domenica 28 febbraio 2010

Il romanesco ecc. "sgamare" 'intuire, scoprire, capire il gergo'. Appunti alla posizione di Ottavio Lurati.

La proposta di Ottavio Lurati circa l’etimo di sgamare, giovanilismo romanesco, ma ora diffuso in tutta Italia, è certamente molto articolata e meditata anche se mostra secondo me qualche punto debole che mi permette di inserirvi quasi furtivamente queste mie osservazioni che mirano ad un’altra proposta. Chi volesse leggere il testo del Lurati, che fa parte del discorso di ringraziamento per la vincita del Premio Galilei 2003, può, cercando in Internet il suo nome, trovarlo sotto il titolo John A. Davis.
Scartata la derivazione da lat./it. squama (da cui si sarebbe formato, secondo alcuni, il verbo sgamare col sign. di ‘spulare il grano’) per la inverosimiglianza della cosa e per la scarsa vitalità gergale del termine squama, egli appunta l’attenzione sulla voce calmo nel senso di ‘gergo’(diffuso, antico e radicato) e fa derivare il verbo in questione proprio dal sign. dell’aggettivo calmo ‘quieto, pacato, tranquillo’ e quindi ‘segreto’, concetto che ritorna ad esempio in espresioni simili come fare qualcosa alla chetichella ’ cioè ‘in silenzio, di nascosto’, locuzione che parte da quieto, cheto. La voce riaffiorerebbe nel veneziano cal(u)mar ‘fare qualcosa in segreto, conseguire alla chetichella, di sotterfugio, rubare’, venez. calumarse drio a uno ‘seguire uno in segreto, pedinarlo’, venez. dar una cal(u)mada ‘ compiere un furto’ ma anche nel tipo ingalmire ‘parlare in gergo’ del Canton Ticino, Crealla (Piemonte), Bologna’. Da un tipo simile (s)galmare (Lurati non ne dà però dei riscontri) ‘parlare il calmo, il gergo, capire’ si sarebbe passati a sgamare (variante dell’Italia centrale). Si richiama il fenomeno dell’assimilazione «cui inclinano tante parlate centrali e meridionali» e si portano gli esempi di it. almeno>napol. ammeno, romanesco palma, la pianta, che dà pamma, il caso di *tolre/togliere/torre, il messinese sòddu ‘soldo’, lucano merid. upp ‘volpe’. Può considerarsi veramente insignificante il fatto che nessuno di questi esempi esibisca una consonante scempia lì dove è avvenuta l’assimilazione? In effetti a me sembra che nel centro-meridione sia la norma il raddoppiamento di una delle consonanti in casi del genere e in specie nel nesso –lm-, se si astrae dal romanesco che pronuncia scempia la -r- geminata e da alcune parlate come quella del mio paese di Aielli dove il nesso –lt- dà talora la sola –t- come in vòta ‘volta’, cótë p. pass. ‘colto’, futë ‘folto’ e il nesso –ls- dà talora –z- come in puzë ‘polso’, arcaico vuzë per it. arc. volse=volle . La forma sgamare, pertanto, potrebbe non essere il prodotto di un’assimilazione e rimandare ad altra radice che io individuerei nel dialettale (abruzzese, laziale, marchigiano, campano, pugliese, siciliano) cama ‘pula, loppa’, nel siciliano (a Francavilla) anche ‘velo che si forma sulla superficie del latte bollito’, cosa che quindi fa capire che il significato d’origine della radice doveva essere quello di ‘copertura,velatura, avvolgimento’ e simili. E allora essa doveva anche coincidere con quella di it. cam-er-ella ‘pula, loppa’, termine che è un semplice ampliamento del precedente, riscontrabile anche nel gr. kam-ára ‘camera, volta’, lat. cam-era(m) ‘volta’, lat. cam-ella(m) ‘tazza’ (considerata diminut. di cam-era(m) ma probabilmente lo era di una forma base *cama), lat. cam-ur ‘curvo, arcuato’, got. ga-ham-on ‘coprire’, ted. Himm-el ‘cielo’, ted. ge-heim ‘intimo, segreto, nascosto, occulto’ (che è fatto derivare, credo, dal ted. Heim ‘casa, patria’: ma, se ci si riflette, l’idea di casa non dovrebbe essere diversa da quella di cam-era, affine a sua volta a quella di ‘cavità, grotta, capanna’), it. cam-ice (prob. dal gr. biz. kam-asos' tunica'), it. cam-icia (dal tardo lat. cam-isiam, prob. di orig. celtica), it. gam-urra (anche camùrra, camòra, camòrra) ‘antica sopravveste femminile’, fatta derivare dubitativamente dall' arabo humur, pl. di himar 'velo da donna' . La camorra, ben nota associazione criminale di stampo mafioso, credo sia debitrice della sua denominazione alla precedente radice, che ben si adatta a designare la frode, il sotterfugio, l' agire coperto, il raggiro, l'imbroglio e la segretezza in cui essa opera. La radice, poi, è talmente profonda e diffusa da giustificare almeno la supposizione di un latino volg. *ex-cam-are ma non col senso specializzato di ‘spulare, togliere la pula (dal grano)’ come nell'abruzzese scamare, bensì con quello, probabilmente originario e più generico, che doveva essere ‘scoprire, togliere il velo, la copertura’, il quale facilmente trapassa a quello assunto da sgamare il cui valore, nel vocab. del De Mauro, è: 1) adocchiare di nascosto 2) notare, intuire, scoprire qcs. di volutamente nascosto o taciuto 3) cogliere sul fatto, beccare. Così verrà ad essere altrettanto facilmente spiegato l’altro significato di sgamare riportato dal Lurati, ossia ‘fuggire, sfuggire’. Egli lo spiega, a mio parere piuttosto artificiosamente, asserendo che «L’idea era quella dell’intuire con rapidità la malaparata e di sottrarsi destramente al pericolo che stava giungendo. Nell’un caso (capire al volo le allusioni che erano destinate ad altri) e nell’altro (sfuggire, sottrarsi destramente a uno) stava l’idea di base del farla in barba all’interlocutore. Affiorano materiali gergali che presentano non poche volte la processualità semantica: ‘capire al volo’, sottrarsi a un tizio, al poliziotto per esempio o al pericolo, (s)fuggire».
Per me, invece, lo sgamare nel senso di ‘(s)fuggire’ è semplicemente lo stesso verbo che ho proposto sopra ma usato intransitivamente, cioè un uscire dal guscio, uno sgusciare appunto (come vuole il significato generico di cama ‘involucro’), verbo quest’ultimo che talora assume proprio il senso di ‘sfuggire rapidamente e di soppiatto’. Le parole di Lurati mi pare che si dibattano nell’impossibile tentativo di enucleare da uno stesso termine due significati fondamentalmente inconciliabili tra loro come ‘scoprire, capire’ da un lato e ‘(s)fuggire’ dall’altro, se messi a contatto soltanto tramite la non necessaria connotazione, a mio avviso, dell’agire furbesco. Del resto i linguisti non recalcitrano dinanzi a simili operazioni che definirei di superfetazione interpretativa come quella che coinvolge il dialettale centro-meridionale nchianà, acchianà ‘salire’, spiegato come se si trattasse di un ‘arrivare al piano’ dopo una salita (cfr. Cortelazzo-Marcato I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, s.v. chiàna). Anche qui essi introducono una idea di troppo, quella di ‘arrivare’ che sfortunatamente non si può estrarre da quella di ‘pianura’ e che avrebbe potuto prestarsi ad indicare anche l'azione opposta dello scendere, dato che dopo una discesa ugualmente si 'arriva al piano': a me sembra assurdo e complicato un neologismo del genere e pertanto sposto alla preistoria la formazione del termine in questione che, così come lo si intende , non risponde per niente alle capacità dell'uomo onomaturgo il quale, contrariamente all'idea che facilmente ce ne facciamo, non era a corto di mezzi adatti ad esprimere le differenze di questi significati basilari di movimento in salita o discesa attinenti all'idea fondamentale e primordiale di spazio e non era costretto, quindi, a ricorrere, per esprimere un 'movimento verso l'alto', all'idea quasi opposta di 'piano' per di più soggetta a fraintendimenti. E inoltre ai linguisti sfugge, cosa gravida di conseguenze, che a Buccino, un paese del salernitano, acchiàna significa ‘in salita’, locuzione avverbiale sostanzialmente modale e di stato che esclude ogni comoda intromissione abusiva nel suo seno di un verbo di movimento come arrivare e di conseguenza inchioda a cercarne l'etimo nell’ambito della sua quiete e della sua pace. Non resterebbe, allora, che prendere atto che le interpretazioni più semplici, immediate, dirette sono spessissimo da preferire a quelle fatte di circonlocuzioni più o meno divaganti, e rassegnarsi a dare il giusto significato alle decine di oronimi italiani formati da quell' appellativo (Piano), che attendono invano giustizia da migliaia di anni nonostante la testimonianza a loro favore del termine serbocroato plan-ina ‘montagna’ e della locuzione sopra citata. Ma abbandonare le proprie convinzioni maturate in anni di sudati studi alla lucerna, e basati su una tradizione lunga e gloriosa, significherebbe provare una delusione altrettanto cocente della mancata giustizia per i monti. Tutto sommato, quindi, per non provocare e diffondere panico è meglio non sconvolgere il sonno delle quiete acque stagnanti: la quantità di gioia che proverebbe qualcuno non compenserebbe minimamente la enorme quantità di delusione di molti altri.
Una ulteriore conferma della validità della mia etimologia di sgamare può derivare dall’analisi delle voci come camuffare, sgamuffare, correnti in molte parlate italiane e che il Lurati interpreta come ampliamenti, attraverso il suffisso –offa, della base sgamare ‘capire’(proveniente secondo lui da sgalmare, come abbiamo visto), di cui ripetono l’esatto significato. «Al verbo – afferma il Lurati- venivano poi fatte percorrere delle applicazioni contestuali che lo portavano ad essere usato nel significato di ‘capire al volo’, ‘interferire col pensiero di un altro’, ‘imbrogliare l’altro’ ecc. Infine, ‘mascherare una cosa, un imbroglio’, ‘celare’: il significato che ci è noto dall’uso corrente e che è più vulgato. Ma la matrice era gergale ed era quella di calmo/calmare/sga(l)mare». A mio parere la connessione, con questi ultimi termini, delle due forme camuffare, sgamuffare ‘nascondere, coprire, mascherare’ è da scartare, come ho già detto, perchè le considero come un semplice ampliamento (comunque problematico esso stesso, perchè io tendo, per principio, a vederlo come un’aggiunta di una radice omosemantica) della base cama ‘pula, involucro’ di cui sopra anche quando esse presentano i significati figurati di ‘scoprire, capire, capire al volo, ecc.’. Se dovesse fare difficoltà il camuffare ‘scoprire, capire’ senza la –s- privativa iniziale da lat. ex-, si potrebbero ricordare le due forme it. pelare/spelare dall’identico significato.
Resterebbero ora da spiegare le restanti voci con la –l- non assimilata fatte derivare dal Lurati sempre dal termine calmo ‘gergo furbesco’ e, per quanto mi riguarda, da tenere ben separate dalle precedenti senza la -l- . Io le farei dipendere tutte dalla forma veneziana cal(u)mar ’fare qualcosa in segreto, ecc.’ sopra citata, e considererei la -u- non una sorta di vocale anaptittica ma parte integrante della radice, la quale dovrebbe corrispondere, anche se non ne sono certo, al gr. kálymma ‘velo, copertura, oscurità’, tutti significati che andrebbero a fagiolo per ricavarne gli altri di cui essa si carica nei vari contesti. Ma non rifiuterei un influsso del lat. cl-am ‘di nascosto’, da avvicinare a lat. cel-are ‘nascondere’ nè un suo accostamento al lat. calumnia ‘calunnia, raggiro’ da calvi ‘ingannare, raggirare’.
Il verbo greco kalýptō, da cui deriva il precedente kálymma ‘velo’, ha essenzialmente l’unico significato di ‘coprire, avvolgere, nascondere’, ma l’altro verbo greco kléptō, che presenta la stessa struttura consonantica ma un gioco vocalico diverso, sembra essere comunque una variante del primo se si tiene presente la sua accezione di ‘nascondere, occultare’, appunto, oltre a tutte le altre che combaciano in pieno con quelle del venez. cal(u)mar sopra citato, ossia ‘rubare, fare qualcosa in segreto, di soppiatto, abbindolare, ingannare’.
L’abruzzese calima, calimë ‘foschia afosa’(cfr. I dial. ital., cit.,s.v. calìna) ci offre l’occasione per interessanti osservazioni. Esso dovrebbe risultare dall’incrocio e sovrapposizione di due radici, una col significato essenziale di ‘velo, velatura, foschia’ da accostare al citato gr. kálymma e l’altra con quello di ‘calura, afa’ da avvicinare al lat. cal-ere ‘essere caldo, ardente’, al napol. calimma ‘tepore, calduccio’. La variante abruzzese calìna ‘foschia afosa’ ma anche, soprattutto al plurale calìnë, ‘scintille del fuoco, allucinazioni’ mostra in filigrana la stessa alternanza semantica velo, foschia/calore, ardore. E pertanto non posso condividere il parere della Marcato, estenditrice della voce in questione nel dizionario citato, che presuppone un latino parlato *calina ‘calore’ per le due accezioni. A me pare assolutamente chiaro che il significato di ‘foschia’, incluso nel termine insieme all’altro, debba essere tratto dal lat. cali(g)ine(m) ‘caligine, nebbia, offuscamento, foschia’, attraverso il fenomeno della totale lenizione della –g- intervocalica attestato in tante parole dialettali abruzzesi e anche nelle voci fullìne,fullìnie ‘fuliggine’(cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, ristampa di Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004). Ad Aielli-Aq, il mio paese, il termine suona (suonava) fijjìna con palatalizzazione della liquida laterale alveolare. Anche lo spagnolo calina ‘caligine, nebbiolina’ credo debba avere la stessa origine. Il supposto latino parlato *calina può allora giustificare solo gli altri significati di ‘afa, calore, scintilla’. Che il suddetto fenomeno della lenizione ci sia stato è definitivamente dimostrato dalla forma abruzz. f. sing. calìe (cfr. D. Bielli) ‘ caligine’, chiaramente proveniente dal nominativo lat. cali(g)o ‘caligine’, nonchè dall'altra voce calienà (cfr. D. Bielli) 'vedere confusamente come in nebbia' che richiede un lat. *cali(g)in-are, ampliamento di lat. calig-are 'essere oscuro, tenebroso, non vederci chiaro, ecc.', termine gemello dell'altro calunie (cfr. D. Bielli) 'caligine, delle giornate afose' incrociatosi con it. calura. Ma il bello è che anche la voce calìe presenta altri significati tra loro inconciliabili cioè 1) ‘vigore, lena’, 2) ‘guasto, apertura in una siepe’, 3) ‘smottamento’. Ora, il primo credo possa essere messo in rapporto, nonostante qualche apparente difficoltà, col calabrese calima ‘calma, temperamento, alimento’ (cfr. I dial. ital., cit.), che ne sarebbe un ampliamento. La calma, infatti, mi sembra qui l’attributo di chi domina con forza e costanza i suoi stati d’animo e le sue passioni, e può essere essa stessa, quindi, epifania diretta di una forza interiore . L’ alimento è l’altra faccia del vigore che fa crescere gli esseri viventi. Il secondo e terzo significato, apparentemente irrelati, credo che trovino, invece, un punto in comune nel greco khaláo ‘allentare, abbassare, cedere, aprirsi’ da cui l’it. cal-are; cfr. anche gr. khál-asma ‘interstizio, spazio vuoto, apertura, crepatura’.
Il termine gergale calmo ‘gergo’ che Lurati, senza tentennamenti deriva dall’aggettivo it. calmo, anche se ne dà una spiegazione per il vero abbastanza consequenziale, a me sembra tuttavia che si presti anche ad altra interpretazione, diversa e forse più convincente anche di quella da me data più sopra che ne fa seguire il destino di venez. cal(u)mar, se lo si collega con il lat. carmen ‘canto, suono, poesia, formula magica, incanto, testo,ecc.’ per via del facile e diffuso scambio l/r seguiti da consonante, ma soprattutto perchè si incontrano in abruzzese diverse voci chiaramente legate ad esso come ciarmà ‘aggirare, ingannare’, ciarmatare ‘ciurmatore, ciarlatano’, ciarme ‘parlare insinuante, al fine di ingannare’ tutte influenzate nella pronuncia dal francese charme ‘incanto’, se non derivate direttamente da esso. E’ un fatto, però, che si incontrano in abruzzese anche altri termini legati ai precedenti ma con significato un po’ diverso come ciarmarécce ‘cicaleccio, bisbiglio, passeraio’ , ‘nciarmà ‘barbugliare (degli ubriachi), incantare’ e infine l’aiellese ‘ngiarmuttà ‘dire parole incomprensibili, farfugliare’ (forse incrociato col lat. mutt-ire ‘borbottare’). La mia idea è che questi significati, che insistono sul ‘risonare, rumoreggiare, cicalare, parlare in modo confuso’, non sono da considerare per forza uno sviluppo successivo del significato di ‘formula magica’ (e per questo oscura) incluso nel lat. carmen, ma che essi lo hanno affiancato fin dall’origine nei dialetti, come secondo me sta ad indicare l' altro suo significato di suono che è d'altronde quello del suo etimo corrente *can-men (cfr. lat. can-ere ‘cantare’). Così il lat. carmen dovette fin dagli inizi indicare un linguaggio particolare ed oscuro, un gergo, appunto, arrivato fino a noi nella veste di calmo vicina a quella originaria, ma un po' lontana, nella pronucia, dalle forme influenzate dal francese charmer riguardanti in genere solo il significato di ‘incantare, ammaliare, imbrogliare’ diffuso mi pare in tutta Italia. In Abruzzo l’influenza si è estesa anche alle forme avvicinabili a calmo per il significato.
Il verbo antiquato ciurmarsi ‘ubriacarsi’, derivato come il verbo ciurmare ’raggirare’ dalla forma ciarmare per influsso di it. ciurma, nasconde a mio avviso, dietro la facciata, il greco khárma ‘gioia, piacere’, termine del tutto adeguato a significare l’eccitazione e l’ebbrezza date dal vino, concetti abbastanza diversi da quello di malia, incanto. Ecco perchè l’abruzz. ‘nciarmà sopra citato, che doveva avere inizialmente solo il significato di ‘incantare, farfugliare’ ne acquisisce anche l’altro, come valore aggiunto, di ‘farfugliare degli ubriachi’: l’incrocio con altro verbo poi caduto in disuso o trasformatosi nel ciurmarsi ‘ubriacarsi’ di cui sopra, ha determinato l’ampliamento del suo significato.
Infine ritorno sul calabrese calima ‘calma, temperamento, alimento’ perchè credo di poterlo proficuamente confrontare con una voce ricorrente (un tempo) nella parlata del mio paese, e cioè con il verbo pronominale scalmàsse<*scalmarse ‘ perdere vigore, vapore, qualità, temperamento’, detto ad esempio del vino lasciato in una bottiglia o fiasco senza turacciolo: l’anima tutta del vino si sarebbe volatilizzata attraverso la bocca del collo priva di tappo. Questo significato è in perfetta armonia con quelli del termine calabrese che parla di temperamento e calma, la quale ultima deve essere vista, allora, in questo contesto come la qualità di chi riesce attivamente a temperare e dominare i suoi istinti e non come riflesso magari di una indole placida, apatica, inerte . L’altro suo significato di ‘alimento’ depone a favore di questa analisi. E mi viene allora anche il sospetto che l’etimologia corrente dell’italiano calma non sia corretta perchè il termine da cui esso è fatto derivare, il tardo latino cauma ‘forte calore’ dal gr. kaûma ‘ardore (del sole)’ può legittimamente rendere conto solo del ‘caldo’, appunto, non anche della quiete di tutti gli elementi della natura che spesso lo accompagna (calma), la quale mi pare possa trarre alimento, invece, proprio dall’antichissima voce calabrese cal(i)m-a, che fa il paio con quella dell’aiellese s-calm-àsse. Anche l’adagio popolare la calma è la virtù dei forti conferma questo antico nesso tra la forza e la calma. Ma quanto sia difficile a volte tracciare confini netti tra una forma e l'altra ce lo fa pensare l'abruzzese (cfr. Bielli) scalemarse 'scalmanarsi' , significato che indica un 'agitarsi, sudare (per calore o altro )' - e si spiega come un 'perdere la calma' - ma che sconfina anche nel campo semantico del 'calore' e della 'sete', come nell'abruzzese (cfr. Bielli) scalemarìe 'gran sete'. La radice sembrerebbe così riavvicinarsi all'idea di 'calore' che abbiamo scartata come etimo: ma questo non è sufficiente a farci cambiare idea sul percorso che ne abbiamo tracciato perchè l'idea del 'calore' è qui secondaria e favorita anche dall'incrocio di cal-ma con la radice di cal-ore. La spiegazione etimologica di tutti questi termini a mio avviso potrebbe avvitarsi ancora su se stessa quando si riflette che la forza che controlla le pulsioni dell'istinto, cioè la calma, è identica a quella che alimenta le stesse pulsioni e lo stesso calore. Tutto si tiene. Ma questa è un'altra storia, poco digeribile per i più.

martedì 16 febbraio 2010

I nomi composti tautologici che sfuggono ai linguisti

Sempre spigolando qua e là dal libro Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera di Remo Bracchi, si possono fare osservazioni di notevole interesse. A p. 295 egli cita alcuni termini dialettali dell’area della Valtellina per ‘testicoli’ come livign(ese) balùsc’tri, tart(anese) balaǘstri che richiamano il mil(anese) romp i balauster ‘rompere i corbelli’, bres(ciano) balaöster ‘testicoli’, ecc. e suppone che queste voci siano una deformazione di bàla ‘testicolo’ che viene indirizzata verso il termine balaustra per ragioni eufemistiche. Io invece penso, per i motivi che dirò più sotto, che tra la bala e la balaustra ci sia una distanza quasi incolmabile se non interviene anche qualche altro fenomeno a favorire la presunta trasformazione. Un identico problema si profila a proposito di porta e portoghese nell’espressione idiomatica fare il portoghese che, secondo il linguista Ottavio Lurati, si sarebbe formata scherzosamente partendo dall’altra espressione entrare a pporta rotta (entrare a spettacolo iniziato) in uso nell’ambiente teatrale romano. Cfr. per una disamina più esaustiva l’altro mio articolo Fare il portoghese presente nel blog.
Subito dopo, il Bracchi cita il borm(iese) döi de agósc’t ‘testicoli’, albos(aggese) i du d’agóst ‘testicoli’ , ven(eto) dó de agosto ‘testicoli’. Ho trovato l’espressione anche ne I dialetti italiani , UTET, 1998, dove si elencano le varie spiegazioni date, tutte più o meno inattendibili, come riconosce lo stesso estensore della voce, M. Cortellazzo. Esse sono: l’influsso del mese sull’organismo; un doppio senso con ‘gusto’ ;la sovrapposizione di due palle nel numero 8, che indica il mese;e, infine, la piacevolezza del comando dato [da Napoleone] ai soldati francesi dai calzoni attillatissimi di sistemare ‘les deux à gauche’ (i due a sinistra). C’è però anche da notare che in quel giorno, in quasi tutto l'arco alpino, si celebrava tradizionalmente la festa degli uomini durante la quale si infiocchettavano con un nastro gli organi genitali, riprodotti col legno o con altro materiale, e si portavano in giro dappertutto: sicchè non mi sembra fuori luogo pensare che agosto dovesse significare in epoca preistorica proprio ‘testicolo’, organo importante per la mentalità primitiva che poteva essere fatto oggetto di venerazione e essere portato in processione come avveniva per le famose feste greche delle falloforìe, dove erano gli organi genitali maschili, i falli appunto, ad essere oggetto di venerazione, come simboli di fertilità. La festa degli uomini, per le sue caratteristiche pagane e precristiane, risaliva certamente alla preistoria, anche se la fissazione della data al 2 agosto sarà avvenuta successivamente alla riforma giuliana del calendario, e a quella in cui l’antico mese sestile prese il nome di Augustus (8 a.C.), in onore del grande imperatore. In internet ho trovato la pagina di un tale che attesta l'espressione le due (palle) di Augusto, variante dell'altra di cui si discute, usata nel suo paese in provincia di Torino: l'espressione conferma, come ho sostenuto più sopra, che bisogna partire, per spiegare tutta la faccenda, dal significato originario di 'testicolo' del termine agosto, di cui potrei tentare anche l'etimo ma preferisco non farlo e tiro solo in ballo l'espressione sant'Agost-ino che indica una varietà di olive coltivata nelle province di Bari e Foggia. E in effetti, tornando alla voce balaùstro ‘testicolo’, mi pare necessario supporre che essa debba essere considerata il risultato della saldatura dei due termini per ‘testicolo’ citati dal Bracchi, ossia bal(a) + a(g)usto combaciante perfettamente con la radice greca di balaùstro (gr. balaústi-on ‘fiore e frutto del melograno’), risultato che si sarebbe senz'altro raggiunto anche attraverso la sola l'etimologia popolare. La caduta della velare sonora intervocalica è un fatto normale in molti dialetti come in quello del mio paese di Aielli (aùstë=agosto) per non parlare del francese août ‘agosto’. Sarebbe così dimostrato che non si può parlare di deformazione della sola base bala ‘testicolo’, bensì del concorso di due termini omosemantici nella formazione del composto bal-aùst(ri) ‘testicoli’. Sarebbe stato più naturale deviare il termine interdetto verso la parola bal-estra, ad esempio, che indica uno strumento effettivamente soggetto a rotture molto più facilmente di un balaustro, il quale deve temere solo l'usura del tempo. Nel mio paese il termine balaustro non esisteva nemmeno, trattandosi di un elemento architettonico considerato di lusso diffuso essenzialmente nelle città: da noi esisteva solo il termine palalùstra (balaustra), evidente neologismo, riferito al parapetto della piazza principale del paese costruito negli anni del fascismo, con riquadri contenenti raggi a stella in cemento, che davano l'idea impropria di una balaustrata. Anche la motivazione dell' eufemismo non mi pare pertanto ammissibile. O, piuttosto, si dovrebbe dire che il composto, nato senza alcun intento eufemistico, lo è diventato casualmente, involontariamente (Saussure è grande!) nel più recente strato linguistico. Quasi le stesse cose, vedi caso, sostengo a proposito del portoghese di cui sopra.
Interessantissima mi pare la nota 172 della stessa pagina 295, in cui si afferma che il LEI (4. 673) classifica ora il milanese balaùster m. pl. ‘masserizie’ sotto la base *bal(l)- ‘corpo di forma tondeggiante’. Siccome mi sembra impossibile che il concetto di ‘masserizia’ possa essersi sviluppato direttamente da quello del balaùster ‘testicolo’, è allora da concludere che i due concetti si sono evoluti in tempi remoti da uno precedente e più generale di ‘rotondità, corpo rotondeggiante’, di qualsiasi grandezza. Se è giusto questo etimo di balaùster 'masserizie' la necessità di ricorrere alla deformazione eufemistica di bala, per spiegare i bala-uster 'testicoli', viene di conseguenza a sfumare. Anche i corbelli, usati per 'testicoli', mi sembrano uno pseudoeufemismo ossia un eufemismo involontario. Il significato di lat. corb-em, in effetti, non va oltre il concetto di 'cesta', recipiente fatto di vimini, il che francamente non quadra molto col significato di 'testicolo' che dovrebbe sostituire. Diversi altri termini potevano prestarsi meglio a sostituire eufemisticamente il concetto di 'testicolo', come globo, globulo, sfera, coppa, coppetta, borchia, ecc. Di conseguenza vedo operante, dietro il lat. corb-em 'cesta', il concetto più generico di 'rotondità, curva' rintracciabile anche nel gr. kyrb-is 'tronco piramidale ruotante, su cui venivano scritte le leggi ad Atene', nel gr. krob-ylos (con metatesi) 'nodo di capelli sulla sommità della testa' oltre che nel lat. curv-us 'curvo'. Pertanto, se non ci si lascia incantare dal significato d'arrivo del latino corb-em 'cesta', non sarebbe proprio uno sproposito supporre in epoche lontane un suo significato diretto di 'testicolo, palla', che poi è andato perduto, come succede spesso nella storia delle lingue, ma è rimasto nascosto sotto quello di 'cesta, corbello', che ha avuto il sopravvento e che ha causato lo pseudoeufemismo di cui si parla. Le parole, viste diacronicamente, mostrano via via in filigrana, a seconda dei contesti e gli strati linguistici in cui vengono a trovarsi, un tessuto vario, cangiante, trascolorante non solo per l'influenzarsi, incrociarsi e sovrapporsi a vicenda ma anche, a mio parere, per il loro diramarsi da un significato generalissimo d'origine. Come risulta per i nomi dei piccoli animali (cfr. l'articolo I nomi dialettali dei piccoli animali...) non si può fissare un significato unico e specifico per i vari concetti che, a mio parere, sono tutti intercambiabili e sostituibili, essendo fatti della stessa iridescente materia. La lingua ci fa credere che le parole siano nate per questo o quel concetto, ma si tratta in effetti di una fatale impressione causata dalla nostra condizione di dover solitamente osservare le parole come se fossero fotogrammi isolati e fissati per sempre, senza poterne cogliere agevolmente le piccole, vicendevoli differenziazioni man mano che si succedono nei secoli, e per di più senza poterli coinvolgere in un rapido movimento suscitatore dell'illusione cinematografica la quale ne confermerebbe la validità delle concatenazioni , nonostante i salti semantici, spesso giganteschi per un occhio poco educato, che possono immediatamente distanziare nella pratica della lingua due termini corradicali, come ad esempio il lat. curv-am 'curva' e lat. corb-em 'cesta'. Date queste premesse mi azzardo a dare una spiegazione di testicoli diversa da quella canonica che li considera animisticamente 'testimoni' dell'atto sessuale: cfr. lat. testi-culu(m) dim. di test(em) 'testimone, testicolo'. A me pare che il termine inizialmente dovette essere imparentato con lat. testa, prima 'guscio di tartaruga, conchiglia' e poi 'vaso di terracotta, coccio, ecc.' (una rotondità, dunque). Man mano che la cultura animistica cedeva il passo ad una visione più razionale delle cose, il termine testa generico per 'guscio' dovette laicizzarsi molto prima di quello simile o identico per 'testicolo' il quale, per la sua enorme importanza procreativa e per le molte leggende e storielle a cui dovette folcloristicamente dar vita, continuò ad essere considerato come 'essere vivente' e quindi era più credibile in qualità di testis 'testimone' che come semplice 'rotondità': a questo punto il termine per 'testicolo' dovette confondersi fatalmente con quello molto simile per 'testimone'.
La questione diventa ancora più intrigante se si introduce l'altro termine volgare per 'testicolo' ossia coglione, da lat. volg. coleone(m), class. coleus 'testicolo', considerato di etimo incerto, anche se a me pare appartenere alla famiglia di gr. kole-os, kole-on, kule-on 'fodero, guaina', gr. kol-on 'budello', lat. culleu(m), culeu(m) 'sacco', serbo-croato kola-ti 'circolare', kolo 'ballo a tondo', tutti concetti che fanno capo a quello di 'avvolgimento, rotondità, cavità'. Seguace fedele del principio della casualità ed automatismo originari delle forme linguistiche, come voleva il Saussure, considero pertanto la parola testi-culu(m) 'testicolo' un falsissimo diminutivo, e credo che l'elem. - culu(m) sia imparentato con i precedenti termini. Si tratta, insomma, di un semplice nome composto di due membri tautologici per 'testicolo'. Non è difficile notare di straforo come il lat. culu(m) 'ano' sia anch'esso del gruppo delle 'rotondità, cavità' come ci aiuta a capire anche lat. cul-ullu(m), cul-illa(m) 'grossa tazza', nonostante i suffissi qui usati siano normalmente di valore diminutivo, ma anch'essi allora non ce la raccontano giusta la loro origine e la loro storia.

giovedì 11 febbraio 2010

Come intendere l'animismo attraverso i suoi riflessi nelle parole

Per tentare di capire come vada inteso l’animismo che traspare in alcune parole dialettali, riporto un brano del libro di Remo Bracchi Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera, p. 29.

« Al ‘vento freddo del nord che spira in primavera’ è stato assegnato nel Surselva il nome inquietante di mazzacàuras, ossia di ‘ammazzacapre’ (NVS, 154), che trova un lontano riscontro nel laz. (Vico) scortëcacàprë ‘vento freddo di tramontana’ (Jacobelli, 236) e nel fogg. (S. Marco in Lamis) scorciacràpe ‘grecale, vento impetuoso e molto freddo proveniente da nord-nord-est’ (Galante,706), a Trinitapoli scörciacröpe ‘scortica capre,vento freddo e secco’ (Elia, 727), con l’analogo pelajàtte ‘vento molto freddo’ (Galante, 563), contrassegno di un antico sostrato culturale, di riecheggiamento animistico ».

Mazza-càuras sembrerebbe proprio un composto costruito apposta per il concetto che esprime, contraddicendo il principio più volte da me ricordato (cfr. gli articoli I nomi dei piccoli animali... e Fare il portoghese) ma vi sono almeno due indizi che ne mettono in dubbio la validità. Primo, perchè il vento dovrebbe ammazzare solo le capre tra i numerosi altri animali che dovrebbero subire la stessa sorte impietosa? Secondo, e più cogente indizio è il fatto che in latino si conosceva il vento Caurus o Corus, il quale dovrebbe qui rompere così la solidità del sigillo che marchia univocamente il significato del composto verbo-sostantivo: l’elem. –càuras non avrebbe indicato, all'origine, le ‘capre’ come invece fa oggi nel dialetto del Surselva (Grigioni) ma sarebbe il camuffamento (non troppo riuscito stavolta) proprio del Caur-us, vento freddo di nord-ovest, corrispondente all’attuale Maestrale. Il quale ultimo, etimologicamente, si scompone in magis-tr-alis, con l’elem. mag-is che riporta all’idea di ‘grandezza,forza’ (cfr. gr. még-as 'grande, forte, ecc.'), quella forza costitutiva in questo caso (sempre a mio parere), non del ‘vento freddo del nord’, come pure parrebbe evidente, ma del concetto stesso di ‘vento’, specializzatosi poi ad indicare quel vento particolare. Il vento è qualcosa di animato e non per nulla in greco esso suona ánemos ‘vento’ corrispondente ai lat. anima, animus. L’elem. Mazza- , oltre a richiamare l’altro composto dialettale mazza-morello (con molte varianti) ‘incubo, spirito, folletto’ ma anche ‘vortice di vento’, potrebbe essere il risultato di un ampliamento della sopra citata radice mag- incrociatasi con lat. mact-are 'uccidere' e con it. ammazzare . Ma potrebbero darsi anche altre soluzioni come quella di richiamare il ted. Matz, nome di svariati uccelli, o il ted. Mut 'animo, coraggio', got. moths 'coraggio, ira', da una radice *mat: si pensi alla furia di certi venti invernali. Una riflessione oltremodo interessante è la seguente. L’elem. –càuras, nel significato di 'capre', potrebbe essere sì voce dialettale, ma non proveniente direttamente dal lat. capras, bensì da una lingua preistorica con almeno quel termine comparabile con il latino. Perchè il Caur-us e la capr-a sono termini intercambiabili per esprimere la medesima cosa: essere vivente, animale (cfr. ted. Hauer 'porco, cinghiale', da *Kauer, simile al gr. kapr-os 'cinghiale' e lat. capr-a). Così l’uomo primitivo li sentiva e li rappresentava nella lingua.
Mi sembra che il Bracchi, quando più sopra parla di ‘riecheggiamento animistico’, non intenda il fenomeno così come l’ho descritto ma solo nel senso che questi nomi di venti, intesi paurosamente come vuole il loro significato di superficie, attribuiscono a questi fenomeni atmosferici un comportamento simile a quello di esseri viventi. Ma qui si annida l'errore! gli etimi, se rettamente intesi, ci dicono che l'uomo primitivo considerava queste entità non simili ad esseri viventi ma esseri viventi a tutti gli effetti.
La forma scortëca-caprë la riterrei composta di tre elementi, (s)cor-tica-capre. Il primo è sempre il nostro Caur-us o Cor-us, il secondo –tica- è da collegare al ted. ziehen ‘tirare’ imparentato col lat. duc-ere ‘condurre, trarre’ (cfr. del resto l’espressione ted. es zieh-t = c’è corrente d’aria, ted. Zug 'corrente d'aria'). Se teniamo presente che il ted. Ziege significa ‘capra’, quindi un’altra anima, ci accorgiamo di avere a che fare con un composto tautologico trimembre per ‘capra’, come succede per alcuni termini greci quale kolo-kordó-kola ‘interiora’ i cui tre membri singolarmente hanno sempre lo stesso significato. La forma scorcia-cràpe presenta forse un’abbreviazione nel primo membro rispetto alla precedente, con influsso di it. scorza, da lat. scortea 'pelliccia'.
Il sintagma pela-jatte 'vento molto freddo' dovrà essere risolto con lo stesso ragionamento: –jatte (gatto) è quel soffio vitale ripetuto anche nell’elem. pela-, una probabile variante di lat. fl-are ‘soffiare’, ingl. bl-ow ‘soffiare’. La radice ricompare, in forma un po’ diversa, nel diffuso dialettale fil-ipp-ina ‘spiffero, vento freddo’. Un chiaro indizio del valore della componente -ipp- ci è fornito dal nome Ippote, padre di Eolo, signore dei venti, e dal termine lat. hipp-alus 'vento dell'ovest'.
L'idea di 'vento' coincide nel profondo con quelle di 'soffio, spirito, vapore, nuvola, nebbia,ecc.' e per questo motivo io vedo il pela-jatte precedente strettamente collegato con i vari termini citati dal Bracchi a p. 62 come gatina, (a Grosio) 'nebbia condensata, brina che imbianca gli alberi' (alla lettera 'gattina, micetta'), gatina (a Tresivio) 'nuvola', gatina (a Teglio) 'nebbia che si alza dalla valle verso sera e annuncia un peggioramento del tempo'. Il Bracchi pensa naturalmente che questi nomi siano stati coniati dalla fantasia dei valtellinesi ed abbiano un senso traslato oltrechè un sentore di animismo, non giustamente inteso, come abbiamo già visto.
Interessante è anche l'etimo della parola zebra, messa in relazione col vento Zefiro, inizialmente vento freddo del nord, poi vento primaverile dell'ovest. Correva nell'antichità la leggenda delle cavalle fecondate da Zefiro, come dimostra anche il v. 150 del l. XVI dell'Iliade, il quale afferma che i cavalli Xanto e Balio di Achille erano stati generati a Zéphyros dall'arpia Podarge. Ora sta prendendo piede l'etimo che deriva zebra da un lat. parl. *ecifera(m) per il class. equifera(m) 'cavalla selvaggia' attraverso lo sp. zebra. Debbo riconoscere che questa è una buona etimologia anche se, in ottemperanza al principio secondo cui quanto è stato elaborato in antico in termini di folclore e mito trae origine prioritariamente da qualche base linguistica (v. l'articolo I nomi dei piccoli animali, insetti...), non posso accettarla e credo che sia esistito da qualche parte un nome dialettale di animale corrispondente, all'origine della leggenda. Lo dimostra in qualche modo il nome simile di zeba 'capra' giudicato mediterraneo.

mercoledì 27 gennaio 2010

I nomi dialettali di piccoli animali, insetti, uccelli come specchio delle paure da essi suscitate nell'animo umano?

Il modo solito di spiegare i nomi dialettali degli animali da parte dei linguisti mostra, secondo me, alcuni punti deboli che è molto interessante analizzare. Prima di tutto sarebbe assolutamente necessario, come punto di partenza, acquisire il convincimento che i nomi composti da due o più elementi ripetono tautologicamente lo stesso concetto relativo all’animale designato, anche quando i significati di superficie sembrerebbero negarlo. Dinanzi a un nome sardo del pipistrello come passera tolta o passali toltu non si può pensare che il significato di superficie di 'passera/o storta/o' possa essere preso per buono, se non altro per la stranezza stessa del significato che vorrebbe contrabbandarci l’idea che il pipistrello è come un passero dalle forme distorte, storpiate. Non si può pensare che qualcuno abbia inventato su due piedi una definizione improbabile come questa abbandonando per di più anche l'eventuale nome precedente dell'animaletto. In realtà mi sembra molto più naturale supporre in primo luogo che sotto il presunto aggettivo tolta ‘torta’ si nasconda invece un altro nome d’uccello corrispondente al lat. turdus ’tordo’, che in alcune zone della Sardegna suona tuldu, molto vicino a toltu ‘torto’ ( cfr. alcune forme pugliesi per 'pipistrello' come turtu-vagghia, turtu-egghia) , ma con ciò avremmo ancora una definizione poco chiara per il "pipistrello", perchè essa esibisce due nomi di uccelli che poco hanno a che fare con l'animale e che, anzi, sembra costituire un problema più grave rispetto alla precedente, tanto è vero che anche l’etimologia popolare ha preferito la prima definizione alla seconda, che pure era quella che essa si trovava davanti prima di intervenire per cambiarla. Il fatto è che, secondo me, il raddoppiamento di nomi era un meccanismo che la Lingua si trascinava da epoche primordiali, quando essa aveva bisogno di raddoppiare, triplicare, quadruplicare i monosillabi iniziali per differenziare le parole tra loro e facilitare la loro funzione distintiva, essenziale per una efficace comunicazione tra i membri di una comunità parlante. Questo è il motivo per cui ancora oggi, soprattutto in lingue germaniche, abbiamo dei termini composti i cui componenti presentano separatamente sempre lo stesso significato prodotto dal loro insieme come Gockel-hahn ’gallo’, Giebel-zinne ‘pinnacolo’, Senke-grube ‘pozzo nero’. Molti di questi termini tautologici, incorsi successivamente nel meccanismo dei composti germanici formati da un determinante e un determinato, si sono prestati a cambiare il significato del primo membro (determinante) ogni volta che questo andava a coincidere, nel significante, con altro termine dal significato diverso generando così i diffusi composti germanici caratterizzati da determinante + determinato. E’ il caso, mi sembra, di ted. Kriegs-hafen ‘porto militare’, letter. ‘porto (-hafen) di guerra (Kriegs-)’, che nel primo elemento credo nasconda un termine come l’ingl. creek ‘piccola baia, insenatura’, dato che un porto militare resta tale anche in tempo di pace e pertanto non giustifica a pieno un suo nome centrato sulla guerra ; di ingl. crow’s nest ‘coffa’, letter. ‘nido del corvo’ il cui primo elem. crow 'corvo' nasconde il significato del secondo elem. di ted. Mast-korb ‘coffa’, letter. ‘cesta (-korb) dell’albero(Mast-)’. Qui bisogna trarre in ballo i lat. corb-is ‘cesta’ e corv-us ‘corvo’, imparentati con i rispettivi termini tedesco (korb) e inglese (crow) e facilmente confondibili tra loro, per capire cosa possa essere avvenuto nella probabile espressione inglese *corb-nest con valore originariamente tautologico (cesta, cavità, nido) dei due elementi: la trasformazione del significato del primo (cesta) in quello del termine simile subentrante crow (da lat. corv-us) 'corvo' . Ora, tornando a passera tolda ‘pipistrello’ e riflettendoci un po’ sopra in base a questi meccanismi di formazione delle parole, dobbiamo trarne la conclusione che un nome simile trova la sua giustificazione solo se si suppone che le due componenti non avessero i significati che esse mostrano in latino e cioè ‘passero/a’ e ‘tordo’, e che quindi esse furono usate in questo caso per indicare il pipistrello già nella lontana preistoria. Bisogna anche pensare che, all’origine, queste componenti avessero un unico significato generico di ‘volatile, uccello’ e, più in profondità, quello di ‘essere vivente, animale’ successivamente specializzatosi a designare animali diversi. Per questi motivi non posso accettare le spiegazioni che solitamente i linguisti danno per simili nomi, ricorrendo a motivazioni di natura psicologica o superstiziosa o culturale-ideologica. Remo Bracchi (i), dinanzi al senso di perplessità che taluni di questi nomi (provenienti dalla valle dell'Adda e della Mera), come quelli relativi alla libellula o cavalocchio spesso generano nella mente dell' etimologo, recide il nodo gordiano affermando che “ la forma a chiodo del corpo, la rapidità fulminea del volo, la sagomatura delle ali a lame vibranti, l’imprevedibilità degli spostamenti nell’aria ha colpito incisivamente la fantasia degli antichi, che hanno attribuito all’innocente bestiola un potere demoniaco...” e così si toglie bellamente d’impaccio con una certamente accattivante riflessione anatomo-eto-psicologica che sembra essere inconfutabile ma che invece, a mio parere, mostra tutti i segni di una aleatorietà di fondo se non di una vera e propria improbabilità: tutte le volte, infatti, che io e mio fratello ci imbattevamo nell'insetto in campagna, negli anni lontani della fanciullezza, restavamo estasiati dinanzi alla sua suprema eleganza di forme e di movimenti , per nulla intimoriti da esso, anche perchè nel nostro dialetto non esisteva, che io sappia, un suo nome specifico e questo ci impediva di essere vittima del pregiudizio indotto proprio dai nomi del tipo cavaöc’ ‘cavaocchi’, mazzacavàls ‘ammazza cavalli’, caballito del diablo ‘cavallino del diavolo’ che il Bracchi cita per la libellula. Nomi simili hanno naturalmente generato dicerie sulla pericolosità dell’insetto e forse un senso sconsiderato di timore presso la gente la quale, però, non poteva non restare comunque ammirata dell’animaletto che sapeva, per esperienza, innocuo in fin dei conti. Esiste dunque un enorme iato tra la bellezza e la innocuità della libellula da un lato e i nomi minacciosi che essa talora porta dall’altro, che non può essere colmato partendo comodamente dai significati di superficie di detti nomi. Anche perchè il tipo cavaocchi interessa non solo gran parte dell' Italia del nord ma anche ampie zone dell'Italia centrale, il che impedisce di pensare che l'espressione, formatasi magari miracolosamente in una comunità, si sia poi diffusa in un'area così vasta, nonostante l'incredibilità del significato che proponeva per la libellula; e non si può d'altronde assolutamente ammettere che l'improbabile meccanismo paurosità-nome sia scattato ripetutamente come qualcosa di automatico, e non invece di eccezionale, nelle numerose zone interessate. Una spiegazione più razionale e naturale al tempo stesso la si può ottenere inserendo questi nomi negli schemi dei composti sopra accennati. Allora sì che potremo liberarci dall’ossessione subdolamente indotta dai significati di superficie ritenuti in genere di origine medievale, al massimo dell’evo antico, come se la gente di campagna fosse un’invenzione piuttosto recente e non avesse sudato e sofferto lavorando la terra o allevando pecore fin dalla preistoria, dalla quale avrà portato con sè tanti nomi di insetti, animaletti, i quali, proprio per la loro mancanza in genere di ogni valore economico e commerciale, potevano sfuggire alla pressione della omologazione linguistica che inevitabilmente si verificava ad ogni cambio di civiltà per gli altri animali per i quali soprattutto si doveva avvertire l'esigenza di adottare i nomi ufficiali circolanti in un più vasto territorio. I nomi della libellula o della mantide, invece, potevano continuare a vivere indisturbati, diversi magari da comunità a comunità, attraverso strati linguistici successivi, non solo perchè essi erano di nessun interesse pecuniario ma anche perchè i nomi rispettivi nelle nuove lingue dominanti probabilmente, per le medesime ragioni, erano poco conosciuti da chi era costretto ad apprenderle alla meno peggio per necessità . E' naturale poi, a mio parere, che i nomi provenienti da strati linguistici precedenti andassero ad incrociarsi con quelli dell'ultimo strato e producessero quegli effetti e riverberi che agli occhi dell'osservatore moderno possono sembrare di natura totemica (si pensi ai nomi nonno, padre per alcuni animaletti) o tabuistica ( focu e fiamma per la 'volpe' in Sardegna ma anche, in definitiva, il tipo cava-occhi per la 'libellula' che potrebbe sostituire il vero nome tabuizzato) o altro. Io sono fermamente convinto, invece, che in questi casi tutto ciò che è inteso come genericamente culturale ha un'origine prettamente linguistica. Gli uomini del lontano passato, ad esempio, che si ritrovavano nel loro vocabolario un nome per il 'picchio' significante letteralmente 'nonno', erano naturalmente spinti ad adorare l'uccello come tale, visto che d'altronde per la mentalità primitiva tutti gli esseri viventi e persino le cose del mondo inorganico erano sacre e divine. Sotto quest'angolo visuale perde la sua forza, a mio avviso, anche l'approccio magico-religioso con cui si cerca (v. Mario Alinei) di spiegare questi nomi: sono al contrario i nomi stessi, provenienti dalla preistoria e incappati negli incroci di cui sopra, che alimentano e sostengono la mentalità magica. A mettere in dubbio il ragionamento di Bracchi e quelli simili di altri linguisti basterebbe la semplice osservazione che in Sardegna si incontra, per la libellula e la mantide, un nome come caddu de Deu ‘cavallo di Dio’ che di certo avvalorerebbe il mio ragionamento sulla bellezza della libellula, se non vi si opponesse il fatto che il sintagma indica anche la 'mantide', che non è animale ugualmente affascinante e veloce, e il fatto che si incontra anche l’altro sintagma dal significato opposto cabaddu de dimonio, sempre per la libellula e la mantide, la quale ultima non mi pare possa suscitare, per la sua lentezza nei movimenti, nemmeno la spaventosa pericolosità attribuita alla libellula. Come si può agevolmente vedere, seguendo i suggerimenti e il metodo di questi illustri studiosi, non riusciremo a trovare una soluzione valida per tutti i casi, contravvenendo pertanto ad uno dei princìpi fondamentali per ogni teoria secondo Einstein: non contraddire mai i fatti empirici e assicurare una applicabilità la più vasta possibile. Oltretutto mi pare che essi non traggano le dovute conseguenze da quanto la recente ricerca in Europa (cfr. l' Atlas Linguistique Roman, IPZS, Roma), ma soprattutto nell'area romanza, ha potuto stabilire sui nomi dialettali dei piccoli animali, i quali risultano avere in genere motivazioni e nomi ricorrenti e intercambiabili per tutti, come dimostrano i due esempi più sopra addotti, indipendentemente dalle loro caratteristiche o dalle loro funzioni e comportamenti, veri o fantasiosi che siano. Al punto tale che non può individuarsi un nome specifico per ogni animaletto, essendo i vari nomi distribuiti secondo percentuali quasi prevedibili per ogni animaletto preso in considerazione. Da questo fatto statistico incontrovertibile secondo cui non pare sia mai esistito, all'origine, un nome particolare, esclusivo di un animale(tto) contrariamente all'idea che oggi noi facilmente ci facciamo sulla natura individualizzante della nominazione, emerge a mio parere la constatazione che in verità ogni nome conteneva solo un significato generale che comprendeva virtualmente tutti gli animali: il che comportava che esso, col passar del tempo e sotto la spinta dell'esigenza chiarificatrice della comunicazione, si specializzasse qui in un modo e lì in un altro, provocando così, con i successivi incroci, tutti quei giochi che sappiamo i quali hanno alimentato, se non generato, i vari fenomeni (totemismo, tabuizzazione, magia, ecc.) con cui i linguisti oggi, dopo aver abbandonato l'approccio scherzoso-fantasioso, cercano di dipanare il problematico (se non si è acquisita la convinzione del significato generico originario) groviglio della nominazione animale e vegetale nei dialetti, e non solo. L'errore che si commette è quello di credere che la cultura in genere sia la causa e l'origine di determinate credenze, comportamenti e nomi, e non si riflette nemmeno un po' che non esiste a mio avviso fattore culturale più potente, per l'uomo preistorico, della stessa parola che egli usa, per di più coinvolta nei magici, incredibili, mitopoietici seppure automatici riverberi di cui è capace, col favore del suo indefinito significato originario, della sua continua circolazione a partire dal Paleolitico almeno fino all'invenzione dell'agricoltura, e degli incroci e sovrapposizioni inevitabili con parole omofone. A tal punto che anche oggi, nel pieno della mentalità tecnologico-razionale, i fenomeni di sovrapposizione e reinterpretazione non sono rari. Nella città canadese di Mississauga, Ontario, dove vive una nutrita colonia di miei compaesani aiellesi, le famose Niagara Falls 'Cascate del Niagara', vengono pronunciate Negre Fosse da chi è poco inglesizzato, e intese come tali. D'altronde che le cascate siano delle "fosse" nessuno può negarlo. Se siano anche "negre" poco importa: del resto perchè dubitare di un aggettivo o di un nome che tutti ripetono allo stesso modo? Cfr. anche l'articolo di questo blog intitolato Origine degli agionimi relativi ai centri abitati... Perchè mai allora la linguistica ufficiale, che insiste oggi tanto sul totemismo o la tabuizzazione per spiegare l'origine dei nomi degli animaletti, sembra per lo meno poco attenta a questo naturale, potente e diffusissimo fenomeno della reinterpretazione etimologica e della sovrapposizione di termini che dovette operare a pieno regime soprattutto nella preistoria, per cui è sostenibilissimo che la gran parte dei nomi degli animaletti giunti fino a noi attraverso i dialetti e che sembrano essere formati di radici di lingue storiche rimandano in realtà a strati linguistici preistorici in cui quelle radici avevano significati diversi da quelli attuali? L’unica strada per tirarci fuori dal pantano è quella di cercare all’interno degli stessi sintagmi quei significati profondi che abbiamo visto, ad esempio, per passera tolta ‘pipistrello’ e che fanno dissolvere, come neve al sole, tutte le difficoltà derivanti dai significati apparenti di superficie. Fino a prova contraria, infatti, il cavallo è un ‘animale’ costituito appunto da un' anima, una forza vitale che ne permette l’esistenza (cfr. in questo blog Parole sarde del Duls, s.v. Impoddile e Caddu). Anche il greco daimon ‘spirito dei trapassati, dio buono o cattivo’ mi pare molto vicino al concetto più generico di ‘anima, animale, essere vivente’. Il "demonio" è poi uno spirito dalle mille risorse che sa ben camuffarsi in barba ai linguisti e prendere le false sembianze, ad esempio, del timone di un carro a Campegine (Reggio Emilia) nel cui dialetto timon-sen significa ‘vespa’, la quale, a detta dei linguisti, avrebbe preso il nome dal timone dei carri un po’ ricurvo in uso nella zona e simile al corpo piegato dell’imenottero, ignari ahimè delle strabilianti abilità trasformistiche del demonio che in Francia si presenta nelle vesti di una affascinante demoicelle 'libellula' (cfr. ingl. damsel-fly 'libellula'), dal latino parlato *domni-cella 'signorina', assonante con un sottostante probabilissimo *daemoni-cellum 'piccolo demonio'. Del resto anche in Italia sotto il nome di damigella sono compresi diversi insetti volatori. La costituente –sen del campeginese timon-sen, proveniente da –cino, è un apparente suffisso diminutivo (cfr. nel blog, Parole sarde del Duls, s.v. Caddu). Il catalano espia-dimon ‘libellula’ citato dal Bracchi deve quindi trovare una spiegazione diversa da quella apparente di ‘spia diavoli’. Io suppongo che la prima costituente si sovrapponga alla prima di un sottostante *speca-dimon da comparare, per il significato, col greco sphêk-s ‘vespa’ anche se ha seguito l'evoluzione della radice spek di it. spiare. Così stando le cose, nell' appellativo Deu del sintagma caddu de Deu sopra citato bisogna vedere non il Dio della religione ma il demone o l'anima che vivifica ogni animale dandogli anche il nome; e in effetti l'etimo di lat. deus richiama un'idea di luce (cfr sscr. div, diu 'rilucere', sscr. deva 'dio', lingua zingara devel 'santo', devla 'Maria, madre di Gesù) molto vicina, a mio parere, a quella di anima, appunto. Ed è quindi probabile che l'appellativo dia-volo, che costituisce il nome di tanti animaletti in Europa, esistesse prima della diffusione del Cristianesimo, il quale dovette appropriarsi di un termine che indicava già questi spiriti della natura e, con il concorso del greco dia-bolos 'calunniatore', ne fece uno dei tanti nomi di Satana. D'altronde mi sembra molto improbabile che il termine dia-bolos, di per sè privo di qualsiasi valore religioso e spirituale, abbia potuto assumere improvvisamente un significato così importante nel Cristianesimo, senza un qualche riscontro in tal senso nel folclore greco o mediorientale. Quasi sempre i nomi indicanti lo spirito maligno designavano precedentemente o contemporaneamente lo spirito benigno o lo spirito in genere, nelle varie civiltà. Azzardo la supposizione che lo spirito in questione fosse quello del dio semitico Baal, Bel di cui si parla anche nella Bibbia, fatto precedere dalla nota radice diu (cfr. Zeus 'Giove') 'luminoso, divino' come nel lat. dius, divus ' divino', sì da formare in qualche parlata greca il sintagma *dio-bal-os , interpretato per etimologia popolare e relativa metatesi come dia-bolos. La radice di Bel ci riconduce alla nozione di 'anima, spirito' se esso forma il composto bel-zebù (diavolo) derivato da Bel-zebub, nome di un 'dio (filisteo) signore delle mosche' secondo l'etimologia corrente, la cui prima componente, all'origine, doveva avere, invece, lo stesso significato di 'mosca' della seconda in questo caso (cfr. i citati nomi sardi bella-casu, ball-an-casu 'farfalla'). Che il termine dia-bolos, con altri significati circolasse comunque prima del Cristianesimo è a mio avviso dimostrato da toponimi come Passo del Diavolo (Gioia dei Marsi-Aq) e dai tanti Ponti del Diavolo diffusi in tutta Italia ed oltre, in cui appare la nozione di 'passo, passaggio' la quale si ritrova nel verbo greco dia-ballo che significa ' condurre al di là, passare, trafiggere, calunniare', ma non nel suddetto derivato dia-bolos che significa solo, metaforicamente, 'calunnioso, calunniatore'. E' quindi da presumere che questo significato di 'passaggio, ponte' dei toponimi fosse stato introdotto da qualche preistorica parlata greca o apparentata col greco. La locuzione prega-dio 'mantide' rivela, secondo me, nella prima componente metatesizzata una parentela con il franc. perce-oreille 'forbicina', con lat. perca 'pesce persico, (franc. perche)' e con il regionale perc-accia 'becc-accia': non si tratta qui di banale confusione di nomi perchè becc-accia rimanda al tipo citato beca-oc per la 'libellula'. Non credo pertanto che il nome della becc-accia sia derivato dal suo becco, e la seconda componente -accia non può essere un non meglio identificato suffisso peggiorativo, ma ha qualcosa o molto in comune con il tardo lat. acceia che ha dato come esito la forma acc-eggia' beccaccia'. La metatesi di prega-dio, naturalmente, sarà stata favorita dalla fama di religiosità che l'animaletto si portava dietro a partire almeno dal suo nome greco mantis 'profeta, ispirato': il genitivo di questo nome è manteos, non mantidos come vedo in diversi dizionari, anche etimologici, che a quanto pare si copiano a vicenda. Al plurale compare la forma mantid-es, la quale presuppone per la verità anche una rispettiva forma singolare mantid-, caduta evidentemente in disuso. La forma italiana mantide è quindi un portato del nome scientifico di questi animaletti, e cioè lat. Mantidae . Così, un nome composto come *perca-dio che inizialmente aveva un valore generico di 'animal(etto)' trova fortuitamente, in virtù del meccanismo automatico della lingua già messo in rilievo dal Saussure (cfr. l'articolo Fare il portoghese), la sua collocazione precisa nel lessico assumendo, quasi per caso ma molto opportunamente per la lingua, il significato di 'mantide'. Ribadisco quindi, con le stesse parole del Saussure nella traduzione del De Mauro, che " contrariamente all'idea falsa che noi volentieri ce ne facciamo, la lingua non è un organismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere (il corsivo è mio)". Dell'esistenza della suddetta radice perc-, preg- per la mantide costituisce un forte indizio il fatto che nel folclore nordico la libellula era ritenuta simbolo della dea dell'amore Freya, Friga la cui radice presuppone un precedente *Priga, *Prega, uguale a preg-. Da ciò si ricava l'importantissima, a mio parere, osservazione, che voglio ribadire ancora una volta, e cioè che questo metodo collega a vasto raggio cose diverse apparentemente distanti tra loro, come voleva appunto il grande Einstein per la validità di ogni teoria. A questo punto vale la pena parlare della bella serie di nomi sardi per la 'mantide' del tipo sega-manu, sega-pedes, sega-didus, sega-sega-didos, sega-poddighes, mutza-manu, serra-manu, ecc. che ribaltano la religiosità dell'animaletto facendone un impietoso demone che mozza mani, dita, piedi. Per la componente sega- si guardi il nome regionale siga (sia) degli uccelli del genere Emberiza, ribadito nell'altro nome fara-sega 'Emberiza citrinella', l'emiliano sgh-èt 'rondone', ravennate sgh-itt-òn 'rondone', ingl. sk-immer 'libellula saturata', letter. 'schiumarola', la cui seconda componente rimanda al ted. imme 'ape'. Molto interessante la componente -manu la quale dovrebbe richiamare i latini dèi Mani, le anime dei morti il cui etimo corrente (da manus 'buono') considero errato. Naturalmente la radice interessa anche il ted. Mann 'uomo' in qualità di essere vivente come il lat. mannus 'cavallino'. Ma il fatto più interessante, a mio avviso, succede quando la medesima radice si incontra con la seconda componente del suddetto sardo sega-did-us e forma proprio il nome di origine greca man-tide (letter. 'profeta,invasato,ispirato, pieno di forza ' come fatta di spirito era la farfalla secondo uno dei suoi nomi sardi, cioè ispiritu), nome che a sua volta viene fatto derivare dalla stessa radice di gr. ménos 'animo, forza vitale, ardore, ira, ecc.' e di gr. main-omai ' infurio, sono in preda ad agitazione, ecc.'(radice man-): il significato di 'indovino, profeta' relativo alla 'mantide' ne sottintende quindi uno più profondo che andava benissimo eventualmente anche per 'animale'. In sardo didu, did-one, tud-one significano 'colombaccio, colombo selvatico'. E' il caso di ricordare il collegio sacerdotale dei Titii sodales i quali secondo Varrone traevano auspici dalle titiae aves, probabilmente colombi selvatici. Da ricordare anche ingl. tit-mouse 'cinciallegra' il cui secondo componente richiama direttamente l'ingl. mouse 'topo', lat. mus 'topo' apparentato col ted. Meise 'cinciallegra' e col franc. més-ange 'cinciallegra'. Si incontra, nell'area dialettale tedesca, anche Tuud=Tod 'morte' per designare la 'falena'. Risparmio al gentile lettore le spiegazioni delle altre componenti dei nomi sardi per 'mantide' anche perchè mi preme sottolineare che non è sufficiente dire che il nome della man-tide sia ampliamento della radice man- : l'ampliamento, prima di acquisire solo una mera funzione grammaticale utile a distinguere magari un sostantivo da un verbo, era stato causato dal meccanismo della ripetizione tautologica rispetto alla radice precedente e poteva esistere anche indipendentemente da essa come a mio parere dimostra il sardo tidu 'colombaccio'. Il tipo cava-öc’ sopra citato presenta delle varianti come caval-occhio, cavall-occhio le quali evidenziano un’interferenza del tipo "cavallo" di cui sopra . Le diverse altre forme per la libellula come schita-öc’ ‘schizza occhi’, piza-öc’ ‘becca occhi’, fura-öc’ ‘infila occhi’, catsch-egls ‘caccia occhi’ potrebbero surrettiziamente indurci, in effetti, nell’errore di considerare questi sintagmi, con la loro costante attenzione per così dire occhio-centrica, come il prodotto della volontà cosciente del locutore che, su un piano di sincronia, assegna un nome all’animale sotto la spinta di reali o presunte impressioni di pericolosità causate dall’animaletto. Ma già la voce bergamasca scana-occ 'libellula' che letter. significa 'scanna-occhi' dovrebbe metterci in allerta se non altro per la coppia male assortita verbo-sostantivo. Il verbo scannare si dovrebbe usare, infatti, in riferimento ad esseri viventi non agli occhi. Allo stesso modo non riesco a capire come il pesce scanna-cavaddu (pagro) possa compiere sui cavalli l'operazione espressa dal suo nome dialettale. Se si riflette inoltre sulla possibilità che la parola occhio nascondesse in questo caso un nome per la ‘libellula’, si dovrebbe di conseguenza spiegare la cosa diversamente, e ritenere che essa fosse magari andata ad accompagnarsi, come ultima arrivata, alle altre parole che di paese in paese indicavano già da molto tempo la libellula, formando così un normale composto tautologico i cui membri andrebbero però disposti su un piano diacronico. Noi che guardiamo a distanza di millenni questi nomi tendiamo a proiettarli tutti su di uno stesso piano sincronico, cadendo così in inevitabili errori di prospettiva. In effetti la componente -occ oppure –öc oppure –egls potrebbe nascondere una forma aùcchio ‘gufo’ (Castellafiume-Aq) derivante da un latino parlato *avi-culus, lat. avi-cula ’uccellino’ e presente anche in caccia-uócchië ‘pipistrello’ (Montebello sul Sangro-Ch), la cui prima componente caccia- richiama il catsch-egls nonchè il cacia-cavàl ‘libellula’, citati dal Bracchi. Ma questo caccia- come si spiega? Esso secondo me è l'ampliamento in -ia di una radice kak- alla base di regionale caca-viola 'calandrella', regionale cacca-sciarra 'culbianco', regionale caca-ciarri 'canapino maggiore', di ungher. kakas 'gallo' (cfr. franc. coq 'gallo'), ungher. kaksa 'anitra', regionale cagi-ana 'pavoncella', oppure si tratta di reinterpretazione popolare, con qualche aggiustamento paretimologico, del secondo elem. di fora-casciu (L’Aquila) ’pipistrello’, letter. ‘buca cacio’, e di molti nomi sardi per la ‘farfalla’, come bella-casu, ballan-casu, caba-casu di cui rendo conto nel succitato articolo di questo blog Parole sarde del Duls. C'è da osservare, comunque, che non è improbabile, per aùcchio 'gufo', una sua derivazione da una forma * av-ucchio composta dal lat. av-is 'uccello' e dalla radice dell'ingl. owl 'gufo, civetta' comparente nell'antico norreno ugla 'gufo', nonchè nel tardo lat. ul-uc-us 'allocco'. Allora assumerebbe un altro profilo il tipo cava-occhio 'libellula' che verrebbe ad essere così la copia perfetta dell'ingl. hawk 'falco', dato che hawk stesso, con normale passaggio della velare sorda iniziale k- a spirante glottidale h-, deriva da precedenti forme haf-oc (antico inglese) e hab-uh (antico alto tedesco) in cui non è difficile riconoscere anche l'etrusco capu 'falco' seguito dalla radice uk in questione. E in effetti in alcune parti degli USA è diffuso il sintagma skeeter hawk 'libellula' letter. 'falco delle zanzare' in cui l'elem. hawk a noi appare ora come metafora per 'libellula' ma la verità è che lo è diventato solo involontariamente per i motivi che sappiamo e proprio per questo non può servire a giustificare la falsa idea che essa sia il portato di una civiltà magicamente o tabuisticamente orientata. Più che una forma accorciata di (mo)squito 'zanzara' a me pare che skeeter dovesse, già prima di incontrarsi con mosquito, riferirsi a qualche insetto volatore se non proprio alla libellula, considerato anche che quest'ultima, essendo di abitudini diurne, dovrebbe avere poco a che fare con le 'zanzare' che operano di notte, a meno che non le agguanti mentre esse riposano di giorno: sta comunque di fatto che la locuzione mosquito hawk designa non solo la libellula ma anche la crane fly 'tipula' che in effetti non si nutre di zanzare. La radice skeet indica un movimento veloce o schizzante e si ritrova forse nel lituano skete 'libellula', nel primo elemento del citato schita-oc' 'libellula' letter. 'schizza occhi', nell'emiliano sghèt 'rondone' e nel ravennate sghitt-òn 'rondone' nonchè nel secondo elem. di a. oland. boter-schijte 'farfalla' letter. ' escremento (simile al) burro (boter)' oppure 'caca-burro' che non hanno quasi senso alcuno, a meno che non si voglia ciecamente credere, come fanno alcuni, che la nominazione dell'insetto tragga origine dal colore dei suoi escrementi, che probabilmente nessuno dei nostri antenati preistorici, prima dell'avvento dei moderni zoologi, aveva notati ammesso che l'insetto li faccia (pare di no!). Le storielle che inevitabilmente accompagnano questi tipi di sintagmi scompaiono come d'incanto non appena si cita un altro nome dialettale olandese che presenta i due elementi capricciosamente invertiti schijte-boter 'farfalla' in cui dovrebbe essere il burro ad assumere il colore o la sostanza degli escrementi ma con qualche difficoltà in più nel dover connettere il burro con l'insetto, quel burro che ricompare ancora più stravagantemente nell'altro sintagma olandese butor-kapelle 'farfalla' in una inspiegabile e difficilissima convivenza con la cappella, per la quale mi piace qui solo accennare ad una probabile parentela con la nostrana abruzzese luce-cappella 'lucciola' nonchè col surselvese speila-cavèls 'libellula', letter. 'pela capelli'. A distoglierci dall'ossessione del burro, però, ecco farsi innanzi un altro nome per la 'farfalla' chiamata, in una canzoncina per bambini della città tedesca di Luebben nel Brandeburgo, Kettel-boeter, cioè 'riparatore (boeter) di caldai, calderaio' in cui assistiamo all'ennesima pirotecnica trasformazione del significato dell' elem. boter, butter ( per 'calderaio' ricorrono nell'area tedesca anche forme come Ketel-buter, Kettel-boter). L'elem. Kettel- credo richiami il nome regionale italiano gatula per il lepidottero chiamato volgarmente 'cavolaia'. Ma siamo sicuri di essere nel pieno possesso delle nostre facoltà? Vogliamo forse abdicare completamente alla razionalità del nostro cervello lasciandoci docilmente menare per il naso da queste scatologiche e bizzarre stravaganze semantiche da illusionista che riescono a camuffare del resto solo la superficie di nomi provenienti da tempi remotissimi, carichi di storia e preistoria e gelosi della loro natura profonda? La delicata, vaporosa bellezza della farfalla e del suo lirico volo ridotta a merdosa schifezza! Io non ci sto, e penso, da modesto e sano realista, che l'elem. -schijte qui ripeta semplicemente il significato dell'olandese -vliege e l'inglese -fly ' mosca' nei rispettivi sintagmi boter-vliege 'farfalla' e butter-fly 'farfalla' dove gli elem. boter, butter-, letter. 'burro', richiamano semmai il franc. butor 'tarabuso', ingl. bittern 'tarabuso' e ingl. bot-fly 'assillo, estro' non certamente la storiella (come poteva mancare?) che le farfalle, o streghe in quella veste, ruberebbero il burro o il latte lasciati incustoditi. L'unico dato scientifico, risultante da questi ultimi esempi, è il ricorrere dei significanti boter, butter (burro) sempre in rapporto allo stesso referente (la farfalla), cucinati in salse diverse composte anche da altri ingredienti che inevitabilmente si mescolano con essi alterandone i sapori originari, rintracciabili comunque nel retrogusto lasciato nel palato e attraverso il mio metodo di analisi, garantiti proprio dalla suddetta ricorsività dei significanti, la quale, se non può essere giustificata, come abbiamo visto, dalla insostenibilità dei significati di superficie, nè può essere fatta passare come pura coincidenza perchè ciò contrasterebbe con la consistente frequenza delle occorrenze, trova allora la sua ragione profonda nella solida persistenza, al di là delle mutevoli apparenze, del significato d'origine soggiacente a quelli che di volta in volta abbagliano i nostri occhi. Un sosia dei termini -vliege ( pron. flighe), -fly compare nel catalano plega-mans 'mantide' con l'occlusiva sorda p- passata poi normalmente nel germanico a fricativa sorda f- : la man-tide qui, se non ci illuminasse il significato risolutore di oland. vliege 'mosca', ingl. fly 'mosca', ted. Fliege 'mosca', esatti corrispondenti di questo plega-, tornerebbe a tormentarci il cervello perchè saremmo incerti se riferire la locuzione alle mani dell'insetto, in realtà le zampe anteriori raptatorie, piegate (ma sarebbe stato meglio dire congiunte) nel presunto atto di preghiera dell'animale, oppure alle mani di un malcapitato, piegate dall'insetto non si capisce in che senso, se per semplicemente giocarci oppure storpiarle, col desiderio di compiere azioni simili a quelle delle "efferate" mantidi sarde dai proibitivi nomi come mutza-manu, di cui sopra . Mi permetto inoltre di pensare che il verbo italiano schizz-are non sia una voce onomatopeica, come sostengono in coro -mi pare- quasi tutti i linguisti, che non vedono il suo rapporto con le rispettive componenti dei nomi degli animaletti sopra citati del tipo schita-oc 'schizza-occhi', i quali durante la preistoria attinsero, invece, alla stessa forza contenuta nel verbo schizzare per dar corpo alla loro forza vitale, l'anima. Ed è almeno probabile che il più sopra menzionato ingl. amer. skeet 'muoversi velocemente, far schizzare (liquido o altro)', variante a mio avviso di ingl. amer. scoot dagli stessi significati, si riallacci all'ingl. shoot' sparare, tirare, lanciare'. Il ricorso all'onomatopea è spesso indice dell'impotenza in cui si trova costretta la ricerca etimologica tradizionale. Da non dimenticare l'altro sintagma, diffuso negli USA, snake feeder 'libellula', letter. 'nutritore dei serpenti' in cui snake 'serpente' richiama pari pari il ted. Schnake 'zanzara' e feeder 'nutritore' richiama, a mio avviso, niente meno che il sardo logudorese padre 'libellula' riallacciandosi anche alla seconda componente di lat. acci-piter 'sparviero' nonchè al regionale pietro marinaro 'martin pescatore'. Snake doctor 'libellula',letter. 'dottore del serpente' riceve qualche lume, non dalla credenza popolare (riflesso automatico del nome) che l'insetto curerebbe i serpenti, ma da ingl. doctor 'mosca' anche se 'artificiale', usata come esca dai pescatori con la lenza . L'altra denominazione per la libellula, l'ingl. hawk moth 'atropo', letteralmente 'falena (moth) falco (hawk)', mi pare che non sia all'altezza di quell' hawk, a meno che non si intenda il termine come sopra, cioè come equivalente in questo caso a moth 'falena'. Il tipo caba-casu credo possa essere accostato al diffuso cava-öc’ ‘libellula’ col primo elem. che richiama il sardo cau ‘gabbiano’ dal lat. gavia ‘gabbiano’ nonchè altro nome sardo per ‘farfalla’ e cioè ballan-cau diverso dal precedente ballan-casu. Ma si incontrano anche i nomi regionali cav-azza 'gabbiano argentato', cav-etta 'gracchio', caval-onghia 'cincia mora', pronta a tarsformarsi quest'ultima, appena le si dia l'input, in *cava l'unghia! a meno che cavalonghia non sia un'errata trascrizione di una forma già intesa al livello popolare come cava l'onghia da un precedente *cavalocchia, femminile del citato cavalocchio 'libellula' . Il tipo beca-öc’ ‘becca occhi’ va risolto con l’emiliano bega ‘ape’. Il tipo beśa-cavàl ‘ libellula’ trova spiegazione non nel verbo beśà ‘ (far) correre all’impazzata e saltare delle mucche al pascolo’ ma nel termine romagnolo besa ‘biscia’ dal lat. bestia. Il tipo mazza-cavàls ‘ ammazza cavalli’ richiama nomi come ceca-matté ‘pipistrello’ (Collelongo-Aq) , ted. Matz, che designa vari uccelli,l'imolese maza-peder 'incubo notturno', che richiama anche il citato ingl. feeder 'nutritore', e il noto termine dialettale mazza-morello 'spirito folletto' nonchè il regionale mazza-cani che designa il 'piviere dorato', per niente minaccioso per i cani. La componente -cani richiama il franc. cane 'anatra femmina', franc. can-ard 'anatra' , il regionale it. can-arella ' anas querquedula', regionale can-one 'quattrocchi' e, secondo me, ted. Hahn 'gallo', il quale non va riportato, quindi, alla radice di lat. canere 'cantare'. E via di questo passo. Se il Bracchi dinanzi al sintagma galina del bobò (a Talamona) 'libellula' si accontenta del significato di 'gallina del diavolo' io non posso passare sotto silenzio l'ingl. gallin-ipper 'libellula', in cui il secondo elemento richiama il gr. ippuris 'specie di insetto, tipo di pesce'. Per il bobò, che solitamente ha il significato di 'insetto, coleottero', basti il lat. bubo, onis 'gufo'. Anche l'ingl. drag-on-fly 'libellula' potrebbe avere dei sosia, magari ben camuffati, oltre che nell'ingl. drake 'maschio dell'anitra, ingl. drake 'insetto usato come esca, efemera', anche in tira-olhos, uno dei termini portoghesi per 'libellula', letter. 'tira-, strappa-occhi' definizione che ci riporta, con il secondo costituente, alle numerose forme più sopra citate, e, con il primo, ad un probabile originario latino *tra(g)h-oculos, dato che i due verbi tirare e trarre (da lat. trah-ere) praticamente si equivalgono semanticamente nelle lingue romanze, nonostante il complicato (forse dai linguisti) e irrisolto problema etimologico di tirare. Va da sè che io considero della stessa partita di ingl. dragon- il gr. drakon 'drago, serpente' e gr. tragos 'capro'. A conclusione di questa breve rassegna di nomi voglio esprimere il massimo rispetto per i punti di vista completamente diversi dei linguisti ma nel contempo mi augurerei che essi prestassero maggiore attenzione a questo problema delle sovrapposizioni dei nomi e del pirotecnico trascolorare dei significati allorchè si passa da una civiltà ad un'altra, problema di fondamentale importanza per la Lingua che mi pare di aver esposto con considerazioni almeno degne di qualche interesse. Verrà mai il giorno in cui la libellula potrà dispiegare liberamente tutta la sua aerea grazia di "aligero folletto" dal volo schizzante, beata nella sua vivace animalità, e non sarà più intristita da simili interpretazioni denigratorie di alcuni suoi nomi, così come è avvenuto per l' upupa, l' ilare uccello calunniato /dai poeti di montaliana memoria, che però aveva mantenuto il suo nome antico, nonostante le diffamazioni che avrebbero dovuto cambiarglielo secondo i modi descritti dai linguisti per la libellula?

(i) Remo Bracchi, Nomi e volti della paura nelle valli dell'Adda e della Mera, Max Niemeyer Verlag, Berlino, 2009, p. 159.

venerdì 18 dicembre 2009

Fare il portoghese

In merito all’articolo “Fare il portoghese: un gioco di parole, non un eterostereotipo” di Ottavio Lurati apparso in RIOn, XV (2009), 2, pp. 482-84, vorrei esprimere le seguenti considerazioni.
Come per tante altre espressioni, detti, motti, proverbi io sono convinto che la strada maestra per spiegarli sia diversa da quella seguita dal Lurati. Nel mio dialetto di Aielli-Aq, ad esempio, ricorreva il modo di dire ‘n-gòr’ a ssòlë 'in faccia al sole' ( cfr. n-gàr’ a ssòlë 'in faccia al sole' a Celano-Aq, carassole 'solatio' in nuorese, 'ncera 'di fronte' a Villapiana- Cs) specialmente nella frase so’ statë ‘n-gòr’ a ssòlë tutta la jurnata ‘sono stato -a lavorare nei campi- tutto il giorno sotto al sole’, il quale non può essere spiegato come ‘nel cuore del sole’ perchè in questo caso si sarebbe detto allë còrë jji sòlë come si dice allë còrë ‘llë callë ‘nel cuore del caldo, nel momento del massimo calore’, allë còrë ‘jju mmérnë ‘nel cuore dell’inverno’. Mi pare pertanto plausibilissimo supporre che il detto ‘ngòr’ a ssòlë sia pari pari, senza l’intrusione di elementi estranei , il lat. incoram solis ‘in faccia al sole’. Il bello è che secondo me la stessa espressione latina ha dato luogo in siciliano ad un’altra reinterpretazione, sempre senza l’intrusione di elementi che vadano al di là del perimetro del significante incoram originario, che suona cucìrisi i corna ō suli ‘ essere costretto a lavorare in faccia al sole tutta la giornata’, letter. cuocersi le corna al sole. Ognuno può agevolmente vedere che è probabilissimo che il siciliano i corna, il quale, rispetto ad incora(m), si differenzia solo per uno spostamento metatetico della -n- , sia una semplice reinterpretazione o rietimologizzazione, nel contesto del dialetto siciliano, della preposizione latina che nel frattempo era divenuta semanticamente opaca per i locutori: il provvidenziale i corna, anche se prodottosi quasi casualmente dal sottostante incoram, permette al siciliano di continuare in qualche modo ad usare la probabilissima frase latina, visibile in trasparenza sotto quella dialettale, cioè coqui (o se coquere) incoram solis. Per queste considerazioni mi permetto di non condividere quanto asserito a proposito della locuzione siciliana (cfr. Cortellazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, 1998, s. v. corna) dal Cortellazzo il quale la intende letteralmente ‘cuocersi le corna o la testa al sole’ e non si pone minimamente il problema rappresentato dal possibile trascinarsi nei vari dialetti di parole o espressioni latine, naturalmente camuffatesi sotto altre vesti. Potrei citare una sfilza di esempi simili ma credo che sia sufficiente fermarmi qui. Ed è bello constatare che anche il Saussure (cfr. Corso di linguistica generale, traduzione di Tullio De Mauro, Laterza, 1976, Bari, p. 104) avvertiva che “contrariamente all’idea falsa che noi volentieri ce ne facciamo, la lingua non è un meccanismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere (il corsivo è mio). Al contrario, vediamo che lo stato risultante dai cambiamenti non era destinato a notare le significazioni di cui si carica”. L’esimio linguista in questo caso parlava del formarsi fortuito, quasi automatico, di alcuni plurali nelle lingue germaniche in conseguenza di intervenuti cambiamenti diacronici nei precedenti tipi di plurale, ma allargava contemporaneamente il discorso a tutto il sistema linguistico lamentandosi che la maggior parte dei filosofi della lingua non tenesse affatto conto di questa concezione di cui nulla era più importante.
Ora, all’inizio del suo articolo, il Lurati fa una importante osservazione sulla facilità con cui noi siamo inclini ad addossare agli altri (popoli, città, classi sociali, ecc.) determinate caratteristiche e qualità che in fondo possono essere comuni a tutti gli uomini. Si creano in questo modo i numerosi eterostereotipi di cui fare il portoghese ‘non pagare il biglietto, essere tirchio’ sarebbe un esempio, anche se, almeno questo, potrebbe essere spiegato, dice Lurati, a partire da un gioco di parole.
A Roma, nell’ambiente delle maschere e degli spettatori, serpeggiava l’espressione entrare a teatro a pporta rotta che voleva dire entrare a vedere lo spettacolo quando esso era già iniziato e la porta d’ingresso, quindi, era stata aperta. Il Lurati mi pare consideri già scherzosa la suddetta espressione forse per via dell’eccesso della “rottura” della porta che era stata invece soltanto “aperta”. Ma non si riflette sul fatto che in quella espressione l’aggettivo "rotta" poteva costituire benissimo la sopravvivenza di un latino rupta nel semplice senso di ‘aperta’. In effetti già il lat. rumpere aditus significava ‘aprire, forzare gli ingressi (tra ostacoli)’ ma il verbo, strada facendo, aveva finito forse per assumere anche il significato di un generico ‘aprire’ come starebbe a significare l’it. rotta ‘direzione, percorso, via (di una nave o aeromobile)’ , se è vero che proviene dal lat. (via) rupta, forse attraverso il franc. route.
Supporre poi, come fa il Lurati, che fare il portoghese possa essere espressione formatasi, per affinità fonetica, sull’onda di queste coniazioni scherzose riferite alla porta da parte dei romani significa a mio avviso fare un salto semantico gigantesco e uscire abbondantemente dai limiti del significante di porta, contravvenendo così anche all’avvertimento di Saussure di cui sopra nonchè al tipo di derivazione configurato dal caso dell’ incoram, perpetuatosi sotto traccia nelle due espressioni abruzzese e siciliana. Oltretutto il Lurati, a mio avviso, cade in palese contraddizione con quanto aveva asserito all’inizio dell’articolo circa il formarsi degli eterostereotipi, nel momento in cui afferma che i romani sarebbero naturalmente inclini (come se tutti i romani lo fossero e non anche gli altri abitanti d’Italia e del mondo) a simili coniazioni scherzose. Purtroppo succede spesso che quando si tratta di avvalorare proprie tesi, si cade inconsciamente vittima di subdole pulsioni autoconfermative. Partendo dal termine porta sarebbe stato molto più facile e naturale associarvi, ad esempio, la figura del portiere o portinaio ed addossare ad esso il vizio della taccagneria o spilorceria: non si vede infatti il motivo per cui a questo riguardo i portoghesi dovrebbero essere preferiti alla categoria dei portinai più a portata di mano.
Lo spirito della lingua, poi, non può essere paragonato, a mio avviso, a quello di uno sbrigliato giullare che infila un foulard sotto il cappello estraendone quindi un piccione per épanouir la rate de la noblesse. La lingua preferisce più spesso bazzicare le strade battute dalla gente comune che rappresenta il grosso dell’umanità, che ha, ed ha avuto soprattutto in passato, poco tempo e voglia per i divertimenti, che rabbercia alla bell’e meglio le cose che possiede, adattandole alla bisogna, poco adusa allo scarto e allo scialo. La lingua non spreca mai, ogni volta che sia possibile, il materiale residuato da un suo stato precedente. L’esempio portato dal Lurati per confermare genericamente “l’inclinare allusivo al calembour” è quello dell’espressione fare il polacco ‘fare il ruffiano’, che non ha nulla da dividere con l’abitante della Polonia “bensì gioca in tono allusivo –dice il Lurati- sul suono del termine riplasmando il motto portar polli con cui a lungo si indicò lo stratagemma del ruffiano che, con il pretesto appunto di portare polli nelle case, vi faceva giungere biglietti dolci e proposte per appuntamenti”. Ora, a me sembra quasi impossibile che si sia passati da pollo a polacco senza nemmeno una sia pur brevissima sosta mentale all’intermedia pollanca ‘pollastra, tacchina giovane’ o *pollanco (attestato come cognome). Come si può ben notare, allora, più che di inclinazione al calembour io parlerei, seguendo il Saussure, di quasi inavvertibile e graduale passaggio ad altro stato del termine coinvolto, che si carica così, per puro caso, di un significato verso il quale non era stato indirizzato in partenza.
L’espressione portar polli, poi, mal si adatta alla spiegazione sopra riferita dal Lurati, basata chiaramente sul suo significato letterale, visto che si incontra (cfr. Carlo Lapucci, Modi di dire della lingua italiana,Valmartina edit., Firenze, 1969, p. 344) l’altra espressione fare il pollo (in galantina) ‘fare lo svenevole, il galante’ di significato affine alla precedente ma refrattaria, per una sua spiegazione, all’idea del ruffiano-portatore di polli: molto probabilmente allora i “polli” sono in questi casi un paravento, che nasconde in profondità un significato completamente diverso da quello sbandierato in superficie. Forse qualcosa potrebbero dircela in proposito termini come l’it. bullo che, secondo l’etimo tradizionale, rimanda all’alto ted. medio būle ‘amico intimo, drudo’, cfr. ted. Buhle ’amante’, ted. Buhler ‘galante, amante’. Considerato che anche in francese (XVI sec.) abbiamo un poulet ‘biglietto dolce’, diminutivo di poule ‘gallina’, non è forse azzardato supporre che alla base di queste forme in labiale sorda iniziale si nasconda una variante, con la 2° rotazione consonantica, di una base germanica *būle con significato variamente modulato di ‘amore, amoreggiamento, corteggiamento, segno d’amore, galanteria, amato, amante, ecc.’. Allora tutte le tessere del mosaico andrebbero a posto e sparirebbero come neve al sole le false spiegazioni dei modi di dire che si insinuano nelle nostre menti col favore dei significati che prolificano sulle loro superfici. L’espressione fare il pollo in galantina è andata ad incrociarsi, senza motivo, con il piatto raguseo galantina preparato a base di carne bianca, specialmente di pollo farcito, e servito con gelatina (lat. mediev. galatina).
Ora, credo sia arrivato il momento di avanzare la mia proposta per fare il portoghese. Non si può certamente dubitare che l’attestazione dell’espressione è solo novecentesca, come con dovizia di citazioni constata il Lurati. Ma questa constatazione, a mio avviso, non chiude tutte le porte alla possibilità che la locuzione sia giunta fino a noi provenendo da tempi lontani. Il fatto della sua mancata registrazione nei vocabolari in lingua prima del ‘900 poteva essere dovuto, ad esempio, alla considerazione, da parte dei compilatori dei dizionari, che essa avesse una coloritura troppo dialettale, perchè ancora poco diffusa, ed è anche possibile che essa sia rimasta proprio per questo addirittura ignota a loro per alcuni decenni. E’ un fatto che dopo l’unità d’Italia confluirono nella capitale parlate provenienti da tutte le parti della penisola, qualcuna delle quali poteva aver portato con sè la locuzione, la quale, dopo aver vivacchiato per secoli all’ombra di qualche sconosciuto dialetto, potè, dopo un periodo di incubazione nella capitale, esplodere con tutta la sua forza fino a diffondersi sull’intero territorio italiano. I dizionari dialettali romaneschi potevano, dal canto loro, averla ignorata anche perchè essa magari appariva già in veste italiana nella capitale, in quanto introdotta appunto dal di fuori da chi, non sapendo ancora parlare romanesco, cercava di parlare secondo l’italiano standard del tempo. D’altronde si sa che il romanesco non si discosta molto dall’italiano.
Dopo questa premessa io mi sento confortato a supporre che la parola portoghese sia in questo caso il risultato della fusione di due termini, il primo dei quali dovrebbe essere por- (da un precedente porë oppure poro) contrazione, diffusissima in vari dialetti, di un originario povero dal lat. pauper, mentre il secondo dovrebbe essere il greco ptokhós ‘povero, poverissimo, mendicante, pitocco’ con la perdita della labiale iniziale come avviene per it. tisana dal gr. ptisánē, it. Tolomeo dal gr. Ptolemaîos. D’altronde la labiale, inserita tra la -r- di por- e la dentale di ptokhós, creava qualche difficoltà di pronuncia e pertanto sarebbe stata lasciata a maggior ragione cadere. Il nome bilingue avrà assunto prima la forma latineggiante *por-(p)tochosum, per influsso dei molti aggettivi latini in –osus, e poi, fatalmente, sarà andato a cadere in braccia all’etnico portoghese, una volta divenuti opachi i due componenti della parola. Il suo significato doveva essere quello di ‘povero, mendicante, straccione, pidocchioso, taccagno’ o anche di ‘povero straccione, povero taccagno’ con un senso di compatimento indotto proprio dal ‘povero’, come avviene nelle espressioni simili in voga anche oggi. Nella Toronto degli anni ’60, mi assicura Angelo Gualtieri, un mio carissimo amico che vive in Canada, circolavano dei composti simili come pizza pie, prosciutto ham, ricotta cheese. Quando due civiltà si incontrano è naturale che il linguaggio si mescoli. Cosa che è avvenuta sempre, fin dai primordi della vita associata dell’umanità dotata di parola.
Così stando le cose, io credo che gli eterostereotipi siano quasi tutti falsi, non solo quello relativo al portoghese. Il Lurati cita il tedesco er ist ein Nassauer ‘è un abitante della città di Nassau’, usato per chi entra di sotterfugio a teatro: a me sembra percorribile, almeno come punto d’avvio per la spiegazione, la strada che ho trovata in Wikipedia, seguendo la quale il detto deriverebbe dall’espressione berlinese for nass ‘gratuitamente’, che a sua volta rimanderebbe al furbesco nassen, scaturito dallo jiddisch occidentale nossenen ‘regalare’. Ma già nel XVI sec. nass, da non confondere con l’omofono nass ‘bagnato, umido’, stava per liederlich, ohne Geld riferito a persona spregevole e senza un soldo. Di nessun valore, comunque, è l’aneddoto cui ha dato vita l’espressione, aneddoto che anche in questo caso non poteva mancare. Infine per il francese grivèlerie ‘frode allo scotto’ (da grive, lat. graecus), cui Lurati accenna, rivolgerei l’attenzione al logudorese crecu (che nulla ha a che fare con logud. grecu ‘greco’) e campidanese creciu ‘interesse, usura, strozzinaggio’ (catalano creix, escreix), considerato il senso collaterale di avarizia e taccagneria che spesso accompagna la parola usuraio.
Ora, sono certo che si dirà che il mio *por-(p)tochosum ha il difetto di non essere attestato. Ed è vero. Ma tutto sembra congiurare a renderlo per così dire self-evident, perchè si situa quasi alla perfezione, senza slabbrature, sbavature o spazi vuoti, all’interno del significante portoghese. Del resto un eventuale aggettivo tardo latino ptoch-osum, o anche pitoch-osum, isolato, sarebbe stato fatalmente fagocitato dall'it. pidocchioso  'miserevole, avaro, ecc.', aggettivo  più comune, dallo stesso significato.  Le altre spiegazioni possono essere dotte quanto si vuole e svolte secondo i canoni più scientifici, ma danno tutte la chiara impressione, a mio avviso, di abbandonare l’alveo naturale in cui bisogna ricercare le origini della locuzione, perdendosi nelle plaghe o della pura fantasia aneddotica (la quale, se si va ad indagare, risulterà magari anch’essa un prodotto di suggestioni emananti dalle parole) o di quelle che, francamente, mi sembrano soltanto delle mezze idee che fanno guardare in tralice la presenza di un improbabile portoghese là dove si spalanca solo l’enigma di una porta rotta.

martedì 24 novembre 2009

Vecus Eidus (Eidius, Eidium, Eidianus, Eidianellus?)

La dedica ad Ercole (Hercolo), del II-I sec. a. Ch., rinvenuta in località Santa Monica a Cerchio presuppone la presenza di un tempio, dato anche il ritrovamento di 109 monete, due delle quali d’argento, in quello che doveva essere il thesaurus in pietra squadrata del santuario. Il nome del Vecus (lat.Vicus) Eidus (nell’epigrafe compare il genitivo Veci Eidi, nome, quest'ultimo, che potrebbe però essere anche l’abbreviazione di *Eidiani, l’aggettivo etnico derivato da una base Eidius, forse in epoca più remota Eidus), il centro abitato dei due magistri realizzatori del donario, con moltissima probabilità deve avere a che fare col toponimo Vëcènna relativo alla abbastanza vasta zona a sud del Cimitero di Aielli confinante, al suo lato sud-est, con la suddetta località Santa Monica. Si tratta di contrade in cui è facile notare in superficie frantumi minutissimi ma numerosi di materiale laterizio, come nell’attigua località Fontillara, sicuro indizio della presenza di un agglomerato o di diversi agglomerati di una certa grandezza in antico. La forma vecus, comparente anche in altre epigrafi della Marsica, sta al posto di lat. vicus.
Il nome del vicus, man mano che dal latino parlato (già diverso da quello di Roma) si passò a quello che sarebbe stato il nostro dialetto, dovette suonare dapprima come Vëk(ë)-èidë o Vëk(e)-èdë, secondo norme linguistiche assodate, riscontrabili anche nelle attuali parlate che riducono al suono indistinto schwa (in altri termini alla e muta) vocali finali di parola e molte di quelle non accentate . Nel dialetto di Celano è muta anche la -a finale di parola. In un secondo momento, quando ormai l’agglomerato non esisteva più e se ne era persa magari anche la memoria, il probabile toponimo Vëk-èidë, unico resto dell’antico vicus, trasformatosi nel frattempo in un Vëcèidë (con intervenuta pronuncia palatale della velare) di significato oscuro alle orecchie della gente o, semmai, assonante con la radice di vicem ‘vece, vicenda’ o di un suo derivato, dovette incrociarsi – cosa che avviene normalmente in linguistica, in virtù della cosiddetta etimologia popolare - con altro termine dialettale dalla medesima radice di vicem (vice, vicenda) ma di chiaro significato, cioè vëcènna ‘vicenda, rotazione agraria’ (lat. parlato *vicenda , plur. neutro -passato poi in italiano a femminile singolare- che presuppone un sing. *vicendum, dial. *vëcèndë) e ne assunse, senza tentennamenti, i connotati che gli calzavano del resto a pennello, perché magari nel frattempo il suolo dell’antichissimo vicus era tornato ad essere pascolo per le pecore o terreno per l’aratore come è avvenuto fino a qualche decennio fa. Vëcèndë è passato successivamente a Vëcènnë e poi a Vëcènna, con normale assimilazione progressiva della dentale sonora d alla nasale precedente n.
Ma, cosa molto più interessante, nell’area della suddetta località Vëcènna si trovava nel medioevo un Casale con la chiesa di Sancti Johannis in Ozzanello, come dice il Di Pietro, luogo ricco di acqua. Nel nostro dialetto la località suona solo Sandë Jannë. La specificazione Ozzan-ello potrebbe molto probabilmente derivare dall’eventuale etnico del vicus Eidius, cioè *Eidianus che avrebbe dato *Eizzàno oppure Ezzàno, Izzàno fino ad arrivare ad Ozzan-ello, con la chiusura in suono indistinto della vocale E oppure I protonica successivamente reinterpretata come U oppure O . Ma anche il nome del santo cristiano Johannes potrebbe essere, in questo caso, il camuffamento di un originario Sant’ Eidiano, Sant’Idiano divenuto Santë Dianë e poi san Dianë , attraverso il distacco della I di I-diano, nel frattempo divenuta vocale indistinta a causa dell’accento tonico sulla sillaba seguente, e sua agglutinazione col Sant’ precedente, facilmente trasformabile a questo punto in un dialettale Sandë Jannë (sempre per distacco della D di D-iano e sua agglutinazione con il San precedente) e, con il beneplacito della Chiesa, nel cristiano Sanctus Johannes. Oppure si sarebbe potuto passare a Sandë Jannë attraverso una mera semplificazione aplologica direttamente da Sandë (D)ianë. Il fatto confermerebbe quindi la presenza anche in questo luogo di una divinità pagana il cui nome aveva la stessa radice del vicus , e cioè Eidius, Eidianus. Sicchè, a mio parere, il nome remoto del vicus Eidius sarebbe continuato oggi dal toponimo Vëcènna mentre Sandë Iannë sarebbe legato più al nome della divinità e Ozzanello al relativo villaggio medievale. Anche a Cerchio, ma nel piano lungo la strada che dalla via Tiburtina conduce a Fucino, c’era nel medioevo una chiesa, con relativo villaggio, di Sancti Viti in Ozzano . Io sono del parere che quest’ultima specificazione (Ozzano) derivi dalla fonte San Vito ancora esistente, se si tiene presente che a Celano e anche ad Aielli un nome come Vittoriano, ad esempio, era pronunciato in antico Uttriànë: quindi un eventuale originario etnico *Vitianus avrebbe dovuto dare come esito *Utiànë e poi *Uzzànë, *Ozzànë. Il diminutivo Ozzanello forse è spiegabile con la necessità di distinguere il villaggio da quest’altro Ozzàno, a meno che non si debba spostare tutto nella preistoria e considerare il suffisso –ello come un apparente diminutivo, spiegabile in realtà come radice per ‘acqua’ identica a quella della attigua località Font-ill-ara. Allora sarebbe sensato porre la motivazione dell’acqua all’origine remota dei relativi toponimi. La presunta divinità *Eidianus è supponibile, quindi, che sia divenuta tale (e tale sia rimasta nel nome) prima che la vena d’acqua ad essa collegata, e il connesso vicus, acquisissero anche l’ultima radice –ello. La probabile forma abbreviata Eidi dell’epigrafe potrebbe sottintendere un *Eidiani ma anche un *Eidianelli, da cui l’Ozzanello medievale.
Io insisto comunque sull’idea, manifestata in altri scritti (cfr. il mio articolo Il nome del Paese di Cerchio), che la figura di Ercole, figlio di Giove, in questo caso coincidesse con una divinità solare, la quale nel trascorrere dei lunghi millenni della preistoria potè attrarre a sé molti nomi, sempre attinenti al culto del Sole. E in effetti il nome del vicus Eidus, Eidius (Eidium?) all'origine magari riferito alla vena d'acqua del luogo potè attrarre un nome di divinità identico al lat. Eid-us, più comunemente Id-us ‘Idi’, che nel calendario romano cadevano normalmente il 13, in alcuni mesi il 15, giorno dedicato a Giove, divinità del cielo e della luce diurna, cui il flamen Dialis sacrificava in quel giorno una pecora bianca, la cosiddetta ovis idulis, appunto. Secondo Macrobio l'etrusco idus significava 'giorno'. Era in auge in passato, per lat. Idus, l’ipotesi di connessione con la radice indeuropea idh col valore di ‘brillare’: questa connessione è stata abbandonata senza però trovare una soddisfacente proposta alternativa: a mio avviso sarebbe invece il caso di tornare a quella precedente ipotesi. Il sistema calendariale romano derivava da uno precedente basato sulle fasi lunari, in cui le Idi corrispondevano alla "luna piena". Allora un nome come quello di Eidus nella nostra epigrafe potrebbe aver attratto nella preistoria il culto di una divinità lunare dal nome simile che va a combaciare, a mio avviso, col secondo componente di Mon-eta, appellativo di Giunone, considerata anche divinità lunare. La località Santa Monica (cfr. nel mio blog l'articolo Località Santa Monica o Li Cantoni), luogo di ritrovamento dell'epigrafe, confermerebbe questa mia supposizione. E' probabile quindi che in questi luoghi vi sia stato in epoca preistorica un culto per le due divinità del cielo, legate etimologicamnte alla luce diurna e notturna. Una confraternita di Santa Monica e un altare di Santa Monica all'interno della Chiesa della SS. Trinità di Aielli compaiono in documenti dell'archivio diocesano a partire dalla prima metà del '600: chiaro indizio di un culto antichissimo tramandatosi attraverso i secoli. Copie dei detti documenti mi sono state gentilmente fornite dall'amico Maurizio Di Censo. Un'altra possibilità interpretativa viene offerta da uno degli epiteti di Ercole, cioè Monoecus (cfr. portus Herculis Monoeci nell'attuale Principato di Monaco). Allora il nome della località Santa Monica potrebbe essere il riflesso dell'epiteto, diventato femminile per influsso del nome della Santa cristiana. I toponimi conservano gelosissimamente i loro millenari segreti che è spesso difficile scoprire, ma una cosa è certa: essi non sono quasi mai mero e vano flatus vocis nè sono da interpretare per quello che evidenziano in superficie, come a mio avviso dimostra il nome di questa località. Il poeta latino Anneo Lucano (I sec. d. C.) accenna al porto di Monaco in questo brano della Farsaglia (I 405-8):

Quaque sub Herculeo sacratus nomine portus
urget rupe cava pelagus; non Corus in illum
ius habet aut Zephyrus: solus sua littora turbat
Circius, et tuta prohibet statione Monoeci.

In sostanza il poeta osserva che il porto d'Ercole è riparato naturalmente da ogni parte dai venti tranne dalla parte del vento Circius o Cercius, che, solo, riuscirebbe a sconvolgerne la spiaggia e a proibirne l'accesso con le grosse onde del mare. Ora, però, sorge la difficoltà che il Circius è altro nome del Corus o Caurus, vento di nord-ovest o del nord, oggi chiamato Maestrale. E' effettivamente strana questa confusione specie se aggiunta alla considerazione che il porto in questione è aperto all'influsso dei venti provenienti da est, come quello che oggi è chiamato Marino (cfr. Mediterranean Pilot, ii. 132). Io penso pertanto che questa descrizione del poeta non abbia quasi nessun valore reale, ma sia scaturita da qualche racconto mitologico a noi ignoto che collegava il vento Circius con Ercole e il suo appellativo Monoecus, situato a chiusura del v. 408, come a specchio del termine Circius all'inizio dello stesso verso. Questa mia osservazione andrebbe, in effetti, a completare e rafforzare quelle che ho fatte nell'articolo presente in questo blog Il nome del paese di Cerchio, tese a dimostrare uno stretto legame tra il teonimo Hercules e il toponimo Cerchio.
Riporto, per soddisfare la curiosità dei lettori, il testo dell’epigrafe, così come mi è stato comunicato dall’amico Fiorenzo Amiconi di Cerchio che ha avuto contatti col famoso archeologo Cesare Letta: è probabile che qualcosa non sia esatto. Attendo la pubblicazione ufficiale dell’epigrafe.

C. DEIDIO. PE.F. ET. VE. ALFIO. PV.F. MAGISTRES

VECI. EIDI. HERCOLO. LOCAVERONT

I nomi personali Deidio e Alfio, seguiti dagli acronimi dei rispettivi patronimici (la /F./ sta per filios, lat. filius’ figlio’, le lettere precedenti costituiscono le iniziali di nomi paterni) sono dei nominativi della 2° decl.( Deidios e Alfios); magistres sta per lat. magistri ‘autorità, capi (del vicus)’; Hercolo è dativo della 2° decl., quindi diverso da lat. Herculi, dativo della 3° decl. 'per, ad Ercole'; locaveront sta per lat. locaverunt, perfetto, che significa ‘fecero fare, fecero costruire’.