martedì 1 dicembre 2020

Il succiacapre (seguito).

 

                                    

 

    Tra i diversi nomi del succiacapre ce n’è uno cileno che suona gallina ciega, letteralmente ‘gallina cieca’.  Ora, cosa c’entra una gallina, per di più cieca, con l’animale in questione che caso mai somiglia un po’ ad un merlo o ad un falchetto, o ad una rondine dalle lunghe ali? Per me è chiaro che il nome non è stato imposto, più o meno recentemente, all’animale a causa di qualche somiglianza con la gallina ma che esso sia il risultato di incroci vari intervenuti attraverso i secoli che hanno travisato la denominazione originaria dell’animaletto.

   Intanto comincio con l’osservare che in sp. gallina ciega significa comunemente anche  ‘beccaccia’[1] oltre che ‘larva di un tipo di scarafaggio’[2].  Allo stesso modo in italiano il termine gallinella vale, tra altri significati, anche ‘beccaccia’.  Ora, questo svariare di significati a mio avviso avviene per lo stesso motivo per cui, nel dialetto di Pisoniano-Rm, la voce calina ‘scintilla’(voce usata anche a Collelongo-Aq nella Marsica) è passata a significare magicamente ‘lucciola’ nella voce caglinella: cosa è successo? forse la lucciola è stata vista dall’uomo primitivo simile  ad una gallina? Niente affatto! Secondo me il concetto di “scintilla-luce” che è ancora tutto evidente, anche in superficie, in caglinella ‘lucciola’ (benchè il significante  faccia riferimento al concetto di “gallina” la quale non luce come una lucciola) si è, come dire, ritirato all’interno della gallina, per costituirne l’anima: la scintilla, agli occhi dell’uomo onomaturgo, è un’entità che si muove, si agita, vive, allo stesso modo in cui l’anima  degli esseri viventi è un soffio che ne attesta la vitalità e l’esistenza. In altri termini il concetto di “anima” e quello di “scintilla, luce” sono due facce della stessa medaglia[3]. Si ricordi che anche in sardo la voce fiadu (dal lat. flat-um ‘fiato, soffio, vento’) significa ‘animale, bestia’ e che il lat. aura significa ‘aria, soffio’ ma anche, in Virgilio, ‘luce, scintillìo’. L’ingl. gale ’vento forte’ ma arcaicamente ‘leggera corrente d’aria, brezza’ è molto probabile che si trovi, pertanto, dietro il gallo e la gall-ina. Tra le tante denominazioni sarde per ‘farfalla’ si incontra il bel nome di ispiritu, cioè spirito, soffio, spirito vitale. Ma c’è anche il gr. psykh che significa ‘anima, soffio, vita’ nonché ‘farfalla’.

   Nel corso della formazione di una Lingua, poi, il significato generico di fondo solitamente scompare a tutto vantaggio di quello specializzato, come è successo a ‘gallina’. Anzi, senza questa trasformazione dei significati sarebbe impossibile il costituirsi di una lingua, la quale deve essere composta, appunto, di una varietà di significati specializzati, per risultare agevole e chiara. In conseguenza di ciò a noi ora sembra impossibile, o quasi, supporre che ogni nome di animale, o d’altro, poteva, all’origine, essere riferito non solo a quell’animale ma anche, preferibilmente, ad altri animali. Ve lo immaginate il povero uomo che ha cominciato a parlare e che deve spremersi le meningi per trovare, per ogni referente, il concetto giusto, come quello, ad esempio, della cavallinità per il cavallo, della asininità per l’asino, della caninità per il cane, della gallinità per la gallina e il gallo, ecc. ecc. ecc.?  A me sembra tutto più semplice e realistico supporre all’origine un concetto generico unico alla base di tutti i referenti, i quali cominciavano ad avere comunque una solida distinzione tra loro che contribuiva a far dimenticare il significato generico di fondo , per via dei significanti diversi con cui venivano espressi: il lat. equ-u(m)’cavallo’, ad esempio, era ben diverso dal lat. asin-u(m) ‘asino’ e dal lat. can-e(m) ‘cane’, ed era questo alla fin fine che contava nell’uso della lingua la quale via via trascurava il significato originario comune dei termini che indicavano però animali ben diversi, a tutto vantaggio della nascita di presunti concetti diversi sottostanti ai vari significanti.  Ma questi concetti , diversamente da quello che ne pensavano Socrate, Platone e diversi altri nella storia della filosofia, a me sembrano come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. In effetti, quale concetto preciso avrà avuto in mente l’uomo onomaturgo quando affibbiava il significante asino all’animale che conosciamo? La sua lentezza? La sua goffaggine rispetto al cavallo? O le altre caratteristiche fisiche e comportamentali dell’animale?   L’operazione sarebbe stata veramente imbarazzante e straziante. Se vogliamo dare uno sguardo, poi,  a  quello che dicono i vocabolari sul concetto, i quali  mettono in rilievo la sua astrattezza che designerebbe le caratteristiche essenziali di un ente, dobbiamo pur accorgerci che le cose essenziali di un "cavallo", ad esempio, sono le stesse non solo di quelle dell' "asino", suo parente stretto, ma anche di quelle del "cane", del “gatto” e di una quantità di altri animali: tutti hanno un corpo sorretto da quattro zampe, un collo, una testa, una bocca, una coda, ecc.  Semmai dovrebbero essere proprio le particolarità  inessenziali (come la forma, la grandezza, il colore, ecc.) di queste parti dell'animale, particolarità che però non sarebbero contemplate dal concetto, a distinguere un animale non solo da un altro  dello stesso  genere , ma anche da animali di altro genere. La particolarità infatti dello zoccolo del cavallo, a mio avviso inessenziale perché parte terminale della zampa,  serve invece a distinguerlo dal “cane” che ha la parte finale della zampa con dita distinte l’una dall’altraCome pure la particolarità del suo verso, il nitrito, serve a distinguerlo dal raglio dell’”asino” e dal latrato del “cane”.  Allora la definizione tradizionale del concetto, che mirerebbe all'essenzialecomincia, secondo me, ad essere contraddittoria e traballante come strumento linguistico certo di distinzione tra un ente ed un altro. In realtà come dietro la parola "gallina" c'è il concetto di "anima, spirito" (v. sopra), così dietro ogni altro nome di animale, come “cavallo”, “cane”, “gatto”, ecc. c'è sempre lo stesso concetto generico di anima o spirito, e non un presunto concetto specifico per ogni animale che lo distingua da tutti gli altri animali. I concetti così sono vuoti, a mio parere, nel senso che non contengono né indicano caratteristiche essenziali dei referenti, tranne quella originaria ed essenzialissima di ‘anima, essere vivente’ presente in tutti i concetti. La quale, però, nella dinamica della comunicazione, è destinata a scomparire dalla coscienza del parlante perchè sopraffatta dalla somma di supposte e posticce caratteristiche essenziali che, benchè abbiano la consistenza di fantasmi, sembrano  legare strettamente il concetto, e la parola che lo esprime, a quel solo referente e non ad altri.  Il concetto di “cavallo”, insomma, sembra così essere completamente distinto da altri concetti relativi ad animali, non solo perché esso ha un significante diverso, ma anche perché ha un significato diverso, apparentemente giustificato, del resto, dalla reale diversità tra un animale e l’altro, cosa che fa credere che il nome del concetto sia stato creato apposta per quell’animale: somma e pia illusione, chiaramente illogica, dato che le caratteristiche essenziali che dovrebbero essere espresse da quel nome, sono, come abbiamo visto sopra, simili o uguali  a quelle di altri animali. Così il concetto, contrariamente a quello che l’etimo del termine vorrebbe farci credere, cioè prendere, afferrare in noi stessi, nella nostra mente, un ente, si limita solo ad indicarlo (come fosse un dito teso), quell’ente, fatto salvo l’unico significato originario di ogni concetto.  In altri termini l’operazione mentale di concepire qualcosa non è diversa da quella dell’afferrare, non so, una mela, non per conoscerla nelle sue caratteristiche essenziali ma solo per mangiarsela o darla a qualcuno. 

     Si può anche immaginare che il concetto di cavallo possa essere una sorta di stilizzazione dell’animale, la quale faccia piazza pulita delle varie caratteristiche particolari di ogni cavallo, ma saremmo sempre dinanzi ad una figura articolata di cavallo, con i rapporti tra le sue parti ben conservati: la testa di una certa grandezza o forma, il collo di un’altra grandezza, il corpo di un’altra grandezza ancora e le gambe di un’altra grandezza ancora, ma anche così non si potrebbe ancora affermare che il concetto di cavallo ripete le caratteristiche essenziali dell’animale bensì piuttosto, paradossalmente, quelle particolari perché la testa, il collo, il corpo, le gambe dell’animale, sebbene stilizzate, risulterebbero comunque diverse da quelle possedute da altri animali: esso sarebbe sempre, pertanto, una bella foto, sebbene sbiadita quanto si vuole, del cavallo nella sua  particolare  struttura. E comunque resta sempre il fatto, per me incontestabile, che il concetto non fa riferimento nemmeno a queste caratteristiche stilizzate, ma, come ho detto, si limita solo ad indicare l’animale, fatto salvo il significato originario e generale di “animale, essere animato”, appunto.

      Ora, tornando alla gallina ciega ‘succiacapre’, mi pare importante notare che in molte storie tradizionali sul succiacapre si afferma che il suo succhiare il latte provocherebbe anche la cecità degli animali.  Come mai? È coincidenza casuale o se ne può dare una spiegazione valida.  Io non penso assolutamente che questa cecità  sia dovuta alla libera inventiva di chi ne ha parlato, o al fatto che l’uccello fosse realmente cieco, benché di giorno se ne stesse fermo per terra o su qualche ramo d’albero ben mimetizzato e come addormentato.  In genere quello che le leggende raccontano ha una motivazione ben più concreta causata in questo caso dal fatto che quello che a noi appare come un aggettivo, cioè cieco,  in realtà era uno dei sostantivi o verbi (si pensi ad un probabile *ceca-capre) usati, in epoche magari precedenti, per indicare l’uccello, finito con l’essere riferito, come aggettivo o come verbo, alle presunte e malefiche conseguenze, sulle capre, del suo succhiare.   Elenco alcune voci regionali assonanti con it. cieco  e sp. ciego  ‘cieco’: la cecca o checca è un nome regionale per gazza fatto derivare dai linguisti dal nome personale Checca; ma a me pare che esso sia apparentato con, ad esempio, l’ingl. chick, chicken ‘uccellino, pulcino, pollo, ragazza’; aggett. sp. chico ‘piccolo’, sost. sp.  ‘ragazzo’, gr.kikk-όs ‘gallo’, gr. kíkk-a ‘gallina’, ingl cock ‘gallo’, gr. kokko-bόas. Quest’ultimo composto non ha, secondo me, il valore di  ‘che grida (da boá-ein ’gridare’) cucù’, come sostengono i linguisti (se così fosse dovrebbe indicare piuttosto il cuculo), ma deve essere la solita formazione tautologica per ‘gallo’. Il gr. boû-s, bo-όs vale comunque ‘bue’: un animale, dunque, e i nominativi  lat. bo-a, bov-a, boba, bo-as  indicano il ‘serpente boa’ e la ‘roseola’, eruzione cutanea.  

     Nel dialetto del mio paese di Aielli la gazza è chiamata cicia-ccòva, nome formato da due componenti  tautologiche, La prima è cicia-, simile ai suddetti  cecca ‘gazza’ e ingl.chick ‘uccellino, ecc.’;La seconda –ccòva corrisponde alla seconda dell’abr. ciaccia-cόlë, all’abr. cόlë[4]  che i linguisti fanno presto a derivare dal personale (Ni)cola, e alla seconda  dell’avezzanese ciccia-còlla ‘gazza’[5] dal gr. kol-oi-όs ‘gazza’.  La componente –oi- credo corrisponda a quella del gr. oi-ōn-όs ‘uccello, uccello di rapina’, forse apparentata col lat. av-e(m) ‘uccello’ e lat. ov-e(m) ‘pecora’. Esiste anche l’abr. ceca-cech-éttë ‘pipistrello’[6] con la radice raddoppiata e ceca-matté ‘pipistrello’ del dialetto di Collelongo nella Marsica.  La componente –matté è forse da avvicinare al ted. Matz, nome di vari uccelli. 

   La falsa credenza, soprattutto in passato, che i pipistrelli sono ciechi avrà senz’altro favorito la persistenza dei nomi  che li indicavano mediante la componente cieco, ma non bisogna affatto pensare che tali nomi siano nati direttamente da essa. Oggi si sa che i pipistrelli non sono ciechi, hanno degli occhi piccoli ma abbastanza efficienti da vicino, anche se si servono di una sorta di sonar per meglio orientarsi nella notte.  Naturalmente la radice ceca- che inizialmente indicava direttamente l’uccello, contribuì al nascere, svilupparsi e consolidarsi della falsa credenza della sua cecità.



[3] Cfr. per caglinella ‘lucciola’ l’articolo “Le sviste di personalità eminenti” presente nel mio blog pietromaccallini.blogspot .com (sett.2018)

[4] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla edit., Cerchio-Aq. 2004.

 

[5]  Cfr. Buzzelli-Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, 2002, (senza casa editrice).

 

[6] Cfr. D. Bielli, cit.                          

 

 

    



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