domenica 18 aprile 2021

Scarciafronne.

 

                                      

 

     Ieri ho letto il termine abruzzese o molisano scarcia- fronne ‘fionda’, ma non ricordo il nome del paese da dove esso proviene.  Termine interessante per più di un motivo.  A vista d’occhio esso è tautologico con le sue due componenti.  La seconda, -fronnë, è una evidente distorsione di fionda, atteso che quest’ultima parola deriva da una precedente *flunda < lat. fund-ul-a(m) ‘fionda’(con metatesi), diminutivo di lat. fund-a(m)’fionda’.  La fund-a(m) etimologicamente è diretta formazione dal verbo lat. fund-ĕre ‘ versare, scagliare, gettare, ecc.’. Il dialettale –fronnë ‘fionda’ (da *flunda) presenta la liquida –r- al posto della liquida –l-, fenomeno abbastanza diffuso (cfr.franc.fronde’fionda’), oltre all’assimilazione regressiva di –d- ad –n-, normale nei nostri dialetti. E forse in questa trasformazione ci sarà stato anche l’influsso del termine it. frombola, altro nome per ‘fionda’. 

     Il bello è che –fronnë in molti nostri dialetti significa ‘fronda, fronde’: quindi si ha, nel caso in questione, una  netta sovrapposizione di questo significato a quello sottostante di ‘fionda’, anche perché il primo membro di scarcia-fronnë appare come voce del verbo dialettale scarcià ‘strappare’, forse variante di dialettale scorcià ‘scorticare’, simile  a it. scorza, da una radice indoeuropea skert- ‘tagliare via’ presente, secondo i linguisti,  nel lat. scort-u(m) ‘pelle, cuoio’, nell’ingl. share ‘parte, porzione ’, ted. Scharschiera, drappello, branco (reparto militare)’, abruzz. sciarrë ‘branco di animali, moltitudine di uomini’[1] e nel  ted. Schere ‘forbici’.  Sicchè la voce scarcia-fronnë viene a significare, in superficie, ‘strappa-fronde’.  Di conseguenza nell’immaginario collettivo di chi usa questo termine, la fionda  viene a configurarsi come un’arma, in fondo innocua, perché, come dice la parola stessa, si limiterebbe a strappare le foglie degli alberi colpiti.  Una sorta di eufemismo, dunque, visto che nell’antichità i frombolieri erano addirittura soldati armati di fionda

    Questa è la superficie del vocabolo, ma, per uno come me che ha fatto della tautologia un principio fondamentale della Lingua, dietro l’apparenza di scarcia- deve a tutti i costi starsene ben acquattato un significato equivalente a ‘fionda’.  Ma quale?  Non quello dell’ingl. share ’porzione’, naturalmente, ma quello dell’ingl shake ‘scuotere, agitare, ecc.’, ant. norreno skaga ‘lanciare, scagliare’nella forma del nome d’agente shak-er  ‘scuotitore’ cioè, nel nostro caso, l’arma che lancia, l’arma da getto. La grafia inglese della parola era all’origine skak-er, la quale poteva benissimo generare, nel suo lungo percosrso per arrivare ad incastrarsi nella nostra scarcia-fronnë ‘fionda’, una metatesi *skarke- da cui scarcia-.   Pensate qualsiasi cosa a proposito di questo mio etimo, ma per favore non dimenticate la sua composizione tautologica che costringe assolutamente a trovare per scarcia- un significato equivalente a quello di –fronnë ‘fionda’. 



[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla edit., Cerchio-Aq, 2004.

     

venerdì 16 aprile 2021

Arister-όs.

     

    L’aggettivo greco ar-ister-όs ‘sinistro, a sinistra’ ma anche ‘maldestro, inabile, goffo, stupido, traviato’ è considerato eufemistico perché esso cancella, in un certo senso, tutta la negatività attribuita alle cose provenienti da sinistra.  Infatti il gr. ár-ist-os  è un superlativo che vale ‘ottimo, eccellente, il più forte, il più bravo, nobile, ecc.’ e l’aggett. ar-ister-όs sembra una sua espansione.  Ora, finchè l’aggettivo si limita ad indicare strettamente la mano sinistra o la direzione a sinistra o la posizione a sinistra di qualcuno o qualcosa, proponendo eufemisticamente un concetto opposto a quello da indicare, mi pare che tutto fili liscio senza grandi difficoltà, ma se esso viene usato contemporaneamente ad indicare qualità negative di qualcuno, come quelle elencate sopra (piuttosto lontane dal concetto di “sinistra”), sorge qualche difficoltà logica: ma perché un uomo maldestro o inabile o inetto o stupido deve essere   indicato con un aggettivo usato solo eufemisticamente per indicare la posizione a sinistra? mi sembra che la Lingua possa sfiorare in questo modo il ridicolo, il lambiccamento cerebrale gratuito o addirittura l’incomprensibilità, applicando l’etichetta di ottimale (ar-ister-όs) ad una qualità pessima di qualcuno.   

     Già altrove ho mostrato che  i cosiddetti eufemismi in realtà all’origine  non erano tali, indicando essi inizialmente le cose per quello che sono.  Chi  volesse saperne di più legga il mio art. “Fischia-froce…” del 1 apr. 2011 e l’art. Va’ ffà l’ova! del 10 febbr. 2019, presenti nel blog: pietromaccallini.blogspot.it. 

    Spinto dalla mia certezza di quanto ho detto sugli eufemismi, sono andato a frugare nei vocabolari di greco che posseggo (Gemoll e Rocci) e vi ho trovato la conferma materiale della mia intuizione secondo cui arister-όs ‘sinistro’ non era molto probabilmente un eufemismo.  Non posso conoscere tutte le parole greche a memoria, anche se i miei compagni al liceo lo affermavano, esagerando!  Naturalmente non si tratta di un termine bello e pronto ma di qualcosa di simile: un paio di aggettivi di cui uno composto di due parti tautologiche e la radice di un verbo che fa al caso nostro. Ho avuto una fortuna sfacciata!

    L’aggettivo è arai-όs ‘raro, tenue, debole’ da una radice indoeuropea ere-, con il sostantivo araíō-ma ‘lacuna, vuoto’. C’è anche un altro aggettivo tautologico araiό-por-os ‘dai pori rari, floscio’ presente nel vocab. del Rocci.  Il primo significato deve essere una spiegazione del Rocci, il quale non conosceva certo la composizione tautologica delle parole, e quindi non poteva accorgersi che il concetto di rarità combacia con quello di porosità, come ad esempio nel lat. rari-tat-e(m) ‘porosità, rarità, scarsezza’. Ma comunque l’aggettivo composto poteva essersi specializzato anche come ‘dai rari pori’.  Quindi questa radice idoeuropea ere- sarebbe andata a pennello ad indicare la mano sinistra, che non per nulla è detta anche mano manca, perché mancante  (di forza), debole, inabile.

   Ora, in greco esiste anche il verbo y֑steré-ein ‘arrivare tardi, mancare, aver difetto, soffrire la mancanza, ecc.’ tutti significati generati dall’aggett. gr. ýster-os ‘ultimo, che sta dopo, che non raggiunge, è privo di qualcosa’. 

  Ora, in possesso di queste radici, non mi pare impossibile supporre un aggett. composto di due radici tautologiche*ar-ýster-όs ‘debole, inabile, sinistro’, il quale, fatalmente, sarebbe diventato appunto il gr. ar-ister-όs ‘sinistro, a sinistra’: dico “fatalmente” perché esso non potè evitare di incrociarsi col gr. ár-istos ‘ottimo, eccellente, il più forte, ecc.’ che proveniva, però, da altra radice similissima  formalmente.  Anzi, direi che quest’incrocio contribuì alla scomparsa dalla lingua della forma originaria *ar-yster-όs.  

  Ecco come è nata tutta la storia del presunto eufemismo di arister-όs con tutte le difficoltà interpretative, però, di cui ho parlato più sopra.  In questo modo il suo significato riacquista la naturalezza primigenia, anche se, formalmente, la sua nettissima somiglianza e conseguente confusione con ar-istos non può essere negata.  Gli eufemismi in genere si formano automaticamente, attraverso gli incroci,  in stati linguistici successivi a quelli più lontani nel tempo, spesso, a quanto pare, ignorati o misconosciuti dai linguisti.

    Lo stesso gr. ár-ist-on ‘colazione’ potrebbe confermare la mia supposizione. Questo termine doveva avere il significato originario di ‘pasto’ che si specializzò come pasto del mattino o pasto rompidigiuno (cfr. ingl. breakfast ‘colazione’, letteralmente ‘rompidigiuno’) perché venuto a contatto con una parola originaria per ‘digiuno’, il quale è molto simile ad un’idea di “manchevolezza (di cibo)” o divuoto (di stomaco)  che poteva essere espressa dalla radice o due radici in questione, cioè ar-  e ist-er-. 

         

    

giovedì 15 aprile 2021

Scaià.

 

                                             

 

    È un verbo in uso un tempo ad Aielli-Aq, che però non ho avuto la fortuna di incontrare, finora, in altri dialetti: il significato è un po’ particolare, indica l’inclinarsi, il mettersi in posizione obliqua del carico di una bestia da soma e del suo basto, rispetto alla schiena dell’animale. Ciò succedeva evidentemente quando il carico era stato mal legato al basto, o il suo peso era abbastanza squilibrato nei due sacchi o nelle due ceste di destra e di sinistra.  Per dare una spiegazione visiva, guardando l’animale di fronte si vedeva l’insieme formato dai due sacchi e dal basto pendere appunto più da una parte che dall’altra, prossimo magari a rovesciarsi.

    Allora, chi conduceva l’animale tenendolo per la cavezza e ancora non si era accorto della cosa, incontrando qualcuno per strada si sentiva dire:”sì scaiàtë!”, espressione che, adattata in italiano, significa ‘hai scaiato!’, come se lo scaiare fosse stata un’azione compiuta dal conducente; e in effetti la colpa, se pure involontaria, era sua perché aveva caricato male la bestia (ammesso che questo lavoro l’avesse compiuto lui e non altri al momento del caricamento), anche se la causa immediata era stata lo sballottamento continuo del carico   dovuto al camminare. 

    In altro articolo scritto anni addietro mi pare di ricordare di aver collegato questo verbo alla voce dialettale aiellese-abruzzese la caia ‘cestone di vimini’ la quale, di forme diverse, era utile a trasportare i covoni di grano nelle aie o lo sterco essiccato nei campi.   La parola deve derivare dal lat. cave-a(m) > *ca(u)i-a ‘recinto, cavità, alveare, gabbia, cavea (del teatro)’, attraverso la caduta della semivocale latina  v-.  Ma scaià non mi pare che possa intendersi come verbo denominale da caia ‘cesta’ giacchè esso non ha il significato di ‘togliere la caia’ o di ‘rompere la caia’ o simili, bensì quello molto diverso dello squilibrarsi dei pesi del basto; questo squilibrio, inoltre,  si può verificare non solo con le caie ‘ceste’ ma con qualsiasi altro tipo di carico.  Non ho quindi nessuna difficoltà, considerate anche le molte parole di natura greca pervenuteci in epoca preistorica, di cui ho parlato in articoli specifici, a collegare il nostro scaià al gr. skai-όs (lat. scaev-um ‘sinistro’) ‘sinistro, occidentale, infausto, stolto, inetto, rozzo, obliquo, tortuoso’ e spiego perché.

   Il significato di ‘obliquo, storto’ fa al nostro caso: abbiamo detto che l’insieme del carico e del basto appare inclinato rispetto alla schiena dell’animale, in posizione obliqua dunque.  Non si scappa: la visione dell’inclinazione è netta da parte di chi guarda da davanti o da dietro. Il significato di ‘occidentale’ non è dovuto, a mio avviso, dal fatto che l’augure in Grecia guardava verso nord ed aveva così a sinistra l’occidente, ma dal fatto che molto probabilmente l’aggettivo aveva avuto in lingue o dialetti precedenti al greco il significato di ‘declinante, inclinato, pendente’ in riferimento al sole che volgeva al tramonto. Il significato di infausto si ritrova nelle lingue un po’ dappertutto collegato con gli uccelli provenienti dalla sinistra, quando l’augure guarda a nord, ma se l’augure guarda a sud gli uccelli provenienti da sinistra sono propizi, favorevoli, perché arrivano da oriente.  Insomma l’oriente è propizio perché vi nasce il sole, simbolo di vita, l’occidente è sfavorevole perché indica la morte del sole.  I significati di ‘stolto, rozzo, inetto, ecc.’ credo che si siano sviluppati da quello di ‘obliquo, storto’.

     Nel dialetto di Aielli esiste un altro verbo che apparentemente potrebbe dare qualche fastidio alla spiegazione che ho dato sopra.  Esso è il riflessivo ‘ngai-àsse (col partic. passato  ngai-atë) che indica la condizione di chi per età o altro cammina a mala pena oppure si tiene in piedi a mala pena.  Dopo averci riflettuto abbastanza ho tratto la conclusione che esso è composto dalla prepos. in-, che qui ha un valore intensivo, e dal verbo greco khalá-ein ‘allentare, abbassare, rendere floscio’ ma anche ‘diventare floscio, perdere la propria tensione, cedere’.  In italiano il verbo greco ha dato calare: si consideri l’espressione il vento è calato , cioè ha perso la sua forza. Sicchè uno che si è ‘n-gai-àtë è uno che ha perso il suo vigore. Ah! dimenticavo! La liquida –l-  di *‘n-gal-atë si è palatalizzata, come avviene in tantissimi casi nei dialetti: ne cito solo uno, il luchese (Luco dei Marsi-Aq) cùjë perculo’.  Per capirci meglio, il valore intensivo del prefisso in- di cui ho detto più sopra è quello di lat. in-can-esc-ĕre ‘incanutire, imbianchire’ rispetto al semplice can-esc-ĕre ‘imbianchire’ o quello di lat. im-minu-ĕre ‘diminuire’ rispetto a minu-ĕre ‘diminuire’, ecc.

   Oh se, nella lontana adolescenza, quando nella scuola media di Celano leggevo con passione e stupore le imprese di Achille, Ettore ed altri eroi nell’iliade di Omero tradotta dal Monti, qualcuno mi avesse detto che le famose porte Scèe (Skai-ái), cioè porte occidentali della città di Troia, condividevano la radice con il verbo scaià del mio paese!

mercoledì 14 aprile 2021

Muzio Scevola.

 

                                       

 

   Notissima a quasi tutti gli italiani è la leggenda  di Gaio Muzio Scevola, il nobile romano il quale, intrufolatosi nel campo nemico degli Etruschi che assediavano Roma intorno alla fine del VI sec. a.C., tentò di uccidere il capo  Porsenna, come narra Tito Livio. Purtroppo il suo pugnale si infilò sulla schiena di un collaboratore di Porsenna, scambiato da lui per il re avversario.  Muzio non si perse d’animo, anzi, per mostrare tutto il suo coraggio, pose la sua mano destra, che aveva commesso lo sbaglio, sulle fiamme di un braciere ardente che era lì davanti e ve la tenne fino a quando non si bruciò interamente. Porsenna, ammirato di tanto coraggio, lo lasciò libero e fece la pace con Roma.

    Il nome del nobile romano era esattamente Gaius Mucius (Gaio Mucio), ma Mucius aveva la variante Mutius ‘Muzio’: sta di fatto, comunque, che a noi la leggenda è arrivata col nome Muzio, e non Mucio. Dopo il fatto Gaio Muzio fu chiamato Scevola (termine che deriva dal lat. scaev-u(m) ‘sinistro’) perché era rimasto solo con la mano sinistra. Tutta la leggenda in verità non si riferisce a qualche fatto  realmente accaduto, ma pare avere una forte motivazione  eziologica,  mirante a trovare l’origine del cognomen Scaevola proprio della gente Mucia. 

    Però mi pare che nessuno abbia fatto attenzione al nome Mutius ‘Muzio’ che offre un’esca prelibata alla supposizione che sto per fare: il nobile e leggendario Gaio Muzio in realtà doveva avere già la mano mozza, prima del verificarsi del famoso episodio, dato che nel latino parlato, già a partire dai suoi antichissimi tempi (VI sec. a.C)  e forse prima, doveva esistere nel latino parlato un aggett. *mutj-u(m) ‘mozzo, tagliato’, variante del classico mut-il-u(m) ‘mutilo’ e generato, credo, dalla palatalizzazione della –l-, fenomeno attestato già da epoca romana, anche se non si può escludere una diretta drivazione dalla radice mut-.  Aveva ragione Mario Alinei nel supporre che le forme dialettali sono più antiche o, semmai, coeve di quelle classiche. Ad Aielli-Aq, Cerchio-Aq ed altrove un coltello am-muzz-ìte< *ad-mutj-ite è un coltello che ha perso il filo, che taglia poco, che si è smussato, verbo anche questo collegato, attraverso il franc. mousse ’mozzo, troncato’, al lat. *mutj-u (m)  ‘mozzo’.

  La bella leggenda di Muzio Scevola, che appresi la prima volta dalla bocca della mia maestra di III elementare rimanendone colpito, si è autosviluppata certamente a partire dal nome Muzio del presunto protagonista. E questo dimostra che tutte le leggende sono, dal punto di vista linguistico, dei tesori che nascondono e contemporaneamente attestano stati della lingua, che possono raggiungere anche la preistoria.

     Ad onor del vero debbo riconoscere che nell’etimo proposto per l’aggett. mozzo da Ottorino Pianigiani (presente in rete), magistrato e linguista dell’Ottocento, si accenna anche al lat. mut-ilus nonché al lat. mutius, “usato –come lui si esprime- dai Latini solo come pronome (la  sottolineatura è mia)”.  Mi pare evidente che qui egli volesse intendere prenome invece di pronome, riferendosi al nome, però, piuttosto che prenome, Mutius ‘Muzio’.  Il prenome, secondo il sistema onomastico latino dei tria nomina, era Gaius ‘Gaio’(il nostro nome proprio); il nome era Mutius ’Muzio’ che individuava la gens cui si apprteneva (il nostro cognome); Il cognome  o soprannome era Scaevola (il nome della famiglia nucleare).               Comunque, onore e gloria al Pianigiani, spesso misconosciuto.

 

 

martedì 13 aprile 2021

Scapë-cërrà.

 

                                     

 

      Il verbo è del dialetto di Trasacco-Aq e significa ‘cimare, spuntare, togliere la cima di una pianta, colpire qualcuno in testa’.  Anche qui, come nello scapë-cioccà di Luco dei Marsi-Aq, di cui  nell’articolo precedente, si ha  la conferma  che il significato di ‘colpire’ equivale a quello di ‘tagliare, cimare’; e allora bisogna ricavarne il principio che le  due idee sostanzialmente sono le stesse, l’una derivata immediatamente dall’altra, anche se noi oggi, vittime della precisazione a tutti i costi, a cui ci ha abituati una Lingua che da millenni tende a specializzarsi, proprio per essere più aderente e chiara, siamo spesso tentati a non condividere del tutto il dato di fatto.

    Ora, nel dialetto lucano di Gallicchio-Pz si incontra l’aggettivo e sostantivo scapë-cërr-àtë ‘scapestrato, senza regole, stravagante’.  Che si tratti dello stesso verbo non mi pare che si possa negare, ma il significato è piuttosto diverso.  Dinanzi a simili casi si rimane un po’ sconcertati ma In verità la questione si può risolvere facilmente se si parte dal concetto fondamentale di “forza, spinta” e lo si cucina in tutte le forme possibili.  Il ‘colpire’ e il ‘tagliare’ trovano unità nel concetto di “spinta”, concetto che a mio avviso sta dietro anche a quello di “libero, fuggevole, staccato dalle regole”.  Uno scapestrato è libero di fare quello che vuole, rifuggendo da ogni norma, e pronto a correre dietro i suoi capricci.

     Negli articoli precedenti abbiamo sottolineato il valore di ‘forza d’urto, spinta, fretta,ecc.’ della radice scap-, scaf- presente in questa componente  scapë-, valore che deve ripetersi tautologicamente nella componente   cërr-, la quale in effetti potrebbe avere la stessa radice kers del lat. curr-ĕre ‘correre’ e dare quindi al participio passato  scapë-cërr-àtë il significato di ‘corrivo, imprudente, sfrenato, scatenato’. D’altronde anche per la prima componente scapë- abbiamo citato, vedi caso, nell’articolo Scoppola  di qualche giorno addietro, la voce abruzz. scap-ëlë che vale proprio ‘corsa’. E il significato di ‘tagliare, cimare’ del trasaccano scapë-cërrà?  La prima componente, carica della forza di cui parlavo prima, l’abbiamo incontrata più volte nel gotico skab-an ‘tagliare, raschiare’, nell’ingl. shave ‘radere’: la seconda componente –cërrà è quella del gr. kéir-ein ‘tagliare, distruggere, rodere’, lat. cari-e(m) ‘carie’.  Ora io suppongo che questi vari significati che vanno dal correre al colpire al tagliare ecc. in realtà scaturiscano tutti da quello originario di ‘spingere, far forza’ e così essi non ci dovrebbero più ingannare con le loro diversità, talora apparentemente inconciliabili, e con la loro presenza sparsa qua e là nelle varie aree indoeuropee. 

   Un’ultima interessantissima notazione circa l’origine di it. scap-estr-ato riportato da tutti al lat. capistr-u(m) ‘capestro’, sicchè lo scapestrato sarebbe chi si è liberato di un capestro che lo teneva legato, come un animale che spezza la cavezza e fugge a scavezzacollo.   Di questo abbiamo già parlato a proposito di scavezza-collo ed altre espressioni dell’articolo precedente, ed abbiamo visto che in realtà l’idea che sta dietro queste espressioni non è quella di “liberarsi della cavezza, dal cappio o dal capestro” ma quella di “liberarsi e basta”.  Anche in questo caso lo scap-estr-ato non indica chi si libera di un improbabile capestro ma chi ha un furore interno che lo eccita e persino lo fa imbizzarrire perché spinto inesorabilmente da un estro irrefrenabile. Il lat. oestr-u(m) ‘tafano, assillo, ispirazione, foga’ è traslitterazione di gr. oĩstr-os ‘tafano, passione violenta, furore’. In greco c’era anche il verbo oistrá-ein ‘spronare, eccitare, rendere furioso’ che va  a fagiolo per spiegare la seconda componente di scap-estr-ato. La prima componente è inutile che la spieghi, visto che  l’abbiamo incontrata e analizzata già diverse volte usque ad nauseam.

    Il termine estro  può sembrare alquanto strano nei nostri dialetti che usano in genere al suo posto l’espressione mosca cavallina. Ma esso doveva in antico circolare abbondantemente se si usa, o si usava fino a poco tempo fa (almeno ad Aielli, Cerchio, Celano), l’espressione cana gnèstra, cioè ‘cagna in calore’. La voce gnèstra deriva da ‘in estro’, con la caduta della vocale –i- e la palatalizzazione della –n-.  Secondo me è incerto, poi, se queste forme dialettali abbiano preso dall’italiano o non piuttosto dal proprio antichissimo retroterra linguistico: scapë-cërrà  non esiste in italiano, come pure scapë-cioccà ‘tagliare, colpire di netto la testa’ del dialetto di Luco dei Marsi-Aq, citato all’inizio.

     La vita è fatta di compromessi, così una voce come scap-estr-arsi  ha dovuto scendere a patti per sopravvivere, cedendo il suo impagabile e sorgivo estro al lat. cap-istr-u(m) ‘capestro’, come se lo spirito furioso si potesse scatenare solo liberandosi da una corda.

domenica 11 aprile 2021

Scapë-cioccà.

 


 

    Il verbo in epigrafe ci viene dal dialetto di Luco dei Marsi-Aq, e significa ‘tagliare di netto la testa’ o ‘colpire nettamente la testa’[1].  Il primo membro scapë- ormai suppongo che lo conosciamo a fondo avendolo incontrato diverse volte nei precedenti articoli, con vari significati tra cui spiccano quelli di ‘urtare’ e ‘tagliare, rompere’ connessi col got. skab-an ‘radere, tagliare’ e ingl. shave ‘radere’. 

    Il secondo membro –cioccà all’inizio ripeteva tautologicamente il significato del primo: in effetti esiste nei dialetti il verbo cioccà ‘tagliare integralmente una vite’, da cui credo si sia originato (attraverso l’inserimento di una –n- per incrocio con it. troncare) anche il centro-meridionale cionc-are ‘tagliare, segare, rompere’.  Ora l’etimo di cioccà ‘tagliare (la vigna)’ lo trascuro perché mi sembra, a lume di naso, abbastanza complesso.   Ma è fuor di dubbio che il verbo si sia incrociato con la voce dialettale (presente anche a Luco dei Marsi) ciòcca ‘testa’, apparentemente metatesi dell’altro dialettale  coccia ‘testa’. Ho detto apparentemente perché comincio a dubitare che spesso dietro queste metatesi possa starsene a dormire una radice autonoma, bella e buona, come spesso abbiamo visto succedere, negli articoli precedenti, a proposito delle false –s- sottrattive o estrattive o privative all’inizio di parola.

   Il verbo scapë-cioccà  è così molto istruttivo perché, se letto in filigrana, ci dà varie informazioni sulla sua storia, compresa quella dell’equivalenza tra tagliare e colpire: per tagliare, in effetti, bisogna premere con una certa forza e cioè colpire, soprattutto quando, nella preistoria, l’uomo ancora non possedeva strumenti affilati come i coltelli, ma solo pietre anche se levigate.

    La prima componente del verbo si ripresenta nell’aiellese-abruzzese-meridionale scapë-cull-àssë ‘scapicollarsi’, cioè ‘scendere di corsa per luoghi scoscesi, precipitarsi’ e simili.  Ora, a mio parere, dopo tutto quello che abbiamo capito, non mi pare affatto che il verbo possa derivare da capo e collo, come sentenziano i più.  Qui è presente non il capo ma la radice di scapë-  con tutta la  sua forza o spinta d’urto verso qualcosa; il collo, come tale, non c’entra per niente perché presumo che si tratti della radice di un verbo come lat. per-cell-ĕre ‘atterrare, abbattere, colpire, percuotere, ferire’, composto dalla prepos. per ‘per, attraverso’ e da un verbo non attestato nella forma semplice *cell-ĕre che pure doveva esistere.  Al perfetto la radice muta in per-cul-i ‘abbattei’, mutazione che va a fagiolo per il dialettale scapë-cull-àssë ‘scapicollarsi’, il cui secondo membro, quindi, non combacia con quello di lat. coll-u(m) ’collo’, a meno che anche la sua radice indicasse uno spingere specializzatosi  nella direzione ‘verso l’alto’ come in varie altre parole latine quali lat. coll-e(m) ‘colle’ (cfr.ingl. hill ‘colle’) e lat. colu-mn-a(m) ‘colonna’.  La spinta all’inizio poteva esercitarsi in diverse direzioni come nel lat. per-cell-ĕre ‘abbattere, atterrare’ di cui sopra.

    Naturalmente bisogna analizzare allo stesso modo l’it. scavezza–collo ‘discesa precipitosa, caduta rovinosa’ nelle cui due radici c’è, di nuovo, tutta l’irruenza possibile di un procedere furioso, e niente affatto il presunto valore specializzato di ‘romper(si) il collo’.  Attenzione! Scav-ezz-are (o scap-ezz-are) in italiano significa anche ‘potare la cima di un albero, abbattere la cima di un edificio, decapitare’, ed è fatto derivare erroneamente da it. cavezzo < lat, capiti-u(m) ‘apertura della tunica per infilarvi il capo <lat. caput’ oppure semplicemente ‘cappuccio’: insomma in questo scav-ezz-are sarebbe da vedere, secondo i linguisti, il ‘capo che viene tagliato  o rotto’  in virtù della –s- privativa e non, invece, la irruenza della solita radice scap- . Il dialettale scap-ëzz-όnë, però, significa solo ‘sberla, scappellotto violento’ nel dialetto di Luco dei Marsi-Aq [2].

    Bisogna fare molta attenzione, perché le espressioni italiane come scavezzarsi il collo o rompersi il collo, sono a mio avviso da considerare autonome rispetto a scavezza-collo ‘discesa precipitosa, persona spericolata, ecc.’ e rispetto a rompi-collo ‘ luogo scosceso, persona spericolata’.   Quest’ultimo è da intendere sempre come spinta precipitosa, perché il primo membro rompi- non ha il valore preciso di rompere, spezzare ma quello di prorompere, scagliarsi, lanciarsi  presente nel lat. rump-ĕre,lat. e-rump-ĕre, lat. pro-rump-ĕre.  Anche se sono molte le espressioni come rompi-scatole, rompi-ghiaccio, rompi-fiamma che potrebbero farci pensare il contrario; ma c’è a mio avviso una particolarità importante  che le contraddistingue: esse sono tutte inchiodate ad un significato preciso che non ci fa intravedere alcuna possibilità di considerarle come specializzazione di forme più antiche, cariche di storia, con significati generici. Esse sono, in effetti, creature in genere recenti o recentissime.



[1] Cfr. G.Proia, La parlata di Luco dei Marsi ,Grafiche Cellini Avezzano-Aq, 2006.

[2] Cfr. G. Proia, cit.

venerdì 9 aprile 2021

Scafare, scafarsi, scafato.

 

      

 

    Dalle nostre parti il verbo scafà significa ‘mutare pelo’ (detto di equini o bovini ed altri animali soggetti a tale fenomeno stagionale), oppure ‘fare il lavaggio delle pecore prima della tosatura immergendole nell’acqua di torrenti o stagni. Ha anche il senso figurato di ‘diventare più civile, disinvolto, nei rapporti con gli altri avendo acquisito una certa emancipazione e padronanza di sé’[1].  Quest’ultimo significato è presente anche nel romanesco, oltre a quello di ‘ liberare dal baccello, sgranare’.

    Ora, l’etimo del verbo sarebbe lo stesso del sostantivo dialettale scafa ’fava, baccello’ di cui abbiamo parlato nei precedenti articoli.  La s- iniziale di s-cafà, oltre ad essere parte della radice svolgerebbe contemporaneamente anche una funzione sottrattiva, proveniente dalla prep. lat. ex ‘fuori da’: il tutto significherebbe ‘cavare la fava fuori dal baccello’.  Io, però, temo fortemente che questo scafà  possa giungerci da una forma come quella del lat. ex-cav-are ‘cavar fuori, scavare’, incrociatasi colla voce dialettale scafa ‘fava, baccello’ e dando, così, il nostro scaf-are al posto dell’it. scav-are. Nel dialetto lucano di Gallicchio-Pz scafë vale ‘scavo’ e scafà vale ‘scavare’.

    Resta comunque da spiegare il significato di ‘mutare il pelo’ che difficilmente può, a mio avviso, derivare da quello di ‘sbaccellare, sgusciare’.  Per farlo bisogna ricorrere ad un valore fondamentale della radice in questione, che, come abbiamo visto in precedenti articoli, è quello di ‘spingere, urtare, cozzare, tagliare’: l’ant. slavo skuba-ti, che presenta la stessa radice di ingl. shove ‘spingere’ imparentata sempre con la radice in questione, significa proprio ‘cogliere, spennare, strappare (capelli)’ facendo capire che l’idea di “spinta” questa volta si concretizza e specializza in quella di “spennare, pelare, strappare” e “far pelare, perdere i capelli o il pelo”. Altrimenti non si spiegherebbe nemmeno il significato del dialettale scaf-etta ‘affettuoso pizzicotto dato sulla guancia’ (a Rocca di Botte-Aq)[2].

    Il verbo regionale scafarsi indica anche il rotolarsi di uccelli su terreno sabbioso asciutto, in particolare dei gallinacei, per liberarsi dei parassiti e quindi pulirsi, in un certo senso.  E qui riappare stupendamente uno dei significati base di queste radici come l’ingl. shave ‘radersi’, ad indicare l’azione dello sfregamento compiuto da questi uccelli al fine di togliersi di dosso le impurità incrostate e, anche qui, ripulirsi, in qualche modo lavarsi. Mi viene in mente il verbo abruzz. štrëc-ulà ‘stropicciare i pannolini, fregare gli occhi’, il trasaccano striquià ‘liberare dal fango secco un indumento incrostato’[3].  Il verbo è di ascendenza germanica, cfr. ted. streichel-n ‘passare sopra con la mano, lisciare’. E così abbiamo spiegato anche il significato di ‘fare il lavaggio (delle pecore)’ della radice scaf-.

    Ma non è finita. Nel dialetto di Avezzano-Aq si incontra il verbo scapà ‘togliere i semi dei cereali dai rispettivi baccelli’[4]: è lo stesso significato di scafà ‘sgranare, sbaccellare’ incontrato sopra.  Per esso ho supposto la derivazione possibile dal lat. ex-cav-are ‘cavar fuori’ ma non è escluso che sia una forma con fricativa sorda f- al posto della labiale sorda –p- di questo verbo scapà, come ce ne sono tante nei nostri dialetti, e di cui ho parlato anche qualche articolo fa.  Ma il significato originario di queste due forme non era tanto ‘togliere fuori dal baccello (scafa) i semi’ quanto quello di spingere via, strappare, estrarre’, significato che poteva andare bene anche per altre operazioni, come quella dello spennare, dell’estrarre tartufi dal suolo, del sottrarre qualcosa ad altri, ecc. e che  solo per caso, o per influsso di qualche radice che non conosciamo, si è concretizzato e specializzato in quello di ‘sbaccellare’. Spero di essere stato chiaro.

 

 



[1] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.

[2] Cfr. M. Marzolini, “…Me ‘nténni?” , Arti Grafiche Tofani, Alatri-Fr, 1995.

 

[3] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

[4] Cfr. Buzzelli-Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, senza editore, Avezzano-Aq 2002.