giovedì 24 settembre 2020

L’italiano “bidente”, ovvero le insidie etimologiche. Raffronti con le rispettive voci abruzzesi e marsicane.

 Ripubblico, quasi senza correzioni, questo articolo del 19 aprile 2010, dopo quello precedente intitolato "Maleppeggio", perchè i due articoli si rafforzano bellamente a vicenda, soprattutto in merito al valore da dare al secondo membro -peggio di male-ppeggio, ma anche perchè vi vengono riconfermati importanti principi linguistici.  Naturalmente gradirei che qualche linguista di professione si facesse vivo per esprimere le proprie opinioni. 


     

      Si può con certezza affermare, senza tema di smentite, che tutti gli etimologi spiegano senza difficoltà alcuna l’appellativo bi-dente (strumento notissimo a chi come me è vissuto in un piccolo paese di montagna  dove si era quasi tutti contadini e/o pastori) risalendo al lat. bi-dente(m) ‘bidente (zappa a due denti)’. Eppure, frugando tra i dialetti abruzzesi, ho dovuto constatare che la storia del nome potrebbe essere del tutto diversa. A Pescina-Aq lo strumento è chiamato bili-dente. Nel Vocabolario Abruzzese di Domenico Bielli sono registrate diverse varianti come bel-dentebul-denteple-denteple-tente che costantemente esibiscono un primo membro diverso dal prefisso latino bi- (due, due volte). A Cerchio-Aq (cfr. Fiorenzo Amiconi, Tradizioni popolari marsicane: il dialetto cerchiese, Museo Civico, anno VII 2004, quad. 57 sub voce) la voce suona biu-dende, a Luco dei Marsi-Aq bié-dente oppure bio-dente (cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006, p. 53), tutte trasformazioni regolari di un precedente *ble-dente  o *blu-dente. Cosa può significare tutto ciò?

 

      La mia risposta è che, come in tanti altri casi, qui ci troviamo di fronte ad un originario composto tautologico di due membri. Non si può pensare ad uno sviluppo del termine a partire dal lat. bi-dente(m), con l'aggiunta ingiustificata della liquida -l-, per quanto riguarda il primo membro, data anche la costanza con cui essa appare nelle diverse parlate. La mia supposizione è, quindi, che questo membro sia costituito dalla stessa radice di ingl. bill ‘piccone, alabarda, ronca, becco, promontorio, punta’, ted. Beil ‘scure’ e che, all’origine, il *bil(i)dente fosse uno strumento ad una sola punta, non importa se triangolare come quella di una marra, ad esempio, o assottigliata come quella di un piccone. E certamente non si può escludere che il concetto di 'punta' che la parola portava con sè provenisse dal Neolitico o anche dal Paleolitico, naturalmente in riferimento a strumenti con punta di pietra . Quando questo termine dell'antico strumento si incrociò con quello relativo al nuovo strumento a due punte, inventato successivamente nel tempo, esso si riciclò, per così dire, adattandosi con una leggera modifica formale (ma abbiamo visto che in molte parlate non fu necessario, forse per l'assenza nel loro lessico della particella latina bi- portata dalla latinizzazione) a designare esclusivamente il nuovo e letterale bi-dente.  Mi pare, insomma, che anche il lat. bi-dent-e(m)  derivi da un originario *bili-dente. Del resto anche il piccone, benchè sia munito di due punte, una delle quali appiattita a forma di zappa molto stretta, porta un nome che designa, nella forma accrescitiva, solo il concetto di 'punta'.  Forse il passaggio alla nozione di ‘due’ fu favorita da una precedente forma con la liquida –l- palatalizzata, del tipo *biji-dente , che diede bi-dente. A Trasacco-Aq , infatti,l’arnese è chiamato  by-tèntë , termine la cui lettera –y- rappresenterebbe un suono particolare, vicino ad ji, je, secondo il dialetto locale[1].  Ma anche ad Aielli-Aq, il mio paese, l’it. bi-dente suona bji-dèndë.  Se questa voce fosse derivata la lat. bi-dent-e(m) ‘bidente’si sarebbe dovuto avere come esito nel mio dialetto -dèndë , come abruzz. bë-dèndë[2],aiellese -langia ‘bilancia’, abr. bë-sèstë ‘bisestile’[3], ecc.  Non si scappa: questi fenomeni linguistici parlano chiaro: il latino bi-dent-e(m)  è sicuramente una reinterpretazione di un sottostante italico *bili- (dente )o *bil-(dente), o *bli-(dente).  Ma il bello è che in latino esiste anche il termine bi-palium 'vanga'  che, secondo il significato di superficie, dovrebbe indicare una 'doppia vanga', cioè uno strumento per dissodare dotato  di due lame a punta, cosa del tutto irreale per una vanga: è quindi giocoforza dedurre che il bi-  iniziale derivasse da un precedente bili- come abbiamo visto per lat. bi-dent-e(m) 'bidente', e che il composto bi-palium indicasse tautologicamente l'unica lama della vanga. Sarei curioso di sapere come spiegano questo termine i linguisti.

    Ci tengo a ribadire che anche in questi casi opera il principio saussuriano che stabilisce che, contrariamente alla falsa idea che noi facilmente ce ne facciamo, una lingua non è un organismo creato ed ordinato in vista dei concetti da esprimere. In altri termini la parola bi-dente circolava molto tempo prima che assumesse in latino il significato specializzato di '(strumento) a due denti'. D'altronde la lingua rimane spesso legata al passato come nel caso di it. penna, lo strumento usato per scrivere, che da qualche secolo non è più formato da una penna d'oca e che probabilmente continuerà ad essere chiamato così anche quando, nei secoli futuri, dovesse assumere altre forme ed essere costituito di materiali completamente diversi da quelli attuali, ammesso che il suo uso non sia destinato a scomparire. Con questo si conferma il fatto che generalmente i nomi non indicano funzioni o caratteristiche particolari di un referente, ma piuttosto la sua natura essenziale e profonda, che, nel caso del bidente, non sarebbe il suo significato d'arrivo che pone l'accento sui due denti, ma il significato di partenza che indicava uno strumento a punta. Qualcuno potrebbe obbiettare che tra i dialetti italiani non si incontra una radice per 'bidente' simile a ingl. bill. Effettivamente io non so se sia così (nessuno è andato a frugare per bene in ciascuna parlata di ogni più isolato villaggio, ed è un vero peccato), ma so che si incontra, ad esempio, la voce ligure bel-ìn ‘membro virile’ appartenente alla numerosa famiglia di *bill/*bell tra i cui significati si annovera quello di ‘birillo’ (cfr. Cortelazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino, 1998, sub voce). Se ciò non bastasse si possono elencare i numerosi toponimi composti dalla stessa radice come Bel-monte del SannioBel-monte CalabroMonte-bello sul Sangro-Ch ecc. che, come alcuni linguisti sanno, non presuppongono all’origine un giudizio estetico sul 'monte' relativo, ma una radice preistorica bal/bel per ‘monte’, concetto che solitamente copre, in quanto ‘protuberanza’, anche quello per ‘membro virile’ come nel succitato bel-ìn e nel siciliano minchia da lat. ment-ula(m) 'membro virile', uguale a lat. ment-u(m) ‘mento’, variante di lat. mont-e(m) ‘monte’.  E’ chiaro di conseguenza che il linguista che non conosce questa radice preistorica bel (con varianti come vel, cfr., ad es., monte Vel-ino  nella Marsica) non potrà che convincersi che con essa  l’uomo che l’ha usata per primo ha voluto esprimere un giudizio estetico, riportando la genesi del nome  ad uno strato linguistico recente: e il vecchio nome, che quel monte pur doveva avere, quale fine ha fatto?

 

     Sulla stessa scia dei composti tautologici credo vada collocato l'interessante vocabolo greco (Il. XXIII851883) hemi-pélekk-on 'scure ad un solo taglio' da Omero contrapposto, in questi versi, al termine pélek-ys 'scure a doppio taglio' che però, normalmente, designava anche la 'scure ad un taglio, accetta'. Secondo il mio modo di vedere le cose anche la voce hemi-pélekk-on, letteralmente 'mezza (hemi-) scure (-pélekk-on)', è partita col significato di 'scure' in ambo i membri. Il primo membro hemi-, da *semi(cfr. lat. semi- 'mezzo)che all'origine doveva essere variante della radice di gr. smi-le 'coltellino, trincetto, roncola' e di grsmi-nye 'bidente, zappa', si è prestato, col suo significato (acquisito strada facendo) di 'mezzo, metà', a specializzare il significato generico dell'altro membro –pélekk-on ’scure in genere’ (simile a pélek-ys ‘scure’ e a pélyk-s ‘scure’) in quello di ‘scure a doppio taglio’.  Così, anche in questo caso, vediamo in azione l'importantissimo principio saussuriano sopra ricordato.

 

     Per quanto riguarda il significato di semi 'mezzo' c'è da osservare che esso molto probabilmente si è sviluppato da quello di 'taglio' e di 'cosa tagliata, scheggia', il quale a sua volta sarà trapassato da quello di 'pezzo (risultante da un taglio)' all'altro di 'pezzo (risultante da un taglio a metà), metà'. I diversi termini inglesi relativi a questi strumenti a punta o taglio seguono le stesse linee tautologiche di cui sopra. Il pick-ax(e) 'piccone' è composto da pick 'piccone, piccozza, martellina' e da ax(e) 'ascia, scure'. Attenti a non lasciarsi ingannare da una spiegazione simile a 'ascia a punta, a forma di piccone' come si è portati a fare per tutti i composti di questa lingua che hanno subito un processo di adattamento allo schema determinante-determinato sovrappostosi, secondo me, a quello preistorico tautologico . Il termine  prong-hoe 'bidente' è compost da prong- ' bidente, forca, tridente, dente, rebbio (il che conferma che non è il numero dei denti a determinare il nome dello strumento, ma la sua idea primordiale di 'punta')' e da hoe' zappa', legata al verbo to hew 'tagliare, fare a pezzi, fendere' che presuppone l'azione di una 'punta' (cfr. ted. hau-er 'zappatore, zanna, coltello da caccia', tra altri significati) o di una 'lama tagliente'. L'inglese ha ereditato dal lat. furca(m) 'forca' il termine fork' forchetta, forca, forcone'. Pare che il latino lo abbia preso dal gr. fork-s 'palo', attestato solo al pl. fork-es (cfrAaVv. Popoli e Civiltà dell'Italia antica, volVI, Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1978, pp. 493-494). L'ingl. pitch-fork 'forcone' sembra un composto costruito apposta per indicare lo strumento adatto a gettare il fieno nel carro per trasportarlo alla stalla (cfr. l'espressione to pitchfork hay 'caricare fieno (nel carro)' ma se andiamo a cercare l'etimo di to pitch, che ha molti significati tra cui quello di 'gettare' e l'arcaico 'piantare e fissare', ritroviamo il pick del sopra citato pick-ax(e) 'piccone'. Quando però l'inglese prese fork 'forconeforca' dal latino furca(m) l'epoca preistorica dei composti tautologici era passata da un pezzo, e così il composto suddetto dovette formarsi in ottemperanza alla nuova norma determinante-determinato regolatrice dei composti, che sfruttava la specializzazione  dei significati di ciascuno dei due membri originariamente tautologici intervenuta a causa del loro incrocio con parole di altro significato: in questo caso il composto perciò passava a significare 'forca per gettare (pitch-) fieno nel carro'. A meno che la voce fork non esistesse già in inglese indipendentemente dal latino: un indizio, per quanto labile, è costituito dal ted. Furche 'solco' corrispondete al lat. porca(m) 'rialzo di terra tra solco e solco'. Ora, data la intercambiabilità sopra evidenziata del concetto di 'punta' e quello di 'protuberanza, rialzo, monte' potrebbe esserci in effetti la possibilità, almeno in linea teorica, che il fork inglese fosse preesistente all'arrivo del latino. 

 

     Moltissimi termini composti delle lingue germaniche, provenendo dalla preistoria, rivelano nel fondo, se ripuliti dall'incrostazione superficiale, il meccanismo tautologico originario. Se prendiamo, ad esempio, l'ingl. black-smith ' fabbro' mi suona poco convincente la spiegazione corrente del termine, secondo la quale il primo membro black- rimanderebbe al ferro, il cosiddetto black metal 'metallo nero', che sarebbe così chiamato dalla patina di ossidi che ricopre il ferro quando viene surriscaldato nella forgia. Prima di tutto essa è di colore rosso o porpora, e poi è poco credibile sostenere, piuttosto artificiosamente, che black-smith sarebbe da intendere come 'colui che lavora quel metallo che, quando viene surriscaldato, si ricopre di tale strato di ossidi': mi viene da dire che non ci crederei nemmeno se fosse vero. E in effetti esiste in inglese una radice simile a black 'nero' che ha però lo stesso significato del secondo membro smith 'fabbro' (dal verbo to smite 'colpire'), probabilmente imparentata con la radice smisopra analizzata a proposito di gr. hemi-pélekk-on 'scure'. Essa corrisponde a quella di ingl. to blow 'colpire' il quale presenta varianti come il medio inglese dialettale blaw 'colpo', a. ingl. blaw-an 'colpire'a. norreno bleg-thi 'cuneo', gotico bligw-an 'battere, picchiare'. La forma blaw rimanda quindi, a mio parere, a un precedente *blag (cfr. medio oland. blak-en 'colpire, agitare')quasi uguale black-, e variante di lat. plaga(m) 'percossaferita' da una radice plag/plak attiva anche in greco e rappresentata in area germanica almeno dall'ingl. dial. flack 'colpobattito' (che non vedo perchè dovrebbe essere di origine imitativa come vuole il vocabolario Webster), dal ted. flack-en ' battere la lana, aprire spaccando', ingl. flay< *flag 'scorticare, battere, frustare, criticare aspramente'. E non esisteva nemmeno la necessità, per indicare il 'fabbro', di ricorrere al black riferito al supposto 'metallo con la patina...', dato che il solo smith già aveva, ed ha ancora, il significato di 'fabbro'. Inoltre è probabile che la radice in questione si ripresenti nel ted. bleck-en, usato in espressioni come Die Zunge bleck-en 'cacciar fuori la lingua (Zunge)', dove esso si configura come uno 'spingere (fuori)', concetto molto simile a quello di 'battere' e riconfermato nel ted. Bleck-zahn 'dente (-zahn) sporgente(Bleck-)'. Il significato di 'mostrare' come nell'espressione Die zaehne bleck-en 'mostrare i denti' deve essere derivato da quello di 'sporgere' come nel lat. os-tendere' protendere, esporre, mostrare' e come in tutti gli altri nomi e verbi che in latino indicano un 'evento eccezionale, fenomeno' quali por-tentu(m) por-tend-ere 'presentare' , os-tentu(m) ed os-tendere 'protendere', prod-igiu(m) prod-ig-are 'spingere avanti' sicchè mi parrebbe quasi un torto accostare il lat. mon-stru(m) 'prodigiomostro' mon-strare alla radice men di latmente(m) 'mente' e mon-ere 'ammonirericordare (da parte della divinità, come volevano gli antichi)': a mio avviso si tratta dell'altra radice men 'sporgere' di monte(m) 'monte' mentu(m) sopra citati, radice che, tuttavia, come indica il 'movimento (spinta) verso qualche direzione' che può concretizzarsi in una sporgenza, così può concretizzarsi nel movimento della mente o del pensiero oppure direttamente nella mente o nello spirito, come nel ted. Mann 'uomo': il soffio dello spirito può anche animare l'universo intero come fa il mana, la forza soprannaturale impersonale dei polinesiani, e Manitu, forza soprannaturale, personificata o impersonale, degli algonchini dell'America del nord. Il soffio si trasforma in una furia tempestosa nel grmain-o, main-o-mai 'rendere (oppure essere) furente, pazzo, ubbriaco, invasato' . 

 

     Anche in latino, per il concetto di 'pensare', si incontra un verbo per così dire di movimento, azione come cogit-are 'pensare', da lat. co-agit-are 'mescolare agitando'. Si noti che anche lat. ag-it-are è frequentativo di ag-ere 'spingere, fare'. L'elemento -str-um di mon-str-um credo corrisponda alla radice ster, la stessa della grande famiglia di lat. stern-ere 'stendere, abbattere' che dovrebbe essere qui tautologica rispetto a mon- 'sporgere'. In altri termini il concetto di 'apparire' e 'far apparire, mostrare' verrebbe nella fattispecie ottenuto attraverso quello di 'tender(si), protender(si), presentar(si)'. Ma le stesse radici si prestavano ad indicare un 'presagio, preannuncio' in quanto ciò che si pro-tende può trasformarsi in una 'indicazione, saggio, anticipo, avvertimento, avvisaglia, cenno, presentimento, pre-monizione' di ciò che in futuro potrà avere pieno compimento. In questo senso, e per la radice stersi tenga presente il lat. str-ena 'presagio, augurio, segno' ma anche 'strenna, dono augurale', concetto che può essersi sviluppato da quello di '(s)porgere, dare': cfr. la voce strine ' strenna, legumi cotti che i ragazzi van chiedendo la mattina del capo d'anno' nel Vocabolario Abruzzese di Domenico Bielli. Infine ritorno all'espressione black metal 'ferro' per osservare che essa si spiegherebbe più agevolmente se la si intendesse come *blag's metal nel senso di 'metallo del fabbro(*blag)'. Tutto tornerebbe così al proprio posto.

 

 

 

 

 

   

 



[1] Cfr. Q.Lucarelli, “Biabbà” A-E , Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.

 

[2]Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla edit. Cerchio-Aq,  2004.  

 

[3]Cfr. D. Bielli, cit.

     





 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 





      




     

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