giovedì 19 marzo 2020

La tautologia, principio linguistico importantissimo trascurato in genere dai linguisti. Capocroce.




  Spessissimo vi ho fatto riferimento nei miei, ormai moltissimi, articoli.   La sua presenza, nei termini composti, può essere rilevata soprattutto dalle spiegazioni che solitamente ne danno i linguisti, spiegazioni più o meno cerebrali, che nulla hanno a che fare con la naturalezza  con cui opera la Lingua.  Prendiamo, ad esempio, il composto dialettale abruzzese (Aielli, Avezzano, ecc.) capë-crocë  ‘crocicchio’, italianizzato in capo-croce, luogo in cui si incrociano più strade, incrocio: il significato della parola è preciso, chiaro, senza incertezze e non avrebbe bisogno di complicazioni esplicative; sennonchè la presenza di quel capo-, che sembra un corpo estraneo rispetto al significato del composto, reclama una sua spiegazione. Allora il linguista, che è lì proprio per questo, si sente obbligato a chiarirlo in qualche modo.  E trova la soluzione in  uno dei significati figurati di capo, cioè ‘inizio, principio, testa’: il composto  capo-croce  indicherebbe esattamente il punto in cui si verifica l’incontro delle vie coinvolte, cioè il punto generatore dell’incrocio, in un certo senso, il punto a partire dal quale iniziano (o finiscono) le strade che lo formano.  Ma la definizione, a mio  avviso, sa fortemente di cavillosità, nonostante la sua volontà e apparenza di chiarezza.  Le voci croce, incrocio così evidenti di per sé, non dovrebbero richiedere certe complicazioni esplicative!  Su questa strada sarebbe stato meglio addirittura intendere capo-  come ‘importante, notevole, di primo piano’  e capo-croce come usato inizialmente solo per gli incroci di molte vie e poi esteso magari anche ai semplici incroci di due vie!   Ma saremmo sempre rimasti impigliati in una certa zona ingrommata di cerebralità.

   La soluzione naturale e diretta del problema consiste, a mio parere, nel considerare la prima componente del composto capo-croce, cioè capo-, come una voce tautologica rispetto all’altra, e questo non è solo un pio desiderio frutto della mia teoria linguistica, ma un fatto concreto verificabile con la lettura del mio articolo La presunta stupidità delle capre di qualche settimana fa, e presente nel mio blog.  In esso si scoprirà che la radice cap- di alcune parole ha il significato profondo di ‘incastro, connessione’: e un incrocio non è forse spiegabile, per eccellenza, proprio come il punto di connessione di più strade?

   Anche l’it. croce-via (femminile, ma usato al maschile, almeno dalle nostre parti) che può sembrare di facile e naturale spiegazione, in fondo non lo è, fosse solo per il fatto che il composto sembra introdurre un concetto collaterale, quello di via  che la fa da padrone, rispetto  al concetto che effettivamente indica, cioè l’incrocio (delle vie) e non le vie , incrocio che sembrerebbe, nella struttura del composto, essere non il determinato ma il determinante di via come nei composti germanici. A meno che non si voglia sciogliere il tutto in croce (incrocio) di vie, scelta  ancora più cerebrale, a mio parere, perché la Lingua, fra poco lo sapranno anche le pietre, non mette quasi mai i nomi alle cose creando su due piedi un vocabolo specifico riservato alla cosa da nominare, ma sfrutta quasi sempre parole già esistenti con un valore generico che, per l’occasione si specializza, facendoci surrettiziamente credere che esso sia nuovo di zecca, calzante alla perfezione alla sola cosa nominata.

    Il fatto è che anche in questo caso di croce-via abbiamo un composto tautologico, in cui il secondo elemento via < lat. vi-a(m) < lat. arc. veha < indoeur. *weghya, che è alla base anche di ted. Weg ‘via’ ed ingl. way ‘via’, deve essersi per forza incrociato, ab antiquo, con termini come ingl. wedge ‘cuneo, zeppa, bietta’ e ted. weck ‘cuneo, bietta’,   i quali  avevano con sé i significati profondi di ‘connessione, collegamento (magari attraverso penetrazione)’. Il termine bietta, considerato di etimo incerto ma che per me viene da un precedente *bi(gh)-etta deve avere a che fare con l’it. bica ‘mucchio di covoni, mucchio’ di origine germanica[1]. L’idea di “mucchio” è strettamente imparentata con quella di “collegamento, ammassamento, connessione”.   Per gli stretti, incredibili e straordinari rapporti di questo termine con il lat. big-a(m) ‘biga’ e con altri si legga l’articolo del 21/3/ 2015, presente nel mio blog e intitolato La Chitarra dei maccheroni, strumento caratteristico della cucina abruzzese[].  Non fatemi ripetere sempre le stesse cose!

    Un altro composto maltrattato dai linguisti è l’it. cap-arra. Si suppone che il composto possa aver significato ‘principio, inizio della caparra’ dal solito it. capo ‘inizio, principio’ seguito dall’italiano letterario e tecnico arra< lat. arr-a(m) o arrh-a(m) ‘caparra’ di origine semitica, pare.  Oppure c’è qualcuno che ipotizza che il composto italiano possa riecheggiare l’espressione lat. cape arram ‘prendi la caparra’, ma vattelappesca in quale contesto e per quale motivo!  Siamo alle solite: si azzardano spiegazioni sempre piuttosto strane e cerebrali.  D’altronde non potrebbe essere diversamente se si passa incautamente sopra al ricorrente  fenomeno tautologico, perfettamente ignorato.  Abbiamo già osservato, per il vocabolo capo-croce, che la prima componente capo- ha il valore di ‘intersezione, connessione’ come la seconda componente –croce. Come al solito, basta riflettere con occhi chiari e mente serena sui significati profondi delle parole per accorgersi che, in questo caso, il primo elemento di cap-arra  non può sfuggire al significato di ‘connessione, legame, pegno, stretto rapporto tra chi vende e chi compera’, dato che quest’ultimo, l’acquirente,  si è legato mani e piedi al venditore mediante la caparra, e se anche volesse successivamente tirarsi indietro per qualche valido motivo, non lo potrebbe più, perché, se lo facesse, perderebbe il valore della caparra, la quale naturalmente non era insignificante, ma adeguata al valore pattuito dell’oggetto o dell’animale messo in vendita.   Il secondo elemento –arra, di origine semitica, non saprei come spiegarlo etimologicamente , ma di certo doveva essere lo specchio del primo.

   Sinceramente mi auguro che il virus benefico della mia linguistica coinvolga il maggior numero possibile di persone, in specie del settore, per la forza evidente della sua realtà e per un futuro migliore di questa importante branca della conoscenza umana, che ha a che fare con la parte peculiare dell'essere uomo: il nostro cervello o, se si vuole, la nostra anima.  



[1] Cfr. antico  alto tedesco biga ‘mucchio’

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