lunedì 18 luglio 2011

Zitto e mosca !


Zitto e mosca!, non si potrebbe forse trovare un’espressione più efficace (si usa anche il solo mosca!) di questa che però nello stesso tempo è una delle più oscure quanto all’origine di quella mosca, contrariamente a come si possa invece pensare. La quale, peraltro, ci tallona da presso in un’altra espressione legata al silenzio, cioè Non voler sentire una mosca volare. Ma in questo caso la mosca non sembra comportarsi da inquilino abusivo, perché è chiaro, almeno a questo punto dell’analisi, che la frase vuole significare che il volo di una mosca già sarebbe, per chi pronuncia quell’espressione dall’alto della sua autorità, un disturbo insopportabile, naturalmente esagerando, come si fa in questi casi. A meno che non si voglia sostenere — cosa a mio parere impossibile— che la parola mosca nell’espressione interiettiva voglia essere un estremo compendio, frutto di una mente votata all’ermetismo, di tutta la corrispondente e distesa frase negativa. La presenza, nel vocabolario abruzzese di D. Bielli, dell’espressione moscatë! (silenzio!) fa capire che anche mosca! è un imperativo di 2° persona sing. e non un sostantivo che alluda al ronzio impercettibile della mosca. Si potrebbe però anche in questo caso argomentare che il verbo è un denominativo da mosca e tutto tornerebbe come prima. Ma uno dei principii imprescindibili della mia ricerca, e cioè che la Lingua nomina le cose per quello che sono e non per via indiretta, mi costringe a sostenere quello che subito dirò.


Lasciandomi guidare dal mio fiuto, ho prima pensato che in questo caso la parola mosca potesse avere qualcosa in comune col lat. muss-are ‘soffocare la propria voce, bisbigliare, tacere’ e che la prima possibile sua componente doveva trovare riscontro nel gr. ‘chiudo (labbra, occhi, ecc.), mi chiudo, serro, sto quieto, tacito’. La doppia –s- di lat. muss-are può essere anche il risultato di un precedente o parallelo *musc-are: il lat. pessulu(m) ‘chiavistello’, abbiamo visto in un altro articolo, era affiancato da varianti più o meno dialettali come pesculu(m), pestulu(m). Ma, essendo per così dire quasi certo il primo elemento -, connesso col verbo greco citato, come si potrebbe spiegare l’elemento successivo –sc-, secondo il principio della ripetizione tautologica? La radice di gr. sig ‘silenzio’(cfr. a. a. t. swig-en ‘tacere’) andrebbe molto bene per formare un composto tautologico *mu-sig-are da cui *musc-are, per influsso di lat. musca(m)’mosca’. Riflettendo un po’ più approfonditamente su questa mia ricostruzione ipotetica, mi accorgo in effetti che essa permette di sostenere (cosa di cui ho riscontrato la verità anche in altri casi) che l’espressione tradizionale che parla di silenzio in cui non si sente mosca volare potrebbe essere partita all’inizio senza il suo valore metaforico attuale in cui la mosca ha preso, anche se —debbo riconoscerlo— molto icasticamente, il posto dell’originario brontolio, bisbiglio, concetto espresso allora da un termine andato poi a confondersi col lat. musca(m) ‘mosca’. E questo si inserisce nel contesto della considerazione, più volte da me ripetuta, che la Lingua ama nominare le cose direttamente per quello che sono, senza nemmeno gli abbellimenti metaforici, dunque, di cui l’ homo loquens poteva all’origine paradossalmente fare a meno essendo ogni parola, per quanto riguarda il suo significato, già pirandellianamente una nessuna e centomila per sua propria natura, sicchè solo nell’atto pratico della comunicazione le parole cercavano rapidamente di assumere significati particolari che distinguessero una mosca ‘essere vivente’, ad esempio, da un suo sosia col significato di ‘bisbiglio’, ma percepito anch’esso come un essere vivente.


Ragazzi! Che grande avventura è la Lingua! Non finisce mai di stupirmi! Vi garantisco che è cento volte meglio restare solo nel chiuso della mia stanza a cercare di costringere le parole a confessare la loro plurimillenaria e fantasmagorica vita che tentare di svagarmi altrove, forse senza successo, rincorrendo vanamente il fantasma del rilassamento e della felicità con caterve di persone che si addensano come nugoli di mosche lungo le belle (dove non c’è inquinamento!) spiagge italiane. D’altronde io mi ritrovo il passo lento e l’animo solitario, se non proprio scontroso, del montanaro nato, cresciuto e pasciuto e per di più succube spesso d’un desiderio vano d’un mondo che più non è.


Che i suoni per natura volano (cioè si diffondono) lo si sa almeno dal tempo di Omero, con le sue parole volanti! Eppure l’abbinamento del suono, elemento costitutivo delle parole, col volo può riuscire un poco stonato, sgradevole. Una cosa è certa: dinanzi alle parole, specie quelle delle frasi idiomatiche, dobbiamo scappellarci in devota adorazione: esse hanno preso acqua e sole a profusione per una infinità di stagioni e recano a noi i profumi i gusti gli echi e i segni di epoche lontanissime anche se a poco a poco si sono talora deformate, spesso consumate, rese quasi irriconoscibili, in un gioco ambiguo tra il voler nascondersi per uno spiccato senso di signorile pudore e il lasciare trapelare qualcosa della loro straordinaria natura e storia a noi ignari, ignoranti e spesso indegni loro fruitori!


Che esistessero per così dire due tradizioni, una rappresentata dal logudorese muschiare ‘bisbigliare, brontolare’ che richiama il supposto *musc-are ‘bisbigliare, tacere’ e l’altra dal logudorese musc-ire(1) ‘bisbigliare, fiatare, zittire’ che potrebbe derivare sempre dalla stessa radice musk- o magari dalla sua variante muss- di lat. muss-are ‘bisbigliare, tacere’, mi sembra abbastanza accettabile. Anche nel Bielli è presente la forma muschi-are (2) ‘ronzare’ che sembrerebbe in collegamento con il sostantivo mosca: ma abbiamo visto che simili connessioni sono ingannevoli. Piuttosto, l’abruzzese muschi-are ‘ronzare’ rimanda ad un precedente *muscul-are che a mio avviso combacia con il siciliano trapanese musculi-àtu ‘ventilato, battutto dal vento’. Subentra quindi anche un’idea di vento connaturata a quella di ‘bisbiglio, fiato, soffio’ proprio della radice. A meno che non si voglia dar retta a coloro che collegheranno senz’altro questo vocabolo a sic. muscaloru ‘ventaglio per vari usi’ che deriva sì da un lat. *muscariolu(m) diminutivo di muscariu(m) di cui parlerò più sotto, ma senza la necessità di legarlo mani e piedi al concetto di mosca, come fanno quelli che amano restringere e soffocare i limiti dello spirito piuttosto che espanderli. Il problema è di capire come mai una radice per ‘bisbiglio’ si presti a indicare anche il ‘silenzio’. All’origine di questo fatto mi pare che possa porsi l’abitudine, diffusa un po’ dappertutto almeno in Europa, di intimare il silenzio mediante l’emissione di una sorta di sibilo, ma forse, più in profondità, resta la considerazione che sia il sibilo sia il silenzio sono effetto di una pressione tesa da un lato ad esprimere suoni e parole, dall’altro a comprimere le labbra come ad evitare che sfugga alcunchè dalla bocca. Abbiamo già parlato della radice mu- che ha dato origine sia al sscr. muk-as ‘muto’, abruzzese muccë ‘silenzio’ che al lat. mut-u(m) ‘muto’; il serbo-croato mostra di possedere la radice se in quella lingua il ‘silenzio’ suona muč-anje. Ma esiste , per così dire, anche un’altra variante abruzzese mopë, mupë ‘silenzioso, muto’, il che sembra dare forza alla mia convinzione che le parole, uscendo dalla bocca degli uomini preistorici, potevano prendere qualsiasi direzione in quanto composte di elementi omosemantici.


Il problema si complica, ma nello stesso tempo chiarisce alcuni miei principi fondamentali, quando osserviamo che in sardo musca significa anche ‘ebbrezza, sbronza’. In campidanese muschittu, oltre che ‘moscerino’ significa anche ‘fregola’ che è un altro modo di sentirsi eccitato rispetto al precedente ‘sbronza’. Allora bisogna prendere atto di una tendenza della radice (di tutte le radici) ad allargare sempre di più il ventaglio delle sue possibilità espressive che tutte rientrano nell’idea di ‘forza’ la quale può generare il sibilo, il vento, e qualsiasi altra forma di energia come l’ eccitazione provocata dal vino o quella provocata dal sesso o dall’amore. In effetti si incontra in espressioni di alcune lingue europee ancora la parola mosca ad indicare sentimenti che ruotano intorno ai concetti di ‘ira, stizza , agitazione, furia’ come nel fr. prendre la mouche fotocopia del dialettale (Aielli e altrove) pijjà la mosca ‘prendere la mosca’, espressione sì riferita agli animali (ma anche agli uomini) che si imbizzarriscono o scalciano improvvisamente perché punti da qualche insetto, ma che aveva una vita propria, in quanto la parola mosca conteneva già di suo quei significati ruotanti intorno alla ‘eccitazione’, come dimostrano le parole sarde. Lo stesso avveniva d’altronde per il gr. oîstr-on (da cui it.estro) che poteva significare ‘tafano, pungiglione, estro poetico, furia, passione’ e simili, tutti significati provenienti da quello fondamentale del verbo -mai ‘mi slancio, mi avvento’. E certamente anche la musica, con quel nome un po’ troppo scintillante e pomposo se inteso come i Greci lo intendevano, cioè '(arte) delle Muse', credo debba più modestamente riallacciarsi al sibilo del supposto verbo *mu-sig-are da musc-are che deve averle dato i natali. Naturalmente un sibilo può accrescersi e trasformarsi in ispirato canto o concento che come tale cade sotto la protezione delle divine figlie di Giove e Mnemosine, abitatrici immortali dell’Elicona e del Parnaso, le Muse, amanti del canto, della danza, della musica e di ogni espressione artistica dell’uomo nata sotto il pungolo irresistibile della loro possente mania ‘furore, ispirazione’ creatrice. La questione linguistica, però, si risolve non lasciandosi attrarre dal fascino pericoloso delle belle dee antiche, ma ponendosi pragmaticamente questa domanda: sono state le Muse a dare il nome alla musica o il contrario? Ma certamente il contrario!, dato che ogni divinità non è altro che la ipostatizzazione di fenomeni naturali che dovettero ricevere i loro nomi prima o al massimo contestualmente alla loro trasformazione in divinità! vivaddio, la Natura precede ogni sovrastruttura ideologica! Ora credo di aver finalmente capito il significato profondo del nome delle Muse per il quale taluni propongono anche, direi opportunamente, l’etimo che richiama la radice men molto diffusa tra le lingue indoeuropee e connessa col lat. mente(m) ma anche col gr. mén-os ‘forza vitale, passione, volontà, ira, furore’. Dimenticavo lo spagnolo familiare mosque-arse ‘arrabbiarsi, prendersela’ che mantiene una scintilla della divina eccitazione come l’it. saltar la mosca al naso ‘ venire un attacco di rabbia, irritarsi’. Il naso di questa espressione meriterebbe maggiore attenzione, ma rimando la cosa ad altra occasione. La noiosa mosca oggi la fa da padrona nel nostro lessico facendo anche del torto ai cosiddetti mosconi ‘corteggiatori insistenti e noiosi’ i quali, prima che si incontrassero con l’insetto, dovevano essere solo ‘corteggiatori’ o ‘innamorati’ presi seriamente dal sacro fuoco dell’amore, e bisognosi quindi di maggiore rispetto.


Il sardo nuorese fàchere su músiu significa ‘fare le fusa’ e quindi il campidanese fai sa música dello stesso significato non ha valore metaforico, ma indica direttamente il ron ron delle fusa simili ad un sibilo. E in effetti non ci vuole molto a mettere al posto della musica (che evoca nella nostra mente bande, squilli di tromba, fanfare e trionfi) una povera mus(i)ca ‘mosca’ dal ronzio monotone et éphémère, che poi ci accorgiamo essere anch’essa, benchè più realistica della musica (infatti suonerebbe più concreto e aderente al contesto dire che il gatto fa la mosca invece che la musica), un fantasma svanente in un sibilo appena avvertibile. C’è poco da fare! i significati sono qualcosa di estremamente mobile nel corpo della parola che sembra presentarceli invece cristallizzati, incapsulati (fatte salve le normali oscillazioni semantiche) per sempre fin dall’origine, come se essi non fossero, al contrario, espressione di un momentaneo e superficiale guizzo atto a rendere più perspicua la comunicazione, di un magma sotterraneo e incandescente, che pure vorrebbe atteggiarsi ad entità ben solida e duratura! E lo studioso che non avverte questo fondamentalissimo fenomeno è destinato ad arrancare dietro fantasmi che infine lo lasciano beffardi con un pugno di mosche! Anche quest'ultima espressione, non presente -mi pare- in altre lingue europee, non risulta mica tanto per la quale alla luce dei nostri gusti diventati schizzinosi, specie nei riguardi di questi insetti dispettosi. In effetti è difficilissimo acchiapparne una sola, figuriamoci un pugno! Se ci riuscissimo dovremmo comunque non restare delusi come vuole il senso dell'espressione, ma, al contrario, fare salti di gioia perchè il fatto sarebbe una prova indiscutibile della nostra veramente eccezionale abilità di acchiappamosche. E allora, per far quadrare i conti con la nostra logica, non resta che dare in questo caso al termine mosca, reso plurale per l'occasione, il significato di 'aria, vento' incontrato più sopra: cfr. il veneziano restar co le man piene de vento 'restare con un pugno di mosche'. Si direbbe anche che, man mano che la si riavvicina all’origine, la parola diventa, starei per dire, sempre più seria, perde qualsiasi atteggiamento ludico che sembrava distrarla dal suo vero ed originario compito, quello di tentare di mettere ordine nelle cose del mondo, nominandole e non giocando con esse.


In catanese musia vale ‘allegria’: siamo semptre nell’ambito della ‘eccitazione’. Il lat. musc-ariu(m) ‘ventaglio scacciamosche, coda di cavallo, fogliame ad ombrello’ è il punto d’incontro di almeno tre significati diversi legati alla radice musc-, cioè quello di 'sibilo, vento'; quello di 'mosca', e quello di 'cespuglio, pianta'. Quest’ultimo si riscontra, ad esempio, nel trasaccano mosca-tàna (3) ‘cespuglio spontaneo usato per l’addobbo di Natale’, sicchè non bisogna credere al presunto valore metaforico di italiano (con riscontri dialettali) mosca, moschetta ‘ciuffo di peli tra il mento e il labbro inferiore’. Questo tipo di mosca va confrontata con gr. móskh-os ‘germoglio, ramo, animale giovane, vitello, fanciullo, rondinino (che è un volatile come la mosca)’ e con lo stesso lat. muscu(m) ‘muschio’, sardo campidanese musc-erra ‘mosca carnaria, moscerino, ragazzaglia’. Certamente non mi appaga, quindi, l’etimo dato per napoletano musch-ìllë (4)‘ragazzino assoldato dalla malavita’ ma anche solamente ‘ragazzino’. Nel libro di cui alla nota, infatti, si sostiene che il significato alluderebbe metaforicamente ad un ‘moscerino’. Ma abbiamo visto che il problema non si risolve in questo modo, perché dentro l’involucro esterno del moscerino potrebbero trovarsi tante scatoline cinesi ciascuna contenente il significato particolare che quel tratto di sonorità ha assunto di parlata in parlata, di età in età, e il rapporto che il linguista crede di scoprire a gioco fermo potrebbe anche essere rovesciato nel senso che potremmo chiederci se è l’idea di ‘moscerino, mosca’ ad attivare un rapporto con quella di ‘ragazzo’, di ‘vitello’, ecc. o viceversa. Il gr. moskh-ári-on ‘vitellino’, simile formalmente al campidanese musc-erra ‘ragazzaglia’ può senz’altro chiarire l’idea. Non ci confonda il suffisso peggiorativo –aglia , un riflesso dovuto al significato di ‘suono, rumore’ che la radice esprimeva, come abbiamo visto, in altri contesti.


Il gioco della mosca-cieca deve essere ripetizione tautologica del concetto di ‘cieco’: si ricordi che greco significa anche ‘chiudo gli occhi’ oltre che ‘chiudo la bocca’. A pensarci bene la radice in questo caso esplicita la sua funzione di copertura adombrata già in lat. muscariu(m) ‘fogliame ad ombrello’ e presente, a mio avviso anche nel lat. musc-ulu(m) ‘galleria, macchina al riparo della quale i soldati si avvicinavano alle mura di una città per demolirle’.


Acqua in bocca! La frase, in bocca ai parlanti del mio dialetto (ma anche di quelli di mezza Italia) suonerebbe acqua ‘mmocca , una bella base di partenza per ricavarne un’espressione come *áku’ i muka 'ascolta (greco ákoue) e taci! (sscr. muk-as ‘muto’): una ingiunzione che tornerebbe a fagiolo negli appostamenti della caccia e nelle esplorazioni militari della preistoria! Nel gallurese esiste il verbo micà ‘tacere’ ma pure l’impagabile Bielli ci regala la voce muccë ‘silenzio’ (pìjëtë quess’e mmuccë ‘prendi codesto e buci!’), anche se dietro la vocale indistinta doveva esserci una –i- degli imperativi dei verbi in -ire. Sicuramente la voce ricorrerà in diverse altre parlate. Perché mai, in effetti, dovremmo metterci acqua in bocca (che potrebbe sfuggirci via o essere inghiottita) e non magari un po’ di foglie, d’erba o un fazzoletto (molto più sicuro!) per tacere, se proprio uno non ne può fare comodamente a meno? Come ci appaiono ridicole e improbabili queste locuzioni ora che ne abbiamo scoperto il meccanismo! In effetti non ci sarà stato mai nessuno che avrà messo dell’acqua in bocca per mantenersi silenzioso. L’altra espressione Dare i calci della mosca ‘rivolgere ingiurie e percosse inoffensive’ non può essere nata a tavolino: al posto della mosca potevano nominarsi caterve di altri animaletti inoffensivi! Qui credo che il termine abbia avuto, all’origine, lo stesso significato della frase analizzata più sopra riguardante chi è preso dalla mosca (furia, eccitazione). Una volta uscito questo significato fuori del lessico corrente, la parola mosca non poteva fare altro che adattarsi alla nuova situazione, in cui una povera mosca non può che essere innocua!


Il Bielli riporta anche la strana espressione abruzzese mosc’a la ceštë ‘zitto e mosca!’ il cui 2° nome non può che significare una nuda ‘cesta’ (lat. cistam). Il mistero si scioglie non appena si pon mente all’ingl. hiss ‘sibilo, sibilare’ la cui fricativa iniziale h- rimanda ad una precedente velare sorda k-; all’interiezione inglese che intima il silenzio hist! ‘sst!’; all’ingl siss=hiss; al m.ingl. siss-en, ciss-en ‘sibilare’; all’ingl. hush ‘silenzio, calma’; al ted. zisch-en ‘sibilare, fischiare, zittire’, sp. chis! ‘zitto!’, sp. chiche-ar ‘zittire’, sp. sise-ar ‘zittire’, sp. chist-ar ‘fiatare, parlare’, sp. chit-on! ‘silenzio!’: tutte queste voci simili, che non sono onomatopeiche nonostante l’apparenza, fanno venire l’idea che anche l’it. zitto abbia subito una trafila di questo tipo: *cisto, citto, zitto.


Concludendo, non si può passare sotto silenzio che queste radici per ‘taci!’ che spuntano qua e là in diverse parti d’Italia, non possono spiegarsi come il portato più o meno recente di aleatorio materiale romanzo, ma debbono provenire da strati lontani, anche molto, nel tempo.


Mosc’a la ceštë!, dunque, a tutti gli scholars che sicuramente borbotteranno dinanzi a queste mie intemperanti divagazioni non certo ortodosse che per loro sono come noiose moscacce importune, benchè essi non abbiano trovato finora, che io sappia, né riusciranno forse a trovare mai una spiegazione, sufficientemente soddisfacente per l’espressione, diversa dalla mia! La sfida è aperta! coraggio! cerco chi mi dia una lezione tale da farmi perdere, se non il gusto di vivere, quello di divertirmi con le parole! Di mezzi ce ne avete sicuramente più di me! An clarissimi grammatici, despecto provocatore, mussant? (O forse gli illustrissimi studiosi tacciono per l’insignificanza dello sfidante?).








Note





(2) Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.


(3) Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003.


(4) Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998.





lunedì 4 luglio 2011

Lingue germaniche nell'Italia preistorica


Molti sono i termini italiani o dialettali di difficile etimologia che, secondo me, si inquadrano molto bene in un sistema linguistico di tipo germanico. Se si considera, ad esempio, l’it. scattare non si può non accostare il verbo ai dialettali (siciliano, salentino) scattunë, scattë ‘germoglio, pollone’ con qualche riflesso nella terminologia relativa ai rampolli umani come nel lucano (1) (Gallicchio-Pz) šcattìescë ‘bambino molto piccolo’, scazzùoppëlë ’bambino poco sviluppato, nanerottolo’, šcattùordë ‘bambino dispettoso’, perché qui la parola si è chiaramente incrociata con l’agg. šcatt-ùsë ‘dispettoso, molesto’, termine a metà strada tra il verbo scattà, con lo stesso significato di it. scattare, e il verbo corradicale con la iniziale palatilizzata šcattà ‘schiattare, scoppiare, crepare, sbocciare, germogliare’. Il bambino dispettoso è, insomma, quello dotato di una natura estremamente reattiva alla presenza degli altri, la quale convoglia i suoi spiriti ostili e sdegnosi verso chi viene preso di mira. L’it. schiattare sarà variante di un originario scattare. L’idea di fondo è quella di premere con forza, spingere, muover(si) velocemente, che si ritrova nel ted. schiess-en ‘muoversi velocemente, volare, avventarsi, sparare’, ingl. shoot ‘sparare, lanciare, tirare, scagliarsi’, ingl. scat ‘andarsene velocemente, partire in fretta’ coi loro riflessi vegetali e anche umani come in ingl. shoot ‘getto, germoglio’, ingl. off-shoot ‘germoglio, rampollo, discendente’, ted. Schöss-ling ‘rampollo, discendente’. Da notare l’inglese dial. shot ‘esserino di scarso valore, animale giovane o stentato’ che va ad affiancarsi al sopra citato scazzùoppëlë ‘bambino poco sviluppato, nanerottolo’ del dialetto di Gallichio-Pz. A me pare che si tratti della stessa radice di lat. scat-ere ‘scaturire, zampillare’ incrociatasi magari, in alcuni suoi significati e nella coscienza del parlante, con un supposto lat. *ex-capt-are ‘cercare di afferrare’, posto dai linguisti alla sua origine. Anche l’it. schizzare, considerato di origine onomatopeica, richiama invece il ted. schiess-en, sopra citato, ingl. skeet , tautologico nel nome dello sport chiamato skeet-shooting ‘tiro al piattello’, ma che significa anche, nei dialetti, ‘andarsene velocemente, far schizzare (un liquido)’. L’ingl. sketch ‘schizzo’ nel senso di abbozzo è quasi una fotocopia del termine italiano corrispondente da cui del resto è stato preso. Con una radice così stabile si spiegano bene anche le diverse Fonti Scod-ella da me incontrate qua e là.


Interessante la voce trasaccana scazz-ìgne (2)‘sperma’, che non va assolutamente avvicinata al volgare cazzo ‘membro virile’ se non fosse altro per il fatto che le parole indicano le cose direttamente senza dovervi per forza girare attorno, per cui mi pare possibile ricostruire una forma *scattin-, ampliamento delle radice scatt- di cui sopra, variante di quella di schizzo. Ma quello che mi sembra di notevole importanza è supporre che anche l’it. scaten-are , benchè si sia incontrato con lat. catena(m) ‘catena’ nel significato di ‘liberare dalla catena’ inserendosi così tra i verbi composti col lat. ex ’fuori da’, possa risalire alla suddetta radice e ne esprima tutto lo slancio e la violenza. In effetti il collegamento fra il ‘togliere la catena’ e il ‘liberar(si) delle forze’ può essere stato favorito dalla mediazione della radice suddetta. In inglese, tedesco, latino, greco i due diversi concetti sono infatti espressi in maniera diversa. Altre notevoli parole del dialetto trasaccano sono scazzà ‘fare un guadagno imprevisto e quasi immeritato’ col relativo sostantivo scazzàta. A me sembra di dover qui chiamare in causa l’it. scotto ‘prezzo pagato all’osteria, contraccambio’ , fatto derivare dal francone skot ‘tassa’, ma probabilmente stanziale in Italia da tempo immemorabile e abbastanza diffuso nel mondo germanico come nel dan. skat ‘tesoro, censo, tributo’, ted. Schatz ‘tesoro, ricchezze, persona amata’, ted. Schoss ‘dazio, tributo, censo’. Il termine trasaccano adombra una sorta di incameramento forzoso o casuale, un venir in possesso di un bene che mi fa pensare a qualcosa come ted. schatz-en ‘tassare, imporre tributi’ il quale fa il paio con ted. schoss-en ‘pagare un tributo’ ma anche ‘mettere virgulti’, riallacciandosi in questo senso alle parole sopra menzionate per i germogli. Credo che alla base dei due concetti ci possa essere l’idea di ‘spingere, produrre, protendere, dare (cfr. dazio)’ ma anche ‘tendere la mano per ricevere o prendere qualcosa’. Il ted. Schoss-er ‘ riscotitore, esattore’ mi fa supporre che anche l’it. ri-scuot-ere, nell’accezione di ‘ricevere una somma dovuta’, insieme al termine ri-scossa non nell’accezione di ‘contrattacco’ ma in quelle di ‘riconquista dei propri beni, diritti; liberazione, riscatto’, non abbia nulla a che vedere col verbo scuotere come probabilmente anche l’it. ri-scatt-are il quale deve scrollarsi di dosso quella che, a questa luce, appare come artificiosa etimologia, dal supposto lat. *re-ex-captare ‘riprendersi indietro’, con due prefissi di cui il verbo latino è invece sprovvisto : mi viene incontro la riflessione che, se è vero che una cosa o un uomo riscattato, ritorna per così dire in possesso di chi li riscatta, è anche vero però che così l’azione del riscatto non viene indicata per quello che fondamentalmente è, cioè uno scambio, un baratto tra due parti contrapposte, tra chi offre un bene o un prezzo adeguati e chi riconsegna per così dire il maltolto. A quanto pare il ragionamento che porto avanti da diverso tempo sulla tendenza della Lingua ad indicare i referenti per quello che sono, mi aiuta forse a raddrizzare le cose anche in questo caso. Con la constatazione che, appena una radice viene a trovarsi ai margini di una lingua, le parole che da essa traevano la linfa vitale cercano di adattarsi alla nuova situazione in cui radici simili ad essa, ma più diffuse, in auge ed in salute, le fanno una concorrenza spietata spadroneggiando in ogni modo, come in questi casi fanno i derivati dal lat. quat-ere ‘scuotere’(lat. in-cut-ere, per-cut-ere, ex-cut-ere, ecc.) e il lat. capt-are ‘ cercare di prendere, captare’. In effetti la parola che il greco ha per ‘riscatto’ è chiarissima: -tr-on (da -o ‘io sciolgo’) ‘mezzo di scioglimento, liberazione’ o semplicemente ‘pagamento’ come in lat. lu-ere ‘pagare, liberare, espiare’, radice di cui riparlerò più sotto. In tedesco abbiamo il verbo los-kauf-en ‘redimere, riscattare’ che, alla debole luce dei significati attuali delle due componenti, si spiega solo come fosse una creazione a tavolino, e cioè ‘comperare (kaufen) in modo da rendere sciolto (los= sciolto, staccato): ma che modo di ragionare! Quanto sarebbe più semplice la spiegazione, e più a misura d’uomo, se si potesse trovare tautologicamente un significato di kaufen simile a quello di los! Eppure a mio avviso non bisogna sudarci sopra molto perché ci viene già incontro la voce dialettale ingl. cop ‘colpire (una persona)’, spec. alla testa, per influsso del dialettale cop ‘testa’, voce che si accompagna al più o meno dialettale o arcaico cob ‘colpire, trebbiare (grano), staccare da un blocco di minerale il materiale scadente con un martello’ e ancora a chop ‘spaccare, tagliuzzare, tritare’ da cui spunta a sorpresa il significato commerciale che fa per noi ‘barattare, scambiare’ che ci riporta dritto dritto ad ingl. cheap ‘a buon mercato’, al dialettale ingl. chap ‘comprare, barattare’, dialett. cope ‘barattare, scambiare’, che sono alla base del ted. kauf-en ‘comperare’ da cui siamo partiti. Che il ted. kauf-en ‘comperare’ avesse all’origine un significato generico di ‘scambiare, barattare’ lo avevo modestamente già capito dal ted. ver-kauf-en ‘vendere’ il cui prefisso inseparabile ver- , molto attivo in tedesco, ha una funzione spesso rafforzativa del significato del verbo semplice. In questo caso è servito a determinare una leggera distinzione, anche per il significato, da kauf-en ‘comprare’. Finalmente, dunque, il significato di ted. los-kauf-en ‘riscattare’, da cui ci eravamo mossi, può essere guardato sotto la quieta e riposante luce che avvolge il ted. los-brech-en ‘staccare, rompere con forza, scatenarsi’ il quale, nonostante la violenza di questi significati, risulta composto dal solito los- (sciolto, staccato —ma vicino alla forma infinitiva ingl. lose ’perdere’) e da brech-en ‘rompere’. La stessa cosa si dica del ted. los-bring-en (e di diversi altri termini) ‘staccare, distaccare, liberare (un prigioniero)’, da ted. bring-en ‘portare, apportare, causare, produrre’, concetti riassumibili tutti da uno ‘spingere’ che può produrre anche un ‘distacco’ come in questo caso. Caratteristico il ted. los-sag-en ‘ lasciar libero’ al passivo ‘staccarsi a forza, separarsi, romperla con qlc, svincolarsi’. Letteralmente il verbo vale ‘dire sciolta, staccata qlco.’, una dichiarazione d’intenti che però non è registrata puntualmente dai vari significati i quali espongono solo il dato di fatto del ‘liberare’ o ‘liberarsi’ da qualcosa. D’altronde mi sembra quasi ridicolo pensare che uno, prima di separarsi da qlcosa o qlcuno, debba dichiarare per forza di volerlo fare! Lo fa e basta! Tanto è vero che se uno effettivamente dice di aver sciolto qualcosa usa l’espressione Ich sage, dass ich etwas gelöst habe ‘Io dico (Ich sage) di aver sciolto (dass ich gelöst habe) qualcosa (etwas)’ o simili e non Ich sage etwas los che significa ‘Io lascio libero qualcosa’, letter. ‘Io dico sciolto qualcosa’. Anche qui si nota, dunque, una discrepanza tra il significato di superficie e quello di fatto. La ragione sta tutta nel fatto che in questo caso –sag-en non significava ‘dire’ ma doveva indicare un ‘movimento, un distacco’ ed aveva quindi qualcosa da spartire con ingl. seek ‘cercare, arcaico: andare, ricorrere a, procedere contro’, ingl. sag ‘cedere, afflosciarsi, allentare, andare alla deriva’, ingl. sack ‘cacciar fuori, licenziare’, e soprattutto con a. a. ted. sahs ‘coltello’, con lat. sac-ena(m) ‘scure per sacrifici’ e lat. sec-are ‘segare, tagliare’. Del resto, secondo me, questo composto ci dà la conferma che anche sag-en ‘dire’ ricorreva allo stesso concetto di fondo di ‘spinta, emissione, liberazione, rilascio (di voce o parole)’. Nel sostantivo corrispondente Los-sag-ung, oltre ai significati di ‘distacco, separazione, rottura’ consoni con quelli del verbo, compare anche quello di ‘ritrattazione (della parola o promessa fatta)’: la Lingua, dietro la spinta del significato di superficie e nella sua indefessa operosità, cerca di dar vita a un significato combaciante in qualche modo con quello letterale. Lo stesso ragionamento va fatto per lat. red-im-ere ‘redimere, riscattare’ e per tutti gli altri verbi connessi con questo significato. Va da sè che il ted. Schoss-kind ‘figlio prediletto’ è partito come composto tautologico col valore di ‘rampollo, bambino, figlio’: il 1° costituente si allinea con la serie, sopra accennata, di ingl. shoot ‘getto, germoglio’, ted. Schöss-ling ‘rampollo, discendente’. Il 2° costituente è appunto il ted. Kind ‘bambino, figlio’ corrispondente all’ingl. kind ‘genere’, il quale ha preferito però mantenersi sul generico sempre tenendo nel cuore la vocazione alla ‘creazione, produzione, procreazione’, magari in grande stile come nel lat. gent-e(m) ’gente, stirpe’ benchè il virgiliano vigilasne, deum gens, Aenea? (sei sveglio, Enea, progenie degli dei?) tradisca il suo doppio gioco. Il significato di ‘prediletto, favorito’ è un valore aggiunto prodotto dall’incrocio con ted. Schoss ‘grembo, seno’. Il trasaccano scarda ‘pelle abbandonata dal serpente’ è tale e quale l’ingl. shard (anche sherd) ‘elitra, squama, coccio’, e inoltre combacia con la voce scarda ‘scheggia’ del dialetto di Pietraroia nel Sannio-Be, con šchèrdë ‘scheggia’ del dialetto di Gallicchio-Pz e col sardo campidanese scherda (3) ‘scheggia, scoria’. Notevole è l’abr. sciertë (4)‘deviatore d’acqua’ se lo si raffronta con l’ingl. arcaico shard ‘massa d’acqua che si separa’!


Non vedo perché anche l’it. schiaffo non possa essere confrontato con termini germanici come ingl. slap ‘schiaffo, botta’, ted. Schlappe ‘ colpo, percossa, schiaffo sonoro’, data anche la presenza nell’abruzzese della voce scëléppë (5)‘busse’, sia pure usata scherzosamente. E’ il destino che capita ai termini spinti ai margini della lingua, e sentiti così un po’ strani, buffi. Nella voce abruzzese si nota la palatalizzazione della fricativa iniziale nonché l’inserzione di una vocale anaptittica come avviene in altri casi. L’it. schiaffo, inoltre, potrebbe aver inserito dopo la fricativa alveolare una velare (*sclaffo, da cui 'schiaffo') come avviene per altri casi quali l’it. schiavo, da sclavu(m) a sua volta da slavu(m) ‘slavo’. Ma potrebbe anche direttamente connettersi con i vari abr. šcaffà, šchiaffà, šcuffà, šchiuffà ‘urtare, sbattere, inciampare, scaraventare, strappare con violenza, contendersi, schiaffarsi (in un luogo)’, abr. šcaffë ‘schiaffo’, tutti significati che possono, secondo me, essere confrontati con quelli di ted. schieb-en ‘spingere, fare scorrere, andarsene, crescere, spuntare (dente)’, ingl. shove ‘spingere, ficcare, spintonare’; ingl. shave ‘radere’, ted. schubb-en ‘grattare’, ted. schub-s-en, schup-s-en ‘spingere di qua e di là’, ted. Schub, Schupf ‘spinta’. Naturalmente io inserirei in questa serie anche i vari italiani scippare, scipare, sciupare. Il napoletano sciupa-fémmënë è il seduttore che tratta con una certa indifferenza le donne innamorate di lui, e che quindi le strapazza senza troppo rispetto oltre a scipparle, cioè a trascinarle con sé con la forza della sua seduzione. L’it. scopare nella sua accezione sessuale si inserisce bellamente nell’ambito di questa radice che indica lo ‘spingere’ e certamente si trova ad una bella distanza dalla parola scopa, ma forse a minore distanza dalla pianta della scopa che a mio avviso è il prodotto, come tutte le altre, di una spinta delle forze generatrici della Natura (cfr. ted. Trieb ‘spinta, impulso, germoglio, rampollo’). A questo punto anche l’it. scopp-ola ‘colpo violento’ reclama insistentemente il suo diritto di far parte del gruppo, e non ne vuole sapere di dare ascolto ai linguisti che ne vogliono ridurre la portata a un ‘colpo dato alla nuca (coppa)’, benchè nessuno, credo, usi il termine in questa accezione. E dobbiamo ringraziarli se non connettono la parola alla coppola che cadrebbe sotto i suoi colpi, come invece fanno generalmente per quella che è secondo me solo una variante, e cioè scapp-ell-otto, legato al cappello, anche se nessuno guarda se il malcapitato preso di mira è fornito o meno di copricapo, quando deve affibbiarne uno anche se leggero. E che dire del dial. (ad Aielli e altrove) scappëllìttë ‘a capo scoperto’ che sembra legato anch’esso mani e piedi al cappello? Io penso che qui un originario *scapulittë, o qualcosa di simile, si sia aggrappato ad un utile cappello per darsi un contegno una volta che il suo significato originario minacciava di scomparire, il quale doveva coincidere con quello di scapolo, nel senso di libero, sgombro, in movimento come nel verbo it. scapol-are ‘liberare l’ancora o la catena da un ostacolo; superare un promontorio, un’isola, un pericolo’ che mi sembra più legato ad un semplice e diretto scapp-are (il cui etimo è tutto da chiarire, a mio avviso) e ad un’idea di fuga e movimento (cfr. abr. scapëlë (6) ‘corsa’, idea ricomparente nell’ingl. shove off ‘filare, sparire, prendere il largo’) piuttosto che al suo supposto etimo *ex-capul-are, il quale ha il torto di ricorrere ad una immagine (uscire fuori dal cappio) solo metaforicamente connessa con i vari significati. Uno scapolo è essenzialmente e direttamente un uomo ‘libero, a disposizione’ e non uno che ha dovuto togliersi un cappio metaforico per arrivare alla sua felice o meno condizione! Infatti ho notato poco fa che il citato scappëllìttë ‘a capo scoperto’ ha trovato altrove in Abruzzo l’ancora di salvezza non in un cappello ma nei capelli: il Bielli riporta le voci scapillë, scapëllatë ‘a capo scoperto’ come se si trattasse di andare in giro ‘con i capelli in libertà’ (ammesso che uno ce li abbia ancora!). La libertà in effetti se la rideva indisturbata, accovacciata sotto quel paravento dei capelli. Ahimè! saremo senza dubbio costretti a sbattere, poveretti, la testa di qua e di là se in questa gran tempesta vorticosa degli elementi linguistici non riusciamo a tenere dritta la barra del timone (ed è possibile farlo)! Perché improvvisamente scapillà (7)‘scappellare, strappare il fazzoletto dal capo della ragazza, antico modo usato per far violenza alla fanciulla amata’ sembra tornare a corteggiare il cappello, più che i capelli e, così facendo, riesce nel frattempo sornionamente a tenerci ben lontani dalla sua più intima verità, di cui è gelosissimo! e che sarebbe quella di ‘spingere, togliere (il velo)’ come nel verbo consimile scuppëlà ‘staccare, scrostare l’intonaco’.


Altra parola che a me sembra una autentica meraviglia è abr. sciòppë ‘gotto, bicchiere’ che poco o nulla si discosta dal ted. Schoppen ‘ bicchiere, quartino’ il quale sembrerebbe un fresco travaso nel dialetto ad opera di qualche emigrante, ma la presenza di scuppìllë ‘cartocci della pannocchia di granturco’ mi fa ricredere e mi indica quale sia stata la sua probabile origine. Cfr. inoltre ted. Schuppe ‘squama, scaglia, forfora’, ted. Schuppen ‘capannone’. I famosi scioccàjjë, sciacquàjjë ‘pendenti, orecchini grandi’, parola diffusa in quasi tutto il meridione, non credo provengano direttamente dallo spagnolo chocallos ‘pendenti di oro’: essi fanno riferimento alle radici di ted. schuckel-n 'dondolare, tentennare', ingl. shock ‘urto’, ingl. shake ‘scossa’, presenti anche nei dialettali sciuccà ‘allontanare piccoli animali, volatili (galline)’, sciaquètë ‘sciocco (come conseguenza di un colpo ricevuto), sciaccà (8) ‘battere, percuotere, allontanare’, sciacquétta ‘donna sciatta, insulsa, da strapazzo’ desiderosa, magari, di farsi notare sculettando; sciacquìttë(9) ‘persona di poco conto, insignificante’ . Su altre parole tornerò in altra occasione, ma ora non posso perdermi l'abr. sciucche, riportato dal Bielli, che significa 'camiciotto di panno lino usato dai contadini quando lavoravano, che non può disdegnare la parentela stretta con ingl. shuck 'baccello, guscio'.


Il passaggio, in tutti questi termini, da una forma originaria con suono velare a una forma con suono palatino deve essere stato preceduto da fenomeni di dittongazione, frangimento e simili delle vocali accentate, così diffusi soprattutto nell’abruzzese adriatico, per cui una parola come casa ha potuto trasformarsi in ciésë (Pietracamela-Te), coda in chéudë (Popoli-Ch).
Interessantissime, per le conseguenze che ne derivano se messe insieme ad altre, sono le voci abruzzesi schétë (10) ‘solo, senz’altro’ e schitë (11) ‘pane senza lievito’. Essa va collegata con la simile voce šchittë ‘solo, solamente’ del dialetto di Gallicchio-Pz di cui sopra, nonché con le voci calabresi e siciliane schèttu, schittu ‘celibe, nubile’ le quali non sono da derivare di peso da un germanico slehta-(12) ‘semplice’ (la cui radice aveva però un significato fondamentale di ‘cattivo’ come in ted. schlecht ‘cattivo, semplice’) perché, oltretutto fanno sistema con le precedenti, in quanto uno scapolo è uno che è ‘solo, libero da impegni, separato da qualsiasi cosa che ne intralci il movimento’ e non deve, anche in questo caso, andare a mendicare altrove la sua ragion d’essere, in parole e concetti che lo riguardano solo di straforo. Per me è evidente il rapporto di queste parole col ted. scheid-en ‘separare, dividere’, ingl. shed ‘perdere (foglie, petali, fiori, ecc.), spogliarsi di, sbarazzarsi di, ecc.’, e anche con lat. scind-ere ‘scindere’, che al perf. fa scid-i. Il participio scissus ‘scisso’ più che essere derivato da un precdente *scid-to-s ne è, secondo me, una variante come capiremo dopo. Nel dizionario(13) approntato dallo scrittore siciliano di Gela-Cl Giuseppe Tuccio ho incontrato i lemmi scotu ‘slegato, snodato, sciolto’(ben diverso da scossu o scotutu ‘scosso’) e scota ’il dipanare, lo sciogliere’ che mi pare assolutamente da accostare alle precedenti radici per ‘scapolo’. Il significato di ‘slegato’ è secondo me secondario nella radice, essendosi sviluppato da uno precedente di ‘staccato, separato’ come dimostrano le radici germaniche e latine precedenti. Le espressioni inglesi to get shot of ‘sbarazzarsi di, liberarsi di’ , to get shut of, to get shed of dall’identico significato ci fanno capire che i tre verbi shot ‘sparare, lanciare’, shut ‘chiudere’ e shed 'perdere, spogliar(si), versare' avevano a che fare col movimento e con il ‘separarsi da qualcosa’. Faccio notare en passant che il composto ingl. scot-free ‘impune, indenne, sano e salvo’ era originariamente tautologico col significato di ‘libero’ non di ‘libero da tasse’.


Un discorso a parte merita l’abr. scat-ëllà (14) ‘1) nettare la lana dalle lappole (catìllë, catéjjë); 2) togliersi i debiti; 3) scatëllarsë da une —liberarsi da una persona noiosa’. Questi significati sono a mio avviso emblematici del modo in cui essi mutano nella lunga storia delle parole, incontrando altre radici che ne distorcono il significato originario. Il significato iniziale dovette essere quello di ‘liberare, liberarsi di’ come quasi costringe a supporre la serie delle radici consimili precedenti. Il suo incontro col termine catìllë ‘lappola’ dà la possibilità al verbo di specializzarsi ad indicare l’operazione del ‘liberare la lana dalle lappole’ trasformando la fricativa iniziale in un ex- latino con valore estrattivo (il quale ha combinato un sacco di guai, a mio parere, ai linguisti!) ; nel frattempo, senza dover ricorrere troppo comodamente ai guizzi metaforici, l’incontro con la voce scat ‘tributo’ sopra analizzata e presente a Trasacco produce l’altra specializzazione del ‘pagare i debiti’. Il risultato finale è quello di un mascheramento completo della natura originaria del verbo, che quasi ci costringe a credere che la sua storia, partita nella notte dei tempi con un valore generico della radice, sia iniziata invece, come nuova di zecca, con i significati particolari che mostra, cosa del tutto assurda secondo quelli che ora considero principi imprescindibili della mia ricerca. Proprio il 3° significato ci induce a sostenere che la base di partenza di questo verbo non può assolutamente essere quella di catéjje 'lappola'. E' come se volessimo costringere verbi italiani con s- privativa alla stessa funzione di scatellarse da une 'liberarsi da uno'; non si potrebbero in nessun modo piegare alla stessa funzione, ad esempio, i verbi it. spidocchiarsi, spulciarsi, sbucciarsi , spolverarsi usando espressioni impossibili come spidocchiarsi di uno: allo stesso modo l'espressione scatellarse da une può essersi formata solo perchè inizialmente essa non faceva perno sui catéjje 'lappole' ma su una radice *scat- col significato diretto di 'liberar(si)'. Questo è un esempio che, per la sua potente carica esplosiva e conoscitiva, dovrebbe far venire la pelle d’oca ad ogni sincero amante della pura Parola, ammesso che in questi tempi distratti, farraginosi e rumorosi, se ne possa ancora trovare davvero qualcuno. E lo grido col cuore in mano, senza voler umiliare nessuno! A pensarci bene anche gli it. scadere, scadenza, per quanto certamente incrociatisi con it. cadere, hanno tutta l'aria di sentirsi a proprio agio sotto le grandi ali della radice germanica (che a questo punto definirei germanico-italica) scat- sopra incontrata, dato il loro frequente uso in relazione ad una tassa da pagare, un'obbligazione da sciogliere, un conto da saldare: pertanto la derivazione supposta da un preteso tardo latino *ex-cadere, da taluno con tutta sicurezza nemmeno asteriscato, cade direi miseramente. Il problema, secondo me, è costituito dal fatto che troppo facilmente siamo portati a pensare alle parole di una lingua come se fossero pulcini di una stessa covata, quando esse in realtà possono provenire da qualsiasi parte ed indossare solo per l'occasione una livrea di appartenenza. Il ted. schoss-en ‘pagare un tributo’, accostato al siciliano scotu ‘sciolto, slegato’, ci suggerisce che tra i significati di scot c’era anche quello di ‘pagare’, azione che si configura anche come uno ‘sciogliere, liberare (cfr. lat. solvere ‘pagare’)’ che secondo il suo etimo risulta composto dalla particella so- (variante di se- ‘separazione’) e gr. -o ‘io sciolgo’ connesso con lat. lu-ere ‘pagare, scontare, espiare’, ted. los ‘sciolto, staccato’, ingl. lose ‘perdere’, lat. lav-are ‘lavare’, concetto che senz’altro doveva promanare dall’idea di ‘sciogliere, separare in varie particole (o staccare) una macchia o un grumo di sporcizia, ad esempio, con l’aiuto dell’acqua che le porta via’. Nel dialetto brianzolo(15) si incontra la voce scöt ‘riscuotere’ che nella frase scöt l’apetit significa ‘togiersi una soddisfazione’. Ora, questa voce richiama tutte le precedenti e nell’accezione di ‘togliersi’ (la soddisfazione) certamente non può intendersi come originata da un’idea di ‘scrollarsi (di dosso)’ qualcosa, come più o meno suppone il Pianigiani (e probabilmente tutti gli altri linguisti) per l’it. ri-scossa: dovremmo, forse, per quest’ultimo termine pensare a una situazione in cui si dà una bella e minacciosa scrollatina a qualcuno per farsi pagare il dovuto? Ancora una volta si gira intorno, col rischio di farsi venire un vero e proprio disorientante capogiro, ai significati essenziali e diretti delle parole. L’espressione brianzola scöt l’apetit è solo un altro modo di dire per ‘appagare il desiderio’, a sua volta altro modo di dire per ‘rendere pago il desiderio’, altro modo ancora di dire per ‘acquietare un desiderio’, atto per il quale si può ricevere anche un’attestazione di pagamento, cioè di ‘quietanza’, ingl. ac-quitt-ance, pagamento che è conditio sine qua non per raggiungere la pace dell’ essere liberato, affrancato, riscattato, o anche per liberarsi, sciogliersi dall’assillo di un forte desiderio, come l’ apetit della frase brianzola. E puntuale, con la sua forza di liberazione (oh! Il ricordo di un’esperienza in Grecia, alla ricerca di un bagno, ancora mi dura nella memoria, per il senso di liberazione che infine potei soddisfare), la radice ritorna nel brianzolo sciòtt ‘escremento’, tautologico nell’espressione sciòtt de merda, ma forse già con qualche tentativo di specializzazione. Si tratta di varianti di ingl. shit ‘escremento, diarrea’, ted. Scheisse ‘escremento’, dialetto abruzz. (Vittorito-Aq) scat-ozza 'sterco, escremento', sardo logudorese ischitza ‘defecazione, stilla’, sardo gallurese scuss-ina ‘diarrea, sciolta, dissenteria’, sardo logudorese iscossa ‘diarrea, scossa’ incrociato con it. ‘scossa’. Il lat. ex-cre-mentu(m) ‘escremento’ non è esattamente un ‘passare attraverso il setaccio (lat. per cri-brum cern-ere)’ come costantemente commentano i linguisti, ma più semplicemente un ‘separare (dal corpo) i rifiuti’, un ‘liberarsi’ appunto di essi. Il gr. krín-o significa ‘separare, dividere, giudicare’ come nel lat. cri-bru(m) ‘crivello’, lat. dis-cri-men ‘linea di separazione, separazione, intervallo, divario, ecc.’, lat. dis-cre-tione(m) ’separazione, discrezione’. Che il latino ex-cre-mentu(m) significhi anche ‘mondiglia, pula’ non gli dà il diritto di porsi all’origine dell’altro significato. Il fatto, di per sé di scarsa importanza, rivela a mio avviso, però, che i linguisti hanno spesso visioni minimalistiche dei fenomeni, perché vanno più in cerca dei particolari di un significato che della sua enormemente vasta portata. La radice in questione ha una sua variante con fricativa iniziale nel lat. scre-are ‘sputare, scaracchiare’ il quale richiama l’abr. scrijà (16) ‘scheggiare’ma potrebbe anche essere all'origine del precedente ex-cre-mentum, che non sarebbe allora che reinterpretazione del precedente; l’escreato e la scheggia, comunque, si incontrano nel loro staccarsi, separarsi l’una da una pietra o un legno, l’altro dal grumo di catarro accumulato nella gola. In verità in questi casi, più che di varianti, si dovrebbe parlare di somiglianza casuale di radici (se non si tratta di derivazione dell'una dall'altra come abbiamo detto sopra), le quali, a mio avviso, rimandano tutte allo stesso significato originario. L’italiano familiare sciòlta ‘diarrea’ (dial. sciòta), per quanto possa essere tratto dal significato di scioglier(si), può essere anche reinterpretazione e correzione di un precedente dialettale sciòta ‘sciolta’, della famiglia, però, del brianzolo sciott poco prima citato: in effetti mi sembrano inesistenti, che io sappia, i termini scatologici riconducibili alla radice di lat. solu-ere ‘sciogliere’, che pure indica una ‘separazione’. Ma c’è di più. A Trasacco il termine sciòta (17) significa anche ‘rapporto sessuale’ il quale dovrebbe rimandare, però, ad un’idea di ‘unione’ o, meglio, di ‘dimenamento’ o di ‘spinta’ come per il sopra citato volgare it. scopare. E in effetti l’ingl. shoot ha anche il significato di ‘protrusione, spinta, colpo’. Sempre a Trasacco -sciótë, oltre che ‘sciolto di nuovo, scavezzato’ significa anche ‘che ha avuto più rapporti sessuali’, come sciótë ‘che ha avuto un rapporto sessuale’.


Anche l’aggettivo toscano scosso, riferito a un cavallo che si è liberato della soma o del cavaliere, fa sistema col corrispondente termine siciliano scotu ‘sciolto’ nonché con tutte le altre voci connesse e in specie con lat. scissu(m), p. pass. di scindere di cui avevo accennato più sopra, che non è da considerare quindi p. pass. di it. scuotere. Nonostante tutto resta sempre nella nostra testa, a causa della ormai inveterata abitudine di preferire i significati più precisi a quelli più generici, la falsa convinzione che scosso sia, in questo caso, p.pass. di scuotere, quando pensiamo che nel Palio di Siena, ad esempio, un cavallo scosso è quello che ha scaraventato a terra il cavaliere qualche momento prima, come se l’avesse fatto apposta, ma esistono anche Palii come quello di Ronciglione-Vt in cui corrono solo cavalli senza cavalieri, chiamati ugualmente scossi sin dall’inizio della competizione, e anche così saremmo tentati di sostenere che questi cavalli sono ugualmente scossi perché è nella loro natura scuotersi di dosso i cavalieri o perché l’avere scosso o meno il cavaliere, fatto del tutto aleatorio in una corsa, sarebbe invece discriminante per il nascere di questo appellativo che sembra avere, invece, un respiro più vasto; anche i muli vengono chiamati, infatti, scossi se sono privi di carico, ed è certamente molto difficile per un mulo scrollarsi di dosso la soma se questa è legata bene alla sella: come si vede, ci infileremmo in un ragionamento piùttosto sottile e capzioso che vorremmo trasformare in robusto e vero. Ma inaspettatamente arriva a chiarire tutto il sardo gallurese scussu ‘scarico’, non necessariamente riferito ad un cavallo ma anche ad un mezzo di trasporto: ma chi fosse dannato a dire di no, troverebbe anche qui il modo per dissentire. Che la voce scussu ’scarico’ collegata alla sopra citata scussina ‘(scarica di) diarrea’ non sia da riportare ad un verbo per ‘scaricare’ mi sembra dimostrato dal fatto che simili verbi sardi, presenti nel DULS, sono lontani da una radice scut-, scus-(18). Si configura allora la possibilità di supporre uno stato della lingua, sia pure per disiecta membra, che ricalca quello connesso con la 2° rotazione consonantica che interessò le lingue germaniche meridionali, avvenuta non prima del V sec. d.C e che ebbe risultati meno univoci e stabili della prima. Per esempio il ted. schiess-en sarebbe un derivato di una forma simile a quella ingl. shoot, con la dentale sorda finale. Si deve allora concludere, come avevo sospettato da molto tempo, che il fenomeno era già avvenuto nella preistoria e che la rotazione tedesca sia da intendere come un ravvivarsi di una preferenza per forme già esistenti nei dialetti e rimesse in auge per i motivi più vari, difficili da conoscere. Si tratterebbe, insomma, della solita sostituzione più che di una vera e propria trasformazione. La ragnatela ben inserita nel tessuto dei dialetti e della lingua italiana, che questi fenomeni svelano, impedisce nel contempo di considerarli il portato aleatorio delle invasioni barbariche del Medioevo e li rinvia, a mio parere, ad epoche preistoriche.


Un altro illuminante esempio ci viene dalla voce sciurtà ‘separare, allontanare’ (a Gallicchio-Pz) accostata all’abr. sciurtà (19) ‘allontanare, finire (nel senso di ‘venire a mancare, esaurire, consumare completamente)’ che fa il paio con la stessa voce abruzzese (Aielli e altrove) senza la palatalizzazione iniziale, e cioè scurtà ‘esaurire’. Dato il significato di ‘separare’ riscontrato a Gallicchio-Pz, la voce non può che essere comparata con le voci germaniche scort, sceort (a. ingl.), scurz (a.a.ted.), skera (a. norr.), tutte imparentate con ingl. shear ‘tagliare’. Il significato di ‘tagliare’ ha generato quello di ‘corto, insufficiente’ (ingl. short), ma nel fondo operava anche quello di ‘separare, allontanare’ come si evince del resto anche dall’ingl. short ‘frollo, friabile’ e dall’ espressione ingl. short of ‘tranne, a parte, a prescindere, lontano da’ ma, per influsso di short ‘breve’, anche ‘poco prima di’. L’idea dell’ esaurirsi può essersi sviluppata da quella di ‘essere insufficiente, scemare, venire a mancare, mancare, venir meno’ ma anche da quella di ‘allontanarsi, andarsene, scomparire’. Mi domando e domando vivamente al lettore: la palatalizzazione iniziale della parola è avvenuta in terra germanica o era già esistente dalle nostre parti accanto alla forma rimasta intatta? Si può anche immaginare che la trasformazione fonetica sia avvenuta parallelamente e indipendentemente nelle diverse lingue, ma mi sembra l’ipotesi meno probabile. In effetti si incontra, nel centro e settentrione dell’Italia, anche scortare ‘accorciare’ fatto derivare da un presunto lat. parlato *ex-curt-iare da lat. curtu(m) ‘troncato, mozzato’ ma l’it. scorza, dal lat. scortea ‘oggetti di cuoio’ dimostra l’esistenza e la stabilità anche in Italia della radice SKER variante di KER (cfr. gr. keír-o ‘io scortico’). La radice è quella del sopra citato trasaccano scarda ‘pelle abbandonata dal serpente’, ‘scheggia’ (a Pietraroia nel Sannio-Be), ecc. In abruzzese scardë (20) significa anche ‘fanciulla’, inizialmente ‘tocco, pezzo (di figliola)’ se il Bielli riporta l’espressione Na bèlla scardë ‘un bel tocco di ragazza’. Il suo dizionario registra anche i verbi connessi con la radice in questione scard-illїà ‘sgraffiare’, scard-inїà ‘graffiare’, scart-ëcà ‘dividere due persone che si azzuffano, o unite con nodo d’affetto’. Per cui mi chiedo se debbo considerare genuino il tardo lat. ex-cort-ic-are ‘scorticare’ o se piuttosto esso non sia la reinterpretazione di un sottostante *scort-ic-are, dalla radice scort- sopra incontrata. Ma la cosa interessante, secondo me, è la presenza nel suo vocabolario e in vari dialetti del verbo scartare col significato, non risultante in italiano, di ‘assottigliare, diminuire lo spessore di un’asse con la pialla o l’ascia’. E’ quindi a mio avviso assolutamente da scartare l’etimo che riporta l’it. scartare ‘liberare qlco. dell’involucro di carta, eliminare una carta buttandola sul tavolo, gettare via qlco. di inservibile, ecc.’ alla parola carta facendola precedere da s- con valore privativo, il quale è solito combinare guai come abbiamo visto sopra . E a questo punto anche il toscano scartare ’lisciare con la carta vetrata’ reclama con impazienza la sua assegnazione al gruppo degli scarificatori preistorici non a quello di chi si trastulla modernamente con le carte! Così esso può andare, con un po’ di fortuna, a raggiungere finalmente i suoi antenati, anche del Paleolitico, adusi a scheggiare le pietre per ricavarne affilati strumenti da taglio (cfr. ted. Scharte ‘tacca, intaccatura, feritoia’), una manna nel duro mestiere di vivere di quei tempi! Altro che carta! venuta al mondo quando l'uomo civile e scrittore aveva dimenticato già da millenni il suo lavoro di scheggiatore di pietre che non gli concedeva tempo per le carte, ammesso che esistessero. Il progresso dell'uomo, si sa, si misura anche attraverso il tempo libero che ha nelle varie epoche a disposizione. C'è qualcuno (Russell) che ha fatto giustamente l'elogio dell'ozio, il quale comunque già nell'antichità poteva trasformarsi in bonum otium, tempo da dedicare alla scrittura e agli hobbies. Che cosa sarebbe ancora il nostro povero mondo se nel passato non vi fosse stato chi, lontano dalle preoccupazioni giornaliere dei contadini e della classe operaia (ai quali va peraltro tutto il mio rispetto), poteva dedicarsi alla ricerca e alla scienza perchè ricco o perchè disposto a fare anche una vita da cane pur di ricavarsi lo spazio per soddisfare la sua incoercibile passione artistica o scientifica che lo avrebbe ripagato comunque, se era fortunato, con soddisfazioni ignote al profanum vulgus di solito incapace di uscire fuori dalla impietosa tenaglia del massacrante lavoro, o delle piccole o grandi gioie del mangiare, bere e riprodursi, cose soddisfacenti in certa misura anche queste, ma prive di quel marchio che ne garantisca l'eccezionalità.


Un’altra interessantissima conseguenza di questo mio ragionare mi porta a dubitare che composti latini come so-cors, gen. so-cordis (o se-cors, se-cordis) ‘indolente, fiacco, pigro, ottuso, stupido’ come pure ex-cors, gen. ex-cordis ‘ dissennato, sciocco’ possano essere reinterpretazioni di forme precedenti legate alla suddetta radice scort-, scurt- se a Trasacco ed Aielli, ma anche altrove, la voce scùrtë (21) significa anche ‘deperito, morto’ da cui sarebbe potuto derivare il significato latino di ‘fiacco, indolente, stupido’ nelle corrispondenti parole. Come ogni lingua anche il latino ha dovuto fare i conti con i substrati o adstrati linguistici. La forma scùrtë ‘debole, esaurito’, ancora una volta, ha il vantaggio di essere diretta, immediata, rispetto alle forme latine che ricorrono all’idea di ‘cuore, coraggio, senno’ il quale sarebbe assente (se-, prefisso si separazione, privazione) nelle persone definite con i suddetti aggettivi. Un po’ d’artificio si sente in questa logica. Allo stesso modo noto un girare attorno al significato diretto nel lat. e-greg-iu(m) ‘egregio, illustre’ se intendiamo l’aggettivo come un ‘essere fuori dal gregge’, benchè quest’idea sia chiaramente presente nel lat. se-greg-are ‘separare dal gregge, segregare, allontanare’ per influsso di lat. greg-e(m) ‘gregge’. Ma il problema è quello di capire bene che cosa ci sia veramente dietro la radice greg- ‘adunare, raccogliere’. Perché l’agnello sacrificale che veniva sottratto al gregge per essere destinato di lì a qualche tempo al sacrificio, lungi dal costringere a convincerci della giustezza della etimologia da tutti ripetuta, ci fa invece riflettere sul fatto che esso veniva messo da parte in base alle qualità di purezza, immacolatezza, integrità e distinzione che già possedeva prima di essere separato dal gregge: l’appellativo egregiu(m), quindi, doveva riferirsi primariamente a quelle qualità e solo secondariamente all’atto materiale della separazione, favorita evidentemente dal significato superficiale dell’appellativo stesso. E’ un autentico uovo di Colombo. Io suppongo che ci sia sotto un’idea di ‘spinta’ seguendo un po’ il mio fiuto e i suggerimenti della toponomastica la quale mi offre un Monte Greco (Barrea-Aq), Monte Gricuzzo (Butera-Cl), Monte Gregorio (Valchiusella-To) che dovrebbero ricevere il nome dal loro essere ‘monti’, ciè sporgenze (cfr. ingl. crag ‘rupe’). Allora egregio potrebbe avere un etimo simile a quello di lat. e-min-ente(m) ‘sporgente, eminente, esimio, distinto’ liberandosi così di colpo dell’influsso ingombrante del gregge. Anche il lat. securu(m) ’sicuro’ sarebbe bello lasciarlo dormire indisturbato nell’alveo della sua solita etimologia che lo vuole ‘separato (lat. se-) da ogni preoccupazione (lat. curam)’ ma già l’oraziano securum holus (22) ci costringe a scuoterlo dal sonno profondo e a domandargli perché mai questo cavolo (holus) possa adornarsi della sua ‘difesa’ senza suscitare la benchè minima reazione dei critici solitamente meticolosi nelle loro esegesi di testi antichi, ma che in questo caso preferiscono spostare la sicurezza dal cavolo a chi, per caso lontano dalle solite feste e festicciole tra amici e con potenti, sempre purtroppo vivaci se non proprio chiassose, pensa di mangiarselo solo (anche se è un malcelato ripiego!), e in santa pace! Ma noi, sempre più scettici nei confronti della gente dotta, non riusciamo proprio a distogliere lo sguardo dal sardo nuorese secura ‘verità’, verità che non può dirsi proprio priva di preoccupazioni, anzi, il più delle volte essa provoca dispiaceri e risentimenti; la parola dovrebbe dare comunque una sana scossa atta a rimettere sulla giusta strada la scienza etimologica, dato che la verità, che io sappia, ama frequentare le persone schiette e sincere e disdegna la sicurezza delle persone aduse a nasconderla per non offendere il potere e vivere in tranquillità. Non la sicurezza che promana da una solida base, la quale anzi la alimenta e le dà forza. Già! Il greco hekhur-ós proveniente da *sekhur-ós ‘solido, forte, sicuro’ se ne è stato tutto solo e saldo come una roccia da lunga pezza, e forse ora trasalisce non gradendo di essere scoperto e di dover condividere il suo spazio vitale col lat. securu(m) ‘ tranquillo, sicuro’! Ma sicuro! Benchè il lat. securu(m) continui a ridersela sotto i baffi in tutta tranquillità perché potrebbe ancora opporre il veto della sua purtroppo non precisissima rispondenza alle norme dettate dalla linguistica, anche se per un pelo, per via della sua velare sorda invece che sonora. Ma bisogna, in questi casi, mettere in conto anche le esigenze degli uomini che non sono mica tutti linguisti e preferiscono addomesticare, con qualche piccolo e talvolta grande cambiamento, le parole che pronunciano tutti i giorni ricoprendole, appena possono, con una veste ritagliata secondo i propri gusti, non certo eletti. Nel frattempo abbiamo un po’ perduto di vista il cavolo di Orazio, che però poteva essere mangiato in tutta sicurezza e in santa pace (ma quest’ultima era un’ option), giacchè comunque possedeva di proprio la qualità della genuinità e schiettezza.


Un ultimo accenno all’abruzzese scassë ‘passo’ del vocabolario del Bielli, ma ‘passo lungo e rapido’ nel dialetto di Aielli. Si incontra anche a Trasacco-Aq l’espressione scass-arrètë (23)‘da capo, punto e a capo’ che il Lucarelli intende come ‘cancella (scassare=cassare, cancellare) tutto e iniziamo da capo’: la voce, scomparsa dal lessico corrente del suo dialetto, lo ha portato fuori strada. Bastava che lui si facesse una passeggiatina fuori del paese, perché i suoi orecchi potessero captarne ancora l’eco col suo vero significato; comunque, onore e gloria nei secoli a lui e alla sua ponderosa opera sul dialetto di Trasacco! Senza l’ausilio di questi indefessi, appassionati, puri ricercatori che sono capaci di lavorare in silenzio per anni e anni o per l’intera vita, lontani dal chiasso e dal bailamme dei moderni presenzialisti di ogni risma, con un senso di abnegazione e disprezzo del facile guadagno che stupisce, in esemplare contrasto con la voracità e la protervia dei sempre più numerosi e gretti arraffatori e dilapidatori del bene pubblico in ogni campo, il mio pur umile lavoro di indagatore delle radici delle parole sarebbe stato di gran lunga più lento, difficile, e forse, in molti casi, senza speranza di riuscita. E pensare che persone come Domenico Bielli o come Quirino Lucarelli e tanti altri corrono magari il rischio di essere dimenticati nei loro stessi paesi d'origine! Ora, riprendendo il filo del ragionamento, a me sembra che la precedente espressione possa allinearsi con il ted. schiess-en ‘essere in rapido movimento, volare, ecc.’ e con lo stesso it. scatto di cui sopra. L’it. scasso ‘lavoro in profondità del terreno’ è sostanzialmente un ‘rompere’, anche metaforico, che può essere separato dal lat. quass-are ‘sbattere’, da lat. quat-ere ‘scuotere’, e ricongiunto con la famiglia di it. scatt-are sopra citato.

Nunc est bibendum, nunc pede libero
pulsanda tellus, nunc Saliaribus
ornare pulvinar deorum
tempus erat dapibus, sodales.



Ora bisogna bere, senza freno darsi
alla danza e alla pazza gioia,
ora bisogna ornare
il letto degli dei col cibo dei Salii (24) .
Era ora, o amici.



(Orazio: Carmina, I, 37)




Note



(1)M. G. Balzano, Dizionario del dialetto di Gallicchio-Pz, http://dizionariogallic.altervista.org/index.htm .


(2) Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003.


(3)Cfr. A. Rubattu, Dizionario universale della lingua sarda, http://www.toninorubattu.it/ita/DULS-SARDO-ITALIANO.htm .


(4)Treppecore, il vocabolario abruzzese, http://www.abruzzo.fm/archivio/treppecore/treppecore. html.


(5) Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.


(6) Cfr. D. Bielli, cit.


(7) Ibidem.


(8) Cfr. Q. Lucarelli, cit
(9) Ibidem.


(10) Cfr. D. Bielli, cit.


(11) Cfr. Treppecore, cit.


(12) Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998.


(13) Cfr. G. Tuccio, Vocabolario siciliano-italiano, http://giuseppe-tuccio.jimdo.com/ .


(14) Cfr. D.Bielli, cit.


(15) Cfr. E. Sprea, Dizionario brianzolo-italiano, http://sprea.altervista.org/Diz.htm .


(16) Cfr. D. Bielli, cit.


(17) Cfr. Q. Lucarelli, cit.


(18) Cfr. A. Rubattu, cit.


(19) Cfr. Treppecore, cit.


(20) Cfr. D.Bielli, cit.


(21) Cfr. Q. Lucarelli, cit.


(22) Cfr. Hor., Satire, II, 7, 30.


(23) Cfr. Q. Lucarelli, cit.


(24) I Salii, che costituivano uno dei collegi sacerdotali più antichi e ragguardevoli di Roma, procedevano percuotendo con le lance dodici famosi scudi (di cui uno si credeva caduto dal cielo) e a ritmo di danza (come vuole la derivazione del nome da lat. salire 'saltare'), in occasione di processioni dedicate a Marte Gradivo nel mese di marzo. Queste manifestazioni terminavano la sera con un abbondante e raffinato pranzo, divenuto proverbiale, consumato nel tempio di Marte, appunto.

sabato 25 giugno 2011

Salvadanaio delle parole




Le parole, se si è in grado di rispettarle e di osservarle senza pregiudizi e senza fretta, rivelano spesso grandi pacifiche verità .
Mettiamo insieme queste due voci del dialetto abruzzese (1) e guardiamole:


1) Rinàle 'orinale'
2) Rinaròle 'salvadanaio'


Che ci sia una forte somiglianza formale è evidente, specie se si considera che in rinaròle si è consumata una probabile dissimilazione tra le due /l/ delle due sillabe finali di un originario *rinalòle. Poi notiamo che i due significati hanno molto in comune, anche se la cosa può passare inavvertita o suonare irrilevante: si tratta di due recipienti, due cavità. Se siamo convinti di ciò, allora possiamo fare con calma un altro passo che sarà quello decisivo, e cioè notare che l'etimo che comunemente e concordemente si dà per rinàle o orinale, non è così sicuro come sembra. L' urina, insomma, non può essere la causa della sua origine se nel rinaròle 'salvadanaio', che pure è composto con quasi le stesse sillabe dell'altro termine, non si ha l'abitudine di versare e conservare urina, pur essendo sostanzialmente un 'vaso'. Allora ecco che scocca nel nostro cervello la scintilla della possibilità che l'uno e l'altro termine traggano i loro natali dalla radice di lat. urna(m) 'urna', ad esempio, attraverso una forma *urnale(m) simile a quella di urinale(m) posta all'origine di it. orinale. Ci convinciamo, poi, che non può essere diversamente soprattutto se diamo il giusto rilievo al principio altre volte da me dichiarato e verificato, secondo cui la Lingua non ama indicare gli oggetti in base alle loro funzioni o caratteristiche particolari, come è abituata a pensare una mente del XXI secolo portata ad apprezzare le cose in quanto dotate di tutti i sofisticati optionals messi a disposizione dalla società industriale avanzata, ma solo in base alla loro nuda essenza, in questo caso quella di un 'recipiente'.


Il principio può sembrare in contrasto con quello saussuriano più volte ricordato, secondo cui è vano pensare che le parole siano nate in vista dei concetti da esprimere, ma non lo è, perchè quello saussuriano è applicabile ai significati di superficie non a quello più profondo.


Prendiamo altre due parole abruzzesi (1) come:


1) Ranga-sècche 'magro'


2)Rregnichìte, detto di persona 'molto magra', pettegola e poco socievole.


Stante il fatto più e più volte sottolineato della composizione tautologica, che doveva essere una caratteristica comune delle lingue preistoriche, è da dedurne che il significato della componente ranga- è uguale a quello di -sècche 'secco, magro'. Infatti esso è esplicitamente riconfermato nella voce rregnichìte 'molto magro' -è presente anche una variante metatetica gnirrichìte (2)-, la quale, ripulita dalle escrescenze sviluppatesi intorno al radicale (raddoppiamento espressivo della -r- iniziale, doppio suffisso -ich-ite, di cui l'ultimo sembra formare il p. p. di un verbo *rregnich-ìre) mette in chiara evidenza una radice regn-, metatesi di reng-, variante indiscutibile del precedente ranga- 'magro'. Gli altri significati di 'pettegolo, poco socievole' debbono essere valori aggiunti naturalmente addossati alle persone macilente, in una società in cui l'essere 'magri' coincideva con l'idea di povertà e bisogno, se non addirittura di malattia. Ma non è tutto. Il termine in questione rispunta nel genovese(2) réncio, emiliano reng', reing', ecc. col significato di 'stecchito', che è un modo diverso per sottolineare l'eccessiva magrezza di qualcuno. L'etimo che se ne dà (dal lat. rigidus) , nel libro citato, è assolutamente inaccettabile, visto che nelle nostre parlate non avremmo mai storpiato in questo modo il supposto originario lat. rigidu(m) 'rigido'. A me pare proponibile una radice corrispondente al ted. rank ' svelto, snello'. Una cosa è certa: la radice è talmente incarnita nei nostri dialetti da poter raggiungere facilmente strati preistorici. Forse il fascino dei suoni metallici e scattanti del tedesco mi inganna. Ma più ci si lascia prendere dalla voglia di parlare e teorizzare e meno si rimane attaccati all'essenziale della Lingua che disdegna le parole sicure dei saccenti di tutte le risme, amando piuttosto -non si crederebbe!- il silenzio delle balze deserte irte di cardi irrigiditi, che sopportano a malapena, di tanto in tanto, un nudo refolo monotone et sauvage.


L'abruzzese rehe (1) 'vicolo' è un altro termine che aggiusta diverse cosette. Non se ne può più di sentir dire da dotti e meno dotti in Abruzzo che l'altro termine dialettale molto diffuso rua, ruella, ecc. 'strada, stradina, vicolo' proviene dal fr. rue 'strada': è colpa della cultura linguistica piuttosto anemica, fin nei nostri Licei un tempo per lo meno luoghi sacri e silenziosi di menti pensanti e appassionate, ora invasi perennemente dall'onda montante di una massa studentesca a dir poco rumorosa e indolente, che detta sue leggi, che non vuole alzare il muso al di sopra del francese (una volta) e ora di uno sbiadito inglesuccio, se è vero che anche le persone dotte ora ignorano che spagnolo, provenzale e portoghese non disdegnano la rua 'via'. I linguisti, che per lo meno così sprovveduti non sono, usano però riportare queste voci ad un basso lat. ruga(m) 'ruga' , diventata forse 'solco', e quindi 'via'. Ma quando la finiremo, Dio buono!, di correre basiti dietro questo o quel fantasma ammiccante nella notte scura che ci fa vedere lucciole per lanterne distogliendoci dalla retta strada? Sarebbe ora di ritornare padroni delle redini del nostro destino e di guidare a miglior corso le nostre menti imbambolate! Questo rehe 'vicolo' opportunamente ci induce a tornare con i piedi per terra e a gettare finalmente lo sguardo sulla radice di lat. reg-ere 'guidare, dirigere', la quale può certamente raddrizzare le distorte vie etimologiche se il suo valore essenziale è quello di 'movimento (in linea retta)': e che cosa è mai una 'strada' se non un movimento fattosi realtà concreta? Le varianti latine di reg-ere, e cioè rog-are 'chiedere (indirizzarsi a)', e-rog-are 'concedere, distribuire(acqua)', ir-rog-are 'proporre, concedere' ecc. ci assicurano che le varie rue 'strade' delle lingue romanze attingono a buon diritto da esse o da varianti, pur essendosi inserite comodamente nel solco di ruga. Interessante l'ingl. rogue 'canaglia' ma arcaicamente anche 'vagabondo'.


Ma chi salverà il salva-danaio? questo bel prodotto nuovo di zecca dotato efficientemente degli attributi giusti per agganciare una clientela sempre più esigente, anche se ora, data l'avversa congiuntura, con scarsi denari da salvare? Che ci sia aria di truffa lo si annusa dal fatto che uno strumento che dovrebbe aiutare la gente a risparmiare denaro in realtà può solo rinviare di qualche tempo un'altra spesa per munirci di altro oggetto divenuto indispensabile nella moderna corsa alla conquista della felicità. Ed è gia grande avventura se non dobbiamo ridurre in mille pezzi il nostro bel salvadanaio per riappropriarci delle nostre monetine tintinnanti. Un guadagno comunque lo possiamo mettere al nostro attivo, capendo che quella di salvare è semmai una capacità dell'uomo, non dell'oggetto cui pertanto faremmo bene a togliere questa etichetta, se la cosa non fosse di per sè risibile, dato che la Lingua non ci darebbe ascolto e seguirebbe sue strade, indifferente alla validità di questo ragionamento.


Forti di questa riflessione ci accingiamo ora a dare uno sguardo il più possibile neutrale all'oggetto linguistico. Esso è composto di due parti saldate insieme alla perfezione, tanto da ingannare gli esperti più esperti circa la loro natura. Ma non noi, che abbiamo fatto dello scetticismo razionale la nostra arma segreta, miracolosa in un mondo di truffatori incalliti e di abili venditori di fumo; e così, arricciando il naso, volgiamo l'occhio clinico all'elemento salva-, un ibrido, per quanto riguarda il significato, tra quello di 'sano' e quello di 'al sicuro, protetto': senza dubbio, come accade quasi sempre in questi casi, vi si è consumato un incrocio con un'idea di 'avvolgimento, copertura' che aleggia nello sfondo ambiguo. Non si può in effetti accettare l'idea che l'ingl. salver 'vassoio', derivato attraverso il fr. salve, dallo sp. salva col significato di 'campione di cibo per scoprire il veleno, piccolo vassoio) esprima nel fondo un'idea di salvezza e che pertanto debba pagare un tributo di somma riconoscenza al verbo sp. salvar 'salvare'! Sappiamo che in certe epoche come nello splendido Rinascimento italiano e tra certa gente era molto apprezzata l'opera di chi riusciva ad evitare che un certo bocconcino prelibato finisse nello stomaco del principe o del sovrano con l'intenzione di spedirli direttamente all'altro mondo, ma ormai trascinati dai nostri principi linguistici, assodati peraltro da una continua verifica, non ci beviamo, senza nemmeno un preventivo e salutare assaggio, l'idea che sia giusto accoppiare, senza interventi soprannaturali, la salvezza col vassoio. Quest'ultimo fa parte della categoria dei vasi o delle cavità che, al massimo, ci forniscono un'idea di 'avvolgimento, copertura'. Già! l'ingl. arcaico to salve, significava proprio coprire, nascondere ma anche, purtroppo, ungere, facendoci così credere che tutto sia cominciato dall'idea di 'unguento' (cfr. ted. Salbe 'unguento') e non da quella di 'stendere sopra, coprire'. E la cosa continua -la Lingua ha il ritmo lento dei pluricentenari biblici, ma che dico!, dello Spirito dei popoli che aleggia per decine di migliaia di anni al di sopra di quei singoli e strani aggregati di carbonio e acqua chiamati uomini che strisciano per alcun tempo sulla terra e poi scompaiono- anche nel gr. olpe (da *solpe) 'ampolla d'olio' ma anche solo 'brocca': a questo punto sfodero però i miei bravi principi, conquistati con sudore e tenacia, e con un colpo ben assestato rompo il malefico incanto: la lingua nomina le cose per quello che sono, non per le funzioni che esse sono di epoca in epoca, di lingua in lingua, chiamate a svolgere. In questo caso l'idea del 'recipiente' la spunta su quella dell' 'olio', il quale interviene solo ad intorbidare le acque.


A questo punto non possiamo non accennare, per la contiguità dei significati, al serbo-croato e sloveno zaljev, zaliv (con la -z- pronunciata come -s- sonora) 'golfo, insenatura, vallone', i quali si affiancano ai numerosi toponimi e madonne che portano il nome di Porto Salvo in Italia (Sicilia: Palermo, Cefalù, S. Teresa di Riva-Me, Barcellona Pozzo di Gotto-Me; Calabria: Melito di Porto Salvo, Porto Salvo-Vv; Campania: Amalfi, Sorrento; Lazio: Gaeta, Terracina; Toscana: Porto di Marina di Salivoli-Li; ecc.). Da non dimenticare, naturalmente, la radice germanica di termini come sala, sal-one che rimandano ad una nozione di 'camera, casa'. Ma anche l'ingl. safe 'cassaforte' può rivendicare, sempre in base al sopra ricordato principio, un'origine separata dall'aggettivo safe 'sicuro, al sicuro, salvo' (che potrebbe essere arrivato successivamente nella lingua inglese) benchè la parentela sia stretta, e avvicinarsi così ai suoi lontani precursori più simili a normali casse e pignatte e vasi dove i nostri lontani antenati ponevano i loro sudati beni e le loro derrate. Lo spagnolo salv-ado 'crusca' rientra ugualmente nel novero dei significati che 'avvolgono, ricoprono, incrostano' come anche l'it. salpa 'similpelle' usata nella rilegatura dei libri. Non sarà un caso se in zoologia si incontra il genere Salpa (il cui nome rimanda al gr. salpe 'tipo di pesce') del phylum dei Tunicati, così chiamati perchè rivestiti da una tunica coriacea o un guscio gelatinoso trasparente in genere di forma cilindrica. Non sarà nemmeno un caso se un altro nome del genere Salpa è Tàlia, dal latino scientifico Thalia, a sua volta dal gr. Thalìa, nome di una delle Muse, le quali ci entrerebbero come i cavoli a merenda. Molto probabilmente coloro i quali misero questo nome partirono da qualche denominazione volgare dell'animaletto o del guscio assonante con quello della Musa, e il gioco fu inevitabile. In sardo, ad esempio, la crusca porta il nome di thalàu/thàlau /thelàu/thélau/talau/telau e nel campidanese tela significa 'cateratta dell'occhio, tartaro, gromma' . Anche il gr. salp-inks 'tubo, tromba' poteva essere usato (Aristotele) ad indicare il pesce suddetto. E così si può spiegare anche la strana espressione registrata da Domenico Bielli nel suo Vocabolario abruzzese che suona salvareggina nella frase Pare na salva-reggine 'persona assai magra, tutt'ossa'. Il primo elemento salva- potrebbe richiamare la durezza del guscio di questi animaletti o del 'guscio' tout court, mentre il 2° elemento rimanda alle voci ranga-secche, rregnichite sopra analizzate.


Una volta assodato quanto sopra per il primo elemento del composto, è giocoforza, a causa del principio tautologico, che anche il secondo, -danaio (da danaro, denaro), trovi la sua origine lungi dalla tintinnante moneta, al riparo dei molti pericoli della vita che, come abbiamo visto sopra, non si svolge proprio in uno dei luoghi più sicuri dell'universo: e che cosa può esservi di più sicuro di una tana? o, se vogliamo usare l'inglese, di una den 'tana, covo' che possono essere poste all'origine di -danaio, -denaro? Le radici vanno a braccetto, a mio avviso, con lat. tina(m) 'bottiglia', it. tino, it. tinello, ingl. tunn-el 'galleria', fr. tonneau 'botte' e, probabilmente, con ingl. tank 'sebatoio, cisterna, vasca' , dan. dunk 'bidone', sardo tanca 'terreno chiuso da siepi o muriccioli', catalano tanca 'parete, barriera che chiude orti, campi, ecc.'. Nella mia tana di Aielli io dormo ora tranquillamente, altri non avranno forse nè la voglia (data la mia insignificanza) nè il coraggio di venirmi a disturbare.


A questo punto anche il gommone salva-gente pencola pericolosamente, in mare, minacciando di por termine alla sua esistenza e a quella delle persone che porta, urlando magari eroicamente muoia Sansone con tutti i Filistei ! Ma, come l'Ulisse di Omero (Od. 5, 334 segg.) che, in una zattera in balia della tempesta, vide spuntare, sfiorando le onde leggera come un gabbiano, la bella Ino Leucotea, la dea dalle bianche braccia, che gli porgeva una sacra fascia, velo, benda di salvataggio (già allora si usavano provvidenziali life-belt, come dice il nome, 'fascia, cintura salvavita'!), la gente nel salvagente si salva, perchè, come per miracolo, si sente sollevare e si accorge che il salvagente avvolge tutte le persone in un sicuro abbraccio come di una cinta, dial. cénta (Aielli), cènte (vocab. abr. del Bielli) similissima a gente con cui il termine antico, per l'incuria degli uomini, venne confuso. E credo che non serva a molto la tarda sua prima attestazione, il 1866: è impossibile pensare che prima di quella data le persone finite in mare venissero impietosamente abbandonate o che fossero salvate solo da forzuti marinai senza nemmeno l'ausilio di qualche fascia o qualche fune per issarle a bordo. A conferma della mia supposizione, il gallurese salva-ghjenti 'salvagente' rifiuta di essere posto a stretto contatto con gallurese genti 'gente': esso protesta con tutte le sue forze la mantenuta fedeltà alla pronuncia velare di lat. gente(m) 'gente', tradita invece dal semplice gallurese genti 'gente'. E così la sua esistenza almeno dall'epoca latina è al di fuori di ogni dubbio! E' presumibile, quindi, che anche lo sp. salva-vidas 'salvagente' debba il secondo costituente non al lat. vita(m) 'vita' ma al lat. vitta(m) 'benda, fascia' dalla radice del verbo vi-ere 'piegare, legare, intrecciare'.


Una volta arrivata al suo porto Salvo la nostra nave ripartirà, salpando l'ancora per altre avventure. Ah! Dimenticavo proprio il misterioso verbo salp-are che non può che indicare -che sbadato!- l' avvolgersi intorno all'argano delle funi che tirano su l'ancora, avvolgimento che ripete, senza che ce ne avvediamo, quello del salva-gente intorno al corpo del naufrago. Eh, cari amici, nel mondo tutto si tiene! E la Lingua di sicuro ci dà una lezione di geniale sobrietà, in insanabile contrasto con la moderna mania dell'abbondanza, dello spreco e della mancanza di rispetto per le cose (lasciando da parte quello per le persone!). Oh, mio padre che invitava con piglio severo me ragazzino sbadato a porre sul tavolo nel verso giusto la pagnotta! Altri tempi, che sembrano lontani anni-luce!






Note


(1) Cfr. sito internet: Treppecore, vocabolario della lingua abruzzese, http://www.abruzzo.fm/archivio/treppecore/treppecore.html .


(2) Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998, s. v.









































sabato 18 giugno 2011

Il curioso della "naticchia " e del "nottolino"



Credo sia a quasi tutti nota (almeno a quelli che si interessano, sia pure per diletto — che in fondo è il modo migliore per farlo!— , di questioni etimologiche) la derivazione della dialettale naticchia, cioè di un termine corrispondente all’it. sali-scendi. Ogni linguista che si rispetti sfodera la sua latina anaticula(m) ‘anatrella’ per via della presunta o vera somiglianza del ‘chiavistello’ al domestico animaluccio anfibio o al suo becco: una volta stabilita questa corrispondenza, la parola sarebbe stata poi estesa al sali-scendi anche se non se ne vede bene la ragione, dato che l’uno è alquanto lungo anziché no e serve a chiudere in genere porte passando attraverso anelli infissi alle stesse, mentre l’altro è ridotto spesso a un segmentino di legno o di metallo, ruotante intorno ad un perno e poggiante, all’altro estremo, su un gancio, e serviva a chiudere soprattutto gli scuretti delle finestre più o meno rustiche di una volta. Ma ammetto che la distinzione non ha valore alcuno di convincimento e che essa pecca della stessa restrizione di idee che generalmente rimprovero ai linguisti. Nessuno, però, che io sappia, ha avuto qualche secondo a disposizione per riflettere sul fatto che i due termini, almeno in apparenza, potrebbero tradire, se messi alle strette, un’origine diversa da quella che si suppone per naticchia, ma tuttavia sorprendentemente uguale per ambedue. In effetti naticchia sembra essere, più probabilmente, un diminutivo *nati-cula(m) di lat. nat-e(m) ‘natica’, non di lat. anate(m) ‘anitra’, mentre nottolino, se appena se ne toglie la crosticina dovuta al suo quasi inevitabile incrocio con lat. nocte(m) ‘notte’, è costretto a richiamare il corradicale termine greco nôt-on ‘dorso, tergo, spalle’, che può essere considerato, come i linguisti affermano, variante di lat. nat-e(m) ‘natica’. Ora, il concetto di ‘dorso, natica’ è compatibile con quello di ‘protuberanza’ (in effetti nottola vale anche ‘pomo di legno tornito con funzione di sostegno o di ornamento’ (1), e quindi avrebbe potuto indicare anche un’escrescenza, paletto, stecco, stecchino, significati che farebbero proprio alla bisogna per denotare la spranghetta di legno o metallo della naticchia o nottolino o saliscendi, con una esibizione di precisione, quest’ultimo, che ne coglierebbe il movimento all’ingiù di aggancio (-scendi) e all’insù di sganciamento (sali-) dal nasello di cui ho detto. E’curioso, ma questa definizione sarebbe andata a pennello anche per il pomo d’Adamo aduso, soprattutto quando è ben in evidenza, a spostarsi su e giù seguendo il movimento di una bocca che deglutisce, significato (questo di pomo d’Adamo) che però spunta, sia pure come obsoleto, tra quelli del termine nottolino, e non tra quelli di sali-scendi. Che peccato! potrebbe a questo punto esclamare chi è abituato a seguire questi ragionamenti quando si tratta di stanare qualche etimo, ma noi, cui la Lingua ha insegnato perlomeno ad essere un poco guardinghi e a non porgere facile orecchio ai significati di superficie che indicano vistosamente la funzione cui sarebbe deputato un referente o il suo modo di comportarsi, volgiamo indifferenti gli occhi altrove e troviamo giusto e naturale che una radice, il cui significato di fondo richiama la ‘protuberanza’, si presti a significare anche il pomo d’Adamo, il quale, nonostante la sua aura di antica nobiltà religiosa, è pur sempre un nome che indica, appunto, la piccola protuberanza nel collo degli uomini che, a mio particolare avviso, potrebbe trovare la ragione della sua specificazione anche nel semplice nome del Monte Adam-ello nel Trentino, o in quello di Monte Adamo a Castelplanio-An., ad esempio, senza dover ricorrere al povero Adamo della Bibbia che si fece abbindolare, come sempre, dalla più maliziosa e vorace Eva. E’ curioso, ma l’oscillazione tra la radice nat- e not- la si ritrova anche nel binomio natola(2) ‘incavo dello scalmo in cui si appoggia il remo’ e nottola(3) ‘tipo di scalmo che ha lo scopo di evitare lo sfregamento del remo contro il fianco di un’imbarcazione’: a me pare che si tratti, sostanzialmente, di un unico referente, lo scalmo, indicato da due varianti della stessa radice e caratterizzato, ai suoi primordi, da una caviglia di legno, cioè qualcosa di molto simile ad una spranga su cui poggiare e legare i remi.

E’ un vero miracolo se i linguisti non hanno preso ad avvicinare il nottolino, detto anche nottola, all’uccello notturno chiamato nottola, nome che indica la ‘civetta’ o il ‘pipistrello’. In fondo si tratta sempre di volatili come l’anitra (anche se quest’ultima non passa le giornate volando come il pipistrello le notti ), ma l’aspetto un po’ ripugnante del pipistrello o la nomea popolare della civetta avranno scoraggiato ogni tentativo da parte di chiccessia di iniziare una simile operazione. Mi sbaglio: il DELI(4) lo fa, con l’annotazione che già in latino usava riferirsi all’oggetto con nomi di animali (si rimanda alla supposta anaticulam ‘anatrella’?).

Il significato di sali-scendi, dicevamo, è troppo descrittivo, razionale, per poter essere considerato con qualche probabilità quello originario: in effetti la componente -scendi (da lat. scand-, che all’interno di parola muta in –scend-) mi pare troppo pericolosamente vicina a lat. scand-ula(m) ‘assicella’ perché la radice di questa non debba essere presa per buona ad indicare proprio il ‘nottolino’; la componente sali-, d’altronde, potrebbe tautologicamente rinviare all’ it. sala ‘erba palustre’ o anche al lat. sal-ice(m) ‘salice’ in quanto ‘piante’, abruzzese sajjòcche 'randello con capocchia' da *sall-òcche, ma non è sgradito l’intervento diretto di it. sala ‘ asse delle ruote’, fatto derivare da un lat. tardo *axalem (lat. axe(m) ‘asse’) non so con quanta verità. Il saliscendi certamente non rinuncia a sfruttare tutte le sue possibilità espressive, offertegli dai verbi con cui si incontra in latino e in italiano: esso indica infatti anche una ‘successione di tratti in salita e in discesa’ nonché il ‘viavai lungo una scalinata’. Ma la radice scand- in latino fa intravedere altre sue possibilità quando passa a significare la suddivisione del verso nelle sue parti (cfr. lat. scand-ere ‘scandire’), sicchè un’idea di ‘taglio’, la quale è una specializzazione della ‘spinta’ iniziale che sta dietro il suo ‘salire’ o ‘scendere’ (movimento), mi sembra che si installi al suo interno, idea che riappare nel ted. Schanze ‘ trincea’ e nel primo membro di it. scanna-fosso ‘fosso di scolo’ sottoposto ad assimilazione progressiva, da *scanda-. Ne avevo dato una spiegazione leggermente diversa nell’articolo sulle parole di Scanno-Aq. ma fondamentalmente in linea con l’attuale interpretazione. Il ted. Schanz-pfahl ‘palizzata’ (letter. ‘palo da trincea’ è uno di quei composti che, partito come tautologico (cfr. lat. scand-ulam ‘assicella’ sopra ricordata), si è ritrovato ad essere uno dei tanti composti germanici in cui il primo membro specifica il secondo, in questo caso –pfahl ‘palo’. Non credo affatto che questi composti di natura squisitamente cerebrale e descrittiva siano potuti nascere a tavolino, per quanto essi a volte abbiano una forza di seduzione e convincimento senza pari: bisognerebbe tenere sempre presente , però, il pensiero di Saussure (che ho spesso rammentato e di cui egli stesso ignorò la vastissima portata — o, meglio, della cui portata si rese conto ma senza poi estenderla ad abbracciare i significati in modo così radicale—, che ho fatto mio e che vado verificando quasi ad ogni passo) secondo cui dovremmo toglierci dalla testa che la lingua sia un meccanismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere: essa tende sempre a sfruttare una situazione precedente, che era caratterizzata spessissimo, come in questo caso, da materiale di riporto, spesso tautologico. Da prendere in osservazione anche l’it. scand-aglio , in cui si consuma l’incrocio tra l’idea di misura, scala e quella di cavità, profondità, e l’it. scansìa ‘scaffale’.

Non rallegriamoci troppo facilmente, però, perché la Lingua potrebbe darcela a bere ancora una volta con la nottola quando indica i due volatili notturni, la civetta o il pipistrello (già questa oscillazione è sospetta!). Le insidie della lingua, come quelle della vita, sono molto più numerose e subdole di quanto pensiamo. Già!, bisogna stare con le orecchie dritte, guardarsi dai nomi che non indicano direttamente i referenti ma, come in questo caso, solo la parte del giorno, la notte, in cui questi volatili sono attivi. Si tratta, in effetti, di una variante di quei casi in cui, invece, viene indicata la funzione dei referenti. La lingua non ama girare attorno ai concetti da esprimere, anche se può apparire il contrario. Mettiamocelo bene in testa una buona volta, e allora potremo evitare, se Dio vuole, di dar di cozzo e romperci le corna contro gli ostacoli, come chi è cieco o vede male per qualche infermità degli occhi. Altrimenti finiremo anche con l’arrogarci il diritto di poter arzigogolare, ad esempio, che il nottolino è così chiamato perché chiude gli scuri o scuretti i quali, come dice il loro nome, portano l’ oscurità o la ‘notte’ nella stanza. Ma, ahimè, questo ragionamento non farebbe molta strada perché saremmo costretti a riconoscere che l’etimo del nome scuro (lat. ob-scur-um ‘oscuro’) ci porta in area germanica a contatto nientemeno che con le scarpe (cfr. ted. Schuh ‘scarpa’, ingl. shoe ‘scarpa’, ingl. sky ‘cielo’, in quanto ‘volta’, ‘cupola’ del cielo che, benchè luminoso come è spesso nella nostra bella Italia, avvolge comunque e copre idealmente tutto il bello e il brutto della Terra) le quali, più che l’oscurità, offrono un riparo, una copertura ai nostri poveri piedi, di giorno più che di notte quando in genere dormiamo e ne facciamo volentieri a meno, facendoci così balenare nella mente che il significato originario della radice o, meglio, quello immediatamente precedente ad ob-scuru(m) ‘oscuro’, indica più semplicemente un coperchio, un qualcosa che nasconda e ripari, uno scuro, appunto, che preferiremmo ci separasse soltanto da sguardi indiscreti e non portasse l' oscurità all'interno ! Ancora una volta la verità etimologica la troviamo in seno alla natura del referente che in questo caso è primariamente quella di ‘coprire’, secondariamente quella di ‘oscurare’. Ma se vogliamo essere ancora più radicali siamo costretti ad ammettere che uno scuro, prima di essere piegato a svolgere la sua funzione di ‘copertura’, era generalmente una tavola, come nell’abruzzese scurréttë (5) ‘asse sottile e lunga’, con raddoppiamento della consonante pretonica. Se, come cuccioli desiderosi di esplorare il mondo, troppo prematuramente e audacemente ci allontaniamo dalla sicurezza della tana costruitaci dai genitori e dalla bontà del seno materno che ci dona latte genuino, lasciandoci allettare dai mille, vistosi e accattivanti richiami che provengono dall’esterno, pagheremo a nostre salatissime spese il pur legittimo desiderio di conoscere. Perché la Natura all'esterno non ha riguardo alcuno per noi se siamo indifesi, e, se vogliamo sopravvivere e avere successo con le nostre forze nella spietata lotta per l'esistenza che vi si svolge, dobbiamo commisurare i passi alla nostra acquisita capacità di difesa dagli attacchi nemici (soprattutto quelli imprevisti, che sono, in genere, i più micidiali), capacità che si potenzia di molto se riusciamo ad individuare i punti deboli dei nostri avversari.

Dicevo più sopra che già l’oscillazione di significato dell’italiano nottola ‘civetta, pipistrello, succiacapre, miliobate —un pesce’ (da lat. noctuam ‘nottola, civetta’), depone a favore di un significato originario che valesse per ogni animale, come del resto attesta l’ormai nota intercambiabilità dei termini per i piccoli animali di cui ho parlato in altro articolo; naturalmente l’incrocio con il lat. nocte(m) ‘notte’ ha contribuito a non far allontanare l’originaria nottola dai limiti temporali in cui questi uccelli sono attivi. Ma è da scommetterci che la vera radice si nasconde sotto quella di ingl. neat ‘bove, mucca, vitello, toro’; a.a.t. nōz ‘capo di bestiame’; dial. nicchia ‘mucca’ (a Villapiana-Cs) da un lat. *nitela(m), *nitula(m); lat. nitela(m) ‘scoiattolo’; lat. nitedula(m) ‘topo campagnolo’; sardo logud. boes de notte (buoi di notte) ‘esseri fantastici a forma di bue che annunciano la morte imminente’ in cui si nota l’incrocio anche con la radice di lat. noc-ere ‘nuocere’, lat. nec-are ‘uccidere’, gr. nék-ys ‘morto’; gr. nōt-éus ‘bestia da soma’ incrociatosi con gr. nôt-on ‘dorso’ già citato, il quale meriterebbe altre osservazioni che rimando ad altra occasione; ingl. colloquiale neddy ’somaro, cavallo’, naturalmente non in quanto abbrevazione di Edmund, Edgar, Edward i quali certamente si chiederanno stupiti, e un po’ risentiti, perché mai i loro diminutivi abbiano potuto fare quella fine come i linguisti sosterranno. A me sembra chiaro che, tra le moltissime possibilità di specializzazione che ogni termine per 'animale' ha, come il precedente, saranno scelte dalla lingua con maggiore probabilità quelle che sono suggerite in qualche modo dalla parola con cui si incrocia: proprio per questo, insomma, tutti gli uccelli indicati da nott-ola hanno abitudini notturne, tranne il pesce miliobate, credo. Comunque non è esclusa la possibilità che la radice di lat. nocte(m) si prestasse ad indicare, come tutte le altre, anche ‘animali, uccelli’: in questo caso resterebbe la stessa preferenza della lingua ad indicare, con quella radice, gli animali attivi durante la notte.

Concludendo, mi pare utilissimo fare questa riflessione: se in una materia così minuta e poco coinvolgente, come quella dei nomi relativi al “saliscendi”, sono così numerosi i trabocchetti e gli incontri sulla strada dell’etimologia, che cosa non bisogna essere pronti ad attendersi quando si tratta di spiegare parole e brani densissimi di tradizione orale e che hanno animato per millenni il sentimento religioso dell’umanità attirando continuamente l’attenzione su se stessi, come quelli dell’Antico Testamento?



Note

(1) Cfr. T. De Mauro, Il dizionario della lingua italiana, Paravia, Milano 2000.
(2) Cfr. T. De Mauro, cit.
(3) Cfr. T. De Mauro, cit.
(4) Cfr. M. Cortelazzo/P. Zolli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Mondolibri S.p.A., Milano 2005.
(5) Cfr. D.Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.