stamm ‘tronco d’albero, fusto, ceppo’, ingl. stem ’gambo, stelo, fusto, tronco, ecc.’.  Dato che il granturco si è diffuso tra noi molti anni dopo la scoperta dell’America, qualcuno potrebbe chiedersi donde siano potuti spuntare questi termini di colore germanico. Il fatto si spiega agevolmente  riflettendo, ad esempio, che la voce stammόcche, stammùcche significava in Abruzzo anche ‘tronco d’albero invecchiato con pochi o senza rami, osso spolpato, sagginale, tibia’[5] e che pertanto il termine era preesistente all’arrivo del mais in Europa: la voce, nel mio paese, si è semplicemente adattata ad esprimere il fusto, senza pannocchie e senza foglie, della nuova coltura, facendo cadere nel dimenticatoio gli altri significati.  Nel dialetto di Avezzano la parola si è specializzata per lo stelo secco di ortaggi, tuberi, fagioli[6].  Tutti questi esempi confermano, se ce ne fosse bisogno, il principio più volte da me ribadito e di ascendenza saussuriana, secondo cui è vano presumere che le parole siano state inventate per indicare il referente di cui si caricano solo nel corso di una lunghissima storia, che ha solitamente specializzato in svariati modi il generico significato iniziale delle radici.  Per la Lingua, ad esempio, un filo d’erba, uno stelo, un palo, un tronco, un albero, un pilastro, un pinnacolo, ecc. sono concetti subordinati di uno più generale che li comprende tutti, anche se di volta in volta essi possono essere indicati con radici formalmente diverse: è il concetto sovraordinato di “protuberanza, escrescenza” e simili che si può allargare, a mio parere, a designare alture, colli, montagne: questo è il motivo per cui spesso i monti portano nomi di piante.  Non perché esse crescano sulle loro pendici (la cosa è indifferente), ma perché il concetto di “pianta” (entro cui rientrano le varie specie: ciliegio, pioppo, olmo, ecc.), in qualche parlata del lontano passato si era prestato ad indicare quello di “monte”: si trattava sempre di escrescenze. Bisognerebbe tenerlo sempre presente questo principio, perché esso è spesso risolutivo per individuare l’etimo più probabile delle parole.

Oggi, 18 settembre 2013, ad oltre tre mesi dalla stesura di questo articolo, mi sono accorto che l’etimo che ho dato della voce dialettale mmutìna ‘cibo che il contadino portava con sé in campagna per rifocillarsi durante la giornata’ molto probabilmente non corrisponde al vero.  Credo che mi abbia tratto in inganno il raddoppiamento della nasale bilabiale iniziale /m/ che avevo creduto uguale a quello che si ha in molte parole dialettali come mmëtà ‘metà’, mmatónë ‘mattone’, mmatìna ‘mattina’, ecc.  Pare invece più esatto considerarlo uguale all’esito che si ha nei nostri dialetti in parole che iniziano in italiano o latino col gruppo inv- come in mmerne ‘inverno’, mmìdia ‘invidia’, mméggë ‘invece’, ecc.  Questo fatto permette di interpretare il dialettale mmutìna, mmotìna come esito, con la perdita della liquida /l/, di una forma uguale all’it. involt-ino, con riferimento al fazzoletto con cui si avvolgeva la spesa.  Ma, sorpresa delle sorprese, questo etimo molto probabilmente non è neppure esso quello originario: proprio in virtù del ragionamento di ascendenza saussuriana di cui parlavo più sopra, secondo cui bisogna dubitare degli etimi che sembrano fatti apposta per l’oggetto da esso indicato, che qui sarebbe il concetto di “involto”.  Ma questo concetto, a ben riflettere, non è nemmeno fondamentale  per il nostro referente.  E’ come se, dovendo indicare una penna, noi ricorressimo all’idea di “astuccio”, il suo contenitore.  Ora, siccome le parole all’origine solitamente indicavano, anche se con concetto generico, il referente nudo e crudo, io sono propenso a suggerire che dietro il concetto di “involto” si debba in questo caso vedere quello di “cibo, nutrimento, sostentamento” come nel caso di spesa di cui ho parlato.  E me ne dà l’occasione la radice del verbo lat. fulc-ire ‘sostenere, puntellare, rianimare, ristorare’ nella forma del part. pass. fult-u(m) che ha dato l’it. folto anche se in latino non è attestato in questo significato.  Il dialettale futë (che, come spesso avviene in questi casi, perde la liquida /l/) significa anch’esso ‘folto, denso, fitto’ ma anche ‘forte’ riferito a qualcuno pieno di risorse, di abilità e di ingegno.  Si adombra così dietro questa radice una situazione similissima a quella di gr. tréph-ein di cui sopra che significa ‘ispessire, rendere grande e grosso, far coagulare, dar da mangiare, nutrire, crescere, ecc.’.  In effetti il verbo lat. in-fulc-ire ‘inserire, cacciar giù, far ingoiare’ potrebbe aver avuto anche il significato di ‘nutrire, sostentare’ e, in una forma sviluppata dal part. pass. in-fult-(m), quello di ‘nutrimento, cibo’.  Da questa forma sarebbe poi derivato il concetto di “involto” formalmente simile al precedente che vien da lat. in-volut-u(m) ‘avvolto, involuto, inviluppato’.  Nei nostri dialetti in genere il gruppo inf-  ha dato mb- come in mbérnë ‘inferno’, ma è anche probabile che in questo caso, in conseguenza di un possibile incrocio con la forma dialettale simile di *in-volt-u(m) (da cui l’it. involto) al posto del classico in-volut-u(m), si abbia avuto il risultato di mmot-ìna, mmut-ìna. Da ricordarsi sempre che nei nostri dialetti la liquida /l/ scompare senza lasciare generalmente tracce. 



[1] La spesa era anche il ‘cibo’ fornito agli operai a giornata, diversa dalla paga giornaliera.  La parola era diffusa certamente nel centro-meridione d’Italia.  Non so se essa lo fosse ugualmente nel settentrione. Cfr. anche G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq 2006, p. 163.

[2] Cfr. O. Pianigiani, Dizionario etimologico, presente in rete.

[3] Cfr.D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.  Del resto i linguisti fanno derivare il lat. spissu(m) ‘denso,spesso’ da una radice in dentale SPID-, come lat. fossu(m) ‘scavato’ da fod-ere ‘scavare’, lat. sessu(m) ‘il sedersi’ da sed-ere ‘sedere’, ecc.

[4] Cfr. D.Bielli, cit.

[5] Cfr, D.Bielli, cit.

[6] Cfr. U. Buzzelli-G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese (Il libro non reca alcuna indicazione sulla stampa e sull’anno di pubblicazione).

lunedì 6 maggio 2013

Invito ai lettori

Invito i gentili lettori a rileggere l'articolo Fischia-froce= fischietto dell'aprile 2011 dove ho elencato le molte conferme nel frattempo incontrate a quanto vi si dice.  Ne vale veramente la pena.

Pietro Maccallini

mercoledì 1 maggio 2013

Andando a zonzo per radici (quelle delle parole!). Latino "Clathra", nome di divinità. Etimo di "zampognaro" e molto altro.



                                                        

Sfogliando la monumentale opera del compianto Quirino Lucarelli di Trasacco-Aq ho incontrato due varianti per uno stesso referente, càl-atrë/càl-itrë ‘avena, biada selvatica’, in particolare ‘punta, resta’ di queste piante[1].  Mi è venuta in mente, cercandone l’etimo, prima la radice di gr. kál-amē[2] ‘stelo, gambo, canna’ per il primo elemento delle due voci e, poi, il gr. athér ‘punta della spiga, spiga, punta della lancia’ per il secondo della prima voce. L’elemento –itrë deve esserne necessariamente una variante. Queste radici possono indicare sia la ‘punta’ che l’intero ‘stelo’, o qualsiasi altro referente simile, per il semplice motivo che una punta è, per così dire, una protuberanza dello stelo, e quest’ultimo  è ugualmente una protuberanza rispetto al terreno da cui si eleva.

Chi mi segue nel blog sa che la nozione di fondo di questi fitonimi è quella di ‘escrescenza, elevazione, ecc.’ e che pertanto si potrebbero incontrare oronimi simili. Infatti ecco venirci incontro il nome del paese di Calitri-Av appollaiato su un colle: non è da credere che il nome derivi dal fitonimo, come pensano i linguisti.[3] Il toponimo ha l’accento spostato sulla penultima: è il minimo che possa accadere nel corso della vita di queste entità plurimillenarie[4].  Una frazioncina di Lucca in Toscana, Chiatri, anch’essa aggrappata ad un colle, fa supporre che il nome abbia subito la trafila *Calàtri-*Clatri-Chiatri.  A questo punto non ci può sfuggire il lat. clatra, clathra, clatri, clathri ‘sbarre, inferriata, cancello’: si tratta sempre di ‘steli, pali, punte’. La sua supposta derivazione dal gr. klēithron (dor. klâithron)‘chiavistello, sbarra, chiusura’, dor.  klâithron non è secondo me certa perché la parola, o meglio, ambedue le parole, la greca e la latina, dovettero essere all’origine più strettamente legate al gr. kléthra ‘ontano’ e all’idea di ‘palo, albero’, non a quella di ‘chiudere’ del gr. kleí-ō ‘chiudo’.  Quando il termine originario per ‘stelo, palo’ si incrociò con quello simile per ‘chiudere’ il suo destino e il suo significato fu segnato per sempre, nel senso che si specializzò ad indicare qualsiasi strumento per ‘chiudere, serrare’, come il gr. kleís, gen. kleid-όs ‘sbarra, paletto chiavistello, chiave’, riunendo in un unico termine le due nozioni, di cui quella di ‘chiusura’ finisce per prevalere nella mente del parlante e nell’analisi dei linguisti perché l’altra di ‘palo, stelo’ era nel frattempo evidentemente scomparsa dalla parola greca. 

Che la radice di cui si parla fosse diffusa in Italia probabilmente prima del supposto prestito dal greco, dovrebbe attestarlo il fatto che nel dialetto del mio paese la voce jatrόnë da *clatrόnë, pl. jatrúnë, significava ‘grosso e lungo spino’.  Ma lo attesta ancor di più il significato che la voce dialettale chiatrà, ‘nghiatrà  assume nel centro-meridione d’Italia.  Essa, infatti, oltre al valore di ‘chiudere, serrare’, naturale per quello che abbiamo detto in precedenza, presenta anche quello di ‘gelare, ghiacciare’. E non «per evoluzione semantica» da lat. clatri ‘barre, inferriata, cancello’ come asserisce la linguista C. Marcato.[5] E’ secondo me errato far derivare direttamente il concetto di “gelo” da quello di “chiavistello”, anche negli altri casi cui la Marcato rimanda sotto la voce napoletana màšco ‘ghiaccio, gelo’. L’etimo più prossimo al mio, per queste voci, è fornito dal famoso linguista tedesco Rohlfs (1977) citato dalla Marcato, cioè ‘fenomeno [atmosferico] che inserra e indurisce’.  Il fatto è che il concetto di “stelo, barra, punta, ecc.” e quello di ”gelo” si riannodano in un punto remoto della loro storia, nel concetto di “spinta”.  Spinta che fa spuntare e crescere ogni stelo, virgulto, pianta, e spinta che induce l’acqua a coagulare, a stringere (anche se la fisica ci dice che in realtà essa, gelando, aumenta di volume la percezione prevalente del fenomeno da parte nostra è quella di solidità che dà origine alla compattezza del ghiaccio).  Quello che affermo non è frutto della mia fantasia ma lo raccolgo, ad esempio, dalla voce abruzzese gëlà [6] che, oltre ad avere il prevedibile significato di it.‘gelare, ghiacciare’, ha quello imprevedibile di ‘allegare (dei denti)’, ad indicare, secondo l’etimo di allegare, quella sensazione di spiacevole stringimento  dei denti quando si mangia un frutto acerbo.  Questo significato di 'compressione, stringimento' per “ghiaccio” è lo stesso peraltro da me individuato per la voce sarda astrau ‘ghiaccio’ ed altre voci esprimenti l’identico concetto[7].  Anche il concetto di “chiudere”, per finire, dovrebbe avere a che fare con quello di “spinta, accostamento” come del resto quello di “aprire” che  indicherebbe  una spinta in senso inverso[8].

Nel Vocabolario Abruzzese[9] la voce ‘nchiatrà significa «brillantare, smaltare di fuori con zucchero chiarito» detto dei dolci.  E’ facile collegare il verbo al significato di ‘gelare’, dato che lo zucchero avvolgeva i dolci come in uno strato di ghiaccio.  Ma nella definizione che del termine dà il Bielli mi pare che emerga anche la ‘lucentezza, trasparenza’ che l’operazione otteneva.  Pertanto non è fuori luogo collegare il verbo anche ad una nozione di ‘lucentezza, splendore’.  Ora, si dà il caso che sul Quirinale a Roma si trovasse una piccola altura chiamata Mons Clathra ‘Monte Clatra’. Su di essa sorgeva un tempio dedicato in comune ad Apollo, dio del sole, e a Clathra, dea di cui poco si conosce. Ma sta di fatto che l’appellativo Clathra era riservato dagli Etruschi a Diana, dea della caccia ma anche della luna: cosa che spiegherebbe la sua presenza in un tempio dedicato anche al suo fratello gemello Apollo. Inoltre nella lingua thargum, simile all’aramaico, la voce clasthra oppure clathra significa proprio ‘splendore’ come leggo in un sito web[10].  Un indizio, abbastanza consistente, dell’esistenza in Abruzzo di una divinità con questo nome mi viene offerto dal benemerito Bielli, autore del citato vocabolario, sotto la voce corrispondente al nome personale Chiara, cioè dial. Chiarë. Vi è riportato un adagio popolare, diffuso anche in altre regioni, che suona Gnè ssanta Chiare che doppe che j’ànne arrubbate à fatte fà lu cancélle de ferre (le –e- non accentate sono mute), lett. ‘Come santa Chiara che dopo che le hanno rubato ha fatto fare il cancello di ferro’.  Il proverbio equivale all’italiano “Chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi”.  Ora, il cancello di ferro nominato nella frase presuppone, a mio parere, un incrocio del nome della Santa col lat. clatra ‘cancello’, termine che non poteva essere noto al popolino del tardo medioevo, quando visse Chiara, la nota Santa di Assisi.  Bisogna pertanto supporre che questo proverbio si trascinasse, con l’inerzia e resistenza proprie dei detti popolari, da molto tempo prima e si fosse sviluppato intorno ad una divinità pagana che poteva corrispondere alla latina Clathra la quale, come abbiamo visto, aveva un tempio sul Quirinale in condominio col fratello Apollo. Anche  l’idea del “rubare” mi pare che possa essere nata tramite l’incrocio di Clatra, che aveva la variante Cletra, con il gr. kleptér ‘ladro’, gr. kléptria ’ladra’ (che nella pronuncia corrente poteva benissimo  suonare *klét(t)ria), dal verbo kléptō ‘rubo’, latino eccles. clepto ‘rubo’.  O forse l’idea della “ladra”  venne estratta, per gioco, proprio dal teonimo (C)latra che combacia in pieno, tranne nella gutturale iniziale, col termine femm. ladra o col maschile ladro (dal lat. latro, onis) se si considera la chiusura della –a nel suono indistinto –ë del dialettale Chiar-ë ‘Chiara’, suono  che serve anche come marca del maschile chiar-ë ‘chiaro’.  C’è infine da notare che se *clathra significava all’origine ‘splendore’, il termine, trasformato in Clara ‘Chiara’, manteneva lo stesso valore di ‘chiaro, limpido’.  Ecco l’ennesimo esempio di come nascono le trame dei miti, delle favole e dei racconti tradizionali.  Ma nessuno, che io sappia, dei grandi e famosi studiosi, presi dalle loro raffinate ma spesso astratte teorizzazioni, sembra essersi mai accorto di questo semplice e naturale meccanismo di vastissima portata in diversi campi.  Anzi, l’unico linguista e filosofo dell’Ottocento che sviluppò una concezione del mito in parte vicina alla mia, Max Müller,  mi pare che non abbia avuto ascolto e seguito. 

Sempre nel Vocabolario Abruzzese del Bielli ho incontrato la parola scupinarë ‘suonatore di cornamusa’ seguita da scupinë ‘cornamusa, zampogna’ e da scupinèllë ‘bocciòlo di canna che  i fanciulli fanno sonare come una piccola zampogna’.  Ora, mi pare evidente che il primo termine derivi dal secondo con l’aggiunta del comunissimo suffisso –are (it. aio) dal lat. -ariu(m).  Esso indica solitamente persone che esercitano attività relative all’oggetto designato dal sostantivo di base o alla produzione e vendita dello stesso, come calzol-aio, forn-aio, latt-aio, ecc. Ma leggo, in un fascicolo del 2012 intitolato Il linguaggio dei Sumeri nella Marsica a cura di Franco Zazzara di Pescina-Aq, tutt’altra storia (p. 55).  Il fascicolo riporta studi linguistici di Berardo Ettorre di Lecce nei Marsi, seguace del famoso semitologo Giovanni Semerano scomparso non da molti anni, il quale riconduceva le lingue europee ad una matrice sumero-accadica.  Per farla breve Ettorre intende il termine scupin-arë ‘zampognaro’ come composto da due parole staccate, secondo lui, nella pronucia da parte degli abitanti del Chietino in scope nare.  Il primo nome corrisponderebbe al gr. skopόs ‘esploratore’ e il secondo all’accadico naru ‘musico’: si delineerebbe così la figura dello zampognaro come suonatore e «viandante che, nel suo peregrinare, esplora e osserva ciò in cui si imbatte».  Naturalmente Ettorre non si perita affatto di vedere nella voce zampo-gnaro ancora una volta l’accadico naru ‘musico’, lasciando l’elemento zampo- a reclamare dolorosamente il membro -gna che gli è stato da lui impietosamente amputato e di cui abbiamo già parlato.  Il fatto è che il lavoro dell’etimologo è davvero spietato, e non nego che può talora ingannare anche me.  Il mio metodo, però, serve da freno alle intemperanze del nostro indocile intelletto che, quando meno te lo aspetti, tende subdolamente le sue numerose trappole.  Soprattutto uno è, a mio avviso, il motivo che mi evita rovinose cadute: le parti in cui si suddivide una parola debbono in genere avere lo stesso significato di fondo, anche se l’apparenza sembrerebbe spesso dire il contrario, come nei composti delle lingue germaniche perché, strada facendo, il composto si è caricato, in uno dei membri, del significato di altro termine omofono.  Questo aspetto l’ho già trattato in qualche articolo del mio blog e richiamato in molti altri.  Ed è confermato dal composto gr. near-oidόs, con la variante ne-aoidόs ‘giovane (ne-) cantore (-aoidόs)’, citato da Ettorre.  La forma near- ci dice che essa, prima di incrociarsi col gr. né-os ‘nuovo, giovane’, gr. near-όs ‘giovanile, recente, nuovo’, combaciava quasi certamente con l’accadico naru ‘musico’, sumerico nar.  Qui Ettorre non ha sbagliato. 

L’etimo di scupinë ‘zampogna’ e di scupin-èllë ‘bocciòlo usato dai ragazzi come piffero’, suo diminutivo,  è da ricercare tra le seguenti parole: lat. scapu(m) ‘gambo, stelo, fusto, ecc.’, lat. scipio, gen. scipionis ‘bastone’, lat. scopio, gen. scopionis ‘graspo, gambo dell’asparago’, lat. scopa(m), scopas ‘scopa (pianta), ramoscello sottile’, gr. skêptron ‘bastone, scettro’, ingl. shaft ‘stelo, asta, stanga, albero (del motore)’, dan. skaft ‘manico’, ecc.

C’è comunque anche una forse non troppo remota possibilità che scupinarë, col significato generico di ‘cantore, musicista’, fosse effettivamente scomponibile in due parti (scupi-nare) di cui la prima sarebbe da confrontare con l’a. ingl. scop ‘bardo, poeta, menestrello’.  Una volta incrociatosi con abr. scupinë ‘zampogna’ il termine dovette, per così dire, mutare pelle, e un po’ anche il significato, inserendosi nella numerosissima serie di nomi terminanti in –arë, -ario, -aio di cui sopra, diventando scupin-arë ‘zampognaro’. Il dialettale scupínë ‘zampogna’, d’altro canto, potrebbe intendersi come forma autonoma da una precedente *scopa ‘zampogna, zampognaro’, ad esempio, subendo più o meno lo stesso processo che porta al lat. gall-ina(m) ‘gallina’ da gall-u(m) ’gallo’, a lat. propag-ine(m) ‘pollone, propaggine’ da propag-e(m) ‘pollone’ e all’it. coll-ina da lat. coll-e(m).  Questo fenomeno mi ha fatto in verità riflettere, come mi è capitato ogni tanto anche in passato, che le parole italiane e latine terminanti col cosiddetto suffisso –ariu(m), -aro, -aio (o con altri) finiscono per trovarsi, in fondo, in contraddizione col principio fondamentale della mia linguistica, quello tautologico, che vuole che le parti in cui si può suddividere un termine avessero lo stesso significato d’origine, prima che qualcuno di essi ne assumesse un altro, in questo caso quello abbastanza generico di suffisso che indica persone in qualche modo legate al significato del sostantivo di base.

Con questi dubbi nella testa mi sono messo a cercare in internet e mi sono imbattutto in una folk-tale (leggenda popolare)  boema in cui si parla della figura leggendaria di un giovane zampognaro chiamato Zvampa[11] che fa vita da girovago incantando col suono del suo strumento quanti lo ascoltano.  Dopo tante vicissitudini finisce col deporre la sua zampogna sull’altare di una chiesetta. Io penso che dietro questo personale se ne stia nascosto, negli strati profondi, il significato di ‘canna, piffero, zampogna’ e magari anche quello di ‘zampognaro’, allo stesso modo in cui l’it. piffero designa sia lo strumento che chi lo suona.  E allora può avere ragione, anche qui, lo studioso Ettorre che ha segmentato d’impeto la parola in zampo-gnaro senza però dare una spiegazione del primo membro, abbandonandolo a sé stesso. Si può dire che la sua fede nelle antichissime lingue della Mezzaluna Fertile lo ha salvato. La pronuncia boema (ceca) della parola Zvampa deve, credo, equivalere ad un italiano *svamba, con una specie di /s/ sonora o di /z/ sonora iniziale.  Essa assomiglia molto all’ingl. swamp ‘pantano’, concetto che, seguendo il mio fiuto, penso nasconda almeno due nozioni, di “cavità, rotondità” e di “acqua”.  La prima si ritrova nel gr. sόmph-os ‘poroso, spugnoso’, norv. sopp ‘fungo’, ingl. soft[12] ‘molle, tenero, delicato, soffice, ecc.’, a. ingl. swamm ‘fungo, spugna’, ted. Schwamm ‘fungo, spugna, esca (per accendere), afta’.  L’esca veniva ricavata spesso da funghi essiccati e tritati, ottenendo ottimo materiale per l’accensione.  L’afta è una malattia consistente in bolle biancastre che si sviluppano nella cavità orale o nei genitali. Siamo sempre nell’ambito del concetto di ‘rotondità, rigonfiamento’: swamp, nel m. inglese vale ‘dilatato, gonfio, cavo’ ma la sua tensione fa assumere alla parola, nel dialetto scozzese, il significato di ‘slanciato, affusolato, magro’.  La corrispondente voce ted. Sumpf  vale ‘pantano’ e si ritrova tautologicamente nel composto Sumpf-lache ‘pozzanghera’ con lo stesso significato di Lache ‘lacuna, pozza, pantano’. Swamp in inglese significa anche ‘sprofondare’, idea connessa con quella di “cavità”.  Nell’altro composto Sumpf-rohr ‘canna palustre’ il primo membro doveva aver avuto il significato di ‘escrescenza, stelo, canna’ come il secondo –rohr ‘canna, giunco, tubo’, ma intorno ad esso aleggiava anche quello di ‘cavità’. [13]

Ritornando al personale boemo Zvampa, il nome proprio del suddetto zampognaro, dobbiamo riconfermare la nostra convinzione del suo originario significato di ‘canna, piffero, pifferaio’, ma non è esclusa anche un’idea di ‘rigonfiamento’, in relazione all’otre che è un elemento essenziale di una cornamusa.  Se così stanno le cose il termine zamp-ogna potrebbe essere un autonomo sviluppo  da un precedente *zampo/a, *svampo/a ‘piffero, zampogna’, come abbiamo supposto per scop-ina ‘zampogna’ da una precedente *scopa ‘piffero, zampogna’.  A meno che non si tratti, cosa non tanto probabile, di retroformazioni dalle voci zampogn-aro o scopin-aro intese erroneamente come composti inseribili nella numerosa serie di vocaboli terminanti col suffisso –ariu(m), -aro, -aio di cui sopra[14].  Che dietro la voce zampogna si nascondesse un termine col significato di ‘canna, stelo, ecc.’ ci viene confermato, a mio parere, da due vocaboli tratti dal Vocabolario Abruzzese del Bielli, e cioè zampugnìë ‘giusquiamo’ e zampugnarë ‘giusquiamo’, una pianta erbacea fortemente velenosa a fusto eretto che può raggiungere l’altezza di un metro e da cui difficilmente potevano perciò essere costruite delle zampogne che solitamente erano di canna o di legno di bosso, piante dal fusto resistente e legnaceo, non erbaceo.[15] Il primo di essi, zampugnìë, deve essere dietro la rietimologizzazione greca di symphōnía (di cui abbiamo parlato nella nota 14), col significato di ‘canna, zampogna’.  Il secondo è un ampliamento del primo con l’apparente suffisso –arë. Ma in realtà si tratta di altra radice col medesimo significato della prima, quella di gr. ár-on ‘aro, gigaro’, un’altra pianta erbacea velenosa.  Un’ultima osservazione interessante.  L’otre della zampogna era costituito dalla pelle di capra o pecora. In corrispondenza dei fori delle quattro zampe dell’animale venivano inserite le canne (pifferi, flauti) e il bordone dello strumento.  Ognuno può vedere la somiglianza tra zampa e zamp-ogna. Non dobbiamo per questo credere, però, che il nome dello strumento derivi dall’altro.  Secondo me bisogna pensare che tanto il concetto di “zampa” quanto quello di “canna” attingono ad una stessa idea di “protuberanza, escrescenza, virgulto, bastone, ecc.”.  L’etimo di zampa costringe i linguisti a supporre un incrocio tra gamba [16] e cianca, zanca, ma qui esso ne fa volentieri a meno, tanto più che lo spagn. zampa  vale ‘palo (di palafitta)’ e non si può nemmeno supporre che questo sia un uso metaforico della parola zampa per il semplice motivo che in quella lingua l’arto in questione è indicato da altri termini, cioè pata, pierna (gamba), coz (piede), pie (piede). Questa cosa dimostra che i linguisti avrebbero fatto meglio a cercare fuori d’Italia l’etimo per zampa invece di restare impigliati negli incroci delle forme nostrane di cui sopra.  Ma mi rendo conto che non erano mentalmente equipaggiati per farlo, perché forse incapaci di ridurre lo scarto paradigmatico che apparentemente separa l’it. zampa dallo spagn. zampa ‘palo’.

E bravo, anzi, bravissimo, lo zampognaro[17] Berardo Ettorre, anche se egli deve, a mio avviso, meditare molto sulla legge tautologica operante nella formazione dei termini, se non vuole prendere cantonate spiacevoli nella ricerca degli etimi. In questo caso mi è quasi capitato, comunque, quello che capitò ai pifferi di montagna[18] che andarono per sonare e furono sonati!



                                        Nota  autobiografica

Mi rivedo calmo silenzioso appassionato ragazzo assetato di conoscenza sui banchi della Media di Celano alle Cittadelle.  Poi sui banchi del liceo Torlonia ad Avezzano con sempre quel non so che di tormentoso ed insieme di vivificante ed esaltante nel petto che mi rendeva forse un po’ diverso dagli altri, talora perso in una riflessione senza fondo o chiuso  in un rovello assillante, talaltra cordiale e sorridente, persino loquace.  Che cosa cercavo in realtà con la mia dedizione al latino e al greco? E’ il caso di dire che  cercavo già, inconsapevolmente, di arrivare a capire il piccolo-grande mistero delle parole che pervadeva con forza la mia anima, se è vero che in un libro di esercizi latini mi deliziavano molto le etimologie che vi si davano, di tanto in tanto, di alcune parole.  Ne sono stato avvinto a tal punto che esso, il mistero, non mi lasciò nemmeno con l’esame di glottologia (che peraltro frequentai rarissimamente) all’università La Sapienza di Roma, e non mi ha dato pace nemmeno per il resto della mia vita, per altri versi abbastanza piatta e monotona. Una trentina d’anni fa esso tornò ad intensificarsi prima con lo studio dei toponimi abruzzesi, italiani e stranieri che sfociò nel libro Princìpi di una nuova linguistica del 1992 e poi nel libro Meditazioni linguistiche del 2007, più incentrato sull’analisi del lessico dialettale, italiano e straniero. Quest’ultimo impegno continua ancora nel mio blog  di Meditazioni Linguistiche, anche se credo di aver portato a termine il compito che mi ero prefisso. Ora io so di aver svelato quel mistero, l’origine e il senso delle parole, che certamente non era irrisolvibile come quello dell’origine dell’Universo, ad esempio, giacchè non si può negare che la Parola l’abbiamo creata noi uomini mentre l’Universo ce l’abbiamo trovato, non è opera nostra; ma sono altrettanto convinto del fatto che non avrò il piacere, anche se un po’ frivolo, di un riconoscimento ufficiale della mia impresa finchè vivrò, impresa che qualcuno ritiene gigantesca, impossibile, sovrumana anche se io dentro di me so che tale non è. Essa ha richiesto solo amore, tanto amore, e forse l’incoscienza dell’innamorato per superare gli inevitabili scoramenti della ragione sempre alla ricerca di conferme della linea di tendenza generale delle parole (che rimandano, procedendo a ritroso, a campi semantici sempre più vasti tanto da permettere di riannodarle tutte, con i loro innumerevoli significati specifici di superficie, in un unico significato genericissimo di partenza)[19], oltre naturalmente alla normale lunga fatica che la cosa comportava, ma che tale per la verità non mi è mai sembrata.  So che non esagero se dico che mi hanno insegnato tutto, o quasi,  i toponimi, naturalmente intesi in un certo modo.  Ed è già molto se questa ricerca ha finora mutato in dolcezza l’amaro della mia solitudine.

Il grande mistero della vita e dell’Universo, intorno al quale l’uomo si arrovella, ottenendo per la verità non trascurabili successi, da quando ha cominciato a riflettere su se stesso e sul mondo, ce lo rappresenta, nei modi simbolistici propri di certa sua notevole produzione, questa bella poesia di Giovanni Pascoli.


  Il libro

  I
Sopra il leggìo di quercia è nell’altana
aperto, il libro.  Quella  quercia  ancora              
esercitata dalla tramontana  
        
viveva nella sua selva sonora;
e quel libro era antico. Eccolo: aperto,
 sembra che ascolti il tarlo che lavora.

E sembra ch’uno (donde mai? non, certo,
dal tremulo uscio, cui tentenna il vento
delle montagne e il vento del deserto,

sorti d’un tratto…) sia venuto, e lento
sfogli – se n’ode il crepitar leggiero –
le carte. E l’uomo non vedo: io lo sento,
invisibile, là, come il pensiero...

II
Un uomo è là, che sfoglia dalla prima
carta all’estrema, rapido, e pian piano
va, dall’estrema, a ritrovar la prima.

E poi nell’ira del cercar suo vano
volta i fragili fogli a venti, a trenta,
a cento, con l’impazïente mano.

E poi li volge a uno a uno, lenta-
mente, esitando, ma via via più forte,
più presto, i fogli contro i fogli avventa.

Sosta…Trovò? Non gemono le porte
più, tutto oscilla in un silenzio austero.
Legge?... Un istante, e volta le contorte

pagine, e torna ad inseguire il vero.

III
E sfoglia ancora; al vespro, che da nere
nubi rosseggia; tra un errar di tuoni,
tra un alïare come di chimere.

E sfoglia ancora, mentre i padiglioni
tumidi al vento l’ombra tende, e viene
con le deserte costellazioni

la sacra notte.  Ancora e sempre: bene
io n’odo il crepito arido tra canti
lunghi nel cielo come di sirene.

Sempre.  Io lo sento, tra le voci erranti,
invisibile, là, come il pensiero,
che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti,

sotto le stelle, il libro del mistero.



Di Chiusa Giovinezza, la mia prima raccolta di liriche (1980), fa parte una poesiuola intitolata Parola.  Vi mettevo in evidenza la natura mescidata, bastarda della Parola e il suo oscillante variare in un vasto mare di significati e significanti provenienti da molto lontano.  Eccola:


Parola

Parola
specchio di mare.

Mare che culla
gli umori del mondo;
la notte dell’innumere
bocche sepolte
il giorno
di quelle che stridono.

Parola
per te si plachi
l’orgoglio settario dell’uomo
bastarda che vieni da lontano.
                                    



[1] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003.

[2] Cfr. ted. Halm ‘gambo, stelo’, ingl. helm ‘barra del timone’, lat. culmu(m) ‘gambo, stelo’.

[3] Cfr Aa.Vv., Dizionario di toponomastica, UTET, Torino 1997.

[4] Ad Aielli esiste il toponimo Coste Coll-ùtri,  variante a mio parere di Calitri;  il secondo elem. –utri deve essere a sua volta variante del  monte Etra, sempre in territorio di Aielli. La radice richiama il gr. όthrys ‘monte’ (glossa di Esichio).

[5] Cfr. la voce chjatru in Marcato-Cortelazzo, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998. 

[6] Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.

[7] Cfr. il post Etimo di sardo “astrau”= ghiaccio nel mio blog (agosto 2011).  Anche il gr. pég-ny-mi ‘ficco, conficco, congelo, faccio rapprendere, compongo, commetto, ecc.’ presenta due direzioni in cui si esplica la spinta: quella, diciamo così, verso l’esterno dell’oggetto da conficcare, e quella verso l’interno dell’oggetto da far coagulare, ghiacciare, da comprimere o commettere. Ma nella variante pág-os ‘ghiaccio’ rispunta anche l’idea di “punta” cioè ‘punta di scoglio, altura, colle, monte’.

[8] Cfr. lat. ap-er-ire ‘aprire’ e lat. op-er-ire ‘coprire, chiudere’; ted. auf-machen ‘aprire’ e zu-machen ’chiudere’ in cui la differenza di significato è affidata alle due preposizioni auf (ingl. up)‘sopra’ e zu (ingl. to)‘a, verso’; la componente –machen corrisponde all’ingl. to make ‘fare’: è da presumere quindi un movimento di accostamento a qualcosa quando si compie l’operazione di chiusura, e di allontanamento da essa per l’apertura.

[9] Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese,cit.  Ne I dialetti italiani, cit., la voce chjàtru significa anche ‘chiara frullata che si spande sui dolci’. E’ presumibile che quando lo zucchero non era ancora in commercio si usasse per questa operazione solo la chiara dell’uovo, unita probabilmente ad un po’ di miele.

[10]  L’idea di “luce, splendore” spesso si concretizza in quella di “raggio luminoso” strettamente connessa con quella di “bacchetta, verga”, presente nel fondo di lat. clatra ‘sbarra’. Cfr. anche l’ingl. beam ‘stanga, tronco, raggio’, gr. aktís ‘raggio, splendore, raggio della ruota’, lat. radiu(m) ‘bacchetta, palo, raggio luminoso’.  Inoltre la parola in questione deve essere variante di a. norreno glathr 'solatio, chiaro, luminoso, allegro', ingl. glad 'gioioso, contento, allegro, luminoso' e anche di fr. é-clat 'fulgore, scoppio, fragore'.  Pertanto includerei nella lista anche l'ingl, clatter 'fracasso, strepito'.  Noi oggi non scorgiamo alcuna parentela tra un "suono" e una "luce", ma i due concetti dovevano essere ben stretti nella mente dell'uomo delle origini, intesi come emanazioni da un'unica fonte vivente.

[11] Cfr. sito web dal titolo Cultura - Gli zampognari, www.forchecaudine.com/forchecaudine/zampognari.html .

[12]  L’it. soffice, considerato di etimo incerto, credo abbia più di qualcosa da spartire con questa voce inglese. La proposta di derivazione dal lat. supplice(m) ‘supplice’, iniz. ‘pieghevole’, mi pare impraticabile: piuttosto ricorrerei al serbo-cr. šupalj ‘cavo’, šuplj-ina ‘cavità’.  Il lat. subul-one(m) ‘suonatore di flauto’ non dovrebbe essere estraneo a questa radice pèr ‘cavità’, naturalmente richiamando anche il lat. sibil-u(m) ‘sibilo, fischio’(sifilum in Prisciano), gr. siphl-όs ‘cavo, vuoto’, it. zufolo e sufolo, boemo sip-ati ‘fischiare, divenir roco’, a. slavo sip-ota ‘essere roco’, spagn. sopl-ar ‘soffiare, gonfiare’, port. sopr-ar ‘soffiare, esalare’, cimbrico shwib, scwif ‘flauto’ (v. Pianigiani in rete), gr. siph-ōn ‘canna, tubo’.  Così il lat. suffl-are ‘soffiare, gonfiare’, da sub-fl-are, ha tutta l’aria di una rietimologizzazione della radice di cui si parla erroneamente intesa come composta da sub- ‘sotto’ e dal verbo fl-are ‘soffiare’. Ugualmente per il lat. suppur-are (da sub ‘sotto’ e pus, puris ‘pus’) ‘suppurare’, ad esempio, si deve supporre una rietimologizzazione da una base *spur-, *sbur-  molto simile al ted. schwär-en ‘suppurare, ulcerare’, ted. Ge-schwür ‘ascesso, ulcera’, all’aiellese (abruzzese) spurà ‘suppurare, fare uscire il pus, aprirsi (detto di ascesso, foruncolo) con fuoruscita di pus’ o aiellese volg. sburrà ‘eiaculare’, verbo quest’ultimo che ha assunto (cfr. vocab. di Bielli) anche il significato affine di ‘sfuggire, sgusciare, sdrucciolare’ (cfr. l’espress. Lu pétte je sburre fόre ‘il petto le scappa fuori’) .  Non condivido naturalmente l’etimo che in genere si dà per il tosc. sborrare ‘fuoruscire, sgorgare con impeto, volg. eiaculare’, secondo cui il verbo sarebbe composto dal prefisso s- e da tosc. borro ‘stretto valloncello, canale di scolo’.  A questo punto mi si affollano nella mente molte parole dall’etimo incerto o rabberciato come l’it. sferr-are ‘lanciare un attacco’, l’it. regionale spar-are ‘aprire con lungo taglio il  ventre di un animale, praticare un’apertura sul davanti di un indumento’, it. spar-are (detto di arma da fuoco o altro) che a me sembra vicino all’ingl. spar ‘boxare (in allenamento)’: si ponga attenzione all’abr. sparì , verbo spiegato dal Bielli con la frase M’à sparite na fèbbre ‘M’è scoppiata una febbre’ (non ‘scomparsa’!). Allora è molto probabile che l’it. spar-ire non rimandi alla radice di  it. ap-parire con s- privativo ma ad uno ‘scappare via, dileguare’. Quando diciamo a qualcuno:«Sparisci!» lo invitiamo, allora, sì a ‘scomparire’ ma attraverso uno ‘scappare, schizzare via’! La voce ha più di qualcosa in comune col lat. sparu(m) 'corto giavellotto', simile all'ingl. spear 'lancia'.  Ancora, si può pensare che il lat. se-par-are ‘separare, dividere’ sia rietimologizzazione di questa radice spar- intesa come verbo composto dalla particella disgiuntiva se- e dal verbo parare ‘preparare, allestire’.  Per fenomeni simili in latino cfr. il post Lingue germaniche nell’Italia preistorica del mio blog (luglio 2011).  Mamma mia! «L’è tutto da rifare!» avrebbe detto Bartali, il campione della bicicletta.
 Per l’alternanza p/f siano di esempio i dialettali fésele (a Rocca di  Botte)‘soffitta, sottotetto’ e pésëlë (ad Aielli-Aq) ‘pensile di tavole aggettante dal muro, soppalco’, abr. filucconë (cfr. Bielli) e it. piluccone, abr. cafurchjë (ad Aielli-Aq)‘cesto rovesciato su capretti per immobilizzarli e mantenerli teneri’ e capurchjë (a L’Aquila) dello stesso significato, abr. spérë ‘lancetta dell’orologio’ e abr. sférë ‘lancetta dell’orologio’.  In scozzese ed irlandese soft vale ‘umido, bagnato’ indicando, così di essersi incrociato con la radice di ingl. soppy’ bagnato, inzuppato’ imparentato con ingl. soup ‘zuppa, minestra’, ingl. supper ‘cena’, Ma probabilmente stiamo parlando di forme diverse, tutte riannodabili insieme in profondità.  L’ingl. supple ‘agile, flessuoso’, imparentato col francese souple ‘flessibile’, lo confronterei col termine serbo-croato sopra citato.  L’ingl. supple-jack ‘pianta palustre, rampicante; bastone, canna’ sembra confermare sia l’idea di “pieghevolezza” che quella di “protuberanza, escrescenza, virgulto’.  Anche il lat. supplic-are (sub-plic-are)‘supplicare’, lat. supplic-e(m) potrebbe benissimo essere rietimologizzazione di una radice simile a quella serbocroata.

[13] E’ molto confortante, per la mia tesi, incontrare le espressioni volgari come zampa di cavallo (sinonimo di ‘farfara’), zampa di gallo (sin. di ‘giavone’), zampa d’ orso, nome volgare di funghi! del genere Clavaria.  E’ stupendo riscoprire tra noi, sotto le mentite spoglie della zampa che ci nasconde la sua identità, il ted. Schwamm ’fungo, spugna’, il dan. svamp ’fungo, spugna’, il m. ingl. swamp ‘gonfio, cavo’! Naturalmente siamo abbastanza smaliziati, ormai, da non lasciarci ingannare dalla eventuale somiglianza di tutte queste “zampe” botaniche a quelle dei rispettivi animali: i termini hanno avuto a disposizione migliaia di anni per adattarsi ad indicare proprio quei vegetali che sembravano rispondere, nella forma, ai vari concetti indicati dalle relative espressioni.  E i nomi dei vari animali sono anch’essi tautologici rispetto al significato di “zampa”!  Lasciatemi ricordare ancora una volta il sacrosanto principio di cui si era accorto già il grande Saussure, che suona più o meno così: E' vano pensare che un termine sia nato per indicare il concetto di cui si carica solo nel corso della sua lunga storia.  Da ricordare anche il lat. suill-um ‘fungo porcino’ con riscontri dialettali come siluë ‘boletus edulis (un porcino)’ nel Frusinate, come silli ‘funghi in genere’ a Pratica di Mare-Roma, come selvo in Toscana, ecc.  Il termine, lungi dal richiamare il ‘suino’, è invece, sotto mentite spoglie, l’ingl. swell ‘gonfiar(si)’, ted. schwell-en ‘gonfiar(si)’, ted. schwelle ‘soglia, rialzo del terreno’, ted. Schwiele ‘callo’, ingl. sill ‘soglia, davanzale’, ted. Süll ‘soglia della porta’, a. a. ted. schwelli ‘soglia, trave’: varianti che si riscontrano anche nei precedenti termini dialettali e nel latino.  Nell’antico alto tedesco riaffiora anche il significato di ‘trave, tronco, asta’ della radice anche perché le soglie erano fatte inizialmente di tronchi squadrati. L’etimo di lat. silu-a(m) ’selva’, d’origine incerta, lo collocherei tra questi nomi, come quello della Sila calabrese, ma nel senso di ‘montagna’.   L’it. sbell-ic-arsi dalle risa non credo sia debitore a bellìco ‘ombelico’ con s- privativo ma che alluda al gonfiarsi della pancia e al tendersi di tutto il corpo, come se minacciasse di crepare, sotto l’impeto delle risate. 

[14] Il termine zampogna è fatto derivare dal lat. symphonia(m), dal gr. symphōnía ‘accordo (di suoni), sinfonia’ ma anche ‘strumento musicale’ e, probabilmente, ‘zampogna’ nel Nuovo Testamento. Alla luce di quanto detto sopra, però, si deve supporre che il termine sia effetto di rietimologizzazione di una voce precedente, col significato diretto di ‘piffero’ o ‘zampogna’, senza il ricorso al termine greco che vale, appunto, ‘sinfonia’.

[15] Questi nomi mostrano quanto numerosi possano essere stati in passato gli incroci tra termini aventi lo stesso significante ma non  lo stesso significato, che poteva variare di 360°.  Molti di questi incroci, che avrebbero facilitato il lavoro dell’etimologo, saranno andati perduti nella notte dei tempi insieme alle lingue e parlate finite ai margini e scomparse per sempre.  Qualche altra osservazione.  Sempre nel vocabolario del Bielli ho incontrato le voci ciufell-ùcce ‘giusquiamo’ e ciufèlle ‘zufolo’, corrispondente quest’ultima all’it. zùfolo, dial. ciùfolo, ma con l’accento tonico spostato sulla penultima perché forse la finale –èlle fu considerata, a torto o a ragione, diminutivo di una voce *ciufo/a.  Per lo stesso motivo indicato per abr. zampugnìe ‘giusquiamo’ non si potevano fare zufoli col ciufell-ùcce ‘giusquiamo’.   Il significato alla base della radice doveva essere quello di ‘pianta, stelo, canna, ecc.’. Errato quindi l’etimo che si dà per zufolo considerato deverbale da  zufolare quando, invece,  si è solo incrociato con esso.  E che dire poi della voce quijjë ‘pungiglione, aculeo, germoglio’ (tratta sempre dal Bielli) la quale, col rispettivo verbo quijjà ‘germogliare’, è pari pari, con la diffusissima palatalizzazione della doppia –ll-, l’ingl. quill ‘penna maestra, aculeo, cannello (della penna), stuzzicadenti, rocchetto’?  e che dire del verbo quéllë (v. Bielli) ‘maltrattare, sciupare, guastare’ che va a combaciare con ingl. quell ‘tormentare, uccidere, reprimere, spegnere’, variante di ingl. kill ‘uccidere, far male, ecc.’ e di ted. quäl-en ‘tormentare, tribolare, affliggere’?  Ma il verbo abruzzese ha anche il sign. di ‘pavoneggiarsi, gonfiarsi’ (cfr. l’espr. Gna si quélle! ‘Come si pavoneggia!’) ed ecco allora venirci puntualmente incontro sempre il ted. quell-en ‘gonfiarsi’ ma anche ‘scaturire, sorgere, ecc.’, significato con cui esso va a riallacciarsi al citato abr. quijjà, da *quillà, col sign. affine di ‘germogliare, spuntare’.  Nel fondo la radice, che presenta anche la variante abr. cujje 'pungiglione, lisca di piante tessili, puntiglio', aveva il significato di ‘spingere, tendere, tendersi, gonfiarsi, premere, comprimere, opprimere o far uscire, spuntare (con pressione)’. Ed ecco farsi innanzi, ancora, la voce cuglie 'ernia inguinale, membro virile (in quanto protuberanze)' del dialetto lucano di Gallicchio-Pz. Allora è indiscutibile che nel dialetto di Spinazzola-Ba la voce cidd  (da *cill) 'membro virile' ha un'origine diversa dall'omonimo cidd (da cello < uc-cello) 'uccello', perchè essa si riallaccia alle parole precedenti: la radice deve essere variante di quella di lat. colle(m) 'colle', ingl. hill 'colle'. Altro che metafora di uccello come in coro gracchiano i linguisti!  Interessante inoltre è la voce aiellese sgualà ‘urlare, piangere forte (dei bambini)’, a dire il vero non  registrata nei dizionari dialettali in mio possesso, ma presente anche nel dialetto di Ovindoli-Aq nella forma palatalizzata sguajà.  Di essa ho già parlato nel post Le Scole: gruppo di scogli…(febbraio 2012).  Da italiano e da atipico studioso della lingua (etimologo), per quanto modesto, mi fa un po’ di tristezza constatare come la linguistica ufficiale alzi bandiera bianca o si produca in improbabili contorcimenti nel tentativo di definire l’etimo dell’aggettivo sguaiato quando non ricorra alla solita soluzione onomatopeica salvatutto! L’aggettivo rivela in realtà uno stretto legame col verbo dialettale or ora citato, nel denotare un che di ‘eccessivo, troppo vistoso, volgare, chiassoso, urlato’ nel comportamento di un uomo.  Essendo il verbo un’esatta copia dell’ingl. squall ’urlare, gridare’, di ingl. squeal ‘gridare, urlare’,  non si può nemmeno chiosare con assoluta sicurezza, come generalmente si fa, che l’it. squilla non ha altro padre che il supposto got. *skilla, ted. Schelle ‘campanello’ quando invece il latrato (cfr. a. ingl. scyll-an 'rimbombare, risuonare) di Scilla, il mostro della costa calabra all'ingresso dello stretto di Messina, impauriva orridamente gli incauti naviganti che passavano da presso già dal tempo di Omero, ed evidentemente anche prima .  Il mostro dilaniava (cfr. gr. skyllo 'lacero, dilanio') quelli che riusciva a ghermire con le orrende sei fauci. Il suo latrato era avvertito anche come un guaire, mugolare perchè il termine naturalmente pagava lo scotto anche al gr. skyl-aks 'cagnolino' con cui si incrociava.  Di Scilla ho parlato abbondantemente nel post Le Scole  del febbraio 2012, a cui rimando. Per motivi che mi sembrano ovvi, quindi, in tutti questi casi non si può trattare di voci provenienti dalle medievali invasioni barbariche !

[16] L’it. gamba messo in relazione col lat. tardo gamba(m) ‘zampa di animale’(dal gr. kampé ‘curva, articolazione’) è a mio avviso da confrontare con gr. gόmphos ‘cavicchio, chiodo, stilo, articolazione’ (sscr. jambhah).  Interessante riflettere anche sui significati di lat. tibia(m) ‘stinco, gamba, flauto’.  Il significato di ‘flauto’, stando alle testimonanzie letterarie latine, sembra essere antecedente agli altri significati.  Ma che le cose non stiano così ce lo attesta, a mio parere, l’altro termine lat. tibi-cen, gen. –cinis il quale, oltre a significare ‘suonatore di flauto’ ha il valore del tutto diverso di ‘puntello, sostegno, pilastro’, valore che fa da trait d’union anche tra l’it. zampa e lo spagn. zampa ‘palo (di palafitta)’.  In altri termini i due elementi del composto lat. tibi-cine(m) dovevano avere il significato generico di ‘stelo,  bacchetta, tubo, palo, pilastro, ecc.’ entro cui si sono situati i vari concetti particolari di ‘stinco, gamba, flauto’. Per l’elemento –cine(m) basti pensare al fitonimo gr. kinn-ámōm-on ‘cinnamomo, cannella’ composto dall’elemento kinn- più l’altro fitonimo gr. ámōm-on ‘amomo’.  Ancora più interessante è notare come il sign. di ‘suonatore di flauto’ non sia altro che una rietimologizzazione del composto tautologico sottostante per ‘stelo, tubo, ecc.’  piegato a significare ‘suonatore’ nel secondo elemento –cin-e(m), per l’incrocio con una forma del lat. can-ere ‘cantare, suonare’ che al perfetto fa ce-cin-i ‘cantai’.  Anche in questo caso, come voleva il Saussure, sarebbe vano dunque pensare che il termine latino per ‘suonatore di flauto’ sia stato creato a tavolino mettendo insieme i due elementi.  La Lingua è sì creativa ma con uno spirito di somma parsimonia, nel senso che non butta via nulla di quanto si trova tra le mani: appena può essa sa come sfruttarlo.  Il lat. tubi-cine(m) ‘trombettiere’ mi pare una variante di tibi-cine(m) come lat. tuba(m) ‘tromba’ e lat. tubu(m) ‘tromba, tubo’ dovevano essere varianti di lat. tibia(m) ‘flauto’.  Il lat. corni-cine(m) ‘suonatore di corno’ sarà una formazione analogica?  E’ tutto da dimostrare.  Il primo elemento corni- potrebbe in effetti richiamare l’ingl. croon ‘canticchiare, muggire, lamentarsi, ecc.’ e confermare tautologicamente il sign. di –cine(m). Così tutti questi composti potrebbero anche essere intesi come formazioni tautologiche che inizialmente avevano il significato generico di ‘suonatore, cantore’ se si pensa all’it. tub-are, verbo che indica il verso dei piccioni e che non è detto che sia l’esatta copia, come si suppone, del tardo lat. tutub-are, riferito al verso della civetta, ma possa essere l'esito finale di un verbo precedente al medievale tub-are 'suonare la tromba'.  A me pare chiaro, comunque, che la voce in questione possa aver assunto il significato specifico relativo al verso dei piccioni quando si incontrò con un  termine simile al ted. Taube ‘piccione’, ingl. dove ‘tortora’.

[17] Racconta Franco Zazzara, nella prefazione al fascicolo  Il linguaggio dei Sumeri nella Marsica, di aver incontrato a Lecce nei Marsi, in occasione della presentazione di un suo libro, lo studioso Berardo Ettorre vestito da zampognaro.

[18] Qualcuno saprebbe dirmi cosa c’entrano le montagne con i pifferai?

[19]  La cosa, per quanto possa sembrare audace a chi non è addentro ai problemi della linguistica, è in verità già stata riconosciuta, sia pure in linea teorica, dal linguista Giulio Lepschy, nella parte finale della spiegazione del lemma significante/significato, a p. 655 dell’opera curata da Gian Luigi Beccaria Dizionario di Linguistica, G. Einaudi editore, Torino 1994.  Il semplice rimando delle parole, poi, a campi semantici sempre più vasti è facilmente verificabile e già noto ai linguisti da lunghissima pezza.