lunedì 6 ottobre 2014

Il "biségolo" ovvero sui metodi errati della linguistica. Magmaticità sotterranea dei significati, in superficie chiari, delimitati e concreti



    Scommetto che pochi conosceranno questa parola di rarissimo uso che pure è registrata dai migliori vocabolari italiani. Io stesso, che ho una certa età, ne ho avuto notizia solo lo scorso anno da un amico più anziano di me di una decina d’anni il quale, non ricordo per quale motivo, mi parlò di quell’attrezzo che usavano i calzolai d’un tempo per levigare la suola delle scarpe, chiamato in dialetto bësèculë. Si tratta di un pezzo di legno durissimo (in genere il bosso) foggiato, in un lato, a mo’ di punta a sezione triangolare per smussare e lisciare i diversi strati di cuoio del tacco e, nel lato opposto, fornito di una scanalatura profonda pochi millimetri, entro la quale si inseriva l’orlo della suola della pianta, per la levigatura e il pareggiamento delle irregolarità ed asperità lasciate dal taglio della stessa.  Ne esistevano esemplari di altra foggia, anche in metallo.  

   Ora, come esempio di etimologia popolare (sempre attiva nell’intorbidare l’acqua pura della sorgente a mano a mano che ci si allontana nel tempo e nello spazio da essa), può valere ciò che il mio amico, digiuno di linguistica, mi proponeva per spiegare l’origine del nome dello strumento. Secondo quello che la parola stessa sembrava chiaramente proclamare, il nome doveva essere derivato  —lui sosteneva—  dal fatto che il legno dello strumento era duro e vecchio di secoli (bë-sèculë), come quello della quercia!  Questa che è un’ingenuità interpretativa del mio amico ignaro di linguistica, il quale si aggrappava  evidentemente a quello che la parola in superficie gli offriva, non è nella sostanza molto diversa,però, dall’ingenuità in cui spessissimo, in questi casi, cadono anche linguisti famosi.  L’attrezzo in questione è noto infatti anche con il nome di bossetto che i linguisti collegano, sia pure dubitativamente, al nome della pianta del bosso, perché lo strumento è fatto spesso di quel legno.  Vedremo più sotto che le cose stanno ben diversamente. Questo ragionamento, al pari di quello del mio amico, ha a mio avviso un vizio di fondo che risulta letale per quasi tutte le etimologie: esso cerca di raggiungere l’obbiettivo non in maniera diretta, ma accontentandosi di termini che hanno solo un qualche rapporto di vicinanza o contiguità con la parola di cui si cerca l’etimo, il quale deve invece indicare sempre la natura essenziale propria dell’oggetto o del concetto da essa designati.  I linguisti, d’altronde, che meglio di me conoscono la figura retorica della metonimia o della sineddoche, a questo punto (ammesso che si degnino di prendermi in considerazione) farebbero compatti una levata di scudi, sciorinandomi di fronte esempi a iosa in cui, nel linguaggio poetico ma anche in quello prosastico, le cose e i concetti vengono nominati in maniera indiretta, attraverso termini contigui a quello proprio. Un esempio per tutti: ferro, usato letterariamente nel senso di ‘arma da taglio, spada’ perché questa è costituita da tale materia.  Ed è tutto vero, ma sta di fatto, per converso, che i numerosi casi da me analizzati, nei miei articoli (circa centoventi) e nelle mie altre pubblicazioni, smentiscono la metonimia e la metafora in genere come fonte di etimologia.   Le due entità, quella metaforica e quella etimologica, sono sostanzialmente diverse tra di loro anche se  esse si incrociano spesso e convivono alla grande: come in una moderna coppia dalle larghe vedute i partner non lottano per sopraffarsi a vicenda ed instaurare al loro interno un rapporto univoco sovrano-suddito, ma, nonostante le interferenze incresciose della convivenza, rispettano ciascuno l’inalienabile individualità ed indipendenza dell’altro.  In soldoni, la metafora scaturisce da un’esigenza sua propria, un po’ giocosa e poetica, che non monopolizza affatto, però, lo spazio e il comportamento dell’austera e discreta etimologia. La quale, quando fa valere i suoi diritti perché un po’ infastidita dall’invadenza dell’altra, ne provoca un rispettoso arretramento. Tutto sta, da parte dell’etimologo, nell’essere consapevole di questo gioco un po’ ambiguo delle parti e nell’essere convinto che non si può avvalorare mai un etimo basato solo sulla metafora.  

     Il biségolo, attestato ampiamente in vari dialetti italiani, settentrionali, centrali e meridionali, viene riportato dai linguisti ad un latino volgare *biseculu(m) e spiegato solitamente come composto di bi- (due, doppio) e –seculu(m) dal verbo lat. sec-are ‘segare, tagliare, graffiare, lacerare’, in riferimento forse ai due bordi abradenti della scanalatura di cui si è detto o anche ai due lati dell’attrezzo nel suo complesso, atti a levigare.  Ma, stando a quanto ho spiegato sopra, questo metodo interpretativo non fa che girare a vuoto, a mio parere, perdendo di vista il nucleo semantico centrale della parola (il quale è giocato tutto sull’idea di “tagliare, raschiare”) e lasciandosi attrarre da particolari più o meno importanti dell’oggetto che essa designa, anche se sono proprio essi, in questo caso, a svolgere la funzione di tagliare e levigare.  Cerco di spiegare meglio la sottile, ma importante, differenza. In altri termini, dietro la parola biségolo, bisogna assolutamente scovare il significato generico di ‘tagliatore, raspa, lima, levigatore’ o qualcosa di equivalente, e non quello iperspecializzato di ‘oggetto che ha due lati atti a tagliare’ come fanno i linguisti i quali, anche per questo etimo, si fanno ingannare dai significati di superficie della parola allo stesso modo in cui ho detto che è avvenuto per bossetto, di cui darò la spiegazione più sotto: come si può vedere, i significati contigui a quello vero, che giace al fondo e che spesso è scomparso dall’orizzonte lessicale del parlante, sono una vera peste per il povero etimologo!

    Ora, se si rimane nell’ambito del latino come solitamente si fa in questi casi, non si uscirà, credo, dal circolo vizioso delle spiegazioni indirette e lambiccate che finiscono col mancare il bersaglio.  C’è infatti la proposta di un etimo come il lat. *bis-acutu(m) ‘due volte acuto’ che, oltre ad essere inaccettabile per motivi fonetici, presenta le stesse fragili caratteristiche strutturali dell’ipotesi precedente.  E’ il greco, secondo me, che invece può darci una mano in tal senso, visto che esso era diffuso ampiamente anche nell’Italia centro-settentrionale, non solo come sporadico e pallido riflesso della lingua della Magna Grecia, ma come idioma usato  correntemente da popolazioni italiche a partire almeno dalla metà del II millennio a.C.[1].  In questa lingua, infatti, si incontra il verbo psékh-ein ‘lisciare, sfregare, strigliare’ col sostantivo psék-tra ‘striglia’, agg. verbale psék-t-ós ‘raso’.  Il nome del nostro attrezzo in àpulo-barese (Corato) suona pësèculë, in bitontino pësìquë che forse rispecchia la forma originaria greca del termine, da intendere come un sostantivo della 2° decl. masch. *psêk-os ‘striglia, lisciatoio’ oppure neutro *psêkh-on, basati sulla radice del verbo suddetto psékh-ein ‘stropicciare, lisciare’.   C’è da sottolineare l’uso della sorda iniziale /p/ al posto della sonora /b/ presente al centro-settentrione d’Italia, che è da ritenere come secondaria rispetto all’altra, e caratteristica proprio delle parlate settentrionali. E’ nota, poi, la difficoltà che talune persone, soprattutto meridionali (Sicilia, Calabria), mostrano nel pronunciare il nesso /ps/ tanto che esse introducono sempre una /i/ eufonica tra l’una e l’altra consonante.  Caratteristica, questa, che sarà vecchia quanto il cucco (come quasi tutto nella Lingua) ed è senz’altro riflessa nelle forme pugliesi sopra citate del termine biségolo come pure in quelle centro-settentrionali[2]

    Ora, come ho in parte accennato prima, il nostro arnese è noto anche con i termini bossetto (bussetto) oppure bossola (bussola) che apparentemente aprirebbero un capitolo del tutto diverso da quello cui appartiene biségolo, ma non è così. C’è intanto da specificare che bossola vale propriamente ‘spazzola dura per strigliare i cavalli’ o ‘spazzola (in genere)’: il significato di fondo dei due oggetti riconduce sempre, però, a quello di ‘lisciare, graffiare’. L’it. bosso (pianta e legno) viene, come è noto, dal lat. buxu(m) ‘bosso’, a sua volta dal gr. pýks-os ‘bosso’.  Ma il bosso che c’entra con questi attrezzi? Non si vuole mica cadere nell’errore, di cui si è parlato all’inizio, di considerarlo risolutivo per l’etimologia di questi termini in base alla speciosa considerazione che gli oggetti da essi indicati sono spesso fatti di legno di bosso?  No!!!, e ognuno può vedere che attraverso una semplice, normale metatesi della fricativa /s/ questo termine pýks-os ‘bosso’ può diventare *psýk-os similissimo alla forma bitontina pësìquë ‘biségolo’ sopra citata. Con la scomparsa dal lessico delle parlate italiche della radice primitiva del verbo gr. psékh-ein ‘stropicciare’ il destino di questi  termini, che la contenevano e che comunque sopravvissero, era in parte segnato. Nel senso che essi potevano finire facilmente col confondersi con forme metatetiche del termine pýks-os ‘bosso’ e, poi, uniformarsi del tutto alle forme non metatetiche bosso, boss-etto, boss-ola prevalse in italiano.

    Nonostante la praticabilità del percorso sopra indicato per arrivare agli  it. bossetto ’biségolo’ e bossola ’spazzola per cavalli’  se ne può individuare un altro molto più semplice e diretto e, pertanto, più attendibile. Anche in greco si incontra la radice di lat. pug-na(m)’battaglia’, lat. pug-nu(m) ’pugno’, pug-il-e(m) ‘pugile’,  pung-ere ‘pungere, affliggere, punzecchiare’ che, senza infisso nasale e con raddoppiamento, forma il perfetto lat. pu-pŭg-i ‘punsi’, col valore fondamentale di ‘colpire’ e quindi ‘ferire,tagliare, lacerare’.  In effetti in greco si ha l’avverbio pýks ‘col pugno’ e alcuni termini che fanno supporre per questa radice il valore di ‘punta, spina’ come il composto pyks-ákantha ‘pissacanta’, una sorta di pianta spinosa del genere Lycium, come proclama a gran voce la 2° componente -ákantha ‘spina, pruno, acanto, cardo, spina dorsale’ e come deve riconfermare, secondo i canoni della ripetizione tautologica, anche la 1° componente pyks- identica formalmente alla radice di gr. pýks-os ‘bosso’, la quale ultima dovrebbe attingere al significato generico di ‘escrescenza, vegetazione, punta’ imparentato col precedente[3].  In una iscrizione pýksi-on significa addirittura ‘sezione’, termine  il cui etimo, come è noto, è quello del lat. sec-are ‘segare, tagliare, lacerare’.  Il verbo pykso-graphé-ein ‘scrivere o disegnare su tavoletta di bosso’[4] doveva significare in realtà all’origine solo ‘scrivere, disegnare’ o, meglio, ‘incidere, graffiare (cfr. gr. graph-ein ‘incidere, scrivere; gr. graphí-on= stilo)’, sempre secondo la legge tautologica, un pilastro fondamentale della mia linguistica.  Addirittura in inglese la voce box, che ha diversi significati particolari ruotanti intorno a quello di ‘cavità, scatola,cabina’(cfr. anche  ted. Bϋchse ‘bossolo,barattolo,scatola’, gr. pýks-is ‘pisside —contenitore delle ostie—’; it. bossolo,it. bussola, it. bussolotto, ecc.) presenta anche il significato agrario  di ‘incisione’ con relativo verbo, come nella frase to box a tree ‘incidere un albero (tree)’, per raccoglierne la linfa.  Sicchè l’espressione ingl. letter box, nel significato di ‘buca delle lettere’, non deve essere ragionevolmente considerata variante per sineddoche (indicando la parte, cioè la buca[5], per il tutto, cioè la cassetta) dell’altra espressione formalmente identica letter boxcassetta delle lettere’.  Allora bisogna anche ricavarne l’importante deduzione che questa parola box ‘incisione’ insieme al ted. Bock ‘aculeo’ e a quelle italiane con significato simile (bossetto=biségolo; bossola=spazzola dura per cavalli) non hanno dovuto attendere il greco storico (dove questo significato di ‘incisione’ si trovava solo nascosto dietro alcune espressioni, come abbiamo visto, perché nel frattempo caduto dall’uso) per entrare nel patrimonio linguistico dei Britanni e degli Italici! E’ al 2° millennio a.C., come minimo, che esse rimandano!  Mi accorgo solo ora che esistono anche i verbi sicil. ausciari e calbr. vusciare ‘piallare, lisciare, levigare’[6] che i linguisti naturalmente continuano ad agganciare al lat. buxu(m)’bosso’, anzi, alla forma aggettivale supposta nel latino parlato buxĕu(m) ‘di bosso’, in quanto questi lisciatoi sarebbero stati di legno di bosso![7]
 
     Almeno per il termine liscia-pianta (altro nome del biségolo) saremo però costretti ad arrenderci —penserà qualcuno—all’etimologia di chi ha occhi miopi e vede pertanto solo le cose vicine? Ma nemmeno per sogno! Che bella denominazione precisa precisa —saremmo tentati di esclamare— col suo mettere in evidenza la pianta delle scarpe (trascurando però indebitamente il tacco) sui cui bordi si esercita l’azione abrasiva e livellatrice dello strumento!  Dietro però la componente –pianta < lat. plant-a(m) io vedrei una forma della radice del lat. bland-iri ‘carezzare, lisciare’, reinterpretata dall’etimologia popolare. Così ogni cosa torna al suo posto perché i nomi degli oggetti antichi solitamente vengono da molto lontano e mostrano spesso componenti tautologiche, anche quando sembrano creati ieri l’altro, ad uso e consumo di noi distratti e frettolosi fruitori allettati dalle superficialità.  Il nome riacquista il suo spessore plurimillenario, se si punta lo sguardo non alla pianta della scarpa ma alla funzione generica del lisciare, confricare, utile all’uomo già quando era ancora in Africa nella Rift Valley (oltre 100mila anni fa) e sicuramente faceva a meno delle scarpe. Raschiatoi preistorici di pietra  furono invece usati  da lui per tutto il Paleolitico e Neolitico.  

     Molto probabilmente, però, c’è una via ancora più diretta e convincente per estrarre dal temine lat. plant-a(m), che divide ambiguamente il suo significato tra la ‘pianta del piede’ e la ‘pianta erbacea, arbustiva ed arborea’, anche il significato di ‘incisione, penetrazione’.  Ci aiuta bellamente l’it. pialla dal lat. volg. *plan-ul-a(m), diminutivo di lat. plan-a(m) ‘pialla, ascia’(cfr. ingl. plane ‘pialla’). La funzione primaria di questo strumento era quella di ‘raschiare, abradere, incidere’, non quella di ‘spianare, lisciare’ propria del significato pseudoetimologico del termine.  Questo significato ha finito col prevalere quando il nome, che sicuramente aveva una storia molto più antica, si è incontrato col lat. plan-u(m) ‘piano’ ed è passato a designare, tra i tanti strumenti atti ad incidere e raschiare, proprio quello del falegname che nel contempo ‘smussa, spiana e liscia’. Anche il lat. plant-are ’piantare, trapiantare’(incrociato con lat. plantam ‘pianta’)  credo facesse riferimento alla ‘spinta’ con cui si inseriva o conficcava nel terreno un seme, un germoglio o una piantina perché si sviluppasse e crescesse, non alla pressione della pianta del piede che accompagnava, forse, questa operazione[8].

Ho cominciato da un pezzo a dubitare di riuscire, nonostante le evidenze, a far cambiare idea a quello che definirei Homo linguisticus, la quintessenza dell’Homo loquens, che però ha mantenute molte, troppe caratteristiche di quest’ultimo nell’analisi delle parole.  L’ingl. box di cui sopra, ad esempio, significa anche ‘natura della donna’ come il romanesco bùssëla ‘natura delle donne’[9] e il trasaccano bùcia, m. bùcë (buca, buco; natura della donna)[10] che hanno tutti lo stesso etimo.  E’ il significato autonomo di ‘fessura, incisione’ (d’altronde non molto diverso da quello di ‘cavità, scatola, cassetta’)  che opera in questi casi, come abbiamo visto.  Ma il linguista aguzza gli occhi, vede la fessura della cassetta delle elemosine e, preso da divina ispirazione, dà il responso che è l’idea di “bussolotto, cassetta delle elemosine ” (a sua volta rimasta impigliata per sineddoche tra i rami del bosso!) ad originare qui quella di “fessura, natura della donna”, tramite evidentemente la figura della  sineddoche.  Ma egli mescola il sacro e il profano: ottima intuizione filosofica, forse, questa di mescolare le due caratteristiche,ma certamente non linguistica, perché in verità egli qui non compie un vero e proprio mescolamento ma un banale e stridente accostamento di due entità ritenute tra loro irriducibili! In effetti il luchese ušèlla ‘ferita, bua (voce infantile)’, variante a mio avviso di luchese bušèlla ‘gattaiola’[11], variante a sua volta del trasaccano bùcë  ‘buca; natura della donna’  già citato, non è lì, esempio tra i molti, a smentirlo sonoramente o, per lo meno, a farlo dubitare un po’ delle sue inconcusse e indiscusse convinzioni? E quando si renderà conto che il concetto di “buco, fessura” è, nel fondo, equivalente a quello di “cavità, cassetta,scatola,recipiente” per cui è peccato mortale  in linguistica considerarlo secondario e derivato per sineddoche dalla parola bussolotto, come in questo caso, di norma esprimente in italiano l’oggetto che sappiamo? Ma nei dialetti bussola poteva esprimere già ab initio, come di fatto è avvenuto, il concetto equipollente di ‘fessura, natura della donna’, senza dover pagare nessun pedaggio all’altro per poter espletare le sue funzioni.  Si frappone dunque alla comprensione di questa semplice e cristallina verità il pregiudizio, da parte dei linguisti, che le parole nascono con significati abbastanza circoscritti e ristretti, e che spessissimo esse fanno sì dei salti semantici notevoli, ma impadronendosi quasi con l‘inganno, dei significati contigui a quello proprio di ogni termine, mediante l’uso del linguaggio figurato. Ma così non arriveranno mai a scoprire lo straordinario ventaglio di significati, che si apriva all’origine a 360° per ogni parola, ad alcuni dei quali essa, sin dagli inizi, poteva associarsi (indipendentemente dal gioco delle metonimie, sineddochi e metafore varie), che poi, magari dopo millenni, sarebbero apparsi non più sovrapponibili, pur provenendo con pari dignità dallo stesso ceppo originario! E non può essere diversamente finchè la loro mente, monopolizzata  dal  significato dei termini cosiddetto proprio, come in questo caso dal significato di ‘cassetta per le elemosine’ relativamente al significante bussola, non saprà riconoscere (cosa difficilissima, date le premesse) le altre possibilità semantiche che la parola aveva prima che essa si installasse da padrona assoluta nella nostra mente con quel significato principale (e alcuni altri ad esso strettamente connessi), oscurando tutti i restanti possibili valori originari, i quali però riappaiono abbastanza spesso  qua e là nei dialetti o in altre lingue.  L’uomo moderno, in conclusione, non riconosce più il significato di ‘fessura, natura della donna’, espresso in questo caso dal romanesco bùssëla, come appartenente a buon diritto all’area semantica di bùssëla ‘cassetta (delle elemosine)’ e pertanto crede di essere nel giusto quando lo ricava per sineddoche da questo.  Questi procedimenti metaforici, con cui la Lingua crede oggi di sfruttare la vicinanza fisica più o meno marcata di due oggetti o concetti per poterli nominare con un unico termine, sono invece a mio avviso il segno non più consapevole, da parte nostra, di un’ancestrale e magmatica con-fusione (non contiguità!) dei significati originari di ogni parola!  Il nostro cervello, ormai, abituato nel corso di moltissimi millenni dell’Evoluzione, a distinguere  separare  contrapporre i concetti di cui fa uso, non può andare oltre il riconoscimento di una contiguità materiale fra gli stessi, quando essa appare evidente, a meno che l’uomo, mediante intuizione studio riflessione, non riesca a capovolgere tutto ab imis, come modestamente credo sia capitato a me.   Ciascuno dei significati delle innumerevoli parole è come un coagulo che ha acquistato individualità e solidità dall’elaborazione della sostanza originaria comune agli altri, brodo primordiale indistinto di ogni lingua.

     E che dire inoltre del ted. Buch-stabe ’lettera dell’alfabeto’ che studiosi di valore  hanno ricondotto, scomodando anche il grande scrittore latino Tacito[12], all’uso di incidere le lettere del runico (ma Tacito parla solo di segni), antico alfabeto germanico, su  bastoncini (ted. stab ‘bastoncino, bacchetta’) ricavati da ramoscelli di faggio (ted. Buche ‘faggio’) da cui traevano le sorti[13] gettandoli su un drappo bianco; ma Tacito usa solo l’espressione piante fruttifere, categoria in cui potevano rientrare comunque la quercia, il faggio, il nocciòlo, piante adatte a quelle latitudini, e che producevano frutti per gli animali o per gli uomini. C’è da aggiungere che i caratteri runici assomigliavano effettivamente a bastoncini.  Ma la questione sta a mio avviso in tutt’altro modo, perché bisogna andare molto più indietro nel tempo  quando la 1° componente del termine Buch-stabe, che taluno interpreta letteralmente come ‘libro’(ted. Buch), aveva in realtà il significato di ‘incisione’ e quindi ‘lettera dell’alfabeto’ (cfr. il gr. grámma ‘lettera dell’alfabeto’, dal verbo gráph-ein ‘incidere, scrivere’) come abbiamo riscontrato precedentemente per l’ingl. box ’incisione’ e le altre parole ad esso connesse. La 2° componente del termine, più che richiamare il ted. Stab ‘bastoncino’, ingl. stave ’piolo, stecca, doga’, ecc., chiama in campo l’ingl. stab ’pugnalata’, col suo chiaro significato di fondo simile o uguale a quello di ‘incidere (con punta)’. Non per nulla il rigo musicale o pentagramma, il cui uso risale al IX sec. d.C., è chiamato in inglese anche stave o staff ‘bastone’: si trattava, nei primordi, di un unico rigo inciso a pressione sulla pergamena, poi disegnato.  Così il cerchio si chiude, sempre tautologicamente, e le tessere del mosaico tornano al giusto posto.  Anche questa radice, che è la stessa di it. buco, buca, bocca, sembra essere salita su su dall’Italia in Germania provenendo, in tempi lontanissimi, dal focolaio greco.  Il ted. Buch ’libro’, ingl. book ‘libro’ svelano così la loro vera faccia: essi rimandano, non  al  legno del faggio, che poteva pure servire da materiale scrittorio per i primi alfabeti, ma al suo antichissimo valore di ‘incisione, lettera alfabetica, iscrizione’.  Sappiamo che anche il lat. litter-a(m),acc.pl. litter-as, assumeva svariati significati: lettera alfabetica, epistola, scritto, libro, ecc.

     Lo strato greco, quello nascosto dietro la superficie delle parole come nella maggior parte di questi casi esaminati, è inesistente per i linguisti che, quindi, non possono evitare di fornire molte volte etimi a mio avviso lambiccati, stiracchiati e sfocati, lontanissimi dalla limpida polla sorgiva dei vocaboli.   Il lat. bi-saccium ‘bisaccia’ (Petronio) che tutti i linguisti spiegano senza problemi, fidandosi della trasparentissima veste (quale incantatrice!)  del termine, come composto da lat. bi(s) ‘doppio’ e lat. sacc-u(m) ‘sacco’ è, a mio avviso, di ascendenza completamente greca. Per arrivarci, bisogna naturalmente essere già mentalmente disposti da un lato a dubitare fortemente che vocaboli di tale natura siano stati creati apposta, in tempi abbastanza recenti nella vita di una lingua, per indicare un oggetto composto di due parti e, dall’altro, a sospettare invece che essi approfittino di precedenti denominazioni che indicavano oggetti simili ma formati di un solo elemento[14]. Poi, riflettendo che il trasaccano bucchë[15], ad esempio, significa anche ‘borsa, bisaccia’ senza l’intervento di una particella portatrice del significato di ‘due, doppio’, si passa a pensare che l’origine del termine dovesse rimandare ad un composto tautologico del tipo *pyg-sákk-os, oppure *pykso-sákk-os ‘borsa, bisaccia’[16]. D’altronde in greco si ha anche l’altro termine pḗr-a ‘ bisaccia, sacco, borsa da viaggio’, passato al lat. per-a(m) col medesimo significato, senza alcun riferimento al concetto di “doppio”; in tedesco basta sack ‘sacco’  per ‘bisaccia’.  Anche il  bisturi (bistori), il noto strumento chirurgico da incisione, è molto probabile che derivi da un termine greco andato perduto come *pyks-tor-os oppure *pyks-tor-éus ‘cesello, succhiello, trivello’. La seconda componente –tor- è quella di gr. tor-éu-ein ‘intagliare, cesellare, incidere’ e di lat. ter-ere ‘sfregare, triturare, tornire, ecc.’ e gr. tor-éus ‘succhiello’.  I linguisti avvicinano la parola all’it. ant. pistorese ‘di Pistoia’(passando per il fr. bistouri), città nota in antico per le sue lame (lat. gladii Pistorienses ‘pugnali di Pistoia’) . Il nome della città (lat. Pistorium o Pistoria o Pistoriae) è fatto derivare dal lat. pistor-e(m) ’mugnaio, fornaio’, ma sarebbe a mio avviso molto più realistico pensare che esso fosse dovuto alla presenza in loco di qualche officina etrusca (o più antica) di lame, coltelli o armi. Mi capita spesso di dover  invertire la direzione del movimento supposta dai linguisti per le parole.  Mi rendo conto ora che questa radice pyks- ’cesello’ potrebbe essersi incrociata con quella di gr. psékh-ein ‘stropicciare’, sopra analizzata, ed aver originato una forma *pysekh- alla base di it. biségolo, evitando così di dover ricorrere alla pronuncia particolare del nesso /ps/ in alcune parlate, dove si inserisce tra le due consonanti una /i/ eufonica.  Mi sembra una soluzione più semplice e per questo più attendibile.

  Naturalmente dello strato greco sotterraneo non fanno parte le numerosissime parole di plateale derivazione greca arrivateci attraverso la tradizione dotta, che tutte le persone di cultura classica, o quasi, riconoscono al primo sguardo come carta, balaustra, cattedra, sintesi, sinossi, simpatia, patema, calligrafia, grammatica, politica, aristocrazia, democrazia (che speriamo non si trasformi in oclocrazia), aula, idiota,idioma, idiomatismi, idolatra, liturgia, pianeta, mania, megalomania, macchina, meccanico, afelio, perielio, epatta, trigonometria, pentagramma, pentagono,sisma,teatro,cinema, zodiaco, ecc. ecc. ecc.
                       
        Il cuore si getti sempre oltre l’ostacolo, ma la ragione ne sorregga la caduta



[1] Cfr. i quattro precedenti articoli sulla presenza del greco nella Marsica e altrove. Cfr. anche quella che secondo me è la vera genesi del romanesco paraculo  nel post La fantastica espressione arcaica aiellese [] del mio blog (luglio 2014).

[2] Cfr. Lo stesso fenomeno è stato da me notato nell’agg. dialettale strévësë ‘bizzarro’ nel post Parole greche nella Marsica []  presente nel mio blog (luglio 2014).  Si illude pertanto chi riconduce termini di falignameria come il fr. bisaiguë, besaiguë ‘bicciacuto (antica scure a due tagli)’ al supposto lat. (securem) *bisacuta(m) ‘(scure) due volte acuta’.  Sembrerebbe un termine nuovo di zecca inventato apposta per quello strumento, il quale invece, sfruttava, rietimologizzandola, una voce già esistente ab origine, come accade quasi sempre, che indicava comunque un oggetto atto ad affilare, il biségolo, ma che strada facendo rimase, per così dire, libera d’accogliere altri significati consimili, dato che il francese le aveva preferito, per indicare il biségolo, altri termini come régloir o astic.

[3] Puntualmente anche in inglese rispunta un  nome di arbusto spesso spinoso che contiene tautologicamente la radice in questione, il box-thorn  del genere Lycium come il citato pyks-ákantha ‘pissacanta’.   L’elemento  thorn significa ‘spino’.  Sono sorprendenti le sotterranee corrispondenze tra le radici dell’ingl. box e di gr. pýks-os.  Quest’ultimo significa anche ‘cataplasma’, un miscuglio di sostanze vegetali, un impiastro o impacco applicato a caldo sulla pelle per la cura di alcuni malanni.  Ebbene il verbo ingl. to box vale,oltre che ‘mescolare, confondere (in genere)’, anche ‘mescolare colori e vernici’ il che suscita l’immagine di un vero e proprio cataplasma! Il quale rispunta ancora nell’ingl. to pug ‘impastare malta, argilla, ecc.’, evidentemente connesso con ingl. to poke  che vale anche ‘frugare, rovistare’, azione connessa con quella dell’impastare.  In ultimo, il sostantivo poke ‘colpo, pugno’ riconduce a box ‘colpo, ceffone’ e al verbo to box ‘boxare, dare pugni’.

[4] Cfr.  L. Rocci, Vocabolario greco-italiano, 35° ediz., Società Edit. Dante Alighieri, Roma, 1990.

[5] Gli it. buco,buca,bocca <lat. bucc-a(m), appartengono secondo me alla stessa radice di box ’buca’ che può atteggiarsi come ‘cavità’ o come ‘rotondità, corpo rotondeggiante’ e inglobare in sé il signif. iniziale di lat. bucc-a(m) ‘guancia’.  Ugualmente è da notare la voce dialettale abruzzese bucche (Aielli, Trasacco, ecc.)‘sacchettino (con profenda)’ adattato al muso  del cavallo o asino, mediante cordicella che passava sulla testa.  A Gioia dei Marsi il suo nome era bùcchësë, come si trattasse di ingl. box. 

[6] C’è anche il verbo del dialetto di Agnone-Is  vuscià ‘lisciare (propr. i capelli)’: sito web https://archive.org/stream/vocabolariodeld02crem goog/ .

[7] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, s. v. avusciu.

[8] Alla base di questo concetto di ‘incisione,escoriazione , abrasione’, espresso da queste radici pl-an-, pl-ant-, credo bisogna porre la radice di it. pel-are con sincope della vocale originaria /ĭ/, che nei suoi vari significati (tra cui ‘rapare, radere a zero, sbucciare, pungere – detto del freddo’)  non può essere ricondotto al solo lat. pĭl-u(m) ‘pelo’.  Bisogna tener conto anche di lat. pīl-u(m) ‘pestello’ o ‘giavellotto’, accomunati dalla loro funzione dilaniatrice.    E’ molto indicativo anche il significato tecnico-architettonico dell’it. pianta ‘rappresentazione grafica a sezione orizzontale di di una città, una casa, ecc.’ che potrebbe addirittura attingere all’idea originaria di “disegno”, in quanto intaglio (secondo l’etimo), o a quella simile di “sezione”, cioè taglio.  D’altronde anche ingl. plan, fr. plan, it. piano ‘rappresentazione grafica di opere varie, progetto’ sembrano insistere sull’idea di “disegno” più che su quella di “piano”. Che in questo caso la pianta del piede indicasse non la parte piana del piede, ma la sua impronta,cioè l’impressione o incisione, ce lo suggerisce il gr. ikhno-graphía ‘schizzo, disegno, pianta’, composto tautologico che non significava all’origine letteralmente ‘disegno dell’impronta, dell’orma (di un oggetto)’ ma semplicemente ‘disegno, traccia, rappresentazione grafica’ in ambo i membri.

[9] Cfr. M.Cortelazzo-C. Marcato, cit.

[10] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2002

[11] Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[12] Cfr. Tacito, Germania, I, 10.

[13] Il ted. Los ‘sorte, destino’,  equivalente ad ingl. lot ’sorte, destino’, etimologicamente valeva ‘ramoscello’,  imparentato col gr. klád-os ‘ramoscello’.

[14] Cfr. nel mio blog il post L’italiano “bidente” ovvero le insidie etimologiche (aprile 2010).

[15] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

[16]  Questa radice pyg-, pyk- e simili, col valore di ‘rotondità, cavità’ (cfr. gr. bík-os ‘orcio, anfora,tazza’ ) rispunta in termini semitici come siriaco buq ‘anfora’, ebraico baq-buq ‘fiasco’. Anche l’ingl. bag ‘borsa’ dovrebbe essere della partita, con i vari it. boccia, boccione, boccio, bocco, tutti riferiti ad oggetti rotondeggianti o cavi. Anche l’origine di gr. sákk-os è semitica: cfr. ebraico, fenicio saq ’sacco’.

martedì 2 settembre 2014

Espressioni di richiamo, incitamento o comando impartiti agli animali, ancora in uso quando ero ragazzo ed essi popolavano ed animavano le nostre campagne, ora quasi deserte. La loro origine è, quasi sempre, greca!


   

    

 

     ĺscia!!! oppure íiih!!! si gridava dalle nostre parti al cavallo quando si voleva che si fermasse.  Secondo me si tratta del puro gr. ískhe (imperativo presente, 2 pers. sing.), col significato di ‘fermati!, trattieniti!’ del verbo gr. ískh-ein, forma secondaria di ékh-ein ‘avere, tenere, trattenere, fermar(si) ecc.’ e con la normale palatalizzazione del nesso consonantico –skh-.  ĺscia si è inserito poi nella 1° coniugazione, latina e italiana, dei verbi in -are. Nel Vocabolario abruzzese del Bielli[1] è registrato il lemma jsce! (pronunciato íscë!) con la spiegazione: ‘voce per fermare un somiere o nel vedere che sdrucciola’.  Ora il somiere è un animale da soma, categoria in cui rientra il cavallo, ma soprattutto l’asino e il mulo. Quindi l’ordine di fermarsi originariamente era diretto almeno a tutti gli animali del genere Equus. A Trasacco lo stesso comando, rivolto ai buoi che trainavano il carro, diventava èeeh![2]Come mai? Anche qui bisogna fare i conti con la lingua greca. Questa forma dovrà risalire, infatti, al gr. ékh-e ‘fermati!’ o ékh-ete ‘fermatevi!’ (imperat. pres. 2 pers. sing. e pl. del verbo gr. ékh-ein di cui sopra). Va da sé che col passare del tempo e la perdita della consapevolezza  del valore preciso di questi comandi, rimaneva solo la forma singolare, la più usata, col valore di interiezione.  Nella lingua nulla, a mio avviso, accade senza un motivo anche se noi non sempre, per mancanza di dati reali e per nostra ignoranza, riusciamo a scovarlo.  Ma qui io credo che si possa ragionevolmente sostenere che questa restrizione del comando ai soli buoi sia dovuta all’influsso, in tempi lontanissimi, di un termine come l’ingl. ox ‘bue’, gallese ych ‘bue’, gr. okheî-on ‘stallone; qualunque animale tenuto per far razza’ incrociatosi col comando.  In quel di Latronico-Pz (Lucania) la voce isci ha lo stesso significato di ‘fermati!’, ma essa viene usata non per il nobile cavallo bensì per il suo simile, che riesce un po’ goffo e risibile al paragone, l’asino[3].  Come mai?  Anche qui io suppongo che la voce, inizialmente impiegata per tutti gli animali di cui l’uomo si serviva per i suoi bisogni, abbia risentito della vicinanza del gr. on-ísk-os ‘asinello’, parola che a sua volta si prestava al gioco di essere intesa, per etimologia popolare, come ón(e), ískhe ‘asino (óne), fermati (ískhe)!’. Riflettendoci bene, però, qualcuno potrebbe obbiettare a ragione che lo stesso gioco poteva ripetersi col gr. hipp-ísk-os ‘cavalluccio’.  Allora bisogna puntare lo sguardo ad una radice simile a quella dell’armeno ēs ‘asino’, ted. Es-el ‘asino’ (che probabilmente fa il paio con la prima componente di lat. as-in-um ’asino’ di cui, la seconda –in-, va a corrispondere tautologicamente al gr. ínn-os ‘muletto’, gr. hýnn-os ’muletto’) per poter pensare ad una variante palatalizzata *escë ‘asino’ incrociatasi col comando ad essa simile isci ‘fermati’ di cui sopra[4].

     Sempre dalle nostre parti l’ordine di fermarsi impartito al somaro era poccëcon qualche leggera variante qua e là.  L’etimologia di questa voce mi ha dato, e mi dà ancora, molto da fare.  Sta di fatto, però, che nel dialetto di Borgorose-Ri, paese confinante con la Marsica, il verbo ‘m-poccià vale sostare’[5] senza alcun cenno al somaro (almeno nello scarno  elenco presente nel web) e nel Vocabolario abruzzese del Bielli sopra citato pucce significa anche ‘asino’ e ‘voce per chiamare l’asino e il mulo’.  Con questo si riconferma il principio, da me qualche altra volta affermato, secondo cui noi ricercatori potremmo risparmiarci notti insonni passate alla ricerca tormentosa di qualche etimo. Una cosa è certa: una volta individuato con sicurezza il significante di una parola, non sbaglieremmo affatto a darle, senza nessun tentennamento, il significato fondamentale e diretto della parola di cui cerchiamo l’etimo: l’etimo è sicuramente quello, anche nel caso limite di non trovarne alcun riscontro nelle lingue e dialetti nel corso del tempo.  Per poccë sarei comunque incline a considerarlo un imperativo di verbo denominativo del tipo *pauc-ere, con la stessa radice di lat. pauc-u(m) ‘poco’, la quale, come il lat. pau-sa(m) ‘sosta, cessazione, fine’, richiama il gr. paú-ein ‘cessare, smettere, riposare’.  Talvolta nei dialetti poccë! diventa poggia! subendo l’influsso di it. poggiare, col significato di ‘deporre, posare, appoggiare, accostare’, che pare avere tutt’altra origine (cfr. lat. podi-um ‘rialto, podio, ecc.’). Ma non è escluso che il significato di ‘fermare, sostare, riposare’ si sia evoluto da quello di ‘poggiare’, perché nel vocabolario del Bielli sopra citato è presente una forma ‘mpujà ’far sosta, fermarsi’ derivante presumibilmente proprio da un precedente *im-podi-are.

    Con molta meraviglia, mi accorgo solo ora, riflettendo sul verbo ‘mpoccià ’sostare’ sopra citato, sul suo sosia abruzzese ‘mpujà ’far sosta, fermarsi’[6] nonché su ‘mpuojjë ‘fermata, riposo’[7], che le supposizioni precedenti sul loro etimo sono errate. La verità che giace al fondo è sempre diretta, come vado ripetendo da molto tempo, e non ha bisogno dell’intermediazione del lat. podium ‘podio’ di ascendenza greca. Il verbo infatti ha a che fare, a mio avviso, col verbo gr. em-podé-ein, usato dal grammatico Discolo, equivalente al gr. em-pod-íz-ein ‘impedisco, impaccio, incateno’, da cui poté svilupparsi il significato di ‘stare saldo, fermo, saldare, fermare, sostare’. Solo che sia il lat. im-ped-ire ‘avvolgere, legare, impedire, intralciare, ecc.’ che il gr. em-pod-iz-ō vengono spiegati da tutti i linguisti più o meno come «mettere (lacci) nei piedi» facendo riferimento al lat. pes, ped-is ‘piede’ e al gr. poús, pod-ós ‘piede’. Errore molto grave: d’altronde i linguisti hanno l’obbiettiva giustificazione che quello che le due parole mostrano in superficie son solo i piedi e nient’altro. E’ vero. Ma è mai possibile che la Lingua per dare un nome all’azione di ‘mettere i lacci’ indichi solo la parte del corpo dove quei lacci andrebbero messi? Secondo me, no! Perché molti sono stati i casi che ho incontrato, nei miei anni di ricerca, in cui bisognava scavare più a fondo, per togliere l’incrostazione superficiale delle parole e arrivare al vero etimo. Sicchè la spiegazione di questi verbi è a mio parere la seguente: «mettere i lacci (nei piedi)». Cioè i verbi avevano all’origine un significato generale, concreto e diretto, dell’azione di ‘allacciare’ e poi, quando si sono incontrati con le rispettive parole per “piede”, hanno subito una specializzazione che ha comportato una metamorfosi profonda. La quale ha stravolto il modo di procedere della Lingua, facendo diventare addirittura sottinteso il significato originario diretto (dei lacci che dovevano essere applicati) e mettendo in bella mostra i “piedi” dove essi dovevano essere applicati.  Si aggiunga inoltre il fatto che nel frattempo queste radici per “laccio, legame” erano magari scomparse dalla lingua, e l’operazione di oscuramento ermetico della verità diventava completa. Tuttavia il diavolo sa fare le pentole ma non i coperchi, e qualcosa gli è sfuggito che ci mette sulla giusta via. Le due voci latina e greca per “piede” hanno anche un significato particolare quando indicano la ‘fune’ alla base delle vele: ecco ricomparire allora il primitivo concetto di “laccio” sotto la specie della “fune, scotta”!  E tutto l’inganno viene scoperto! In ogni modo, anche in questo caso, la forza delle parole per “piede” nelle due lingue opera imperterrita: sì, è vero, le parole hanno mantenuto il significato di ‘laccio, fune’ ma esso viene riservato solo a quelle funi ai piedi “ delle vele. Come viene spiegato, inoltre, l’agg. gr. ém-ped-os ‘saldo, stabile, incrollabile’? Si ripresenta il ragionamento artificioso di « che sta (saldo) sul suolo –pédon)». E così, come per la spiegazione degli altri termini, il concetto fondamentale di “saldo” finisce indebitamente tra parentesi. Esso si è qui sviluppato, invece, da quello di ‘legato, fermo, fisso’.  Naturalmente anche i numerosi altri casi simili in greco necessitano di una spiegazione più semplice e diretta.  Esiste anche il termine podo-pédē ‘pastoia’ (sebbene in Tzetzes, 11° sec. d. C.) con le due radici per “piede” unite, su cui non è però applicabile la solita errata interpretazione. Insomma, si avrebbe qui il concetto di “pastoia” indicato con quello di “piede” ripetuto nei due membri? Ma è mai possibile una cosa del genere? La semplice verità è che il significato di ‘laccio, pastoia’ viene ripetuto tautologicamente nei due membri. L’albanese pud (simile a gr. pod- ) significa ‘abbraccio, stringo fermamente’.  L’it. giuridico, storico ap-podi-are significa ‘annettere, aggregare al dominio feudale’ ribadendo, quindi, l’idea dell’ “unire, stringere”, da un lat. medievale *appodiare. 

       L’impoccià ‘sostare, fermare’ di cui sopra, nel Lazio aveva anche il significato di ‘meriggiare’, detto delle pecore che, nelle ore calde della giornata, si aggregavano e stringevano, ciascuna con la testa sotto la pancia dell’altra, all’ombra di qualche albero (se c’era) per ripararsi dalla calura e dagli insetti.  Evidentemente qui il significato del verbo era quello fondamentale di ‘stringersi, connettersi, stare ferme e addossate l’una all’altra’ formando un gruppo saldo, unito e non disperso.  Del resto non sarebbe del tutto campata in aria l’idea che il dialettale impoccià nasconda sotto di sé la radice dell’avverbio greco pýka ‘in modo compatto, saldamente’. Lo stesso significato ho potuto riscontrare nell’altro termine dialettale abbafà usato per ‘meriggiare’[8].  Non si può quindi accettare la spiegazione secondo cui il verbo deriverebbe dal fatto che il muso della pecora premeva contro la poccia ‘mammella’ dell’altra.

     Ma chiuse queste considerazioni se ne aprono altre, ugualmente interessanti, circa questo benedetto significato di ‘sostare, riposare’  e simili.  A Trasacco, nella Marsica, esiste il verbo appullà ‘dormire; andare a letto molto presto’[9] fatto derivare, naturalmente dal lat. pull-u(m) ‘pollo, piccolo di altri animali’.  Ma a Rocca di Botte-Aq si incontra la voce appùju che significa ‘luogo scelto, per passare la notte, dai volatili allo stato libero’.[10]  Il luogo non era che un grosso albero fronzuto adatto per ripararsi durante la notte.  Questo termine appùju  ha la stessa radice del trasaccano appull-à  ‘andare a dormire (dei polli)’: allora appare evidente che il verbo trasaccano non può essere legato ai polli, visto che nel dialetto di Rocca di Botte indica il luogo di riposo della notte per tutti gli altri uccelli, magari tranne i polli. A me pare che come il verbo it. apposare  è un denominale da lat. paus-a( m) ‘pausa, sosta’, ampliamento della radice del verbo gr. paú-ein ’far cessare, smettere, ecc.’, così il verbo trasaccano ap- pull-are ‘andare a dormire’ deve  essere denominale dal gr. paūla ‘ riposo, quiete, cessazione’ col prefisso lat. ad ‘a,verso’. Naturalmente l’appùiu ha subito la palatizzazione della liquida –l-, fenomeno antichissimo, ma che non ha interessato, almeno nei nostri dialetti, la parola pollo.  Anche in latino esisteva la radice paul-u(m) , ma col significato di ‘poco’, come lat. pauc-u(m) ’poco’: tutte e due erano ampliamenti della radice di gr. paú-ein ‘far smettere, cessare’.   Nel dialetto di Luco dei Marsi si incontra appullà ‘appollaiarsi per dormire (dei polli)’ molto simile all’altra, presente anche a Luco dei Marsi, di appojà ‘che significa sia ‘poggiare, appoggiare’ sia ‘posare, riposare’ collegandosi così anche alla radice pod-  che abbiamo supposta, più sopra, per impoccià ‘sostare’: allora sorge spontanea la domanda, se si tratta di due radici diverse che finiscono per confondersi anche nella forma arrivando allo stesso significato di ‘fermarsi’, l’una partendo dall’idea di ‘cessare, smettere’ (paū-ein), l’altra da quella di ‘stringere, saldare, fermare’ (em-pod-ìz-ein ‘impedisco, incateno’).  A me sembrano percorribili ambedue le strade.  C’è ancora da dire, e finisco l’argomento, che anche l’it. ap-pollai-arsi, oltre al veneto polecàrse ‘appollaiarsi’[11] hanno poco a che fare con i polli e i pollai.

     Altro interessantissimo verso di richiamo o incitamento (per pecore) è quello che a Trasacco  assume forme leggermente differenti tra loro: pruc-zè!, pr-zzà!, prutciàh!  Il pastore indirizzava questo comando alle pecore, esortandole a non uscire dal percorso e a non invadere i campi coltivati ai lati della strada, sollecitandole ad andare avanti. Queste sono più o meno le parole usate dal Lucarelli per spiegare le tre espressioni.[12] Ora, sembrerebbe che i pastori nel lontano passato si siano un po’ divertiti a variare la forma del comando suddetto, ma in realtà le diversità trovano ciascuna una spiegazione linguistica, come al solito.  A mio avviso pruc-zè!  è quasi il perfetto sosia del puro gr. pro-ek-thé-ete ‘correte avanti, procedete!’, imper. pres. 2 pers. pl., perché il comando è rivolto a tutte le pecore o a parte di esse che sbandano ai lati della strada, attratte dai coltivi.  Il verbo è il gr. thé-ein ‘correre’ preceduto dai due prefissi pro- ‘avanti’ ed -ek- ‘fuori’ (come lat. ex ).  Se si tiene conto del fatto che in greco l’incontro delle vocali /o/ ed /e/ dà normalmente come esito /ou/ (pronunciato come l’it. /u/) e che, nella perentorietà enfatica dell’ordine impartito, la parte finale della parola facilmente cade, come abbiamo visto per ìih! al posto di ì(scia)!, ci accorgiamo di ritrovarci  tra le mani un’espressione che suona proprio come il trasaccano pruc-zè! La forma pr-zzà! (che più correttamente andrebbe scritta prë-zzà!) ne è un derivato con assimilazione regressiva della /c/ alla /z/ e passaggio del verbo alla 1° coniugazione latina e italiana  in  –are.  La terza forma prutciàh sembrerebbe avere la dentale /t/ di troppo. Ma non è così, a meno che non si tratti di  banale errore di stampa per prusciàh, più diffuso altrove[13]. Non furono i pastori ad innovare motu proprio!  In greco esiste il verbo pros-thé-ein ‘correre verso, accorrere’ con il prefisso pros- ‘verso, avanti, oltre’ il quale aveva alcune varianti come protí-, portí-, potí-:  la prima di queste potrebbe aver generato una variante del verbo in questione, dando un legittimo *proti-thé-ein da cui sarà derivata la forma dialettale prut-ciàh attraverso la chiusura della /i/ di proti- e successivo dileguo nonché con la palatalizzazione in -ciàh della probabile, e precedente nel tempo, affricata /z/ della sillaba *-, esito dell’imperat. gr. *proti-thé-ete, che passava nel frattempo alla 1° coniugazione dei verbi latini in –are.   La palatalizzazione è stata propiziata dalla vocale palatina /è/ ma soprattutto, penso, dall’incrocio con l’altra forma più diffusa pruscià, prusciàh.

     Altrove in Abruzzo si incontrano le forme pruccià! o prùccë! senza la dentale /t/ rispetto al trasaccano prut-ciàh! o anche, con l’accento ritratto, prùscia! (Avezzano, Aielli).  Ad Avezzano esiste però anche la forma normale accentata sull’ultima sillaba, nell’espressione zarè pruscià,[14] comando rivolto sempre alle pecore perché vadano avanti in modo sollecito o perché si tengano strette tra di loro senza allontanarsi dal gregge.  A pensarci bene non è impossibile che questa forma pruscià derivi dal gr. pros-ápt-e, o pros-ápt-ete ‘state attaccate, seguite l’una l’altra’, diventato, come gli altri, tronco: pros-á, pruscià. C’è da fare un’osservazione.  I due concetti fondamentali espressi sostanzialmente da queste espressioni sono quello di “andare avanti” e di “tenersi unite, strette”. Orbene, sembrerà strano, ma in greco si incontra un verbo che può dare come esito pruscè o pruscià ma che ha un’origine diversa dai precedenti verbi, sopra citati, e che esprime chiaramente il 2° dei due concetti .  Si tratta di pros-ékh-ete (che è un composto, con prefisso, del verbo ékh-ein ‘avere, tenere, fermare’ sopra incontrato a proposito di iscia!), imperat. pres. 2° pers. pl. del verbo pros-ékh-ein che vale, nella forma intransitiva, appunto ‘seguire, stare unito, rimanere attaccato, aderire’.  L’imperativo può pervenire, per la solita via, e con  la caduta della parte finale successiva all’accento, ad una forma *prusè, e quindi, con palatalizzazione della fricativa /s/ per influsso della /è/ palatina, a forme come pruscè o pruscià (con il passaggio alla 1° coniugazione).  Buon ultimo, non si può escludere che pruscià sia l’esito di gr. pros-ág-ete ‘andate avanti, avanzate’.

      Signori miei, non si può assolutamente negare che qui nella Marsica, ma anche altrove, almeno nell’Italia centrale, i nostri antichissimi antenati parlassero correntemente il greco, prima che arrivasse, molto tempo dopo, qualche influsso dalla Magna Grecia, come ho sostenuto anche negli articoli precedenti, dedicati ai grecismi nella Marsica.

    Un altro comando interessante, ancora a Trasacco, è arriàh! sempre rivolto alle pecore, equivalente per significato agli altri sopra analizzati, cioè ‘state compatte, non vi separate!’. In un primo momento mi ha impedito di capirne il significato  l’altro comando arri! molto diffuso in Italia, che dalle nostre parti, come ad Aielli e Avezzano[15], assume perlopiù la forma di  arri là!, arri qua! rivolta all’asino incitato  a procedere in una direzione o in un’altra.  Ma i due comandi non collimano, pertanto debbono avere un’origine diversa.  In effetti arriàh parte, a mio avviso, dal gr. ar-ár-ete. ‘restate unite, compatte!’, imperat. aor. 2 del verbo ar-ar-ísk-ein che, usato intransitivamente, ha proprio il valore di ‘accostarsi, stringersi insieme, serrarsi’.  Il verbo è costituito dalla radice ar- raddoppiata, abbastanza produttiva sia in greco che in latino, col significato fondamentale di ‘connessione, unione, armonizzazione, ecc.’.  Come per gli altri comandi, tutta la parte finale del verbo dopo l’accento finì per cadere, lasciando però un problematico ar-à- che avrebbe potuto confondersi con l’imperativo lat. del verbo ar-are, 2 pers. pl.: a quel punto deve essere arrivato un benefico influsso dal comando arri, arri là, arri qua! che fece depositare una /i/ al posto giusto dando ari-àh!  o il rafforzato arri-àh!  Del resto, sempre a Trasacco, esiste il comando arrièh! ‘dietro!, vai indietro!’ di tutt’altro significato ed origine (cfr. lat. retro ‘indietro’).  Resta ora da interpretare il valore del comando impartito all’asino, che qualche linguista, sia pure in linea suppositiva, spiega come adrĭge (aures)  che in latino vale ‘drizza le orecchie, fai attenzione!’.  Ma non ci siamo! Qui adrĭge (arrĭge) ha, secondo me, il valore di dirĭge (cursum ‘corso’) o (iter’cammino’) e vale, quindi, ‘dirigi il cammino per di là (lat. illac) o per di qua (lat. hac)’, cioè ‘vai per di là’ o ‘vai per di qua’ o semplicemente ‘vai!’ quando non c’è specificazione alcuna.  Era ai miei tempi molto usata la forma ridotta àah!  che incitava la bestia a mettersi in moto o a continuare, magari accelerando, il cammino. A Trasacco essa era rivolta non solo al somaro, ma anche agli altri animali, cavalli, muli, e vacche. 

    La mia spiegazione di arri là (pronunciato  naturalmente con raddoppiamento fonosintattico llà, compensatore della presunta caduta della sillaba -ge del verbo precedente) che mi sembrava sostenibile, ora non mi pare più tale, soprattutto perché nel nostro dialetto di Aielli, e degli altri paesi marsicani, una –i finale non accentata è impossibile che non si trasformi nel suono indistinto di –ë: allora c’è da supporre che quella –i resiliente non sia altro che la seconda persona sing. dell’imperativo latino del verbo i-re ’andare’ che era appunto ivai’, o che, almeno, essa sia stata avvertita come tale sebbene l’interiezione provenisse da tempi anteriori al latino. Questa consapevolezza dovette essere presente anche nella mente del parlante se essa impedì la trasformazione della vocale finale –i- in suono indistinto –ë-. D’altronde nei dialetti in genere, e in quelli marsicani in particolare,  forme e tempi del lat. i-re ‘andare’ sono ben presenti compreso l’imperativo i ‘vai’ se è vero quanto sostengo nell’articolo Sottigliezze grammaticali dei nostri dialetti presente nel mio blog (19 dic. 2019). Nel greco moderno si ha appi! ‘arri!’, che forse viene dal greco antico áp-ithi ‘parti’ (con la caduta del thi finale), letteralmente ‘vai (-ithi) via da (apό)’, imperativo di ap-iénai ‘andar via, partire’; ma, accanto ad esso si ha anche ári! simile ad arri!.

     Resta da spiegare la parte arr- di arr-i!  Ci sono due possibilità.  La prima consiste nel considerare arr- una forma con la liquida –r- rafforzata di una originaria latina arcaica ar- , rotacizzazione,  nei composti, di lat. ad-, preposizione di moto a luogo. Per il rafforzamento si tenga presente, ad esempio, l’it.coppa < lat. cup-a(m)’botte’ o il dialettale aiellese ppë rispetto all’it. dòpo.  L’espressione latina   adire illo o  illac  significava ‘andare là, passare per di là’.  Ma nonostante questa soluzione io preferisco considerare il supponibile verbo *arr-i-re del latino parlato, come un termine tautologico in cui il primo ripeteva lo stesso significato della radice i-  di ire ‘andare’. La radice ar(r)- può rintracciarsi, a mio avviso, nei verbi gr. όr-ny-nai ‘mettere in movimento, muover(si); avviarsi, sollevarsi, scagliarsi, ecc.’, oré-esthai ‘affrettarsi, slanciarsi’ oroú–ein ‘balzar su, avventarsi’. La stessa radice ha originato in greco il termine όr-nis ‘uccello’, in gotico ara ‘aquila’, in tedesco Aar ‘aquila’, in latino or-iri ‘nascere, sorgere’.   Che la radice ar- in qualche lingua del lontanissimo passato portasse in sé il significato di ‘scorrere, fluire, passare, andare, ecc.’ è secondo me indicato dal fatto che essa ricorre in diversi corsi d’acqua europei, come l’Ar-ar (con radice raddoppiata) e l’Aar(e) in Isvizzera; fiume Ara nella comarca di Subrarbe dell’Aragona, in Spagna; torrente Aia, affluente del Tevere, in Italia. E ce ne saranno diversi altri, compreso anche il torrente Erro, in piemontese Er, con la stessa radice, forse, del verbo latino err-are ‘vagare, errare, sbagliare’ e altre voci europee e indoeuropee.  Ampliamenti in –s- della radice sono i vari rio Arso, a Calestano-Pr, rio dell’Orso, a Castelvecchio Pascoli-Lu, rio dell’Orso, canale di Venezia, ecc.  Nel greco moderno si ha appi! ‘arri!’, che forse viene dal greco antico áp-ithi ‘parti’ (imperativo di gr. ap-iénai ‘andar via, partire’) , letteralmente ‘vai (-ithi) via da (apό)’; ma, accanto ad esso si ha anche ári! simile ad arri!.  Da non dimenticare, poi, la voce veneta ara canale, ruscello, rigagnolo, ecc.’. [16]

 

     

     La voce zarè dell’espressione avezzanese di cui sopra, rivolta alle pecore, credo abbia qualcosa da condividere con l’aiellese zirì ttèh! , invito rivolto però alla capra perché si avvicini. Il ttè! può essere inteso, a mio avviso, sia come esito di gr. thé-e ‘corri, accorri’, imper. pres. 2 pers. sing. del dell’infinito thé-ein ‘correre’ (già incontrato a Trasacco nel comando per le pecore pruc-!), sia  come forma apocopata dell’imper. lat. te(ne) ‘tieni’ (dialettale ‘tèh’ con la /e/ aperta), nell’eventualità che con essa si incitasse l’animale ad approfittare di qualcosa di buono tenuto magari nella mano tesa verso di esso.  La mia opinione in proposito è che l’espressione sia partita come greca, ma abbia finito con l’incrociarsi con il lat. tene! ‘tieni!’.  A Trasacco zìrrë è uno dei nomi del capro, corrispondente all’aiellese zùrrë ‘capro’ e evidentemente apparentato con l’altro termine trasaccano zaùrrë ‘capro’. Che l’affricata /z/ iniziale di queste voci vada risolta in dentale /t/ ce lo suggerisce il termine tirri, comando per le capre usato a Roccasalli, frazione di Accumoli-Ri[17].   Pertanto io suppongo che queste voci vadano confrontate con ted. Tier ‘animale’, ingl. deer ‘cervo’, gr. thér ‘animale selvatico, semplice animale, creatura’, gr. taûr-os ‘toro’, fenicio thór ‘bue’, sp. zorro ‘volpe’. 

      Il comando rivolto al cane perché si avvicini (Aielli, Trasacco) è il semplice ttéh! con la /e/ chiusa.  A mio parere l’espressione condensa, per così dire, due significati: ancora quello dell’imper. gr.thé-e. ‘corri’ sopra incontrato (anche se bisognerebbe spiegare la differenza acuta/grave  della /e/ nei due casi) e quello di un termine per ‘cane’ che dovrebbe essere simile all’ingl. doe (cerva, coniglia, lepre femmina), alemanno ‘doe’, gr. thō-s dal signifcato incerto, forse ‘sciacallo’, un canide, appunto. Che il significato di ttéh! debba pure corrispondere a un ‘vieni!’ o ‘accorri!’ lo fa capire anche l’espressione ironico-sarcastica trasaccana ttéh fatì’!  che significa ‘vieni, accorri, o fatica!’ rivolta ad uno scansafatiche rappresentato nell’atto di invocare l’arrivo sollecito della fatica, che invece lui evita di fatto come la peste.  Ma nonostante ciò non è assicurata, all’origine, la funzione ironico-sarcastica, perché poteva trattarsi solo di una realistica rappresentazione dello sfaticato come di uno che dice: «fatica, corri (via) da me!».  A Gallicchio-Pz il verso di richiamo per il cane è teccuà![18], da sciogliere certamente in té qua! Nella forma –zzè, già incontrata sopra nel richiamo pruc-zè! ‘correte avanti!’  usato a Trasacco per le pecore,  il comando ritorna, sempre a Trasacco, nell’ordine ucce-zzè! oppure occe-zzè! impartito al maiale, che non esprime un significato unico quanto alla direzione del moto cui viene sollecitato l’animale, potendo esso essere, ad esempio, di uscita o entrata rispetto al porcile.  Ad Aielli, relativamente al maiale, era rimasta solo l’espressione òccë a jjàccë ‘maiale, (torna) al tuo giaciglio’, col valore presumibile di ‘maiale’ per òccë, da attribuire anche alle rispettive voci trasaccane.  E un suo parente probabile mi sembra l’ingl. hog ‘maiale’ ma anche, dialettalmente, ‘pecora giovane’.  Strada facendo, però, la parola dové incontrare anche l’avv. lat. oci-ter, oci-us ‘rapidamente, velocemente’ o l’agg. gr. ōký-s ‘veloce’ dando all’espressione aiellese il significato di ‘subito, al giaciglio!’ e a quella trasaccana ‘corri (-zzè) subito!’, al giaciglio o fuori di esso. Probabilmente l’espressione prese le mosse proprio da questi ultimi significati.

    Arrivato a questo punto posso dichiararmi abbastanza pago per quanto riguarda la ricerca dei grecismi nel nostro territorio, e spero che il gentile lettore possa trarre dai miei articoli diletto e qualche utile insegnamento, nonostante alcune ineliminabili difficoltà che, chi non ha una solida preparazione linguistica di base, senz’altro incontrerà leggendoli, per quanto io cerchi di stare alla larga da certi tecnicismi propri delle riviste specialistiche che a volte impauriscono anche me.  Io sono e resto in fondo un dilettante, uno come te, con parte dei difetti formali che questo status comporta, ma anche con qualche pregio.

    

    

 



[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

 

[2]  Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà  A-E,  Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.

 

[4] Cfr. anche ingl. ass ‘asino’, ted. Es-el ‘asino’, turco ȩš-ek ‘asino’, la cui seconda componente a mio avviso corrisponde tautologicamente al lat. equ-u(m) ’cavallo’. A questa radice  fanno capo anche le forme dialettali scécchë, scicchë, scéccu ‘asino’ (abruzzese, calabrese, siciliano).

 

[6] Cfr. vocabolario del Bielli, cit.

 

[7] Cfr. vocab. Del Bielli, cit.

[8] Cfr. l’articolo Nella Marsica, ma anche altrove […] presente in “pietromaccallini.blogspot.it” (giugno 2014).

 

[9] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

 

[10] Cfr. M. Marzolini, “me ‘nténni?”, Arti grafiche Tofani , Alatri-Fr. , 1995.

[11] Cfr. Cortelazzo- Marcato, I dialetti italiani,  UTET, Torino, 1998.

[12]  Q. Lucarelli, Biabbà E-P, cit.

 

[13]  Contro l’errore di stampa, in questo caso, sembra deporre il fatto che la parola in questione viene scritta sempre allo stesso modo sia nel lemma prutciah! sia sotto i lemmi pruc-zè e  pr-zzà, dove viene richiamata.

 

[14]  Cfr. U.Buzzelli – G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq, 2002.

 

[15] Cfr. Buzzelli-Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Senza indic. di editore, Avezzano-Aq, 2002.

[16] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italini, UTET, Torino, 1998.

 

[17] Cfr. sito web: www.roccasalli.it/vocabolario.htmSempre in questo dialetto si incontra il richiamo pocchi tè! rivolto però  alle pecore. Non viene data altra precisazione.  Comunque la parola pocchi forse richiama quella abruzzese, sopra analizzata, di pucce ‘nome dell’asino o del mulo’ e ‘voce per chiamarli’.