venerdì 18 settembre 2020

Maleppeggio

 


                                    

    

Il termine italiano maleppeggio non è registrato in tutti i vocabolari, perché sentito forse come dialettale.  Esso indica una martellina da muratore atta a tagliare, sgrossare o rifinire, con due penne piatte perpendicolari tra loro.  Durante la trasmissione televisiva di Uno Mattina del 13/9/ 2020 (Rai 1), ne ha parlato anche l’illustre linguista Francesco Sabatini di Pescocostanzo-Aq, riferendo l’interpretazione etimologica a lui data da muratori abruzzesi, i quali sostenevano che il nome dell’attrezzo deriverebbe dal fatto che esso, se colpisce con la penna orizzontale fa male, ma se colpisce con l’altra penna fa molto più male.  Il grande studioso ha riferito l’interpretazione dei muratori ma evidentemente senza condividerla e senza darne però un’altra.  Taluni pensano che maleppeggio sia il risultato dell’espressione romanesca alla mala peggio nel senso di ‘alla meno peggio’, dato che lo strumento è più adatto ad una sommaria sgrossatura che ad una vera e propria rifinitura. 

    Come si vede la gente comune, come sempre succede, cerca di interpretare il nome lasciandosi suggestionare dai suoi significati di superficie e gli esperti, i linguisti, non sapendo in questo caso dove andare a parare, si limitano a riportare queste interpretazioni che talora condividono anche.

    Ora, il mio metodo di studio, basato sulla tautologia, mi suggerisce che il male-, elemento iniziale della parola,  deve in realtà essere l’interpretazione di un originario mal(l)-, radice indoeuropea abbastanza diffusa del lat. mall-eu(m) ‘martello, maglio’. E in effetti, se è vero che il significato più diffuso nei dialetti del termine maleppeggio è quello che abbiamo dato sopra, ne circola tuttavia  anche un altro come quello del dialetto di Luco dei Marsi-Aq  in cui malëppèggë significa: attrezzo da muratore, consistente in un manico di legno e testa bifronte, con martello e taglio[1].  Quindi, a Luco dei Marsi, l’attrezzo non ha due tagli ortogonali tra loro, essendo uno sostituito da normale martello

    Io sono del parere che il significato del nome di questo arnese, nelle sue probabilmente lontane origini, doveva essere semplicemente quello di martello ad una o due teste. E mi spiego.  Come accennavo prima, secondo me le parole in genere sono composte da uno o più membri tautologici dallo stesso significato, che in questo caso poteva essere quello di testa  atta a battere, picchiare, inchiodare.  Ma poteva essere anche quello di punta dando così origine al significato di piccone, ad una o due punte.  Queste diversità di significato nascono perché nella nostra mente di uomini d'oggi che usano un linguaggio superspecializzato una testa, più o meno rotondeggiante, è abbastanza diversa da una punta più o meno acuta.  Ma se ben si riflette, queste due nozioni, dovettero rientrare, alle origini, in quella più generica e sovraordinata di protuberanza, prominenza, sporgenza.  Così, a mano a mano che il linguaggio andava specializzandosi, poteva succedere che da qualche parte una parola nata col significato di martello si trasformasse in quello apparentemente opposto di piccone. Esagerando, si può dire che questa metamorfosi avveniva quasi tra le mani di chi usava l’attrezzo. Le lingue sono soggette a cambiare sotto la spinta di diversi fattori, soprattutto con l’aiuto del molto tempo che passa, e di conseguenza se un termine nato per indicare il martello poteva continuare a farlo in qualche luogo, è ugualmente possibile che in altri luoghi, per influsso o incrocio con termine omofono ma non omosemantico, esso assumesse senza sforzo un significato diverso, cosa che capita a moltissimi vocaboli.

   Il secondo membro –peggio del termine in questione  dovette essere all’inizio qualcosa come picco se nel dialetto abruzzese compaiono voci come piccë (palatalizzato)‘picca, puntiglio, bizza, battibecco (sia pure in questi significati metaforici)’ o come picchë ‘becco, beccuccio’[2].  Va da sé che una eventuale forma originaria *malë-picchë ‘martello’ o ‘piccone’, trasformatasi prima in malë-piccë per palatalizzazione della velare e poi, per etimologia popolare, in malë e péggë perdesse inevitabilmente la sua identità originaria e ne assumesse un’altra superficiale del tutto diversa.  Se così stanno le cose, risulta di conseguenza impossibile, anche ai più seri e preparati linguisti, rintracciare il significato del nome iniziale, a meno che essi non siano convinti della composizione tautologica della parole, di cui ho parlato sopra.

   A me pare, così, che anche il composto ingl. mill pick ‘ascia (pick) bipenne per levigare la mola di mulino (mill)’ sia il prodotto di una reinterpretazione di un composto tautologico in cui un originario *mul(l), o *mil(l), o *mol(l), o *mal(l), che indicava tautologicamente una testa o una punta o una protuberanza, finì per cadere naturalmente in braccio ad ingl. mill ‘mulino’, simile a ted. Mϋhle ‘mulino’, ted. mahl-en ‘macinare’.  Cito solo l’ingl. mull ‘promontorio’ che a mio avviso fa il paio con il lat. mol-em ‘diga, molo, ecc.’. E il promontorio Punta di Mulo a Capri non dovrebbe aver avuto il nome dall’animale.

   C’è inoltre da dire che un sinonimo di ingl. mill pick  è mill bill . In ingl. bill vale ‘becco, punta, promontorio, roncola’ e si potrebbe supporre che esso, arrivato in Italia in tempi remoti, deve aver subito la diffusissima palatalizzazione della doppia elle (fenomeno antichissimo) trasformandosi in bijjë (simile al lat. peior, peius ‘peggio’) e quindi, per etimologia popolare, in peggio, secondo membro dell’it. male-ppeggio. Ma si potrebbe supporre addirittura un originario ingl. *pill ‘ascia, accetta, ecc.’ se il significato arcaico di ingl. pill è ‘scorticare, spellare’ oltre a ‘saccheggiare’.

    Mi sono ricordato solo ora che la suddetta radice bill, bell, pell, ecc.  è stata trattata ampiamente e accuratamente nell’articolo sul bidente del 19 aprile 2010, presente nel mio blog.  Raccomanderei caldamente di leggerlo, per convincersi ancora di più di quello che vado sostenendo.

    C’è anche da osservare che l’idea di coppia di due cose male assortite potrebbe essersi sviluppata da una interpretazione popolare del nome originario dell’attrezzo, quale sarebbe quella risultante dall’espressione *mala piccia che in toscano suonerebbe come   ‘cattiva coppia (piccia)’ o ‘coppia male assortita’ con riferimento ai due tagli dalla posizione non perfettamente identica, essendo ortogonali tra loro.

    Come si può notare, le interpretazioni superficiali della parola in questione potevano essere svariate e potrebbero aumentare in futuro se nel frattempo la lingua italiana si sarà trasformata accogliendo anche nuove radici che potrebbero incrociarsi con quella o quelle di maleppeggio, ammesso che quest'ultimo non sia caduto dall'uso. La Lingua sa attendere pazientemente per migliaia e migliaia di anni.  Tutte queste interpretazioni di superficie, però, hanno il grave difetto, secondo me, di non nominare mai direttamente l’oggetto cui si riferiscono, come se esso, già dagli inizi, fosse stato indicato preferibilmente dalla Lingua in questo modo indiretto. Cosa inesorabilmente negata dalla stragrande maggioranza dei casi che nella mia annosa ricerca ho preso in considerazione.   

   

    

  

   



[1] Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[2] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

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