sabato 1 settembre 2012

La gramola e i suoi vari nomi dialettali



Capita non tanto spesso di poter godere di una vetrina di termini relativi ad uno stesso referente come mi è successo nel sito La gramola (1) dove si elencano alcuni bei nomi dello strumento, usati un tempo nel Maceratese: macegna, macingola, inciglia, smiglia, ciàola o graciòla. I primi due è chiaro che sono varianti di macina e presuppongono forme come lat. parlato *maciniu(m), *macinula(m); il secondo pare introdurre la velare –g- quasi per impedire che il diminutivo *macìn(u)la(m) si riducesse, per dileguo della vocale –u- e conseguente assimilazione delle due consonanti venute a contatto, alla forma *macilla (cfr. viterb. macèlla ‘gramola’) , allo stesso modo in cui in napoletano si ha spingula al posto di spilla, a sua volta contrazione di originario lat. spin-ula(m) ‘piccola spina’; il terzo, inciglia, la sua etimologia ce l’ha scritta in fronte, come si dice, da un originario *incilia, parente stretto di lat. in-cile(m) ‘fosso di scarico’, ma etimologicamente ‘incisione’, in riferimento in questo caso alla natura dello strumento che taglia, dirompe canapa, lino e simili. Ugualmente semplice mi è parso l’altro termine smiglia perché avevo in mente la radice smei-, smi- ‘tagliare’ diffusa in ambito indoeuropeo, presente nel gr. smíle ‘coltellino, trincetto, roncola’ di cui avevo già parlato nel post L’italiano “bidente”[…]dell’aprile 2010. Il nome ciàola mi è stato facilissimo, perché già analizzato nel precedente post. Anche l’ultimo, graciòla, dopo avermi respinto per un bel po’, mi ha poi allargato le braccia in una donazione totale. Mi è infatti improvvisamente balenata l’idea che il termine dovesse essere un composto, perché continuava a ronzarmi negli orecchi la sillaba iniziale gra- che richiamava, guarda caso, proprio quella di gra-mola. Velocissimamente ho capito allora che l’elemento –ciòla era variante, per normale contrazione del dittongo –au-, di ciàula, ciàola (già incontrati nel precedente post nel sign. di ‘gramola’ o di ‘cornacchia, taccola, gracchio’). Il primo elemento gra- deve discendere, per metatesi e sonorizzazione della velare sorda –c-, da radice uguale o simile a quella di lat. cari-es ‘carie, corrosione, marciume’, gr. kéir-o ‘io taglio’, lat. car-men ‘pettine per cardare la lana’, lat. car-ěre ‘cardare’, sardo log. cari-are ‘calcare, frullare, gramolare, angariare, pigiare, stropicciare’(2) , log. cariu ‘calca’. Mi si chiariva così anche la genesi di it. gra-mola, considerato dall’etimo incerto (non può mancare naturalmente la solita proposta onomatopeica!) il cui secondo membro in realtà si riallaccia al lat. mola(m) ‘macina’, ma non in quanto ‘pietra’ bensì in qualità di ‘macinatore, stritolatore’. Dopo di ciò ho notato che anche l’autore  del sito web sopraindicato, citando i due ultimi nomi della gramola, scrive “ciàola o graciòla” intendendo riferirli ad un  unico tipo di gramola con due gramili, diverso da quello solito. Il gra-mile è l’elemento battente dello strumento. La componenete –mile è variante di mola che rispunta, a mio avviso, nel trasaccano milinià (3) ‘macinare’, nel gr. mýle ‘macina’ e nell’ingl. mill ‘mulino’.

 Poca attenzione è stata rivolta al termine veneto-friulano-cadorino gràmola ‘mascella, mandibola’ perché i linguisti, come al solito, lo avranno considerato un’estensione gergale di grà-mola ‘maciulla’. E non gli è baluginata nemmeno l’idea che la gergalità potrebbe, ad esempio, essere dovuta al fatto che un vocabolo, soppiantato largamente nell’uso comune da un altro (o usato in un’accezione diversa dalla solita), continua a vivere da semiclandestino assumendo per forza lo status di irregolare, diverso, strano. Gravissimo errore, secondo i miei ormai consolidati principi! In effetti questi esempi segnano inequivocabilmente il discrimine tra me e gli altri. Io so per certo, come tante volte ho rimarcato, che è un errore credere che un termine sia stato creato apposta per un referente con un valore più o meno delimitato, mentre in realtà tutti i significati pagano il loro tributo ad un significato genericissimo d’origine. I concetti di “mascella” e di “maciulla”, peraltro molto simili, dipendono, comunque, dal concetto sovraordinato di “triturazione, macerazione” a sua volta discendente da un altro di ‘punta, taglio, dente’ se non da quello primario di ‘pressione, spinta, ecc.’.

  Ora, mi sorge un forte dubbio anche sullo stesso etimo di it. macina ‘mola del mulino’ che, da tutti i linguisti, credo, viene riportato al latino machina(m), dal gr. dor. makhaná ‘macchina, strumento’. E apparentemente sembra una bella etimologia in una botte di ferro! Si ragiona dicendo che la mola, per i Latini, sarebbe stata la macchina per eccellenza, ma intanto si deve constatare che il termine macina viene ampiamente usato nei dialetti anche per la più modesta gramola che inoltre è di legno e non di pietra. Si dirà che questo è un uso estensivo della parola ma intanto continua a rodermi il pensiero che essa, la mac-ina, non sia un vagabondo maverick, ma possa far parte della grande famiglia della radice mak- di fr. maque ‘gramola, maciulla’, di lat. max-illa(m) ‘mascella’, di gr. mák-ella ‘zappa, roncola’, di sardo log. magu de rocca ‘scalpello’, nuor. mag-un-ire ‘acciaccare, pestare, ecc.’, spagn. mag-ull-ar ‘ammaccare’, spagn. mach-ar, mach-uc-ar, mach-ac-ar ‘sminuzzare, schiacciare’, it. centromeridionale macco ‘minestra di fave macinate, strage, carneficina’, it. macc-are ‘pestare, schiacciare’, it. am-macc-are (4) . Ma in fondo il problema perde, secondo me, tutta la sua importanza quando si assume che lo stesso gr. makh-aná, ionico mekh-ané ‘macchina’ trae origine da gr. mãkh-os, mẽkh-os ‘mezzo, possibilità’ (ted. Macht ‘potenza’), da un’idea di “forza”, insomma, che dovrebbe essere alla base anche di tutte le forme con la radice mak- sopra elencate col valore originario di ‘pressione, spinta’. La locuzione italiana (toscana) a macca ‘in abbondanza’ dovrebbe chiarire la questione.

 L’it. macigno non va inteso come ‘(pietra) da macina’ dall’aggettivo del lat. parlato *macineu(m) ‘di macina’, visto che la ‘gramola’ stessa, che di pietra non è fatta, viene chiamata nei dialetti macegna, macinia (a Trasacco-Aq), per estensione del significato, dirà chi difende (ma su che basi?) la pur bella e dotta derivazione tratta di peso dal termine greco di cui sopra. Un macigno è un macigno, come sostanzialmente la gramigna (dall’agg. lat. gramineam ‘di erba, erbosa’) , ad esempio, non è diversa dalla sua base lat. gramen ‘erba’. Per amore di makh-aná si può, insomma, completamente ignorare la probabilità che it. mac-ina sia legata alla radice di fr. macque ’gramola’, ad esempio? Abbiamo visto, e passiamo ad altro argomento, che per la mola si è dovuto scindere il sign. di ‘macinare’ da quello di ‘rotondità, pietra’: anche per questo termine si verifica la stessa cosa. Il fatto è che ricorre un numero abbastanza notevole di vocaboli formati da questa radice mak- e varianti che esprimono il concetto di “rotondità, pietra, bacca”(5) . Le màc-ole in toscano sono i ‘frutti del mirtillo’: la radice non è deformazione, come si crede, di quella di bàgole ‘frutti del corbezzolo’(lucchese, elbano). In ticinese mac vale ‘castagne secche, castagne’. In ungherese mag significa ‘seme, nocciolo’ mentre in russo mjač sta per ‘palla’. A Canepina-Vt maco corrisponde a vago nel significato di ‘chicco, bacca, frutto’, ma molto probabilmente qui non si tratta del frequente passaggio dalla fricativa -v- a nasale labiale –m- come pure avviene soprattutto in fonetica sintattica, cioè a dire nel punto di incontro di due parole nella catena parlata come ad esempio nell’espressione in vece che in diverse parlate diventa ’mméce. Nella stessa Canepina e altrove è presente il termine moca (moco) ‘lenticchia’ , variante a mio avviso del precedente  maco, di abr. mìcc-ulë ‘lenticchie’ nonché di it. e lat. mica ‘briciola’. Non ci inganni la piccolezza della rotondità. In francese, infatti, la radice dà luogo a due termini per così dire antagonisti per le contrapposte grandezze che esprimono: miette ’briciola’ e miche ‘pagnotta’. La mia convinzione viene confermata dal termine macco che a Tarquinia-Vt indica una pietra calcarea da costruzione.

 Passiamo ora ad analizzare il termine mangé-vala (da mangé-vola) ‘gramola’ in uso a Canepina-Vt. Di primo acchito sembrerebbe un derivato dal verbo mangiare nel senso che lo strumento sarebbe atto a corrodere, dirompere. Ma contro questa spiegazione milita non solo il fatto che finora non ho trovato altrove una simile denominazione ma soprattutto la considerazione che quelle più diffuse ruotano, come abbiamo visto, intorno alla radice di macina, che ha una discreta assonanza con la prima parte di questo nome mangè-vola. A questo punto forte è la tentazione di considerare il primo membro di mangé-vola come esito di una forma metatetica dei tipi mac(i)na, mac(ë)na, *macna, *magna, e cioè di una forma *manca, *manga con l’allineamento del termine alla numerosa serie degli aggettivi italiani in -evole. In effetti nei dialetti questo tipo di metatesi non era affatto raro, se si pensa agli abr. sénghë ‘segno, incisione’ dal lat. signu(m) ‘segno’; pénghë ‘pegno’ dal lat. pignus ‘pegno’; aiellese ranghë ‘ragno’ dal gr. arákhne ‘ragno’. I nomi dei diversi paesi chiamati San Mango vengono ricondotti al nome di questo Santo, le cui coordinate storiche sono in verità molto incerte, tranne per il nome vero del Santo, Magnus (Grande), che quindi certificherebbe l’intervenuta metatesi del nesso consonantico –gn-. Se tutto ciò è vero sarebbe dimostrata di conseguenza la molto probabile derivazione della prima parte della voce mangé-vola da un precedente *macna, *magna, allotropi di mácina. Non solo, ma si aprirebbe la possibilità di riportare ad essa anche il dialettale e molto diffuso magnà ‘mangiare’ che mi pare impossibile trarre foneticamente dal fr. manger ‘mangiare’. Quest’ultimo verbo mangiare lo si riconduce a forme come lat. manduc-are ‘mangiare’ o come le varie voci sarde quali mandicare ‘mangiare’, maniare ‘mangiare’ che per il vero potrebbero arrogarsi il diritto anch’esse di aver dato i natali a magnà. Nei dialetti abruzzesi sta di fatto, comunque, l’oscillazione tra le forme macìnia, macigna, macégna, macìnola e mangìllë, mangìjjë, mangìnëlë, mangìnnëlë per ‘gramola’.

 Il secondo elemento –vola di mangè-vola non è un semplice suffisso, a mio avviso, ma un membro tautologico che si ritrova ad esempio in lat. dia-bolu(m) che è all’origine di ciàula ‘gramola’, come abbiamo visto. Ma esso fa bella mostra di sé anche nello stesso lat. mandi-bula(m) ‘mandibola’ sempre con funzione tautologica rispetto al primo membro della famiglia di lat. mand-ere ‘mordere, masticare, mangiare’. Non è un caso se l’it. bolo ‘piccola massa di cibo masticato’ dal tardo lat. bōlu(m) ‘grossa pillola’ assomiglia al secondo membro, anche se ne diverge per la vocale –o- lunga che lo lega al gr. bōl-os ’zolla, palla di terra’. A questo punto molti sarebbero i suoi agganci, col valore di ‘rotondità’, a voci come fr. boule ‘palla’, ingl. ball ‘palla’, ecc. Infinite sono le vie battute dalle parole come quelle del Signore!

(Per chi fosse interessato comunico che ho aggiunto osservazioni di notevole peso linguistico alla fine del post Commento di un articolo di Riccardo Regis del novembre 2009.  Esse riguardano il significato del noto vocabolo dialettale crisòmmela 'albicocca')




(1) Cfr. sito web http://www.latela.net/museo/corridoio-degli-strumenti/25-la-gramola.htm

(2) Il tipo di sorbetto chiamato nel meridione cremolato e al centronord gramolata non va spiegato con la parola crema perché esso è composto di ghiaccio triturato (v. vocab. Devoto-Oli), frullato evidentemente con frutta ed altri ingredienti. Secondo me è l’idea di “frullato” che prevale. La radice car- è presente ampliata nella voce dialettale centromeridionale car-us-are ‘tagliare a zero i capelli, tosare (pecore)’ e in car-ul-à ‘tarlare’ voce del dialetto di Gallicchio-Pz.

(3) Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, sub voce.

(4) Il verbo ammajjà dei nostri dialetti, che ad Aielli indicava il continuo masticare a vuoto che le asine facevano quando, così si diceva, andavano in calore, dovrebbe far parte di questa lunga serie. A Trasacco (v. Biabbà di Q. Lucarelli) la voce indicava proprio il ‘mordere’ dell’asino, di certi asini che avevano questo vizio abbastanza pericoloso per l’uomo. Come l’it. maglia presume il lat. macula(m) ‘macchia’ e ‘maglia di una rete’, così ammajjà deve presupporre una forma *mac(u)l-are ma con il significato di ‘mordere’, appunto, consono a quello della radice mak- di cui si parla. Lo stesso etimo si riscontra nelle voci abr. majà ‘castrare’ (v. vocab. di D. Bielli), trasaccano majjà ‘castrare’ e abr. ammajà, ammajecà ‘biascicare’. Secondo me il significato, prima generico, di ammajjà finisce con rimanere legato all’asino perché nei dialetti circolava un nome per ‘asino, mulo’ con radice simile, come siciliano màcciu ‘mulo’, sardo campid. macc-iòni ‘mulo’, versiliese miccio ‘asino’, spagn. macho ‘mulo’. Del resto il sardo nuorese màcula vale sia ‘macchia’ sia ‘tacca’, cioè ‘incisione’ e non credo che questo significato sia un derivato del precedente. Il lat. maiale(m) ‘maiale’ avrà risentito della voce suddetta per ‘castrare’ se alla dea  Maia bisognava sacrificare un porco castrato. A questo punto anche l’italiano macello e derivati credo che usino la stessa radice, anche se in latino ha prevalso il significato particolare di gr. mákell-on ‘mercato di carne e viveri’.

 (5) La voce magh-ina ‘covone’ del sardo logudorese, rinvia al lat. *machina(m) ‘macina’ non perché chi inventò, per così dire, quel termine pensasse alla macinatura delle spighe, ma più naturalmente perché esse costituivano un bel ‘mazzetto’, e pertanto rientravano nel concetto di "mucchio, massa, masso, raccolta", concetto omologo a quello di "macina" in quanto rotondità e a quello di gr. mákell-on ‘recinto’.

 (6) Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese , Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004, sub voce.

domenica 5 agosto 2012

Il paese di Gioia dei Marsi. Il suo vero etimo. Il diavolo ci ha messo la coda.


                                                               

Da quando abbiamo fatto conoscenza nel precedente post, il diavolo non vuole staccarsi da me che pure lo tengo, guardingo, a debita distanza. Egli in verità, pur sentendosi un po’ offeso, non ha intenzione di farmi del male perché sa che, nonostante io sia in fondo un povero diavolo come lui, tengo molto alla mia indipendenza di solitario che è diventata, ormai alle soglie dei 70, una mia esigenza vitale.  E ad essa non rinuncio, pena la mia tranquillità, per quanto avara, e la mia stessa vita.  Egli è prodigo di attenzioni nei miei riguardi e mi ha messo a parte di molti dei suoi meravigliosi segreti ma ha capito che le mie decisioni sono irremovibili e pertanto non insiste, da logico sopraffino quale sempre è stato, con atteggiamenti collerici o sfide bibliche,  a tirarmi dalla sua.  Comincio a pensare che proprio la mia indifferenza inattaccabile lo abbia conquistato e ora si lascia andare persino a sorridermi, senza secondi fini, scodinzolandomi vicino o cercando di accoccolarsi nei paraggi, socchiudendo gli occhi, come a voler finalmente riposare dopo la lunga vita da disperato e reietto.  Io, dico la verità, dovrei venerarlo con devozione per il resto della mia vita (se non sussistessero le condizioni irrinunciabili di cui ho parlato) dovendolo molto ringraziare della condivisione dei suoi stupendi segreti, anche se si trattasse solo di questo che sto rivelando prima degli altri.

 

Secondo il più volte ricordato Vocabolario Abruzzese del Bielli  i termini ciàvele, ciàvule, ciàule (tutte le –e- sono mute) significano ‘gramola’ cioè quell’attrezzo di legno chiamato anche maciùlla con cui ricordo che negli anni lontani della mia fanciullezza le donne dirompevano ancora la canapa per ricavarne le fibre utili alla filatura.  E’ curioso che le tre varianti con cui viene indicato il congegno corrispondano a quelle con cui in tutto il Centro-meridione, ma anche in zone del Settentrione, si designa un uccello o, meglio, vari tipi di uccelli simili, come la ‘cornacchia’, la ‘taccola’, il ‘gracchio’, ecc.  Ora, si dà il caso che, col termine devil ‘diavolo’ si indichino in inglese[1] vari tipi di macchine o strumenti atti a lacerare, dirompere o macinare qualcosa come legno, lana, ecc. sicchè non mi sembra affatto azzardato richiamare uno dei significati di gr. dia-bállo ‘disunisco, separo’ che potrebbe spiegare l’origine della parola unitamente agli elementi appuntiti, taglienti, affilati di cui queste macchine debbono essere dotate e che, come abbiamo visto nel post precedente, sono caratteristici di alcuni strumenti col nome di diavolo.  Ciò assodato mi sembra di conseguenza abbastanza credibile che la voce ciàvele ‘gramola’ di cui sopra provenga da un originario *dia-volo o *dia-vola (o il tià-ulë di certe parlate) come del resto l’italiano giorno deriva da lat. diurnu(m) ‘diurno’.   Ma, secondo me, è cosa di notevole peso linguistico il dover constatare che anche l’uccello ciàvëla, ciàula, nome per il quale i linguisti sanno al massimo indicare un’origine onomatopeica, sfrutta la stessa radice di diavolo, in uno dei suoi significati originari (come più sotto vedremo), cioè quello di ‘soffio, spirito, vento’ che poteva servire a designare qualsiasi animale, cioè etimologicamente un ‘essere che respira e vive’.  Anche un pesce è chiamato in alcuni dialetti ciàula (più comun. menola), della classe degli Attinotterigi a cui del resto appartiene la maggior parte dei pesci: il nome scientifico fa riferimento alla caratteristica comune costituita dalle pinne sostenute da raggi  (gr. aktís, inos ‘raggio’).  Anche il nome scientifico della famiglia dei centr-acantidi (gr. kéntron ‘pungolo, pungiglione’ e gr. ákantha ‘spina’) cui appartiene la ciaula non lascia dubbi sulla sua caratteristica principale.  Ma si badi bene, all’origine il suo nome dialettale indicava l’ ‘animale, essere vivente’ incrociatosi evidentemente anch’esso col significato di ‘raggio’ che, come abbiamo visto nel precedente post, la radice dia-bolos  poteva avere. L’ingl. devil-fish ‘polipo’ lett. ‘pesce-diavolo’ conferma secondo me l’incrocio con l’idea di “tentacolo”, una sorta di raggio.  Il significato di ‘manta’ nell’inglese americano credo provenga dalle due caratteristiche protuberanze anteriori della manta, chiamata in italiano anche diavolo del mare.  La manta nell’immaginario collettivo di alcune popolazioni rappresenta un essere mostruoso e maligno, pur essendo in realtà innocua.   Queste credenze sono originate dai nomi che, tra i tanti che potevano indicare queste creature, arrivano più facilmente fino a noi perché rispondenti anche a quel qualcosa di negativo suscitato dalla forma un po’ paurosa di questi esseri.

 

Chiarite queste cose, mi si è aperta una via maestra che mi ha portato alla definizione dell’etimo del nostro paese di Gioia dei Marsi, ad esempio, quando ho scoperto che nel Salento le giole o ciole non sono altro che le più note ciàule, con normalissima riduzione ad –o- del dittongo –au-.  Con questa forma giola ‘cornacchia, taccola, gracchio’ siamo, senza che ce ne accorgiamo, ad un passo dalla forma gioia per la quale manca solo la palatalizzazione della liquida –l- così diffusa nei nostri dialetti: cf. luchese jupe[2] da lat. lupu(m) ‘lupo’, aiellese jjojje da lat. loliu(m) ‘loglio’, trasaccano ciàvia ‘ciavola, ghiandaia’[3] e lo stesso luchese dïàveje [4]‘diavolo’. A volte bastano due o tre passaggi fonetici, specialmente quando un nuovo termine interviene a coprire il vecchio,  a stravolgere completamente la fisionomia di una parola che ci diventa così una perfetta estranea. Chi potrebbe mai supporre, infatti, senza le precedenti osservazioni, che la voce dialettale giola ‘cornacchia’  non sia altro che un’originaria *diabola ?  Mai nessuno in effetti in passato si è nemmeno lontanamente sognato di porre in rapporto il nome del paese di Gioia dei Marsi (Vecchia) con il vicinissimo Passo del Diavolo[5], nome rimasto intatto fin dalle origini, sottratto alle vicende linguistiche proprie della parlata del relativo nucleo abitato probabilmente perché, come valico montano finì inavvertitamente sotto una sorta di tutela linguistica ufficiale da parte di tutte le parlate delle comunità della Marsica, distanziandosi così sempre di più dal nome del centro abitato inizialmente omofono ma finito tra gli ingranaggi deformanti della pronuncia locale.  Chi potrebbe in effetti di primo acchito indovinare, ad esempio, che la città di Ivrea era la romana Eporedia? Nel post Perché gli abitanti di Gioia dei Marsi erano chiamati […] supponevo che la forma più attendibile per l’etimo di Gioia dovesse coincidere con lat. iugu(m) ‘giogo, passo montano’ ma, benchè una forma Iuge risulti in qualche documento, bisogna tuttavia considerarla una rietimologizzazione delle forme medievali più attestate joja, joje, joya.  Resta comunque valido, in base a questa possibile rietimologizzazione, quanto lì asserisco sul nomignolo pesavéndë appioppato ai Gioiesi.

 

Va da sé che Passo del Dia-volo è una espressione tautologica in cui Dia-volo (probabilmente il più antico nome del passo) indica appunto il passaggio montano, dalla radice di gr. dia-báll-ein ‘passare attraverso, ecc.’.  Nella Marsica esiste qualche altro passo meno noto dallo stesso nome, come mi diceva un alunno di Villavallelunga-Aq, per averlo saputo dal padre.

  

La radice onomatopeica suggerita dai linguisti per la ciàula non può soddisfarmi, non solo perché sono convinto, come ho cercato di spiegare in altro post, dell’insussistenza del fenomeno onomatopeico per quanto riguarda l’origine del linguaggio, fenomeno che considero piuttosto una facile e comoda scappatoia per le spuntate armi degli studiosi e non una solida realtà[6] operante nella lingua, ma anche e soprattutto perché i signori linguisti, in questo caso specifico, dovrebbero trovare il modo di spiegarmi perché nel vocabolario abruzzese del Bielli ciavul-arelle significa ‘farfalla, farfallina’ e ciavul-étte significa ‘farfalla diurna’: che io sappia le farfalle sono troppo leggere, aeree e soprattutto silenziose per poter sopportare una motivazione onomatopeica (che parola riempi-bocca!) per questo loro nome coincidente con quello delle chiassose ciàvule dallo sgraziato crah.  Questo fatto, piuttosto, conferma la mia supposizione espressa nel post precedente che gr. diábolos significasse, in qualche parlata, anche ‘spirito, essere vivente’ come il gr. psykhé ‘spirito, soffio, anima, farfalla’ e il sardo logud. ispiritu ‘farfalla’.  Nel dialetto pugliese di Corato-Ba la ciàula, non ancora specializzatasi, indica infatti un ‘uccello in genere’[7].  E, a mio modesto parere, è anche pressochè impossibile che questi diversi significati della voce ciàula provengano da diverse radici originarie.  Il fatto, poi, che a Palmoli-Ch la voce ciàvela significa ‘cicala’  non inficia minimamente il mio discorso sull’onomatopea, anzi, lo rafforza.  Tra i diversi animali che la parola indica è comprensibile che possa ritrovarsi anche la cicala che ha abitudini canterine, anche se con tutt’altro suono rispetto alla ciaula, e per questo può farci erroneamente credere che il significato d’origine della parola fosse quello onomatopeico di ‘sonorità’.  Ma a parte la considerazione che la parola indica anche le farfalle che canterine non sono,  io sono convinto che questa ‘sonorità’ sia in effetti solo uno dei tanti aspetti che la radice assume in virtù del suo significato sovraordinato di ‘animalità’.  In altri termini a me sembra che il concetto di sonorità  rientri in quello di animalità e che sia in fondo fuorviante riportare i dialettali ciaulà, ciavëlà, ciavëlià ‘ciarlare, cicalare’  al nome dial. ciaula, ciavëla ‘cornacchia, ecc.’.  Che dietro simili termini operi, con questo significato di ‘sonorità’ non attestato in greco, la radice di gr. dia-bállo ‘gettare tra’  me lo fa pensare la voce abr. ciavajjà ‘balbettare’ (v. vocab. del Bielli) che deve aver significato, agli inizi, un ‘essere incastrato’ (gr. dia-bàll-esthai ‘essere incastrato, messo in mezzo’) o un ‘urtare contro, inciampare’, significato che può rientrare nella sfera semantica del verbo.

 

Tutto il precedente ragionamento viene confermato definitivamente, almeno spero, dall’etimo del siciliano ciàuru, sciàuru ‘odore buono’, calabrese sciàuru ‘odore, lieve sentore’, campano sciàuro ‘alito, fiato, odore pesante, fetore’.  Tutti i linguisti, compreso il grande Gerhard Rohlfs[8],  propongono una derivazione del termine da una supposta (legittimamente, per carità!) forma *fragrum, dal verbo lat. fragr-are ‘mandare odore’, mutata in *flagrum, altra forma supposta, anche se legittimamente, del latino parlato dove esisteva il verbo flagrare ‘odorare’[9].  Da quest’ultima si sarebbe avuto il siciliano ciàuru secondo il normale trattamento del nesso consonantico fl-  che ha dato, ad esempio, il sicil. ciùri, sciùri dal lat. flores ‘fiori’.   Ora, io credo che si possa rintracciare un etimo della parola meno soggetto a supposizioni.  Manco a farlo apposta esso, anche qui, coincide con quello del nostro dia-volo, nella fattispecie nel significato sopra supposto di ‘spirito, soffio’ e quindi di ‘odore, puzza’ (non per nulla il diavolo, nella tradizione popolare, viene spesso accompagnato dallo sgradevole odore di zolfo, segno della sua presenza). In questo caso la liquida laterale –l-  dell’ultima sillaba viene scambiata, come spesso avviene, con la liquida  vibrante –r- [10]. Abbiamo visto sopra come la parte iniziale del termine dià-volo abbia dato cià-  in cià-vola, ad esempio, parola presente in Sicilia con sue varianti.  Nel dialetto del paese di Girifalco-Cz, in Calabria, si incontra il termine àcciavulu ‘diavolo’, con lo strano accento sulla prima sillaba[11], accanto ad acciàvula ‘taccola, gracchio’.   L’estensore del vocabolarietto fruibile in rete si affretta a notare che àcciaulu corrisponderebbe ad ‘arcidiavolo’[12] in barba a due considerazioni: 1- esistono altri termini in quel vocabolarietto che presentano l’arci- ben distinto ed intatto; 2- spesso i nomi di animaletti, e non solo, vengono in quella parlata fatti precedere da una a-  prostetica rafforzativa, come in agghìru ‘ghiro’,  agrancu ‘granchio’, agrìddu ‘grillo’.  Nulla ci vieta, quindi, di considerare àcciavulu ‘diavolo’ una forma rafforzata del semplice *ciàvulu non attestato, con spostamento dell’accento sulla prima sillaba, come avviene per acciàvula ‘specie di cornacchia, taccola’ rispetto alla forma ciàvula, più diffusa e più semplice. La probabile presenza del diavolo nella parola ciàuru ‘odore, fiato’ viene ulteriormente riconfermata dal riapparire dello stesso, anche se con significato diverso, nella parola simile ciaur(r)-ina che apparentemente non sembra averci a che fare. La ciaurrina è una caramella a base di miele stirata in forma di bastoncini, e preparata tradizionalmente soprattutto a Barcellona Pozzo di Gotto-Me in occasione della festa di San Sebastiano del 20 gennaio[13].  In provincia di Cosenza la ciaurrina  indica i bastoncini della liquirizia. I bastoncini in realtà non sono altro che le frecce con cui, secondo la tradizione, venne martirizzato san Sebastiano legato ad un palo sul Palatino e precisamente sui gradus Helagabali, probabilmente i gradini di un tempio di Eliogabalo, divinità del Sole introdotta a Roma non molti decenni prima del presunto martirio del Santo, dall’imperatore Eliogabalo. In questo caso frecce e palo non possono che rinviare ad un’unica idea di ‘punta, lancia, raggio’ che poteva essere espressa, come abbiamo visto nel post precedente,  anche dai monumenti megalitici della preistoria presenti in Inghilterra e chiamati Devil’s Arrows ‘Frecce del Diavolo’ o Devil’s Bolts ‘Dardi del Diavolo’, vere e proprie aste di pietra infisse nel terreno e svettanti verso il cielo.  Quasi sicuramente, quindi, non si sbaglia se si afferma che san Sebastiano doveva essere il nome di una divinità solare di origini antichissime.  Il termine ciaurr-ina si presta benissimo, in base a quanto osservato foneticamente in precedenza, ad essere spiegato come derivante da un’originario *diabol-ina, *diaul-ina.

 

 E’ probabile, quindi, che anche il fr. javel-ot ‘giavellotto, dardo’ derivi da un antenato comune rispetto alle espressioni inglesi per le ‘frecce (o dardi) del diavolo’ sopra citate.  Naturalmente il nome diable ‘diavolo’ portato dal  Cristianesimo è successivo all’altro già esistente evidentemente da molto prima nel lessico francese e fatto derivare (erroneamente, a mio avviso) da una base gallica *gabalo, presente anche nel lat. gabal-u(m) ‘forca, croce’, e nel ted. Gabel ‘forchetta’.

 

 Last but not least è il caso del trovamento archeologico noto come Gambe del Diavolo, parte inferiore di una stele dal cui fondo risaltano due gambe a clava dall’inguine in giù. Il reperto è conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Chieti e proviene da Collelongo-Aq nella Marsica, dove si trovava inserito in una vecchia muraglia da tempi remotissimi[14]. La sua datazione è incerta ma la stilizzazione delle gambe lo avvicina al famoso Guerriero di Capestrano (VI sec. a.C.). Ora, a me sembra che qui la voce diavolo potrebbe ripetere tautologicamente, come al solito, lo stesso concetto di “gamba”, ma la singolarità della denominazione che poteva anche alludere all’intero manufatto e non soltanto alla sua parte restante (le gambe), mi spinge a credere che la parola diavolo indicasse nel dialetto italico corrispondente, l’intero manufatto, cioè una stele, concetto coincidente con quello di ‘punta, colonna, statua, palo, ecc.’ del resto simile a quello di ‘gamba’: a Sover-Tn ciavela in effetti significa ‘gamba’ e ciaola vale ‘cornacchia, gracchio’. Voglio sottolineare, anche se può sembrare superfluo, che queste tradizioni, le quali possono arrivare anche dalla più lontana preistoria, sono veramente impagabili soprattutto sotto il profilo linguistico.

Passo ora ad analizzare alcuni Diavoli (tra i tanti) della toponomastica che ritengo di particolare interesse.  Non si può tacere del Ciolo, insenatura profonda della costa del Salento, nel comune di Gagliano del Capo, vicino a Santa Maria di Leuca.  Come al solito il nome Ciolo viene messo in relazione con le giole o ciole ‘gazze, cornacchie’  “che un tempo vi si rifugiavano e nidificavano” ma noi, che ormai possiamo dire di saperne una più del diavolo in questo campo,  ce la ridiamo a crepapelle soprattutto quando riflettiamo  che, sempre nella costa del Salento e non molto lontano dall’insenatura del Ciolo, si incontra una Grotta del Diavolo, cioè, a suo modo, un’altra insenatura, passaggio o cavità.

 

E’ semplicemente fantastico, poi, il gioco di nomi e toponimi che interessa il paese di San Pellegrino in Alpe-Lu situato in uno dei versanti dell’ Alpe di San Pellegrino nell’appennino tosco-emiliano presso il cui crinale esiste il cosiddetto Giro del Diavolo, un percorso circolare intorno ad un campo dove ogni anno, soprattutto in passato, schiere di penitenti andavano a deporre sassi più o meno grandi, portati sulle spalle dal paese che si trova più in basso, formandone così dei mucchi. Mi pare chiaro che inizialmente il termine diavolo dovesse qui indicare il valico che metteva in comunicazione la zona toscana della Garfagnana con quella della provincia di Modena e della Pianura Padana.  Anche il nome del paese di San Pellegrino non fa che riprodurre, a mio avviso, il significato che abbiamo dato anche in questo caso al diavolo[15]. Dietro di esso opera infatti la radice del lat. per-egrinu(m) ‘straniero’, lat. per-egr-in-are ‘viaggiare all’estero, peregrinare’, lat. per-agr-are ‘percorrere, penetrare’, tutti in fondo legati a lat. per-ag-ere ‘trafiggere, trapassare, spingere, perseguitare, compiere’ col quale siamo tornati ad uno dei significati di gr. dia-bállo ‘trafiggo, trapasso’.   Sulla sommità dell’Alpe, dove il Santo sarebbe stato tentato più volte dal diavolo, si trova anche una piccola cappella a lui dedicata.  Ma la cosa veramente stupenda è rappresentata dal racconto della tradizione secondo cui un bel giorno il Santo, adirato contro il maligno che non desisteva dal tentarlo, gli affibbiò un schiaffo (o un calcio, secondo altra versione) che lo fece girare per tre volte su se stesso e addirittura lo scaraventò verso le abbastanza lontane Alpi Apuane dove il diavolo perforò la parete rocciosa e lasciò quindi il buco del Monte Forato, un arco naturale di grandi proporzioni, visibile in lontananza. Potenza immaginifica delle parole (non della mente dell’uomo che in questi casi non fa che registrarne i vari significati, diversi di epoca in epoca, i quali finiscono col diventare i veri alimentatori dei racconti mitici della tradizione) ! Ora, non si può negare che un buco è legato all’idea di passaggio, passo espressa dalla parola diá-bolos, ma, se ci si riflette, un buco è anche una ‘rotondità (più o meno regolare)’, idea che sta alla base dell’espressione Giro del Diavolo nonché, miei cari lettori, del concetto di “masso, pietra” [16] riaffiorante come un’ossessione nelle pietre che i penitenti, simili ai superbi del Purgatorio dantesco, portano sulle spalle. Nel Valdarno Superiore i Pani del Diavolo designano tipi particolari di pietre; la Murata del Diavolo indica resti di mura ciclopiche a Canzatessa-Aq. Almeno un’eco di questo gioco sottile diavolo/pietra si può scorgere, a mio parere, anche nell’episodio evangelico del ritiro di Gesù nel deserto, lì dove egli viene invitato dal diavolo a mutare in pani le pietre per dimostrare di essere veramente figlio di Dio[17]. In questi casi la parola dia-volo si avvicina al gr. para-bolélinea obliqua, sinuosità, giravolta’ e certamente si confronta con l’it. diavoletto ‘bigodino’, aggeggio di forma cilindrica per arricciare capelli.  Gli inglesi devil’s bones ‘dadi’, lett. ‘ossi del diavolo’, ribadiscono ancora, con devil ‘diavolo’, la loro natura di ‘pietruzze, cubetti, pedine’.

 

Il diavolo, in questo significato, naturalmente ha valicato anche le Alpi dando origine, in Austria e in Germania, ai vari Teufels-mühlen ‘Mulini (-mühlen) del Diavolo (Teufel-)’, località dove esistevano nel lontano passato, o esistono ancora, mulini con la macina, pietra rotondeggiante.  Talvolta il mulino non c’era mai stato se non nell’immaginazione della gente del luogo, ma c’erano e ci sono solo pietre particolari entrate naturalmente in leggende il cui protagonista è il diavolo[18].  Mi ha colpito l’esclamazione gioia mé! ‘poverino! poverina!’ riportata nel vocab. del Bielli la quale significa il contrario di quello che afferma in superficie (gioia mia!): per antifrasi! diranno quelli che se ne intendono, ma io vi scorgo sotto la presenza del diavolo e intendo come ‘povero diavolo!’ con l’aggiunta di quel ‘mio’ che serve ad infondere all’espressione quel tanto di partecipazione affettiva che la caratterizza.

Considerate tutte le meraviglie precedenti e quelle ancora da scovare nella toponomastica sotto il suo nome, mi toccherà, nonostante i propositi, di innalzare un degno altare anche al Diavolo!

 

 

Ps.  Oggi, 13 agosto 2012 il signor Vincenzo Giampà, autore del vocabolarietto del dialetto di Girifalco-Cz, mi ha mandato una email in cui spiega gentilmente che la forma ácciavulu ‘diavolo’ con l’accento sulla prima in realtà è errata, essendo giusta quella piana acciàvulu con la variante femminile acciàvula dalla stesso significato.

 

 

                                             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Cfr. vocab. Miriam-Webster s. v. devil.

[2] Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq 2006, p. 96.

[3]  Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, p. 497.   In area piemontese si incontrano gli ornitonimi Cioja, Gioja d’ montagna, Gioja dal bech giaun (Cuneo), Gioia dal bech rous (Cuneo) per varie specie di “gracchio”.

[4] Cfr. G. Proia, cit. p.79.

[5]  Cade così, a mio avviso, il tentativo, per quanto dotto, di far risalire il toponimo Gioia, abbastanza diffuso nel Meridione (Gioia Sannitica, Gioia del Colle-Ba),  ad una forma aggettivale latina Iovia di origine italica, attributo di  località (arx, urbs) consacrata a Giove.  Supposizione validissima ma che andrebbe, di volta in volta, sostanziata con concreti riferimenti archeologici (cfr. Aa. Vv. Dizionario di toponomastica, UTET, Torino 1997, s.v. Gioia del Colle).

[6] Cfr. nel mio blog il post Etimo di chicchirichì ‘gheriglio della noce’ del giugno 2009, sull’onomatopea.

[7]  E’ interessante far notare che nel dialetto di Corato ciàula significa anche ‘membro virile’.  Questo significato però non deriva dall’altro di ‘uccello’ per via metaforica, ma dal valore di ‘punta, chiodo, ecc.’ spesso assunto dal termine diavolo, come si è visto nel precedente post.  Pertanto inviterei gli studiosi a trovare un altro rapporto, che non sia quello metaforico, anche tra i due significati di ‘volatile’ e ‘membro virile’ per l’it. uccello.

[8] Cfr. G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria (con repertorio italo-calabro), Longo, Ravenna 1977.

[9]  Nel latino medievale è attestato solo il verbo flagrare per fragrare ‘odorare’:  cfr. Ch. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis presente in rete.

[10] Cfr. la forma tiàvere al posto di tiàvele ‘diavolo’ in Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z , Grafiche Di Censo, Avezzano 2003, p. 510.

[11] La stranezza dell’accento di ácciavulu rispetto ad acciàvula potrebbe essere dovuta al fatto che i due termini, venuti a trovarsi nel bel mezzo di un sistema di accentazione di tipo greco,  furono considerati nomi provenienti  l’uno da un aggettivo proparossitono maschile e l’altro dalla corrispettiva forma parossitona femminile con spostamento dell’accento (che prima doveva in realtà già insistere sulla penultina dei due sostantivi originari acciáulu, acciáula) sulla penultima nella forma femminile, come avviene, ad esempio, nel gr. népios ‘puerile, di tenera età’ che al femminile diventa nepía.  In questo caso la particella rafforzativa prostetica a- doveva essere già presente al momento dello spostamento dell’accento. Mi azzardo a ipotizzare forme dialettali come *á-tjavlos, *a-tjávla all’origine di questi termini.

[12] E’ vero che nel dialetto di Girifalco è presente anche la voce arcissimu ‘grande diavolo’ ma anche ‘sommo, altissimo, principale’ che pare quindi derivare dal gr. árkhos ‘capo, duce’  e che riconferma, a mio avviso, la tendenza del dialetto a mantenere ben distinte queste forme inizianti per arci-.

[13]  Il dolce è quindi caratteristico della tradizione religiosa di diversi paesi della Sicilia, prima di diventare una leccornia venduta  nei mercati e nelle fiere come desumo da: Cortelazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino 1998, s. v. cia(v)urrìnaLa Marcato, fuorviata dal termine ciavarra ‘beverone di crusca che si dà agli animali’ e dalla semipresunta poca igiene dei rivenditori di ciaurrina, che viene comprata soprattutto dai ragazzi, pone la parola ciavarra all’origine di ciaurrina, non tenendo in alcun conto l’importante relazione del termine con la tradizione religiosa, come ci ricorda ancora una volta la voce ciaur(r)uni citata dalla Marcato, una pertica con un chiodo all’estremità, con cui si lavora la pasta della ciaurrina. I due termini sottolineati ci riconducono con forza nel mondo delle ‘frecce, pali, punte’ che hanno una parte fondamentale nella saga di san Sebastiano di cui parlo subito di seguito nel testo. 

[14] Cfr. Aa. Vv., Popoli e Civiltà dell’Italia Antica, vol.V, Biblioteca di Storia Patria, Roma 1980, p.80.

[15]  Ecco perché, nella leggenda popolare cui abbiamo accennato nell’articolo precedente a proposito dell’espressione piemontese l diàu di pe dré (il diavolo Dite Padre),  il diavolo se ne va in giro come un pellegrino! Si tratta in effetti di due sinonimi, ma probabilmente di due lingue diverse succedutesi nel territorio!

[16] Cfr. il mio post I Ciclopi e il concetto di rotondità del giugno 2009.

[17] Cfr. Mt. 4,3.

[18] Cfr. il noto Grosse Teufelsmühle ‘Grande Mulino del Diavolo’, catena dello Harz (lat. Hercynia silva), Germania settentrionale.  E’ utile in questo caso riflettere che l’etimo di lat. mola(m) ‘macina’, gr. mýle ‘macina’, ecc. non deve essere ricondotto alla radice del verbo lat. mol-ere ‘macinare, triturare’ con cui si incrocia e che è ben rappresentata, con molteplici forme, nell’area indoeuropea, ma deve essere messo in rapporto con una radice per ‘massa, pietra’ come viene, ad esempio, suggerito dallo stesso gr. mýlos ‘mola, macina’ ma anche ‘pietra’ e da gr. trókh-malos ‘ciottolo,sasso’ composto tautologico.  Il primo membro trókh-, benchè incrociato con gr. trékho ‘corro’ con cui viene messo in rapporto, doveva comunque distaccarsene se gr. trokh-ós significa ‘ruota, disco, cerchio, borchia, pillola’, cioè una rotondità, comprese le pietre, come nel composto tautologico gr. oloí-trokh-os ‘macigno, masso’ il cui primo membro ci riporta alla radice del lat. volv-ere ‘volgere, girare, rotolare’, gr. (v)eilý-o ‘avvolgo’ e ci riavvicina anche al 2° membro dell’indimenticabile diá-bol-os  nel sign. di ‘pietra, macigno’. Ma, al di là di queste calzanti corrispondenze nella lingua greca, la parola che secondo me taglia la testa al toro è il marsicano trócchjë ‘tarchiato, tozzo, grassoccio’ confrontabile, ma non necessariamente derivabile, col gr. trokh(a)lós ‘rapido, veloce’ ma anche ‘rotondo’. Nel vocab. del Bielli si incontra il lemma truccul-òne ‘tombolotto, persona bassa e fatticcia; donna grossa e lenta nell’operare’.  Gli stessi lat. mola(m) ‘mola, macina’ e gr. mýle ‘mola, macina, rotula del ginocchio, denti molari’ indicano anche una massa carnosa che si forma nell’utero in caso di degenerazione del feto.   Per il principio tautologico un composto come il ted. Mühl-stein (ingl. mill-stone)‘macina, mola’, letter. ‘pietra di mulino’ deve per forza attingere al significato più generico di ‘pietra’ in ambo i membri.  Del resto il lat. mole(m) ‘mole, massa, scoglio’ e il fr. moell-on ‘pietra da costruzione’ stanno  lì a  convalidare il mio ragionamento.  Per moellon attenti a non lasciarsi ingannare da un etimo come (pietra) morbida, molle: si scivolerebbe nell’errore di credere che il termine sia stato creato apposta per quel tipo di pietra, che pure esiste, quando esso era invece già bell’e pronto per la bisogna, ma con un suo significato generico. Allo stesso modo io non credo che l’it. moll-ica sia un derivato diretto del lat. molle(m)’molle’(con cui si è certamente incrociato), ma del citato lat. mole(m), da cui anche it. mole-cola. Il termine antiquato mola per ‘dente molare’ quasi sicuramente doveva essere in precedenza termine generico per ‘dente, punta’ prima di specializzarsi come ‘(dente) trituratore’. Possono chiarire la questione i significati di ingl. mull ‘capo, promontorio, macinare, rimuginare’ nonché l’agg. gr. myl-ikós ‘di mola’ ma anche ‘per i denti’ e non ‘per i molari’, se si tratta di rimedio .  Può sembrare strano (ma quelli che mi seguono sanno che non è così), che per me la prova più valida per sostenere l’equivalenza ciauru=diavolo è rappresentata dall’espressione siciliana muluni ri ciauru’melone’, lett. ‘cocomero di profumo’.  Questa locuzione può sembrare perfetta perché descrive con precisione quasi da vocabolario il ‘melone’ solitamente caratterizzato, quando è ben maturo, da un profumo particolare.  Ma noi sappiamo che in questi casi c’è sotto l’inganno, perché in genere le parole non nascono per descrivere le cose o i loro concetti, di cui invece si caricano solo nel corso della loro lunga storia, in conseguenza degli incroci con altri termini, sempre dietro l’angolo, ma anche a causa dello specializzarsi del loro significato generico di partenza.  In inglese infatti si incontra l’espressione devil’s melon, per un tipo di melone che ugualmente prenderebbe nome dal ‘diavolo’, certamente non nell’accezione di ‘profumo’ ma in quella più probabile di ‘rotondità, cucurbitacea’ ripetuta tautologicamente come nell’espressione siciliana muluni ri ciauru.                                         





lunedì 2 luglio 2012

Nomi di animali nelle espressioni idiomatiche della valle dell'Adda e della Mera (con sobbalzi di sorpresa sulla sedia)


I nomi di piccoli animali che ricorrono nei dialetti ad indicare, spesso stranamente e senza una motivazione razionale, le cose più varie (malattie, paure, piante, fenomeni atmosferici, ecc.) vengono attualmente interpretati da parte dei linguisti come il segno di un perdurare, dai tempi oscuri della preistoria, di un atteggiamento animistico da parte dell’uomo nei confronti della realtà da nominare, sicchè il pensiero selvaggio delle società primitive affiorerebbe anche nel linguaggio delle società moderne evolute. E questo è certamente un passo in avanti nel modo di considerare alcuni fatti linguistici che precedentemente venivano attribuiti alla fantasia dell’uomo o al suo lato scherzoso simile a quello dei fanciulli. Anch’io sostengo che l’animismo è alla base del pensiero dell’uomo, ma non nel senso che esso abbia determinato quei modi strani di nominare le cose, cui ho poco fa accennato.

Ho riflettuto su alcuni di questi termini o espressioni riportati (a p.246) dal linguista Remo Bracchi (1) nella sua ponderosa opera parzialmente consultabile in internet e ne ho tratto le considerazioni che subito dirò. Ad indicare l’intirizzimento delle dita e la sensazione quasi di “punte metalliche conficcate nella carne” provocata dal freddo, a Tirano si usa l’espressione avéch l pich sùta li ùngi ‘sentire il picchio battere col becco (lett. ‘avere il picchio sotto le unghie’)’. A me pare evidente che, quando la frase nacque, non dovette essere riferita al picchio, nominato magari per evitare il nome diretto tabuizzato della incresciosa sensazione (così ragionano i linguisti che si intendono di pensiero selvaggio), ma proprio a qualche 'punta, spina, punteruolo' che con quella radice pik, molto diffusa in Italia e altrove (cfr. ingl. tooth-pick ’stuzzicadenti’, abr. marsicano picchë ‘membro virile, piccone’), si indicava, andando così a combaciare perfettamente con la sensazione di “punte metalliche”, secondo le parole dello stesso Bracchi. In effetti a Poggiridenti si incontra, per esprimere una sensazione simile che si prova quando si passa dal freddo intenso al caldo, la voce formalmente omologa picul ‘picciolo’ il cui significato, come osserva Bracchi, non si può abbinare al denominato, e pertanto a suo avviso sarebbe da ricondurre al ‘picchio’: evidentemente il linguista non sa staccarsi dal suo schema di riferimento, seguito da tutti i linguisti, che considerano i nomi di questi animaletti come dei sostituti usati a copertura del nome diretto della sensazione vera e propria ritenuta di natura demoniaca, e pertanto innominabile, perché magari colpita da interdetto di tipo tabuistico. Ma, se si riflette con animo sgombro da pregiudizi e con mente serena, non si può non notare che un ‘picciòlo’(2) è in verità uno ‘stecchetto’ e cioè ugualmente una ‘punta’ che potrebbe alla grande conficcarsi sotto le unghie o altrove provocando quella sensazione di dolore. Il termine, a mio avviso, va comparato col ted. Pickel ‘piccozza’, simile non solo formalmente all’ingl. pickle ‘salamoia, sottaceti, aceto’ ma anche sostanzialmente se il significato di fondo dei due termini fa capo a quello di ‘pungere’.

La radice si ripresenta a Premana nell’espressione pelà picìti ‘spiumare pettirossi’ cioè ‘avere molto freddo’ che fa il paio con quella di Samòlago pelè i pàsar ‘soffrire il freddo’, lett. ‘spennare i passeri’. Ora, siccome sono convinto, per i precedenti esempi, che qui il termine picìti non può indicare i ‘pettirossi’, ma deve ugualmente riferirsi a qualcosa come it. picchetto, piolo, debbo di conseguenza cercare un significato diverso anche per pelà ‘pelare, spennare’ e lo trovo nell’ingl. feel ‘provare, sentire, sentire al tatto’, ted. fühl-en ‘sentire, tastare, palpare’ col normale passaggio, nelle lingue germaniche, dalla labiale sorda iniziale –p- alla spirante sorda –f-. Va da sé quindi che queste espressioni ci dovrebbero arrivare difilato dalla preistoria. Probabilmente anche il lat. pal-p-are ‘palpare, carezzare’, lat. pell-ere ‘spingere, battere, percuotere’, gr. pel-emíz-o ‘agito, scuoto, vibro’ ecc. sono della partita. Ma i pàsar ‘passeri’ come li sistemiamo? Ah! essi ammiccano al termine gr. pással-os (lat. pessulum ‘chiavistello’) ‘chiodo, caviglia, arpione, piolo, palo’ e ci riconducono alle sensazioni da brivido delle ‘punte’ penetranti nella carne. Ma, al di sotto di queste espressioni fortemente espressive, potrebbero esserci i vari modi delle comunità preistoriche di indicare semplicemente il ‘freddo’ nei loro vocabolari, concetto ben espresso da quello di "pungere" come in tutti i casi precedenti.

Il Bracchi vede in queste due ultime espressioni un tentativo di razionalizzazione nell’impiego dei nomi dei piccoli volatili (rispetto ai precedenti considerati molto strani per noi “eredi di Cartesio” ma, naturalmente, non per i selvaggi), in quanto i pettirossi verrebbero catturati con gli archetti all’arrivo dei primi freddi. Ma anche questa spiegazione è lontana da quella che abbiamo data, perché ricorre a motivazioni per così dire extralinguistiche, quando invece bisogna frugare nel ricco sottofondo degli stessi termini dove quasi sempre si troverà una soluzione solida, diretta, senza mediazioni culturali di sorta. Una conseguenza importante delle spiegazioni sopra date è la considerazione che gli uomini del passato, anche preistorico, che usarono questi modi di dire, avevano un cervello razionale esattamente come il nostro, e che quindi questo gran parlare, da parte degli studiosi, di pensiero selvaggio rischia di sostituire un altro tipo di retorica a quella precedente della fantasia e della propensione allo scherzo da parte dell’uomo preistorico. Però la lingua, che anch’essi ereditavano da generazioni precedenti, giocava loro ugualmente gli stessi tiri di cui siamo vittime noi e quindi erano propensi a credere senza riserve a quello che le parole stesse loro dicevano. Naturalmente, non possedendo ancora una mentalità scientifica così evoluta come la nostra, essi svilupparono un sistema di credenze mitico-religiose vasto, pervasivo e totalizzante, non ancora toccato dal sano soffio dello scetticismo. In questo senso erano certamente molto diversi da noi. Ma fino ad un certo punto, se anche oggi nelle società progredite milioni di persone frequentano gli studi di maghi e fattucchiere. La differenza è che allora la società tutta, compresa -diciamo così- la classe dominante, ci credeva profondamente.

Proseguendo nella sua analisi il Bracchi crede di poter finalmente interpretare senza ambiguità le espressioni in cui, in area bresciana e veneta, compare esplicitamente il nome del diavolo al posto di quello delle alate creature. Il diavolo, si sa, non può che causare il male all’uomo, anche quello dell’intirizzimento, come Berlusconi il tiranno all’Italia, secondo certi sapientoni dagli sguardi taurini che, a vederli e sentirli nelle piazze e nei bar, vorrebbero far credere, con la loro aria da ispirati, che se ne intendono di certe cose (che invece sono molto al di sopra delle nostre comuni capacità interpretative e più complicate della linguistica!) ma che in effetti strabuzzano solo gli occhi —che indegno spettacolo!— e sdilinquiscono di fronte al rosso, perdendo il ben dell’intelletto (ammesso che ce l'abbiano!) e l’imparzialità critica nelle analisi politico-economiche. Povero diavolo, il parafulmine di tutti i guai del mondo! In camuno, infatti, il fenomeno è descritto come ciapà al diauli an de le mà (an dei dic’) ‘avvertire sintomi di intirizzimento alle estremita della dita’, nel valsuganotto si dice vér i giaoléti (giaolini) ai déi ‘avere i diavoletti alle dita’, nel trentino sentir i diaolìni éntei dédi, nello zoldano si ha il semplice diaolìn, diaulìn (3)‘unghiella, formicolii e bruciori sulle punte delle dita, primi sintomi di congelamento’. Anche qui il Bracchi, non avvertendo la necessità di spiegare in modo strettamente linguistico la valenza dei vari “diavolini” e sentendosi pago di quello che la tradizione culturale gli ammannisce sul diavolo per capire il significato delle espressioni, cade vittima, esattamente come gli uomini preistorici, del solito tiro giocato dagli incroci e sovrapposizioni delle parole. A non parlare del fatto che in questi casi il solo nominare il diavolo, se da una parte permette di usare un termine diverso da quello caduto sotto interdizione tabuistica, dall’altra dovrebbe causare, secondo la logica del pensiero primitivo, una sua evocazione bella e buona che potrebbe combinare guai ben più seri di quelli che si vorrebbero evitare, nonostante l’uso della forma diminutivo-vezzeggiativa (almeno per noi) con cui lo si chiama (diaolìn ma talora anche diauli, non alterato). A me infatti appare evidente, anche in questo caso, che il "diavolo" copra un sottostante termine per ‘trafittura, fitta, punta’ facente capo alla stessa radice greca del termine diavolo, cioè il gr. dia-bállō ‘caccio (-bállō) attraverso (dia-), trafiggo (metaf. ‘calunnio’)’. Quale radice sarebbe stata più acconcia di questa ad esprimere le ‘trafitture, fitte, punture’ provocate dal freddo o anche gli strumenti atti a generarle come ‘punte, punteruoli, chiodi’? Altro che diavolo! E allora non resta che prendere atto della nuda realtà e comportarsi di conseguenza. D’altronde non è forse vero che le corna con cui viene tradizionalmente rappresentato il diavolo attingono in fondo allo stesso concetto di “punta”? e non è forse vero che lo strumento d’elezione del diavolo sia costituito da un bel forcone con cui arronciglia i dannati che gli capitano a tiro? Donde crediamo che queste rappresentazioni traggano origine se non dai significati più o meno profondi della parola diavolo? Da dove spuntano mai i dialettali diavulitti, diavolilli ‘peperoncini rossi molto piccanti’ se non dal loro essere appunto ‘piccanti, mordenti, trafiggenti’ e anche dalla loro forma similissima a quella di un corno o di una punta (4)?  I vari Ponti del Diavolo sparsi in tutta Italia sono sempre epifania di questa radice nel suo valore di ‘passaggio’. Nella Marsica abbiamo alcuni Passi del Diavolo che certamente non hanno tratto il nome dal fatto che qualcuno abbia giurato di avervi visto passare scodinzolando furiosamente l’antico avversario dell’uomo, magari in una notte tempestosa e minacciosa, o in virtù di altre favole più o meno amene su strani fatti e interventi del diavolo. Piuttosto, come abbiamo asserito più volte in articoli precedenti, bisogna in questi casi seguire realisticamente il movimento opposto, dal nome del ponte alla storiella relativa.

Avevo dimenticato le espressioni al va i usgelìn sóta li óngia (a Bormio) e al va i uceglìn sóta li óng(h)ia (Valfurva) ‘gli uccellini si introducono sotto le unghie’ che il Bracchi attribuisce alla “immaginazione popolare”(ma non si voleva ridurre anziché aumentare lo spazio della fantasia?), supponendo probabilmente che l’espressione, una volta escogitata in una delle due località vicine, si sia diffusa anche nell’altra, perché non si può pretendere che una frase così singolare venga in mente a persone diverse, viventi in località distanti tra loro. Ma si dà il caso che la frase si ritrova sostanzialmente uguale a Campegine di Reggio Emilia (una bella distanza!), il paese di Riccardo Bertani famoso linguista contadino: a-go i’ ozlein ai dij ‘ho gli uccellini nelle dita’ per ‘provo una sensazione di intirizzimento, bruciore alle dita’, e allora bisogna pensare più realisticamente che non di immaginazione si tratta ma di un nome comune che in tempi molto lontani aveva la valenza di ‘stecchini, punte, spine’ o di ‘formicolio, prurito', come avviene per le parole delle altre espressioni simili sopra analizzate. Si può guardare all’ingl. to itch ‘avere prurito, prudere, pizzicare’ equivalente al ted. juck-en ‘pizzicare, far prurito’ per il quale ultimo non sarebbe anormale pensare ad una variante col diffusissimo suffisso –el ottenendo così una forma *juckel-n dallo stesso significato. A questo punto sarebbe facile supporre il distacco della semivocale iniziale –j- che passa a fungere da articolo determinativo (deglutinazione) in modo da avere la trafila *i uckel, i uccell , i uzzel e quindi i vari attuali i uceglìn, ozlein, ecc. Del resto esiste anche l’ingl. joggle ‘spina, piolo, caviglia’ che sarebbe perfetto. Mi domando se anche l’it. ugello, dall’etimo molto incerto, non sia da spiegare in questo modo. Secondo me anche il tosc. uzzolo ‘desiderio acuto, improvviso’ potrebbe trovare la spiegazione in questa radice per ‘prurito’. In realtà esiste un ted. juckel-n (più sopra citato in forma asteriscata) ma col significato di ingl. to joggle along oppure to jog along ‘procedere lentamente, seguire il solito tran tran’ la cui radice è sempre quella di ingl. jog ‘spinta, urto, andatura lenta’ ma in americano anche ‘sporgenza’, da cui promana il significato di ingl. joggle ‘spina, piolo, caviglia’ di cui sopra.

Interessantissime sono altre espressioni usate per evitare di nominare direttamente il diavolo (il che sarebbe equivalso ad evocarlo, sostiene il Bracchi) perché anch’esse nascondono invece una realtà opposta, cioè una nominazione diretta del referente! A me pare, per esempio, che dietro il livignasco chel di cörn, quel di coregn ‘il diavolo’ lett. ‘quello dalle corna’ debba nascondersi un’espressione simile al gr. di-kérōs ‘bicorne’ riferita, già nell’inno omerico a Pan, a questo dio campestre, pelosissimo e dotato di due corna, passato ad indicare il demonio nella tradizione popolare cristiana; pertanto l’espressione non significa letteralmente ‘quello delle corna’ ma semplicemente ‘quello bicorne’ cioè ‘il bicorne’ che nella preistoria poteva inoltre individuare una divinità diversa dal diavolo. E’ infatti credibile che anche presso i Greci si fosse verificato un fenomeno di sovrapposizione di valori in questo epiteto il cui primo elemento di- poteva portare con sé il sign. di ‘luce’, condiviso anche dal secondo –kérōs nel caso in cui questo alludesse alla radice di gr. kera-unós ‘fulmine’: il dio Pan era inizialmente una divinità solare come ho spiegato ampiamente nel mio post La tradizione della Panarda […] del gennaio 2012. Due di questi epiteti riferiti al diavolo mi hanno fatto letteralmente sobbalzare di stupore sulla sedia, e cioè il ticinese quéll di düü ( a p.215) ‘quello dei due’, con la reticenza sulle corna –sostiene il Bracchi-, ma che secondo me fa emergere nientemeno che la figura di Dite padre (cfr. lat. Dis o Ditis pater oppure Dies-piter, Dis-piter) da cui tutti i Galli (5) credevano di discendere, compresi probabilmente anche quelli della Gallia Cisalpina. L’espressione quell di düü quindi non significherebbe ‘quello delle due (corna)’ ma semplicemente ‘il Dite, Dite’ , divinità della notte ma anche degli Inferi, da cui la sua probabilissima demonizzazione da parte della Chiesa, come emerge da questa mia interpretazione. Ma l’espressione veramente fantastica è quella piemontese l diàu di pe dré (n. 131, p. 211) ‘diavolo ai piedi (pe) posteriori (dré ‘dietro’)’ molto discussa dagli studiosi che indicava, nel Medioevo, la figura del diavolo che se ne andava in giro -si credeva- come pellegrino o monaco, avvolto in un tabarro che lasciava scoperti i piedi caprini posteriori dall’unghia fessa, su cui il demonio camminava. Beati loro, i linguisti, che possono sfoderare impunemente tutte le loro vaste conoscenze per avvalorare questa o quella opinione, ma purtroppo non pensano nemmeno per una frazione di secondo che sarebbe meglio andare a scavare sotto le parole (d’altronde il mio metodo, che sostengo da una ventina d’anni, credo sia loro completamente ignoto o al massimo considerato con sufficienza)! Ma la tremenda beffa giocata loro dal diavolo, che è un loico sottile per natura, stavolta li farà andare a testa bassa per il resto della loro vita, o almeno attirerà loro addosso, in futuro, una severa damnatio memoriae. Anche qui a me pare chiaro di dover individuare, infatti, sotto il sintagma pe dré, nientemeno che l’epiteto pater ‘padre’ di Dite, pronunciato secondo l’inflessione propria delle parlate celtiche e cioè pèdre (fr. père). Io conosco il romagnolo pèdre ‘padre’ ma non il piemontese, che dovrebbe però essere più o meno uguale. Allora tutta l’espressione di pe dré verrebbe a significare, quasi per magia, non ‘il diavolo ai piedi di dietro’ ma, stupendamente, ‘il diavolo Dite padre’! Questa interpretazione è così calzante, semplice, di per sé autorevole da far emergere tutta la capziosità dei vari tentativi volti a spiegare diversamente la strana espressione sibillina che pure, proprio per questo, da un lato evidenziava già la sua improbabilità, preannunciata dal suo sospetto ermetismo, e, dall’altro, doveva mettere sul chi vive ogni interprete, cosa che regolarmente non è avvenuta. Ma mi rendo anche conto che tutto ciò non poteva essere percepito da chi ha tutt’altra visione del fenomeno. E’ presumibile che queste sovrapposizioni di significati siano potute avvenire quando, decaduto ormai il culto di Dite e divenuto di conseguenza oscuro il suo nome, la gente lo rietimologizzava automaticamente, come avviene in mille altri casi. La bestemmia romagnola “Dio prete!” (6) è un altro interessante esempio, a mio avviso, di camuffamento del nome di questo dio infernale con passaggio di Di(forma apocopata di Dite) a Dio e metatesi delle consonanti interne di pèdre ‘padre’ che diventa prète.

Un altro sintagma interessante per ‘diavolo’ è il livignasco quel daśóta ‘quel di sotto’ che sembrerebbe definizione appropriata, alludente al mondo sotterraneo del diavolo ma ha il difetto, per i miei gusti, di non essere diretta, e di alimentare per converso la convinzione dei linguisti che si tratta di modo perifrastico di nominare il diavolo per non vederlo apparire, secondo la mentalità dell’uomo primitivo. Ma essi dovrebbero tener conto anche del gr. dasót-ēs ‘forza del fiato, aspirazione (grammaticale)’, dall’aggett. das-ús ‘aspirato’ ma pure ‘peloso’, significato che qui non c’entra nulla anche se avrebbe potuto generare un altro epiteto appropriato per il diavolo. In serbo-croato si ha daš-ak ‘alito’, disa-ti ‘respirare’. Lo stesso gr. the-ós ‘dio’ viene riportato ad una radice dhues ‘spirito’, gallico dusios ‘spirito impuro, demone’. Il demonio, come conferma il nome stesso di origine greca, è quindi inizialmente uno “spirito”, non importa se del bene o del male. Contrariamente a quanto comunemente si sostiene circa il significato del termine “diavolo” riportato al gr. diá-bolos nel senso di ‘colui che trafigge, calunnia’, io propendo a credere, come ho già sostanzialmente anticipato nella n. 3, che il termine circolasse già da qualche parte in Oriente col significato fondamentale di ‘spirito, divinità’ in ambo i membri della parola. Il primo dia- sarebbe qui ampliamento della radice di- già incontrata, mentre il secondo ha un corrispettivo nel ted. Boll ‘diavolo’ e in bolar ‘diavolo’, appellativo ricorrente in diversi paesi della valle dell’Adda e della Svizzera.

Concludiamo col bell’esempio del nome della "lucciola" chiamata panuèl (a Teglio, Poggiridenti, ecc.); a Faedo il termine designava, oltre alla lucciola, anche il ‘grande falò’ che si accendeva la prima domenica della Quaresima. Salta agli occhi il collegamento di esso con l’ebraico simbolo del Sole, il Penû’El ‘faccia di Dio’, accadico panu ‘aspetto, volto’, gr. pan-ós ‘fiaccola’ e col nome greco del dio Pan, inizialmente divinità solare (7). A Tirano è nota una graziosa e interessante cantilena che suona Viśiröl, vén a bas/che te dùu pàa e lac’/pàa e lac’ de la culdéra [pane e latte dalla caldaia]. Via, via capeléra. La capeléra —commenta il Bracchi— è parte della lucciola attinente alla testa e quindi il termine, secondo lui, sarebbe il residuo di una più esplicita minaccia di decapitazione. Anche in questo caso mi permetto di osservare che siamo completamente fuori strada, quando cerchiamo di proiettare sulle parole le nostre convinzioni che spesso sono solo pregiudizi. Il fatto è che la cantilena è costituita di parole che, in un modo o nell’altro, fanno riferimento al concetto di “lucciola” perché non si può pensare che essa sia nata improvvisamente dalla mente di qualcuno in vena di poesia. Essa è il risultato di sedimentazioni linguistiche le quali erano in gran parte costituite dai nomi che il coleottero aveva avuto in passato, nelle varie comunità di parlanti presso le quali la cantilena, in via di formazione, di volta in volta arrivava, avendo anche tutto il tempo di trovare delle assonanze o rime, le quali surrettiziamente fanno ancor più credere che la composizione sia un prodotto totalmente volontario di una mente ordinatrice che, oltretutto, l’avrebbe formata in breve tempo. La stessa cosa avviene in natura nel modo di operare dei meccanismi evolutivi degli esseri viventi, suscitando la polemica, mai completamente sopita, tra i sostenitori di un disegno intelligente rintracciabile nei fatti evolutivi e rivelatore di una mano divina che li indirizzerebbe e i seguaci di Darwin, refrattari a suggestioni teleologiche e antropocentriche, aggrappati come sono alla nuda laicità della scienza e meno inclini a scaldarsi al fuoco di una religione consolatoria. Il pane da offrire alla lucciola, nel caso si fosse abbassata, ripete la radice del primo membro di panu-èl ‘lucciola’, confermando quello che sostenevo poco fa; la parola lac ‘latte’ è molto interessante perché se è giusto l’etimo che se ne dà, che richiama gr. gála, gálakt-os ‘latte’, essa va collegata al gr. galaksía ‘galassia, via lattea’. I Greci favoleggiavano sulle gocce di latte sfuggite dal seno di Giunone che allattava il piccolo Ercole, frutto dell’amore adulterino di Zeus con la mortale Alcmena, alcuni altri sostenevano che la Via Lattea fosse la traccia lasciata dal carro del Sole andato fuori strada perché mal guidato da Fetonte: quest’ultima credenza si avvicina di più alla radice prima del mito che a mio avviso attinge al concetto di "luce", espresso anche da gr. gelá ‘splendere, ridere’, gr. gal-énē ‘bonaccia, tempo sereno’, e anche da Apollo Galáksios in Beozia, divinità del sole.

Tornando alla cantilena si deve credere che la capel-éra è altro nome per ‘lucciola’ giacchè nel mio paese di Aielli e in altri della Marsica la lucciola suona luce-cappella. La radice deve essere variante di quella del secondo membro di Helio-gabalo, nome fenicio della divinità del Sole. Effettivamente l’ultima frase della filastrocca Via, via capelera sembra capovolgere improvvisamente l’atteggiamento del parlante nei confronti dell’insetto, come se questo fosse una minaccia per chi gli sta vicino, ma io penso che le cose originariamente fossero un po’ diverse, se si intende quel Via,via come residuo di un verbo *vi(g)e, *vi(g)e ‘luccica, luccica’ apparentato con lat. vig-ere ‘essere vegeto, vivo, ecc.’ che suonerebbe perciò come un blando invito, non minaccioso, rivolto alla lucciola a continuare a diffondere la luce e potrebbe essere alla base del termine viśiröl ‘lucciola’ (cfr. anche ingl. bicker ‘oscillare, tremolare, baluginare’). Anche lat. via, ant. veha, presuppone un orig. *weghya. Mi scuso con i lettori se non vado più a fondo nell’analisi della radice. Anche la culdera ‘caldaia’ è un termine sospetto: non mi pare che la ‘caldaia’ sia il recipiente solito per il pane. La radice cald, culd, clad, clud (con metatesi) si incontra, in effetti, in termini come latino calidu(m)’caldo’ da cal-ere ‘essere caldo, ardente’, fr.  é-clat ‘splendore, fragore, gloria’. Essa è variante, a mio avviso, della radice di gr. gelá-o ‘rido, splendo’ di cui sopra, a. ingl. geolu (mod. yellow)‘giallo’, gallese clyd ‘caldo’, ted. Glut ‘carboni ardenti, ardore’. Riappare anche in appellativi di molte figure mitiche come il notissimo epiteto di Apollo Klytó-toksos che, quindi, non va inteso come ‘dall’arco (-toksos) famoso (klytó-)’ ma come ‘luminoso, ardente’ in ambo i membri (8). Per –toksos, forma aggettivale dal gr. tóks-on ‘arco, freccia’, si può ricorrere, ad esempio, al cosiddetto uso figurato del termine che nell’espressione tóksa helíou individua le ‘frecce’ ma anche i semplici ‘raggi’ del sole. La difficoltà consiste nel credere che il significato normale di questo termine fosse quello di ‘arco, freccia’ sin dalla sua origine. Ma questo era vero relativamente allo stato della lingua greca che noi conosciamo: precedentemente le cose non erano così, potendo ogni vocabolo avere significati vari, incluso quello che poi, in uno stadio successivo della lingua, sarebbe stato classificato come metaforico. Chi riflette mai, in effetti, sul fatto che il nostro raggio (lat. radium) significasse in latino anche ‘bacchetta, bastoncino’ (cfr. il raggio della ruota) e che l’it. strale, dal longobardo *stral ‘freccia’, a. a.ted. strala ‘freccia’, ha la stessa radice di ted. Strahl ’raggio di luce, lampo, getto d’acqua’? La realtà è che noi, compresi i linguisti, abbiamo la vista corta, anzi cortissima, per quanto concerne il significato originario dei termini, soggetto a sbalzi talmente grandi da far impallidire le più audaci metafore cui siamo abituati. E la forma mentis che abbiamo ereditata dal passato è talmente incarnata nel nostro modo di giudicare da non farci capire, ad esempio, che il rapporto raggio/bacchetta, oltre ad essere significativamente costante, è di carattere biunivoco e non unidirezionale. In altre parole non si può assolutamente porre alla base dei significati di un termine, un significato particolare, invece di quello enormemente vago che abbraccia tutti gli altri, cioè essere, spinta, forza, vita, ecc. E’ evidente che il gioco di questi significati unito a quello degli incroci, dà vita conseguentemente a tutto l’armamentario mitologico che conosciamo. Di qui tutta la rappresentazione omerica (9) di Febo Apollo (divinità solare), ad esempio, che, adirato contro i Greci e munito di arco faretra e frecce, viene giù a gran passi dall’Olimpo a colpire, facendone strage, i guerrieri il cui capo, Agamennone, aveva osato insultare il suo venerando sacerdote Crise. E non è strano, anzi stranissimo, che la città del sacerdote fosse Crisa (10) nella Troade e che sua figlia si chiamasse Criseide? I nomi hanno la stessa radice di gr. khrys-ós ‘oro’ e del primo membro dell’epiteto di Apollo khrysó-toksos (11) inteso da tutti come ‘dall’arco (-toksos) d’oro (khrysó-)’, ma non da noi che conosciamo i valori nascosti dei due membri. Il dio possedeva anche l’altro epiteto simile di argyró-toksos ‘dall’arco d’argento (argyró-)’, usato da Omero: può cambiare il nome del metallo ma il concetto di ‘splendore, luminosità’ ad essi sotteso e proprio del dio lega in un nodo strettissimo le parole.

Volevo fermarmi qui, ma non ho saputo resistere alla citazione della seguente cantilena sulla lucciola in uso un tempo a Cerchio-Aq. : Lucecappèlla, pénna pénna/ mitte le sale alla jummèlla;/ la jummèlla de ju Ré (12),/lucecappèlla revéttene a mé (tutte le –e- non accentate sono mute). Traduz.: ‘Lucciola penna penna/ metti il sale nella giumella;/ la giumella del Re,/ lucciola tornatene da me’(13). Il sintagma pénna pénna bisogna evidentemente riallacciarlo alla radice pan-, pen- di cui sopra. Qui mi fermo davvero, rimandando ad altra occasione l’esame di altre parole della cantilena. Faccio infine notare che il penna penna, attualmente senza significato (in passato però lo aveva), avrebbe potuto senz’altro incontrare un giorno, se fosse continuata nei millenni a venire la società contadina insieme alla mobilità delle società primitive, una lingua in cui esso avrebbe assunto qualche valenza, contribuendo così a perpetuare indefinitamente la fantasmagorica girandola dei significati ruotanti intorno alla medesima parola . Come sfuma più lontano della luna, alla luce di queste osservazioni, l’assunto secondo cui gran parte di questi modi di dire e di queste cantilene risalirebbe al Medioevo!

(Oggi 11 maggio 2021 ho trovato la parola abruzzese "lucciapende" che significa 'lucciola' e che conferma appieno quanto asserisco nell'articolo riguardo al significato dell'espressione "pénna pénna" della cantilena in uso a Cerchio-Aq sopra citata.  Cfr. il sito web: https://m.facebook.com/abruzzesefuorisede/photos/a.457119631088383/2025951754205155/?type=3&source=48. In esso si elencano vari termini abruzzesi indicanti la 'lucciola'. Il secondo membro di "luccia-pende" deve  essere un'italianizzazione di un precedente *-pènne: il nesso /nd/ in abruzzese arcaico si trasformava in /nn/, a meno che la forma originaria non si stata con la dentale sorda -t-, cioè -penta, trasformata nei nostri dialetti in sonora -d-, cioè -penda la quale, a seconda del periodo di questa trasformazione, poteva a sua volta finire in /nn/, cioè -penna.   A Sant'Elpidio-Vt. la lucciola è chiamata "cuccia-penta", il che fa capire nettamente il gioco delle composizioni tautologiche, in cui le parole risultano composte da pezzi dello stesso significato, anche se con significante diverso.  La radice di cuccia-, infatti, che deve essere quella del sscr. cucih 'bianco', si sostituisce al primo membro della precedente  parola tautologica di luccia-pende. 









                                                            Diti Patri
                                             benigno divitiarum largitori
                                      a christifidelibus indigne in diabolum
                                                              mutato
                                                      gratissimo animo
                                                         nigram ovem
                                                             mactabo



(1) Remo Bracchi, I nomi e i volti della paura nelle valli dell'Adda e della Mera, Max Niemeyer Verlag, Tübingen 2009.
Sito web http://books.google.it/books?id. In verità avevo già parlato di quest’opera nel post I nomi dialettali di piccoli animali[…] del gennaio 2010, che sarebbe utile rileggere.

(2) Cfr. ad esempio, ingl. spear ‘lancia’ e ‘stelo, gambo’

(3) A queste espressioni si devono aggiungere quelle registrate in Toscana ghiaulìni, diavolèlli, ecc. ‘intirizzimento delle dita’: cfr. Cortelazzo/Marcato, I dialetti italiani, UTET, 1998, p. 220 s. v. ghiaulìno, dove la spiegazione di Cortelazzo è identica a quella data dal Bracchi.

(4) In effetti questi nomi dovevano indicare precedentemente oggetti appuntiti: corni, chiodi, ecc. nelle realtà dialettali in cui poi, quando la pianta del peperone originaria del Brasile arrivò in Italia, essi passarono a designarne quella varietà appuntita di frutto. Molto interessanti sono alcuni nomi popolari inglesi, contenenti la parola devil ‘diavolo’ (da lat. diabolum) come devil’s finger ‘belemnite’, lett. ‘dito (finger) del diavolo’, mollusco fossile così chiamato per la forma della sua conchiglia, dal gr. bélemn-on ‘giavellotto, arma da punta’. Si può in tutta sicurezza asserire, a mio avviso, che non è un caso se la radice del nome scientifico (belemnite) del mollusco, che è quella di gr. bél-os ‘dardo giavellotto’ e di gr. báll-o ‘io getto’ di cui sopra, va a coincidere con quella del nome popolare del mollusco, nome che non è stato creato a tavolino come si crede ma che traghetta fino ai nostri giorni quello in uso nella lingua di qualche comunità primitiva, che certamente già rinveniva di questi fossili. Anche il termine finger ‘dito’ rientra secondo me nel concetto di “punta”. Tra altre, spicca ancora la locuzione devil’s claw , lett. ‘artiglio (claw) del diavolo’ che indica vari tipi di gancio (sostanzialmente una ‘punta’) ma anche un tipo d’acacia, la cosiddetta acacia greggii e l’unicorn plant, lett. ‘pianta unicorno’, il cui nome è tutto un programma. Il fr. javelot ‘giavellotto’ (ingl. javelin) probabilmente ha dietro di sé un *diavol-ot e non, come si suppone, una base gallica *gabalo- (ted. Gabel ‘forchetta, forca’). Questa mia idea viene confermata dall’ingl. arc. javel ‘vagabondo’ oppure ’persona senza valore, insignificante’, termine che mi pare perfettamente adeguato al gr. dia-bállo ‘attraverso, oltrepasso, passo’ da cui si può derivare, quindi, un significato di ‘passante, viandante, vagabondo’.  I diavoloni erano grossi confetti che venivano lanciati una volta durante le sfilate di carnevale come i sardi diaulini sono “confettini dorati e minutissimi usati per guarnire i dolci” e che probabilmente vengono spruzzati o riversati, sparsi su di essi. I Devil’s Arrows ‘Frecce del Diavolo’o Devil’s bolts ‘Dardi del Diavolo’, i tre grandi monumenti megalitici di Boroughbridge (North Yorkshire, Inghilterra), noti anche sotto altre denominazioni, non debbono naturalmente il loro nome ad una leggenda del ‘700 come ho letto in un sito web. Il diavolo li avrebbe scagliati dal sommo di una collina. Quest’altro significato di ‘punta, colle, monte’ legato al termine diavolo ci fa capire che la storiella dovesse essere ben più antica. Gli altri nomi con cui questi monumenti sono noti, testimoniano della loro antichità che risale al Neolitico, e vanno spiegati sempre scoprendo dietro di essi il significato di ‘punta’ e simili. Anche il termine menhir attualmente vale ‘lunga pietra’ ma poteva inizialmente indicare direttamente queste ‘aste, lance, punte’ innalzate solitamente per motivi astronomico-religiosi.
La voce veneta diaoléto ‘tipo di erpice per coprire le sementi’ (cfr. Cortelazzo/Marcato, I dialetti italiani, UTET, 1998, p. 177) non può essere quindi assolutamente ricondotta al lat. rutabulu(m), retabulu(m) ’paletta per il fuoco, mestola’, facendo essa parte a pieno diritto di questa famiglia diavolesca col suo riferirsi ai ‘denti’ dell’erpice. Essa non può quindi essere considerata come “reinterpretazione” della voce veneziana rià(v)olo ‘tirabrace’, questa sì dal lat. retabulu(m). La presenza del diavolo-erpice è addirittura attestata in inlgese dove devil ’diavolo’ significa anche ‘erpice usato per pulire un terreno dopo l’aratura’: cfr. il dizionario Miriam-Webster. Nel frattempo il diavolo, l’ingannatore, accovacciato sui vari Pizzi, Monti e Corni del Diavolo della toponomastica, se la ride spassosamente, all’aria pura delle alture, felice di continuare a gettare zizzania nelle testoline degli uomini sempre impelagati nelle loro infinite dispute e piccinerie! Gesù stesso viene condotto dal diavolo sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme (Mt. 4,1) e invitato a buttarsi giù perché gli angeli lo avrebbero sostenuto e fatto planare sulla folla meravigliata, oppure sulla sommità di un altissimo monte (Mt. 4,8) dove gli vengono mostrati i regni della terra con tutta la loro gloria. Tutto ciò sembra coglierci di sorpresa ma non tanto, se riflettiamo che in greco ém-bol-on vale ‘rostro (di nave), cuneo, sbarra, paletto, lingua di terra’; em-bóli-on vale ‘asta ferrata, giavellotto’ (riallacciandosi così al signif. di ‘giavellotto’ più sopra incontrato per il termine corradicale dia-volo) ed ek-bolé vale, tra altri significati, anche ‘sporgenza’. Il problema va approfondito (cfr. il post Parole sarde del Duls nel mio blog, giugno 2009). Da parte mia credo che già circolassero nelle  varie realtà locali del tempo storielle su questo spirito chiamato con la parola diábolos che, a quello che sappiamo, sembra essere solo la traduzione del vocabolo Satana nella Bibbia dei Settanta (III sec. a.C.), col significato di ‘calunniatore, avversario, nemico’. Ma questi passi evangelici sembrano alludere ad una storia più ampia della parola. D’altronde in lingua rom il termine devel significa ‘santo’ e la devla è la ‘madonna’. Credo che il filologo Canini (sec. XIX) fosse nel giusto quando poneva un’eguaglianza etimologica fra il nome di Dio e quello del Dia-volo (cfr Dizion. Etim. del Pianigiani in rete) . Si sa d’altronde che inizialmente questo Satana non era l’arcinemico di Dio ma solo uno degli angeli che lo contornavano nella Corte celeste e che aveva solo la funzione di insinuare presso Dio qualche dubbio sul comportamento di qualcuno sulla terra. Per intanto la cosiddetta Colonna del diavolo di epoca romana e di provenienza ignota, trasportata dinanzi alla Basilica di Sant’Ambrogio di Milano, continua a mio avviso a traghettare fino a noi il suo originario nome per ‘colonna’, concetto simile a quello di ‘obelisco’ (lett. ‘spiedino’), senza che noi ce ne accorgiamo. Essa doveva trovarsi in un luogo di culto pagano in rapporto con qualche divinità sotterranea. I due buchi della colonna prodotti, secondo la tradizione popolare, dalle corna del diavolo malmenato dal Santo e attraverso cui esso sarebbe scomparso scendendo all’inferno, in realtà sono stati prodotti da chi aveva in mente uno dei significati di diavolo, e cioè ‘passaggio’, in questo caso verso il mondo sotterraneo. Il luogo infatti, come risulta dagli scavi archeologici, era stato usato per la sepoltura di martiri, ma precedentemente era un cimitero pagano. Non può essere che la colonna non vi fosse stata trasportata ma si trovasse lì dall’inizio? All’interno del tempio si erge infatti un’altra colonna di epoca romana su cui poggia un serpente in bronzo, chiamato Serpente di Mosè e portato, pare, da Costantinopoli dall’arcivescovo Arnolfo intorno all’anno mille. Questo rettile, secondo il racconto biblico, non era altro che il bastone di Aronne che Mosè gettò dinanzi al Faraone per mostrare che le sue parole venivano da Dio. Una leggenda racconta che un giorno Ambrogio vide un fabbro che non riusciva a piegare il ferro del morso di un cavallo, e si accorse che esso era stato fabbricato con uno dei chiodi della croce di Cristo. Come si vede, torna sempre qualcosa somigliante a una punta (bastone, chiodo, colonne). Ora, siccome non si può assolutamente dubitare dell’esistenza di sant’Ambrogio, si deve pensare che queste storielle e queste caratteristiche il Santo le abbia probabilmente ereditate da qualche divinità il cui culto dovette precederlo in quel posto, divinità sotterranea relativa a canali, cunicoli e drenaggi delle acque abbondantissime a Milano, ma in origine probabilmente divinità solare. Nell’isola di Poros (Argolide, Grecia) e precisamente nei pressi del villaggio di Trezene si trova una meravigliosa gola chiamata Diabolo-gephyro ‘ponte (gephyra) del Diavolo’. In realtà qui il “ponte” non c’entra nulla, giacchè in greco antico la parola indicava anche una ‘galleria sotterranea’, concetto simile a quello di ‘gola’ e di ‘passaggio’ in genere.  Naturalmente anche nell'area slava si incontrano toponimi interessanti legati al diavolo, come in Serbia la famosa Djavolja Varos (scusate qualche imprecisione di trascrizione!) 'Città del diavolo', una formazione geologica costituita da pinnacoli rocciosi, torri, piramidi dovuti all'erosione meteorica.

(5) Cfr. Cesare, De Bello Gallico, VI, 18,1: Galli se omnes ab Dite patre prognatos praedicant idque a druidibus proditum dicunt. ‘I Galli si vantano di discendere tutti quanti dal padre Dite come tradizionalmente viene loro insegnato dai druidi –così dicono’.

(6) Cfr. A. Nardelli, Il secolo XX (breve?-lungo?), E.D.C. Editrice, Avezzano 2005, p. 225.

(7) Cfr. il post (gennaio 2012) La tradizione della Panarda […] del mio blog.

(8) La questione l’ho analizzata nel mio opuscolo Omero sotto il velame, I Quaderni del Laboratorio, Tipografia Di Censo, Celano-Aq 1994, pp. 36-37. Interessanti sono altre figure mitiche con i nomi costituiti da questa radice, collegate col sole, col fuoco e simili. Klýtia, amata e abbandonata da Apollo, si lascia morire di fame e viene trasformata dal dio in eliotropio. Il guerriero Caletore di Clytio, colpito a morte da Aiace, mentre appicca il fuoco ad una nave, cade con la torcia in mano (Il.XV, 419 seg.). Il bello è che anche il nome Caletore, lungi dal significare ‘banditore’ come in greco, rimanda in realtà alla stessa radice luminosa, variante cal, cald, ecc. Essa si incrocia qui con quella rumorosa di gr. kalé-o ‘chiamo’. E ne aveva ben donde, se il corradicale lat. claru(m) vale sia ‘splendente’ che ‘squillante’. Si rifletta ancora su Clitio,gigante bruciacchiato da Ecate con le sue torce e al giovane Clito, per la sua bellezza rapito da Eos ‘Aurora’. L’ungh. hold ‘luna’ credo sia della partita.

(9) Cfr. Iliade,I, passim.

(10) Un’altra Crisa (gr. Krîsa, diversa dalla precedente Khrŷsa) si trovava nella Focide dove, secondo l’inno omerico ad Apollo, questo dio aveva edificato —guarda caso!— un suo tempio.

(11) Cfr. Pindaro, Olimpica 14, 10. L’epiteto, date le premesse, difficilmente sarà stato inventato da Pindaro.

(12) In un’altra cantilena che imparai alla 2° elementare ritorna, oltre al pane della cantilena di Tirano, la figura del re e della regina: Lucciola lucciola vien da me/che ti do il pan del re/il pan del re e della regina/lucciola lucciola vien vicina. Mi pare proprio che la radice di questo aggettivo vic-ina debba essere confrontata con quella di viś-ir-öl ‘lucciola’. Da notare anche l’epiteto di Giove Vicil-inu(m). E non lasciamoci frastornare da un’altra versione della cantilena in cui, nell’ultimo verso, l’aggettivo vicina è sostituito dall’aggettivo piccolina (lucciola, lucciola piccolina), perché quest’ultimo ha tutta l’aria di essere una reinterpretazione di un termine soggiacente della famiglia di ingl. bicker ‘baluginare’ di cui sopra. Stupendo è il siciliano luci-picur-àru ‘lucciola’, lett. ‘luce del pecoraio’. Ma così gli spazi riservati all’inventiva individuale, in queste cantilene, si restringono inesorabilmente, contrariamente a quello che i linguisti credono, fino a scomparire del tutto!



(13) Cfr. Fiorino Continenza, Làcr’m’ i risat’ (Lacrime e risate), Centro Stampa Graphi Type, Raiano-Aq. 2003, p. 102. A Celano-Aq, sempre nella Marsica, la cantilena era: Lucecappèlle, bèlle bèlle,/mitte la sèlle alla cavalle,/la cavalle digli ré,/lucecappèlle vìttene a mì! (le –e- non accentate sono mute). Traduz. ‘Lucciola, bella bella,/metti la sella alla cavalla,/la cavalla del re,/lucciola vienitene a me! Il 2° verso ripete, nella prima parte, il 2° verso della cantilena di Cerchio con la variante della sella rispetto al sale (due termini che tradiscono una natura comune ma differenziatasi per adattamento ai due contesti diversi), e la presenza della cavalla , variante di –cappella ma legata più strettamente al 2° membro del nome fenicio del Sole, cioè Helio-gabalo di cui sopra e al sardo caddu e ‘ocu ‘vampata’ lett. ‘cavallo (caddu) di fuoco’, sardo caaddi-gghina ’scintilla, favilla’. Anche gli altri nomi della filastrocca nascondono sotto la superficie il significato di ‘lucciola’, ma ne parlerò in altra occasione.

Il mio metodo esplicativo, alla base di tutti i precedenti ragionamenti, mi sembra oltretutto molto più semplice di quello che normalmente si segue ricorrendo al pensiero selvaggio. Io parto dal fenomeno linguistico e nel suo stretto ambito rimango quando parlo di incroci di termini e sovrapposizione dei loro significati, fenomeni che a loro volta spiegano le stranezze del cosiddetto pensiero selvaggio. I difensori di questo pensiero come causa e non conseguenza dei fenomeni linguistici, al contrario, lo introducono come entità fondamentalmente a sé stante rispetto alla lingua e non avvertono nemmeno il problema dei loro eventuali rapporti sul piano genetico; ciononostante pretendono che esso sia lo strumento d’elezione per spiegarne i modi di dire e gli usi metaforici. Il rasoio di Occam, pertanto, che elimina tutto l’artificioso e il superfluo dai ragionamenti pseudo-scientifici, credo che non potrebbe affondare la lama nel tessuto semplice e lineare delle mie spiegazioni, ma si agita minaccioso nei confronti di chi introduce due fattori essenziali, anziché uno, nella spiegazione dei fenomeni linguistici.