domenica 2 luglio 2017

Il "covone" ed altro tra linguistica ed antropologia

    



Continuando le mie ricerche ho fermato l’attenzione sull’uso, registrato ad Avezzano, di volgere verso oriente le spighe dell’ultimo covone chiamato cavàje che copriva il cavallìtte o mundìne, mucchio di 13, 17 o 21 covoni[1].  Questo pur breve accenno all’orientamento dell’ultimo covone, a mio avviso deve essere l’estrema reliquia di qualche rito preistorico che probabilmente accompagnava tutta la mietitura, operazione importantissima e vitale per la sopravvivenza degli uomini. L’addomesticamento del frumento cominciò 8-10mila anni orsono nel Medio Oriente per poi propagarsi anche in Europa. So che in Siria soprattutto si venerava un dio del Sole chiamato El Gabal ‘dio Gabal’ il cui culto arrivò anche a Roma tramite l’imperatore Ela-gabalo o Elio-gabalo (218-222), il quale era stato educato come suo sacerdote ad Emesa in Siria[2]

   Ora, non è assolutamente da scartare l’ipotesi che quest’usanza dell’orientamento ad est del covone chiamato cavaje risalga al tempo in cui i coltivatori mediorientali cominciarono ad addomesticare il frumento e magari si rivolgevano a questa divinità solare per ringraziarla dei suoi doni. La somiglianza dei due nomi cavajë/Gabal mi sembra perfetta, richiamando ambedue la voce cavallo < lat. caball-u(m).  Non credo che l’usanza si sia potuta originare nel breve periodo in cui rimase al potere a Roma l’imperatore Eliogabalo (finito trucidato, per intrighi di corte, dai pretoriani), anche perché l’esatto significato dei termini di raffronto non poteva essere noto ai contadini marsi di quell’epoca. In effetti il termine cav-aje alle origini doveva significare ‘cov-one’ di cui è a mio avviso una variante, come dimostra l’abr. cav-all-éttë ’covone’[3], voce che normalmente nella Marsica indicava il ‘gruppo di covoni’, come ho già detto all’inizio, insieme all’altro termine mundine, il quale però ad Aielli ed altrove veniva riferito ad un ‘mucchio’ di fieno, non di covoni.  Mi sto soffermando su questi concetti perché una parola semitica che gli studiosi pongono alla base del nome del dio Gabal significa proprio ‘monte’, concetto che andrebbe bene sia per esprimere l’altro di “mucchio” di covoni, sia quello del “covone” stesso, essendo quest’ultimo un insieme di steli o di mannelli. In toponomastica i molti Monti Cavallo non traggono il nome dall’animale, secondo me, ma proprio da questa parola semitica[4].

   Ne Il ramo d’oro di James Frazer (1854-1941)[5], cap. 48, si osserva che in tutta la Svevia, regione della Germania, l’ultimo covone sul campo veniva chiamato la vacca.  Ora, se in lingua tedesca il termine per vacca è Kuh (ingl. cow) forte è la tentazione di vedere sotto di esso la radice di it. cov-one, emiliano co, cov ‘covone’, lomb. coeva, coeuf ‘covone’. Cosa sarà successo? una magia? A mio avviso più semplicemente e realisticamente , ad un certo punto dello sviluppo della lingua, il termine *cov ‘covone’ divenne nell’a.a.ted. kufo e poi houf, hufo  (oggi ted. Haufen ‘mucchio’) con la normale spirantizzazione della occlusiva  /k/, e al suo posto subentrò il termine in questione ted. Kuh ‘vacca’ o qualche allotropo più simile all’ingl. cow ‘vacca’, tutti provenienti da forme con velare sonora iniziale come nel sscr. gou ‘vacca’: insomma, un giochetto a rimpiattino che gli stanchi mietitori rallegrati dalla birra o da altra bevanda alcolica accettarono di buon grado e poi tramandarono di generazione in generazione facendo nascere l’idea, in un contesto incline alla interpretazione mitologica, che era lo spirito del grano ad assumere la forma della vacca.  Del resto non è da credere che queste trasformazioni nella pronuncia di alcune consonanti siano avvenute improvvisamente e contemporaneamente in tutte le parlate, ma ci saranno stati periodi più o meno lunghi in alcune di esse in cui le due forme avranno magari convissuto e combattuto tra loro prestandosi al gioco suddetto. Tuttavia lo scozzese cow ‘erica, spazzola, ramazza’, apparentemente non raggiunto dalla spirantizzazione della occlusiva iniziale o salvatosi anch’esso proprio per l’intervento provvidenziale di cow ’mucca’ che però ha ceduto il suo significato a favore dell’altro, richiama direttamente l’idea di ‘mazzo, insieme di rametti, covone’. Ma esiste nche l'ingl. cob 'mucchietto di fieno o cereali', che poteva intervenire in questo gioco. 

   E’ sempre Frazer nel suo Il ramo d’oro, cap. 48, ad informarci che a Lille in Francia il primo covone veniva chiamato “croce del cavallo” ( in fr. croix du cheval) e veniva posto su una croce di legno di bosso nel granaio e fatto calpestare dal puledro più giovane.  Di chi trebbiava l’ultimo covone si diceva che “batteva il cavallo”.  Si ripresenta qui, a mio parere, il termine cavallo ad indicare, come ad Avezzano, il “covone”.  Si tenga presente anche il termine fr. javelle ‘covone, mannello, fastello‘ simile a fr. cheval: quest’ultimo proviene, come è noto, dal lat. caball-u(m) mentre il primo deriva dal gallico gabali ‘bracciata’[6]. Aguzzando bene la vista ci si accorge che anche il “legno di bosso” (fr. bois de buis), di cui si parla, sta lì non per caso ma perché i due termini assonanti (bois ‘legno’ e buis ‘bosso’), ad un certo stadio della lingua e delle sue varie parlate, avevano indicato evidentemente il ‘covone’.  Infatti bois, che significa anche ‘bosco’, presenta la stessa base di fr. bouqu-et ‘mazzo’(la traduzione etimologica in italiano corrisponderebbe a ‘boschetto’) e di ingl. bush ‘cespuglio, boscaglia’. La radice di lat. bux-u(m) ‘bosso’ poteva facilmente alternare, per metatesi, con quella di lat. medv. busc-u(m) 'bosco' risalente forse al germanico, e dare appunto il fr. buis ’bosso’ .

    E’ un vero peccato che né i linguisti né gli antropologi si siano mai accorti almeno della possibilità di spiegare in questo modo i racconti del mito, indipendentemente dal fatto di considerarlo valido o meno. A dire il vero ci fu nell’Ottocento un grande studioso, filologo e storico delle religioni, il tedesco Max Müller (1823-1900)[7], che aveva capito qualcosa (o molto) sulla pletora di significati che può avere una parola e la possibilità della nascita dei miti attraverso l’incrocio di termini assonanti, ma evidentemente la sua idea non ebbe abbastanza seguito, visto che già il Frazer, più giovane di lui di oltre un quarto di secolo, non si pone affatto il problema degli incroci di termini nella spiegazione delle parole costituenti storielle e racconti tradizionali che, se non sono miti, hanno comunque alcunché di magico e irrazionale. Egli si accontenta di notare che, in una mentalità magica e animistica, è lo spirito del grano a produrre simili metamorfosi ed incarnazioni animalesche. Ma questo a mio parere non basta (perchè mai infatti il covone si trasforma in vacca e non in asino o pecora, ecc.?).  Mi sembra invece impeccabile la spiegazione data dal Müller del mito di Deucalione e Pirra (i ripopolatori della terra dopo il diluvio universale mandato da Zeus, che gettavano alle loro spalle pietre trasformantisi in uomini), tramite l’assonanza delle parole greche lãas ‘pietra’ e láos ‘gente, popolo, esercito’.  Inoltre mi sembra assurdo che l'uomo che ha già inventato la parola e il linguaggio, fenomeni altamente razionali, sia ancora alla totale mercè di credenze magiche, grazie alle quali tutto è possibile perchè tra le cose non esisterebbero rapporti razionali causa-effetto. Una mentalità sostanzialmente magica e irrazionale dovrebbe impedire la nascita della stessa  Lingua.

   Interessante è il riferimento alla croce nell’espressione francese precedente croix du cheval: anch’essa a mio avviso ruota nell’ambito del concetto di fondo di “covone”, che è quello di “unione, raggruppamento, connessione”, degli steli del grano da un lato, e dei bracci di una croce dall’altro. Per fare un esempio chiarificatore circa il numero faccio notare che il lat. convent-u(m) poteva indicare contemporaneamente l’incontro di due soli uomini oppure di molti (assemblea, folla, ecc.).  Quindi il lat. cruc-e(m) ‘croce’, come del resto le altre parole, sfruttava solo uno dei molti significati che esso poteva avere, come ‘covone, forcella, crocchio, cavallo dei pantaloni (come vedremo subito), ecc.’. In effetti l’espressione italiana “cavallo dei pantaloni” ci riporta nell’ambito del concetto di “collegamento, connessione”, perché essa designa la linea di sutura delle due gambe che forma una sorta di biforcazione. Non per nulla la parte del corpo corrispondente è chiamata in italiano inforcatura, in ingl. crotch, termine che significa anche ‘forcella’ e che richiama formalmente la parola croce (lat. cruc-em) dell’espressione francese croix du cheval. Rientra nell’ambito del significato di questo termine anche l’it. gruccia, ingl. crutch ’gruccia’[8] essendo lo strumento di deambulazione per malati formato da un’asta verticale più due traversine orizzontali per l’appoggio dell’ascella e della mano. Meraviglioso è l’abr. cròcchë ‘specie di forchetta che si mette sul collo della pecora per tenerla ferma mentre viene munta’[9]. Il termine è a mio avviso anche alla base di it. crocchia e it. crocchio (voci dall’etimo piuttosto incerto), raggruppamento di trecce e capelli l’una e raggruppamento di persone l’altro[10]. E’ straordinario che anche in tedesco compaia un Gabel (simile formalmente  a cavallo) che significa appunto ‘forchetta’[11].  Questa fitta rete di corrispondenze fra parole italiane, dialettali, francesi, tedesche non si può spiegare come prodotto del caso, ma ci fa capire semmai quanto le parole che usiamo siano antiche, tanto da travalicare abbondantemente i limiti delle rispettive lingue attuali. Io direi che le radici delle parole sono certamente più vecchie delle piramidi d’Egitto.

   A mio avviso tutte le espressioni ricollegabili a concezioni animistiche o mitiche della realtà non si sono sviluppate solo grazie a questa tendenza o situazione spirituale in cui si è trovato l’uomo primitivo del passato, ma hanno ricevuto lo spunto proprio da questi numerosi giochi linguistici intervenuti nel corso dei millenni.

   L’espressione it. essere a cavallo ‘trovarsi in una buona condizione, in vista magari di un felice completamento di quello che si sta facendo’ non si spiega tanto facilmente.  E’ curioso che l’espressione si riferisca all’animale cavallo e non ad altri animali e che, per l’asino o il mulo, ad esempio, si usi l’espressione essere a cavallo dell’asino o del mulo.  Queste incongruenze si possono spiegare pensando che l’espressione all’origine indicasse il modo di stare seduto sulla schiena di questi animali, con una gamba da un lato e l’altra dall’altro, quasi inforcando l’animale come si inforca una bici.  Quindi l’animale cavallo non c’entra affatto nella sua formazione .  Tuttavia ciò non spiega l’espressione essere a cavallo ’essere a buon punto’.  Secondo me qui bisogna far appello al termine ingl. gable ’timpano’[12] , struttura triangolare sulla sommità di una parete.  Il termine è messo in rapporto col gr. kephalē ’testa’, sicchè l‘espressione essere a cavallo verrebbe a significare ‘essere in cima, sopra’ dopo che si sono superate le maggiori difficoltà.  Il significato verrebbe a corrispondere a quello dell’espressione ingl. to be on top of a situation ‘avere il controllo di una situazione, averla in pugno’, ma letteralmente ‘essere in cima ad una situazione’.  Il valore di ‘testa, cima’ potrebbe spiegare, però, anche l’essere a cavallo precedente nel senso di ‘essere in cima, sopra, in groppa’, senza riferimento alle gambe aperte a cavalcioni sulla schiena di questi quadrupedi.

    L’espressione a cavallo dei due secoli o tra i due secoli si spiega dando a cavallo il significato di ‘incrocio, incontro, punto di contatto’ riscontrato più sopra.







[1] Cfr. U. Buzzelli – G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq, 2002.

[2]  L’imperatore Eliogabalo fece costruire un tempio a questa divinità sul pendio orientale del Palatino. Mi dicono che l’uso di rivolgere le spighe dell’ultimo covone verso oriente era diffuso anche ad Aielli, il mio paese.

[3] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A.Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. arabo jebel, jabal ‘monte’. Ma molto probabilmente il significato d’origine di gabal doveva corrispondere a quello di aramaico e accadico gibil ‘fuoco’, più adatto per un dio del sole. Cfr. anche le voci sarde cadd-ada ‘cavalcata’ < *cavall-ata ma anche ‘fiammata’, caaddi-gghina ‘scintilla’, ecc.

[5] Cfr. J. Frazer, Il ramo d’oro. Uno studio di magia e religione, Newton Compton, 2009.
[7] Cfr. Max Müller, Essais sur la mytologie comparée , traduz. in francese di G. Perrot, Parigi 1873.  Di Müller ebbi notizia dopo aver scoperto la gran parte dei principi che a mio avviso regolano i rapporti e gli incroci  tra le parole.

[8] Cfr. m. ingl. crucche, a.a. ted. krucka, norv. dial. krykkia, tutti col significato di ‘gruccia’.

[9] Cfr. D. Bielli, cit. Questa voce abr. cròcchë ’forca’ esclude, a mio avviso, la possibilità di far derivare l’it. gruccia da un germanico *krukkia come suppongono alcuni. Il termine circolava su suolo italico da tempo immemorabile.

[10] Cfr. anche l’it. centromeridionale accrocco ‘macchina, dispositivo assemblato alla meglio con pezzi instabili’.  A mio avviso la parola è composta dalla prepos. prostetica ad- premessa al termine –crocco, variante di croce, di cui si parla, col valore di ‘unione, assemblaggio, connessione’.  Entrano in gioco anche i termini corradicali fr. croc ‘gancio’, ingl. crook ‘gancio’, che ribadiscono l’dea di “connessione”.  Un covone potrebbe benissimo essere indicato da una simile parola come del resto è avvenuto, a mio parere, nella espressione francese croix du cheval sopra analizzata.

[11] Cfr. anche lat. gabal-u(m) ‘forca, patibolo’ forse di origine celtica.

[12] Cfr. a.a.ted. gibil ‘sommità della casa, timpano’. 

sabato 24 dicembre 2016

Il termine "salario": un altro etimo imprevisto



   "La via Salaria affermano i più con una cert’aria di stupore mista talora a saccenteria è così chiamata perché venne costruita per portare il sale dalle saline del Lazio costiero alla Sabina, a nord-est di Roma spingendosi fino ai Piceni sul mare Adriatico". Oppure ci si corregge dicendo che il nome deriva dal fatto che lungo quella via avveniva il trasporto essenziale del sale. Questa seconda affermazione credo che si sia resa necessaria quando ci si rese conto che la prima effettivamente non sembrava accettabile.  Si è mai costruita in effetti una strada solo perché essa dovesse permettere il trasporto di questo sia pur importante alimento o di qualche altra merce? Molto probabilmente prima che la strada venisse resa carreggiabile esisteva già un tracciato percorribile da animali da soma che trasportavano di tutto compreso il sale, tracciato che poteva avere già il suo nome originario che magari andava a perdersi nella notte dei tempi. In questi casi il nome poteva trarre origine dalla natura essenziale della strada, cioè proprio dal suo essere un percorso, una mulattiera, una via.   Esiste in sanscrito infatti una radice sar-, sal- col significato base di ‘andare, scorrere’ che andrebbe a pennello per la denominazione di una via.  Ma c’è anche chi suppone che la Salaria fu così chiamata perché collegava il Tirreno all’Adriatico, dal lat. sal-u(m) ‘mare’. Non mancano,poi, nella odonomastica le vie Salara, Salera o del Sale.

    Con la stessa sicurezza si afferma da molti che il lat. sal-ari-u(m) ‘salario, paga, stipendio’ prende il suo nome dal fatto che i soldati e i magistrati venivano pagati con razioni di sale, alimento certamente prezioso oggi ma soprattutto allora.  La prima difficoltà per questa opinione la si incontra quando si viene ad appurare che i soldati romani, almeno all’inizio, non venivano pagati con razioni di sale: il cittadino romano, divenuto soldato, pagava di tasca propria tutto ciò che serviva al suo mantenimento (non solo il sale!) e al suo armamento, somma che però, da quando fu a lui assegnato uno stipendi-u(m) ‘stipendio’, veniva defalcata da esso in anticipo.  Sicchè qualcuno, per evitare l’impasse nella spiegazione del termine, suppone che comunque ci deve essere stato un periodo in cui il sale costituiva lo stipendio o parte di esso. Ora, si può anche pensare che lat. sal-ari-u(m) indicasse una razione di sale, ma riesce difficile credere che questo fatto avesse dato il nome all’intero stipendio.  Quando si tratta di trovare l’etimo di parole antiche e sono le più numerose si cade facilmente nel tranello di spiegarle ricorrendo esclusivamente al lessico della lingua cui esse appartengono.  Si pensa, insomma, che  prima di andare a cercare altrove bisogna a tutti i costi non distogliere lo sguardo dalle parole della stessa lingua che possono prestarsi alla comprensione di esse come avviene qui con il lat. sal-e(m) ‘sale’. 

   Non è ammissibile però supporre che una lingua nasca come a tavolino e che possegga parole, almeno nella maggioranza, che siano pura espressione di un’unica civiltà d’origine: quella che le avrebbe create secondo uno spirito rintracciabile nelle parole stesse. Nulla di più falso, invece, secondo il mio modo di vedere le cose.  Chi potrà mai, in un organismo che si perpetua da decine di migliaia di anni, come quello della lingua, rintracciare tutti gli innumerevoli rivoli che invece hanno dato vita ad esso e nello stesso tempo lo hanno via via modificato, lentamente ma inesorabilmente? E’ normale che accanto ad una parola facente parte di quella lingua da epoche immemorabili ne viva un’altra simile nella forma ma trascinata da un rivolo diverso immessosi in quel lessico solo successivamente nel tempo, di poco o di molto.  In questo senso il concetto di purezza di una lingua è solo espressione dell’orgoglio dell’uomo che non vuole morire nell’animo di ciascuno di noi, il quale è portato a credere di essere detentore di una lingua particolare, quasi avulsa da quelle degli altri.  Abbiamo dovuto già subire nel secolo scorso le nefaste conseguenze politiche legate al concetto di razza, concetto scientificamente falso. Ed io sostengo che tutte le lingue del mondo si sono formate da uno stesso meccanismo di fondo, la cui regola principale è l’estrema volatilità dei significati delle parole i quali derivano, a mio parere, da un solo concetto primordiale, così generico che non lo si può delimitare con precisione: spinta, forza, anima, vita, ecc.

    Ora, tornando alla radice sal-, credo si possano fare interessanti osservazioni circa alcune espressioni che la contengono, come quella ricorrente nel veneto lagunare che suona ciapà la sàla (con la /s/ sonora) ‘prendere il cibo della giornata’[1].  L’espressione, usata dai pescatori di ritorno dalla pesca, indicava il pagamento in natura che essi ricevevano dal datore di lavoro.  Solo che il significato letterale è ’prendere la gialla’, cioè – si interpreta- la farina di mais per fare la polenta. 

    La mia supposizione, invece, è che sia nella parola sal-ari-u(m) ’salario’ sopra citata, sia in questa voce veneta sàla ‘gialla’ ci sia nel fondo, prima degli incroci della radice rispettivamente con le voci per ‘sale’ e per ‘gialla’, proprio il significato di ‘paga, pagamento’ in denaro o in natura.  Infatti nel diritto germanico il termine sala indicava i documenti di rito con cui si attuava il passaggio di proprietà. Il termine doveva essere legato quindi al concetto di “vendita” o “acquisto”[2].   Non per nulla in inglese si incontra il sostantivo sale ‘vendita’ e il verbo sell (sold,sold) ‘vendere’ che in dialetti americani presenta un passato salde e un part. passato ge-sald, con radice preceduta dal prefisso ge-, usuale nei part. passati tedeschi[3].  Il bello è che in inglese si incontra anche l’espressione idiomatica to be worth one’s salt ‘essere competente, capace’ ma, letteralmente, ’valere la propria paga (sale)’, in altri termini cioè “ben guadagnarsi, con abilità e impegno, il proprio stipendio”, sia esso in denaro che in natura. E in quest’ultimo significato esso poteva concretizzarsi in ogni specie di cibo per il proprio sostentamento e quello della famiglia.  Anche in questo caso ritorna, come vediamo, il concetto di “sale” (ingl. salt) ad intorbidare le acque. E gli esegeti ci raccontano ancora una volta la falsa storia del pagamento dei soldati romani che avveniva col sale.  Sta di fatto che l’ingl. salt ‘sale’ è molto simile formalmente all’ingl. sale ‘vendita’ e non è affatto impensabile che nella notte dei tempi il termine si sia incrociato con quello per ‘sale’ confondendo le nostre idee, a meno che non abbiamo elaborato un metodo adatto che ci consenta di andare più in profondità rispetto allo strato superiore in cui il concetto di “sale “ la fa da padrone.  Inoltre in ant. norreno, lingua germanica, la voce sal valeva proprio ‘pagamento’. 

     Per le radici di it. sald-are, sia nel significato di ‘connettere stabilmente (metalli o altro)’ sia in quello di ‘pagare, chiudere’ riferito a conto o debito, sono propenso  a considerare sald- una variante, sin dall’origine, di quella dell’aggettivo it. sol-ido, e legata per vie molto profonde allo stesso concetto di “sale”: un solido cristallino composto di granuli simili a pietruzze nella forma.  Così si spiega anche il termine it. sal-gemma specializzatosi ad indicare il sale minerale, mentre all’inizio doveva indicare genericamente il sale, anche quello marino.  Sappiamo che in lat. il termine gemma valeva anche ‘pietra, pietra preziosa’.  Ma anche il lat. sal-e(m) ‘sale’ doveva indicare un granello o qualcosa di simile se si pon mente all’abruzzese sal-éttë ‘ghiaieto, greto (di un fiume)’, luogo appunto pieno di ghiaia e ciottoli[4]. Quindi sal-gemma nacque come composto tautologico per ‘sale’, anche se in latino esso non c’è. Per il mediolatino sal-petr-a(m) ‘salnitro’ vale lo stesso ragionamento: all’inizio la parola era un termine generico per ‘sale’ specializzatosi poi ad indicare quel tipo di sale prodotto da umide pietre e calcinacci. Il lat. pl. sal-es significava proprio ‘granelli di sale’ ma non perché, a mio avviso, questi granelli sono formati dalla materia sale (sineddoche), ma perché all’origine sal-, da solo, valeva proprio ‘granello, pietruzza’.

    Lo stesso it. pag-are a mio avviso non deriva direttamente dal lat. pac-are il quale, a detta di tutti i linguisti rinvierebbe al lat. pac-e(m) ’pace’  con la spiegazione che il pagamento metterebbe in pace il debitore (la lingua non opera in questo modo indiretto!).  Si tratta sempre della stessa radice pac- / pag- ma nel significato di ‘pattuire, fissare (un prezzo)’, senza passare per il significato più specializzato di pace, la quale comunque è sempre un portato del significato di ‘pattuire, concordare’.  Non c’è di ciò dimostrazione più chiara della frase latina di Ovidio non fuit armillas tanti pepigisse Sabinas ‘non era necessario acquistare (pagare) i braccialetti sabini a così caro prezzo’[5].  Letteralmente il nesso tanti pe-pig-isse vale ‘aver fissato, pattuito a così alto prezzo (tanti)’. L’infinito perfetto pe-pig-isse è relativo al verbo lat. pango, is, pe-pigi, pactum, pang-ere, un verbo che contiene la radice pac-/pag- di cui sopra.  





[1] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato, I dialetti italiani. UTET, Torino, 1998 s. v. sala.

[2] Cfr. T. De Mauro, Il dizionario della lingua italiana, Paravia, B. Mondadori edit., 2000.

[3] Cfr.   la voce sold nel vocab. Merriam-Webster.

[4] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla edit., Cerchio-Aq  2004.

[5] La frase è spesso citata nei vocabolari scolastici sub v. pangere

venerdì 25 novembre 2016

La voce regionale trappeto 'torchio, frantoio (per le olive)'

      

Incredibile! Sono numerose le volte che mi ritrovo ad usare quest’esclamazione quando scovo il vero etimo di una parola, diverso da quello ritenuto scontato da tutti o dalla maggioranza dei linguisti: segno che il mio metodo di lavoro, che va abbondantemente controcorrente, scende anche molto più in profondità rispetto agli altri, evidenziando significati molto più generici delle radici, tanto che queste possono riferirsi ad una rosa di termini molto più vasta di quella comunemente contemplata.

   Mi pare che tutti i linguisti riconducano il centro-meridionale trappitë  al lat. trapet-u(m) risalente al gr. trapēt-ès ‘torchio’, una glossa di Esichio, e alla radice di gr. trapé-ō ‘pigio l’uva’. 

   Ora, cercando qua e là nel web, ho incontrato dei post che parlano di particolari  tappeti della famosa città di Erice nel trapanese, i quali vengono localmente chiamati trapp-ìte, non tapp-eti. Di primo acchito si potrebbe supporre che la voce ericina sia uno storpiamento dialettale dell’it. tappeto, ma così non è. Questi tappeti, usati come scendiletti, sono composti da scampoli variopinti di stoffa cuciti insieme a formare spesso figure geometriche multicolori. Si tratta, insomma, del solito concetto di “connessione, combinazione, centone, unione, mucchio, serie, coacervo, struttura, ecc.” di cui ho molto parlato nei miei articoli. Il termine inglese trap o trap-rock indica una roccia costituita da una serie di colate di lava sovrapposte che danno l'idea di enormi gradini rivela lo stesso concetto o concetti di cui sopra: d'altronde anche il ted. Treppe 'scala' fa parte di questa serie. Cfr. oland. trap 'gradino, gradini, scaglione'.

   Anche un torchio è una struttura composta da vari elementi interconnessi e difatti la parola centro-meridionale trapp-ìtë e simili è usata per indicare non solo il ‘torchio’ ma anche altri strumenti che con esso non hanno nulla a che fare: cfr. gli abr.  tràp-ëlë ‘trappola’, trap-ël-ónë ‘trappolone, bindolo’, trap-ul-ìnë ‘bindolo’, trapp-ël-ìnë ’palettina’, trapp-iédë ‘treppiede’, trapp-ìtë ‘treppiede’[1]. Queste ultime due voci fanno pensare, travolgendo la credenza comune, che il termine it. treppiede ‘arnese a tre piedi’ non sia stato creato apposta quando il treppiede fu costruito, ma che esso sia una specializzazione di un termine precedente col valore generale di ‘strumento, sedia, ecc.’.  Lo stesso ragionamento va fatto per gr. tráp-eza (dor. tráp-esda, beot. trép-edda) ‘tavola, mensa’, il quale non è una forma contratta di un primitivo  tetra-peza ‘quattro piedi’ come tutti sostengono ma, a mio parere, appartiene alla serie di trapp-itë precedentemente mostrata. Una mensa è una struttura composta di vari elementi, in genere lignei. Il numero dei piedi è ininfluente per la sua denominazione. La radice si ritrova anche nello sp. trap-iche ‘frantoio’, sp. trap-icheo ‘traffico, intrigo, intrallazzo’  col quale ritorniamo al concetto di “intreccio, confusione”. La radice, quindi, non è necessariamente da ricondurre al greco storico, data la sua presenza in Sicilia, in Ispagna e in Gran Bretagna con significati molto diversi da quello di ‘frantoio’.

    Dobbiamo metterci in testa una buona volta che la Lingua non è una entità che sta lì pronta ad inventare le parole appropriate per ogni nuovo referente.  Essa sfrutta di norma solo concetti e parole già esistenti ab antiquo nell’economia del linguaggio, ma dal significato più generico, come è naturale, che si restringe e specializza di volta in volta proprio nell’atto di nominazione. Il problema l’ho trattato anche nell’articolo precedente Giochi dei significati delle parole… Il fatto era noto già al Saussure, il quale anzi si lamenta che la maggior parte dei filosofi della lingua lo ignorano, anche se nulla, dal punto di vista filosofico, è più importante.[2] E’ vano credere, come generalmente avviene, che la lingua sia un meccanismo formatosi in vista dei concetti da esprimere, i quali sono sempre o quasi il risultato fortuito di una specializzazione di termini dai significati di fondo più generici di quelli a cui danno origine. Si tratta di belle conferme che allargano felicemente lo spirito e non lo restringono.

   La stessa radice, ma con la labiale sonora, dà vita ad altri interessanti termini.  Il lat. trabe-a(m) ‘toga’ può essere inteso appunto come tessuto, cioè un intreccio di fili. Ma il significato poteva risalire anche al concetto di “coprire”, il quale rientra sempre in quello di “unire, porre insieme, mettere in contatto” di cui ho parlato altrove. Cfr.anche lo sp. trab-ar  ‘unire, collegare, bloccare’, sp. trab-uc-ar ‘confondere’, cioè un ‘mescolare insieme’. Stupendo è l’abr. trab-ùcchë ‘tovagliolo’, un panno, un tessuto.  C’è anche l’ingl. trapp-ings ‘abito da cerimonia’ oltre all’ingl. trapp-ing ’arazzo, gualdrappa’.

   Abbastanza noto è il trabocco o trabucco, una struttura lignea ancorata alla riva per pescare il pesce che si avvicina alla costa, metodo usato in Abruzzo e Puglia. Ora, si dà il caso che anche la rete (un intreccio di fili, dunque) impiegata in questo caso si chiami trab-occo. La struttura viene anche denominata bilancia e in questo senso il termine va forse segmentato in tra-bocco, richiamando il traboccare della bilancia di cui ho trattato in altro articolo.  La radice, con la dentale iniziale sonorizzata, riappare nell’it. drapp-o da un tardo lat. drapp-u(m), trap-u(m), forse di origine gallica.

   Alla genealogia delle parole capita quello che succede ad ognuno di noi quando disegna il suo albero genealogico.  Man mano che risale nel tempo l’albero diventa talmente ramificato che gli antenati di ognuno finiscono con l’essere antenati anche di tante altre persone, fino ad abbracciarle tutte. Siamo in effetti tutti parenti. Anche le parole finiscono per esserlo se le seguiamo a ritroso.  Inoltre bisogna aggiungere quelli che possiamo definire "parenti acquisiti", cioè tutti quei significati che le parole mutuano da quelle formalmente simili con cui si incrociano. 
  
  




[1] Cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004.
[2] Cfr. F. de Saussure Corso di linguistica generale, pp. 103-4, nella traduzione di Tullio De Mauro, editori Laterza, Bari 1976.

giovedì 27 ottobre 2016

Giochi dei significati delle parole. Ancora grecismi nei nostri dialetti.

   
  Uno degli errori, se non l’errore più gravido di conseguenze, che gli etimologi commettono quando cercano di rintracciare il valore originario di un vocabolo è quello di non tener conto della pletora di significati che qualsiasi termine può aver avuto nel corso della sua veramente lunga storia la quale, contrariamente a quello che generalmente si crede, può spingersi ben addentro al vastissimo periodo preistorico del Paleolitico.  Questo fatto, poi, è tanto più sconvolgente quanto più si constata che la mutevolezza dei significati non è causata solo dal gioco dell’estensibilità figurata del presunto significato di base di un termine, in uno stadio qualsiasi della lingua o delle lingue in cui esso o la sua radice appare, e quanto più si constata  l’importanza del gioco casuale degli incroci con altri termini apparentemente simili nella forma e talora diversissimi nel significato, ma soprattutto quanto più si constata che il significato originario di un termine è talmente generico e vasto da poter comprendere in sé uno smisurato numero di significati ad esso subordinati che lì per lì sembrerebbero reclamare un’origine non comune ma separata.  In altre parole, il lavoro dell’etimologo viene a mio parere irrimediabilmente intralciato dal pregiudizio che ogni radice sia nata per designare un concetto o un referente determinato quando invece bisognerebbe prendere atto che essa, all’origine, ha un significato genericissimo uguale a quello espresso da tutte le altre radici e che solo attraverso l’uso in un dialetto e in una lingua la radice solitamente perde il suo significato generico per acquisirne uno più specifico subordinato a quello generico, rendendo così più precisa e agevole la comunicazione tra i parlanti.

E’ quello che a mio parere è successo anche al termine storico Fara.  Fin dagli anni del liceo mi è stato insegnato che esso indicava, tra i Longobardi, un insieme di uomini o famiglie legati tra loro da vincoli di sangue che li riconducevano ad un progenitore comune e che essa costituiva la base per la creazione di un contingente militare utile per le loro continue migrazioni insieme a donne, vecchi, bambini e animali affrontate a partire dal II sec. d.C., migrazioni che li portarono ad occupare gran parte dell’Italia, dal VI sec. d.C. fino all’VIII. La Fara era insomma pressappoco il corrispettivo di quello che, con termine tedesco, oggi si indica come Sippe ‘famiglia, schiatta, prosapia’.  Molti sono i paesi che in Italia hanno il nome di Fara o Farra che, secondo tutti gli studiosi, sarebbero la prova della presenza in quelle località di fare longobarde ivi stanziatesi sotto la guida di un duca, perché ogni fara ne aveva uno.  La fara è stata vista anche come un ‘popolo in armi in movimento’, secondo l’etimologia che vorrebbe ricondurre il termine alla radice del ted. fahr-en ‘viaggiare’.  Ma così non è. Perché se è vero che deve esserci stato, fra questi due termini, un normale incrocio che ha influenzato il significato di fara, è altrettanto vero che l’etimo deve essere a mio avviso cercato altrove. 

Nell’articolo Il parapetto del mio blog[1] ho già incontrato quella che per me è la radice appropriata della parola di cui si discute.  Alla nota 4, soprattutto, ho mostrato come l’ingl. fr-iend ‘amico’, che in scozzese vale ‘parente’ come in antico alto tedesco fr-iunt ‘parente’, con sincope della vocale /a/, debba essere collegato proprio all’it. par-ente e non al lat. par-ente(m) ‘genitore’, benchè le due radici, quella che indica un singolo membro di un parentado e quella che invece designa il generatore di una singola famiglia finiscano per coincidere: si pensi, per fare un esempio, al variare di significati tra lat. gent-e(m) ‘gente’ (complesso di famiglie nella Roma antica unite dal nome, dal capostipite, dagli usi religiosi, oppure ‘popolo, razza, nazione’), ingl. kind ‘genere,tipo’, ted. Kind ‘figlio, figlia, bambino, fanciullo’, ingl. kin ‘parentado, congiunti, famiglia, parente’ e ci si renderà conto come una stessa radice possa essere usata ad indicare sia il genitore che il generato (figlio), sia la singola famiglia costituita da un insieme di membri uniti da strettissimi vincoli di sangue, sia un insieme di famiglie, sia un più generico insieme di persone o cose. Di solito  si è portati a credere che questi significati si siano sviluppati tutti da quello iniziale di generare e non si sospetta minimamente che quest’ultimo invece potrebbe essersi sviluppato, ad esempio, proprio da un’idea precedente di “gruppo, unione, congiungimento” riferita all’atto sessuale degli animali che nella procreazione sono soliti copulare, appunto, dando luogo a quell’unione che è alla base di ogni gruppo possibile ed immaginabile di uomini, animali e cose.  Questo è il motivo per cui non si può sostenere, ad esempio, che il lat. co-et-u(m) ‘radunanza, aggregazione, scontro –cfr. it. ceto’ sia diverso e posteriore al lat. co-it-u(m) ‘coito’ che vale anche ‘congiunzione’ in senso generico. Ambedue presuppongono il verbo lat. co-i-re ‘andare (-ire) insieme (co-), riunirsi, azzuffarsi, associarsi, congiungersi sessualmente’ che ci ricorda come alla base di tutti i significati specifici dorma in genere l’idea primordiale di “movimento, spinta, forza”.  Lo stesso gr. koítē, almeno nel significato di ‘canestro,cesta, paniere’,  presuppone una matrice comune con le rispettive forme latine per ‘coito’ o ‘ceto’ prima che avvenissero le relative specializzazioni : una cesta è sempre un insieme, non di uomini ma di vimini.

Tornando alla fara dei Longobardi, variante secondo me della forma para di cui parlo nell’articolo Il parapetto sopra ricordato, mi pare di poter affermare che il suo significato originario indicasse il rapporto tra uomini legati tra loro da vincoli di consanguineità per via della loro discendenza da un antenato comune: anche in questo caso, come vado dicendo spesso in questi ultimi articoli, potevo risparmiarmi la fatica di andare a trovare l’etimo giusto, potendolo ricavare, starei per dire ad occhi chiusi, dal significato fondamentale della stessa parola fara

Cose straordinarie si scoprono se si va un po’ a riflettere su alcuni termini antichi riconducibili, come tra poco vedremo, alla parola in questione.  Il lat. farre-ation-e(m) o con-farre-ation-e(m) indicava una forma di matrimonio romano tra patrizi che avveniva attraverso l’offerta di una focaccia, che forse veniva assaggiata anche dagli sposi, a Giove Farreo (cfr. lat. far ‘farro’), presenti il Pontefice Massimo, il Flamine Diale e dieci testimoni.  Il verbo lat. con-farre-are valeva ‘unire in matrimonio’.  A me sembra impossibile derivare questo significato dal nome del tipo di grano indicato apparentemente dalla radice, cioè il farro. In effetti né il significato di ‘unire’ né quello di ‘matrimonio’, che nel fondo ribadisce sempre quello di ‘unione’, si possono ricavare da questa radice per ‘farro’.  Mi sembra altrettanto impossibile che l’idea centrale espressa da questo istituto matrimoniale, quella di “unione” appunto, la si debba ricavare dal farro una cui focaccia entra a far parte della cerimonia.  Perché mai la focaccia di farro ha tutta questa importanza, ammesso che veramente l’abbia avuta?  I linguisti sono troppo frettolosi, a mio parere, quando rimandano ad essa l’etimo di con-farre-ation-e(m) senza tentare nemmeno di giustificarne in qualche modo la presenza nella cerimonia. Queste concrete difficoltà si dissolvono non appena baleni nella nostra mente l’illuminazione chiarificatrice, secondo la quale la con-farre-ation-e(m) non è altro che un termine che contiene proprio la stessa radice del termine fara, nel suo valore fondamentale di ‘unione, congiungimento’, come quello che si concretizza nel matrimonio fra i due coniugi o anche nel significato di aggregazione della sposa alla famiglia dello sposo[2].  La cosa è a mio avviso dimostrata dal termine arcaico ingl. fere ‘compagno, collega, marito, moglie’ fatto derivare erroneamente dall’antico alto tedesco far-an ‘andare, viaggiare’ come il ted. Ge-fähr-te ‘compagno, amico’, il quale quindi non significava originariamente ‘uno che viaggia insieme con un altro’ ma semplicemente ‘uno pari o appaiato ad un altro’. Naturalmente l’incrocio col verbo far-an ‘viaggiare’, che pure ci è stato, non è avvenuto senza conseguenze: ha prodotto il significato aggiuntivo e complesso di ‘compagno di viaggio’ che si affianca a quello originario di semplice ‘compagno, amico’. La radice puntualmente rispunta nel lat. ferru-men o feru-men ‘saldatura, connessione, incollatura, materia per saldare’[3]Tutto ciò provoca un nostro ammirato stupore, per l’improvvisa facilità e abbondanza di riscontri probanti per le nostre tesi, unito al senso di vicinanza che percepiamo tra le lingue europee, molto maggiore di quello che eravamo abituati a provare!  Ripeto ancora una volta (come un mantra che dovrebbe scuotere le nostre coscienze o come una sorta di fissazione tipo la “Delenda est Carthago” di catoniana memoria) il pensiero di Einstein secondo cui una teoria è tanto più valida quanto più numerose sono le cose che collega.  

Una cerimonia, un rito hanno sempre bisogno, poi, di un minimo di gesti, usi, comportamenti che vengono alimentati quasi inconsapevolmente, nel corso dei millenni, dall’incrocio del termine che indica il nucleo dell’avvenimento con altri simili in superficie ma con significati diversi da quello originario in profondità, i quali possono finire col prevalere se nel frattempo il significato iniziale del termine è scomparso dall’orizzonte lessicale della lingua e vive magari solo in forme che solo lo studioso  riesce a scovare, come è successo in questo caso. Questo fatto inoltre dimostra ancora una volta che la rigida distinzione nel trattamento delle consonanti esplosive indoeuropee, come viene teorizzata dagli studiosi, la quale prevede la trasformazione in spirante /f/ della esplosiva labiale /p/ nelle lingue germaniche (cfr. lat. pater/ingl. father) deve essere corretta e spiegata in altro modo, visto che forme in spirante /f/ si incontrano anche in aree diverse da quelle germaniche, come quella latina. 

Il lat. farr-agin-e(m)  ‘biada, mangime misto per animali; mistura, miscuglio’ non trae il nome da quello del farro che è uno degli ingredienti insieme ad altri cereali (orzo, grano, ecc.) bensì dal significato di fondo della radice che è quella di “mescolanza, confusione, ecc.”, altra forma di ‘unione, congiunzione’ che può assumere un’apparenza più ordinata nello spagn. parr-illa ‘griglia’ con le sue stecche o ferri incrociati secondo un disegno.  Esisteva anche la variante lat. ferr-agin-e(m) con lo stesso significato che ha dato il dialettale fërr-àina in Abruzzo. Questo termine poteva riferirsi anche a piantine in erba di cereali, mietuti prima di maturare per il foraggiamento degli animali.  La radice compare a mio avviso anche nel gr. phár-os ‘tessuto, panno, tela, mantello, coperta, ecc.’.  Lo stesso termine greco vale anche ‘aratro’ e viene riportato dai linguisti alla radice di gr. phár-ynks ‘gola, faringe’ e accostato al significato di lat. for-are ‘forare, bucare’.  Ma non è così! L’aratro è una struttura, uno strumento composto di vari elementi incastrati tra loro, e quindi il termine qui ribadisce il concetto di “commettitura, congiungimento, unione, intreccio” sotteso anche a quello di “tessuto”[4].  Anche il lat. for-u(m) ‘ponte della nave’ ribadisce la cosa, in quanto il ponte è costituito da serie di tavole interconnesse. Il plur. fori indica ‘file di sedili, celle delle api, tavola da gioco (scacchiera)’, tutti significati relativi ad oggetti costituiti di più elementi.  La radice ricompare anche nell’egizio paar ‘tessuto’.  Le parole sono certamente più vetuste delle stesse piramidi d’Egitto e ingannano anche i linguisti, come dimostra la lunga storia di questo FAR -/PAR– che taluni vorrebbero confinare al ted. fahr-en ‘viaggiare’, senza tener conto dei suoi numerosi agganci sia in senso orizzontale che in quello della profondità. 

Da ultimo, per completare adeguatamente il quadro, bisogna assolutamente parlare della Festa delle Farchie che si celebra a Fara Filiorum Petri nel Chietino in coincidenza della Festa di Sant’Antonio Abate.  Le farchie sono fasci di canne che, legati da ritortole di rami di salice rosso, raggiungono il rispettabile diametro di circa 1 m. e un’altezza fino a 8-10 m.  La sera della vigilia della festa, il 16 di gennaio, esse vengono incendiate secondo un rito simile a tanti altri in Italia e in Europa connessi con antichissime festività preistoriche legate in genere al ciclo annuale del sole.  Ma in questo caso credo si possa parlare, per i motivi che subito dirò, di una festa che sanciva il raggiungimento di una stretta alleanza federale di piccole comunità preistoriche circonvicine, come la festa del Settimonzio della Roma primitiva, e che finì col confondersi con la festa del Santo di Padova.
 
Da ciascuna delle varie frazioni e contrade (12) del comune di Fara si muove, il giorno della festa, una farchia per raggiungere il piazzale della chiesa di Sant’Antonio.  Oggi essa viene trasportata da un trattore, in passato naturalmente da un carro trainato da buoi se non addirittura sulle spalle dei contradaioli.  Ora, che cosa possono rappresentare queste farchie nell’ambito di questa manifestazione tradizionale?  Il nome farchia deve ricorrere anche altrove in Abruzzo, come a Trasacco nella Marsica, dove indica appunto un grosso fascio di frasche che veniva acceso la sera della vigilia della festa di Sant’Antonio, ma indicava anche un normale fascio di frascame usato per l’accensione dei tradizionali forni per il pane[5].  C’è nel nome l’idea di fascio non disgiunta però da quella di fuoco.  Il sostantivo farchia deve provenire da una forma italica *far-cula non attestata ma altamente probabile, data la nostra ormai profonda conoscenza della radice FAR- che abbiamo detto indicare sostanzialmente un raggruppamento, una unione che in questo caso si concretizza nel fascio di frasche o canne con tutti i valori figurati connessi di stretta unione fra due persone (matrimonio), fra più persone (famiglia) o fra più famiglie costituenti la fara longobarda.  Ma poteva senz’altro indicare anche una probabile federazione di piccole comunità preistoriche limitrofe che per motivi economici, religiosi e militari avevano sentito la necessità di unirsi e di eleggere una sede comune che le rappresentasse tutte.  Ecco perché ancora oggi a Fara Filiorum Petri le farchie si muovono dalle numerose frazioni verso il sagrato della chiesa di Sant’Antonio, attualmente ai bordi del paese di Fara. Lì, seguendo i precisi comandi del capofarchia (come fosse un duca della fara longobarda), i contradaioli mettono ciascuna di essa in posizione verticale fissandola in modo che non cada. Sempre a Trasacco la parola farchia, oltre a designare una leguminosa simile alla cicerchia, ha il valore di ‘grossolana farina costituita dalla mistura di diversi cereali e usata per approntare un pastone per gli animali’.  
 
Date le precedenti considerazioni a me pare inattendibile la vulgata secondo cui le numerose Fara, Farra della toponomastica, sparse nel territorio italiano, sarebbero la spia dello stanziamento in queste località di unità famigliari e militari dei Longobardi.  Il termine l’abbiamo visto arrivare da molto lontano, sia nello spazio che nel tempo, e così poteva benissimo indicare un nucleo abitativo o una comunità (secondo l’etimo) risalente ad epoche di molto antecedenti a quella dei Longobardi. Il nome della frazione Leo-fara, ad esempio, nel comune di Valle Castellana nel teramano, mi sembra possa essere interpretato come composto da due radici tautologiche per popolo, comunità, paese: quella di –fara, che conosciamo, e di leo- dal gr. ōs ‘popolo, schiera’. 

Per dare un esempio della varietà di forme e di significato che una parola può assumere (e che a volte scompaiono senza lasciare traccia) faccio notare che a Palena-Ch si incontra la voce forchja che indica un caprile, un piccolo spazio delimitato da graticci di canne, un’altra forma di insieme, gruppo .  Il termine non può derivare da un lat. furc-ula(m) ‘piccola forca’ ma deve richiamare la radice del lat. for-u(m) ‘ponte della nave’ sopra citato, da un precedente *for-cula(m) non attestato. A Rapino-Ch, un mazzetto di canne (un altro insieme) infiammate, usato per bruciare le setole del maiale ammazzato, viene chiamato firchje, altra variante di farchja.  Sembra strano, ma non lo è: la variante porta con sé il ricordo, a mio avviso, dell’incrocio con un nome per ‘maiale’ incontrato nella notte dei tempi e poi scomparso: il ted. Ferk-el ‘lattonzolo, porcellino’, imparentato con lat. porc-u(m) ‘porco, maiale’.  Dimenticavo le ferchje (al posto di farchje) di Casacanditella, sempre nel Chietino.  Sembra di essere di fronte a certe varietà di forme apofoniche così frequenti nell’area germanica! La farchia in qualche dialetto indicava proprio un ‘tipo di canna’ con le cui foglie si impagliavano le sedie (cfr.lat. fer-ulam ‘ferula, canna’).  E’ facile immaginare che in questi casi la parola dovesse nascondere un significato generico originario di ‘erba, pianta, pollone,rampollo’ con riflessi semantici anche nel regno animale. Lo stesso lat. far ‘farro’ è una piantina come lat. far-far-u(m) o far-fer-u(m) ‘farfaro’, con radice raddoppiata, che è un tipo d’erba.

Il concetto di “fuoco, falò” che sembra accompagnare questo termine potrebbe non essere secondario, nel senso che esso non sarebbe stato indotto dall’uso cui la farchia è destinata.  Esso potrebbe essere effettivamente autonomo rispetto all’altro di ‘insieme, gruppo, fascio’.    E’ noto che il termine faro, la cui radice assuona perfettamente con quella di far-chia,  viene fatto risalire al nome dell’isoletta di Faro di fronte ad Alessandria d’Egitto dove esisteva un faro per la navigazione.  Ma taluni, a ragione, fanno notare che la parola potrebbe di per sé indicare ‘luce, splendore, fuoco’ se si tiene presente la radice greca PHA- ‘risplendere’ e i termini copti firi ‘risplendere’ e fra ‘sole’[6]. Si noti la somiglianza con l’ingl. fire ‘fuoco’, ted. Feur ‘fuoco’ i quali, più che essere considerati trasformazioni di un termine come il gr. pŷr ‘fuoco’ con la labiale /p/ iniziale, debbono a mio avviso essere visti come forme parallele intercambiabili esistenti già dai primordi.  Propendo a credere che nel teonimo Iuppiter Farreus, divinità cui si dedicava la focaccia di farro nella cerimonia matrimoniale di cui sopra, l’epiteto Farreus  fosse, prima che avvenisse l’incrocio con la radice di farro, un appellativo autonomo di Giove, dio della luce del giorno[7].   Il verbo lat. ferru-min-are ‘saldare’ (presente anche in italiano per via dotta) era usato in genere per i metalli e allora doveva alludere a saldatura a fuoco.  Nello stesso mito Prometeo ruba il fuoco agli dei nascondendolo nell’interno di una fer-ul-a(m) ‘canna’ e lo porta agli uomini. Allora la radice fer- doveva nasconderne un’altra per ‘fuoco’, come avviene spessissimo in questi casi.

Un’ultima osservazione si deve fare in merito al lat. ferr-u(m) ‘ferro’ ed è a mio avviso di notevolissima portata, onde io “del vedere in me stesso m’essalto” come il nostro padre Dante[8].  L’etimo di lat. ferr-u(m) dà molto da fare ai linguisti che restano molto incerti nelle loro proposte.  A mio avviso questo succede perché, anche in questo caso, mancano del metodo giusto.  Io ricavo l’etimo piuttosto facilmente da quanto ho detto precedentemente sulla radice FAR-/FER- e da una semplice riflessione sul minerale ferroso, dinanzi a cui si trovarono gli uomini che dovettero per primi nominarlo, naturalmente sfruttando, come avveniva quasi sempre, qualche termine già esistente nel loro vocabolario.  Infatti la cosiddetta magnetite, uno di questi minerali, si presenta come un insieme di cristalli cementati con materiale roccioso: una vera e propria ferr-agine(m) = farr-agine(m) ‘mistura (di cereali)’ o ‘impasto, ammasso’  dunque! E che dire di lat. ferra-mentu(m) il quale indica qualsiasi strumento in ferro, compresi l’aratro e il rastrello, come lo stesso lat. ferr-u(m)?  Ma se solo si riflette sul fatto che l’aratro fu inventato almeno 5-6mila anni prima della scoperta del ferro o almeno del suo uso industriale, e che esso era quindi costituito solo di elementi lignei, si deve dedurre che non solo il suo nome più diffuso di aratru(m) ma anche questo più raro di ferru(m) dovevano andare a perdersi nella notte dei tempi, data del resto la normale ancestralità di tutti i termini o, almeno, delle loro radici.  E ce lo conferma proprio il gr. phár-os che significa ‘tessuto’ ma anche ‘aratro’!  Il rastrello, usato ancora fino a ieri nelle nostre campagne, era normalmente di legno perché più maneggevole e meno costoso rispetto ad esemplari di ferro.  E’ pertanto vano pensare, come purtroppo siamo in certo senso costretti a fare oggi, che i ferri del mestiere siano una parola inventata successivamente alla scoperta del relativo metallo!  Nulla di più falso! La parola, inoltre, non indicava in via figurativa gli strumenti, bensì la struttura o composizione di cui essi si sostanziavano! L’it. inferriata sicuramente non è nato come ‘intreccio di aste di ferro’ ma solo come ‘intreccio’ e basta!  L’it. afferrare non è il risultato del mettere mano al ferro (una spada, ad esempio), come si pensa, ma solo un mettere la mano su, nel senso di ‘contattare, attaccarsi, impossessarsi’ e quindi ‘prendere (con forza)’ o ‘comprendere’ qualcosa. L’it. sferrare, in tutti i suoi sensi, ne rappresenta l’opposto attraverso il prefisso s- con valore privativo negativo. L’it. ferrato, nel senso di essere un valido conoscitore di una materia o argomento, non deriva dall’essere ben corazzato o armato ma piuttosto dall’essere ben saldo o solido nella conoscenza di quel certo argomento. 

La giurisprudenza un tempo prevedeva, tra diversi tipi di associazioni agrarie, la soccida di ferro (non so se sia contemplata ancora oggi dal Codice civile), un contratto di natura associativa in base al quale il locatore di un fondo lo cedeva in affitto al conduttore insieme ad un certo numero di animali senza partecipare agli utili e alle spese dell’allevamento, ma a condizione di riavere, alla scadenza del contratto, gli animali che aveva ceduto o, più precisamente, animali dello stesso valore di quelli che aveva affidati all’inizio al locatario.  Il contratto era chiamato anche locazione di ferro[9].  Ora vi sono due possibilità di spiegazione per questa espressione. Si sa che soccida corrisponde al nominativo lat. societas ‘società, unione, compartecipazione, accordo’, con ritrazione dell’accento tonico sulla prima sillaba.  Il vocabolo ferro o lo si considera una sorta di tautologia rispetto a soccida, e cioè un antichissimo termine per ‘accordo, patto, unione’ trascinato con sé, attraverso strati linguistici diversi, dal termine soccida subentrato successivamente o lo si può intendere come usato ad indicare la caratteristica fondamentale di questo contratto, costituita dalla parità del valore degli animali ceduti e di quelli riconsegnati alla fine dal locatario.  La voce arcaica ingl. fere ‘compagno, collega, marito, moglie’, di cui ho parlato già sopra, nei dialetti attuali britannici indica una persona  di rango o competenza uguale, pari[10]I due significati di ‘compagnia, società’ e di ‘uguaglianza, parità’ sono interdipendenti come sappiamo.  In abruzzese il sostantivo sòccë (ma anche sóccë – ad Aielli) vale ‘mezzadro’ o ‘socio di un accordo, in genere non scritto, di una sorta di soccida, mentre l’aggettivo sòcce/sóccë vale ‘pari, uguale’[11].  Lo stesso lat. firm-u(m) ‘fermo, solido’, che secondo me è ampliamento in /m/ di questa stessa radice FER-, ha dato in francese ferme che significa, tra l’altro, anche ‘locazione, affitto, appalto’: siamo quindi sempre vicinissimi al concetto di “accordo, contratto”.  La voce fërmèlla/frëmmèlla ‘bottoncino per camicie e grembiuli’ del dialetto di Trasacco[12] non ci può più nascondere la sua antica natura di ‘fermaglio’ o ‘strumento (per fermare, chiudere, connettere, unire)’.  Il fr. ferme significa anche ‘travatura del tetto’ che assuona bene, anche nel significato, con ingl. frame ‘intelaiatura, ossatura, montatura, cornice, ordinamento, sistema, forma, modulo‘(cfr. ingl. roof frame ‘orditura del tetto’).  Il gr. phorm-ós vale ‘cesta, stuoia, fascio, legno incrociato’, cioè un intreccio, un insieme.

A questo punto non si può trascurare il lat. forma(m) ’forma’ (dai molti significati tra cui, ad esempio, quelli di ‘cornice, ordinamento, sistema,modulo[13], presenti anche nel  citato ingl. frame) erroneamente considerata metatesi di gr. morphé ‘forma’: forse è vero l’inverso, il termine greco è metatesi del latino.  Il verbo lat. form-are significa ‘formare, plasmare, creare, istruire, educare, allevare’, tutti significati che a mio avviso scaturiscono da quello nascosto nel fondo di ‘mettere insieme, comporre, fare, lavorare’: la radice, non dimentichiamolo, è sempre quella, ad esempio,  di lat. ferru-min-are ‘saldare’, lat. firmu(m) ‘fermo, solido’, ecc.  Possiamo unire al gruppo l’ingl. to farm ‘coltivare, allevare (animali)’ che forse fu presa dal fr. ferme ‘fattoria, casa colonica’ ma più probabilmente è variante di ingl. frame ‘struttura’.  Buon ultimo arriva il lat. parm-a(m) ‘scudo piccolo rotondo’, dal gr. párm ‘scudo piccolo rotondo’. I nomi di questi oggetti naturalmente risalgono ad un periodo antichissimo quando essi erano composti di un’armatura in legno che sosteneva graticci di vimini, magari a più strati rinforzati da imbottiture varie.  Si trattava dunque di veri e propri strutture o strumenti nel senso etimologico di ‘composizione’.  Infatti il gr. hopl-on valeva ‘gomena, arnese, strumento, arma, scudo (pesante)’.  Il concetto di “rotondità” che accompagna la parma si ritrova, ad esempio, nell’ingl. frame che significa anche ‘orbita’. Ma doveva nascondersi anche nel lat. form-a(m), nel significato di ‘forma per fare il formaggio’, se è vero che nell’industria casearia il termine forma “indica un cerchio di legno rotondo in cui si versa il latte coagulato per fare il formaggio”(R. Nannini, 1561)[14].  I composti ingl. farm-house ’casa colonica’ e frame-house ‘casa con ossatura in legno’, che sembrano creati apposta per indicare i loro rispettivi referenti, in realtà dovettero nascere come varianti tautologiche indicanti semplicemente la ‘casa’, come avviene per la maggior parte dei nomi composti germanici. Mi fermo qui sperando di aver dilettato almeno un po’ qualche sporadico, paziente e gentile  lettore.

 Ora potrei anche lasciare questo mondo, soddisfatto del lavoro compiuto, se non proprio felice!






[1] Cfr. l’articolo Il parapetto del febbraio 2016 (pietromaccallini.blogspot.it).  L’articolo andrebbe letto prima di questo.

[2] In effetti il termine con-farre-ation-e(m) rivela lo stesso fenomeno da me riscontrato nel termine com-pan-atico, in cui il pane non c’entra nulla col significato profondo di ‘accompagnamento, unione’ che la parola a mio parere ha.  Anche qui il farro  non c’entra nulla col significato di ‘matrimonio, unione’ che essa indica (cfr. l’articolo Il flauto di Pan nel mio blog). La Lingua ci conferma ancora una volta che essa ama chiamare le cose per quello che sono, direttamente.  E che quindi dobbiamo essere molto ma molto guardinghi quando ci troviamo di fronte ai vari usi cosìddetti traslati o figurati o metaforici delle parole: nella maggior parte dei casi vi si nasconde un bluff!

[3] Naturalmente non credo che questo feru-men derivi da una radice indoeuropea DHER da cui deriverebbe lo stesso lat. firm-u(m) ‘fermo, solido’.

[4] Per il lat. aratr-u(m) e gr. árotr-on (cret. áratr-on)  non inganni il facile rimando ai verbi lat. ar-are ‘arare’ e gr. aró-ein ‘arare’.  A mio avviso bisogna pensare che il nome dello strumento sia formato da due radici tautologiche per ‘connessione, congiungimento’ rappresentate dalla nota radice indoeuropea AR (cfr. gr. árthr-on ‘giuntura, articolazione’ simile per altro ad aratro) e dalla voce gr. ētri-on, dorico átri-on ‘trama, ordito, tessuto’.  L’azione dell’arare deve essere vista, poi, come un congiungimento penetrativo del vomere e della terra la quale viene così quasi ad esserne fecondata, significato espresso da alcune parole greche della stessa radice.

[5] Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.  A San Marco in Lamis, nel foggiano, le farchie sono chiamate fracchie per metatesi e accompagnano la processione serale del Venerdì Santo.  Una volta avevano la grandezza di normali torce, oggi son o invece molto più grandi.
[6] Cfr. dizionario etimologico di O. Pianigiani in rete.

[7] Cfr. ant. iraniano far-nah ‘luce’, lat. for-n-u(m) o fur-n-u(m) ‘forno’, lat. for-m-u(m) ‘caldo’.

[8] Cfr. Inferno, IV, 120.

[9] Cfr. dizionario etimologico di O. Pianigiani in rete, s. v. ferro.

[10] Cfr. il vocabolario inglese Merriam-Webster.

[11] Ad Aielli, il mio paese, il proprietario che possedeva una sola vacca si metteva d’accordo con un altro proprietario che era nelle sue stesse condizioni, per poter formare una coppia di buoi necessaria per l’aratura.  Egli così diventava un sóccë ‘socio’.

[12] Cfr. Q. Lucarelli, cit. La voce fërmèlla ‘bottone’ ricorre anche a Chiauci-Is e altrove.

[13] Veramente è il diminutivo lat. formula(m) a significare anche ‘formulario’. L’ingl. form ‘modulo’, derivato dal lat. form-a(m) ‘forma’ fa supporre che anche il nome non alterato avesse in latino il significato di ‘formulario, modello’.  Ma soprattutto esso ci  induce a credere, a mio parere, che l’ingl. frame ’struttura, modulo’ doveva essere nei primordi preistorici una semplice variante di lat. form-a(m) presente su suolo britannico, o altrove nell’area germanica, già prima dell’arrivo dei Romani.  Il cacio-cavallo, che dà tanto da penare agli etimologi, per me è una normale tautologia. Il costituente –cavallo è della famiglia di ingl. wheel ‘ruota’, da antico ingl. cweel ‘ruota’.  La voce si è adattata poi ad indicare la forma rotondeggiante ( a pera) del caciocavallo. Cfr. anche la voce abruzzese cuèlla (ad Aielli) ‘una ciambella di legno di olmo o salice’ adattata al basto per farvi passare i legacci che assicurano la soma. Esiste nei dialetti abruzzesi la voce cuvéjjë, covélla ecc., che indica un ‘anello’ che fissa il giogo al timone dell’aratro.  La radice è quella di lat. cav-u(m) ‘cavo, concavo’, arcaico cov-u(m).  Per la verità si incontra anche la voce dialettale cóvo (Toscana), còvë (Abruzzo) ‘anello del giogo’ che rimanda direttamente al lat. co(h)um ‘incavo del giogo’ dove inserire o legare il timone, In Ennio cohum vale ‘volta del cielo’(cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani , UTET, Torino 1998). Ma non si può nemmeno escludere una radice in velare, come quella riscontrabile net ted. Kug-el ‘palla’.

[14] Cfr. M. Cortelazzo-P. Zolli, DELI Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli editore, Bologna, 2004, s.v. forma.  Nel dialetto di Rocca di Botte-Aq ricorre la voce cassu che indica ugualmente un ‘cerchio di legno di faggio’ dove si spreme la cagliata e si fa scolare per qualche giorno (cfr.M. Marzolini, “…me nténni?”, Arti grafiche Tofani, Alatri-Fr, 1995). Allora mi pare credibile che anche il lat. case-u(m) ‘cacio, formaggio’ dovesse indicare questo cerchio, data la sua quasi completa somiglianza col cassu suddetto.