sabato 2 aprile 2016

La "Fara" longobarda, l'istituto giuridico romano della "Confarreatio" e molto altro

   
  Uno degli errori, se non l’errore più gravido di conseguenze, che gli etimologi commettono quando cercano di rintracciare il valore originario di un vocabolo è quello di non tener conto della pletora di significati che qualsiasi termine può aver avuto nel corso della sua veramente lunga storia la quale, contrariamente a quello che generalmente si crede, può spingersi ben addentro al vastissimo periodo preistorico del Paleolitico.  Questo fatto, poi, è tanto più sconvolgente quanto più si constata che la mutevolezza dei significati non è causata solo dal gioco dell’estensibilità figurata del presunto significato di base di un termine, in uno stadio qualsiasi della lingua o delle lingue in cui esso o la sua radice appare, e quanto più si constata  l’importanza del gioco casuale degli incroci con altri termini apparentemente simili nella forma e talora diversissimi nel significato, ma soprattutto quanto più si constata che il significato originario di un termine è talmente generico e vasto da poter comprendere in sé uno smisurato numero di significati ad esso subordinati che lì per lì sembrerebbero reclamare un’origine non comune ma separata.  In altre parole, il lavoro dell’etimologo viene a mio parere irrimediabilmente intralciato dal pregiudizio che ogni radice sia nata per designare un concetto o un referente determinato quando invece bisognerebbe prendere atto che essa, all’origine, ha un significato genericissimo uguale a quello espresso da tutte le altre radici e che solo attraverso l’uso in un dialetto e in una lingua la radice solitamente perde il suo significato generico per acquisirne uno più specifico subordinato a quello generico, rendendo così più precisa e agevole la comunicazione tra i parlanti.

E’ quello che a mio parere è successo anche al termine storico Fara.  Fin dagli anni del liceo mi è stato insegnato che esso indicava, tra i Longobardi, un insieme di uomini o famiglie legati tra loro da vincoli di sangue che li riconducevano ad un progenitore comune e che essa costituiva la base per la creazione di un contingente militare utile per le loro continue migrazioni insieme a donne, vecchi, bambini e animali affrontate a partire dal II sec. d.C., migrazioni che li portarono ad occupare gran parte dell’Italia, dal VI sec. d.C. fino all’VIII. La Fara era insomma pressappoco il corrispettivo di quello che, con termine tedesco, oggi si indica come Sippe ‘famiglia, schiatta, prosapia’.  Molti sono i paesi che in Italia hanno il nome di Fara o Farra che, secondo tutti gli studiosi, sarebbero la prova della presenza in quelle località di fare longobarde ivi stanziatesi sotto la guida di un duca, perché ogni fara ne aveva uno.  La fara è stata vista anche come un ‘popolo in armi in movimento’, secondo l’etimologia che vorrebbe ricondurre il termine alla radice del ted. fahr-en ‘viaggiare’.  Ma così non è. Perché se è vero che deve esserci stato, fra questi due termini, un normale incrocio che ha influenzato il significato di fara, è altrettanto vero che l’etimo deve essere a mio avviso cercato altrove. 

Nell’articolo Il parapetto del mio blog[1] ho già incontrato quella che per me è la radice appropriata della parola di cui si discute.  Alla nota 4, soprattutto, ho mostrato come l’ingl. fr-iend ‘amico’, che in scozzese vale ‘parente’ come in antico alto tedesco fr-iunt ‘parente’, con sincope della vocale /a/, debba essere collegato proprio all’it. par-ente e non al lat. par-ente(m) ‘genitore’, benchè le due radici, quella che indica un singolo membro di un parentado e quella che invece designa il generatore di una singola famiglia finiscano per coincidere: si pensi, per fare un esempio, al variare di significati tra lat. gent-e(m) ‘gente’ (complesso di famiglie nella Roma antica unite dal nome, dal capostipite, dagli usi religiosi, oppure ‘popolo, razza, nazione’), ingl. kind ‘genere,tipo’, ted. Kind ‘figlio, figlia, bambino, fanciullo’, ingl. kin ‘parentado, congiunti, famiglia, parente’ e ci si renderà conto come una stessa radice possa essere usata ad indicare sia il genitore che il generato (figlio), sia la singola famiglia costituita da un insieme di membri uniti da strettissimi vincoli di sangue, sia un insieme di famiglie, sia un più generico insieme di persone o cose. Di solito  si è portati a credere che questi significati si siano sviluppati tutti da quello iniziale di generare e non si sospetta minimamente che quest’ultimo invece potrebbe essersi sviluppato, ad esempio, proprio da un’idea precedente di “gruppo, unione, congiungimento” riferita all’atto sessuale degli animali che nella procreazione sono soliti copulare, appunto, dando luogo a quell’unione che è alla base di ogni gruppo possibile ed immaginabile di uomini, animali e cose.  Questo è il motivo per cui non si può sostenere, ad esempio, che il lat. co-et-u(m) ‘radunanza, aggregazione, scontro –cfr. it. ceto’ sia diverso e posteriore al lat. co-it-u(m) ‘coito’ che vale anche ‘congiunzione’ in senso generico. Ambedue presuppongono il verbo lat. co-i-re ‘andare (-ire) insieme (co-), riunirsi, azzuffarsi, associarsi, congiungersi sessualmente’ che ci ricorda come alla base di tutti i significati specifici dorma in genere l’idea primordiale di “movimento, spinta, forza”.  Lo stesso gr. koítē, almeno nel significato di ‘canestro,cesta, paniere’,  presuppone una matrice comune con le rispettive forme latine per ‘coito’ o ‘ceto’ prima che avvenissero le relative specializzazioni : una cesta è sempre un insieme, non di uomini ma di vimini.

Tornando alla fara dei Longobardi, variante secondo me della forma para di cui parlo nell’articolo Il parapetto sopra ricordato, mi pare di poter affermare che il suo significato originario indicasse il rapporto tra uomini legati tra loro da vincoli di consanguineità per via della loro discendenza da un antenato comune: anche in questo caso, come vado dicendo spesso in questi ultimi articoli, potevo risparmiarmi la fatica di andare a trovare l’etimo giusto, potendolo ricavare, starei per dire ad occhi chiusi, dal significato fondamentale della stessa parola fara

Cose straordinarie si scoprono se si va un po’ a riflettere su alcuni termini antichi riconducibili, come tra poco vedremo, alla parola in questione.  Il lat. farre-ation-e(m) o con-farre-ation-e(m) indicava una forma di matrimonio romano tra patrizi che avveniva attraverso l’offerta di una focaccia, che forse veniva assaggiata anche dagli sposi, a Giove Farreo (cfr. lat. far ‘farro’), presenti il Pontefice Massimo, il Flamine Diale e dieci testimoni.  Il verbo lat. con-farre-are valeva ‘unire in matrimonio’.  A me sembra impossibile derivare questo significato dal nome del tipo di grano indicato apparentemente dalla radice, cioè il farro. In effetti né il significato di ‘unire’ né quello di ‘matrimonio’, che nel fondo ribadisce sempre quello di ‘unione’, si possono ricavare da questa radice per ‘farro’.  Mi sembra altrettanto impossibile che l’idea centrale espressa da questo istituto matrimoniale, quella di “unione” appunto, la si debba ricavare dal farro una cui focaccia entra a far parte della cerimonia.  Perché mai la focaccia di farro ha tutta questa importanza, ammesso che veramente l’abbia avuta?  I linguisti sono troppo frettolosi, a mio parere, quando rimandano ad essa l’etimo di con-farre-ation-e(m) senza tentare nemmeno di giustificarne in qualche modo la presenza nella cerimonia. Queste concrete difficoltà si dissolvono non appena baleni nella nostra mente l’illuminazione chiarificatrice, secondo la quale la con-farre-ation-e(m) non è altro che un termine che contiene proprio la stessa radice del termine fara, nel suo valore fondamentale di ‘unione, congiungimento’, come quello che si concretizza nel matrimonio fra i due coniugi o anche nel significato di aggregazione della sposa alla famiglia dello sposo[2].  La cosa è a mio avviso dimostrata dal termine arcaico ingl. fere ‘compagno, collega, marito, moglie’ fatto derivare erroneamente dall’antico alto tedesco far-an ‘andare, viaggiare’ come il ted. Ge-fähr-te ‘compagno, amico’, il quale quindi non significava originariamente ‘uno che viaggia insieme con un altro’ ma semplicemente ‘uno pari o appaiato ad un altro’. Naturalmente l’incrocio col verbo far-an ‘viaggiare’, che pure ci è stato, non è avvenuto senza conseguenze: ha prodotto il significato aggiuntivo e complesso di ‘compagno di viaggio’ che si affianca a quello originario di semplice ‘compagno, amico’. La radice puntualmente rispunta nel lat. ferru-men o feru-men ‘saldatura, connessione, incollatura, materia per saldare’[3]Tutto ciò provoca un nostro ammirato stupore, per l’improvvisa facilità e abbondanza di riscontri probanti per le nostre tesi, unito al senso di vicinanza che percepiamo tra le lingue europee, molto maggiore di quello che eravamo abituati a provare!  Ripeto ancora una volta (come un mantra che dovrebbe scuotere le nostre coscienze o come una sorta di fissazione tipo la “Delenda est Carthago” di catoniana memoria) il pensiero di Einstein secondo cui una teoria è tanto più valida quanto più numerose sono le cose che collega.  

Una cerimonia, un rito hanno sempre bisogno, poi, di un minimo di gesti, usi, comportamenti che vengono alimentati quasi inconsapevolmente, nel corso dei millenni, dall’incrocio del termine che indica il nucleo dell’avvenimento con altri simili in superficie ma con significati diversi da quello originario in profondità, i quali possono finire col prevalere se nel frattempo il significato iniziale del termine è scomparso dall’orizzonte lessicale della lingua e vive magari solo in forme che solo lo studioso  riesce a scovare, come è successo in questo caso. Questo fatto inoltre dimostra ancora una volta che la rigida distinzione nel trattamento delle consonanti esplosive indoeuropee, come viene teorizzata dagli studiosi, la quale prevede la trasformazione in spirante /f/ della esplosiva labiale /p/ nelle lingue germaniche (cfr. lat. pater/ingl. father) deve essere corretta e spiegata in altro modo, visto che forme in spirante /f/ si incontrano anche in aree diverse da quelle germaniche, come quella latina. 

Il lat. farr-agin-e(m)  ‘biada, mangime misto per animali; mistura, miscuglio’ non trae il nome da quello del farro che è uno degli ingredienti insieme ad altri cereali (orzo, grano, ecc.) bensì dal significato di fondo della radice che è quella di “mescolanza, confusione, ecc.”, altra forma di ‘unione, congiunzione’ che può assumere un’apparenza più ordinata nello spagn. parr-illa ‘griglia’ con le sue stecche o ferri incrociati secondo un disegno.  Esisteva anche la variante lat. ferr-agin-e(m) con lo stesso significato che ha dato il dialettale fërr-àina in Abruzzo. Questo termine poteva riferirsi anche a piantine in erba di cereali, mietuti prima di maturare per il foraggiamento degli animali.  La radice compare a mio avviso anche nel gr. phár-os ‘tessuto, panno, tela, mantello, coperta, ecc.’.  Lo stesso termine greco vale anche ‘aratro’ e viene riportato dai linguisti alla radice di gr. phár-ynks ‘gola, faringe’ e accostato al significato di lat. for-are ‘forare, bucare’.  Ma non è così! L’aratro è una struttura, uno strumento composto di vari elementi incastrati tra loro, e quindi il termine qui ribadisce il concetto di “commettitura, congiungimento, unione, intreccio” sotteso anche a quello di “tessuto”[4].  Anche il lat. for-u(m) ‘ponte della nave’ ribadisce la cosa, in quanto il ponte è costituito da serie di tavole interconnesse. Il plur. fori indica ‘file di sedili, celle delle api, tavola da gioco (scacchiera)’, tutti significati relativi ad oggetti costituiti di più elementi.  La radice ricompare anche nell’egizio paar ‘tessuto’.  Le parole sono certamente più vetuste delle stesse piramidi d’Egitto e ingannano anche i linguisti, come dimostra la lunga storia di questo FAR -/PAR– che taluni vorrebbero confinare al ted. fahr-en ‘viaggiare’, senza tener conto dei suoi numerosi agganci sia in senso orizzontale che in quello della profondità. 

Da ultimo, per completare adeguatamente il quadro, bisogna assolutamente parlare della Festa delle Farchie che si celebra a Fara Filiorum Petri nel Chietino in coincidenza della Festa di Sant’Antonio Abate.  Le farchie sono fasci di canne che, legati da ritortole di rami di salice rosso, raggiungono il rispettabile diametro di circa 1 m. e un’altezza fino a 8-10 m.  La sera della vigilia della festa, il 16 di gennaio, esse vengono incendiate secondo un rito simile a tanti altri in Italia e in Europa connessi con antichissime festività preistoriche legate in genere al ciclo annuale del sole.  Ma in questo caso credo si possa parlare, per i motivi che subito dirò, di una festa che sanciva il raggiungimento di una stretta alleanza federale di piccole comunità preistoriche circonvicine, come la festa del Settimonzio della Roma primitiva, e che finì col confondersi con la festa del Santo di Padova.
 
Da ciascuna delle varie frazioni e contrade (12) del comune di Fara si muove, il giorno della festa, una farchia per raggiungere il piazzale della chiesa di Sant’Antonio.  Oggi essa viene trasportata da un trattore, in passato naturalmente da un carro trainato da buoi se non addirittura sulle spalle dei contradaioli.  Ora, che cosa possono rappresentare queste farchie nell’ambito di questa manifestazione tradizionale?  Il nome farchia deve ricorrere anche altrove in Abruzzo, come a Trasacco nella Marsica, dove indica appunto un grosso fascio di frasche che veniva acceso la sera della vigilia della festa di Sant’Antonio, ma indicava anche un normale fascio di frascame usato per l’accensione dei tradizionali forni per il pane[5].  C’è nel nome l’idea di fascio non disgiunta però da quella di fuoco.  Il sostantivo farchia deve provenire da una forma italica *far-cula non attestata ma altamente probabile, data la nostra ormai profonda conoscenza della radice FAR- che abbiamo detto indicare sostanzialmente un raggruppamento, una unione che in questo caso si concretizza nel fascio di frasche o canne con tutti i valori figurati connessi di stretta unione fra due persone (matrimonio), fra più persone (famiglia) o fra più famiglie costituenti la fara longobarda.  Ma poteva senz’altro indicare anche una probabile federazione di piccole comunità preistoriche limitrofe che per motivi economici, religiosi e militari avevano sentito la necessità di unirsi e di eleggere una sede comune che le rappresentasse tutte.  Ecco perché ancora oggi a Fara Filiorum Petri le farchie si muovono dalle numerose frazioni verso il sagrato della chiesa di Sant’Antonio, attualmente ai bordi del paese di Fara. Lì, seguendo i precisi comandi del capofarchia (come fosse un duca della fara longobarda), i contradaioli mettono ciascuna di essa in posizione verticale fissandola in modo che non cada. Sempre a Trasacco la parola farchia, oltre a designare una leguminosa simile alla cicerchia, ha il valore di ‘grossolana farina costituita dalla mistura di diversi cereali e usata per approntare un pastone per gli animali’.  
 
Date le precedenti considerazioni a me pare inattendibile la vulgata secondo cui le numerose Fara, Farra della toponomastica, sparse nel territorio italiano, sarebbero la spia dello stanziamento in queste località di unità famigliari e militari dei Longobardi.  Il termine l’abbiamo visto arrivare da molto lontano, sia nello spazio che nel tempo, e così poteva benissimo indicare un nucleo abitativo o una comunità (secondo l’etimo) risalente ad epoche di molto antecedenti a quella dei Longobardi. Il nome della frazione Leo-fara, ad esempio, nel comune di Valle Castellana nel teramano, mi sembra possa essere interpretato come composto da due radici tautologiche per popolo, comunità, paese: quella di –fara, che conosciamo, e di leo- dal gr. ōs ‘popolo, schiera’. 

Per dare un esempio della varietà di forme e di significato che una parola può assumere (e che a volte scompaiono senza lasciare traccia) faccio notare che a Palena-Ch si incontra la voce forchja che indica un caprile, un piccolo spazio delimitato da graticci di canne, un’altra forma di insieme, gruppo .  Il termine non può derivare da un lat. furc-ula(m) ‘piccola forca’ ma deve richiamare la radice del lat. for-u(m) ‘ponte della nave’ sopra citato, da un precedente *for-cula(m) non attestato. A Rapino-Ch, un mazzetto di canne (un altro insieme) infiammate, usato per bruciare le setole del maiale ammazzato, viene chiamato firchje, altra variante di farchja.  Sembra strano, ma non lo è: la variante porta con sé il ricordo, a mio avviso, dell’incrocio con un nome per ‘maiale’ incontrato nella notte dei tempi e poi scomparso: il ted. Ferk-el ‘lattonzolo, porcellino’, imparentato con lat. porc-u(m) ‘porco, maiale’.  Dimenticavo le ferchje (al posto di farchje) di Casacanditella, sempre nel Chietino.  Sembra di essere di fronte a certe varietà di forme apofoniche così frequenti nell’area germanica! La farchia in qualche dialetto indicava proprio un ‘tipo di canna’ con le cui foglie si impagliavano le sedie (cfr.lat. fer-ulam ‘ferula, canna’).  E’ facile immaginare che in questi casi la parola dovesse nascondere un significato generico originario di ‘erba, pianta, pollone,rampollo’ con riflessi semantici anche nel regno animale. Lo stesso lat. far ‘farro’ è una piantina come lat. far-far-u(m) o far-fer-u(m) ‘farfaro’, con radice raddoppiata, che è un tipo d’erba.

Il concetto di “fuoco, falò” che sembra accompagnare questo termine potrebbe non essere secondario, nel senso che esso non sarebbe stato indotto dall’uso cui la farchia è destinata.  Esso potrebbe essere effettivamente autonomo rispetto all’altro di ‘insieme, gruppo, fascio’.    E’ noto che il termine faro, la cui radice assuona perfettamente con quella di far-chia,  viene fatto risalire al nome dell’isoletta di Faro di fronte ad Alessandria d’Egitto dove esisteva un faro per la navigazione.  Ma taluni, a ragione, fanno notare che la parola potrebbe di per sé indicare ‘luce, splendore, fuoco’ se si tiene presente la radice greca PHA- ‘risplendere’ e i termini copti firi ‘risplendere’ e fra ‘sole’[6]. Si noti la somiglianza con l’ingl. fire ‘fuoco’, ted. Feur ‘fuoco’ i quali, più che essere considerati trasformazioni di un termine come il gr. pŷr ‘fuoco’ con la labiale /p/ iniziale, debbono a mio avviso essere visti come forme parallele intercambiabili esistenti già dai primordi.  Propendo a credere che nel teonimo Iuppiter Farreus, divinità cui si dedicava la focaccia di farro nella cerimonia matrimoniale di cui sopra, l’epiteto Farreus  fosse, prima che avvenisse l’incrocio con la radice di farro, un appellativo autonomo di Giove, dio della luce del giorno[7].  Sicchè anche l’espressione italiana sul far del giorno ‘alle prime luci dell’alba’ potrebbe aver risentito di questa radice, piuttosto che di quella del verbo fare, come del resto l’altra espressione sul far della sera, con probabile riferimento alle luci del crepuscolo. Naturalmente, poi, è stato inevitabile l’incrociarsi di questo far con le espressioni farsi giorno, farsi sera, farsi notte col significato di ‘diventar giorno, sera e notte’.


   Il verbo lat. ferru-min-are ‘saldare’ (presente anche in italiano per via dotta) era usato in genere per i metalli e allora doveva alludere a saldatura a fuoco.  Nello stesso mito Prometeo ruba il fuoco agli dei nascondendolo nell’interno di una fer-ul-a(m) ‘canna’ e lo porta agli uomini. Allora la radice fer- doveva nasconderne un’altra per ‘fuoco’, come avviene spessissimo in questi casi.

Un’ultima osservazione si deve fare in merito al lat. ferr-u(m) ‘ferro’ ed è a mio avviso di notevolissima portata, onde io “del vedere in me stesso m’essalto” come il nostro padre Dante[8].  L’etimo di lat. ferr-u(m) dà molto da fare ai linguisti che restano molto incerti nelle loro proposte.  A mio avviso questo succede perché, anche in questo caso, mancano del metodo giusto.  Io ricavo l’etimo piuttosto facilmente da quanto ho detto precedentemente sulla radice FAR-/FER- e da una semplice riflessione sul minerale ferroso, dinanzi a cui si trovarono gli uomini che dovettero per primi nominarlo, naturalmente sfruttando, come avveniva quasi sempre, qualche termine già esistente nel loro vocabolario.  Infatti la cosiddetta magnetite, uno di questi minerali, si presenta come un insieme di cristalli cementati con materiale roccioso: una vera e propria ferr-agine(m) = farr-agine(m) ‘mistura (di cereali)’ o ‘impasto, ammasso’  dunque! E che dire di lat. ferra-mentu(m) il quale indica qualsiasi strumento in ferro, compresi l’aratro e il rastrello, come lo stesso lat. ferr-u(m)?  Ma se solo si riflette sul fatto che l’aratro fu inventato almeno 5-6mila anni prima della scoperta del ferro o almeno del suo uso industriale, e che esso era quindi costituito solo di elementi lignei, si deve dedurre che non solo il suo nome più diffuso di aratru(m) ma anche questo più raro di ferru(m) dovevano andare a perdersi nella notte dei tempi, data del resto la normale ancestralità di tutti i termini o, almeno, delle loro radici.  E ce lo conferma proprio il gr. phár-os che significa ‘tessuto’ ma anche ‘aratro’!  Il rastrello, usato ancora fino a ieri nelle nostre campagne, era normalmente di legno perché più maneggevole e meno costoso rispetto ad esemplari di ferro.  E’ pertanto vano pensare, come purtroppo siamo in certo senso costretti a fare oggi, che i ferri del mestiere siano una parola inventata successivamente alla scoperta del relativo metallo!  Nulla di più falso! La parola, inoltre, non indicava in via figurativa gli strumenti, bensì la struttura o composizione di cui essi si sostanziavano! L’it. inferriata sicuramente non è nato come ‘intreccio di aste di ferro’ ma solo come ‘intreccio’ e basta!  L’it. afferrare non è il risultato del mettere mano al ferro (una spada, ad esempio), come si pensa, ma solo un mettere la mano su, nel senso di ‘contattare, attaccarsi, impossessarsi’ e quindi ‘prendere (con forza)’ o ‘comprendere’ qualcosa. L’it. sferrare, in tutti i suoi sensi, ne rappresenta l’opposto attraverso il prefisso s- con valore privativo negativo. L’it. ferrato, nel senso di essere un valido conoscitore di una materia o argomento, non deriva dall’essere ben corazzato o armato ma piuttosto dall’essere ben saldo o solido nella conoscenza di quel certo argomento. 

La giurisprudenza un tempo prevedeva, tra diversi tipi di associazioni agrarie, la soccida di ferro (non so se sia contemplata ancora oggi dal Codice civile), un contratto di natura associativa in base al quale il locatore di un fondo lo cedeva in affitto al conduttore insieme ad un certo numero di animali senza partecipare agli utili e alle spese dell’allevamento, ma a condizione di riavere, alla scadenza del contratto, gli animali che aveva ceduto o, più precisamente, animali dello stesso valore di quelli che aveva affidati all’inizio al locatario.  Il contratto era chiamato anche locazione di ferro[9].  Ora vi sono due possibilità di spiegazione per questa espressione. Si sa che soccida corrisponde al nominativo lat. societas ‘società, unione, compartecipazione, accordo’, con ritrazione dell’accento tonico sulla prima sillaba.  Il vocabolo ferro o lo si considera una sorta di tautologia rispetto a soccida, e cioè un antichissimo termine per ‘accordo, patto, unione’ trascinato con sé, attraverso strati linguistici diversi, dal termine soccida subentrato successivamente o lo si può intendere come usato ad indicare la caratteristica fondamentale di questo contratto, costituita dalla parità del valore degli animali ceduti e di quelli riconsegnati alla fine dal locatario.  La voce arcaica ingl. fere ‘compagno, collega, marito, moglie’, di cui ho parlato già sopra, nei dialetti attuali britannici indica una persona  di rango o competenza uguale, pari[10]I due significati di ‘compagnia, società’ e di ‘uguaglianza, parità’ sono interdipendenti come sappiamo.  In abruzzese il sostantivo sòccë (ma anche sóccë – ad Aielli) vale ‘mezzadro’ o ‘socio di un accordo, in genere non scritto, di una sorta di soccida, mentre l’aggettivo sòcce/sóccë vale ‘pari, uguale’[11].  Lo stesso lat. firm-u(m) ‘fermo, solido’, che secondo me è ampliamento in /m/ di questa stessa radice FER-, ha dato in francese ferme che significa, tra l’altro, anche ‘locazione, affitto, appalto’: siamo quindi sempre vicinissimi al concetto di “accordo, contratto”.  La voce fërmèlla/frëmmèlla ‘bottoncino per camicie e grembiuli’ del dialetto di Trasacco[12] non ci può più nascondere la sua antica natura di ‘fermaglio’ o ‘strumento (per fermare, chiudere, connettere, unire)’.  Il fr. ferme significa anche ‘travatura del tetto’ che assuona bene, anche nel significato, con ingl. frame ‘intelaiatura, ossatura, montatura, cornice, ordinamento, sistema, forma, modulo‘(cfr. ingl. roof frame ‘orditura del tetto’).  Il gr. phorm-ós vale ‘cesta, stuoia, fascio, legno incrociato’, cioè un intreccio, un insieme.

A questo punto non si può trascurare il lat. forma(m) ’forma’ (dai molti significati tra cui, ad esempio, quelli di ‘cornice, ordinamento, sistema,modulo[13], presenti anche nel  citato ingl. frame) erroneamente considerata metatesi di gr. morphé ‘forma’: forse è vero l’inverso, il termine greco è metatesi del latino.  Il verbo lat. form-are significa ‘formare, plasmare, creare, istruire, educare, allevare’, tutti significati che a mio avviso scaturiscono da quello nascosto nel fondo di ‘mettere insieme, comporre, fare, lavorare’: la radice, non dimentichiamolo, è sempre quella, ad esempio,  di lat. ferru-min-are ‘saldare’, lat. firmu(m) ‘fermo, solido’, ecc.  Possiamo unire al gruppo l’ingl. to farm ‘coltivare, allevare (animali)’ che forse fu presa dal fr. ferme ‘fattoria, casa colonica’ ma più probabilmente è variante di ingl. frame ‘struttura’.  Buon ultimo arriva il lat. parm-a(m) ‘scudo piccolo rotondo’, dal gr. párm ‘scudo piccolo rotondo’. I nomi di questi oggetti naturalmente risalgono ad un periodo antichissimo quando essi erano composti di un’armatura in legno che sosteneva graticci di vimini, magari a più strati rinforzati da imbottiture varie.  Si trattava dunque di veri e propri strutture o strumenti nel senso etimologico di ‘composizione’.  Infatti il gr. hopl-on valeva ‘gomena, arnese, strumento, arma, scudo (pesante)’.  Il concetto di “rotondità” che accompagna la parma si ritrova, ad esempio, nell’ingl. frame che significa anche ‘orbita’. Ma doveva nascondersi anche nel lat. form-a(m), nel significato di ‘forma per fare il formaggio’, se è vero che nell’industria casearia il termine forma “indica un cerchio di legno rotondo in cui si versa il latte coagulato per fare il formaggio”(R. Nannini, 1561)[14].  I composti ingl. farm-house ’casa colonica’ e frame-house ‘casa con ossatura in legno’, che sembrano creati apposta per indicare i loro rispettivi referenti, in realtà dovettero nascere come varianti tautologiche indicanti semplicemente la ‘casa’, come avviene per la maggior parte dei nomi composti germanici. Mi fermo qui sperando di aver dilettato almeno un po’ qualche sporadico, paziente e gentile  lettore.

 Ora potrei anche lasciare questo mondo, soddisfatto del lavoro compiuto, se non proprio felice!






[1] Cfr. l’articolo Il parapetto del febbraio 2016 (pietromaccallini.blogspot.it).  L’articolo andrebbe letto prima di questo.

[2] In effetti il termine con-farre-ation-e(m) rivela lo stesso fenomeno da me riscontrato nel termine com-pan-atico, in cui il pane non c’entra nulla col significato profondo di ‘accompagnamento, unione’ che la parola a mio parere ha.  Anche qui il farro  non c’entra nulla col significato di ‘matrimonio, unione’ che essa indica (cfr. l’articolo Il flauto di Pan nel mio blog). La Lingua ci conferma ancora una volta che essa ama chiamare le cose per quello che sono, direttamente.  E che quindi dobbiamo essere molto ma molto guardinghi quando ci troviamo di fronte ai vari usi cosìddetti traslati o figurati o metaforici delle parole: nella maggior parte dei casi vi si nasconde un bluff!

[3] Naturalmente non credo che questo feru-men derivi da una radice indoeuropea DHER da cui deriverebbe lo stesso lat. firm-u(m) ‘fermo, solido’.

[4] Per il lat. aratr-u(m) e gr. árotr-on (cret. áratr-on)  non inganni il facile rimando ai verbi lat. ar-are ‘arare’ e gr. aró-ein ‘arare’.  A mio avviso bisogna pensare che il nome dello strumento sia formato da due radici tautologiche per ‘connessione, congiungimento’ rappresentate dalla nota radice indoeuropea AR (cfr. gr. árthr-on ‘giuntura, articolazione’ simile per altro ad aratro) e dalla voce gr. ētri-on, dorico átri-on ‘trama, ordito, tessuto’.  L’azione dell’arare deve essere vista, poi, come un congiungimento penetrativo del vomere e della terra la quale viene così quasi ad esserne fecondata, significato espresso da alcune parole greche della stessa radice.

[5] Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.  A San Marco in Lamis, nel foggiano, le farchie sono chiamate fracchie per metatesi e accompagnano la processione serale del Venerdì Santo.  Una volta avevano la grandezza di normali torce, oggi son o invece molto più grandi.
[6] Cfr. dizionario etimologico di O. Pianigiani in rete.

[7] Cfr. ant. iraniano far-nah ‘luce’, lat. for-n-u(m) o fur-n-u(m) ‘forno’, lat. for-m-u(m) ‘caldo’.

[8] Cfr. Inferno, IV, 120.

[9] Cfr. dizionario etimologico di O. Pianigiani in rete, s. v. ferro.

[10] Cfr. il vocabolario inglese Merriam-Webster.

[11] Ad Aielli, il mio paese, il proprietario che possedeva una sola vacca si metteva d’accordo con un altro proprietario che era nelle sue stesse condizioni, per poter formare una coppia di buoi necessaria per l’aratura.  Egli così diventava un sóccë ‘socio’.

[12] Cfr. Q. Lucarelli, cit. La voce fërmèlla ‘bottone’ ricorre anche a Chiauci-Is e altrove.

[13] Veramente è il diminutivo lat. formula(m) a significare anche ‘formulario’. L’ingl. form ‘modulo’, derivato dal lat. form-a(m) ‘forma’ fa supporre che anche il nome non alterato avesse in latino il significato di ‘formulario, modello’.  Ma soprattutto esso ci  induce a credere, a mio parere, che l’ingl. frame ’struttura, modulo’ doveva essere nei primordi preistorici una semplice variante di lat. form-a(m) presente su suolo britannico, o altrove nell’area germanica, già prima dell’arrivo dei Romani.  Il cacio-cavallo, che dà tanto da penare agli etimologi, per me è una normale tautologia. Il costituente –cavallo è della famiglia di ingl. wheel ‘ruota’, da antico ingl. cweel ‘ruota’.  La voce si è adattata poi ad indicare la forma rotondeggiante ( a pera) del caciocavallo. Cfr. anche la voce abruzzese cuèlla (ad Aielli) ‘una ciambella di legno di olmo o salice’ adattata al basto per farvi passare i legacci che assicurano la soma. Esiste nei dialetti abruzzesi la voce cuvéjjë, covélla ecc., che indica un ‘anello’ che fissa il giogo al timone dell’aratro.  La radice è quella di lat. cav-u(m) ‘cavo, concavo’, arcaico cov-u(m).  Per la verità si incontra anche la voce dialettale cóvo (Toscana), còvë (Abruzzo) ‘anello del giogo’ che rimanda direttamente al lat. co(h)um ‘incavo del giogo’ dove inserire o legare il timone, In Ennio cohum vale ‘volta del cielo’(cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani , UTET, Torino 1998). Ma non si può nemmeno escludere una radice in velare, come quella riscontrabile net ted. Kug-el ‘palla’.

[14] Cfr. M. Cortelazzo-P. Zolli, DELI Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli editore, Bologna, 2004, s.v. forma.  Nel dialetto di Rocca di Botte-Aq ricorre la voce cassu che indica ugualmente un ‘cerchio di legno di faggio’ dove si spreme la cagliata e si fa scolare per qualche giorno (cfr.M. Marzolini, “…me nténni?”, Arti grafiche Tofani, Alatri-Fr, 1995). Allora mi pare credibile che anche il lat. case-u(m) ‘cacio, formaggio’ dovesse indicare questo cerchio, data la sua quasi completa somiglianza col cassu suddetto.

martedì 1 marzo 2016

"Covone": etimologia

                                                        




                                                     Covone: etimologia

Nel penultimo numero di Quaderni di semantica (Nuova serie, vol. I/2015) ho letto l’articolo di Mario Alinei Note etimologiche IV (pp. 207-17) e la mia attenzione è stata attirata dall’etimo che vi si dà, tra le altre, della parola covone.  Vi si lamenta il fatto che tutti i dizionari etimologici, pur derivando la parola dal lat. covus, forma parallela a lat.  cavus ‘cavo’, non ne spiegano, o non ne spiegano bene, lo sviluppo semantico.  Secondo lui, ‘cavo’ non sarebbe, giustamente, il palmo della mano o lo spazio tra il braccio e il fianco del mietitore come generalmente si pensa, ma il covone stesso, che egli da bambino vedeva spessissimo nella campagna bolognese e di cui si riproduce una foto, dove vari gruppi di tre covoni addossati l’uno all’altro nella parte superiore, formano effettivamente una sorta di ‘cavità’ aperta.  

     Ora, questo ragionamento dell’Alinei è a mio avviso impeccabile lì dove invita gli studiosi a porre attenzione alla forma di un covone, e non ad altro, in una prospettiva iconomastica, ma purtroppo la sua conclusione mi pare che manchi alla fine il bersaglio, per così dire.  C’è in effetti da osservare che in italiano il termine covone presenta due significati: 1) fascio di steli di grano o altre graminacee; 2) gruppo di questi fasci o covoni.  Se l’Alinei aveva in mente il secondo significato, nel determinare l’etimo della parola, allora la sua conclusione avrebbe qualche possibilità di essere giusta, ma il singolo covone secondo me  è già di per sé una realtà ben definita che reclama il suo bel nome originario, dato anche il fatto che l’altro significato di ‘gruppo di covoni’ potrebbe, come mostreremo, essere derivato non dalla constatazione che i tre covoni di cui si è parlato formano una ‘cavità’ ma proprio dal concetto di “gruppo”, il quale è, tra l’altro, quello più rispondente, a mio avviso,  alla “cosa” da nominare e inoltre, vedi caso, anche adatto a designare la quantità di steli di un un singolo covone.  In diversi articoli presenti nel mio blog[1] ribadisco, con esempi concreti, questo principio fondamentale della mia linguistica: le parole nominano sempre direttamente i loro referenti, anche quando l’apparenza sembra indicare chiaramente tutt’altro, come in questo caso. 

    Io ritengo che la radice della parola cov-one abbia qualcosa in comune con ingl. cob ‘mattone crudo di argilla e paglia’ (c’è l’idea di “intreccio, mescolanza, struttura, insieme”); ingl. cop ‘bobina, filo avvolto nel fuso’; a. norreno kippi ‘fascio, covone’; ingl. dial. kipe ‘grossa cesta’; aiellese, trasaccano, ecc. cupë[2] ‘alveare’, dan. kupe ‘alveare’; ingl. hive ‘alveare’; lat. cupa ‘botte’. In queste comparazioni non tengo molto conto della I° rotazione consonantica tedesca alla quale credo fino ad un certo punto. Le parole citate contengono anche il concetto di “cavità”.  Non è molto difficile passare da questo concetto a quello di “rotondità”, di “massa” e di “mucchio”, col quale ultimo ritorniamo al concetto di ‘insieme, struttura, composizione, ecc.”, uno dei più produttivi.  Bisogna anche ricordare, per quello che subito dirò, che secondo la mia convinzione, più volte ribadita nei miei articoli, le cosiddette parole composte germaniche (in cui l’una è chiamata solitamente determinante, l’altra determinato) costituivano inizialmente composti i cui membri ripetevano tautologicamente lo stesso significato. Solo successivamente, in conseguenza dell’incrocio con parole formalmente uguali o simili ad uno dei componenti il composto, ma con diverso significato, la lingua riuscì a creare i composti arrivati fino a noi, con membri dal significato non tautologico.  Pertanto anche nel composto ingl. cob-web ‘ragnatela’, ad esempio, inizialmente il primo membro cob- doveva far parte della serie di parole sopra elencate, col significato di ‘tela’ (che è un intreccio), tautologico rispetto al secondo membro –web ‘tessuto, tela’.  L’incontro col medio ingl. coppe ‘ragno’ gli fu fatale.
    Altri termini da tener presenti, per chiarire l’etimo di cov-one, sono l’ingl.obs. cope-mate  ‘antagonista, partner, compagno’ ; australiano cobber ‘amico, compagno’; serbo-croato čupa ‘ciuffo’; oland. cub ‘tetto di paglia, cesta per pesci’, ingl. cow-lick ‘ciuffo ribelle’; sardo cóv-inu ‘nassa per le anguille, cestello’; ingl. dial. cob,cobb ‘cestello di vimini’, ingl. cobble ‘acciottolare’ e ‘rabberciare, rattoppare’; ecc.

     Nel termine cope-mate, citato, si nota l’influenza del significato del verbo cope ‘far fronte, tener testa’ ma anche, arcaico, ‘incontrare’ simile ad ‘andare insieme’, sicchè diventa sostenibile che nel composto originario la parola dovesse avere lo stesso significato dell’altro membro –mate ‘compagno, amico’.  E’ evidente che il concetto di ‘ciuffo’ relativo ad alcune delle parole sopra citate rientra in quello di “insieme, intreccio, ecc.” come quello di “cesta” (insieme a quello di “cavità”).  Per l’ingl. cow-lick, che letteralmente vale ‘leccata di vacca’ come se il ciuffo ne fosse il risultato, c’è da dire che anch’esso a mio avviso è un composto tautologico, il cui secondo membro doveva appartenere alla famiglia di lat. lig-are ‘legare, unire, associare’, m. b. ted. lik ‘fascia, legame’.  Ma del resto anche il semplice lick in inglese può valere ‘ciocca’, anche se solitamente ben in ordine. Un rabbercio è simile ad un acciottolato, composto di un insieme di ciottoli stretti l’uno all’altro (cobble).  Interessantissima è la voce aiellese arcaica cun-cup-ìna (ricordo che la usava, tra gli altri, mio padre) riferita solitamente ad un insieme di persone che chiacchierano, magari vivacemente, senza approdare a nulla: una specie di baruffa o rissa, o meglio una sorta di pre-rissa, un agitarsi vano di uomini e voci.  Balza agli occhi la somiglianza della parola con l’it. concubina.  Nonostante le apparenze, a me pare incontrovertibile, come spiegherò, che i due termini abbiano una parentela sostanziale oltre che formale. Come è noto, infatti, la parola italiana rimonta al lat. con-cub-ina(m) spiegato da tutti come ‘colei che giace (lat. cub-are ‘giacere’) con un uomo senza esserne la moglie’.  Ma non si tiene conto dell’osservazione che il lat. cub-are era anch’esso una specializzazione della radice CUB[3] col valore generico di ‘unire, collegare, mettere insieme, stare insieme, ecc.’ che sappiamo. Sicchè il significato più antico del termine doveva riferirsi ad una donna che semplicemente ‘stava con un uomo, conviveva’, che era insomma una ‘compagna’ come si dice oggi, senza riferimento all’atto specifico del giacere o del covare o del dormire. In effetti il covare è un trovarsi su qualcosa, a contatto o insieme con qualcosa.  Ecco come i vari significati delle parole si chiariscono a vicenda nel loro profondo! È chiaro allora come l’aiellese cuncupìna ‘commistione, confusione (di voci)’ si alimenti della stessa linfa del lat. concubina(m) inteso etimologicamente  come ‘ (donna) che sta insieme (con un uomo)’.  

     L’idea di “scontro”, simile a quella di “incontro” (che è sempre un congiungersi, seppure amichevole), della radice precedente si ritrova nella voce trasaccana cëp-ólla[4]‘zuffa, rissa’ che presenta anche altri significati, come ‘inciampo’ e ‘crocchia di capelli’: le donne in passato solevano formarla con le trecce riunite sulla nuca. E’ di conseguenza facile desumere che questa crocchia non aveva tale nome per via metaforica, in quanto essa sarebbe assomigliata ad una cipolla: la verità, in qualche modo semplice e sconvolgente insieme, è che i tre concetti si alimentano tutti di quello generico di fondo: unione! 1) delle trecce in una crocchia; 2) dei vari strati o tuniche della cipolla che formano del resto una rotondità (concetto speculare a quello di “cavità”); 3) di diversi uomini che si scontrano o si azzuffano con intenzione ostile.  Non per nulla ho usato il termine unione: il lat. unione(m) significa infatti sia ‘numero uno, unione’ sia ‘tipo di cipolla’.  Da esso derivano infatti l’ingl. onion ‘cipolla’ e il fr. oignon ‘cipolla’.  Il significato di ‘inciampo’ penso si sia sviluppato da quello di ‘scontro’: da parte del piede con qualche asperità del terreno. Il trasaccano ‘n-cipà, ‘n-gipà (presente anche in altri paesi) ‘aggrovigliare, confondere, impicciare, invischiare’, composto della stessa radice, significa anche ‘indebitare’, perché il debito è un ‘impegno’ che ci lega al creditore finché non lo sciogliamo.

     Ritornando al concetto di “covone” c’è da aggiungere che dalle nostre parti, dopo o durante la mietitura di un campo di grano, i covoni venivano radunati a formare dei gruppi, ciascuno composto in genere di tredici unità, che descrivevano sul terreno una croce greca con i bracci uguali costituiti di tre covoni sovrapposti, le cui spighe erano rivolte verso l’interno della struttura, perché stessero ben al riparo dalle intemperie.  Sulla sommità di essa veniva posto, di traverso, l’ultimo covone che nel dialetto di Avezzano si chiamava cavàjë[5] ‘cavallo’ mentre l’intero mucchio veniva chiamato, come in altri paesi della Marsica, cavallìttë ‘cavalletto’. Anche in questo caso mi pare chiaro che i due termini non indichino quello che sbandierano in superficie (cavallo, cavalletto) ma proprio il concetto di covone (cavàjë) e di mucchio (cavallìttë), concetti espressi con una variante della radice cov-, e cioè con la radice cav- ampliata in –allo, -all-etto. Sia il covone che il mucchio di covoni sfruttano la stessa radice, perché l’uno è composto da un insieme di steli, l’altro da un insieme di covoni.  Così anche il cavalletto, elemento di sostegno delle impalcature, lungi dal trarre il nome dalla sua vaga somiglianza col cavallo (come sostengono tutti i linguisti) è un prodotto, invece, del concetto di “struttura, composizione, insieme”. Il ragionamento è confermato dal dialetto lucano di Gallicchio-Pz, dove la voce cavàllë[6] significa ‘grande mucchio di covoni di grano a forma di piccola casa a due spioventi’.  E’ quella che noi ad Aielli chiamavamo casàrcia, composta da tutti i covoni di grano che il contadino aveva mietuto e riportato dai vari suoi campi nelle aie pubbliche, pronto per essere trebbiato insieme a quello di altri contadini[7].  Come si vede i nomi si scambiano facilmente, ma non per estensione come potrebbero sentenziare i linguisti, bensì perché il concetto di fondo è lo stesso, sia che si tratti di un singolo covone sia che si tratti di tutti i covoni riuniti a formare la casarcia.  La radice riappare anche nello spagn. gav-illa ‘fascio, covone’ e nel fr. jav-elle ‘covone, mannello, fastello’.  Se ce ne fosse bisogno ecco anche l’avezzanese cav-étta ‘squadra di braccianti’, cioè un gruppo; e ancora l’abr. cav-éttë[8] ‘combriccola’. Ma non va dimenticata nemmeno la voce valsesiana cub-alli [9]  ‘covoni’.

 Buon’ultima arriva la voce del sardo logudorese cab-ale ‘giogo’, ma anche aggettivo col significato di ‘combaciante, esatto, uguale, ecc.’.  Io vi vedo operare il concetto di “unione, connessione” proprio della parola giogo, lat. iugu(m) (il quale viene dalla radice lat. iung-ere ‘congiungere’) insieme a quello di “aderenza, sovrapposizione (esatta)’.

    Per quanto riguarda il fenomeno della ripetizione tautologica in un composto, cui ho sopra accennato, faccio notare che esso deve essere antichissimo e si riscontra anche da noi, ad esempio nella parola citata cas-arcia ‘grande gruppo di covoni’: il secondo membro –arcia non è una storpiatura dialettale di un suffisso peggiorativo del termine casa, come si potrebbe pensare, ma  un antico termine autonomo e tautologico rispetto al primo, come fa capire la voce del dialetto di Rocca di Botte-Aq che suona arc-ùni ‘mucchi di covoni di grano, preparati nelle aie’[10].  Ad Aielli l’arc-ancìna ( o arc-angìna) era l’attaccarami, un ‘telaio’ ligneo addossato alla parete della cucina e dotato di ganci dove si appendevano casseruole ed altri attrezzi[11]. Si trattava dunque di una “struttura, strumento”. Il suffisso –ancina è quasi sicuramente dovuto all’incrocio di un precedente  -uncina con la voce aiellese angìnë ‘uncino’.  L’intero termine parrebbe, quindi, un diminutivo del precedente arc-ùni ‘mucchi di covoni’ di Rocca di Botte-Aq.  La radice appare anche nel gr. árk-ys ‘rete, lacci, tranello’. L’idea di “intreccio” è simile a quella di “struttura”.  Anche il lat. arc-a(m) ‘cassa, cofano’ a mio avviso appartiene a questa serie.  Quelli che noi ora consideriamo suffissi  erano all’origine radici di pari grado rispetto a quella del tema di cui ripetevano lo stesso significato. Toglie ogni dubbio, sulla composizione tautologica della parola aiellese arc-angina ‘attaccarami’, la voce lucana angën-àrë ‘antico mobile pensile per piatti’ il cui primo membro angën- corrisponde al secondo di aiellese arc- angìna citato sopra. Gli uncini non c’entrano affatto con il nome dello strumento, se non nel senso che essi hanno determinato la specializzazione del significato del termine che, come mostra la voce lucana di Gallicchio, indicava semplicemente una ‘struttura, telaio, mobile’ senza alcun riferimento agli uncini.  Ora che ci penso,però, anche l'uncino è un elemento che collega, connette. I linguisti, che io sappia, poco o nulla parlano di questi composti, importantissimi per individuare bene gli etimi di molte parole.[12]
   





[1] Cfr. sito web: pietromaccallini.blogspot.it

[2]  Ad Avezzano, sempre nella Marsica, la voce cupë vale ‘favo, insieme delle cellette delle api’. Si tratta sempre di un insieme o struttura. Cfr. Buzzelli-Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano 2002.

[3] Per una trattazione più completa di questa e simili radici rimando all’articolo del mio blog Il municipio dell’aprile 2014.  (pietromaccallini.blogspot.it).

[4] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq. 2003 sub voce.
[5] Cfr. Buzzelli-Pitoni, cit.

[7] A Trasacco si ha anche la variante cas-accia per influsso della forma peggiorativa di it. casa.

[8] Cfr. D. Bielli, Vocabolari abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[9] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998 sub voce gavè

[10] Cfr. M. Marzolini, “…me ‘nténni?”, Arti Grafiche Tofani, Alatri-Fr, 1995.

[11] Cfr. G. Gualtieri, La crestonta, Ediz. dell’Urbe, Roma 1984. (glossarietto).

[12]  Cfr. dialetto lucano di Gallicchio-Pt, sito web: www.dizionariogallic.altervista.org/lettera%20a%2011.htm . la voce viene registrata erroneamente a pagina 11, precedente a quella alfabeticamente giusta.


giovedì 4 febbraio 2016

Il "parapetto" ovvero della libertà delle parole

                                                                                                   

    Ancora una volta debbo constatare quanto sotterranea, subdola, imprevedibile ma nel contempo fantastica sia la Lingua quando ci si mette di buzzo buono: opera, dinanzi ai nostri occhi, i più meravigliosi sortilegi senza però darlo a vedere, anzi, facendoci credere che esso, il sortilegio, sia la cosa più naturale e certa di questo mondo, così che nessuno di quelli che si occupano di essa e cercano di carpirne qualche segreto possa avere mai il minimo sospetto che quello che una parola dice in superficie non debba corrispondere a quello che la parola  attesta in profondità.   E’ quanto è accaduto anche al nostro parapetto.  Non c’è etimologo, infatti, che per un istante tentenni nell’emettere pressappoco questa sentenza, che io sappia: «il termine è composto dal prefisso para- che, come in altri casi simili, è tratto dal verbo parare, di ascendenza latina, il quale in questo contesto significa ‘parare, proteggere, difendere’.  La seconda parte –petto è di palmare evidenza e pertanto la parola non può che indicare altro che un manufatto (costruito lungo le sponde di un fiume, di un precipizio, ai bordi di un terrazzo, ecc.) che trattiene il petto di un uomo, impedendogli di cadere nel vuoto».  Non si riflette affatto sulla possibilità che, all’origine, la parola abbia potuto indicare, tutta insieme, nient’altro che il suo referente, cioè il manufatto, la struttura (di legno, metallo o in muratura), l’intelaiatura dell’oggetto stesso il quale ha una indiscutibile realtà e priorità rispetto agli usi cui è destinato.  Francamente, stando all’etimo che svelerò fra poco, non posso non constatare che la linguistica ha fatto pochi o poco incisivi passi in avanti (nonostante il fiorire di varie e sofisticate teorie) rispetto a quanto ne sapevano gli Antichi, tranne forse il grande Democrito di Abdera (V sec. a.C.), gigante del pensiero razionalmente orientato, erede della cultura scientifica di Mileto, autore di numerose opere su tutto lo scibile umano, finito con l’essere ingiustamente oscurato dalla nuova filosofia di Platone ed Aristotele che costruiva sistemi teleologici e idealistici, e soprattutto dal sopravvenire del Cristianesimo, tanto che le sue opere andarono completamente perdute forse già nel III secolo d.C., o quando  l’editto di Teodosio (380 d.C.) stabilì che il Cristianesimo era l’unica e obbligatoria religione dell’Impero. Un filosofo materialista del calibro di Democrito dovette essere avvertito come fumo negli occhi da una cultura religiosamente orientata e poco incline a misurarsi con le diversità[1].

    Il parapetto, se si vuole essere pignoli seguendo lo spirito superficiale della Lingua, non ripara  nemmeno esattamente il petto, se solo si riflette sul fatto che in genere esso non si eleva più su di un metro, altezza che corrisponde al ventre di una persona di media statura, e quindi esso avrebbe dovuto chiamarsi più realisticamente para-pancia o para-ventre. Si dirà, con la solita sicumera e perentorietà, che è l’uso estensivo del termine petto, inteso come ‘il fronte, il davanti (di una persona)’ a giustificarne questo significato. Ma è mai possibile che nessun linguista si accorga della speciosità di questo modo di ragionare che rincorre vanamente  se stesso, visto anche che in effetti sarebbe poi tutta la persona ad essere  messa al sicuro da un parapetto il quale, con maggiore senso di precisione e completezza, avrebbe dovuto avere quindi il nome di para-persona, para-uomo e simili?  A mio avviso è l’abitudine, ormai diventata un duro callo della nostra conoscenza, attraverso i moltissimi millenni passati da quando abbiamo cominciato a parlare, di considerare le parole tanto più credibili e accettabili quanto più precisa è l’idea che esse esprimono, a farci girare vanamente in tondo distogliendoci dalla verità che giace al fondo.  Inoltre, altri due motivi impediscono ai linguisti di imboccare la strada giusta, cioè il fatto che l’etimo di ogni parola non indica mai l’uso che si fa di un oggetto, ma l’oggetto stesso, come ormai vado ripetendo usque ad nauseam, e che non possiamo limitarci al latino nella ricerca degli etimi, visto il profluvio di radici greche che scorre sotterraneamente nella nostra lingua e nei nostri dialetti, come ho mostrato in tre o quattro articoli del mio blog[2].  

    Nella lingua greca esiste il verbo para-pēg-ný-nai ‘attaccare presso, aderire a, essere connesso con’ composto sostanzialmente dal prefisso para- (cfr. prep. pará ‘vicino,presso, lungo, ecc.) e dalla radice pēg-‘fissare,conficcare’ presente con infisso nasale anche nel lat. pang-ere ‘conficcare, fissare, comporre’, lat. pac-e(m) ‘pace’, lat. pact-u(m) ‘patto’ ecc.  L’aggettivo verbale pēkt-ós (dorico pakt-ós) significa ‘saldo, ben connesso, coagulato, ecc.’. In Aristofane (Acharnesi, 479) l’espressione pēktà tôn dōmátōn vale ‘ le imposte della casa’.  Quest’ultimo significato combacia proprio con quello di it. para-petto, il quale abbiamo detto che corrisponde a sua volta a quello di ‘intelaiatura, struttura’.  Le imposte sono infissi: i due termini più che indicare oggetti che si pongono in qualcosa o che si conficcano in qualcosa, come siamo portati a pensare, designano invece oggetti che sono composti essi stessi di parti interconnesse, saldate tra loro.   Le parole, appena possono, per specificare il loro significato e acquisire caratteristiche particolari, si mettono in relazione con altre parole, anzi, si direbbe che normalmente il loro significato prenda forma da queste relazioni, altrimenti esso tenderebbe a sfumare nell’indistinto valore di fondo, comune a tutte le altre.  Nella Lingua, per quanto attiene al significato, tutto funziona come nella fisica dei quanti: una particella non ha una proprietà in sé, salvo quella immutabile come la massa.  Quando essa si scontra e interagisce con altra particella, allora compaiono quelle caratteristiche sue proprie (velocità, posizione, momento angolare, ecc.) che la rendono visibile, reale e diversa dalle altre.  La cosiddetta banda di Copenhagen composta di scienziati  di altissimo livello quali Bohr, Heisenberg e Dirac, tutti insigniti di Nobel per meriti diversi nell’ambito della fisica quantistica, se si fosse messa a studiare le parole, non avrebbe tardato a mio avviso a scoprirne una caratteristica fondamentale, specchio di quella che regola tutta la materia dell’Universo: l’aspetto relazionale di ogni esistente. Il quale ci dice che le “cose” stesse più che essere entità squadrate una volta per sempre, sono solo fantasmi, processi in movimento inquadrabili in strutture sempre più astratte applicabili  a numerosissimi fenomeni della immensa realtà.

    Per definire meglio la natura del primo costituente di it. para-petto, termine affiorante dal sostrato greco, come ho indicato poco sopra, è utilissimo confrontarlo, ad esempio, con l’aggettivo gr. pará-seir-os, usato in genere ad indicare il cavallo ‘attaccato a fianco’ e, estensivamente (per usare il linguaggio erroneo dei linguisti), un ‘congiunto, un compagno, una persona unita ad un’altra’. In realtà il significato originario dell’aggettivo, prima che si incrociasse con la radice del sostantivo gr. seirá ‘corda, fune’ che ne favorì il riferimento al cavallo attaccato a fianco era semplicemente quello di ‘connessione, unione’ adatto ad indicare i rapporti familiari concretizzatisi, ad esempio, nel lat. sor-or-e(m) ‘sorella’[3].  Che la funzione di prefisso e preposizione o avverbio del costintuente pará- ‘presso, accanto, lungo, ecc.’ fosse in realtà un’altra metamorfosi di un significato più profondo ed astratto di ‘connessione, collegamento, uguaglianza e unità’ ci è attestato, a mio parere, dall’aggett. lat. par-e(m) ‘pari, uguale’ che come sostantivo valeva ‘compagno, coniuge’ e anche ‘coppia, pariglia, paio’ (in dial. paro, parë).  Queste semplici riflessioni causano il crollo improvviso di tutto lo sclerotico apparato che il senso comune e la linguistica tradizionale vede sorreggere le parole e le frasi di una lingua costringendole, in verità, tra le maglie di una camicia di forza.  Così è assodato che anche il para- di it. para-petto, tanti millenni fa, ripeteva tautologicamente lo stesso significato di –petto, cioè ‘intreccio, intelaiatura’ e quindi, più genericamente, ‘connessione, legame’, concetto che poteva concretizzarsi in tutte le forme possibili di connessione tra cose, animali e uomini. Si concretizzò, di fatto, ad indicare l’oggetto che conosciamo, ma le sue potenzialità originarie erano illimitate, come del resto quelle delle  altre radici.  Il verbo lat. par-are che ruota intorno al significato di ‘preparare, apprestare, apparecchiare’ rivela, a mio avviso, il suo significato originario nel composto lat. se-par-are ‘separare, dividere, disgiungere’, in cui la radice par- sembra avere il significato di ‘congiungere, unire’(come nel lat. par-em ‘pari,coppia’), rovesciato in quello di ‘dis-giungere, dis-unire’ attraverso la particella separativa se-.  L’it. par-ente, come  abbia fatto a derivare dal lat. par-ent-e(m) ‘genitore’ (dal verbo par-ĕre ‘partorire’, come tutti dicono), me lo sono sempre chiesto, dato il salto semantico quasi incolmabile tra i due termini.  Dopo quello che ho detto poco fa sulla radice par-, mi è balenata improvvisamente nella mente la giusta soluzione del problema.  In verità il termine lat. par-ent-e(m) doveva significare all’origine quello che è rimasto a significare in italiano, un congiunto[4]. Quando esso si è incrociato col verbo lat. par-ĕre ‘partorire’ si è specializzato a significare ‘genitore’. Del resto lo stesso verbo par-ĕre ‘partorire’ deve essere imparentato col verbo lat. par-are, il cui significato iniziale doveva essere sì quello di ‘connettere, congiungere’, come abbiamo visto poco fa, ma aveva assunto il significato di ‘approntare, apparecchiare’, contiguo a quelli di ‘comporre, costruire, produrre, partorire’.  Questa ricostruzione della vicenda di it. parente conferma ancora una volta la Teoria della Continuità di M. Alinei, secondo la quale le forme dialettali (compreso l’italiano) sono coeve o più antiche di quelle del latino classico[5].

    Fa parte del gruppo anche l’it. parete, lat. pariet-e(m), it. paret-aio ‘sistema di due reti per l’uccellagione’. La “parete” è un insieme o intreccio di pietre, mattoni, o altro materiale. Naturalmente è poco credibile che il termine para-vento, ad esempio, sia nato col significato che esso mostra in superficie.  E’ più sostenibile che il secondo costituente risalga alla radice wind ‘avvolgere, intrecciare’ di ted. wind-en ‘torcere, avvolgere, intrecciare’, ted. Winde ‘verricello, argano’, it. bind-olo ‘arcolaio, imbroglio, raggiro’.  La radice riappare in forma apofonica nel ted. Wand ‘parete, dirupo’.  Curioso è il nome tedesco del paravento: spanische Wand , letter. ‘parete spagnola’!  La perplessità scompare come neve al sole se cominciamo a scorgere dietro l’agg. span-ische ‘spagnolo’ la radice apofonica di ted. spinn-en ‘filare, tramare’ presente, ad esempio, nel medio oland. spann-enlegare, stendere’, ecc.  La parola, quindi, doveva indicare tautologicamente lo stesso significato di Wand ‘parete’.  Sicchè è legittimo sospettare che un termine come ted. Spinn-webe non sia nato come ‘tela (-webe) di ragno (Spinn- ‘ragno’)’ ma come composto tautologico, subito entrato nel vortice relazionale della Lingua.

     L’it. para-petto[6] si ritrova nel francese para-pet, nell’inglese para-pet e nello spagnolo para-peto. In quest’ultima lingua esso va soggetto ad una ulteriore specializzazione, in quanto spagn. peto vale ‘pettorina’ e non ‘petto’ (pecho).  Il lat. pect-us, gen. pect-oris ‘petto’ mi pare possa essere riagganciato alla radice peg, pag di cui ho parlato sopra a proposito di gr. pēkt-ós ‘saldo, connesso’.  Il termine, infatti, doveva indicare probabilmente la struttura della cassa toracica, dato che il gr. kteís, gen. kten-ós ‘pettine’ ad esso legato può indicare, tra l’altro, anche le ‘costole’, oltre alle ‘dita’, al ‘rastrello’ e ai ‘peli del pube’, significati, gli ultimi due, che ritornano nel lat. pect-ine(m) ‘pettine’ e possono intendersi quindi come un ‘insieme (di peli o di rebbi)’.  Generalmente si assume che kteís derivi da precedente  (pe)kteís, gen. (pe)kten-ós

    Alla luce di queste riflessioni, si può concludere che tutto il mio sforzo per rintracciare la verità poteva essere evitato riconoscendo con rapida mossa, fin dall’inizio, che tutte queste parole coinvolte avevano la stessa matrice dal significato generico di ‘connessione, struttura, unione’ o, meglio, di ‘interdipendenza e relazione’ al di fuori delle quali le “cose” sembrano addirittura svanire nel regno dell’inafferrabile e del  nulla.

          Viva la libertà e la semplicità alla base di tutto l’esistente!
     
   





[1] Di Democrito ho parlato già nell’articolo Principi di gnoseologia [] del mio blog (agosto 2013).

[2] Cfr. nel blog gli articoli Espressioni di richiamo o comando [] settembre 2014; Parole greche nei dialetti […] agosto e luglio 2014; Nella Marsica, ma anche altrove […] giugno 2014.

[3] Del lat. sor-or-e(m) ho già accennato nell’articolo La parola omertà nel mio blog.

[4] La voce dialettale parènti (ligure, lunigianese, toscano) indica i frutti della lappa bardana. Notoriamente essi si attaccano alle gambe degli uomini e zampe degli animali, ma non perché assomiglino a “fastidiosi parenti”  come vuole il Cortelazzo (cfr. I dialetti italiani, UTET, 1998). In realtà, condividendo essi la stessa radice di it. parenti, non possono fare altro che ‘congiungersi, aggrapparsi’.  Anche l’ingl. friend ‘amico’ sfrutta la stessa radice col normale passaggio della labiale /p/ iniziale a fricativa /f/: in antico alto ted. friunt valeva anche ‘parente’ come nel dialetto scozzese friend ‘parente’. Ma non è finita qui: il romanesco par-anza  vale ‘insieme di persone unite da vincoli di amicizia, di lavoro, ecc. Nel gergo della camorra la stessa parola indica un ‘gruppo di camorristi’. La par-anza, infine, è una imbarcazione attrezzata per la pesca a coppia. La componente –anza non è semplice suffisso perché essa  richiama la voce dialettale di Gallicchio (basilicata) andĕ ‘ponteggio per muratori’, una struttura insomma. Infatti ad Ortona-Ch la par-anza è chiamata para-còccë, la cui seconda componente è forse da accostare ad abr. cocchja ‘coppia’. Una teoria è tanto più valida quante più cose collega, affermava Einstein!

[5] Per la teoria di Alinei cfr. l’articolo Il rosmarino [] nel mio blog (dic. 2013).

[6] Può sembrare strano ma io credo che questa parola parapetto sia variante di quella comparente in una espressione dialettale in uso  nella Marsica, ma anche altrove nel meridione d’Italia, e cioè para-patta e pacë! Essa è solitamente riferita a due persone (giocatori, contendenti, ecc.) che si trovano in condizione di assoluta parità e che non possono reclamare nulla l’una dall’altra.  L’it. patta ‘parità’ condivide l’etimo col secondo componente di para-patta, che rimonta alla radice greco-latina pag, pak, peg, pek di cui ho parlato.  Ma qui, più che il senso di ‘patto, accordo’ prevale quello collaterale di ‘parità, uguaglianza’. Il lat. pact-us significa ‘fidanzato’ cioè chi forma una coppia di eguali.