giovedì 28 novembre 2019

L’abruzzese “préggë”.





     Il valore della parola in epigrafe è ‘garante, mallevadore’[1] e si confonde con l’altra parola, talora presente nei nostri dialetti, che suona allo stesso modo, préggë, ma significa  ‘pregio’.  Quest’ultimo termine deriva dal lat. preti-u(m) ’prezzo, costo, valore’ che in italiano ha dato come esito anche l’altra variante pregio, con valore spesso ideale di qualità, virtù diverso da quello prettamente mercantile di prezzo.  Ad Aielli-Aq, guarda caso, non mi pare che ci sia una voce u préggë né nel significato di ‘il pregio’ né, tanto meno,  in quello di ‘il garante’.  A Trasacco-Aq, invece, si incontra sia il sostantivo préggë, con il doppio significato di ‘pregio’ e di ‘garante’, sia il verbo prëggià sempre col doppio significato di ‘apprezzare, stimare, pregiare’ e di ‘garantire, dar sicurezza’[2].

   E’ a mio parere molto chiaro che il significato di ‘garante’ fa derivare il vocabolo dal lat. praes, gen. praed-is che significa ‘garante, mallevadore’ ma anche ‘garanzia, pegno’.  Ugualmente il lat. praedi-u(m) ‘fondo, podere’, ha, secondo i linguisti, la stessa radice indicante la ‘garanzia, cauzione’, essendo automaticamente qualsiasi proprietà un bene utile ipotecabile per ogni eventualità.  Come per il lat. di-urn-u(m) l’elemento di- si è trasformato nel suono palatale –gi-, così  per quanto riguarda praes, praedis ‘garante, garanzia’ si è avuto l’esito dialettale préggë, anche se l’accusativo, da cui solitamente derivano i corrispettivi termini italiani e dialettali, è praed-e(m): ma evidentemente è intervenuto un incrocio, al livello del parlato, con lat. praedi-u(m) ‘fondo, podere’, il quale in italiano è presente solo con la voce dotta predio, che è quindi un ripescaggio diretto da parte dei dotti del sec. XV, e non una voce passata per la bocca del popolo, che spesso nei dialetti ha confuso questo termine con l’it. pregio, come abbiamo visto.

   
     Una curiosità.  Navigando in internet ho incontrato l’espressione ‘U pregge riferita ad una singolare e molto seguita cerimonia che si svolge nel corso della festa patronale dedicata a san Cataldo a Taranto.  Prima che inizi la festa un corteo composto dalle autorità civili, con in testa il sindaco, si reca alla cattedrale dove è in attesa il vescovo con tutto il Capitolo Metropolitano. Le autorità religiose consegnano al Sindaco la statua argentea di san Cataldo, da essere portata in processione per terra e per mare, dopo aver stilato e firmato un verbale dove esse hanno indicato con meticolosità il comportamento da tenere, durante la processione, dal popolo e dalle stesse autorità. Una volta c’era addirittura la presenza di un notaio a garantire la legalità del verbale.

    Attualmente il significato preciso dell’espressione dialettale ‘U pregge non è noto; il vocabolo deve essere caduto dall’uso se qualcuno, compreso il vescovo, tenta di darne il significato di ‘prestigio’ o di ‘privilegio’, basandosi su una certa assonanza e sul fatto che la consegna della statua di san Cataldo deve essere considerata un privilegio per il Sindaco e la cittadinanza tutta che rappresenta.  A me pare quasi inspiegabile la scomparsa del significato di questo vocabolo dal dialetto tarantino, soprattutto perché il termine, essendo legato a questa sentita cerimonia religiosa, avrebbe incontrato un ostacolo insormontabile per la perdita del suo significato, visto anche che l’origine del culto di san Cataldo non può risalire più indietro del VII sec. d. C., epoca in cui sarebbe vissuto il monaco irlandese Cataldo divenuto poi santo.   Ma già lo storico irlandese John Colgan (sec. XVII) sosteneva che il monaco fosse vissuto tra il IV e il V sec. d.C., nell'epoca di san Patrizio.

    Ora, avrete forse già capito che io sarei propenso a dare a questo pregge lo stesso significato di ‘garante, garanzia’ di cui ho parlato sopra. Secondo me, con questa voce, all’inizio,  indicava il certificato di garanzia stilato dal vescovo o dal notaio, nella singolare cerimonia di inizio festa. Successivamente l’espressione passò a designare la cerimonia stessa. Ho visto, però, che in alcuni commenti internettiani relativi a questo evento appaiono quasi di soppiatto le parole garante o garanzia nel senso che il sindaco si farebbe garante dinanzi alle autorità religiose di quello che era stato scritto nel verbale, o che il Santo, uscendo dalla basilica, sarebbe garanzia, per tutta la città, della sua amorosa protezione.  Ora, se si potesse appurare che in tutti i dialetti meridionali, o almeno nelle zone attorno a Taranto  dove il termine in questione eventualmente compaia, esso ha il significato di aggettivo o di aggettivo sostantivato ‘garante’ e non di sostantivo ‘garanzia’, allora si avrebbe un argomento in più per sostenere che a Taranto  l’espressione  ‘U pregge  proviene direttamente dal latino, in cui la voce corrispondente aveva anche il significato di ‘garanzia’, e che essa non vi è pervenuta da qualche dialetto delle vicinanze.

    In casi come questo, io sono in genere propenso a far risalire alla romanità, o addirittura alla preistoria, l’origine di un culto, inizialmente  pagano, su cui andò a sovrapporsi quello cristiano di san Cataldo, col favore, magari, di qualche toponimo preesistente.  Bisognerebbe però confortare questa ipotesi con qualche altro elemento concreto. 
   
  
  
  
  




[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004.
   
[2] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di censo. Avezzano-Aq,2002..

       








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