venerdì 17 settembre 2010

Fonte "Cantu Riu" di Sant'Anatolia-Ri ed altre fonti

Sarebbe l’unica fonte del paese, abbondante d’acqua, come apprendo da un sito internet, anche se non molto lontano dall’abitato dovevano sgorgare altre rigogliose sorgenti ora captate da un acquedotto. Questo idronimo è abbastanza curioso e perciò interessante: sembra derivare il nome da quello della vallata che dal paese raggiunge il fiume Salto e nella quale andava a perdersi l’acqua della fonte. Gli abitanti del luogo cercano di interpretare il nome dandone inevitabilmente spiegazioni banali come (valle) accanto al rio, non si capisce bene se in riferimento a questo rigagnolo o alla corrente del fiume Salto.
A me sembra evidente che la designazione dovette riferirsi, all’origine, alla copiosa fontana e al rigagnolo da essa formato per passare successivamente ad indicare tutta la zona circostante, come spesso avviene. Ma, non deve nemmeno ingannarci il valore di ‘ruscello’ che oggi siamo soliti dare alla parola rio. In epoche preistoriche esso poteva indicare, a quanto pare, qualsiasi corso d’acqua e quindi anche quello costituito da una sorgente: in altri termini la parola poteva essere benissimo un sinonimo di 'fonte, sorgente' come del resto attesta la Fonte Rio nel non lontano paese di Antrosano-Aq. ma poteva servire anche ad indicare un ‘fiume’ vero e proprio come nello spagnolo rio. In toponomastica sono frequenti queste inversioni dei significati dei nomi come nel caso della fonte del territorio di Aielli-Aq, presso il Fucino, chiamata Fiumë ‘Natolia di cui ho parlato altrove e il cui etimo è da ricondurre al gr. ana-tolé ‘sorgente’, che avrà quindi dato il nome anche al paese di Sant’Anatolia. D’altronde il significato etimologico di lat. flu-men ‘fiume’, come quello di lat. ri-vu(m) ‘ruscello’ indica solo l’azione del ‘fluire, scorrere’ senza specificare se si tratta dell’acqua di un ‘fiume’, di un ‘rigagnolo’ o di una ‘fonte’. Il che mi fa sospettare che queste parole che consideriamo derivate dal latino siano in realtà appartenute, magari anche nella preistoria, a parlate italiche che ne avevano elaborato un significato diverso da quello latino, pur partendo dal significato di base di ‘scorrere’. E’ interessante ricordare che nel mio paese di Aielli correva in passato nella bocca delle persone anziane una storiella secondo la quale una certa donna chiamata ‘Natolia (Anatolia) perse un oggetto, nelle risorgive chiamate Surièndë (Sorgenti) a qualche chilometro a nord del paese, e lo ritrovò appunto presso la fonte Fiume ‘Natolia a 7-8 km di distanza, nel piano adiacente all’alveo dell’ex lago Fucino. Era pertanto credenza diffusa che sotto il paese, a partire dalle Surièndë, scorresse un fiume le cui acque riaffioravano nella fonte Fiume ‘Natolia. Questa storiella direi che sia da manuale perchè, come si può agevolmente notare, essa risulta imbastita tutta con le parole dei toponimi sopra citati. E’ infatti evidente che la connessione tra il nome della donna e quello della fonte omonima nonchè quella tra le due ‘fonti’ o ‘sorgenti’ ad essa collegate si basa tutta, oltre che sulla coincidenza dei significanti, anche su quella del loro significato etimologico di ‘fonte, sorgente’, significato che doveva essere noto a coloro i quali, in epoche antichissime, diedero l’avvio a questo aneddoto. Si direbbe che la fantasia, cui troppo facilmente si ricorre in casi simili per spiegare fatti e nomi altrimenti incomprensibili, c’entri ben poco, perchè essa direi che si limiti a prendere atto della realtà linguistico-toponomastica esistente e ad elaborarne, anche se nei modi inverosimili propri del mito, racconti che erano già tutti in nuce inscritti in essa. Sono pertanto fermamente convinto che, come che siano le letture a volte complesse che dei miti danno gli studiosi, essi, i miti, si alimentano comunque sempre delle parole che si trascinano dietro dalla notte dei tempi e che si prestano, proprio per questo, a continue reinterpretazioni e rietimologizzazioni che allargano il tessuto dei relativi racconti, col susseguirsi nel tempo e nello spazio dei codici linguistici con cui via via i toponimi e i miti connessi vengono riletti, riveduti, ristrutturati o ampliati. Qualcosa di simile sosteneva Max Müller, grande filologo e filosofo tedesco dell’Ottocento, a proposito dei miti che sarebbero stati prodotti da una sorta di malattia del linguaggio contrariamente a quanto ha sostenuto, successivamente, il linguista britannico John Ronald Tolkien il quale riserva un ruolo importantissimo proprio alla fantasia.
Un’altra difficoltà l’idronimo la presenta nell’ordine delle parole che lo compongono: l’ordine normale, secondo lo schema solito dei toponimi, dovrebbe essere dato dall’appellativo generico (riu) seguito dal nome proprio (Cantu). Ora, qui i casi possono essere diversi: può darsi che l’idronimo dialettale mantenga la libertà che si poteva avere in latino circa la disposizione del nome proprio e quello generico dell’appellativo geografico, oppure bisogna supporre che per lunga pezza e prima dell’arrivo del latino in loco, la parlata italica di Sant’Anatolia avesse avuto come nome comune per ‘fonte’ la parola cantu e che Riu fosse il nome proprio della fonte in questione di cui magari non si conosceva il significato nè tanto meno l’etimo. Un’altra possibilità è data dalla fusione già ab antiquo di due termini tautologici per ‘fonte’ in uno, con la produzione di un idronimo divenuto probabilmente opaco (per buona parte delle generazioni susseguitesi nel paese) come Canturiu o simili, reinterpretato successivamente come Cantu riu dall’etimologia popolare la quale, come è noto, è un tentativo ingenuo di riappropriarsi del significato etimologico delle parole..
Dopo aver scritto quanto sopra sono andato a cercare con Google qualche nome simile di fonte e grande è stata la mia sorpresa quando mi è apparso il nome di un ristorante di Borgorose, paese vicino a Sant’Anatolia, che suona Fonte Canteri, nome di una fonte nei pressi. Probabilmente l’accento tonico della parola cadrà sulla terzultima sillaba, ma se anche cadesse sulla penultima, non potrebbe minimamente scalfire l’evidenza che il nome della fonte Cantu Riu, che voleva darci filo da torcere, è una chiara reinterpretazione di un precedente Canturi oppure Canteri, probabilmente già diventato Cantum ri(v)u-m oppure Cantem ri(v)u-m, nelle rispettive forme latine.
A questo punto mi sembra utile ricordare che qántaru o cantaru è un appellativo sardo per ‘fonte’ e quindi è lecito supporre che il termine abbia avuto a che fare, in epoche lontanissime, con i nostri idronimi che, come gli altri, riportano quasi sempre al concetto di ‘acqua’. Termino citando il bel nome della fonte Nembe di Torano, paese vicino a quelli nominati precedentemente, che suscita nella mia mente assetata vanamente di bellezza antica, in questo scorcio afoso d’agosto, la visione della ninfa divina che ne dovette abitare le acque gorgoglianti vivificandole con la sua voce fresca e argentina, presso le quali gaie giovinette della campagna circostante, cinte di ghirlande di fiori ed erbe, mescolarono forse d’estate baci alle promesse d’amore fatte ai loro innamorati nel movimento in tondo della danza. Mi pare chiaro, infatti, come l’acqua più chiara del più chiaro fonte che l’idronimo Nembe è l’esatta resa nostrana del gr. nýmphē, normalmente ‘ninfa, giovane, sposa’ ma talora anche ‘acqua’ da cui il lat. lympha ‘acqua’. Per il passaggio da *Nymbe a Nembe si tenga presente l’it. nembo dal lat. nimbu(m), il dialettale lengua dal lat. lingua(m) ‘lingua’. La labiale aspirata -ph-, mutata in italiano in spirante sorda –f-, nei nostri dialetti arcaici seguiva la sorte di quest’ultima che si trasformava in labiale sonora –b- quando era preceduta da una nasale –m- oppure –n-, come in cumbëssórë per ‘confessore’, ad esempio. L’area linguistica in cui rientrano i paesi di cui sopra è quella sabina che è alquanto diversa da quella marsicana fucense la quale rientra in gran parte nell’area sannitica soprattutto per il trattamento delle vocali finali atone che tendono a ridursi a vocale indistinta, come del resto anche le altre se non accentate, ma il fenomeno della resa in labiale sonora della spirante sorda, in quella condizione, dovrebbe essere identico nelle due aree.
La martire cristiana santa Ninfa, il cui culto è diffuso soprattutto in Sicilia, naturalmente non può non compiere, dato il significato originario del nome, il miracolo della pioggia ristoratrice di piante, uomini ed animali dopo un periodo di siccità, secondo la tradizione. Come si vede, dalle mie considerazioni si desume un gioco ad incastro perfetto; il quadro che ne risulta non può essere dovuto al caso nè, tanto meno, ad arzigogolamenti improbabili come forse continuano a pensare gli studiosi del settore, data la linearità, la semplicità e l’eleganza (sia detto senza ombra di iattanza ed autoincensamento) delle soluzioni proposte.
Ho pubblicato quest’articolo nel giornale Terre Marsicane presente in rete, e una gentile lettrice mi ha fatto notare che in realtà la fonte Cantu Riu è senza nome proprio, essendo essa chiamata Fonte Abballe (fonte di sotto) rispetto ad altra fonte chiamata Fonte Ammonte (Fonte di sopra). La designazione Cantu Riu sarebbe poco esatta in quanto derivata dall'espressione ‘N cantu riu (accanto al rio), contrada situata ai lati del rigagnolo generato dalla fonte . In base a queste notizie mi pare si possa sostenere che le due fonti senza nome proprio in realtà in antico lo dovevano avere ma probabilmente da un lato Fonte Ammonte lo avrà ceduto al relativo centro abitato sorto nei dintorni (Anatolia), dall’altro la Fonte Abballe potrebbe averlo ceduto alla contrada ‘Ncantu Riu (accanto al rio), nome derivato per etimologia popolare da un originario idronimo Cantu-ri o simile, di cui si è parlato sopra.
Un altro lettore mi ha informato che l’idronimo Cantero è molto diffuso nei paesi di Borgorose, Pescorocchiano, e in tutta la dorsale appenninica, confermando così la mia supposizione. E’ a mio avviso da scartare la proposta del lettore di accostare quest’idronimo al greco kántharos ‘cantaro’, recipiente a due manici per contenere magari l’acqua. Non vedo alcuna difficoltà a tirare in ballo, come ho fatto sopra, il sardo qántaro ‘fonte, sorgente’.

lunedì 2 agosto 2010

Il nome del paese di Aielli (in dialetto Aéjje)

Sono passati ormai molti anni da quando iniziai la mia ricerca toponomastica e linguistica e, pur avendo per così dire fatto conoscenza di un rilevante numero di idronimi, oronimi e coronimi, non mi sono mai deciso a tentare un’etimologia del nome del mio paese di Aielli-Aq, per un paio di motivi: 1. Non ho mai creduto alla vulgata di questo toponimo diffuso in tutta Italia (cfr. Aiello del Friuli, Aiello Calabro, Aiello del Sabato-Av, Agello-Pg, Agelli-AP, Gello-Ar, Rocca d’Aiello a Camerino-Mc, Monte Agellu, quartiere di Porto Torres in Sardegna, ecc.) e spiegato come derivante dal lat. agellu(m) ‘campicello, poderetto’. E’ il mio metodo di lavoro e la convinzione derivatane che i significati profondi di una radice sono ben più numerosi di quelli attestati in qualche lingua a noi nota a impedirmi di sottoscrivere quanto gli altri sostengono in merito a questo toponimo. 2. Consta, per quanto riguarda il nostro Aielli, che il paese si trovava a circa 2/3 km dal sito attuale, ai piedi del monte Costa Pëlara su un piccolo colle a schiena d’asino[i] proprio a ridosso della Rottë Sbusciata ‘Grotta Bucata’, formato da rocce aggettanti dallo stesso monte che costituivano quindi la rocca della piccola comunità, le cui casupole dovevano sorgere anche nel leggero declivio sottostante ( inciso ad est da un fosso arenoso proveniente dal Rënalë Ruscë ‘Renaio Rosso’ e ad ovest dal letto del Rio d’Aielli, chiamato localmente soltanto u Ri ‘il Rio’), come sembra confermare il Di Pietro[ii] descrivendo l'insediamento con l’espressione Casale di Aielli-vecchio e come fanno supporre sparsi resti murari osservabili nel boschetto che ora occupa la zona. Il paese era certamente molto piccolo e costituiva uno dei diversi (una decina) villaggi, casali e castelli che si riunirono, alcuni intorno alla metà del XIV secolo, molto più tardi gli altri, a formare l’attuale centro montano, appollaiato anch’esso su una chiostra di rocce nella parte più bassa, e nella parte più alta addossato, soprattutto in passato, all’altura rocciosa chiamata u Castéjjë ‘il Castello’ costituente una sorta di acropoli con in cima la torre famosa. Ora, per cercare il probabile etimo di un toponimo relativo ad un centro abitato, è certamente indispensabile individuare il luogo d’origine di quest’ultimo e valutarne la conformazione geomorfica. Ma in questo caso, a ben pensarci, restando la caratteristica fondamentale dell’insediamento immutata sia che il paese si fosse aggrappato sin dai suoi primordi alle rocce di Aielli Vecchio sia che venisse riedificato per la seconda volta, come taluno pensa, sulla chiostra di rocce del sito attuale o anche sull’altura rocciosa dello stesso, cioè sull’ “acropoli” del Castello (u Castéjjë) si può dire che le vicissitudini storiche non ne hanno comunque mutato la fisionomia di centro fortificato dalla natura stessa del luogo, costituita da rocce. Sicchè, ai fini della individuazione del più probabile etimo di Aielli non può essere di impedimento nemmeno l’ipotesi dell’archeologo Giuseppe Grossi in base alla quale la storia di Aielli comincerebbe sul sito attuale del paese come oppidum marso prelatino[iii], si sposterebbe poi ad Aielli Vecchio nel periodo dell’incastellamento (X sec.) per poi riapprodare definitivamente qui sul sito attuale di Aielli, verso la metà del XIV secolo. Il Grossi basa la sua supposizione su osservazioni abbastanza attendibili ma che hanno purtroppo il difetto di non essere supportate da nessuna epigrafe antica che permetta di fissare con sicurezza la sede originaria di Agellu(m) sul sito attuale, benchè il toponimo sia in qualche modo attestato già da un’epigrafe del II sec. d. C. proveniente da San Benedetto dei Marsi (l’antica Marruvium, capitale dei Marsi) in cui compare l’etnico Agellani ‘Aiellesi’ insieme a quello di Caelani riferibile non all’attuale Celano ma ad un vicu(m) dal nome probabile di Caelum oppure Caela situato nel territorio di Aielli in località da Cèlë. Fu il laboratorio storico “Don Andrea Di Pietro” di Aielli a proporre lo scioglimento del Caelani dell’epigrafe in ‘abitanti di Cèlë’ e la cosa fu confermata dall’archeologo Cesare Letta dell’università di Pisa. Ritornando all’assunto, per quale motivo poi nell’alto medioevo la popolazione di Aielli, che poteva rafforzare in situ le difese naturali già eccezionali, doveva sentirsi costretta ad andare ad arroccarsi sul sito di Aielli Vecchio, molto più ristretto e forse insufficiente ad accoglierla tutta? Inoltre c’è un altro motivo, sia pur labile quanto si vuole, che impedirebbe di stabilire la sede originaria di Agellu(m) sul sito del paese attuale. Il termine che designava la chiostra di rocce su cui sorge il paese doveva essere Rìccia in antico, visto che ancora oggi tutta la zona sottostante viene chiamata Sottë Rrìccia. Di conseguenza l’eventuale centro fortificato al di sopra di esse avrebbe dovuto portare lo stesso nome: cfr. il nome del paese Riccia-Cb, posto su uno sperone. La gente d’Aielli connette istintivamente il termine con quello di roccia, tanto evidente ne è il significato che inequivocabilmente indica il ‘bastione roccioso’. Ma in realtà si tratta di una radice prelatina brikka col significato di ‘altura rocciosa, dirupo, monte’ da cui derivano il bric ‘monte’ di tante parlate dell’Alta Italia e anche, a mio parere, l’aiellese vërìcca ‘sassolino’, il trasaccano vërìccia ‘pietruzza’ nonchè il vocabolo del dialetto di Castellafiume-Aq che suona rìccia[iv] (con la caduta della spirante iniziale) dal medesimo significato, tutti termini corrispondenti all’ it. breccia. La contemporanea presenza ad Aielli delle due forme Rìccia e vërìcca, di cui la prima legata al toponimo col significato di ‘bastione roccioso’, non costituisce difficoltà alcuna, perchè essa dimostra semmai la varietà delle tradizioni linguistiche confluenti nel lessico di uno stesso dialetto in un lasso di tempo del resto così enorme da attingere e forse immergersi in profondità nella preistoria. Che il paese di Aielli esistesse sicuramente anche in epoca latina classica ce lo conferma la pronuncia dialettale del suo nome, cioè Aéjjë non Ajéjjë come nella vicina Cerchio, per esempio. Nella pronuncia aiellese si riscontra il fenomeno della lenizione totale della velare sonora –g- intervocalica, il quale presuppone la pronuncia gutturale della –g- di epoca classica, non quella palatalizzata di it. angelo, per intenderci. Lo stesso fenomeno ricorre in altri casi come in fràula ‘fragola’ dal lat. *fragula(m), téula ‘tegola’ dal lat. tegula(m), ainàsse ‘affrettarsi, darsi da fare’ dal lat. aginare ‘muoversi, darsi da fare’, ecc. L’altro toponimo Castello designante la parte alta, la rocca del paese, dove non esisteva un ‘castello’ vero e proprio ma certamente una fortificazione, dovrebbe far parte comunque della serie numerosa delle alture con quel nome ma senza un ‘castello' o ‘fortificazione’ di sorta sulla sommità. Il fatto è che, secondo me, nella remota antichità il termine doveva indicare semplicemente un’altura più o meno difficile da prendere per l’asprezza della sua stessa natura. Il nome latino castellu(m) è formalmente diminutivo di castru(m) ‘luogo recintato, fortezza’ ma in sardo castru equivale anche a ‘macigno, roccia’, il che fa capire che esso, con significato oronimico, doveva circolare ben prima del suo parente latino (cfr. anche la voce castel 'poggio' nelle Alpi occidentali, a Lanzo e Usseglio). Il lato occidentale del Castello, subito all’esterno della porta Jannëtèlla, è chiamato tuttora Sottë la Matta, propriamente denominazione del tratto di strada sottostante alla parete rocciosa, da ricondurre senz’altro alla radice oronimica mat-, ben nota ai linguisti. Così stando le cose, sembra che i luoghi rilevanti del paese, che ne costituiscono la fisionomia e che quindi stimolarono la mente dell’uomo preistorico che li designò per la prima volta, abbiano avuto tutti i loro bei nomi antichi e nulla resta di un eventuale nome Aielli, Agello, Aéjjë e simili che avrebbe dovuto sottolineare qualcuna di quelle caratteristiche di cui andiamo discutendo. E’ anche vero, però, che spesso un nome del genere, una volta passato a designare tutto il paese, lascia la caratteristica da esso indicata, libera di ricevere altro nome, solitamente quello corrente, relativamente alla caratteristica, nei vari strati linguistici che si susseguono. Pertanto tutto il mio precedente ragionamento non può avere carattere vincolante ma solo propositivo e probabilistico. Mi pare comunque opportuno far notare che, in questo contesto, un eventuale significato di ‘campicello’ da assegnare al toponimo in questione stonerebbe non poco giacchè i terreni agricoli dovevano essere fuori di questo luogo vocato dalla natura a difesa degli uomini e degli animali. Del resto è fortemente indicativo, ai fini di individuare un etimo accettabile per Agellu(m), il fatto che tutti gli altri nomi dei punti notevoli del paese appartengano, come abbiamo visto, al sostrato prelatino. Esiste ad ovest dell’Aquila, all’interno di un’area delimitata dai paesi di Pizzoli, Barete, Marana, Montereale, Paganico, Capitignano ed altre località, un modesto in elevazione ma abbastanza vasto altopiano noto come Pianoro d’Aielli nei paesi circostanti. Gli abitanti di Castello, una delle tre ville in cui si divide Paganico, usano l’espressione l’aielli per indicare la regione sommitale che immette nel pianoro o il pianoro stesso, se ho ben interpretato quanto Antonio Sciarretta[v] afferma nel suo sito internet Toponomastica dell’Appennino Abruzzese da cui ricavo queste notizie. L’articolo determinativo singolare quindi non «serve a puntualizzare e circoscrivere ‘proprio’ quella regione detta aiélli» come sostiene Sciarretta, ma a mio avviso è un indizio non trascurabile che in un passato, anche remoto, il sostantivo non solo dovesse essere un nome comune trasparente nel significato, ma anche che questo dovesse designare globalmente la realtà geografica dell’altopiano e non quella di eventuali e numerosi ‘campicelli’ disseminati nel pianoro intorno a cui ruotavano quasi tutti i diversi paesi dei dintorni, come abbiamo visto. Del resto una indicazione complessiva, con termine latino, di tutta la zona agraria del pianoro avrebbe dovuto avere normalmente la designazione di agru(m) ‘campo, campagna’. Il diminutivo agellu(m), semmai, sarebbe andato a pennello, anche nella forma del plurale, per i pochi campi o orti probabilmente fertili della stretta fascia ai lati del fiume Aterno, certamente non paragonabile per estensione a quella dell’altopiano, come afferma lo stesso Sciarretta, orti con cui gli abitanti di questi paesi dovevano avere una frequentazione quotidiana che giustificherebbe ancora di più il valore affettivo del diminutivo-vezzeggiativo agellu(m), trovandosi le loro residenze probabilmente in mezzo ad essi o nelle immediate vicinanze. Nella villa di San Giovanni, non lontano da Castello, l’altopiano si ritrova peraltro senza un nome proprio «ma per indicare –spiega Sciarretta- le tre cimette della montagna di Mozzano, la più alta del loro tenimento, i locali usano l’espressione picchi ajénni, la quale contiene il coronimo ajénni che certamente da Aielli dipende, pur essendosi verificato un altrimenti raro scambio di liquide». Anche qui credo che bisogna rovesciare la posizione di Sciarretta, secondo il quale il nome originario dell’altopiano si sarebbe esteso anche alla designazione di queste cimette, ma il caso vuole che proprio in questo paese manca la designazione di esso: allora diventa legittimo almeno sospettare che le tre cimette traessero il nome, non dal pianoro, ma dalla loro natura di ‘picchi, cime’ riconfermando così il mio ragionamento sul significato profondo della radice in questione, che poteva essere anche quello di ‘altura, vetta, altopiano’. Inoltre la corruzione in ajénni dell’originario ajélli dovette essere favorita soprattutto dal fatto che il valore di ‘campicello’ in questo caso appariva palesemente contraddittorio alla mente dei parlanti, trattandosi di cime brulle di una montagna e non dei terreni più o meno fertili del pianoro. In conclusione, qui il significato di ajénni non sarebbe altro che la ripetizione tautologica di quello di picchi o, meglio, viceversa. Esso quindi non sarebbe latino se non nella veste esteriore: la sua radice dovrebbe essere variante, a meno che non si tratti di rietimologizzazione latina di una base precedente, della ben nota radice ak- che dà vita in latino a diversi termini ruotanti intorno al significato di ‘punta’ come ac-utu(m) ‘acuto’, ac-etu(m) ‘aceto’, acr-e(m) ‘acre’, ac-ie(m) ‘filo tagliente (della spada), acutezza (degli ochi)’, ac-u(m) ‘ago’. Per il greco basti ricordare l’aggettivo sostantivato ákr-on ‘estremità, punta, vetta, promontorio’ che fa il paio con la voce aiellese acr-éjjë ‘pungiglione’. Pertanto si può supporre che una forma *ak-ell, divenuta ag-ell- per incrocio col lat. ag-ell-u(m) 'campicello, indicasse nella preistoria a seconda dei casi, dei tempi e delle lingue, una punta, una guglia, un’altura, un monte o un bastione roccioso quale quello di Aielli Vecchio, che d’altronde oggi non ha un nome particolare come quelli di Aielli attuale, chiamati Riccia e la Matta. E attenti a non prendere per ipocoristico il significato del falso suffisso –ellu(m), il quale divenne tale solo con l’arrivo del latino. Mi pare inoltre che il toponimo sia il corrispettivo di tipi come Ackel-berg ‘monte Ackel’, o anche della variante Ahel-berg ‘monte Ahel’, presenti in area germanica. A ben riflettere il colle roccioso di Aielli Vecchio si profila come un vero e proprio “sperone” d'angolo dipartentesi dal corpo del monte Costa Pëlara, delimitato nel lato ovest dal tratto finale di una specie di forra percorsa dal Rio d’Aielli (immediatamente prima che essa, all’altezza della Rottë Sbusciata, prenda la forma di un normale e abbastanza ampio letto), e ben visibile da una quota superiore dello stesso monte o anche dal margine orientale dei pascoli della Dëfènza, sul lato opposto della forra. Tutta la questione generata dall’espressione naégli con cui a Pizzoli si designa l’altopiano e che offre il destro a Sciarretta di ipotizzare all’origine del toponimo una forma prelatina navelli col significato di ‘conca, pianoro circondato da monti’(cfr. basco naba ‘concavità’) mi sembra che debba cadere automaticamente quando si dimostra che essa rientra invece perfettamente nell’ambito del toponimo ajélli che è d’altronde così diffuso in questi paesi a designare la stessa zona. Il fatto è che Sciarretta vede una qualche difficoltà nell’espressione naégli, a volerla intendere come in aégli = in aielli, e cioè come normale risultato dell’agglutinazione della preposizione in al sostantivo aégli. Egli infatti sostiene che «rimane la difficoltà fonetica della sparizione totale del nesso latino –ge-, che invece avrebbe dovuto produrre un toponimo *najégli. Rimane allora valida l’ipotesi di un influsso di un preesistente Navelli su un successivo, e preponderante, Aielli». Ora, in prima istanza mi sembra che qui Sciarretta non sia molto accurato, contrariamente al solito, quando parla della sparizione totale del nesso latino –ge- in quanto si tratta della sparizione della sola –g-, e in secondo luogo questo fenomeno della lenizione della velare sonora intervocalica è abbastanza frequente, tanto è vero che, l’abbiamo visto più sopra, nel mio dialetto di Aielli il nome del paese suona proprio Aéjjë e non Ajéjjë come, ad esempio, nella vicina Cerchio. Spesso anche in paesi vicini si incontrano differenze, non solo di pronuncia: pertanto viene a cadere completamente la difficoltà rappresentata dal fatto che, secondo Sciarretta, dal lat. Agellu(m) si sarebbero dovuti avere i soli esiti Ajelli, Ajegli, Ajejjë con la presenza costante della –j-, derivante dalla precedente –g-. Eppure egli stesso, per l’etimo di Teora (che a mio avviso dovrebbe comunque essere accostato a quello della città sabina di Tiora Matiene di cui parla Dionigi di Alicarnasso poco più di duemila anni fa), villaggio di Colli di Barete, propone un lat. teguria, plurale di tegurium ‘capanna’, da cui quindi cade la velare sonora, fenomeno che a mio avviso dovette nascere molto per tempo, ancora in presenza della pronuncia gutturale della velare, come nel latino classico. Ugualmente egli propone, per la montagna di Faéta vicino Pizzoli, l’etimo di lat. fagetu(m) che presuppone la caduta della -g-. Anche per quanto riguarda il mio paese di Aielli è attestata la forma semicolta, un po’ involuta e sovrabbondante, di in nagello da in Agello in un documento (inizio ‘500) dell’Archivio Diocesano di cui parlo nell’articolo Il “libro dei conti” della SS. Trinità di Aielli, presente nel giornale internet Terre Marsicane. A dire il vero la radice ak-, come tutte le altre, poteva avere altri significati, secondo la mia teoria. In greco, ad esempio, l’aggettivo ákr-os ‘alto, sommo, estremo’ aveva talora il significato di ‘intimo, profondo’ comportandosi così come il lat. altu(m) ‘alto, profondo’. Inoltre è fondamentale, a mio avviso, capire che i due concetti non derivano l’uno dall’altro, come si è propensi a credere, bensì dal concetto ad essi sovraordinato di ‘esteso, lungo’ . Ma, a ben riflettere, il concetto di ‘lungo’ è già una specializzazione di quello di ‘estensione’ nel senso della lunghezza, come ‘alto’ lo è nel senso dell’altezza e ‘profondo’ in quello della profondità. L’aggettivo composto akro-mállos in greco significa ‘ dal lungo (akro-) pelo (-mallos)’ e non , ad esempio, ‘dal pelo pungente’ come potrebbe indurre a credere il preponderante significato di ‘punta’ della radice che abbiamo incontrato sopra. Questo significa che potrebbe essere sostenibile anche un significato di ‘bacino’ in quanto ‘avvallamento, profondità’ per tutta l’area del pianoro d’Aielli, che prenderebbe il nome da un «minuscolo bacino endoreico» (l’ajélli a Paganico, naégli a Pizzoli) circondato da monti, come Sciarretta asserisce un po’ a sorpresa verso la fine della sua del resto accurata descrizione di tutto il Massiccio di Aielli, di cui si è parlato sopra: ho infatti sostenuto più volte nei miei scritti che un monte è il rovescio di una valle, che una concavità può essere vista come una convessità e che ambedue rientrano nel concetto di ‘curva, circolarità’. Nelle varie parlate sarde il termine conca può avere il significato di ‘conca, caverna, scodella, madia’ da un lato, ma anche quello di ‘testa’ dall’altro. E questo succede – lo ribadisco ancora una volta- non perchè ciascuno di questi concetti derivi metaforicamente da qualcuno degli altri, ma perchè tutti rientrano in quello sovraordinato di ‘rotondità’, non importa se regolare o meno: cfr. il raro aggettivo greco ag-és ‘curvo, rotondo’, gr. ák-ylos ‘ghianda di leccio’, gr. ák-olos ‘tozzo, pezzo di pane’, lat. ac-us, eris ‘pula, paglia’. [i] Cfr. Giuseppe Grossi, Aielli Vecchio, Terre Marsicane, giornale in Internet. [ii] Cfr. Andrea Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi, Adelmo Polla editore, Avezzano, ristampa anastatica della edizione del 1869, p. 144. [iii] Cfr. Giuseppe Grossi, Aielli.Il periodo antico, Terre Marsicane, cit. [iv] Cfr. Dante Di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano 2007, p. 220. [v] Cfr. Antonio Sciarretta, sito internet: digilannder.libero.it/toponomastica/taa.html, Il massiccio di Aielli.

domenica 25 luglio 2010

I paesi di Villaputzu e San Vito nel Sarrabus



Questi paesi li conosco sufficientemente per aver insegnato una quarantina di anni fa nella scuola media di Villaputzu-Ca, per un paio d’anni (precisamente negli a. s. 1971-72 e 1972-73). Sicchè mi pare un atto di deferente omaggio a quella brava gente che mi accolse con gentilezza e cordialità cercare di contribuire a sistemare qualche piccolo tassello della loro antichissima storia. Per la verità quanto sto per dire circa l’origine di alcuni toponimi non ha valore di certezza assoluta, anche se il ricorrere di certi fenomeni e certe coincidenze è garanzia, a mio avviso, di una qualche attendibilità delle mie proposte, le quali non mi sono venute in mente improvvisamente l’altro ieri ma sono certamente conseguenza di un ventennio dedicato a ricerche e studi di toponomastica e di linguistica. Le mie posizioni, per la verità, non sono affatto ortodosse, ma vanno palesemente controcorrente. Ho già avuto modo di analizzare diversi termini sardi nell’articolo Parole sarde del DULS presente nel mio blog (giugno 2009) e in qualche altro scritto.

Mi ero ricordato, invero, del nome di San Vito-Ca già nello stendere l’articolo Fonte della Vita e fonte Vipera...(giugno 2009) nel punto in cui vi spiego l’etimo di Bitti-Nu, ma allora lasciai cadere la cosa sperando di tornarci su in altra occasione.

Ora, scorrendo i siti di internet su Villaputzu mi sono ricordato della festa di Santa Vittoria, la più sentita nel paese anche se il suo patrono è San Giorgio, col caratteristico ciaramellare delle launeddas, e improvvisamente (qui questo avverbio non fa una grinza) mi si è spalancata la visione riguardante la probabile origine non solo del toponimo San Vito ma anche del nome della santa Vittoria. Il fatto è che ho rivisto quasi la stessa scena occupata da nomi come quello di Vitt-or-iano (uno dei Santi Martiri di Celano-Aq), composto di tre membri tautologici riferiti al concetto di ‘acqua’, o come quello della Madonna della Vitt-oria di Aielli-Aq, il mio paese, o della Madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana ugualmente messe da me in rapporto con l’ ‘acqua’. Dei primi due parlo nell’articolo I Santi Martiri di Celano e la Madonna della Vittoria di Aielli, del terzo nell’articolo La Madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana, tutti nel mio blog (giugno 2009).

Il gentile lettore è pregato pertanto di scorrere quegli articoli se vuole farsi un’idea più circostanziata delle motivazioni che mi spingono a vedere nella radice indoeuropea wed/wad di ingl. water ‘acqua’ e di gr. hýdōr ‘acqua’ una conferma delle mie interpretazioni relative a questi nomi e a queste festività.
C’è da precisare che i due centri sardi del Sarrabus si trovano in prossimità della foce del Flumendosa, San Vito alla destra orografica, Villaputzu alla sinistra. E’ quindi molto probabile che Vito e Vitt-oria, la quale è composta anche dell’elemento tautologico –or, fossero nella preistoria due appellativi riferiti alla stessa realtà, quella dell’acqua, la quale era senz’altro oggetto di culto per ovvi motivi in quasi tutte le civiltà preistoriche, specie dopo l’introduzione delle coltivazioni cerealicole a partire all’incirca da 10 mila anni fa. L’elemento –or di cui sopra a mio avviso si ritrova, leggermente variato, nel nome del Flumini Uri , che si getta nel Flumendosa, a valle di San Vito.


A proposito del cuccuru ‘e santa ‘Ittoria, l’altura, il rilievo o il colle, dove si trovava nel medioevo la chiesa della Santa e dove oggi sosta in raccoglimento la processione, mi sembra di assistere alla stessa situazione in cui nella festa della Madonna della Vittoria di Aielli, ugualmente la più sentita anche se i patroni del paese sono altri, subentra il ricordo del tempo in cui, dopo una lunga siccità, la Madonna pregata dal popolo, secondo la tradizione, fece cadere tanta pioggia quanta non se n’era mai vista, dopo che era apparsa una nuvoletta sul monte San Vittorino : anche qui compare quindi un’altura simile a quella di Santa Vittoria di Villaputzu. Ma non basta. Se si va a curiosare tra i nomi di paesi di un tratto della valle del fiume Aterno vicino L'Aquila ci si accorge che stranamente (?) la radice in questione ricorre frequentemente come nel nome del paese di San Vittorino, attualmente su un colle, ai cui piedi sono i resti dell'antica e famosa città sabina di Am-iternum, patria di Sallustio, il cui etimo è comunemente spiegato come am(b)- itermum 'intorno, presso l' Aterno' , sebbene io preferisca vedere nel nome un composto tautologico idronimico col primo elemento corrispondente al lat. am-nis 'fiume', composto il cui significato forse non era più trasparente già in antico. In altri termini il nome della città di Amiterno indicherebbe alle origini solo il fiume, da cui derivò il nome dell'insediamento (come in tanti altri casi), e non la ' (zona) presso il fiume'. L'elemento -iternu(m) a mio parere viene da un precedente *-(v) iternu(m), variante di *(v)aternu(m), da cui il lat. Aternum (cfr. ingl. water 'acqua'). Nei dialetti della zona è infatti tuttora frequente la caduta della spirante sonora intervocalica o all'inizio di parola, tanto è vero che la valle vi diventa l'àlle. Il fenomeno dovette essere attivo nella parlata amiternina già dalla remota antichità. Se si aguzza un po' la vista ci si accorge che la struttura consonantica di (vi)ternu(m) corrisponde a quella di Vittorino: basterebbe un forte accento espiratorio sulla prima sillaba di Vittorino, cosa che avvenne veramente in una fase antichissima della storia delle lingue e che interessò anche il germanico e l'etrusco, per provocare di conseguenza un terremoto nelle sillabe successive con la caduta dei suoni vocalici e per ritrovarsi, al posto di Vittorino, con uno scarno vìtrn combaciante col secondo elemento -(v)itern di Am-iternu(m). In effetti il nome greco del fiume era 'Aternos con l'accento sulla prima sillaba come in una iscrizione di Scoppito-Aq in cui compare un en atrno 'in Aterno'. Secondo la tradizione il paese di San Vittorino trarrebbe il nome dal fatto che in esso fu trasportato e sepolto il Santo martirizzato alle terme di Cotilia sulla via Salaria: l'unica cosa certa, in queste tradizioni, a me sembra il ricorrere della presenza dell'acqua nei luoghi messi in rapporto col nome del Santo post eventum, cioè dopo che la fama del vero o presunto martire raggiunse questi paesi che avevano già il suo stesso nome. Un'antica chiesa di San Vittorino si incontra nel paese di Grotti, vicino Rieti, nei pressi di un pozzo chiamato fonte Erutti. San Vito inoltre è il patrono di Barete (che ha una frazione chiamata San Vito), paese situato più a monte lungo il fiume, a pochi chilometri da San Vittorino . Un paesino chiamato San Vito riappare nell'alto corso dell'Aterno subito sopra Cavagnano, ormai prossimo alla sorgente. Una chiesetta di San Vito sorge proprio di fronte alla famosa Fontana delle 99 cannelle. Come si può rifiutare, dunque, l'idea che in tempi remotissimi questo nome, in questi casi, era quasi sicuramente quello di una divinità delle acque? e come si può non condividere l'idea che questi nomi legati al terreno e alle forze della natura si sono via via riciclati con il sovrapporsi di strati linguistici diversi se d'altronde è vero che in area slava Sveti Vid (San Vito), che esisteva già prima dell'arrivo del culto cristiano come divinità della guerra, abbondanza e divinazione (Svetovid), assunse la funzione di santo protettore della vista a causa del coincidere del nome con lo slavo vid 'vista'? Ma, a ben riflettere, anche la funzione della divinazione del dio precristiano deve essere legata al significato della radice indoeuropea vid 'vedere', molto adatta ad indicare la conoscenza di cose nascoste agli uomini. E l'idea di abbondanza potrebbe essere ben espressa dalla radice del ted. weit, ingl. wide 'ampio, vasto'. Non per nulla nell'isola di Rugen nel mar Baltico esisteva, secondo la tradizione, un'enorme (concetto affine a quello di 'ampio') statua di legno (a. germanico witu, ingl. wood 'legno') del dio in questione rappresentato anche con un corno dell'abbondanza che ogni anno veniva riempito di idromele (cfr. nel mio blog l'articolo L'acqua-vite del giugno 2009 per i rapporti tra la radice vit- e le bevande alcoliche). A Marana, più a monte di Barete, il patrono è Sant' Em-idio, nome in cui si possono individuare a mio avviso ancora una variante di am- (Am-iterno) e una forma -idio, adattamento al nome del Santo di un precedente (v)ito oppure (v)itio. Una festa di Sant'Emidio si celebra anche a Barete e il Santo è patrono dell'Aquila insieme ad altri due. In alternativa varrà l'etimo che più sotto darò. Qui mi pare utile aprire una parentesi sulla storia di Sant'Emidio che proveniva secondo la tradizione da Treviri (Trier) in Germania dove era nato nel 273. Il suo nome sembra un po' strano se lo si intende, come fanno i più, derivante dal latino semi-deus ' semidio' giacchè il primo elemento avrebbe nel contempo la forma greca (s)emi- con la caduta della fricativa iniziale. Inoltre varie erano le forme che il nome mostrava nell'alto medioevo (cosa che fa supporre che esso subisse influssi vari) come Emidius, Aemidius, Emigdius sicchè è presumibile che l'ultima si sia incrociata e sviluppata da verbi come il lat. e-mic-are 'scaturire, spuntare, balzare nel petto, palpitare, ecc.' , lat mic-are ' pulsare, tremolare, palpitare, brillare' (i cui tre primi significati sono a mio avviso esplicativi del motivo per cui il Santo è considerato protettore dal terremoto ma anche capace di provocarlo), serbo-croato mica-ti 'muovere', serbo-croato mig 'cenno'. Sotto questo profilo è probabile che una divinità simile esistesse già prima dell'avvento del Cristianesimo almeno in qualche dialetto locale di area italica dove la radice in questione poteva aver operato molto prima dell'arrivo del latino storico. L'emblema del Santo è la palma, come spesso avveniva per coloro che avevano subito il martirio, ma in questo caso la radice potrebbe richiamare quella del verbo greco pallo ' vibrare, scuotere, squassare' del gr. palmos 'battito, pulsazione', gr. palmatias 'terremoto con forti scosse'. La sua patria d'origine, in latino Treveri o Treviri, sembra anch'essa sospetta quando si tenga presente il serbo-croato treperi-ti 'vibrare, tremolare' e l' a. slavo trepeta-ti 'tremare' in riferimento alla leggenda del presunto fondatore della città, e cioè Trebeta figlio di Nino re assiro, e pertanto doveva circolare, magari nella preistoria, un altro nome per il Santo, simile al lat. trepidu(m) 'il tremebondo' o alla voce dialettale abruzzese trettecà  da *trept-icare 'oscillare, dondolare, tremare, muover(si)', che ne specificava la funzione. Che egli poi in questo contesto religioso fosse destinato a diventare vescovo (ad Ascoli Piceno, dove tra l'altro fece scaturire da una roccia la Fonte di Sant'Emidio: chiaramente deve essere stato il nome della fonte ad attrarre quello del Santo, non viceversa), cioè un capo, era cosa anch'essa scritta nel suo nome, se lat. emic-are significa anche 'sporgere, sovrastare', e i vescovi come sappiamo hanno il titolo onorifico di eccellenza il cui etimo mostra un significato del tutto simile a quello del titolo di eminenza (letter. 'sporgenza') riservato ai cardinali. A mio avviso anche l'iconografia del Santo relativa alle tre dita della mano destra tenute aperte, diversamente dall'anulare e dal mignolo tenuti ripiegati verso il palmo, si spiega con l'incrocio della radice indoeuropea del numero tre con quella di verbi come gr. tré-o 'tremare', serbo-croato tres-ti 'scuotere'. E ricordo benissimo che, dinanzi alla statua di Sant'Emidio rappresentato in questo modo nel mio paese, noi ragazzi dicevamo che bastava che il Santo girasse quelle tre dita per provocare un terremoto. Tornando al discorso precedente si può affermare che le radici che esprimono il concetto di ‘acqua’ o ‘fiume’, entità che sono forze della Natura vivente, restano le stesse di quelle che nella mentalità animistica primitiva danno origine ai concetti di ‘colle, altura, monte’, come vado affermando in molti miei articoli; e certamente il tempo non mancava perchè su un determinato territorio si stendessero nel corso dei molti millenni a disposizione strati linguistici diversi, alcune parole dei quali andavano fatalmente a sovrapporsi ad altre simili o uguali nella forma esterna ma diverse nel significato, plasmando così anche i racconti tradizionali intorno ad una divinità o un santo i quali si ritrovavano quindi in connessione con diverse entità fisiche del territorio (colle, acqua, ecc.). Il valore di Vitt-oria come ‘altura, monte’ ci viene in qualche modo assicurato dall’it. vetta, termine di dubbia origine, e dal gr. óros ‘monte’.


Così si viene a scoprire, con mia meraviglia, che in fondo non c’è una distanza proprio insormontabile tra la realtà tradizionale di un paese dell’Abruzzo montano e quella di un paese del Sarrabus in Sardegna! Persino qualche radice del lessico attuale è la stessa. Nel dialetto del mio paese si incontra, ad esempio, la voce cuchërùzzë ‘cima di monte o di mucchio’ che non è variante dell’it. cocuzzolo ma semmai del sardo cùccuru, cuccuréddu, anche se tutte queste forme partono a mio avviso dalla stessa base prelatina mediterranea kukka. Ho scoperto che il nostro nome del picchio, cioè piccamùrrë è lo stesso del sardo logudorese biccamuru il quale pare indichi però il ‘picchio muraiolo’, anche se io penso che questa sia una "specializzazione" del significato generico iniziale.

L’etimo di Villaputzu (sardo Biddeputzi) presenta difficoltà notevoli vuoi perchè nel medioevo, come leggo in qualche sito internet ma non nel dizionario[i] UTET, il nome del paese sarebbe stato Villa Pupus o Pupia senza però che se ne dia una fonte documentale, vuoi perchè, oltre alle sue spiegazioni più banali come quella che tira in ballo il ‘pozzo’, ce ne potrebbero essere altre, non ultima quella che io preferisco perchè lectio difficilior e ad un tempo collegata al quadro toponimico della zona precedentemente tracciato: in linea quasi del tutto teorica io partirei da un primordiale Vid(d)a-put(t)u in cui il primo membro Vida, poi reinterpretato come vidda (bidda) ‘paese villaggio’, verrebbe ad essere variante di Vidu ‘Vito’ e il secondo membro dovrebbe corrispondere alla radice di greco pot-amós ‘fiume’, variante a mio avviso di greco pîd-ax ‘sorgente’ e della radice di lat. pet-ere 'chiedere, dirigersi, ecc.'. Anche qui in origine si avrebbe un nome con due membri tautologici riferibili a qualche sorgente o al Flumendosa stesso. Non mancano in Sardegna idronimi come Riu Putzu Nieddu, Riu Putzu Canu,Torrente Butt-ule ecc. i quali a mio avviso hanno poco a che fare con il ‘pozzo’. Salve Sarrabus!



(Oggi, 13 settembre 2012, ho notato che questo articolo ha un numero abbastanza alto di visualizzazioni.     Si deve trattare in buona parte di lettori di Villaputzu.  Colgo l'occasione per salutare i colleghi di allora nativi di Villaputzu: Cesare Loi (matematica), Uras (lettere) più le colleghe di cui, purtroppo, non ricordo bene il nome.  Saluto con struggimento nostalgico tutti i miei alunni che allora erano adolescenti in erba, ora saranno maturissimi oltre la cinquantina.  Faccio qualche cognome che ancora ricordo: Siddi, Mattutzu, Madeddu (erano due), Mattana, Mirtello, Marongiu, Cinus (beve ancora vernaccia?),  Pisu, Corona (ce l'ha ancora la bicicletta?), Loi, Pibiri (che io pronunciavo Pibbiri con due -b-) ecc. Tra le ragazze di allora ricordo le sorelle Murru (Rosina e Angela), Atzori, Sirigu, Vacca, Perra, Tramatzu, Marci ecc.  Ricordo che gli alunni  di una terza li facevo giocare spesso a pallavolo di pomeriggio. Era abbastanza palloso anche per me passare due ore consecutive a studiare storia!  Vi saluto tutti con grande affetto, anche quelli che non ho citato, i cui volti sono sempre nella mia mente.  Io vivevo presso la famiglia di Armando Loi, in via Loi: lì vicino si trovava la scuola media, in un locale di proprietà della parrocchia, mi pare)

Pietro Maccallini


[i] Cfr. Aa. Vv., Dizionario di toponomastica, Torino, UTET 1997, p. 708.

martedì 13 luglio 2010

Sposa bagnata, sposa fortunata

Questo comunissimo modo di dire, che sembra un parto fresco fresco dell’inventiva di qualche partecipante a matrimonio su cui si rovescia un improvviso temporale che rischia di rovinare l’abito della sposa nonchè tutta la cerimonia, ribalta per così dire la situazione augurando felicità e fortuna alla sposa e di riflesso anche allo sposo. Trascurando le opinioni scurrili che si possono incontrare in internet su questo detto, immagino che i benpensanti accetteranno le dotte spiegazioni degli addetti ai lavori i quali si affretteranno a ricordare che la pioggia era in passato, quando i più lavoravano la terra, simbolo di fertilità e di abbondanza e che quindi, allo stesso modo, essa era di buon augurio per una sposa che, come un terreno preparato per le semina, si accingeva a dare vita ad una nuova famiglia che si sperava allietata da nuovi rampolli e da tanta fortuna. E forse contemporaneamente si pensa che il detto sia nato non molti secoli fa o, a volersi proprio rovinare, nel periodo tardoimperiale o altomedioevale. Ma, a mio avviso, le cose possono essere andate molto diversamente. Io, tra l’altro, credo poco alla possibilità che questi modi di dire escano già confezionati dalla bocca di qualche tipo ameno o dotato di facoltà creativa, e penso che ci sia quasi sempre nella lingua uno spunto bello e pronto a darvi l’avvio. Inoltre essi, spesso e volentieri, possono derivarci da tempi immemorabili, anche preistorici.
E in effetti, a dare una collocazione preistorica all’espressione, poteva aiutarci l’analisi stessa del significato profondo della parola sponsa ‘promessa sposa’ e del lat. spond-ēre ‘promettere’, i quali rimandano al gr. spéndospruzzo, libo, concludo un accordo’ e gr. spondélibagione, accordo, pace, tregua’. Da ciò si capisce che gli antichi greci erano soliti “bagnare” (come in fondo facciamo ancora noi tra amici in occasione di lieti eventi, anche spiccioli, della vita quotidiana) ogni conclusione di un accordo, di una promessa vicendevole importante, con più o meno abbondanti libagioni. Si obbietterà che comunque in latino il significato delle parole suddette non accenna ad alcuna sorta di brindisi. Ed è vero. Ma nel dialetto di Villapiana-Cs spunta una voce sponsa dal significato di ‘bagnata’. Ora, è possibile che questo significato sia stato tratto, anche se per i capelli, da quello del greco spéndo, ma la forma sponsa corrisponde a pennello alla rispettiva forma latina sponsa ‘promessa sposa’ e pertanto è più logico pensare che essa sia la stessa parola latina, ma col suo significato preistorico (per il latino) di ‘bagnata’. In greco la parola per ‘sposa’ era solitamente nymphē. A mio avviso, pertanto, chi cominciò ad usare il modo di dire in questione doveva avere nella mente, oltre al concetto di 'fortuna, felicità' insito in questi avvenimenti caratterizzati da piacevoli riunioni conviviali, anche il significato di ‘bagnata’ per il lat. sponsa ‘promessa sposa’. E questo poteva succedere anche in epoca antecedente a quella del latino storico come noi lo conosciamo, benchè la parola villapianese sponsa ‘bagnata’ stia lì ad attestare, col suo significato giunto fino a noi, che essa poteva trovarsi anche in altri dialetti e che l’incontro tra i due significati del termine potè avvenire anche in periodo storico e in qualche altra parte dell’Italia.
Non si può escludere, infine, che in quel 'bagnata' si perpetui l'eco d'un rito simile a quello greco di un bagno purificatore per i due sposi nelle acque di qualche fontana o fiume sacro, come la Calliroe ad Atene e l'Ismeno a Tebe.

sabato 10 luglio 2010

Perchè gli abitanti di Gioia dei Marsi erano chiamati "pesavénde" dagli abitanti dei paesi vicini

Il compianto Quirino Lucarelli[i], al quale i Trasaccani dovrebbero letteralmente innalzare un monumento come lui lo ha innalzato al loro dialetto, alle tradizioni e alle antichità trasaccane con i tre corposi tomi di Biabbà, ci informa che il nomignolo di pesavéndë (pesavento) era appioppato agli abitanti di Gioia Vecchia, Gioia Nuova e Menaforno, tutti centri di un unico territorio comunale, a motivo della estrema meticolosità della gente di questi paesi nei rapporti interpersonali concernenti scambi di beni materiali quali uova, lardo, cereali, ecc. Essi, ad esempio, avrebbero usato anelli di diverso diametro per misurare la dimensione delle uova, nonchè misurini, bilance e bilancini per pesare con estrema precisione i beni oggetti di scambio, per un loro marcato e innato senso della giusta misura da raggiungere ad ogni costo, a tal punto da essere capaci di pesare anche “l’aria e il vento”, come dichiarato apertamente dal loro nomignolo. Il Lucarelli aggiunge anche che a Trasacco il termine pesavéndë aveva assunto il significato di 'giusto, preciso, misurato', facendo intendere che esso sarebbe derivato, nel dialetto trasaccano, dal suddetto nomignolo riservato ai Gioiesi.
Io non sono dello stesso parere del Lucarelli che, d’altronde, non aveva fatto sicuramente degli studi specifici di linguistica e che, comunque, è in buona compagnia perchè sono certo che i linguisti professionisti appoggerebbero la sua stessa posizione, preferendo di solito bearsi della luce superficiale delle parole ignari della possibilità di restarne abbagliati. A mio avviso il termine pesavéndë è da considerare l’esito, per etimologia popolare, di una precedente forma del parlato *pesa-pénde, con il secondo membro direttamente collegato al lat. pendere (pesare) , mentre il primo membro è una forma intensiva volgare pe(n)sare, derivata sempre da lat. pendere. E’ da supporre, quindi, che la voce registri proprio il momento del passaggio dal latino al volgare e che sia nata dalla necessità di spiegare la forma originaria rappresentata da pendere 'pesare', la quale cominciava ad essere incomprensibile e perciò venne sostituita dalla nuova forma. Ma è anche possibile vedere nella parola composta un rafforzamento espressivo del concetto di 'pesare'. Ed è molto probabile che essa, ricorrendo nel dialetto di Trasacco, come accennavo sopra, e forse in altri dialetti lontani da quello di Gioia, come arguisco dal cognome “Pesavento” presente in diversi siti internettiani, vivesse già di normale vita propria, nel lessico di svariati dialetti, e non presupponesse nessun rapporto esclusivo con gli abitanti di Gioia. La forma rafforzata *pesa-pende (pesa-pesa) aveva assunto quindi valore aggettivale con il significato di ‘meticoloso, preciso nel peso’ e simili.
A questo punto si pone il problema del perchè gli abitanti di Gioia, e non altri, meritassero un tale appellativo. E’ infatti a mio parere comprensibilissimo che un soprannome venga addossato per i motivi più diversi, e per questo difficilmente rintracciabili, a questa o quella persona con la quale si condivide l’esistenza nell’ambito di una cerchia ristretta di amici o compaesani, ma mi sembra un po’ più difficile che un nomignolo possa essere attribuito con la stessa spontaneità ad un’intera comunità, diversa dalla propria, la quale presumibilmente è composta di individui che non saranno tutti caratterizzati dalle stesse inclinazioni e dagli stessi stili di vita. La pignoleria dei Gioiesi, negli scambi dei beni, doveva essere a mio parere esattamente la stessa riscontrabile in tutti gli altri paesi dei tempi andati, caratterizzati spesso da estremo bisogno e povertà, sia pure dignitosa. In questo caso è perlomeno probabile che ci sia stato qualcosa di oggettivamente riscontrabile e duraturo nel tempo, riguardante l’intera comunità, a dare il via alla nascita dello stereotipo di cui si parla e a sostenerlo nel suo radicamento. E in effetti, con questa idea precisa nella testa, credo di essere riuscito ad individuare la causa del nomignolo proprio, guarda caso, nel nome antico del paese di Gioia, e ciè il lat. Iugum, o qualcosa di simile. Nome che, tra le sue diverse accezioni come 'vetta, valico montano' annovera anche quella di 'giogo della bilancia, bilancia'. Con un significato di tal fatta, era inevitabile che il nome del paese prestasse il fianco, prima o poi, agli apprezzamenti ironici degli abitanti dei paesi limitrofi, apprezzamenti ai quali un po’ per celia, un po’ per la incontestabile veridicità del nomignolo legato al nome del paese, un po’ in conseguenza della nomea che nel frattempo si andava diffondendo intorno a loro, probabilmente finirono per rassegnarsi gli stessi Gioiesi.


[i] Quirino Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, p.114 sub v. Gioia, p. 583 sub v. pesavénte.

giovedì 1 luglio 2010

La "mazzòcca giallorìte" 'la pannocchia di Gian Loreto' di Luco dei Marsi

Leggendo il bel libro La parlata di Luco dei Marsi[i] di Giovanni Proia, ho incontrato la voce Giallorìte corrispondente al personale Gian Loreto ma indicante anche, nell’espressione la mazzòcca giallorìte, " la pannocchia di Gian Loreto (pannocchia di granturco con i grani color rossiccio anzichè giallo; nella spannocchiatura, il ragazzo o la ragazza cui càpiti questa pannocchia deve dare un bacio a tutti i partecipanti)”.
Anche in questo caso è a mio avviso molto improbabile che la denominazione derivi effettivamente dal nome di qualcuno che magari per primo abbia dato origine al giuoco per aver trovato quel tipo di pannocchia. La cosa dovrebbe essere stata molto più diretta e naturale, e tuttavia sorprendente. Stando a quello che fra poco dirò, c’è da supporre che probabilmente l’espressione risalga a tempi antichissimi, ben anteriori a quello della diffusione in Italia della pianta proveniente dall’America, intorno al Cinquecento. Essa poteva infatti riferirsi, ad esempio, alla pannocchia di miglio, pianta diffusa in Italia sin dalla preistoria, di cui esistevano varie specie caratterizzate appunto da una colorazione diversa, bianca, gialla, rossa (panicum miliaceum purpureum, luteum, ecc.) della pannocchia. E pertanto era possibile che ce ne fossero anche delle ibride. Caduta in disuso in molti paesi, o ridottasi di molto, la coltivazione del miglio, l’espressione dovette passare senza difficoltà ad indicare la pannocchia della nuova pianta americana, nel caso in cui fosse stata rossiccia invece di gialla.
In effetti, aguzzando un poco l’ingegno, a me sembra che il presunto nome personale in realtà nasconda, sotto ben mentite spoglie, proprio la designazione del colore ‘rossiccio’ della pannocchia fortunata. Io vedrei nel falso giallorìte (Gian Loreto) un aggettivo composto di due membri e cioè giallo-rite < *giallo-reto , in cui il secondo andrebbe a corrispondere esattamente all’ingl. red ‘rosso’, sicchè si può pensare che il significato originario dovette essere proprio quello di ‘giallo-rosso, rossiccio’. Inoltre, a ben riflettere, può talora accadere che non tutti i chicchi siano ‘rossicci’ e che solo una parte di essi siano più o meno ‘rossi’, mentre gli altri restano normalmente gialli: l’aggettivo composto risulterebbe così calibrato a puntino anche per il granturco, sebbene all’origine esso si riferisse forse alle varie spighette della pannocchia del miglio qualcuna delle quali poteva avere talvolta colorazione diversa dalle altre corrispondente ad una delle tre specie di cui sopra. In alternativa si può anche supporre che la voce giallorìte indicasse, nel medioevo e fino all’introduzione del granturco, un colore fra il giallo e il rosso (rossiccio) nel dialetto luchese. Essa, caduta poi in disuso, è rimasta legata a filo doppio, per sopravvivere, solo alla nostra espressione. Che la radice circolasse anche su suolo italico ce lo attesta il lat. russu(m) ‘rosso’ , fatto derivare da un precedente *rudh-tos; cfr. anche lat. rut-ilu(m) ‘rosso, fulvo, brillante’, ted. rot ‘rosso’. A questo proposito ci dà una valida mano anche la voce abruzzese ride-cànie 'morbillo' (cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, Cerchio-Aq 2004, Adelmo Polla editore ) il cui primo membro è a mio parere variante di ingl. red 'rosso' di cui sopra nonchè collegato al lat. rid-ere 'ridere, brillare (cfr. lat. domus ridet argento 'la casa brilla d'argento'), alla voce logudorese rida 'fiamma, vampa' e al catalano flama-rida 'fiamma'. Se qualcuno avesse qualche dubbio su questo raffronto lo inviterei a riflettere sull'espressione tedesca der rote Hahn ' il fuoco' , letter. ' il gallo (Hahn) rosso (rote)' la quale trova in realtà la sua vera spiegazione se si sovrappongono rote e Hahn ai rispettivi membri del termine abruzzese, cioè ride- e -canie: è così del tutto pacifico supporre un precedente appellativo germanico *rod(red)-kanya 'fuoco, morbillo' variante dell'abruzzese ride-canie 'morbillo' . Il secondo membro -canie deve essere della famiglia di lat. canu(m) 'bianco (splendente)'. Prima che i termini si specializzassero ad indicare il 'bianco', il 'giallo', il 'rosso' dovettero contenere tutti l'idea generica di 'luminosità'. L’uso di aver il diritto di baciare le persone partecipanti (o solo la persona di proprio gradimento, secondo altre usanze) alla scartocciatura forse è derivato dalla volontà di dare un premio a chi era stato così fortunato da trovare quella pannocchia piuttosto rara. E il giuoco può essersi sviluppato in seno alle allegre compagnie di giovani che spesso vi partecipavano. Le ricordo anch’io.
Dopo avere steso quanto sopra sono andato a consultare l’importante e ponderosa opera sul dialetto di Trasacco del compianto Quirino Lucarelli[ii] e ho avuto la sorpresa di ritrovare l’espressione anche lì: mazzòcca 'Ggialleréte. Solo che il significato dell’espressione vi diventa più generico e sfumato perchè essa ricorre fuori dal contesto della scartocciatura. Ma per essere più preciso riporto quasi l’intero brano che accompagna il lemma mazzòccaGgialleréte. «Pannocchia di Gianloreto. Il termine entra nel dialetto trasaccano come un’espressione a sè stante, oltre che per linguaggio, anche e soprattutto per il significato. Con essa ci si riferisce probabilmente ad un evento del passato che non è più reperibile nella memoria locale, ma di certo relativo ad una fatidica e metaforica “mazzòcca” che sicuramente fu una sorpresa o un’immaginazione a lungo coltivata ed alimentata da leggenda locale. E’ certo che nell’espressione vi è un imprevisto o una impensabile sorpresa rispetto alla evoluzione dei fatti da cui essa sorpresa nasce. Infatti tale espressione si inserisce unicamente nella frase: fà ‘ngórpe cumm’alla mazzocca ‘Ggialleréte (tenersi tutto dentro e poi sbottare improvvisamente a sorpresa, svelando i propri dispiaceri –l’interpretazione è mia), nel senso di qualche cosa che riserverà sorprese inimmaginabili. Quindi l’accezione più appropriata dell’espressione è pensabile che sia ‘imprevisto, sorpresa’[...] Chi poi fosse quel Gianloreto, il detto non ce ne conserva memoria. Tuttavia ai Trasaccani, sentendolo nominare, viene in mente spontaneamente un Gianloreto dal carattere piuttosto scanzonato, forse burlone, che amava le iperboli e che era fornito di immaginazione fervida. [...]». A dire il vero ci sarebbe una interpretazione un po’ diversa, e forse più rispondente al vero, della frase dialettale sopra riportata, e sarebbe questa: tenersi dentro il proprio dispiacere come avviene quando il ragazzo o la ragazza che ha trovato la famosa pannocchia va a baciare la ragazza o il ragazzo di cui noi stessi siamo segretamente innamorati. Ma il significato di mazzocca Ggialleréte resterebbe comunque sempre lo stesso.
La manciata di chilometri che separa Trasacco da Luco dei Marsi è bastata ad intorbidare le acque intorno al chiaro ed univoco significato dell’espressione nel dialetto luchese dove indica una pannocchia rossiccia. Sicchè il povero Lucarelli non ha potuto fare altro che prendere atto solo della imprevedibile sorpresa cui l’espressione allude e almanaccare, oltre che su un supposto evento nel passato di Trasacco coinvolgente una “fatidica mazzocca”, anche su un improbabile personaggio in carne ed ossa che avrebbe dato origine al detto, ma che in realtà ha la stessa inconsistenza del fantomatico Gianloreto su cui si fantasticherà, suppongo, anche a Luco. Questo esempio dimostra ancora una volta quanto siano indispensabili ed illuminanti da un lato i raffronti tra dialetti diversi, vicini e lontani, quando si tratta di definire la storia, l’etimo e il significato di parole o espressioni, e quanto sia fuorviante dall'altro cercare di agganciare la spiegazione di una parola, in base a ciò che essa espone in superficie, a caratteristiche, peculiarità, fatti, personaggi, esclusivi di questo o quel paese, di questa o quella parlata. La Lingua, a mio parere, rivela sempre, appena sotto la superficie, una profondità vertiginosa e una dimensione cosmopolita che la fa volare libera e sicura ben al di sopra e al di là delle contingenze particolari e dei limiti di un territorio municipale i quali riescono appena a scalfire i contorni delle parole e difficilmente le plasmano dal nulla specialmente per quanto attiene ai modi di dire e ai proverbi (anche se quelle scalfitture potrebbero, in condizioni favorevoli, addirittura compromettere l'equilibrio dell'intero sistema) contrariamente a quanto in genere si pensa e si sostiene, preferendo essa di gran lunga, ogni volta che può, riciclare il materiale che si trascina dietro da tempi immemorabili, come macerie di sistemi linguistici e stati sincronici tramontati. La locuzione a Trasacco evidentemente uscì fuori, come dicevo prima, dall’ambito della spannocchiatura adattandosi ad altro contesto, e questo si desume soprattutto dal fatto che essa, in tempo imprecisato, venne sostituita da quella che appare una sua traduzione bella e buona che la rende più chiara e al passo con i tempi, e cioè la mazzòcca roscia ‘pannocchia rossa’. Ecco cosa scrive infatti il Lucarelli sotto questo lemma: «Pannocchia di granturco dal colore marrone, impropriamente detta "roscia'’, ovvero "rossa" (ma io mi permetto di far notare che, se l’espressione dovesse essere ricondotta in tempi lontanissimi, probabilmente ronzava, negli orecchi di coloro che cominciarono a sostituire la frase all’altra originaria, la componente –red ‘rossa’ di cui sopra. Inoltre i colori dei chicchi possono essere diversi, anche violacei e neri. La considerazione è mia) . Colui o colei che durante lo spannocchiamento del granturco trovava tale pannocchia, se ancora giovane, aveva la facoltà di donarla ad una ragazza o ad un ragazzo, dandole o dandogli, se ne era innamorato o innamorata, un bacio. Ciò valeva anche come segno di dichiarazione d’amore se ancora non vi era un rapporto di fidanzamento. A volte era proprio tale occasione che faceva sbocciare l’amore fra i ragazzi». Credo sia opportuno, anche al fine di meglio comprendere il meccanismo della ripetizione tautologica nella formazione del lessico, di cui vado parlando nei miei articoli, elencare le diverse altre parole sarde con la componente rida' fiamma'. Esse sono: fiama-rida, fracca-rida, cadda-rida. Le ultime due voci rimandano per i primi membri rispettivamente al logudorese fiacca 'fiamma' (fracca- sarebbe variante di *flacca < *flac-ula < lat. fac-ula, diminutivo di fax 'face') e ad altre voci sarde significanti 'cavallo' e ' fiamma, vampa': cfr. il post Parole sarde del Duls. Ho dato una scorsa ad internet e, con mio sommo stupore, ho constatato che la pannocchia rossa connessa col bacio si ritrova, oltre che in località italiane, anche in Spagna, in Germania e negli USA: questa ampia diffusione a mio avviso costituisce un valido motivo per riportare l’usanza, piuttosto che all'atmosfera giocosa di giovani partecipanti alla scartocciatura, a riti sociali preistorici come quelli cosiddetti di passaggio.


[i] Cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Avezzano-Aq, Grafiche Cellini 2006, p. 91.
[ii] Cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà F-P, Avezzano-Aq, Grafiche Di Censo 2003, pp. 257-58.

venerdì 25 giugno 2010

Risposta (2^) a Dante Di Nicola sulla questione della "cuterenzìnzela" (tutte le -e- sono mute) 'cutrettola'

Un amico mi ha avvertito che nella terza pagina di Terre Marsicane, testata giornalistica presente in internet, si trovava un articolo di Dante Di Nicola, il quale a sua volta replicava ad una precedente mia risposta ad un suo articolo apparso qualche anno fa nella rivista Marsica Domani. E’ destino, evidentemente, che le nostre botte e risposte si susseguano al ritmo lento degli anni. Mi scuso pertanto se non ho risposto prima visto che forse l’articolo attendeva da molti mesi (quanti? non esiste una datazione in questi articoli proposti da Terre Marsicane).
Dico subito che è molto difficile trovare un punto d’incontro con la visione che Di Nicola ha dei fatti linguistici per incompatibilità di metodi. Egli segue un metodo quasi esclusivamente teorico-deduttivo basato su quanto la linguistica tradizionale ha elaborato, sciorinando peraltro le sue dotte conoscenze teoriche con ampi riferimenti a questo o quello studioso. Io da circa 20 anni mi vado dannando (ma con mio sommo piacere) a fare l’umile ricercatore di toponimi e indagatore di nomi in genere, avendo deliberatamente evitato di seguire i dettami (nel limite del possibile) di questa o quella scuola, dando priorità assoluta ai dati che venivo man mano raccogliendo e cercando di ricavarne, con metodo essenzialmente induttivo, conclusioni ad essi consone, quasi sempre discordanti dalle posizioni ufficiali. Una cosa tengo a sottolineare: io non presumo di avere la Verità assoluta in tasca ma penso che la mia verità possa ricevere luce oppure ombra dal confronto con le verità altrui, a seconda della sua maggiore o minore validità e dei suoi risultati. In questo non sono disposto ad accettare lezioni da parte di chicchessia, perchè è proprio il mio metodo empirico-sperimentale che è fondato su questo assunto.
Detto questo, mi accingo a dimostrare come la diversità dei due metodi tragga a conclusioni contrastanti. E scelgo come banco di prova proprio la questione, che comincia a diventare stantia, della “cutrettola, ballerina” e della “gazza” che per Di Nicola sono lo stesso uccello, mentre per me no. Inoltre la cutrettola mi pare che non gracidi o gracchi come invece fa la gazza. Se Di Nicola possiede un vocabolario Devoto-Oli potrà constatare personalmente che sotto le voci di ballerina e gazza sono disegnati i rispettivi uccelli che hanno dimensioni e colori completamente diversi: la ballerina è simile ad un passero, mentre la gazza è simile ad un corvo per grandezza. Ora, c’è da osservare che la mia sicurezza si basa in questo caso soprattutto sulla mia esperienza diretta la quale mi dice che la ciciaccòva (gazza), che da ragazzo spesso vedevo in campagna, era diversa dalla cuterenzìnzela, che vedevo in paese seppure raramente. Di Nicola, che probabilmente non conosce bene la “cutrettola, ballerina” (ma non c’è nulla di male), si fida ciecamente del fatto che il Fanfani, da lui citato, elenca, tra i molti nomi regionali della “gazza”, anche una codinzinzola, nome che egli si precipita a far coincidere con i dialettali cotazìnzera ‘gazza’ di Castellafiume-Aq e con la cuterenzìnzela ‘cutrettola, ballerina’ di Aielli-Aq, deducendone la falsa verità che queste varie denominazioni indicano lo stesso uccello (gazza). Ma, se egli avesse fatto una ricerca come la mia (non gliene faccio però alcuna colpa) di semplice raccolta di nomi, compresi talora anche gli ornitonimi, non sarebbe stato così corrivo a trarre questa deduzione, perchè glielo avrebbe impedito la constatazione che spesso, nei diversi dialetti, uno stesso termine, e quindi uno stesso ornitonimo, si riferisce a referenti diversi, a concetti diversi, ad uccelli diversi. Questo fatto, semmai, getta una grande luce sulla mia idea che i significati di fondo dei nomi sono diversi da quelli di superficie, cosa che vado dicendo da sempre e che costituisce la base della mia visione della Lingua. Nella fattispecie è il concetto sovraordinato di ‘volatile, animale’ che opera sotto i significati superficiali specializzati di “cutrettola” e “gazza”. Se si leggono i post del mio Blog di meditazioni linguistiche facilmente raggiungibile in internet scrivendovi a fianco il mio nome, se ne troveranno abbondanti esempi e si potrà, spero, capire meglio il meccanismo (chiedo scusa per la mia autocitazione, ma non potevo fare diversamente). Questo piccolo esempio dimostra a mio avviso come la ricerca e l’analisi diretta dei nomi valga spesso più di tante vistose o osannate teorie.
Sul localismo della sua visione linguistica non mi pare il caso di ritornare, dato che si capisce bene dal testo della mia prima risposta a Di Nicola ciò che con quell’espressione voglio intendere producendo esempi concreti e non generiche asserzioni di pur illustri studiosi che lasciano il tempo che trovano limitatamente ai fenomeni da me lì presi in esame. Servendomi di un esempio tratto dalla genetica, affermo che certamente non si può mettere in dubbio che ogni individuo è unico e irripetibile, ma nel contempo si deve riconoscere che esso affonda le sue radici o, meglio, è un prodotto diretto del patrimonio genetico che ci portiamo dietro da tempi immemorabili e ci lega a filo doppio con i nostri antenati più remoti i quali, altrettanto certamente, non provenivano da Castellafiume o da Aielli. Quando Di Nicola nel suo libro Storia di Castellafiume passa ad analizzare i modi di dire locali cercando di spiegarli come un prodotto caratteristico del paese, rivelatore della “psicologia” di quella popolazione, commette lo stesso errore di cui sopra perchè è cosa certa che diverse espressioni da lui citate si ritrovano in altri paesi della Marsica e probabilmente anche altrove. Basti per tutte il detto (p. 185) addò ci sta la ficora ci nasce ficoriglio ‘dove ci sta il fico ci nasce il pollone del fico’ (nel senso di tale padre tale figlio): l’espressione si ritrova anche nel dialetto aiellese e suona sotte la fìcura ce nasce u fecurìjje (tutte le –e- sono mute). Anche in questo caso emerge la diversità di impostazione tra me e Di Nicola nell’affrontare i problemi: egli tende a dimostrare la validità di nozioni apprese sui libri facendo però violenza, come mostra l’esempio precedente, sui dati dell’esperienza, mentre io mi fido solo dei riscontri e reperti raccolti sul campo i quali, quando registrano fenomeni che si ripetono con qualche regolarità, rivelano appunto quelle leggi contro cui si spuntano miseramente le armi di ogni teorizzazione, per quanto sottile e raffinata, se essa è troppo fiduciosa di se stessa e tende, magari senza avvedersene, a spiccare il volo verso le serene plaghe celesti al di sopra dei miasmi, dei pantani, della polvere, delle difficoltà, delle contraddizioni da risolvere, delle titubanze, dei ripensamenti, degli scoraggiamenti, del sudore che l’umile ricercatore deve invece giornalmente affrontare e che sono però ricompensati, se si è fortunati, dal momento esaltante di una scoperta di un meccanismo generale, di una conferma, di un consolidamento di una verità. Si ricordi Di Nicola che il nostro cervello è sì uno strumento mirabile prodotto dall’evoluzione nel corso di alcuni milioni di anni, ma che, come i più consapevoli studiosi sanno praticamente da sempre, proprio per questo è capace di trovare mille strade per ingannarci senza che ce ne accorgiamo, se appena lo lasciamo un po’ libero di procedere a suo modo senza il freno e il controllo della sperimentazione, del contatto costante e continuo con la realtà a cui commisurare le proprie intuizioni per poterne carpire i segreti. I quali sono solitamente ben protetti e nascosti, e talora anche, di primo acchito, apparentemente incredibili quando vengono scoperti, perchè non rispondenti ai parametri cui il nostro cervello è abituato, essendosi esso plasmato a contatto col nostro mondo macroscopico e superficiale.
Quanto alla questione della onomatopea non me ne voglia Di Nicola se lo invito a leggere un lungo post del mio blog, intitolato Etimo di chicchirichì ‘gheriglio della noce’ (giugno 2009) che mi libera dalla fatica di riscrivere qui quanto asserisco in quel luogo. Ma già la mia critica, nella risposta precedente, alla sua etimologia onomatopeica del termine castellitto ronzane ‘stillicidio’ dovrebbe averlo messo sull’avviso che spesso si possono prendere abbagli in materia. E, per favore, in una eventuale risposta, Di Nicola cerchi di non snocciolarmi lunghe considerazioni teoriche (che principiano e finiscono nella mente di chi le fa, come ben diceva Leonardo da Vinci) abbinate a una serie di nomi di personaggi illustri che al riguardo la pensano più o meno come lui, ma contesti le mie convinzioni, confutando con esempi concreti tratti dalla grande palestra dei dialetti e delle lingue, le mie singole osservazioni. Gli sarei infinitamente grato se riuscisse a farmi desistere, con argomenti puntuali, da quelle che possono apparire, me ne rendo conto, le mie fisime che hanno tormentato del resto anche me perchè certamente contrarie al senso comune e fortemente contrastanti con le posizioni che vanno per la maggiore. Ma questo è un destino capitato ai rivoluzionari nelle diverse discipline e pertanto potrebbe esserci qualche sia pur risicata probabilità –tutto è possibile!- che lo sia anch’io nella linguistica (mi si perdoni l’audacia) anche se, a volte, me ne stupisco io stesso, data la mia scarsa preparazione teorica e l’innata ritrosia. Starebbe comunque ad altri dimostrare che si tratta di una mia pia illusione.