mercoledì 10 giugno 2020

Eracle e Ligi, re dei Liguri.


                          
   Eracle (Ercole), forse il più grande e gagliardo  eroe della mitologia greca, era, per così dire,  un grande giramondo.  Un giorno, mentre attraversava la Liguria[1] con la mandria di buoi rubati a Gerione, dovette scontrarsi con l’esercito di Ligi[2], re dei Liguri,  il quale voleva a sua volta impadronirsene.  Ad un certo punto della battaglia Eracle, rimasto privo di frecce e non potendo scagliare sassi contro il nemico perché il terreno lì era composto di creta, sfinito, sfiduciato e addirittura lacrimante si rivolse a Zeus, il quale si commosse e inviò una nube da cui piovvero pietre a gragnola. I Liguri così furono costretti a fuggire.

  Ora, è un fatto che una larga pianura tra la città di Marsiglia[3] e le foci del Rodano è chiamata oggi ‘pianura sassosa’ perché cosparsa di pietre grosse come il pugno di una mano; era  nota a suo tempo a Roma come campi lapidei ‘pianura di pietre’, appunto.  Naturalmente il rapporto tra leggenda e realtà va rovesciato: quelle pietre non le fece di certo cadere Zeus, ma si trovavano lì da tempi geologici immemorabili: il mito non ha fatto altro che appropriarsene inserendole in questa avventura di Eracle.  Un ottimo stimolo a fare ciò, il mito lo  trovò proprio nel nome del re Ligi, similissimo a gr. Likh-as, un compagno o servo di Eracle, il quale, quando ricevette da lui, che pure era ignaro di tutto, la camicia avvelenata col sangue del centauro Nesso consegnatale da Deianira (la quale voleva recuperare, fidandosi di ciò che le aveva assicurato il centauro sulle virtù di quel sangue, l’amore del marito Eracle che allora stravedeva per Iole) e cominciò a sentirsi malissimo appena indossatala, afferrò, impazzito dal dolore,  il povero Lica e lo scaraventò in mare, presso la spiaggia, dove si trasformò in roccia dando origine, così, alle isolette Lic-adi a nord-ovest dell’Eubea. Vi sono anche delle varianti di questa radice che indicano punte, promontori come la famosa rupe di Leuc-ade, isola greca dello Ionio, da dove si sarebbe buttata la poetessa Saffo, perdutamente innamorata di Faone. La trasformazione del primo membro in Leuk- è stata causata dalle rocce ‘bianche’ della scogliera, cfr. gr. leuk-όs ‘bianco’, sosia di lat. luc-e(m) ‘luce’. Faccio notare inoltre, en passant, che il membro –adi è uno pseudosuffisso perché, in tempi lontani, esso costituiva una radice tautologica per ‘isola, protuberanza, roccia, monte’ che aveva ed ha molto in comune col turco ada ‘isola’, e si ritrova in molti nesonimi dell’Egeo e del Mediterraneo come le isole Eg-adi nella Sicilia occidentale.

   Ora, per concludere, la radice che sta dietro il nome del re Ligi della nostra leggenda deve essere proprio quella  sottesa a questi nesonimi, cioè ‘pietra, capo, isola’, ma soprattutto simile a quella di gallico licco ‘pietra’, lingua che circolava evidentemente anche tra i Liguri, nel meridione della Gallia.  La radice rispunta ancora nel termine gallese (dialetto celtico) crom-lech, momumento megalitico preistorico, costituito da pietre disposte a circolo, tipico dell’Europa atlantica.  La parola è composta da crom- ‘curva’ e –lech ‘pietra’, simile a gallico licco ‘pietra’ sopra citato. Lo stesso etnonimo gr. Lígu-es ‘Liguri’  potrebbe significare ‘abitanti delle rupi, rocce, monti’ e non, come si pensa, ‘loquaci’ o al massimo ’sagaci’ dal gr. lig-ýs ‘sonoro, chiaro, stridente’.  La natura del loro territorio era ed è in gran parte montuosa, soprattutto nel versante italiano. Così, una eventuale forma originaria gr. *Líky-es ‘Liguri’, una volta scomparso dalla lingua greca la relativa radice per ‘pietra, promontorio, isola’ che pure doveva  esistere, come si è visto sopra, era spinta, per assumere comunque un significato, cioè quello di ‘loquace’, ad allinearsi con l’aggett. gr. lig-ýs ‘sonoro, ec.’ mutando la velare sorda –k- in quella sonora –g-.

Date le premesse, per me è semplice e naturale accostare alla radice in questione l’it. lecco (dial. licchë) , che nel gioco a piastrelle designa il ciottolo o altro a cui si cerca di avvicinare le piastrelle il più possibile. Credo, comunque, che possa esserci l’influsso di gr. olíg-os ‘poco, piccolo’. E la Linguistica tace o balbetta in proposito. Incredibile! Ugualmente, nel gioco delle bocce, esso indica il pallino o boccino, sostanzialmente simili a qualcosa di rotondeggiante come in genere è un ciottolo. Ricordo che nel gioco delle bocce, quando esso si svolgeva di preferenza nelle aie e il pallino veniva lanciato a volte in una posizione scomoda, fra i giocatori c’era chi voleva che esso fosse spostato, ma qualcun altro non era d’accordo ed esclamava licchë stizzë! Il secondo termine stizzë deriva, credo, dal lat. istic ‘costì’, e così l’espressione equivaleva a dire: il pallino resti lì dove si trova! In toponomastica sono da notare il Monte Leco in provincia di Genova, al confine col Piemonte, e il Colle Licco a Civitella Alfedena-Aq. 

   
   



[1] La Liguria allora comprendeva anche la fascia marittima della Gallia meridionale, quell che sarà chiamata Provenza.

[2] E’ chiaro che il nome di questo re non è altro che l’etnonimo greco ligy-s  ‘ligure’.

[3] Città  fondata dai greci focesi dall’Asia Minore, già nel 600 a. C. col nome di Massalía.

martedì 9 giugno 2020

Il canto del cigno



E’ noto quasi a tutti, credo, il detto secondo cui il cigno, bellissimo uccello bianco degli anatidi, produce un canto melodiosissimo quando avverte che la morte si avvicina.  Credenza che si ritrova già in Grecia, all’origine della civiltà occidentale.  Metaforicamente il canto del cigno indica l’ultimo capolavoro di un musicista, scrittore, pittore composto prima dell’arrivo della sua scomparsa.

   Fu però già Plinio il Vecchio (I sec. d. C.), nella Naturalis Historia, a smentire quanto la leggenda, ormai sulla bocca di tutti, affermava, ritenendola falsa.  Ma nonostante ciò, essa continuò naturalmente a vivere, nell’uso comune delle lingue, almeno quelle europee. Il cycnus olor, detto anche cigno muto, addirittura emette raramente suoni simili a sibili, schiocchi, soffi, ma anche le altre specie non sono particolarmente loquaci, tranne magari quando si sentono minacciate.  Il problema quindi è quello di cercare di capire come una simile leggenda sul canto del cigno alla fine della vita possa essere nata.

   In greco il termine per ‘cigno’ era kýkn-os la cui radice ho inserita, nell’articolo precedente Il picchio e altri volatili, tra quelle di gr. kikk-όs ‘gallo’, lat. cuc-ul-u(m) ‘cuculo’, lat. cic-oni-a(m) e diverse altre, da considerare non onomatopeiche. E’ chiaro, da quello che ho mostrato nel suddetto articolo, che sono le leggende e le storielle ad originarsi dai nomi di questi animali e non il contrario, cioè la supposizione che esse abbiano generato i nomi, errore gravissimo.  Una parola come kýkn-os (ma del resto anche le altre), una volta entrata nel giro della mitologia, era destinata a diventare il centro di attrazione di molte altre parole che, insieme, andavano a costituire una rete le cui maglie  collegavano diversi episodi mitici, come quello che lo voleva uccello sacro ad Apollo, dio del sole. La radice infatti richiama ant. ind. çuci-h ‘che brilla, bianco’, con cui evidentemente si incrociò in tempi remoti della storia della lingua. Nella mitologia inoltre Kýkn-os era addirittura il figlio di Apollo, o anche re dei Liguri, molto amico del figlio di Elio (Sole), Fetonte, nome che significa ‘brillante’. Ma perché mai questo presunto re doveva essere dei Liguri? A mio avviso, il nome di Liguri, dato dai greci a quel popolo, si era incrociato con termini religiosi antichissimi come Apollo Licorio, gr. Lyk-ōréus dal nome di un villaggio del Parnaso, dove il dio era venerato. La prima componente Lyk- è quella di lat. luc-e(m) ‘luce’ e di gr. leuk-όs ‘bianco, chiaro, lucente’.  E’ tutta un’orgia di termini dal significato di ‘luce, sole’, i quali si attraggono vicendevolmente nella genesi di questo mito, come avviene solitamente. E’ tutta un’orgia di termini dal significato di ‘luce, sole’.

    Che il cigno potesse farsi accreditare come ‘uccello canterino’ benchè non lo fosse affatto, è confermato dalla somiglianza con la radice cuccu, cocco presente già in greco, la quale esprime un suono attribuito spesso ad uccelli, come il lat.  cuc-ul-u(m). In greco abbiamo infatti kόkk-yks ‘cuculo’, kokk-ýz-ein ‘gridare, cantare, fare cuccù (del cuculo), fare chicchirichì (del gallo)’, kōký-ein ‘lamentarsi, piangere’.
 

.  Ma perché sarebbe diventato canoro in modo eccelso proprio in prossimità della  morte?   Semplicemente perché in greco il suo nome andò ad incrociarsi con una parola plur. koký-ai ‘nonni, antenati’ che secondo me persiste nell’espressione italiana vecchio come il cucco , detto anche di cose antichissime. L’espressione si sarà anche incrociata con l’altra vecchio bacucco ‘vecchio rimbecillito’ proveniente forse dal nome del vecchio profeta biblico Abacuc. 

    Nel medio irlandese il cigno suona gall, la cui etimologia viene erroneamente ricondotta, ad esempio, alla radice di ingl. call ‘chiamare, gridare’, sempre perché si è abbagliati dalla leggenda del cigno canterino.  La radice gall/call è stata esaminata abbondantemente nell’ articolo di ieri Il picchio e altri volatili  (6 giugno 2020) e in quello intitolato L’urogallo e l’aurora. Come la lingua inganna i suoi utenti (23 maggio 2020). 

  Di conseguenza considerare la radice di ingl. swan ‘cigno’ copia di ant. ingl. ge-swin ‘melodia, canzone’ o di lat. son-u(m) ‘suono’ < *swen,  mi pare azzardato.  Perché io invece suppongo la somiglianza non solo formale ma anche sostanziale con lat. su-in-u(m) ‘maiale’, ted. Schwein ‘porco, maiale’: il punto d’incontro sarebbe da individuare nel significato generico di ‘animale’, che io intravedo dietro i vari nomi di animali. 
 
   C’è un’espressione familiare tedesca molto interessante al riguardo.  Essa è kein…Schwein   ‘non un’anima viva’. Ad esempio la frase tedesca es gibt kein-es Schwein significa ‘non c’è anima viva’ o ‘non c’è nessuno’, ma letteral.  ‘non c’è nessun porco’, cosa stranissima.  Esiste comunque un’altra possibilità, seppure in linea teorica, e cioè che l’espressione tedesca ripeta il cliché dell’italiano nessuno < *n(e) ips(e) un-us, composto dalla particella negativa lat. ne + pronome determinativo ipse ‘stesso’ + numerale un-us ‘uno’. Ipse ’stesso, medesimo’ poteva significare anche persino, proprio: un rafforzativo del nome cui si riferiva. Questo nessuno siamo abituati a considerarlo un prodotto del tardo latino volgare, ma poteva benissimo essere venuto da molto lontano, magari più lontano delle forme canoniche latine, pron. nemo ‘nessuno’< *ne-homo ’non un uomo’ , aggett. lat. null-us ‘nessuno’ (nelle frasi negative ull-us ‘qualcuno’).  Ora,  l’espressione tedesca in questione potrebbe essersi formata da una locuzione  originaria germanica, poi scomparsa (o, meglio, nascosta sotto l'espressione suddetta), *kein-er, (i)ps(e) ein ‘nessuno, nemmeno uno’. Dico ‘nemmeno’ al posto di ‘proprio, persino’ perché la frase è negativa, e in tedesco come in inglese due negative affermano.  Ora, nel contesto, l’ipse è diventato ps- seguito da -ein ‘uno’, cioè *psein > *se-ein molto simile alla radice di   lat. su-in-u(m) ‘maiale’ divenuto in ted. Schw-ein ‘maiale’. Così, per etimologia popolare, la frase sarebbe diventata kein…Schwein ‘nessun porco’ al posto del semplice ‘nessuno, nemmeno uno’.  La radice se- si riscontra, dai linguisti, anche nell’ingl. self ‘stesso’, ted. selb-er ‘stesso’ ed è ricondotta alla radice indoeuropea *s(w)e- coincidente col lat. su-u(m) ‘suo, proprio’. 

   Che il ted. Schwein ‘porco’ qui significa ‘animale, animaletto’ me lo suggerisce il sosia ingl. swine ‘porco’, nel composto swine-pipe ‘turdus musicus’ detto anche ‘turdus sassello’.  Letteralmente il composto significa ‘piffero del porco’(definizione strampalata), ma in realtà le due componenti dovevano essere tautologiche; la prima alludeva in genere al concetto di “animale”, la seconda non era esattamente equivalente a ‘piffero’ ma aveva la stessa radice di lat. pipi-on-e(m) ‘piccione’.  Ingl. sw-ine ‘porco’ è molto vicino, secondo me, a gr. spín-os, un uccellino non identificabile, ma probabilmente della famiglia dei fringuelli.  A questo punto mi vengono in mente gli ingl. swine’s feathers o swine’s pikes, così detti perchè simili a baionette da applicare nei moschetti o a spiedi da fissare sul terreno per ostacolare la cavalleria, e non perché essi servissero all’origine per cacciare i cinghiali  (swine-) come pensano i linguisti.  Il significato letterale è ‘penne (feathers) del maiale, picche (pikes) del maiale’.  Il termine swine ‘porco’ è solo la copertura di un precedente vocabolo per ‘punta, spiedo, spino’.  Il nome porco-spino, cioè l’istrice, lo lascio da pelare a dovere a chi ormai è addentro a questa tecnica esplicativa, ma la cosa potrebbe essere più difficile di quanto sembra. Buona fortuna!

sabato 6 giugno 2020

Il picchio e altri volatili


                        
                           
   In alcune zone dell’aquilano l’uccello è chiamato picca-jallë, letteralmente ‘becca-galli’, perché ci sarebbe una credenza secondo la quale il picchio è solito pizzicare i galli e le galline.[1] Miei signori, francamente io credo che simili supposizioni dovrebbero, prima di tutto, accertare l’esistenza di questo comportamento del picchio, che mi pare che non sia vero, e poi ragionare sulla genesi di simile idea.

   Ora, più concretamente, io sostengo che qui siamo in presenza di un composto tautologico, come ad esempio it. gira-volta, in cui il secondo membro ripete lo stesso significato delprimo.  Nel tedesco ve ne sono parecchi, come ad esempio Giebel-zinne ‘pinnacolo’ in cui, separatamente e autonomamente, i due membri significano, sempre in tedesco, ‘pinnacolo’.  Detto questo non è difficile capire come la credenza di cui sopra si sia sviluppata presso il popolino.  La parola picca-jallë doveva esistere, come è naturale, ben  prima di essa e doveva significare ‘picchio’, termine quest’ultimo che si è evoluto dal lat. pic-u(m) ‘picchio’ (cfr. latino volgare *picul-um diminutivo di pic-um ‘picchio’) la cui radice è la stessa di lat. pic-a(m) ‘gazza’. in origine esso non aveva rapporti, se non esteriori, con l’idea di beccare e picchiare, con cui l’ornitonimo si è incrociato.  Un principio essenziale in queste cose, secondo me, è il seguente: è il nome l’origine di miti e credenze e non il contrario.  Oppure la radice pic- si incrocia con it. becco (lat. becc-um ’becco’) e dà luogo a it. becc-accia. Ma qui i linguisti contestano perché l’uccello è munito di un lungo becco, che ben giustificherebbe il nome.  Ma io che sono fissato sulla composizione  tautologica  delle parole, non demordo affatto e posso dimostrare la mia tesi.  Esiste, infatti, in italiano l’ornitonimo acceggia ‘beccaccia’, sviluppo di tardo latino acci-a(m) ‘beccaccia’ e lat. acceia’beccaccia’.  Ciò premesso, secondo me sarebbe arduo poter intendere il primo membro di it. becc-accia come ‘becco’.  Siamo dinanzi al solito bel composto tautologico.

     Ricordo che in quel di Pisoniano-Rm la voce caglin-ella significa ‘lucciola’ e non per motivi magici, come ho mostrato nell’art. Le sviste di personalità importanti […] presente nel mio blog pietromaccallini.blogspot. com (10 dic. 2019).  La parola è animata dalla voce abruzzese calina ‘scintilla’, presente anche a Pisoniano.  Io penso che il significato di ‘scintilla’ sia molto simile a quello di ‘anima’, il quale risiede nel fondo di tutti i nomi indicanti gli animali, appunto, ma spesso succede quello che è capitato a picca-jallë: quel termine di fondo va ad incrociarsi con questo o quel vocabolo  simile  e anche il povero linguista finisce col credere ai significati apparenti, di facciata, di quel termine, in genere accettando ad occhi aperti le favole che spesso si sono nel frattempo sviluppate intorno ad esso, e, prendendole, cosa gravissima, come oro colato nell’esegesi di quel termine, che sarebbe da esso derivato.  

    In tedesco abbiamo Nachti-gall ‘usignolo’ come l’ingl. night-in-gale ‘usignolo’.  Ma l’etimo che se ne dà gira sempre al largo rispetto alla natura di uccello, sottolineandone la caratteristica secondo cui si tratterebbe di ‘(uccello) che canta (-gall,-gale) di notte (Nachti-, night-in-)’ quando invece è noto, se si vuole essere pignoli, che canta anche di giorno.  La nozione di notte (secondo me posticcia) ricorre anche nel lat. noctu-a(m) ‘civetta, nottola’ che fa il paio col gr. nykt-erís, -ídos ‘pipistrello, nottola’.  Il fatto è che io vedo dietro questi ultimi termini una radice come quella del lat. nict-it-are ‘battere le palpebre, ammiccare’ e anche ‘guizzare’, riferito a fulmini: siamo tornati all’idea primordiale di movimento, luce, guizzo della mente e dell’anima. In greco nykt-erís indica anche l’uranoscopo, un pesce con gli occhi in su, che non so cosa c’entri con la notte;  si incontra anche la nykt-erĩtis ‘la pimpinella’ una pianta erbacea, senza alcun rapporto particolare con la notte. Questo per far capire che la radice assumeva diversi valori secondo me sempre attinenti al significato generico di ‘essere vivente’.  Buon ultimo arriva anche il gr. nykti-kόraks ‘gufo’, in cui il kόraks ’corvo’ è costretto a diventare un gufo, pur protestando vivamente in nome della sua irrinunciabile identità di corvo: ma la Lingua lo ammonisce di starsene zitto, altrimenti potrebbe far conoscere a tutti che anche l’identità di corvo a cui tiene tanto, così razzisticamente, non era la sua natura originaria.

    E’ comprensibile che una radice di questo tipo cerchi nella sua lunga storia di specializzarsi ad indicare non un animale in genere, ma un animale (qui un uccello) che sia attivo solo o anche  nella notte. Così il gioco è fatto per chiudere ermeticamente in un ferreo scrigno   la vera origine del termine.  Ma, come vado ripetendo, il diavolo sa fare le pentole ma non i coperchi: c’è quasi sempre qualche indizio, qualche sbavatura in questi ragionamenti che fa capire come siano andate effettivamente le cose.

   A proposito dell’ing. night-in- gale ‘usignolo’, dove tra l’altro si nota una /n/ parassita rispetto al ted. Nachti-gall,  c’è da riferire un fatterello gustosissimo: si dice che l’espressione gergale ingl. Dutch nightingale ‘rana’, letter. ‘usignolo olandese’ sia una specie di presa in giro nei confronti degli olandesi, o che addirittura l’espressione derivi dal canto melodioso, a primavera, di un tipo di rana.  A me sembra che possa esserci, dietro Dutch, l’ingl. toad ‘rospo’, medio ingl. tade, tode ’rospo’. Dutch ‘olandese’ è un etnico ora ristretto, in inglese, ad indicare gli olandesi, ma precedentemente esso si riferiva a diversi popoli germanici compresi i ted-eschi, etnico strettissimo parente di Dutch, appunto.  Come ho detto altrove la radice si ritrova anche nell’italico teuta ’popolo’ e nell’aggettivo lat. tot-u(m) ‘tutto, intero’.  

    L’ingl. night-in-gale ‘usignolo’, è usato per indicare anche altri tipi di uccelli che cantano di notte. Non solo. La parola si riferisce anche a piante erbacee: abbiamo visto che  in greco la nikt-erĩtis indica la ‘pimpinella’ nota anche come ana-gall-ís ‘pimpinella’ il cui secondo membro combacia con l’ultimo di night-in-gale. E la pianta non ha che fare con l’idea di “notte”. 

    Il membro –gale ricorda ancora l’ornitonimo uro-gallo, un tipo di gallo, di cui ho analizzato il significato nell’articolo L’urogallo e l’aurora. Come la Lingua inganna i suoi utenti, presente nel mio blog sopra citato (23 maggio 2020), articolo breve ma interessantissimo, a mio parere.

   Interessante è una serie di ornitonimi dialettali, riferiti alla gazza e qualche altro uccello, con una radice col- , per me variante di cal- o gal-  precedente. Mi riferisco ad aiellese  cicia-ccòva ‘gazza’, cerchiese ciccia-ccòra ‘gazza’, abruzzese ciaccia-còla ‘gazza’[2], avezzanese ciccia-còlla ‘gazza’, abruzzese  cόlë ‘gazza’[3].   Si può notare nei primi membri la presenza di cicia- che diventa ciccia- o addirittura ciaccia-,  per influenza dei termini dell’italiano familiare  ciccia, ciaccia ’carne’.  Ma l’origine riguarda anche i nomi cecca, checca con cui si indica in altre parti d’Italia sempre la ‘gazza’, e il gr. kikk-όs ‘gallo’ (senz’altro imparentato con fr. coq ‘gallo’, italiano fam. cocca 'gallina'), gr. kíkk-a ‘gallina’, gr. kík-irr-os ‘gallo’[4], ungherese kakas ‘gallo’, lat. cuc-ul-u(m) ‘cuculo’, persiano cucah ‘cigno’, sscr. kokas anitra’. Il bello è che ricorrono in Italia nomi regionali per diversi tipi di uccelli come cicci-arina, cicci-arello, cicc-ina, cicci-òlo, cèc-ere ’cigno’ che mi sembra ripetano la stessa radice insieme ad ingl. chough  ‘gracchio’, medio ingl. chowe, medio olandese cauwe ’corvo’, ingl. chow-chow 'cuculo dal becco giallo', ingl. cub ‘cucciolo’.  Una volta pensavo che il secondo membro del citato  aiellese cicia-ccòva ’gazza’ fosse deformazione di abr. còlë ‘gazza’ citato.  Ma ora propenderei per accostarlo a queste forme germaniche chowe, cauwe sicchè il composto cicia-ccòva verrebbe a registrare le due, diciamo così, varianti kik/cowe.  Anche l’it. gufo (dial. cufë), presente comunque nel tardo lat. guf-on-e(m) ‘gufo’, può risalire a questa radice. In ted. si ha Gickel ‘gallo’ o gockel ‘gallo’ e anche gickel-hahn ‘gallo’ o gockel-hahn tautologici, dato che pure –hahn, da solo, vale ‘gallo’. Anche in inglese si incontra chick ‘uccellino, pulcino’, chicken ‘pollo’ e cock ‘gallo’. La forma chicken ’pollo’ sarebbe da accostare a gr. kýkn-os ‘cigno’,  lat. cic-oni-a(m), voce regionale cic-ùni ‘coturnice’ e céc-ere ‘cigno’ di cui sopra.

    La radice di abruzz. còlë ‘gazza’ è la stessa di gr. koloi-όs ‘gracchio, gazza’ e gr. koli-όs ‘picchio’. Il secondo membro di cerchiese ciccia-ccòra  sarà dovuto al diffuso scambio  delle liquide l/r.  Ma non abbiamo finito, la radice col- si ripresenta nel ted. Kohl-meise ‘cincia’, in cui essa è stata intesa come kohl ‘cavolo’, appunto, come se si trattasse di un uccello, la cincia (-meise), amante o frequentante i cavoli, credenza errata.  Interessante è la sua trasformazione, in inglese, in coal-mouse ‘cincia mora’ dove però, letteralmente, il primo membro non significa più ‘cavolo’ ma ‘carbone’, fatto che ha permesso la specializzazione del significato in ‘cincia mora’, cioè di colore oscuro, anche se è subentrato di straforo il topo (mouse, lat. mus ‘topo’) data l’assonanza col germanico meise ‘cincia’.  In inglese si ha anche l’altro nome di tit-mouse ‘cinciallegra’, in cui rispunta il falso topo, o anche coal-tit ‘cincia mora’.  Ma il solo tit  vale già ‘cincia’ in inglese.  Spero  che, dati tutti questi casi di lampanti composti tautologici,  chi avesse qualche dubbio su di essi se ne faccia una ragione.

    Ad Aielli-Aq il picchio viene chiamato picca-murrë  con la /r/ rafforzata; nel dialetto logudorese il nome del picchio è quasi lo stesso: bicca-muru , letter. ‘becca-muro’. Ma ora i falsi significati che le due componenti cercano di accreditare spero che non ci ingannino più.  La componente muru  della parola sarda e di quella aiellese (con /r/ rafforzata) è il lat. mur-e(m) ‘topo’ incrociato con muru ‘muro’, se è vero che uno dei nomi sardi del pipistrello è murr-eddu: si sa che in molte lingue e dialetti il pipistrello è chiamato col termine ‘topo’. In tedesco suona  Fleder-maus ‘pipistrello’ in cui è chiaro il secondo membro –maus ‘topo’, appunto, e in francese appare come lo chauve- souris ‘pipistrello’, letter. ‘topo (-souris) calvo (chauve)’ ma il primo membro chauve ‘calvo’ non ci incanta, perché esso non era un aggettivo, ma un sostantivo per ‘pipistrello’ ed altri volatili, come il secondo membro di aiellese cicia-ccòva ‘gazza’ sopra citato  e accostato alle forme germaniche chowe  ‘gracchio’, medio olandese cauwe ‘corvo’.   Da non dimenticare lo spagn. mur-ciélago ‘pipistrello’ il cui secondo membro viene, per metatesi, da una forma ciegola < spagn. ciego ‘cieco’ .  Anche qui c’è la solita ma molto utile osservazione da fare: ciegola, proveniente chiaramente da termini come quelli di ted. gickel ‘gallo’ sopra menzionato, andò fatalmente ad incrociarsi con spagn. ciego’cieco’ dando un forte spunto alla nascita della favola sulla cecità del pipistrello che invece ci vede, anche se è miope, pare, e anche se completa la sua visione notturna aiutandosi col cosiddetto biosonar, grazie al quale individua ostacoli anche nel caso non li vedesse.  Ancora, la sua calvizie, secondo quello che suggerisce il vocabolo francese chauve-souris ‘pipistrello’, è una mezza favola metropolitana, dato che il chirottero ha il corpo e la testa rivestiti di pelo, tranne le ali.

    Nel Dizionario italiano ed inglese di Giuseppe Baretti (sec. XVIII) si afferma che la cinciallegra o cingallegra è detta in inglese tit-mouse (ne abbiamo già parlato sopra), ma anche mus-kin il cui secondo elemento (con il -k- non spirantizzato perchè, credo, preceduto da consonante nel corpo della parola) rimanda, a mio avviso, all’ingl. hen ‘gallina’ < *ken, lat. os-cen, genit. os-cin-is ‘uccello augurale’[5].  Un nome popolare della cincia è anche cin-gallina[6], il cui secondo membro equivale a it.gallina.  Sicchè a me pare che anche l’it. cin-gallegra, solitamente inteso come cincia allegra per la sua vivacità, debba essere ricondotto ad una forma *cin-gallàra , dato il nome regionale gall-ar-èno ‘gabbiano comune’ e l’it. gall-er-one per  it. gall-accio.  Anche l’it. allegro viene dal lat. alacr-e(m). In napoletano l’allegria suona allërìa. L’italiano cincia, lungi dall’essere parola onomatopeica come si affrettano a ripetere i linguisti, secondo me richiama il secondo membro della voce regionale trenta-cinque ‘cinciallegra’, il cui primo membro si ritrova nella voce regionale trent-osso, altro nome di altro uccello.  Naturalmente che nessuno si azzardi a tirare fuori l’osso per spiegare il secondo membro, ma pensi piuttosto al lat.  os-cen ‘uccello augurale’, già incontrato sopra.

Deo gratias!





[1] Cfr.Ernesto Giammarco, DAM (dizionario abruzzese e molisano).  

[2] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[3] Cfr. Bielli, cit.

[4] Cfr. vocabolario del Rocci.

[5] Cfr. l’articolo, L’urogallo e l’aurora. Come la lingua inganna i suoi utenti, presente nel mio blog pietromaccallini.blogspot.com(23 maggio 2020).

[6] Cfr. Devoto-Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana, Selezione dal reader’s digest, Milano1982.
   



giovedì 4 giugno 2020

La Camosciara




   La Camosciara è la nota catena montuosa, ricadente nel territorio di Civitella Alfedena-Aq, irta di picchi e creste poco accessibili, che costituiscono il regno dei camosci d’Abruzzo.

     Nel dialetto del paesino di Opi-Aq, non lontano da essa, l’oronimo suona Lë Camësciarë al plurale[1], come se il nome volesse indicare collettivamente quei monti, picchi, dirupi e creste, diversamente dal nome semi-italianizzato Camosciara, il quale indicherebbe chiaramente ‘il luogo dove vivono i camosci’.

     Nelle mappe medievali il luogo era noto come Zappën-éta, inteso dagli studiosi locali come ‘(luogo) con presenza di abeti’, dal lat. sap(p)in-u(m) ‘abete’ con il suffisso di valore colletivo –etu(m) diventato in italiano anche femminile –eta.

     E’ senz’altro strano che un luogo irto di picchi e dirupi, abitato inoltre dai caratteristici camosci, venga identificato dai parlanti come ‘luogo degli abeti’, piante credo abbastanza comuni anche nelle zone viciniori.   Ci deve essere qualche fraintendimento.  E in effetti, ora che ho avuto l’occasione di riflettere  per qualche giorno sulla parola Zappën-éta, sono arrivato alla conclusione che essa in realtà non indicasse, all’origine, gli abeti della zona ma i camosci stessi o, se vogliamo, i caprioli, termine più antico almeno nel dialetto del mio paese, Aielli-Aq, dove camoscë ‘camoscio’ ha un’aria di importazione più o meno recente. E come è possibile una simile interpretazione? Gli è che almeno nella Marsica fucense, ma anche altrove in Abruzzo ed oltre, si incontra la voce zappë ‘caprone, becco’ (più raro sappë ‘caprone, becco’) che pare di ascendenza balcanica.  La forma diminutiva zapp-inë dovrebbe significare ‘capretto, capriolo’: allora Zappën-éta emerge in tutta l sua chiarezza come ‘(luogo) dei caprioli o camosci’.  Abbiamo visto che il suffisso –eta, -eto ha valore collettivo, generalmente riferito a piante come it. pineta, frutteto, querceto ma anche ad altro come ghiaieto, sasseto, ecc. Anzi, è proprio questo riferimento a ghiaia, pietre e sassi che mi suggerisce che, molto probabilmente, nella notte dei tempi (quando? tremila, diecimila, trentamila anni fa?) l’oronimo fosse nato come tale, cioè che indicasse proprio il ‘monte’ o la serie di vette e guglie di cui questa catena è costituita e che solo successivamente (quando?), allorchè arrivò nel lessico dei paesi della zona la voce zappë ‘caprone’, zappìnë ‘capretto, capriolo’ l’oronimo assunse naturalmente il significato di ‘(luogo) dei caprioli o camosci’.

     Nel mio paese, infatti, esiste un dosso montano, roccioso e spoglio di vegetazione, chiamato La Savina (sulle carte ufficiali credo sia indicato come Monte Savina). Mi sono sempre chiesto, da quando ero già un adolescente, come mai questo oronimo assomigliasse tanto al coronimo Sabina, terra abitata dai Sabini, che tanta influenza ebbero sulla Roma primitiva.  Mai potei darmi una risposta, la quale è arrivata proprio in questi giorni.  Dato il ricorrere del toponimo Savina ad Aielli e Zappen-éta a Civitella Alfedena (e forse altrove), probabilmente, mi son detto, i Sabini erano per i Romani ‘quelli che abitavano sui monti (dell’Appennino centrale)’ in contrapposizione agli abitanti nella vasta pianura laziale.  La Sabina si può dire che arrivava fino alle porte di Roma, se Mandela, vicino Tivoli, e Tivoli stessa erano già in territorio sabino, ai tempi del poeta Orazio (I sec. a. C.).  Azzardo l’ipotesi che questo oronimo abbia qualcosa da condividere con quelli tipo Monte Spino o Colle Spino, oltre che con Punta Savina (m.2821) nelle Alpi Marittime, Cuneo.  Ora,in effetti, qualsiasi monte possiede una punta, un apice, ma non solo: l’idea stessa di “monte” rientra, a mio avviso, in quella di “protuberanza, punta, apice”, data la genericità di fondo di ogni significato particolare. 

   Una volta scomparso l’oronimo Zappën-éta anche a causa, credo, della intervenuta oscurità del suo significato, prima legato ai picchi dei monti, poi  ai caprioli, e infine agli abeti, improvvisamente? è spuntato il nuovo nome di Camosciara, cioè precisamente, secondo il nome locale al plurale di cui sopra, Lë Camësciarë, il quale, francamente, non parrebbe alludere al termine f. sing. ‘luogo dei camosci’ ma, probabilmente, proprio alla natura del rilievo montuoso, composto da più alture, picchi e guglie. Nel Gran Sasso d’Italia, poi, esiste il Monte Camicia presumibilmente proveniente da una precedente forma *Camisia, simile al sardo Bruncu Camisa (Cima Camisa) presso Castiadas-Ca nella Sardegna sud-orientale, non molto lontano dal mare.  L’altura non raggiungerà i 4-5cento metri, ed è sicuro che gli zoccoli dei camosci non l’abbiano mai calpestata. La radice di questo toponimo dovrebbe essere quella di serbo-croato kamen ’pietra’ responsabile probabilmente anche di oronimi come Monte Camino nel biellese e Colle Camino in provincia di Latina .  
  Ora, mi pare pacifico che un oronimo come Lë Camësciarë, possibile ampliamento di un precedente *Camisia o *Camiscia, nel senso di ‘(luogo) di alture picchi e dirupi’ come ho detto sopra, possa essere vissuto per millenni in qualche paese della zona all’ombra dell’altro oronimo ufficiale Zappën-éta, più chiaro per i parlanti nel cui lessico ancora non era arrivato, forse, il termine camoscio (cfr. ant. a. tedesco gamiza ‘camoscio’, ted. moderno Gemse ‘camoscio’, fr. chamois ‘camoscio’, tardo lat. camox ‘camoscio’).  Quando quest’ultimo arrivò e l’altro era diventato opaco da diverso tempo, ecco che spuntò dalla sua esistenza nell’ombra il nuovo? oronimo Lë Camësciarë ma col suo acquisito nuovo significato di ‘luogo dei camosci’, non di ‘(luogo) di picchi, monti e dirupi’.  Questo è quanto. 
  


[1] Cfr. Davide Boccia, La toponomastica del Comune di Opi-Aq, Torino 2016.

martedì 2 giugno 2020

La Fondë di Sorgë (La Fonte del Topo)



     Nella sua bella opera Toponomastica del comune di Opi-Aq. lo studioso Davide Boccia dà la seguente spiegazione dell’idronimo in epigrafe ricadente sul territorio comunale di Pescasseroli-Aq:  “Questo toponimo potrebbe contenere al proprio interno il soprannome di una persona legata in qualche modo a tale località, probabilmente poiché proprietaria di un appezzamento di terreno posto in prossimità della sorgente in questione”.

   L’autore Davide Boccia è persona molto meticolosa e molto addentro ai fenomeni linguistici dialettali: appassionato, preciso, puntuale. Ma questo tipo di esegesi di un toponimo, che ricorre abbastanza spesso nell’opera, ne rivela, a mio avviso, una tendenza, piuttosto negativa,   a sistemare su un piano di contemporaneità, o quasi, entità toponimiche le quali, essendo per così dire abbarbicate sul terreno debbono di conseguenza risalire, in gran parte, ad epoche veramente immemorabili, oltre il limite stabilito dal latino, in fondo abbastanza vicino a noi.   

   Ora questa sua spiegazione mi pare una mera ipotesi basata su nulla, tranne la sua pur legittima volontà di dare una indicazione purchessia, per quanto improbabile, diciamo così, al 98-99 percento. A me pare che l’idronimo, invece, si presti a considerazioni, sebbene non completamente dimostrabili, almeno capaci di strappare qualche realistico consenso in quanto tratte dalla stessa natura dell’idronimo, senza ricorrere a motivazioni esterne.

    Credo di non formulare una mera supposizione se faccio notare che il nome della fonte pare presentare la stessa radice di it. sorg-ente, il quale evidentemente ci perviene da una forma volgare latina *surg-ent-e(m), dato che nel latino classico il sostantivo normale per ‘sorgente’ era. font-e(m) o anche, al plur., sali-ent-es ‘fontane, zampilli’.  Come aggettivo surg-ent-e(m) poteva accompagnarsi a sostantivi come font-e(m) ‘fonte’ o altri.  In francese si ha addirittura la forma source ‘sorgente, fonte’, termine radicale senza suffisso, come nell’ingl. surge ‘ondata, flusso’.  Ognuno ricorda le petrarchesche acque del fiume Sorga in Provenza che ispirarono al poeta la grande poesia di Chiare, fresche e dolci acque.  Non esprimo solo un pio desiderio se dico che, andando a spulciare nella toponomastica dei vari comuni italiani e stranieri, quasi sicuramente si incontreranno altri idronimi simili: esso è composto quindi, presumibilmente, di radice diffusa in lungo e in largo e non può finire ad indicare solo il soprannome di qualcuno che possegga un terreno nei pressi di una sorgente di tal nome, che pure si potrebbe verificare, ma che non può fare storia. 

   Nei nostri dialetti si incontra la voce suri-èndë < lat. *surg-ent-e(m) ‘sorgente’ che però, come ho detto, in latino classico non compare. Ad Aielli è solo un toponimo femm. plur. Le Suri-èndë.  Eppure il termine doveva esistere senz’altro, e lo si desume proprio dalla forma dialettale, la quale presume una velare sonora /g/ che tra vocali solitamente scompare senza lasciare traccia, in altri casi, come in questo, si trasforma nel suono vocalico /i/.  La parola doveva essere già presente ben in profondità nella storia del latino, prima che la velare /g/ assumesse un suono palatino dinanzi alla vocale /e/. Il verbo lat. surg-ĕre ‘alzarsi, sorgere’ è spiegato come composto dalla prepos. sub ‘sotto, da sotto’ + il verbo reg-ĕre ‘dirigere, reggere, guidare’ (infatti si ha anche la forma sub-rig-ĕre al posto di surg-ĕre) ma non è escluso, a mio parere, che almeno nel significato di ‘sorgere, scaturire’ esso reinterpreti una radice prelatina per ‘sgorgare, sorgere’.

   Per rendersi conto, poi, che in questi tipi di idronimi il membro -ente  non era la desinenza del participio presente dei verbi relativi, bisogna sorbirsi l’articolo Etimologia di it. “torrente”(giugno 2009)  presente nel mio blog pietromaccallini.blogspot.com.  Per ora dico solo che esiste, ad esempio, l’idronimo Ente relativo ad un torrente della Toscana meridionale.