mercoledì 1 gennaio 2014

Il significato volgare del termine "uccello" è una delle più subdole mistificazioni operate dal linguaggio nei confronti di noi poveri uomini immersi totalmente nel suo presente, senza conoscerne granchè del passato





Sulla genesi del significato traslato di ‘pene’ riguardante il termine uccello si sono cimentati in molti  fino ad arrivare a formulare «le più audaci interpretazioni psicoanalitiche»[1]. La proposta che mi pare più accettabile è quella che riporta il significato al linguaggio infantile, ma vedremo che anch’essa non coglie nel segno.  Il fatto è che anche in questo caso si è verificato il solito incrocio che ha accreditato, senza quasi possibilità di appello, la versione  accettata e difesa ad occhi chiusi da tutti i linguisti secondo i quali il significato di ‘pene’ è, comunque ciò sia avvenuto, un semplice traslato di uccello.

    Ora, esiste nel mio paese e in molti altri dell’Abruzzo il verbo cëll-àrse ‘intonchiare (detto dei legumi)’, cioè essere rosi e bucherellati dai tonchi[2], coleotteri le cui larve attaccano i semi e rimangono al loro interno per uscirne la primavera successiva alla deposizione delle loro uova, avvenuta tramite puntura da parte degli individui adulti: così si ha quasi l’impressione che sia il seme stesso a generare questi coleotteri chiamati ad Aielli-Aq cëlléttë, femm. pl., mentre altrove sono anche maschili cëllìtti. Quest’ultima voce coincide con il nome dialettale per ‘uccelli’, i quali però hanno pochissimo in comune con questi Bruchidi e potrebbero avere un etimo diverso.  Infatti, sempre nel dialetto del mio paese esisteva la voce cëll-àsse, uguale all’altra, con però il significato di ‘gallar(si)’[3]: un uovo cëllàtë era un uovo fecondato dal gallo.  Queste cëlléttë o cëllìtti, quindi, lungi dall’essere della stessa stirpe degli ilari uccelli, traggono il nome dal fatto di essere generati, come dice la loro radice, dall’essere, insomma, creaturine o animaletti, concetto che può prestarsi ad indicare anche i bambini o fanciulli o ragazzi, come si verifica nel dialetto di Nettuno-Rm, dove cellitto, bello cellitto vale ‘bel bambino’ e cello vale ’bel ragazzo’ e dove, però, i celletti sono semplicemente gli ‘uccellini’[4], come in tante altre parti d’Italia dove la voce può significare anche ‘uccelli (in genere)’ o ‘passeri’.  Sicchè risulta piuttosto difficile stabilire se quest’ultima voce celletti appartenga alla radice di cui si sta parlando o invece sia un diminutivo aferetico di it. (u)ccello il cui etimo rimanda al lat. tardo au-cellu(m) ‘uccellino’, au-cella(m) ‘uccellino’ diminutivo di lat. femm. av-em ‘uccello’, attraverso un *avi-cella(m) femminile.  Anche l’ingl. child ’bambino’ mi pare presupponga all’origine un termine simile a cellitto, sottoposto però ad un forte accento sulla prima sillaba radicale e conseguente caduta delle vocali atone successive come è normale per il germanico. L’ingl. colt ‘puledro’ dovrebbe essere della partita.  Non è molto credibile che attraverso una normale metafora si possa passare, nel lessico più o meno recente di una lingua, dal concetto di “uccellino” a quello di “bambino”. Sono più frequenti altre metafore come cucciolo, cucciolotto, leprotto, ecc. In inglese si ha kid ‘bambino’, propriam. ‘capretto’.  A meno che non si riesca a vedere in azione, dietro i significati delle parole, la grande metafora del linguaggio che operò sin dall’origine in modo da coprire distanze paradigmatiche o associative che ora sarebbe impossibile  accettare, se non in un contesto fortemente poetico.  Per capire meglio questo mio pensiero invito a riflettere su una parola come il gr. móskh-os, ad esempio, che significa sia ‘germoglio, verga, ramo’, sia ‘vitello, animale giovane, rondinino’, sia ‘fanciullo, ragazzo, giovane’.  E ciò si è verificato non perché nel tempo si sia passato metaforicamente dal significato originario di ‘germoglio’ a quello di ‘giovane animale’ e subito dopo a quello di ‘giovane uomo, fanciullo’ ma semplicemente perché questi tre significati (come tutti gli altri potenziali e non attuati) erano già inclusi in quello della grande radice madre originaria col valore generico di ‘anima, essere vivente’, significato che avrebbe potuto generare anche quello di ‘animale’ o ‘uomo’ tout court, senza la precisazione di giovane

   La stessa cosa avveniva per ogni altra radice la quale, di specializzazione in specializzazione, arrivava ad esprimere tutti i concetti da essa effettualmente originatisi. Il concetto di “rondinino”, ad esempio, è una specializzazione di quello di “giovane animale”. Specializzazione che attua però un salto semantico improvviso e apparentemente immotivato perché la distanza tra il nome di rondine , distinto da quello di ogni altro animale, e quello di animale sembra essere incolmabile proprio in virtù dei nomi specifici di ogni animale i quali sembrerebbero giustificare per ciascuno di essi una distinzione semantica originaria.  Ma la Lingua in realtà agisce in altro modo.  Per capirci meglio, è solo un caso se il gr. móskh-os vale anche ‘rondinino’: al posto di questo significato ci sarebbe potuto essere quello di passerotto, piccioncino, gabbianello, merlotto ecc. riferito di volta in volta ai piccoli di qualsiasi altro uccello.  Non sono quindi le caratteristiche varie di ogni referente a plasmarne in qualche modo il nome relativo ma la natura essenziale di animale, nonostante talora lo strato superficiale della parola sembri avvalorare proprio questo tipo di nominazione basata sulle idee distinte, confondendo le acque. 
 
    Ora, in Irpinia si incontra il verbo ceglià ‘germogliare’ con numerose varianti nel calabrese e nel pugliese.  Questo verbo è un denominale dal dialettale ciglio, cigghiu, ecc. che significa ‘germoglio’ e che non può essere fatto derivare, senza pensarci prima due volte, dal lat. aquileu(m), acileu(m), varianti di aculeu(m) ‘pungiglione, spina della pianta’[5]; esso a mio avviso va legato alla radice dell’abr. cëll-arsë ‘fecondarsi, nascere, generarsi’ sopra analizzata, in quanto tutto ciò che riguarda la nascita e la crescita nel regno vegetale ricade sotto questo concetto. Non è escluso, naturalmente, un incrocio fra le due radici.  Infatti nel dialetto lucano di Gallicchio-Pt la voce ciglië significa ‘germoglio’ ma anche ‘pungiglione, dolore acuto, fitta’[6]. Si faccia ben attenzione, però, perché la derivazione di quest’ultimo significato dal lat. acileu(m) non è strettamente necessaria, in quanto il concetto di “punta, protuberanza” è insito anche in quello di “germoglio”, il quale è effetto della spinta dirompente del rigonfiamento delle gemme. Infatti, sempre a Gallicchio, si ha la voce femm. cuglië ‘ernia, membro virile’ che a me sembra variante della precedente, col significato base di ‘rigonfiamento, protuberanza, escrescenza’.  Anche nel dialetto abruzzese di Trasacco-Aq la voce cujja ha il valore, tra l’altro, di ‘gibbosità, ernia inguinale’. Alla fin fine, allora, queste voci non possono non condividere la loro natura profonda con i composti di lat. *cell-ere come lat. ex-cell-ere ‘elevarsi’, lat. ex-cel-su(m) ‘eccelso, alto, eminente’, lat. colu-mna(m) ‘colonna’, lat. coll-e(m) ‘colle’, ingl. hill ‘colle’, lat. cul-mu(m) ‘gambo, stelo’ con cui si spiega facilmente il valore di ‘membro virile’ del suddetto lucano cuglië: d’altronde in Marziale il termine colu-mna(m) assume anche il significato di ‘membro virile’ con valore osceno.  Un altro interessante vocabolo è l’abr. chëlï-èndrë[7] ‘prime gemme degli alberi’ che presenta una pronuncia velare al posto della palatale della radice cell- di cui si parla.  E’ molto utile il raffronto col lat. cali-andru(m), cali-endru(m) ‘capigliatura posticcia, parrucca’ che esibisce, nella prima componente, la variante cali-: i capelli sono ugualmente ‘escrescenze’ come le gemme, i germogli, i rampolli dei due regni vegetale e animale, compreso l’uomo[8].  Tanto è vero che nel dialetto di Villapiana-Cs la voce cagli-andrë significa ‘fanciullo’[9]. La voce dialettale cal-andra corrisponde, guarda caso, ad uno dei numerosissimi nomi per il membro virile. 

    Ora, tutto questo induce a credere che i vari nomi dialettali masch. cello, céllë, céjjë, femm. cèlla per ‘membro virile’ sono espressione diretta di questa radice il cui comportamento semantico è stato or ora analizzato.  Essa è stata confusa irrimediabilmente col termine italiano (u)ccello per effetto anche, nei dialetti, della deglutinazione della vocale iniziale –u-, assorbita dall’articolo -lo- (dial. –lu-, -u-, ecc.), la quale ha fatto interpretare la parola come lu (lo) cello, forma perfettamente sovrapponibile all’altra per ‘membro virile’. Destino beffardo e impietoso di una parola che, abituata a respirare l’aria limpida delle variopinte, leggere e gioiose creature, ha finito col ritrovarsi in basso luogo a reggere la foglia di fico per le pudende dell’uomo. Il quale ne ha, appunto, sùbito approfittato, infischiandosene di quelle creature aeree, per indossare l’abito di chi sa usare il termine eufemistico giusto nel consesso civile (generalmente ipocrita) per indicare certe cose un po’ pruriginose o interdette[10]. Ma di certo egli non può farsi bello della sua inventiva, perché è stata la Lingua che casualmente gli ha offerto, su un piatto d’argento, l’espressione eufemistica che oggi è lontanissima dal farci dubitare che sotto di essa viva ancora intatto uno dei termini popolari o volgari, duri e crudi (per la nostra mentalità schizofrenica disturbata dal contrasto tra natura e cultura), per ‘membro virile’, simile a mazza, nerchia, randello, ecc., facenti capo all’idea originariamente innocente di “germoglio, verga, bastone” espressa, appunto, anche dalla radice cell- soggiacente al termine uccello. La dialettale cèlla ‘vulva’ non è il femminile di cello come taluni[11] sostengono, ma deriva secondo me dalla radice di lat. cella(m) ‘cella, stanzino, cella di alveare’, attingendo all’idea di “buco, cavità”.

    Da ultimo vorrei far notare che il lat. au-cell-u(m) < *avi-cell-u(m) ‘uccellino’ è, a mio parere, un composto tautologico la cui seconda componente -cell- (uguale alla radice di cui parliamo), prima di passare a fungere da suffisso diminutivo, ripeteva, all’origine, il significato di ‘uccello’ della prima (cfr. lat. av-em ’uccello’). Non risulta, comunque, che il lat. ave(m) o aucellu(m) avessero anche il significato traslato di ‘membro virile’, anche se questa era una delle possibilità del termine come del resto di ogni altro termine: semplicemente non si è verificata.  Il che conferma il nostro assunto.  

    Ormai, data la ripetitività di questi fenomeni già incontrati in molti altri casi presi in esame nei miei articoli precedenti che si susseguono da circa un quinquennio, si può con forza affermare che la Lingua, espressione di uno sviluppo naturale del cervello umano, all’origine aveva dato vita a rapporti diretti con i referenti che indicava, anche se con significati molto più generici degli attuali. La metafora alludente ad altro significato rispetto a quello diretto sottostante si è sviluppata quando sulla superficie di una parola è andato a depositarsi del tutto casualmente, per affinità di forma esteriore, un altro significato, più o meno lontano da quello del referente, distogliendo la nostra attenzione dalla verità naturale soggiacente, e quindi abituandoci, in concomitanza con il senso di civiltà che cresceva, ad attenuare, coprire, non pronunciare certe cose, per natura né morali né immorali, ma che la cultura e la civiltà orientavano in un senso o in quello inverso, producendo anche come sottoprodotto la nostra inclinazione a sottacere, ammorbidire (qualità che possono essere talora positive) ma anche ad aggirare, falsare e mentire, qualità deleterie per il consorzio umano, oggi così in auge.  La civiltà di certo ci ha allontanato dalla Natura, di per sé amorale, e ci ha reso meno diretti ed onesti, qualità che ho sempre istintivamente preferito, anche a mio discapito. Esse, se fossero state coltivate dalla maggioranza degli uomini, avrebbero risolto o perlomeno attenuato i crudi problemi per i quali oggi così accanitamente ma anche ipocritamente[12] (perchè la coscienza non è sempre tranquilla) ci accapigliamo e che rischiano di portarci alla rovina.

Il mio metodo ermeneutico, ancora una volta, ribadisce la norma della nominazione diretta del referente agli albori del linguaggio, rendendo così molto più facile e attendibile, perché incanalata entro binari stabili, una delle operazioni spesso più aleatorie, irte di pericoli e mai definitivamente sicure che l’uomo abbia mai dovuto affrontare, cioè la ricerca dell’etimologia di un termine, come ogni addetto ai lavori ben sa. L’etimologia! Pochi oggi sono quelli che vi si dedicano. Il grosso dell’umanità, immerso nell’assordante presente, a mala pena ne conosce il significato. Eppure essa riguarda le parole costitutive di ogni lingua, creazione dei nostri antenati remoti che continuiamo ad usare meccanicamente ogni giorno. Sono esse il simbolo più luminoso del nostro essere uomini, capaci di trasformare i suoni inarticolati che la Natura ci ha fornito in elementi armonici portatori di significato e di luce, rendendo la convivenza umana, oltre che efficiente e produttiva, meno buia, meno fredda, meno triste.  Direi dunque che l’interesse per l’etimologia crescerà allorquando l’uomo si libererà della zavorra materiale che lo spinge sempre più in basso e saprà spiccare un volo verso l’azzurro immateriale dei cieli. Allora una persona che continuerà a non cercare di conoscere la natura delle parole che escono dal suo intimo sarà per me un uomo dimidiato, retrocesso inesorabilmente quasi al rango dell’animale da cui proviene. 


Il flauto agreste


Disteso su tenera sponda
bacio col flauto antico
lo stupore dell’alba
che schiude appena le labbra sottili e subito
in vaghi trapassi sfuma nell’aria.

Flauto agreste
strumento dei fauni
mi affido alla cava tua voce
perché vi si adagi il giorno che nasce
e all’orecchio sussurri
i mille segreti ronzanti nei suoi alveari.

Voglio seguire quel raggio
riflesso dall’acqua fugace
tra ciglia verdi
diafana tra pietre sinuose.
Lì dove esso svanisce
voglio che tu il fiato sospenda
un istante
e ascolti il tenue gorgóglio che lo risveglia.
Voglio specchiarmi dentro una pozza
chiusa tra massi
e zigzagare nel muto scompiglio di spauriti girini.

Flauto divino
è d’uopo che tu ricorra
ai tuoi stratagemmi riposti
se vuoi ch’io prenda dai favi
il miele difeso dalle api.
Se le avide labbra
mi perfora un aculeo
gusterò l’amaro veleno
mescolato al profumo dei fiori
e all’anima ebbra apparirà
il mistero delle cose.

Quando il disco del sole
già pieno
i campi rischiara
e desta la fatica degli uomini
è meglio ch’io
l’iniziato
cerchi il folto del bosco
o l’ombra di rupe romita
e il mio aspetto alterato
così non spaventi l’ignaro che guarda.
Soffierò sulla canna solo
a sorreggere il volo dell’aereo falco
a dare il suo tinnulo verso alla cincia che passa
e se la terra mi tedia
a scrutare le nubi gonfie
che s’accumulano bianche nel cielo
e sospingerle in alto
verso l’azzurro magnetico.

Arrivata la sera
fino allo spasimo dilaterò le mie gote
perché una nota
alta e struggente
accompagni la morte cruenta del sole.
Se il labbro scoppierà impotente
nello sforzo sovrumano sarà dolce
mischiare il mio sangue a quello del tramonto
o amato mio flauto.
E non tardi chi ti raccolga
munito dell’infula sacra
e possente cavi da te quella nota
che a me fu negata.

Sulle ali del fiato
solcherò il ferrugigno occidente
crogiuolo inquieto
dove bolle tra bagliori di fuoco
la colata di lava
dei giorni che verranno.

Se l’abbaglio si spegne
si risveglino i sogni
e con loro io voli
verso luoghi lontani nel cielo.
Renderò finalmente alla stellante orsa i miei occhi
e le dita alla lira sonora
e le braccia lascerò che s’impiglino tra quelle di Cassiopea.

Allora guarderò
attraverso filigrana appena vibrante
l’anima nuda al pallore dei raggi degli astri
e immemore planerò tra le note d’una ignota melode.


Pietro Maccallini

 









[1] Cfr. M. Cortelazzo- P-Zolli, DELI, l’Etimologico minore, Zanichelli, Bologna 2004.

[2] Questi coleotteri erano noti sotto altri nomi come punteruoli, gorgoglioni, ecc..

[3] Data anche la somiglianza tra la radice cell- e gall- l’it. gall-are non deriva da gallo, come tutti pensano.  Alla sua origine c’è il significato di ‘fecondare, germogliare, crescere’. Cfr. l’it. galla.

[5] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998, s. v. céglià.

[7] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq 2004.

[8]  La voce latina è in collegamento col gr. káll-ynthr-on ‘rami di palma’ ma anche, nella variante káll-yntr-on, ‘scopa, ornamento della testa delle donne, caliendro’.  Il significato di base deve essere quello di ‘germoglio, escrescenza, capigliatura’.  L’incrocio  col verbo kall-ýnō ‘abbellisco, pulisco’  ha determinato il significato aggiunto di  ‘abbellimento, ornamento’.

[9] Per una esauriente analisi del termine cfr. il post Guaglione presente nel mio blog (marzo 2010).  L’avezzanese cell-óne  (detto di uomo grande, alto) sembra contenere sia il signif. di ‘uomo’ che quello di ‘grande, alto’ di lat. ex-cel-su(m) ‘eccelso, elevato’. Cfr. U.Buzzelli-G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq 2002.

[10] La stessa cosa è avvenuta per la voce  fresca, considerata a torto eufemistica per fregna. Cfr. l’articolo “Fischia-fròce”=fischietto[ ] del mio blog (aprile 2011).  Il fatto conferma bellamente che il mio metodo interpretativo non brancola nel buio, perché scopre sempre lo stesso meccanismo di fondo nel comportamento dei cosiddetti eufemismi. I quali, a ben riflettere, non sono mai voluti direttamente dal parlante allo stesso modo dei concetti di cui le parole si caricano accidentalmente nel corso della loro storia, come ho più volte sottolineato nei miei articoli richiamandomi al grande Saussure.

[11] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, I dialetti.., cit., s.v. cèlla ‘membro virile’.  Vi si sostiene, senza battere ciglio, anche la derivazione della voce dal lat. aucella ‘uccellino’,  per quanto non possa essere del tutto escluso un possibile incrocio, già molto per tempo, di questa voce con la radice cell- che conosciamo.  Vi si sostiene, inoltre, che questi termini possono riferirsi indifferenziatamente all’organo maschile o a quello femminile, ma probabilmente le cose stanno diversamente se il dial. cèlla ‘vulva’ trae origine dal lat. cella(m) ’cella, stanzino, buco’  come ho sopra indicato.

[12]  Una società in cui il 62% degli studenti universitari, che dovrebbero essere la punta avanzata dell’onestà, serietà e coscienza civile, fa invece autodichiarazioni di reddito familiare false per ottenere indebiti favori (sottraendoli magari a chi ne ha veramente bisogno) non può nemmeno sperare di cambiare in futuro le cose.  Questi presunti studenti si riverseranno, infatti, domani nella bella provincia italiana in cerca di potere e la imbratteranno con l’immonda rapacità di soldatesche pazze di soldi e di razzia.

domenica 1 dicembre 2013

Il rosmarino ovvero della validità della teoria di Mario Alinei circa la maggiore antichità dei dialetti romanzi rispetto al latino classico


     Per poter trovare l’etimo giusto di un termine spesso è indispensabile, se non si vuole andare fuori strada, raccoglierne il maggior numero possibile di occorrenze nelle varie aree linguistiche, cosa che ho fatto per rosmarino. Il computer in questi casi si rivela una mano santa, anche se si può correre il rischio di dover fare affidamento su una documentazione approssimativa e tecnicamente poco sorvegliata.  Tanto per cominciare, allora, elenco  le varie voci raccolte:

ramerino, ramelino, trasmarino, tresmarino, trosmarina, smarino (toscano); trisomarino (abruzzese); rosamaria (campano); rosemary (inglese); rosmarinu (siciliano); osmarino, usmarino (veneto, lombardo); gusmarino, sgulmarino (veneto); stammerino (umbro).  Si incontra anche l’abruzzese trosmarinë.[1]

Questi termini vengono sostanzialmente confermati, con qualche variante in più, dal dizionario etimologico I dialetti italiani[2] sotto la voce osmarìn(o).  Ne citerò qualcuno se sarà necessario.  Intanto debbo dire, però, che ai linguisti è sfuggito l’abruzzese truzzë-marìnë ‘ramerino, rosmarino’ il quale spiega molte cose oltre a correggere un loro errore, denso di conseguenze.  Il termine è stretto parente di abr. trus-marinë ‘rosmarino, ramerino’ e del toscano tros-marina, tres-marino, tras-marino ‘rosmarino’. Ma come si è differenziato il primo membro truzzë- dai corrispettivi trus-, tros-?  La cosa si capisce bene dall’abr. truzzë ‘torsolo, tutolo (del granturco)’ che è variante metatetica del diffusissimo abr. turzë ‘torsolo’[3].  Il quale corrisponde all’it. torso(lo) proveniente dal lat. tardo tursu(m), variante di lat. class. thyrsu(m) ‘gambo,stelo’.  In greco la parola è thýrs-os ‘tirso’, bastone avvolto di edera e pampini portato dalle baccanti (cfr. la  variante metatetica abr. triso-marino).   

    Bisogna allora prendere atto che le varianti per rosmarino riconducibili a questo termine tursu(m), che ne costituisce il primo componente, nascondono il significato di ‘stelo, gambo, piantina, arbusto marino’, più realistico e naturale rispetto a quello indicato dal lat. ros marinus o, univerbato, rosmarinus che è ‘rugiada marina’, denominazione a mio parere ingannevole per questa piantina, anche perché nemmeno la sbrigliata fantasia di un poeta simbolista del secondo Ottocento sarebbe riuscito ad inventarla.  Purtroppo i linguisti si sono lasciati fuorviare dalla variante simile tras-marino, generatasi secondo loro da ros-marinus per influsso dell’aggettivo lat. trans-marinu(m) ‘trasmarino, d’oltremare’[4]: da questo tras- sarebbero derivate anche le altre forme simili tres-, tros-.  A mio avviso se tras-marino ‘rosmarino’ ha subito l’influsso di trans-  (e non si tratta invece di variante, come propendo a credere) è molto più sostenibile e naturale che ciò sia avvenuto supponendo già esistenti le altre due forme tros-marina e tres-marino  derivabili chiaramente da lat. tursu(m), class. thyrsu(m).  Inoltre c’è da notare che in latino una forma ros, parallela a lat. rhus di origine greca, non indicava la ‘rugiada’ bensi un arbusto, il ‘sommacco’.  E allora non sarebbe così campato in aria supporre che all’origine il ros-marinu(m) non significasse ‘rugiada marina’ ma indicasse la piantina stessa del rosmarino.  Si delineerebbe, insomma, una situazione capovolta, e densa di conseguenze, rispetto a quella proposta dai linguisti. A questo punto, poi, la cosa veramente interessante è costituita dal fatto che questa impostazione e soluzione del problema può confermare la teoria elaborata dal grande archeologo-linguista Mario Alinei, il quale sostiene che i dialetti non sarebbero una derivazione diretta dal latino parlato nel tardo impero, come tutti affermano, ma che essi sarebbero la continuazione di varianti geo- o sociolinguistiche del latino classico e di quello parlato a Roma e altrove nel Lazio, già presenti ab antiquo accanto ad esso.  In effetti il lat. ros marinus  può benissimo essere il risultato di un precedente *(t)ros marinus diventato ros-marinus per via dell’etimologia popolare, la quale, non appena le si offre l’occasione, cerca di rendere vivo, attuale e chiaro, non importa se producendo significati distanti da quello del referente, ciò che le appare strano e incomprensibile, come sarebbe stato questo *tros- nella lingua latina (continuato oggi in Toscana, e anche altrove, da tros-marino).  Si direbbe che l’esigenza etimologica sia ben radicata nello spirito umano.  Questo *tros- era, molto probabilmente, una geo- o sociovariante della forma tŭrsu(m) (con la prima –u- breve)‘gambo, stelo’ che appare nel latino tardo ma che in effetti è «identico - come dice il Devoto- ad un adattamento arcaico del gr. thýrs-os e opposto al class. thýrs-us»[5]. Si deve allora constatare che, indipendentemente dal class. thýrsu(m),  circolavano diverse varianti del termine in questione mutuato dal greco già da epoca arcaica, se non presente in area italica da moltissimo tempo prima, addirittura a partire dalla preistoria.  Secondo Alinei, in effetti, dire che dal lat. bucca(m) si è sviluppato l’it. bocca non è esatto in quanto l’it. bocca sarebbe una variante esistente già prima dell’altra, e perciò si dovrebbe parlare più propriamente di prevalenza di una forma sull’altra per motivi di prestigio e peso sociale.  Egli sostiene ad esempio che, data per buona l’etimologia di Bruno Migliorini per il nome di Roma = ruma ‘mammella’ (cosa che sostanzialmente condivido[6]), esso risulterebbe quindi una variante preesistente o almeno coesistente con lat. ruma o rumis ‘mammella’, significato che sottolineerebbe la caratteristica più peculiare del paesaggio della città, i suoi colli.  In molti dialetti, infatti, col termine mammella si designa tuttora il colle.  In altre parole la -ŭ- tonica latina non si trasforma, come per magia, in –o- chiusa nei dialetti romanzi ma è quest’ultima che semplicemente sostituisce la prima perché esisteva già dalla preistoria[7].  
 
    Abbiamo accennato all’etimologia popolare: vediamola ora in azione nei nomi sopra riportati per rosmarino. E’ facilissimo capire ramerino, data la somiglianza delle due parole e l’apparenza di rametto del rosmarino approdato in cucina.  Di trasmarino abbiamo già detto: la parola ha assunto perlomeno un significato chiaro, anche se lontano dal referente: esso potrebbe alludere ai fiori azzurri della pianta o ad una sua ipoteticissima esoticità, come se si trattasse di pianta importata da terre lontane.  Il campano rosamaria e l’ingl. rosemary  trasformano il nome in quello di una donna, senza starci a pensare su.  Molto curiosa è secondo me la forma os-marino, us-marino che credo derivi dall’incrocio col verbo dialett. ose-mà, use-mà, us-mà ‘fiutare, odorare’ e varianti, diffuso in molte regioni[8].  L’osmarino sarebbe così ‘quello che odora’ a causa del suo aroma.  Questo termine, poi, una volta diffusosi anche lì dove il suo significato non era noto, ha dato origine a mio parere a smarino, in quanto la vocale iniziale è stata assorbita dall’articolo determinativo lo.  Al posto del normale l’osmarino si cominciò ad intendere e scrivere, insomma, lo smarino.  Tanto, l’un termine valeva l’altro per il parlante, circa il tasso di oscurità etimologica. I tipi veneti gus-marino e sgul-marino derivano presumibilmente da un precedente *gul-smarino il quale perde la liquida –l- nel primo caso, come avviene fin nel mio dialetto aiellese nel gruppo –ls- (cfr. puzë ‘polso’, atrë ‘altro’, ecc.), nel secondo la –s- passa all’inizio di parola, rendendo in questo modo più stabile la liquida –l- , che infatti resiste. Il primo membro gul- va confrontato con la voce veneta (veronese) góli ‘stalattiti e stalagmiti’ fatta derivare da lat. aculeu(m) ‘aculeo’[9]. L’umbro stammerino  mi pare mostri nel primo elemento una forma stav- o stab-, stam-  corrispondente ai tipi dell’area germanica stab, staff, stave, stamm col valore fondamentale di ‘bastone, gambo,fusto, ecc.’.  Nella zona dei monti Lepini nel Lazio, infatti, i fusti del granturco vengono chiamati stavi come ho già scritto nell’articolo I termini dialettali “spesa e mmutina” del mio blog (giugno 2013).
     Avreste mai creduto che il rosmarino potesse diventare un gesu-mmarìa come la relativa popolare interiezione? Tale è il suo nome a Luco dei Marsi-Aq accanto a trësë-mmarìna[10]A Castellafiume-Aq l’etimologia popolare investe la prima parte lasciando intatta la seconda, come se si fosse resa conto dell’enormità del mutamento che stava attuando e avesse avuto, a metà strada, un ripensamento: gésu-mmarino[11].  Anche l’avezzanese tresu-mmarìa[12] non ha portato a termine la trasformazione lasciandola in stato di abbozzo nel primo componente per quanto riguarda Gesù perché, nonostante la volontà di farlo per influsso, forse, della forma già risolta in gésu-mmarìa nel paese vicino di Luco (ma avrebbe potuto coesistere con l’altra per lungo tratto di tempo anche nella stessa Avezzano, per poi cadere in disuso), trovava un forte intralcio nella sillaba tre-, non trasformabile in -, della prima componente tresu-. Infatti la mutazione in gésummarìa è dovuta, credo, alla saldatura (concrezione, agglutinazione) dell’articolo determ. je oppure jo, ju  con la voce sëmmarìno ‘rosmarino’, variante, con -ë- anaptittico, del tipo smarino sopra descritto. Così le prime due sillabe del termine agglutinato avrebbero dato jesë- simile al lat. Jesu(m) ‘Gesù’. Anche ad Aielli ricorre per la piantina l’unica voce sëmmarìna, diventata femminile e simile a quella di Cerchio-Aq summarìna.  A Trasacco-Aq  si hanno tre nomi: 1-  rës-marinë, con la riduzione a vocale evanescente –ë- delle due –o- atone di it. rosmarino; 2-  trësë-smarinë, con la seconda componente del tipo smarino; 3- rësë-smarinë[13] con la caduta della dentale –t- iniziale (favorita forse dall’influsso di rës-marinë), come abbiamo supposto che sia avvenuto per il lat. ros-marinus da un precedente *tros-marinus, per influsso di lat. ros, roris ‘rugiada’!!!  Ad ulteriore conferma di ciò, c’è l’indizio non indifferente che il dizionario I dialetti italiani sopra indicato cita solo le due forme trase-marino e traso-marina per il Lazio, non tros-marino, perché questo era evidentemente divenuto ros-marino.  Sarebbe pertanto molto interessante verificare la cosa con dati più numerosi sul rosmarino relativi alle varie parlate laziali e osservarne il comportamento a mano a mano che ci si allontana da Roma.
   Da questa abbastanza variegata esemplificazione delle trasformazioni capitate ad una singola parola, nel corso di molti millenni a partire dalla preistoria, si può dedurre la regola che non esistono nella lingua mutazioni cervellotiche dovute a qualche misterioso e irrefrenabile impulso interno alle parole, come si credeva un tempo, e a volte si crede tuttora, o all’estro incontrollabile dei parlanti (tutto in essa resterebbe invece immutato se non intervenisse questa forza esterna della etimologia popolare a costringerla a cambiare, ma secondo precise e razionali norme, ben individuabili se ci sono sufficienti dati a disposizione), e che non bisogna mai fidarsi, nella ricerca di un etimo, di quelle proposte che si allontanano metaforicamente, di poco o di molto, dal concetto espresso dal referente: scavando scavando si deve arrivare ad esso ad ogni costo.  Stando così le cose, forti e legittimi dubbi mi sono sorti sul significato della seconda componente di ros-marino.  Il rosmarino è una pianta che cresce spontaneamente nelle zone temperato-calde del Mediterraneo, in luoghi aridi e sassosi, a cominciare dalle aree vicino al mare fino alle alture di 800-1000 m. che ne possono essere molto lontane. La pianta, comunque, si acclima facilmente.  Quindi potrebbe non essere vero l’etimo comunemente accettato della componente marino che fa riferimento al mare: esso potrebbe benissimo derivare  dal termine cosiddetto mediterraneo mar(r)a ‘mucchio di sassi’, vista la predilezione della pianta per le zone aride e rocciose.  Il termine marino[14] significa anche ‘materiale roccioso risultante dalla perforazione di gallerie’. Ma anche questa soluzione non mi soddisfa per i motivi che dicevo prima, e preferisco accostare la parola in questione alla radice delle piante del tipo marr-uca e marr-obbio e dar vita così ad un comune composto tautologico. In greco moderno il termine dendro-líbano significa ‘rosmarino’.  Letteralmente esso vale ‘albero libano’. In greco antico líbanos valeva ‘incenso, albero dell’incenso’ mentre libanotís, ídos indicava il ‘rosmarino’. Sempre in greco antico il neutro déndr-on, che a mio avviso va scomposto in dén-dr-on, della II decl. significava ‘albero, tronco, legno, verga’’. Esisteva, però, anche una variante neutra della III decl. dén-dros  il cui sec. membro –dros (la finale –os non è desinenza ma parte della radice) può corrispondere  al primo membro del dialettale tros-marino ‘rosmarino’ (cfr. la variante umbra dres-marino[15] con la sonora iniziale) e al gr. a. drũ-s ‘quercia, pino, olivo, albero in genere’ con cui si rapporta anche l’ingl. tree ‘albero’.  Le cose comunque non cambierebbero rispetto al quadro delineato più sopra in cui si introduce il lat. tardo  tursu(m) per spiegare l’elemento tros-.  Inoltre si può senz’altro affermare, anche in base alla mia pur modesta esperienza, che nelle parlate preistoriche moltissime dovevano essere le varianti di un termine (anche perché i significati d’origine delle radici erano molto generici, come in parte si nota dalle parole greche or ora citate), gran parte delle quali erano destinate a finire ai margini della lingua e, spesso, a scomparire.  Intanto, a sostegno di questo, si possono citare tre termini interdipendenti che a mio avviso chiariscono  la cosa: 1- abr. turz[16] o truzz‘torsolo’ < lat. tardo? tursu(m); 2- abr. tórz-a[17] ‘fascio di frasche (in genere senza foglie), fascio d’erba’, variante femminile del precedente; 3- gr. tars-ós ‘canniccio, graticcio, canna, remeggio, remi[18], flauto di Pan, ecc.’, il quale mi sembra di questa famiglia e non legato al gr. térs-aín-ein ‘asciugare, far seccare’ in riferimento al formaggio (sappiamo che questi tipi di etimi non sono attendibili).  Il significato di fondo di queste radici è infatti quello di ‘fusto, ramo, frasca, pianta, canna, ecc.’. Esse formano, dunque, una serie di tre varianti molto probabilmente già preistoriche, che di conseguenza tolgono inesorabilmente  ogni possibilità di intendere il dialettale laziale tras-marino ‘rosmarino’ come effetto dell’incrocio di rosmarino con lat. trans ‘oltre, attraverso,’ come sostengono, senza tentennamento alcuno, i linguisti. Normalmente in ogni lingua circolano sempre varianti di voci più o meno dialettali, a meno che non abbia agito su di esse, riducendone il numero ma senza poterle eliminare del tutto, una forte azione selettiva e uniformatrice del modello dominante. I possibili incroci tra i termini simili formalmente ma di significato e origine diversi, contribuiscono poi ad intorbidare ancor più le acque, tutto a favore del codice linguistico di superficie.

   Ricordiamo ancora il lombardo torza, -sa ‘fascio’, fr. trousse ’fascio’, sp. troxa ‘fascio’, ted. Tross ‘folla, moltitudine, seguito’, ecc.  Questi termini non derivano dal lat. tortu(m)  p. pass. di torqu-ere ‘torcere’ come pensano i più (cfr. il Pianigiani in rete, s. v. trozzo, anche per i termini precedenti) ma partono dalla radice *tros  di cui si parla, anche se si saranno incrociati con altre radici compresa quella di lat. trusu(m) p. pass. di trud-ere ‘spingere con forza’(cfr.ingl. arc. threat ‘esercitare pressione su, premere’, ingl. tread ‘calpestare, pigiare, andare’, a. norreno throti ‘rigonfiamento’), in riferimento anche al serrare  tra loro i vari elementi della torza, in modo da formarne  un ammasso ben compatto: cfr. dialetto di Trasacco-Aq ‘ntërzà ‘pressare, rendere zeppo un recipiente, costipare, stringere, fare fascine, far impregnare d’acqua per rinsaldarne le commessure botti, bigonci rinsecchiti e quindi gonfiarli), penetrare con forza il sesso femminile in modo da rendere  incinta la donna (ingl. tread sopra citato vale anche ‘copulare’ detto del gallo), picchiare, percuotere’.  Nello stesso dialetto si ha l’agg. ‘nturzë, anche turzë, col valore di ‘pieno zeppo’[19](Cfr. Q. Lucarelli, cit.).  L’aiellese rën-durtà che significa solo ‘gonfiare con l’acqua i recipienti di legno’ e ‘ricoprire di botte qualcuno’ insieme al luchese rentortà con i medesimi significati, sono varianti che si confrontano non con lat. tortum ‘torto’, ma sempre con la radice trud- di lat. trud-ere ‘spingere con forza’ e all’a. norreno throti ‘rigonfiamento’ già incontrati.  Meraviglioso mi pare l’abr. ‘nturtàrsë ‘ubriacarsi’ (cfr. il Bielli già citato), significato insito in questa radice esprimente sotanzialmente una forza che gonfia o penetra o anche eccita e inebria chi ha ingerito del vino, come viene confermato anche dall’espressione abr. S’à pijatë nu tórdë ‘si è ubriacato’ (letter. ‘si è preso un tordo’) la quale, inoltre, tarpa le ali ai linguisti che certamente considereranno nturtarsë ‘ubriacarsi’ una metafora tratta dall’altro signif. di ‘gonfiarsi d’acqua’.  Ad Aielli un tempo si diceva ‘n-turd-ac-àssë ‘ubriacarsi’ dove la radice mostra un ampliamento in –ac-. Ecco spiegato perché i seguaci di Dioniso in Grecia si munivano di thýrs-os ‘tirso’ nelle manifestazioni orgiastiche in onore del dio inventore della vite: la radice del termine, nella più remota antichità, si era evidentemente incontrata con la stessa radice delle precedenti espressioni abruzzesi legate all’idea di “ebbrezza”, oltre che a quella di “vite” e di “fallo”, simbolo di forza e fecondità, il quale in Grecia veniva portato in solenne processione, come è noto, nelle cosiddette falloforie in onore di Dioniso[20]. Anche il sardo logudorese un-turz-ire[21] ‘sentirsi male (dopo aver mangiato troppo?)’ deve essere spiegato con la radice in questione, checchè ne pensi Max Wagner[22], seguito da Massimo Pittau e altri che non trovano di meglio che legare comodamente il verbo al sardo unturzu (anche untuzu, untusu, inturzu, intruxu, ecc.) ‘avvoltoio, grifo’ (il quale pare vomiti il cibo di troppo ingurgitato, ma forse non perché si senta male: bisognerebbe chiederglielo!), come se le parole, che solitamente hanno un’origine che sprofonda nella notte dei tempi e una vocazione cosmopolita, nascessero e morissero nell’hortus conclusus di una regione ristretta!  Questi ragguardevolissimi linguisti dovrebbero, in effetti, spiegarmi perché anche in diverse parti del centro-meridione d’Italia (dove non si vede volare in cielo nessun rapace targato unturzu o inturzu) ‘n-turz significa anche ‘avere difficoltà di digestione (dopo aver mangiato troppo, evidentemente!)’[23] oltre che ‘andare di traverso, formarsi un groppo in gola’ ecc. Di certo la voce unturzu ‘avvoltoio’ si è incrociata col  verbo unturz-ire, ma da qui a legare lo strano verbo (strano, se non si conoscono le relative voci abruzzesi e campane) al rapace dagli occhi grifagni ce ne vuole, specialmente per me che, come ho mostrato più sopra ed altrove, sono certo della fallacia degli etimi di natura metaforica a tutto vantaggio di quelli diretti,  da cercare all’interno delle stesse parole, senza istituire similitudini di sorta.  La vicenda di questo ‘nturzare/unturzire mi pare inoltre confermare la naturale necessità di presupporre un latino anteriore a quello di Roma e del Lazio, che avrà plasmato e si sarà incrociato praticamente da sempre con le varie lingue di una vasta area mediterranea chiamata italide dall’Alinei e che va dall’Europa occidentale alla sponda orientale dell’Adriatico (Dalmazia).  Lo stesso Massimo Pittau, seguendo il REW,[24] commette un grave errore a mio parere quando collega la voce sarda (Orune) trutzu[25] ‘grosso’ al lat. tursus per thyrsus, sia pure in termini di probabilità. Non si è accorto che questo trutzu se ne sta nascosto anche sotto la superficie del verbo un-turz-ire di cui sopra, incrociatosi con unturzu ’avvoltoio’ che si prende il primo piano abbagliando gli studiosi: in effetti il concetto di “grosso” dell’aggettivo è quasi identico a quello di “gonfio, abbuffato, rimpinzato” (di qui potrebbe essere nato il significato generico di ‘provare un senso di oppressione, di imbarazzo, di malessere’ o di ‘sentirsi male’) che se ne sta però indisturbato dietro le quinte, come ho sopra spiegato e che secondo me risale alla forma trus- del lat. trud-ere (supino trusum) ‘spingere’.  Giusto è invece il collegamento col lat. tursus attuato anche dal Pittau per gli altri significati di sardo trutzu, e cioè ‘torsolo del cavolo, lattuga, ecc.’ e ‘fusto della ferula’.  La voce sarda tris-ioni ‘cima tenera delle piante', anch’essa giustamente collegata dal Pittau  con una forma ampliata del lat. tursus, si allinea con le varie componenti iniziali di triso-marino, tres-marino, ecc. sopra elencate.  Mi accorgo adesso che, per somma ironia della sorte, il Pittau sfiora l’etimo giusto per questi termini, sotto la voce intrùxiri, intruxìri ‘riempire, convincere, plagiare’ fatta da lui risalire, nel suo Nuovo Vocabolario, all’onnipresente intruxu ‘avvoltoio, grifone’ oppure al lat. in + trusus , partic. di trud-ere ‘spingere’, il quale è a mio parere l’etimo giusto da lui introdotto quasi a malincuore, per poter spiegare agevolmente, credo, i due signif. di ‘convincere’ e ‘plagiare’. Ma sotto la voce intruxai ‘mangiare fino a sazietà’ egli tira di nuovo dritto e rinvia il verbo al solito intruxu ‘avvoltoio’ che non è mai sazio… di prendere per il naso i linguisti. Voraci credo fossero tutti gli animali predatori che non ogni giorno potevano mangiare regolarmente, come volpi, martore, faine, altri rapaci, ecc. Il grifone si cibava prevalentemente di grandi carogne, le quali, quando si trovavano, gli venivano certamente contese da altri animali, compreso talvolta l’uomo, già prima che la carne cominciasse a putrefarsi. La sua fama di voracità insaziabile era stata a mio parere alimentata presso la gente soprattutto dal verbo unturzire ’sentirsi male’  e da sostantivi come untuzera[26] ‘abbuffata, voracità’ la cui radice andava a combaciare con forme del suo nome. Per il verbo intrussire (rifl.) ‘irrobustirsi’ (Orgosolo) egli rinvia, sia pure dubitativamente, al precedente intruxiri supponendo forse che il riempirsi o rimpinzarsi (di carne) da parte dell’uccello abbia prodotto il significato di ‘irrobustirsi’: ma c’è per questo una via più diretta che è quella indicata dal sardo truxu sopra citato, col significato di ‘grosso’, nonché i vari truss-udu ‘robusto, tarchiato’(Orgosolo), in-tross-iri ‘divenir tozzo, intozzare’[27], in-trusci-are ‘inturgidire, gonfiarsi’[28]. I verbi sardi introtzare, introtzire ‘rincalzare le coperte del letto’ vanno ricondotti, più che all’it. ant. torciare ‘torcere, piegare’ come vuole il Pittau, al significato di ‘introdurre a forza, inzeppare (tra il materasso e la rete, in questo caso)’ che questa radice trus, tros, spesso mostra di avere: si vadano a rivedere i vari significati che nel dialetto di Trasacco-Aq il verbo ‘ntërzà assume, oppure si rifletta sul sardo introtzu ‘sazio’[29], gemello con metatesi di trasaccano ‘nturzë ‘pieno zeppo’ sopra citato.  Buon ultimo arriva l’abr. ‘ntruzzà ‘far nodo, non andar giù (di cibo)’[30]: cfr. sardo trotzu ’groppo, grosso nodo, ammasso’. Mamma mia, che profluvio di varianti! E ciascuna di esse ne approfitta per accreditare un significato un po’ diverso da quello comune sotteso a tutte, facendo credere anche a linguisti di valore che la propria origine vada tenuta distinta da quella delle altre.  Questo succede perché secondo me una delle convinzioni più radicate nella mente dell’uomo, e generatasi anche inconsapevolmente dai significati dello strato superficiale di ogni lingua, è che l’uomo, creando il linguaggio, abbia trovato per ogni concetto o referente una radice diversa con un significato diverso fin dalle origini.  Errore fatale per ciò che concerne il significato profondo di ogni termine, il quale, se lo si esamina procedendo a ritroso, tende invece ad annullare sempre più le differenze intercorrenti tra sé e gli altri!
  Vorrei da ultimo far notare che in latino esisteva per rosmarino anche la locuzione ros maris ‘rugiada del mare’[31] o anche il semplice ros (Virgilio, Plinio). Il quale ultimo dovrebbe deporre a favore della inessenzialità del presunto aggettivo marinus nella designazione del referente.



Da La ginestra, o fiore del deserto                                                   E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce
                                                                                                                                      (Giovanni III,19)
Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte                  
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. […]
(G. Leopardi) 




[2] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998.

[3] Per le precedenti voci abruzzesi cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq. 2004.

[4] Cfr. I dial. it., cit.  e il DELI (Dizionario etimologico della lingua italiana) di M. Cortelazzo-P. Zolli, Ed. Zanichelli Bologna 2005.
[5] Cfr. G. Devoto,  Dizionario etimologico, Felice Le Monnier, Firenze 1968.

[6] Cfr. nel mio blog il Toponimo Roma del giugno 2009.

[7] Cfr. M. Alinei, Origini delle lingue d’Europa, vol. I, il Mulino, Bologna 1996, p. 207 segg.; vol. II, p. 951 segg.

[8] Cfr. gr. os-mé ‘odore, fiuto’.

[9] Cfr. I dialetti it., cit. La radice potrebbe invece essere la stessa di lat. col-umna ‘colonna’, lat. ex-cell-ere ‘innalzarsi, sovrastare, eccellere’, lat. coll-em ‘colle’, ingl. hill ‘colle’.

[10] Cfr. G.Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq 2006.

[11] Cfr. D. Di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2007.

[12] Cfr. U.Buzzelli- G.Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese,  Avezzano 2002.  Il dialetto avezzanese si situa in una zona di demarcazione tra il dialetto marsicano-abruzzese propriamente detto e di tipo meridionale ad est e quello sabino-aquilano appartenente ai dialetti cosiddetti mediani, grosso modo ad ovest. La differenza più notevole tra di essi sta nel fatto che nel primo le vocali atone, soprattutto finali, tendono a scadere nella vocale indistinta ë-  mentre nell’altro si mantengono.

[13] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2002, sotto le rispettive voci.

[14] Cfr. G. Devoto, cit.

[15] Cfr. I dialetti it., cit.

[16]  A Rocca di Botte-Aq turzu vale ’fusto di alcune piante senza foglie’. Cfr. M. Marzolini, “…me ‘nténni?” , Arti grafiche Tofani, Alatri-Fr. 1995


  18.  Il lat. trans-tru(m) ‘traversa, banco dei rematori’ più che da lat. trans, con cui si è incrociato, mi sembra partire da questo tars-, tras- col sign. di ‘fusto, tonco, trave’. I lat. ras-tru(m) ’rastrello’ e ros-trum ‘becco, muso, sperone’ che i linguisti si affrettano a collegare rispettivamente ai verbi lat. rad-ere ‘radere’ e rod-ere ‘rodere’, con cui si sono certamente incrociati, a mio parere possono venire direttamente dal *(t)ras-trum  che ha generato anche il trans-trum ‘traversa’ precedente e  da *(t)ros-trum, col signif. base di ‘punta’ : cfr. i rebbi del rastrello, nonché il suo lungo manico che si riaggancia all’idea di ‘fusto, palo’.

[19]  Nel dialetto di Nettuno-Rm  nturso vale ‘testardo, caparbio’, evidentemente attraverso la trafila di inzeppato> tenace > testardo. Cfr. sito www.nettunocittà.it/OPERE/una regina seduta sul mare/vocabolario nettunese.htm

[20]  La locuzione friulana pià la truse ‘prendere la sbornia’ contiene la voce truse ‘botta in testa’ considerata un deverbativo da friul. trusà ‘cozzare, dar di capo’ fatto derivare giustamente da un lat. parlato *trusare ‘urtare’(lat. trud-ere ‘spingere’) sicchè la locuzione verrebbe a significare propriamente ‘prendere una botta in testa’: qui i linguisti si fermano, paghi di questa spiegazione.  La voce è la stessa dell’abr. truzzà ‘urtare, cozzare’ secondo la trafila *trusà >turzà>truzzà. Senonchè  noi ormai sappiamo che questo significato deve cedere il passo a quello più diretto di ‘prendere  l’eccitazione (derivante dal vino)’ cioè semplicemente ‘ubriacarsi’.  Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998, s. v. trüsà.

[21] Cfr. I dialetti italiani, cit.

[22] Grande studioso tedesco del secolo scorso (1880-1962) noto soprattutto per il suo Dizionario Etimologico Sardo (DES).

[24]  REW è la sigla di Romisches etymologisches Wörterbuch  di W. Meyer-Lübke, Heidelberg 1935.  Solo ad un livello molto più profondo il significato di ‘spingere’ proprio di questi verbi potrebbe essere riannodato con quello profondo di lat. thyrsus ‘tirso, gambo’ che, come tutti i termini per ‘arbusto, rampollo, albero, ecc.’, attinge secondo me al significato di ‘spinta, escrescenza’ e simili. Ma questa è tutta un’altra storia, poco credibile per chi non ha la mia stessa visione linguistica. 

[25] Cfr. M. Pittau, Nuovo Vocabolario  della Lingua Sarda, Domus de Janas editore, Selargius-Ca  2013.

[27]  Il DES (Dizionario Etimologico Sardo) di Wagner riporta dubitativamente il verbo, per me in modo inspiegabile, all’it. ant. Intozzire.

[28]  Il significato di ‘inturgidire’ richiama quello di nturso ‘testardo, caparbio’ del dialetto di Nettuno-Rm, attraverso il significato intermedio di ‘rigido, duro, tenace’.

[30] Cfr. D. Bielli, cit.

[31]  La piantina odorosa volgarmente nota come timo greco ha il nome scientifico di Teucrium marum. Il suo nome italiano maro, che corrisponde a questo marum, viene dal gr. mâr-on, il quale potrebbe benissimo essere alla base del secondo nome di lat. ros maris ‘rugiada del mare’, per etimologia popolare.  La somiglianza di queste piantine è certa, come del resto si ricava dal termine gr. thýrsi-on ‘timo’ che ha la stessa radice di gr. thýrs-os ‘tirso’.  Dico questo per rassicurare il nostro bisogno di razionalità, anche se in effetti la razionalità con cui l’uomo delle origini poneva i nomi alle cose era molto meno circoscritta della nostra e travalicava abbondantemente le somiglianze dei referenti del regno vegetale, i quali erano sentiti inizialmente tutti simili, in quanto piante, grosse o piccole, odorose o meno che fossero. Infatti la voce thýrsi-on indicava anche la cuscuta, pianta parassita costituita da un intrigo di filamenti.
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