domenica 1 giugno 2014

Nella Marsica, ma anche altrove in Abruzzo ed oltre, parole del più trito lessico quotidiano sono la prova, a mio avviso, della presenza in carne ed ossa nella nostra terra di popolazioni di stirpe greca in un periodo che deve risalire perlomeno al II millennio a.C.




   Nei dialetti marsicani spuntano qua e là delle parole di ascendenza chiaramente greca.  Siccome non si tratta in genere di termini culturali nel senso che non attengono a miti, riti, manufatti tecnologici e quant’altro di questa natura, veicolato attraverso la transumanza alcuni pensano così dal meridione d’Italia ove fiorì la civiltà della Magna Grecia (VIII-VII sec. a.C.) si deve dedurre, anche in base alla nota ricerca genetica di Luca Cavalli Sforza[1], che dalle nostre parti, e almeno nel resto dell’Italia centro-meridionale, si fossero insediate stabilmente popolazioni di stirpe greca a partire grosso modo dalla seconda metà del secondo millennio a. C.   Quindi non si tratterebbe, a mio avviso, di sporadici fenomeni linguistici di contatto con l’area grecizzata della Magna Grecia ma di veri e propri stanziamenti di Greci micenei in questo territorio, in un periodo antecedente a quello magnogreco.  Lo attestano anche alcuni toponimi come quello di Fiume Natolia (< Anatolia), un’abbondante  sorgente del tenimento d’Aielli nei pressi dell’antico alveo del Fucino e quello di Sant’Anatolia, un paese in provincia di Rieti al confine con la Marsica, dove esistono abbondantissime sorgenti.  Questo idronimo è di puro stampo greco, perché esso combacia col gr. anatolé ‘il sorgere del sole, sorgente di fiume, ecc.’.  Anatella è il nome di altra sorgente del territorio di Rovere-Aq, il quale richiama anch’esso il puro gr. anatéll-ein ‘sorgere, elevarsi, sgorgare’.  Di Fonte Ranë a Celano, italianizzata in Fonte Grande, supposi la derivazione dal gr. kréne, dorico krána ‘fonte’, già nell’articolo I Santi Martiri di Celano [] presente nel mio blog (giugno 2009).  Sarà avvenuto l’incrocio col lat. granu(m), dialettale ranë ‘grano’ che ha causato la normale caduta della velare /g/.  La cosa è tanto più credibile giacchè nel dialetto celanese anche la vocale /a/ finale si riduce nella vocale evanescente /ë/. La presenza della liquida scempia e non doppia  nel nome dialettale della fonte impedisce inoltre, a mio avviso, di connetterlo col dialettale rannë  ‘grande’, presente in qualche parlata della Marsica ma non a Celano né ad Aielli. L’aggettivo usuale per "grande" in tutta la Marsica è gróssë o róssë. I toponimi in genere, che solitamente sono radicati stabilmente nel terreno, non potevano essere veicolati  da pastori transumanti che portavano qualche novità linguistica dai paesi dove avevano trascorso il periodo invernale.  Perché mai, infatti, la gente rimasta a casa avrebbe dovuto cambiare denominazione a fonti, fiumi, monti che avevano già i loro bei nomi fissati da tempo immemorabile?

  Ora, esaminiamo alcuni termini del lessico marsicano.  Cominciamo col cerchiese ‘mbambanì ‘intontire, istupidire, frastornare’[2] (cfr. trasaccano ‘mbambalì[3], aiellese ‘mbambalunì col medesimo significato, luchese ‘mpampanìtë ‘tonto, trasognato’[4]).  A Trasacco il verbo ha anche il valore rivelatore di ‘abbagliare, accecare’ che impedisce di collegare queste voci all’it. rimbambire  col signif. etimologico di ‘tornare o far tornare bambo, bambino’.  Ugualmente l’it. imbambolarsi, che ha il significato di ‘rimanere attonito, perdersi con lo sguardo nel vuoto’, credo rimandi ai verbi dialettali precedenti piuttosto che all’it. bambolo, con cui certamente si sarà incrociato. In effetti si incontra in greco il verbo pamphain-ein ‘risplendere oltremodo, brillare’, significato che provoca quello di ‘abbaglio, accecamento, intontimento’ che fa al nostro caso. Ora, il precedente gr. pam-phain-ein viene inteso normalmente come composto di gr. pan ‘tutto’ e gr. phain-ein ‘apparire, splendere, ecc.’, ma per me si tratta solo di raddoppiamento della radice phan-  che poteva avere una variante pan- come in gr. pan-ós ‘torcia, face’[5].  Esiste anche il verbo simile gr. pam-phal-ân ‘guardare attonito, estatico, spaventato’ che concorre con l’altro a stabilire l’etimo esatto delle rispettive voci di Trasacco e Aielli.  Va da sé che il prefisso illativo in-,  divenuto im- (‘m-) dinanzi a labiale, ha comtribuito a sonorizzare la sorda originaria /p/ di queste voci come avviene normalmente nei nostri dialetti.  Il verbo napoletano ‘mbambanì (part.pass. ‘mbambanùtu)[6] ‘confondersi, trasognare’ allude ad un abbagliamento piuttosto che a un rimbambimento.

   Altro termine interessantissimo è l’aggettivo ciaffë (Trasacco) ‘prognato, col mento sporgente in avanti’ oppure ‘con i denti  incisivi inferiori sporgenti’[7].  Ad Avezzano il medesimo aggettivo viene riferito al cavallo ‘dai denti larghi’, qualità che determinava un deprezzamento della bestia che così aveva difficoltà di masticazione[8].  Sembra impossibile, eppure vi è un participio aoristo atematico di verbo greco che fa proprio al caso: dia-phý-s  composto dalla prep. diá ‘attraverso’ e dal verbo phý-ein che ha vari significati come ‘generare, essere generato, crescere, divenire’ e che corrisponde al lat. fi-eri ‘essere fatto, divenire, succedere’, oltre che alla radice fu-  del perf. lat. fu-i (it. fui), come ogni bravo studente di ginnasio già sa. Il verbo assume anche il signif. di ‘separarsi’, per via del diá che esprime spesso questo concetto di ‘distacco, separazione’.  Ma c’è di più: il relativo sostantivo dia-phyha proprio il valore di ‘distinzione, separazione, interstizio’ riferito anche all’interstizio tra i denti in Plutarco.  La differenza è solo data dal fatto che in ciaffē  questa separazione è piuttosta larga e anormale, ma sempre di separazione si tratta.  La Lingua nei suoi concetti fondamentali non fa di simili distinzioni: è solo l’uso che comporta poi le varie specializzazioni.   A questo punto immagino che i più continueranno a restare perplessi per quel diȧ-  iniziale che si sarebbe trasformato nel cia-  di cia-ffë. Nessuna paura! Inizialmente si avrà avuto in dialetto una forma *ja-phë ( dal participio dia-ph-ýs) come è avvenuto nel lat. diurnu(m) , ad esempio, passato al dialettale jurnë e all’it. giorno, con la palatalizzazione della semivocale /j/.  L’esito finale sarebbe dunque stato *giàffë  con la normale riduzione, nei nostri dialetti, della parte terminale –ýs alla vocale evanescente /ë/ e con l’accento ritratto sulla prima sillaba perché nel sistema di accentazione latino, subentrato a quello greco, non esistono sillabe finali accentate. Si è verificato poi probabilmente l’assordimento dell’iniziale /g/ per assimilazione alla fricativa sorda /f/ della seconda sillaba.  Questo tipo di trasformazione fonetica si è avuto anche per il nome del paese di Gioia dei Marsi che secondo me deriva da un originario Diavolo, denominazione rimasta intatta al vicino passo montano.  Tutta la questione l’ho trattata nell’articolo Il diavolo non vuole lasciarmi […] del mio blog (agosto 2012). C’è inoltre da sottolineare che nel dialetto trasaccano frequentissime sono le varianti sorde come si può vedere, ad esempio, proprio nel termine diàvëlë ‘diavolo’ che presenta anche il suo bravo allotropo tiàvëlë. Quindi è da presumere che da un probabile *tjavëlë non potesse che svilupparsi una forma ciaulë > ciolë > cioia.  L’ultimo passaggio si è avuto per la diffusa palatizzazione della /l/ nei nostri dialetti come nel trasaccano ciavie ‘ghiandaia’, derivante dall’altra forma, più diffusa, ma anche trasaccana, ciàvela ‘ghiandaia’.  Purtroppo bastano un paio di passaggi fonetici a distorcere completamente una parola. Ma il linguista non deve farsi ingannare. Anche il toponimo di Gioia dei Marsi è quindi secondo me il termine greco dí-aulos ‘passaggio angusto, stretto di mare’ incrociatosi con l’altro gr. diá-bolos che ha vari significati oltre a quello più fortunato, per via del Cristianesimo, di ‘diavolo’.  Comunque, ripeto,  una trattazione più esauriente del termine la si trova nell’articolo poco sopra citato.

     Forti delle precedenti acquisizioni possiamo passare ad analizzare la voce dialettale ciàlëfë ‘fango, melma’ (Trasacco, Avezzano, ecc.)[9].  Se solo pensiamo alla possibilità che l’iniziale cià- derivi da un precedente dia- ecco pararsi dinanzi a noi il gr. di-aleíph-ein ‘ungere, spalmare, cancellare’ (la /a/ di diá naturalmente si elide dinanzi all’altra /a/).  La radice aleiph-  richiama i gr. áleipha, áleiphar ‘unguento, unto, pece’ come pure gr. aloiphé ‘grasso, olio, vernice, pece’.  A questo punto non è difficile dedurre che evidentemente il significato ancora più generico del termine dovesse riferirsi a qualsiasi cosa untuosa o appiccicosa, una poltiglia di sostanze attaccaticce come è in effetti la melma ma anche, ad es., il muco o moccio: infatti a Luco dei Marsi si ha il composto tautologico moc-ciàlëfëmoccio’[10] con semplificazione (aplologia) delle due sillabe simili di moc-cio e cia-lëfë  la cui conservazione avrebbe generato una cacofonia.  E così il grande mistero della strana parola rivela la sua vera fisionomia. Cialëf-ónë, a Trasacco e altrove, è una persona sporca di fango o che sa solo pasticciare le cose che fa[11].  Lo stesso valore ha , in quel dialetto, la parola ciaff-ónë la quale possiede anche il significato del precedente cialëf-ónë, per caduta della vocale evanescente /ë/ ed assimilazione regressiva di /l/ ad /f/.  Ciaffo si incontra anche fuori d’Abruzzo (Napoli, ad es.) col significato dispregiativo di ‘uomo rozzo, tamarro’ e simili, ricollegabili facilmente a quelli del dialetto trasaccano. 

    Ad Aielli, il mio paese, ‘m-bal-àsse significava ‘sporcarsi (le scarpe) di fango’ e ‘m-bala-tùrë (forse da segmentare meglio in ‘m-balat-ùre, se si considera la voce dialettale palta ‘fango’[12]) era un luogo pieno di fango. Ne è chiara la radice gr. pel-ós, dorico pal-ós ‘fango, melma, argilla molle, ecc.’ che si ritrova in forma ampliata anche nel lat. pal-ud-e(m) ‘palude’ , il quale sembra variante, appunto, di ‘m-balat-ùrë o di palta. Quest’ultimo avrà dato vita a it. pant-ano, con sostituzione di /n/ ad /l/ per assimilazione alla /n/ del suffisso -ano.  La certezza dell’origine e del significato dell’aiellese ‘m-bal-àssë mi viene dalla voce pell-in ‘d’argilla’ presente nel Vocabolario abruzzese del Bielli[13] e rispondente al gr. pél-in-os (dorico pál-in-os) ‘d’argilla’.

   E ora veniamo al termine abbafà(sse) che a Trasacco e altrove (non solo in Abruzzo, ma in tutto il meridione) ha il significato di ‘portare le pecore a riposare all’ombra durante le ore calde del giorno’ oppure quello di ‘spontaneo fermarsi e aggregarsi delle pecore all’ombra nelle ore calde del giorno’.  Ad Aielli esisteva solo la forma riflessiva del verbo che indicava appunto il fermarsi e aggregarsi di questi animali anche in luoghi non ombrosi, perché nei nostri monti non si trovavano in genere alberi.  Le pecore dopo aver brucato dal primo mattino, appena il sole cominciava a farsi sentire, anche addirittura verso le h. 9 o le h. 10[14], si fermavano, purchè sazie, serrandosi strettamente  tra loro, tanto che ciascuna di esse infilava la testa, tenendola bassa, sotto la pancia della vicina, in modo non solo da ripararsi dagli insetti che a quell’ora diventano insopportabili ma anche per formare con i loro dorsi una sorta di corazza contro i raggi solari che in questo modo non penetravano al disotto di essa. Veniva a costituirsi quindi, per tutta l’area occupata dal gregge, una sorta di riparo che manteneva, con l’ombra esistente sotto di esso, un microclima a temperatura di certo inferiore a quella che furoreggiava all’esterno.  Le pecore intanto ruminavano  placidamente producendo naturalmente anche un po’ di bava dalle loro bocche.  I più individuano appunto nella parola bava l’etimo del verbo.  Noi non lo accettiamo, non fosse altro che per il fatto che generalmente le parole, come ho ricordato diverse volte nei miei scritti, vanno dritte alla cosa da nominare, piuttosto che girarvi intorno sfruttando dei termini che indicano caratteristiche o significati secondari, marginali rispetto a quello principale che qui, secondo me, è rappresentato proprio dall’aggregarsi e fermarsi delle pecore, indipendentemente dalla presenza o meno di alberi ombrosi.  In genere i linguisti parlano solo del significato di ‘caldo opprimente’ che sarebbe espresso da questa parola, senza tener conto di altri significati che essa contiene, il che rende, a mio parere, la loro soluzione alquanto fragile perché esclude a priori che la radice abbia una polivalenza tale da poter riannodare insieme significati apparentemente molto discordanti. 

    Nel Vocabolario abruzzese di Domenico Bielli compaiono tre significati fondamentali della voce abbafà: 1-satollare; 2- condurre il gregge a meriggiare; 3- ammaliare, lusingare.  Qualcuno penserà che il primo sign. potrebbe essere scaturito dal fatto che quando le pecore si abbàfano generalmente hanno lo stomaco pieno per aver pascolato già da diverse ore, ma vedremo che così non è.  Il terzo sign. sembra essere completamente estraneo al campo semantico dei due precedenti, ma in verità non lo è.   La mia convinzione, tratta dallo stesso nucleo della radice, è che il nostro verbo abbia molto da spartire con i verbi greci aph-ápt-ein (ionico ap-ápt-ein) ’attaccare, annodare, appendere’, gr. aph-ân ’toccare, palpare’. La radice è ap, aph uguale a quella del lat. ap-isci ‘raggiungere, ottenere, comprendere’ e lat. apt-u(m) ‘attaccato, legato, adatto’. In greco esiste anche ap-aph-ísk-ein ‘ingannare, deludere’.  E’ chiaro che il sign. di fondo di questi verbi è quello di ‘legare, unire’ che si specializza anche in quello di ‘toccare, palpare’ da cui deriva l’altro di ‘ammaliare, lusingare’ della voce abruzzese. Infatti il sost. aphé,  che deriva dalla stessa radice del verbo, ha anche il raro valore di ‘suggestione’[15], concetto simile a quello di malia, che facilmente può tramutarsi in illusione e delusione.  A Scanno-Aq e nel Molise la voce abbe significa 'meraviglia'. Sembra strano ma, sempre a Scanno, il verbo abbafà significa anche ‘abbeverare’. Come è possibile? Si tratta dello stesso verbo? La mia risposta è: sì! La forma medio-passiva ápt-esthai, in effetti, significa anche ‘prendere, assumere (cibo o acqua), mangiare, bere’: così si spiega, anche per influsso del verbo it. abbuffarsi o abboffarsi, il significato  'satollare' di abbafà.  Allora è più che accettabile supporre che una probabilissima forma composta originaria *ap-aph-ân (da aph-ân citato), inserita nel sistema linguistico italico-latino, abbia dato come esito il nostro abbaf-are.  Il prefisso ap- corrisponde alla preposizione apó (lat. ab) con valore completivo, ma io sono propenso a credere che qui si tratti di radoppiamento tautologico della radice –ap. Dimenticavo l’osservazione più importante: il gr. ápt-ein vale anche ‘accendere, ardere, bruciare’ e aphé vale anche ‘accensione, ardore’.  E così si spiega il significato di ‘caldo opprimente’ dei dialettali abbafatura, abbafo che hanno anche il valore di ‘sonnolenza, appisolamento’, scaturito forse dal ciondolare della testa di chi si appisola, la quale resta come appesa: uno dei significati della radice.  Il verbo, però, sarà stato talora inteso, dall’inconsapevole e spigliata etimologia popolare, come uno dei numerosi composti preceduti dal prefisso ad- + bafare, il quale avrà dato, quindi, le varie forme di bafagna, bufagna ‘caldo umido opprimente’ ecc.  Va da sé, come ho affermato più sopra, che io considero primario il significato di ‘aggregarsi, attaccarsi tenacemente (presente nella radice)’ delle pecore tra loro, indipendentemente dal posto ombreggiato o meno in cui avviene il ‘meriggiare’.  Altre osservazioni si dovrebbero fare su questo abbafar(si) e forme collegate, ma mi fermo qui per non dilungarmi troppo. 

    Interessantissime sono poi le espressioni che vivono ancora oggi nei dialetti e che nascondono parole  di puro conio greco.  Ad Aielli ed altrove, ad esempio, usava rivolgersi o riferirsi ad un ragazzino impertinente con l’epiteto di mëcchëlùsë ‘moccioso’, dimin. mëcchëlusìjjë, per sottolinearne la ‘piccolezza’ nonostante la quale o a causa della quale egli aveva comportamenti piuttosto riprovevoli. Ma nel Molise l’epiteto ha valore di ‘bimbo frignante’ senza alcun riferimento al ‘muco’ del naso, probabilmente perché il termine si era incrociato con un altro simile, ad esempio, al trasaccano muculià ‘guaire, miagolare’[16].  La cosa è confermata da un abr. mmucculòsë ‘persona a cui scende spesso il muco dal naso, ma si chiamano così anche i ragazzi troppo capricciosi[17].  Straordinario è quindi constatare con somma meraviglia che dietro queste espressioni bisogna vedere un originario greco mikk-ós, mik-ýl-os ‘piccolino’, varianti del più noto mik-r-ós ‘piccolo’.  L’abr. mìculë significa ‘scarso (nel mangiare)’[18].  Anche a Rocca di Botte-Aq  miccu[19] significa ’piccolo’! In un certo senso si continua a parlare greco senza che ce ne accorgiamo!  Si può dire che nostri antichissimi antenati vivono ancora in queste parole che non sono scomparse nella trasmissione plurimillenaria di generazione in generazione!

     Curiosissima è l’espressione del dialetto avezzanese Lum’ alle récchië ‘Lume alle orecchie’ usata nei confronti di chi per fame arretrata e scarso nutrimento avrebbe le orecchie trasparenti[20].  Io non so se questo fenomeno accade veramente, ma so di certo che chi mangia poco da molti mesi e anni mostra la sua condizione a vista d’occhio, nel volto e nel corpo, senza nessun bisogno di un controllo sulla trasparenza delle sue orecchie! Sicchè mi è venuto in mente quasi subito il gr. lim-ós che significa sia ‘fame’ che ‘affamato’. Per il resto dell’espressione ho dovuto pensarci un po’ su per arrivare ad accogliere l’aggettivo verbale an-orekt-ós ‘elevato, teso in alto’. Nel vocabolario ho trovato in verità solo la forma semplice orekt-ós ‘teso, proteso’, ma è probabile che tra i vari dialetti parlati circolasse anche l’altra forma derivabile dal verbo an-orég-ein ‘tendere in alto, sollevare’, presente nel vocabolario del Rocci.  Il significato di tutta l’espressione doveva essere allora quello di una fame “elevata”, cioè ‘grande, cospicua, arretrata’. L’etimologia popolare, nel periodo del passaggio dallo stadio greco a quello latino, ha evidentemente storpiato la frase interpretandola come Lume alle orecchie.  Essa, come è noto[21], è capace di ben altre e incredibili trasformazioni! Ma, molto probabilmente, questa trasformazione sarà stata favorita da un’altra espressione che doveva circolare in quest’ambiente grecizzato che si avviava alla latinizzazione. Essa dovrebbe essere lým-e allë récchië ‘sporcizia alle orecchie’, con lým-e ‘sporcizia, sudiciume’ appena un po’ diverso da lim-ós ‘fame, affamato’. In italiano c’è anche il modo di dire Essere sudicio come un lume[22].  Si spiega dicendo che i lumi un tempo erano spesso imbrattati di unto o di cera, ma non è una spiegazione che mi soddisfi in pieno. Penso che le persone pulite lo mantenessero in ordine come ogni altro oggetto di casa e che la spiegazione potrebbe venire dal termine greco di cui parliamo: la frase doveva suonare, all’origine, come Essere lurido come la Sporcizia in persona.  D’altronde il termine aveva molti sosia anche fuori della Grecia, secondo me, come il lat. lam-a(m) ‘pantano, palude’, il lat. limu(m) ‘limo, fango’, ted. Lehm ‘argilla’, ingl. lime ‘calcina, pania, glutine’, ted. Leim ‘colla, vischio, pania’ e, con prefisso –s-, ted. Schleim ‘muco, catarro’, ted. Schlamm ‘fango’.

    Del grecismo rappresentato dal primo membro della voce dialettale crëst-ónda ‘bruschetta unta d’olio con una passatina d’aglio’, membro che corrisponde al gr. khrist-ós ‘unto’, abbiamo gia parlato nell’articolo La “panonda” […] presente nel mio blog (febbraio 2014).

    Conosco anche altri esempi di grecismi nei nostri dialetti, ed altri ancora ce ne saranno tra le loro pieghe a me ignoti.   Straordinario è a Scanno-Aq, paese che comunque non fa parte della Marsica, il caso della voce uiè ‘figlio’, che è pari pari il gr. hui-ós ‘figlio’, che presenta anche un tema  huiéu- [23].  A Carrito, nella Marsica, si incontra il  verbo sëckiè ‘aversela a male, risentirsi’ [24] il quale non può che essere denominativo dal gr. skiá ‘ombra’ da cui il significato di ‘oscurasi, rabbuiarsi, adombrarsi’. Fra la fricativa /s/ e la velare /k/  si è inserita una cosiddetta vocale anaptittica come avviene abbastanza spesso in questi casi: cfr. sëllitta ‘slitta’ a Trasacco oppure sëllam-àssë ‘andare a precipizio, rompersi l’osso del collo’ ad Aielli e altrove, dalla radice del verbo it. slam-are, cioè smottare, franare.  Di chiaro stampo greco è la voce avezzanese blécchë, blecc-ónë ‘uomo di scarsa intelligenza, privo di verve[25]: in greco infatti si hanno blák-s ‘pigro, codardo, lento, fiacco, stupido, torpido’ e, con ampliamento in /r/,  blekh-r-ós ‘debole, languido, lento, molle’.  Nel vocabolario del Bielli è registrata la stranissima voce ja ‘scaturisce, scorre (detto dell’acqua)’. L’accento cade sulla lettera /j/ che qui rappresenta una /i/ rafforzata, come si spiega nelle note sulla pronuncia e scrittura premesse al vocabolario. Per me si tratta del gr. híē-si, 3° pers. sing. pr. ind. del verbo hié-nai ‘mandare, inviare’ che, usato intransitivamente, ha proprio il sign. di ‘spargersi, diffondersi, scorrere’  riferito a fonti e fiumi. E’ comprensibile la caduta della desinenza –si  e la trasformazione della /ē/  in /a/  perché forse il verbo (anche se rappresentato da quest’unica voce) è stato inserito nella coniugazione latina dei verbi in –are.

   Traendo il succo di quanto detto finora, ribadisco l’affermazione fatta all’inizio, che per me è assodato che in tutta l’Italia centro-meridonale  si parlassero dialetti greci ben prima del periodo magno-greco (VIII-VII sec. a. C.), dialetti che  possono essere definiti come micenei perché appartenenti probabilmente a quella civiltà (II millennio a. C.).  Resterebbe da spiegare, comunque, il prevalere, nei termini che ho individuato, delle forme doriche conservative in (alfa) lunga, presenti del resto anche negli altri dialetti tranne nell’ionico-attico dove l’ muta in η (eta). D’altronde la ricerca genetica di Luca Cavalli Sforza condotta su campioni di sangue non lascia dubbi sulla presenza più o meno marcata di geni greci nel sangue degli italiani abitanti in quest’area geografica, ed anche oltre.  Pertanto io penso che anche i diversi grecismi della cosiddetta Tavola di Agnone nel Molise (III sec. a.C.) debbano essere interpretati non come frutto di contatti religioso-culturali più o meno intensi con la Magna Grecia ma come patrimonio epicorio di quelle popolazioni che l’avevano ereditato ab antiquo dai loro antenati micenei[26].  Infine non risulta nessuna notizia o indizio di trasferimento consistente di popolazioni dalla Magna Grecia verso le nostre terre.

   Il problema della presenza di parole greche nei dialetti abruzzesi, prima del periodo magnogreco, mi si era presentato già qualche anno fa, nell'articolo del 3/12/2012: La Madonna della Libera di Pratola Peligna (nota 9). 
   



[1] Cfr. L. e F. Cavalli Sforza, Chi siamo, Ediz. CDE spa-Milano (su licenza della A. Mondadori S.P.A.), 1993.

[2]  Il verbo mi è noto per esperienza diretta.  Esso comunque ricorre frequentemente nel centro-meridione d’Italia.

[3] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà F-P,  Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq  2003.

[4] Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi,, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[5] Cfr. l’articolo La tradizione della panarda [] nel mio blog (gennaio 2012).

[6]  Cfr. sito web: glosbe.com/nap/it/mbambanì

[7] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

[8] Cfr.  Buzzelli-Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese,  Avezzano-Aq  2002.

[9] Cfr. Q. Lucarelli, cit. nonché Buzzelli-Pitoni, cit.

[10]  Cfr. G. Proia, cit.

[11] Mi vengono in mente le voci di Aielli e altri paesi ‘mbëcà (ssë )‘sporcar(si)’ e ‘mbëcónë  ‘sporcaccione, imbrattatore, pasticcione’ che rimandano al lat. pic-e(m) ’pece’.

[12] Cfr. G. Devoto, Dizionario etimologico, Edizione CDE spa- Milano, 1984 s.v. palta.

[13] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla  Edit., Cerchio-Aq. 2004.  La stessa voce pell-inë significa anche ‘di vista corta’.  In questo caso essa è da riportare, credo, al gr. peli-ós ‘fosco, scuro’, con le varianti péll-os e pell-ós dallo stesso significato.

[14]  L’informazione me l’ha gentilmente data  il  pastore Tonino Maccallini detto i ruscë ‘il rosso’, che ringrazio.

[15] Cfr G.Gemoll,  Vocabolario greco-italiano, Ediz. Sandron, Firenze 1951, 23.sima ediz.

[16] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

[18] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, cit.

[19] Cfr. M. Marzolini, “…me ‘nténni?”, Arti grafiche Tofani, Alatri-Fr  1005.

[20] Cfr. Buzzelli-Pitoni, cit.

[21]  Ho portato begli esempi di etimologia popolare nell’articolo Il rosmarino [] presente nel mio blog (dicembre 2013).

[22]  Cfr. C. Lapucci, Modi di dire della lingua italiana, Valmartina Editore, Firenze 1969.

[23] Cfr. sito web: www.scanno.org/scanno_termini_dialettali.htm.   L’abbinamento oscurità del volto = ira, risentimento è antichissimo, com’è naturale. Nel 1° libro dell’Iliade Omero paragona il dio Apollo, che si precipita irato contro i Greci dalle vette dell’Olimpo, alla notte (nyktì eoikós ‘simile alla notte’, v.47).  Il Monti tradusse: [] ed ei simìle/a fosca notte giù venìa [].

[25]  Cfr. Buzzelli-Pitoni, cit.

[26] Cfr.  Aa. Vv. Popoli e civiltà dell’Italia antica, v. VI, Biblioteca di Storia Patria, Roma 1978, p. 830 sgg. e p. 1080 sgg.

giovedì 1 maggio 2014

Eserciti in rivolta contro i linguisti



                                                  
Fino a qualche tempo fa non avrei mai creduto che l’etimo accettato da forse tutti i linguisti per l’it. soldato  fosse, contrariamente all’apparenza, falso: il termine sarebbe legato, secondo loro, al soldo sborsato o da Signori medievali per il mantenimento di proprie  milizie mercenarie o da uno Stato.   Ma il rapporto che nei precedenti articoli abbiamo visto operante tra i vari concetti di impasto, fango, creta, poltiglia, miscuglio, confusione, massa, folla, mucchio, branco, agglomerato, elemento dell’agglomerato, muro, connessione, articolazione, ecc. mi induce a cancellare con un fregaccio quanto è stato scritto finora su di esso. 

     La questione sta in questi termini.   Nel dialetto abruzzese si incontrano  la strana voce sóldrë ‘terra figulina usata dal vasaio’ e la variante suldru ‘marna argilloso-calcarea’ che fanno riferimento a varietà di quella che più comunemente è nota come creta o argilla.  Abruzzese è anche il termine sóldrë uguale al primo, ma col significato apparentemente inconciliabile con esso di ‘moltitudine di persone o di bestie’[1].  In inglese con il vocabolo soldier ‘soldato’, proveniente dall’a. fr. souldiour, soudier ‘soldato’, si designa, guarda caso, anche un mattone di un muro a cortina che ci riconduce all’idea di “impasto, creta” non solo perché un mattone è il prodotto di un impasto, ma soprattutto perché esso, in questo caso, costituisce uno dei diversi elementi cementati insieme, a formare un solido gruppo, un muro a cortina, appunto.  Anche ad Agnone-Is la voce soldra torna a significare ‘calca di gente o di animali’ riconfermando così il valore di ‘insieme di elementi giustapposti o stretti tra loro’, valore che si ripropone sotto la specie della connessione nel portoghese soldra ‘garretto’, che è l’articolazione tra tibia e tarso nella zampa posteriore dei quadrupedi.  Ma la testimonianza più bella, a favore di questa interpretazione, ci viene nientemeno che da Cesare, il quale nel De Bello Gallico parla di coloro che, con termine celtico latinizzato, erano chiamati soldurii[2], soldati che costituivano una sorta di milizia scelta di ogni capo, fedelissimi fino alla morte.  Non si può credere che costoro avessero avuto un tal nome per il fatto di ricevere il soldo dal loro capo, ma verosimilmente per esserne i compagni fedeli, cioè legati a lui con vincolo indissolubile, indipendentemente dai favori che potevano ottenerne[3].  

   Da quanto detto deriva la concreta possibilità che l’etimo di it. soldato alluda al fatto che il termine, prima di essere risucchiato dal verbo soldare=assoldare, indicasse chi veniva semplicemente reclutato o aggregato ad un esercito, come aggiunto o unito ad esso, indipendentemente dalla paga che poteva ricevere o meno.  Il soldato in quanto elemento di una moltitudine di altri elementi che formano appunto un esercito, un’armata e cioè un insieme a cui va a saldarsi il sodato semplice[4].  Difatti è noto che il verbo saldare (cfr. ingl. solder ‘saldare’) è un denominativo dall’aggettivo it. saldo, a sua volta variante dell’agg.  lat. sol(i)d-u(m) ‘solido,saldo’, il quale andava a formare, nel latino tardo, anche il sostantivo sol(i)d-u(m) ‘moneta (d’oro massiccio)’ da cui è derivato l’it. soldo. La sovrapposizione, quindi, dei due significati di saldare e soldare=assoldare era inevitabile, a tutto favore di quest’ultimo, molto più consono e appropriato per indicare un presunto mercenario.  Il verbo saldare si specializzò in effetti in senso tecnico ad indicare la fusione di due o più elementi metallici o mantenne il senso generico di ‘unire le parti per formare un tutto’ senza possibilità di essere riferito alla formazione o composizione di un esercito, una volta che questa funzione era stata assorbita e metabolizzata dal verbo soldare=assoldare.

    Per lo stesso it. esercito < lat. ex-erc-itu(m) mi pare che non si senta nemmeno una voce fuori dal coro nella spiegazione del suo etimo, unanimemente ricollegato al comodo part. pass. ex-erc-itu(m) del verbo lat. ex-erc-ēre ‘esercitare’: l’esercito sarebbe, quindi, un insieme di truppe ben addestrate e l’etimo parrebbe così di essere dentro una botte di ferro.  Senonchè qualcosa che stride c’è nella definizione, perché la Lingua è solita riferirsi non a questa o quella caratteristica del referente, per indicarlo, ma solo alla sua natura nuda e cruda, la quale qui deve corrispondere all’insieme o al gran numero dei soldati che costituiscono l’esercito.  Anzi, ora siamo ben consapevoli che questo tipo di termine non dové nascere per indicare solo l’esercito ma qualsiasi altro gruppo di cose o animali o uomini, come è avvenuto per la radice di soldra sopra analizzata.  Tutti i termini di una lingua nascondono un significato genericissimo. Ormai questo principio è per me assodato, e pertanto non mi posso contentare di una interpretazione purchessìa, magari a portata di mano e apparentemente inconfutabile, se questo principio non viene rispettato.  

    Ora, per affrontare in maniera diversa il problema etimologico di it. esercito, bisogna, a mio avviso, partire da termini come l’abr. sergi ‘selci’ oppure ’frutti del gelso’[5].  Sappiamo che questo frutto, altrove chiamato mora, è costituito da un insieme di acheni ben serrati tra loro. Come il termine mora (con la variante morra) ricorre moltissimo nei nostri dialetti ed altrove a designare referenti legati al concetto di “gruppo o insieme”, così è altrettanto verisimile che questo termine sergio di Castellafiume-Aq  (cfr. sergë ‘selce’ a Luco dei Marsi) poteva prestarsi a svolgere la stessa funzione.  Infatti il sergiato in quel dialetto corrisponde all’it. selciato, cioè un pavimento formato da un insieme di pietre (da lat. silic-em ‘pietra’). A questo punto, però, sembrerebbe che mi stia infilando in una strettoia pericolosa, quella rappresentata dal fatto che la forma dialettale sergio ‘mora’ potrebbe senza sforzo essere un derivato di it. selce, con il normale passaggio di –l- a –r-.  Ma la mia stella polare mi guida verso la considerazione che la voce sergio ‘mora’ non può essere una metafora di selce dovendo essa nascondere a tutti i costi un’idea di insieme, non importa se di pietre o di qualsiasi altra cosa.  L’it. selciato, il castellitto[6] sergiato, l’aiellese sargiata indicano sì un insieme, ma solo di pietre, e quindi anche questi termini non ce la raccontano giusta per quanto attiene al loro etimo, e potrebbe quindi trattarsi di una reinterpretazione di questa base generica serg-, sarg-, specializzatasi ad indicare una pavimentazione di pietre solo in virtù dell’incrocio col termine selce.
 
    Il fatto è che si incontrano svariati termini ricollegabili alla radice sarg-, serg-, sarc-,serc- col valore di fondo riconducibile a quello di ‘connessione, unione’ a cominciare dal lat. sarc-ire ‘rammendare, riparare, risarcire’, da un sign. precedente di ‘ricucire’ (cfr. lat. sarci-men ’cucitura’). L’it. tecn. serg-ente (dial. anche sarg-ente) è in carpenteria un morsetto per tenere unite tavole appena incollate; sarc-ënalë nel dialetto lucano di Gallichio-Pz è una ‘trave sottoposta trasversalmente ad altre’ a formare una trama solida per sostenere il soffitto[7], come se si trattasse di fili collegati ad arte tra loro a formare un tessuto, un panno, come ad es. la sargia (ant.fr. sarge) usata nei tendaggi, fr. serge ‘sargia’[8].   Il lat. sarc-ina(m) ‘bagaglio, soma, mobilio’ dà chiaramente l’idea di qualcosa messo insieme, ammucchiato, involto se si pone attenzione al significato generico della radice (cioè connessione) e a quello di mobilio, insieme di mobili costituiti ciascuno da più parti interconnesse.  Del resto conferma tutto ciò l’abr. sarc-ënèllë ‘fastello di piccole legne, di tralci’. Queste osservazioni permettono, secondo me, di addivenire finalmente ad un etimo accettabile per l’it. sarac-in-esca. La seconda –a- del primo membro sarac- deve essere un’inserzione anaptittica generata dall’incrocio col termine saraceno, di ascendenza greco-latina.  Quindi  la sua forma originaria doveva essere *sarc-in-esca. I Saraceni, le cui incursioni nelle zone costiere, avrebbero indotto nel medioevo —come si favoleggia—  gli abitanti a chiudere le porte dei loro paesi con questo tipo di serramento magari in uso presso quella gente, in realtà non c’entrano niente.  Basta guardare come erano fatte le più antiche saracinesche che chiudevano l’accesso a paesi e castelli: un cancello di sbarre di ferro o tronchi intrecciati insieme che veniva calato dall’alto.  Una vera e propria struttura rientrante nel concetto di “connessione, assemblaggio”, per non parlare delle serrande avvolgibili composte da più elementi giustapposti. 

   Così stando le cose non è certamente fantascientifico supporre che il lat. ex-erc-itu(m) ’esercito’ non ha rapporti diretti col lat. ex-erc-ere ‘esercitare’ (dalla prep. ex ‘fuori da’ + arc-ere ‘mettere in movimento’) ma che esso sia una normale reinterpretazione di una base  originaria *ex-sarc-ire ‘mettere insieme, raggruppare, ammassare’ incrociatasi con ex-erc-ere ‘esercitare’.  Il verbo ex-sarc-ire (anche ex-serc-ire) esiste davvero in latino ma solo col significato di ‘compensare, risarcire’, perché il sign. originario di raccogliere, unire era evidentemente caduto in disuso. 
     Di it. armata (ingl. army, fr. armée) e della sua parentela col gr. hárma, hármat-os ‘carro’ abbiamo già parlato nell’articolo Il termine “armento” […] e pertanto non arriccerei tanto il naso nell’attuare un simile collegamento tra il ted. Heer ‘esercito’, got. harjis ‘esercito’, a. norreno herr ‘esercito’, a. pers. kara ‘esercito’ e ingl. car ‘vettura’, ingl. cart ‘carro’, ingl. cradle ‘culla’, lat. carru(m) ‘carro’, lat. car-pentu(m) ‘cocchio, carro’ per il cui secondo membro additerei l’ingl. pent-house ‘tettoia spiovente, attaccata ad una parete, piccolo fabbricato annesso, attico’[9].   Altre radici inglesi che fanno parte di questo gruppo sono, a mio avviso, l’obsoleto  harr ‘cardine’ (in quanto fissato sullo stipite ma soprattutto in quanto perno, articolazione intorno a cui girano cancelli, porte e finestre) ed heer, matassa di circa 600 iarde, usata anticamente come unità di misura.  La matassa è un insieme ordinato di fili che però nel linguaggio cosiddetto figurato assume il significato di ammasso intricato.  Comunque l’uso di questa radice per indicare il gran numero di soldati componenti un  esercito andrebbe a pennello.  Sappiamo che essa (hair) corrisponde a quella che in inglese indica, al sing. collettivo, l’ insieme dei capelli della testa, una chioma o capigliatura appunto (oltre 100mila cap.).  Un bell’esercito…oh! pardon! un bel numero di capelli, prima che comincino a cadere!  Con questi nomi, però, bisogna stare attenti. Molto spesso essi nascondono un incrocio di un termine indicante il singolo capello, in quanto escrescenza, con un altro termine, che magari proviene dalla stessa radice, ma ha assunto il significato di ‘mucchio, massa’ e simili.

   Per il gr. strat-ós ‘esercito’, inteso come ‘(esercito) accampato’ sembra non esserci scampo dal derivarlo, come fanno tutti, da una radice ster- molto attiva in greco e latino a cui fanno capo ad es. il part. pass. lat. stra-tu(m) ‘disteso, sdraiato, coperto, cosparso, selciato’, lat. stra-men ‘paglia, lettiera per animali’, ingl. straw ‘paglia’, lat. stru-ere ‘ammucchiare (a strati), costruire, congiungere, ecc.’, il gr. stór-ny-mi ‘stendo’.  La difficoltà interpretativa si risolve semplicemente ponendo attenzione al fatto che, se è vero che il sign. preponderante in queste parole è quello di estensione in senso orizzontale, è anche vero che il lat. stru-ere indica anche una estensione in senso verticale, come è chiaro nel lat. stru-em ‘catasta, mucchio’.  Allora è verosimile che il significato originario della radice ster-  fosse quello di spinta (non importa in quale direzione) concretizzatosi poi in quello di accumulo, elevazione da una parte e di estensione dall’altra.  In quest’ottica un esercito può essere visto come uno stru-mento nel senso etimologico di struttura, insieme di parti, moltitudine.  L’ingl. straw-berry ‘fragola’, ma letter. ‘bacca (-berry) di paglia (straw-)’, significato dove la paglia  non si sa cosa ci stia a fare, interviene nella questione con la forza di una sciabolata che taglia la testa al toro rammentandoci  che il frutto della fragola è composto da un insieme di acheni come abbiamo visto per it. mora e castellitto[10] sergio ‘frutto del gelso’. 
   Concludendo vorrei aggiungere qualcosa su serg-ente di cui sopra.  Uno dei significati antiquati del termine era ‘soldato a piedi, fante’: il significato di ‘soldato semplice’ si spiegherebbe  a pennello nell’ambito di un termine *sergio col valore di ‘esercito’ di cui ho parlato sopra.  So che i linguisti traggono questo sergente dal fr. ant. serjant ‘servo’, fr. mod. sergent ‘guardia di polizia, sergente’ fatto discendere dal lat. serv-iente(m), part. pres. di serv-ire ‘servire’.  Ma potrebbe trattarsi solo di varianti perché anche il lat. serv-u(m), che sta per ser-u-u(m), credo avesse il sign. originario di ‘legato, soggetto ad una famiglia, un padrone’ dalla radice di lat. ser-ere ‘intrecciare, legare’. Questo significato risulta evidente in voci dialettali abr. come sèrvë ‘treppiede’, sèrva ‘fattorino per poggiare la punta dello spiede’, serv-éttë ’specie di treppiede’[11].  Ho lasciato le definizioni un po’ antiquate o toscaneggianti del Bielli. Questi termini non trovano banalmente la loro origine nel fatto che servono a qualche cosa, ma nel loro essere stru-menti, cioè arnesi composti di parti, congegni, strutture.  Naturalmente questo significato si incrocia poi con quello di ‘servire’, assunto dalla stessa radice. Lo dimostra senza ombra di dubbio, a mio avviso, la coppia servitórë ‘domestico’ e servitórë ‘fattorino per poggiare la punta dello spiede’ che compare nello stesso vocabolario. Nel dialetto di Trasacco-Aq la voce servitórë, oltre ad indicare il treppiede, si riferisce ad una forchetta di legno a due rebbi (generatasi dal biforcamento  d’un ramo) che serve a tenere saldo sul terreno, dove è stato interrato, il tralcio della vite usato per la propagginazione, prima che esso metta delle radici e venga reciso dalla vite madre[12]. È impossibile che i contadini abbiano usato anticamente questo nome col significato di ‘servo’: qui emerge appieno il valore originario di fermaglio, gancio e simili che riconduce direttamente a quello di ‘legaccio, legame, legante, fissaggio, fissatore, ecc.’.  Ugualmente i falegnami e i carpentieri non ricorsero alla figura del sergente per chiamare i loro morsetti, come abbiamo visto. Interessante anche la voce abr. sèrrë ‘catasta, mucchio di forma allungata’ che rimanda sempre alla radice di lat. ser-ere ‘concatenare, intrecciare’ e di seri-es ‘serie, successione’, ma bisogna ricordarsi che il processo di espansione o accumulo può avvenire non soltanto in senso orizzontale.  Infatti nel dialetto di Gallicchio-Pz la stessa voce sèrrë significa ‘serra, monticello, poggio, collina’. E’ superfluo sottolineare che la voce serra, ricorrente in Italia come oronimo ed appellativo geografico col valore di ‘altura, monte’, non è da collegare direttamente, come invece si fa, al lat. serra(m) ‘sega’ per un presunto profilo dentellato della cima dell’altura indicata, che però a volte può veramente esserci, confondendo le menti di noi  poveri uomini.  A me pare che il termine contenga insieme i due significati di ‘altura (estensione verticale)’ e di ‘successione di alture, catena montuosa (estensione orizzontale)’ come nello spagn. sierra ‘catena montuosa’ da rapportare alla radice di lat. seri-e(m) e lat. ser-ere di cui sopra. 

    Le cosiddette mura serviane[13] (lat. murus Servii Tullii ‘muro di Servio Tullio’) di Roma antica, attribuite a Servio Tullio, 6° re della città (metà VI sec. a.C.), ma in realtà di poco preesistenti a lui, secondo gli storici, sotto forma di terrapieni alternati a vere e proprie mura  di tufo friabile, potrebbero trarre il nome da un termine del latino preistorico come ad es. *servum o *servium col significato di ‘muro’ e collegabile alla radice ser- di cui si discute, che ben si adatterebbe ad indicare la connessione ad incastro dei blocchi della struttura[14].  Il got. sarwa significa ‘armatura, armi’, l’a.norr. sörvi vale ‘collana di perle’: concetti che, come abbiamo visto negli articoli precedenti, si riferiscono ai vari elementi di cui i referenti sono composti. L’espressione it. di con-serva ‘in gruppo, insieme, d’accordo’, catal. en con-serva, ci fa capire che l’it. con-serva non è così nominata perché viene conservata ma perchè essa è una sorta di poltiglia, marmellata, miscuglio di frutta varia che rimanda al signif. di fondo del verbo lat. serv-ire col suo derivato serv-are ‘conservare’. Quest’ultimo significato si è sviluppato da quello di ‘tener fermo, stabile’.   Sèrv-ole sono chiamate in zone dell’Alta Italia e Svizzera degli insaccati simili ai würstel[15], costituiti essenzialmente da un impasto finissimo di carne bovina e suina.  Si potrebbe ricadere nella trappola del servizio pure per l’ingl. to serve ‘servire’ ma anche ‘copulare’, detto di animale.  Il valore originario della radice nel secondo significato doveva essere direttamente coito, congiungimento.  Un altro servizio si riscontra nel termine nautico to serveavvolgere una cordicella catramata intorno alle corde per impedirne l’usura’ ma ora siamo, penso, abbastanza scaltri per non lasciarci abbindolare da simili imbrogli, constatando che qui si tratta di ‘attaccare, stringere, annodare’ come avviene per il servitore di Trasacco, più sopra menzionato, che ha il significato di fondo di ‘fermaglio’!!! C’è poco da fare! Quando un significato dominante si installa nel nostro cervello, non riusciamo mai a sloggiarlo completamente da esso. Le parole in questo caso hanno la tenacia e la testardaggine dei tiranni che preferiscono farsi trucidare piuttosto che lasciare il loro trono! Ma una cosa è certa.  Il contadino di Trasacco e il marinaio inglese non hanno dovuto attendere il latino dei Romani per apprendere rispettivamente il termine servitore e il verbo to serve ‘annodare, avvolgere’, perché li avevano avuti in eredità già dai loro  antenati preistorici!  Allo stesso modo il muratore inglese della preistoria non doveva aspettare nessuno per poter impastare il suo mattone soldier.

   Le parole precedenti col significato di ‘esercito’ hanno anche un significato cosiddetto traslato o estensivo di ‘moltitudine, folla, ecc.’ che si sarebbe sviluppato da quello proprio di ‘esercito’. Ma questo è vero solo al livello superficiale dello strato più recente della lingua, perché in realtà era stato proprio il significato apparentemente traslato di ‘moltitudine’ ad originare quello specializzato di ‘esercito’ in uno strato precedente della lingua.  Anche il gr. la-ós e il gr.  dêm-os hanno la duplice valenza di ‘popolo, moltitudine’ e di ‘esercito, schiera’, oltre a quella di ‘territorio, villaggio’ per dêm-os.  Solo la parola armata non ha attualmente in italiano un significato traslato di ‘moltitudine’, perché gravano troppo su di essa le armi a cui, nella mente del parlante, sembra alludere che le impediscono di varcare i limiti del significato militare. Ma nell’ingl. army ‘esercito’ questi limiti sembrano essere stati valicati, forse anche perché la parola più radicata nella mente del parlante inglese per ‘arma’ è weapon e non arm ‘arma’, retroformazione dal pl. arms ‘armi’, dal lat. pl. arma ‘armi’ attraverso l’antico francese.

     


[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla edit., Cerchio-Aq 2004.

[2] Cfr. Cesare, De Bello Gallico III, 22, 1.

[3]  Cfr. lat. com-it-es ‘compagni’, nome che ha dato origine a quello di ‘conti’, i seguaci e collaboratori di un sovrano.  Nell’Ottocento il filologo J.Grimm aveva proposto questo termine soldurii per spiegare quello di soldato, ma credo che nessuno lo seguì  perché tutti si lasciavano abbagliare dal termine soldo.

[4] Cfr. lat. greg-ariu(m) ‘soldato semplice’ in quanto parte di un greg-e(m) ‘gregge, moltitudine, schiera (di soldati)’.   Un  termine come il ted. Kriegs-heer ‘esercito’, ma letteralmente ‘esercito (-heer) di guerra (Krieg-s)’ è certamente un composto tautologico in cui il primo componente corrispondeva, all’origine, al lat. greg-e(m) incrociatosi col termine Krieg ’guerra’ con cui forma un composto un po’ forzato o illogico: è lapalissiano che un esercito serve soprattutto per la guerra. 
[5] Cfr. D.Di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2007, p.223.

[6] L’agg. e sost. castellito si riferiscono  al dialetto di Castellafiume.

[8] Questo etimo è da preferire a quello comune, secondo cui la parola deriverebbe dal lat. serica ‘stoffe di seta’.  Per due motivi. Esso  coglie un significato generico che rimanda all’idea di “tessuto”.  D’altronde la sargia non è di seta, ma di lino o di lana.

[9] Anche l’it. car(r)at-ello  finalmente si libera dell’etimo che lo connette a it. (botte) carrata, perché trasportata dal carro e diventa una bellissima struttura atta, semmai, a contenere il vino.  Cf. ingl. cradle ’culla’.

[10] Vedi  nota 6.

[11] Cfr. D. Bielli, cit.

[12] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003 s.v. servitore.

[13]  I tratti di mura ancora visibili, come nei pressi della Stazione Termini, appartengono in realtà a mura costruite con tufo più resistente e seguendo l’antico tracciato, all’inizio del IV sec. a. C. dopo il saccheggio della città ad opera dei Galli (390 a. C.). 

[14] Il gr. hérk-os, fatto derivare sempre dalla radice di lat. ser-ere ‘intrecciare’, significa ‘recinto, steccato, muro, cappio, nodo, rete’. Allora mi pare naturale rapportare questo termine anche alla radice serg-, sarg-, serc-,sarc-  di cui si è parlato. Ancora, il  gr. hér-mata, dalla stessa radice, sono gli ‘orecchini’ e  il gr. hórm-os  è la ‘collana’ il quale non va disgiunto, quindi, dal citato a. norr, sörvi ‘collana di perle’, più strettamente legato alla radice simile serv-.

[15]  Il ted. Wurst ‘salsiccia’ (da cui il dial. Würstel) rimanda, guarda caso, all’a.a. germ. werr-an ‘confondere’ da cui l’it. guerra, ingl. war ‘guerra’. La guerra sarebbe quindi una ‘mischia, confusione’ che si adatta più al concetto di “scontro, battaglia” che di “guerra”, la quale, comunque, è sempre un insieme di battaglie.