sabato 5 febbraio 2022

Voci del dialetto di Avezzano-Aq.

 


    Nel Vocabolario del dialetto avezzanese di Ugo Buzzelli e di Giovambattista Pitoni si incontrano i seguenti lemmi:  paccùne ‘lardo di maiale’, paccozzόne ‘persona grassa, tozza’; ora è chiaro che dietro queste voci c’è il gr. pakh-s ‘grosso, grasso, grossolano’ di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente intitolato Dialettale paccùtë, ma la cosa che  suscita il mio interesse ora è la presenza del maiale nella spiegazione del  significato di paccùne. 

    Noi non siamo come i linguisti che in questi casi solitamente sorvolano sulle parole che, nella spiegazione di un lemma, accompagnano quella principale, in questo caso il lardo il quale, però, essendo il grasso del maiale, potrebbe aver fatto aggiungere gratuitamente la parola maiale, nella definizione.  Eppure, persino in questo caso limite, il maiale  deve essersi materializzato perché esiste un latino barbarico pacho (v. l’etimo di pacchia nel dizionario etimologico in rete di Ottorino Pianigiani) il quale combacia quasi con la prima parte del citato avezzanese pacc-ùne. 

    La Lingua non si lascia sfuggire nulla.

Dialettale paccùtē ‘grosso, spesso, rozzo’.

 


 

  

  I vocaboli che apparentemente sono stati tratti dal greco della Magna Grecia abbondano nei nostri dialetti, ma, come ho spiegato altrove, molto probabilmente (io, per parte mia, ne sono sicuro) ci pervengono direttamente dall’indoeuropeo, visto che essi sono appunto molti e non riferibili a vocaboli colti, merceologici, storici che facilmente trapassano da una cultura ad un’altra.

   L’aggettivo in epigrafe è diffuso nella Marsica e in Abruzzo ed evidentemente ha la stessa radice del gr. pakh-ẏs ‘spesso, grosso, rozzo’, gr. pakhẏ-tēs ‘grossezza, spessore’.  La desinenza -ùtë dell’aggettivo dialettale credo sia dovuta all’analogia con le numerose forme come ricci-uto, can-uto, panci-uto, oss-uto.

   L’ingl. pack  ‘pacco, involto, sacchetto, mazzo, branco’ dovrebbe essere messo in connessione con la stessa radice, ma solitamente ciò non avviene, forse perché l’indoeuropeo /kh-/ dovrebbe dare in germanico /g-/; ma in greco esiste anche una radice pag, pēg, che ha lo stesso valore di fondo di ‘compressione, massa, connessione’ presente anche nel lat. com-pag-es ’compagine, stretta unione’, la cui gutturale sonora /g/ in germanico si assordisce in /k/.  Per indicare il ghiaccio, infatti, il quale è una sorta di compressione, in greco si hanno due termini: pag-os con la velare sonora /g/, e pakh-con velare aspirata /kh/



I vocaboli che apparentemente sono stati tratti dal greco della Magna Grecia abbondano nei nostri dialetti, ma, come ho spiegato altrove, molto probabilmente (io, per parte mia, ne sono sicuro) ci pervengono direttamente dall’indoeuropeo, visto che essi sono appunto molti e non riferibili a vocaboli colti, merceologici, storici che facilmente trapassano da una cultura ad un’altra.

   L’aggettivo in epigrafe è diffuso nella Marsica e in Abruzzo ed evidentemente ha la stessa radice del gr. pakh-ẏs ‘spesso, grosso, rozzo’, gr. pakhẏ-tēs ‘grossezza, spessore’.  La desinenza -ùtë dell’aggettivo dialettale credo sia dovuta all’analogia con le numerose forme come ricci-uto, can-uto, panci-uto, oss-uto.

   L’ingl. pack  ‘pacco, involto, sacchetto, mazzo, branco’ dovrebbe essere messo in connessione con la stessa radice, ma solitamente non avviene, forse perché l’indoeuropeo /kh-/ dovrebbe dare in germanico /g-/; ma in greco esiste anche una radice pag, pēg, che ha lo stesso valore di fondo di ‘compressione, massa, connessione’ presente anche nel lat. com-pag-es ’compagine, stretta unione’.  Per indicare il ghiaccio, infatti, il quale è una sorta di compressione, in greco si hanno due termini: pag-os con la velare sonora /g/, e pakh-con velare aspirata /kh/.

mercoledì 2 febbraio 2022

Ingenuità dei linguisti (seguito).

 


 

    Ad Aielli-Aq, il mio paese, uno dei nomi più usuali per crivello era pëllìccë, simile o uguale a quello di altre parlate della Marsica e d’Abruzzo.  Naturalmente l’etimo del termine corre subito alla parola pelle, visto che questo strumento poteva essere formato anche da una pelle d’animale, in genere d’asino, bucherellata. Ma alcune altre parole dialettali ci inducono a credere che il termine suddetto non designava all’origine una pelle bensì un insieme di fili o erbe come la voce avezzanese pelléccia ’zolla di terra aggrovigliata a radici ed erbe’ che però aveva anche il significato di ‘lotta, lite, contesa’.  Si rifà vivo, insomma, il concetto di “massa o intreccio di peli, setole o capelli’  la quale   era all’origine dell’idea di “setaccio” come abbiamo visto, nell’articolo precedente, per il termine casca-tura che significava, oltre a residuo della vagliatura, anche vaglio e massa di capelli. Allora è molto più probabile che il dialettale pëllìccë ‘staccio, crivello’ tragga origine dalla radice di lat. pil-u(m) ’pelo, pelame, capello’ incrociata certamente con il lat. pell-e(m) ’pelle’ ma forse anche con il lat. pille-u(m) o pile-u(m) ’cappello di feltro’: ritorna infatti il feltro, parola di origine germanica indicante un tipo di panno di lana pressata, incontrato nell’articolo precedente a proposito di filtro.

    Resta però da spiegare il significato di ‘lotta, lite, contesa’ che sembra essere lontanissimo da quello di ‘pelo, capelli’, eppure non è così, e lo spiego.  A Luco dei Marsi il verbo formato dalla stessa radice, cioè pellicci-àrese, significa appunto ‘accapigliarsi, venire alle mani’ come in molti altri dialetti compreso l’aiellese pëllëcci-àssë.  Ora, l’idea che sta al fondo di questo verbo è quella di “ammassarsi, stringersi, addossarsi” come stretti tra loro sono i capelli che formano un rudimentale e originario colino o filtro.  Ho volutamente evitato di accostare questo verbo pellicciàrese ai verbi ac-capigli-arsi e az-zuff-arsi (dal longob. zupfa ‘ciuffo’) in quanto li considero una sorta di lectio facilior, pur possibile: lo capiremo meglio riflettendo sulle voci dialettali marsicane come pèlla, pèllë, e anche pëll-iccia (a Trasacco-Aq) che significano ‘coito’, volgarmente ‘scopata’: qui i peli o i capelli c’entrano poco , ma è appunto l’idea di “stringersi insieme in un amplesso” (assomigliante  proprio ad un zuffa nella foga di ottenere il massimo del piacere) che agisce nel profondo. Anche lat. co-it-u(m) (da lat. co-ire) può significare sia ‘incontro, congiunzione’ sia ‘scontro’ come la sua variante co-et-u(m)’riunione, folla, accoppiamento, scontro’ Con il coito, insomma, due esseri si aggrovigliano vicendevolmente come in un lotta spasmodica. E’ meraviglioso il modo in cui una stessa radice può esprimere significati anche molto diversi tra loro, partendo da  un valore generico di fondo. In questo caso è l’unirsi, l’intrecciarsi, lo stringersi, l’ammassarsi di corpi viventi a prendere forma, ma in altri, come vedremo, può essere il miscuglio o l’intruglio , se si tratta di cose liquide.

   In effetti in italiano la suddetta zuffa che è dal longob. zupfa’ciuffo’, significa, come abbiamo visto, anche ‘polenta, brodo’, cioè un miscuglio liquido di vari ingredienti, una polta (lat. pult-em ’polenta, farinata’) o poltiglia, termini questi ultimi che vanno connessi con la radice di feltro che in antico slavo suona plusti, con la labiale iniziale /p/ supposta del resto dalle forme germaniche come ted. Filz ‘feltro’.

   Un caso interessantissimo è quello del gr. phíltr-on ‘bevanda amatoria’ in latino pocul-u(m) amatori-u(m), un intruglio liquido contenente vari ingredienti, magari pestati o triturati. Insomma, un altro tipo di commistione, intreccio, confusione.  Solo che la prima parte di questo termine che veniva da lontano, anche per i Greci, evidentemente sosia di feltro, diffuso un po’ dappertutto in Europa, andò a combaciare perfettamente con la radice del verbo philé-ein ‘amare’ e dell’aggett. - sostant. phíl-os’amico, amante, amorevole’.  Sicchè la parola non potè evitare di indicare la formula verbale  e l’intruglio usato da fattucchiere per far innamorare qualcuno, ma anche per farlo disinnamorare.  

    In ultimo, azzardo un’etimologia per la radice greca phil- (su cui nessuno mi ha illuminato finora) per amico, amore, amare.  Essa dovrebbe indicare una sorta di pressione o impressione (come quella del  feltro) esercitata su qualcuno o ricevuta da qualcuno innamorato o semplicemente amico.  Un volersi bene tra due persone che desiderano stare e stringersi insieme, anche se a volte è uno solo ad amare.  

     Avevo dimenticato il termine italiano peltro il quale designa una lega metallica simile all’argento formata da stagno, rame, antimonio e piombo. Un bel numero di ingredienti che formano un insieme simile concettualmente ad un  miscuglio.

 

   

 

  

martedì 1 febbraio 2022

Ingenuità dei linguisti. Ma, Dio buono, fino a quando bisogna sopportarne l’asinina invadenza oscurantista?(scusatemi lo sbotto)

 


 

    Per l’italiano casca-tura i vocabolari dove il lemma è presente danno più o meno  i seguenti significati: 1) ciò che cade quando si vaglia il grano o altri cereali; 2) Massa di capelli grezzi, tagliati o spontaneamente caduti, utilizzati per formare parrucche.

    Il primo significato riporta il termine al verbo it. casc-are ’cadere’ e lo assimila in sostanza al sostantivo it. casc-ame, il quale è usato, solitamente al plurale, per indicare i residui della lavorazione della carta, della stoffa, del legno o del metallo.  Siccome i fenomeni linguistici, come ho detto altrove, non avvengono a caso, è legittimo chiedersi perché l’italiano casca-tura, ricorrente anche nei dialetti, indica invece solo il residuo della vagliatura.   La risposta la esige anche l’abruzzese casca-turë ‘vaglio di pelle’, presente nel Vocabolario di Domenico Bielli.   Questo significato ci fa capire che il significato precedente, e cioè ‘ciò che cade dal vaglio’, non è quello originario del termine, perché, con tutta evidenza, esso si è generato dall’incrocio col verbo casc-are: in altri termini il significato di ‘ciò che cade dal vaglio’ non è quello che il termine casca-tura doveva avere prima dell’incrocio col verbo casc-are con cui non aveva nulla a che fare: me lo garantisce il chiaro significato di ‘vaglio di pelle’ del dialetto abruzzese.

   Questo fatto, inoltre, dimostra chiaramente che i linguisti spesso abboccano alle soluzioni etimologiche facili perché non sono convinti, come invece è il sottoscritto,  che le radici dei termini vanno molto in profondità e che di conseguenza si verifica spesso che i loro significati, apparentemente chiari, nascondano invece valori originari a volte del tutto diversi da quelli di superficie.  Sarebbe pertanto metodicamente proficuo dubitare sempre delle prime e più facili soluzioni e cercare, nei dialetti, significati diversi delle radici prese in considerazione, i quali in genere indicano direttamente l’oggetto coinvolto, e cioè il vaglio in questo caso, e non il residuo della vagliatura, significato acquisito strada facendo, come mostrerò.  Per una maggiore sicurezza delle soluzioni etimologiche bisognerebbe conoscere il maggior numero di dialetti possibile, ma ciò è molto arduo perché un povero cristo non può conoscere alla perfezione tutte le parlate, diverse fra loro di poco o di molto, persino di paese in paese. Resta comunque la necessità di fortemente dubitare delle etimologie date di volta in volta.   

    Il secondo significato di it. casca-tura ‘massa di capelli grezzi, tagliati o spontaneamente caduti, per la formazione di parrucche’ comincia a rivelare qualche crepa, perché saranno pochi i capelli spontaneamente caduti rispetto a quelli volontariamente tagliati, e quindi è piuttosto forzato per esso l’etimo che lo accosta al verbo casc-are.  Urge quindi una nuova impostazione etimologica.

   Ora, in siciliano si incontra la voce casca ’cuscuta’[1] che ci può essere di molto aiuto. In che modo? La cuscuta è una piantina caratterizzata, ne suo pieno rigoglio, da un ammasso di fili che avvolgono la pianta di cui è parassita.  Il concetto di ammasso di fili corrisponde secondo me a quello di setaccio, il vaglio composto da un insieme di setole incrociate in modo da formare uno stretto reticolo (successivamente sostituito da fili metallici sottili) attraverso cui passavano le impurità dei cereali da pulire.  Si può pensare che già nel Neolitico l’uomo primitivo usava ammassi di fili, stretti tra loro magari alla rinfusa, per filtrare acqua e altri liquidi. Questa funzione poteva essere svolta anche da un pezzo di stoffa, dopo che l’uomo imparò a tessere. Il termine filtro, infatti, di origine germanica indicava un tipo di stoffa, il feltro. 

   Ora l’idea di “filtrare” può essere eguagliata a quella di “vagliare” e questa  a quella di “secernere”, espressa dal lat. cribr-u(m) ‘setaccio, crivello’. Ma…attenzione! Il lat. se-cern-ĕre ’secernere, dividere, separare, distinguere’(da cui il suddetto lat. cribr-um) e il gr. krín-ein ‘giudicare’ potrebbero essere effetto di un incrocio con una radice primitiva per ‘capello, crine, chioma, capigliatura’ presente nel lat. crin-e(m): lo  mostra con molta chiarezza, a mio avviso, il sostantivo it. cernecchio, il quale ha tre significati, e cioè 1) ciocca arruffata di capelli;2)setaccio, crivello;3) scriminatura.  Il che è tutto dire, in quanto ribadisce la stretta interdipendenza tra l’idea di “capello, capigliatura” e quella di “setaccio, crivello” con l’appendice del significato di ‘scriminatura’ tratto anch’esso dalla radice di lat. cern-ĕre ’separare, stacciare, distinguere, decidere, scorgere’.  Insomma, l’azione di separare, discernere rimanda sempre all’idea di “ammasso di capelli” e simili, il che rende chiaro come il sole il rapporto tra i due significati principali di it. cernecchio ’ciocca di capelli arruffata’ e ‘setaccio, crivello’ allo stesso identico modo del sopracitato italiano-dialettale casca-tura.  Evidentemente dietro il tardo lat. cern-icul-u(m) ‘setaccio, crivello’ doveva nascondersi una radice cern- oppure cren- variante di quella di lat. crin-em ‘crine, capigliatura’, cosa che in genere i linguisti non vedono o non accettano pur collegando (ma come?) i due significati tra loro.  

    Un’altra precisazione importane e rivelatrice da fare riguarda il significato di abruzzese casca-turë ’vaglio di pelle’ di cui sopra.  Perché la puntualizzazione ‘di pelle?’.  Semplicemente perché la radice casca- dovette incrociarsi con un termine per ‘pelle, copertura’ simile all’ingl. husk ‘guscio, buccia, involucro’ il quale è  messo in relazione col medio tedesco hausken ‘piccola casa’ o ‘piccola copertura’. Anche il lat. pell-e(m) ‘pelle’  è messo in rapporto con una radice pel- che indica un rivestimento o una buccia.  Io suppongo che anche il lat. cas-a(m) ‘casupola, capanna’ , considerato di etimo incerto o mediterraneo sfrutti invece la stessa radice, come anche il lat. cas-ul-a(m) ‘casetta, capanna, tomba, indumento col cappuccio e l’it. cas-acca legata invece dai linguisti i Cosacchi, cosa possibile ma non certa.

  Altre interessanti osservazioni potrebbero essere fatte ma mi fermo qui. Una cosa è certa, quasi tutte le radici risalgono molto indietro nella storia dell’uomo ed è compito del linguista  cercare di individuarne l’origine e le diverse e talora contrapposte  significazioni che esse assumono nel corso dei secoli e millenni, soprattutto attraverso l’incrocio con altre radici simili nella forma.

   A proposito di it. casca-tura si può citare anche il gr. kόsk-in-on ‘staccio, vaglio’ la cui radice mi sembra una variante della precedente.

   



[1] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET Torino, 1998.

sabato 11 dicembre 2021

Strëllà cumma n’asprë.

 


    Strilla cumma n’asprë si diceva ad Aielli quando qualcuno gridava come un forsennato.   L’espressione sembra strana, dato che essa formalmente non è altro che l’it. strilla come un aspro, il cui significato è però incongruente con quello dell’espressione in lingua.  L’aggettivo dialettale asprë, in effetti, ha più o meno gli stessi significati di it. aspro, il quale indica una ruvidezza nel tatto, nel gusto e anche nel suono. Ma intendere la frase dialettale-italiana come se fosse ‘strilla come (una persona) stridente’ mi pare ugualmente una forzatura.

    Il problema si risolve bene, a mio parere, se solo si tiene presente tutta la gamma dei significati di lat. asper-u(m) tra i quali c’è anche quello di ‘violento, selvaggio’ e simili.  Quindi la frase dialettale non significa altro che ‘strilla come un (uomo) violento, furioso’ e quindi anche forsennato.

lunedì 6 dicembre 2021

Il maiale.

 


   Credo che tutti gli etimologi sostengano che l’it. maiale, lat.  maial-e(m), sia stato forse così chiamato perché a Roma si era soliti, in genere il primo giorno di maggio, sacrificare un maiale a Maia, dea della fecondità. Il nome, insomma, deriverebbe da quello di Maia.

   Noi però sappiamo che i nomi non nascono in genere in questo modo perché essi dovrebbero fare riferimento, invece, alla natura del referente e non agli accidenti che possono riguardarlo.

    Dico subito che non conosco il vero etimo della parola in questione, ma mi preme comunque sottolineare alcuni fenomeni che la toccano e che illuminano i fatti linguistici in genere, con la loro complessità.

   Si narra, infatti, fin dall’antichità, che il primo di maggio, come ho accennato or ora, si sacrificava a Maia un maiale il quale, stando ad alcune delle fonti, doveva essere castrato, mentre secondo altre si trattava di scrofa gravida, pregna, significato contrapposto al precedente. Sono forse questi dei fatti casuali su cui non vale la pena soffermarsi? Non credo, dato che essi possono essere spiegati puntualmente.

    Una scrofa pregna, infatti, è appunto una maiala gravida, grossa: due aggettivi i cui concetti possono essere espressi anche dal lat. mag-n-u(m) ‘grande, grosso, ecc.’ la cui radice mag- abbiamo visto (nell’art. precedente intitolato La maésa) che si ritrova nel nome Maia<*Mag-ia, e nel comparativo ma-ior-e(m) ’maggiore’ con la caduta della velare /g/.  E’ dunque questo il motivo per cui dietro il termine mai-al-e(m) è stato visto, dagli antichi, non un semplice maiale o porco, ma una maiala grossa, nel senso di pregna. Nel greco moderno la voce magiá, pronunciata majà, significa ‘lievito’, la sostanza che fa fermentare, crescere, gonfiare la materia organica.

    Nel Vocabolario abruzzese di D. Bielli compare anche la voce majàtëchë  ‘marchiano, grosso, madornale’ detto di animali, ciliegie, errori che conferma evidentemente la radice maia- < mag- .

    E il senso di porco castrato?  Il fatto è che il lat. maial-e(m) significa in genere proprio porco castrato. Ma perché questo avviene?  Come mai al semplice significato di porco deve aggiungersi anche la qualità dell’essere castrato? Anche in questo caso è il dialetto che ce ne svela il motivo.

    In Abruzzo[1], e anche in alcuni paesi della nostra Marsica come Trasacco[2], ricorre la voce majà, majjà ’castrare’.    Ora, la cosa importante è notare, secondo me, che questa voce molto probabilmente esisteva già, anche nel latino parlato, ai tempi della nostra Maia e del nostro maial-e(m) sicchè potè avvenire l’incrocio che fornì a maial-e(m)anche il significato di castrato: altrove ho già ricordato che questi fenomeni erano già presenti nel latino classico.

      Qualunque sia l’etimo di majà ‘castrare’, di cui comunque ho già parlato nell’articolo del mio blog La gramola e i suoi vari nomi dialettali (1 settembre 2012), resta il fatto che esso si è  incrociato con il lat. maial-e(m): anche l’abr. maial-éschë, infatti, ne ha mantenuto intatto il significato di ‘scrofa castrata’ accanto a quello generico di ‘maiala’.  C’è anche da ricordare che l’espressione usata in latino per indicare il porco sacrificato a Maia era sus Maialis intesa come ‘porco dedicato a Maia’ ma in realtà essa, prima che si incrociasse col nome della dea, doveva indicare proprio un ‘porco (sus) castrato (maialis, con la /m/ minuscola perché inizialmente non riferita a Maia)’. E’ chiaro che un animale castrato diventa pingue e  grasso ma solitamente continua ad essere designato come castrato. L’etimo primo di lat. maial-e(m) resta comunque ignoto; esso potrebbe indicare solo il concetto di “animale”.

    E questo è quanto. In simili storie nulla è dovuto al caso, ma è semmai la nostra ignoranza che ce lo fa credere.



[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-AQ, 2004.

 

[2] Cfr.Q. Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003. 

   




Credo che tutti gli etimologi sostengano che l’it. maiale, lat.  maial-e(m), sia stato forse così chiamato perché a Roma si era soliti, in genere il primo giorno di maggio, sacrificare un maiale a Maia, dea della fecondità. Il nome, insomma, deriverebbe da quello di Maia.

   Noi però sappiamo che i nomi non nascono in genere in questo modo perché essi dovrebbero fare riferimento, invece, alla natura del referente e non agli accidenti che possono riguardarlo.

    Dico subito che non conosco il vero etimo della parola in questione, ma mi preme comunque sottolineare alcuni fenomeni che la toccano e che illuminano i fatti linguistici in genere con la loro complessità.

   Si narra, infatti, fin dall’antichità, che il primo di maggio, come ho accennato or ora, si sacrificava a Maia un maiale il quale, stando ad alcune delle fonti, doveva essere castrato, mentre secondo altre si trattava di scrofa gravida, pregna. Sono forse questi dei fatti casuali su cui non vale la pena soffermarsi? Non credo, dato che essi possono essere spiegati puntualmente.

    Una scrofa pregna, infatti, è appunto una maiala gravida, grossa: due aggettivi i cui concetti possono essere espressi anche dal lat. mag-n-u(m) ‘grande, grosso, ecc.’ la cui radice mag- abbiamo visto (nell’art. precedente intitolato La maésa) che si ritrova nel nome Maia<*Mag-ia,e nel comparativo ma-ior-e(m) ’maggiore’ con la caduta della velare /g/.  E’ dunque questo il motivo per cui dietro il termine mai-al-e(m) è stato visto, dagli antichi, non un semplice maiale o porco, ma una maiala grossa, nel senso di pregna. Nel greco moderno la voce magiá, pronunciata majà, significa ‘lievito’, la sostanza che fa fermentare, crescere, gonfiare la materia organica.

    E il senso di porco castrato?  Il fatto è che il lat. maial-e(m) significa in genere proprio porco castrato. Ma perché questo avviene?  Come mai al semplice significato di porco deve aggiungersi anche la qualità dell’essere castrato? Anche in questo caso è il dialetto che ce ne svela il motivo.

    In Abruzzo[1], e anche in alcuni paesi della nostra Marsica come Trasacco[2], ricorre la voce majà, majjà ’castrare’.    Ora, la cosa importante è notare, secondo me, che questa voce molto probabilmente esisteva già, anche nel latino parlato, ai tempi della nostra Maia e del nostro maial-e(m) sicchè potè avvenire l’incrocio che fornì a maial-e(m)anche il significato di castrato: altrove ho già ricordato che questi fenomeni erano già presenti nel latino classico.

      Qualunque sia l’etimo di majà ‘castrare’, di cui comunque ho già parlato nell’articolo del mio blog La gramola e i suoi vari nomi dialettali (1 settembre 2012),  resta il fatto che esso si è  incrociato con il lat. maial-e(m): anche l’abr. maial-éschë, infatti, ne ha mantenuto intatto il significato di ‘scrofa castrata’ accanto a quello generico di ‘maiala’.  C’è anche da ricordare che l’espressione usata in latino per indicare il porco sacrificato a Maia era sus Maialis intesa come ‘porco dedicato a Maia’ ma in realtà essa, prima che si incrociasse col nome della dea, doveva indicare proprio un ‘porco(sus) castrato (maialis, con la /m/ minuscola perché inizialmente non riferita a Maia)’. E’ chiaro che un animale castrato diventa pingue e  grasso ma solitamente continua ad essere designato come castrato. L’etimo primo di lat. maial-e(m) resta comunque ignoto; esso potrebbe indicare solo il concetto di “animale”.

    E questo è quanto. In simili storie nulla è dovuto al caso, ma è semmai la nostra ignoranza che ce lo fa credere.



[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-AQ, 2004.

 

[2] Cfr.Q. Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003. 

   


sabato 4 dicembre 2021

La maésa.

 


 

 

   La voce femminile aiellese ma-ésa corrisponde al termine maschile (talora femminile) it. magg-ése, il quale indica generalmente un terreno messo a riposo per essere lavorato l’anno seguente, secondo una pratica agricola antichissima che ristabiliva la fertilità di un campo divenuto poco fecondo negli anni.

    La forma ma-ésa si riscontra anche nel dialetto di Luco dei Marsi[1] con la /è/ grave, in alternativa, però, alla forma ma-jèsa, la più comune in Abruzzo, benché in genere con la /é/ acuta.   In internet la voce ma-ésa  ‘terreno arato in attesa delle piogge’ è diffusa anche nelle Marche.  

    Ora, urge una importante precisazione: la forma in uso ad Aielli presume senz’altro la velare, non la palatale, /g/ (come succede nella stessa voce del nostro dialetto Aéjjë ‘Aielli’ < lat. classico Agell-um di cui ho trattato altrove) presente in una forma *mag-ésa immediatamente  precedente all’attuale,  e pertanto in forte contrasto con l’aggettivo latino Mai-u(m) ’di maggio’ da cui tutti i linguisti derivano l’it. magg-ese di cui sopra, dando una spiegazione che in effetti è poco convincente: la lavorazione del terreno avverrebbe nel mese di maggio. Ma, come leggo, La forma classica del maggese prevede quattro lavorazioni del terreno (arature) che si susseguono da marzo ad agosto, e possiedono profondità variabile: molto leggera l'ultima e più profonde la prima e la terza.  Dopo queste lavorazioni tese a ripulire e preparare l’appezzamento, si procede, verso ottobre-novembre, alla nuova aratura per la seminagione.

   A mio parere, quindi, il mese di maggio  non c’entra nulla, come confermato d’altronde dalla forma aiellese ma-ésa <*mag-ésa che ci spinge a procedere  verso altra direzione. Quale?  Secondo me anche l’aggettivo e sostantivo lat. Mai-u(m) ‘di maggio’ o  ‘mese di maggio’ poteva avere in precedenza una velare, poi caduta, in una forma *Magi-u(m).  Il mese di maggio era così chiamato perché dedicato a Maia, divinità che a Roma rappresentava la fecondità in generale e il risveglio della natura a primavera.  Ma allora non dovrebbero esserci dubbi! Il maggese, termine che certamente esisteva già nel latino parlato nella forma *mag-ens-e(m), o simile, indicava il terreno sottoposto a questa pratica e la pratica stessa che ne ristabiliva la fertilità compromessa, naturalmente sotto la protezione della dea Maia come avveniva in genere per ogni attività agricola, ciascuna legata a qualche divinità come  ad esempio Messor , dio delle messi; Puta, dea della potatura; Semo, dio della semina. Una pratica importante come quella del maggese poteva svolgersi senza la protezione di qualche divinità che, nel nome stesso, ne indicasse lo scopo?  Senz’altro no, giacchè secondo me è valida l’equazione: Maia<*Magia (fertilità, fecondità) = magg-ese (terreno reso fecondo, fertile –e pratica relativa).

    Nei nostri dialetti il significato di ma-ésa  e simili indica genericamente il ‘terreno  lavorato più o meno in profondità’ (magari per dissodarlo),  nonché la ‘profondità, più o meno marcata, di qualsiasi aratura (ad Aielli-Aq)’ senza riferimento alla pratica del maggese.

    Così stando le cose quale potrebbe essere il significato della radice mag- all’origine di magg-ese e di Maia? Essa dovrebbe essere la stessa di lat. mag-n-u(m) ‘grande, numeroso, molto’.  Nel comparativo di maggioranza di questo aggettivo la velare /g/ cade ugualmente dinanzi alla desinenza –ior: infatti si ha ma-ior ‘maggiore, più grande’.  Ma un termine così antico da arrivare senz’altro al neolitico non poteva, a mio avviso, non incrociarsi con altri termini simili nella forma.  Io penso che questa radice si sia incrociata con quella dell’ingl. magg-ed ’logoro, consunto’ derivato probabilmente dall’ingl. dialett. magg-ed ‘stanco, esausto’ considerato, del resto, di origine ignota. Un terreno esausto, impoverito è proprio quello su cui si  applica la pratica del maggese per la quale sono necessarie da una parte la presenza di un terreno sfruttato, poco fertile, dall’altra una serie di lavorazioni che lo maggiorino, lo riportino alla fecondità perduta: qui si dà il caso che le due radici, che indicano le due cose, combacino nella forma eguale  mag- anche se il loro significato è in qualche modo opposto. 

    Chiudendo, ribadisco con forza che la voce ma-ésa del dialetto di Aielli e di altri mi costringe a constatare che l’it. maggese non deriva il nome dal mese di maggio, in latino Ma-iu(m) ’maggio’, ma semmai dal nome della dea Maia  alla quale  esso era dedicato, nome che aveva il significato di ‘abbondanza, fecondità’, ed era collegato alla radice indoeuropea di lat. mag-n-u(m)  ‘grande, numeroso, molto’.  In somma l’it. maggese non scaturisce direttamente dala forma storica lat.  Ma-iu(m) ‘maggio’, ma da una precedente forma *Mag-iu(m) anche se non attestata: l’aiellese ma-ésa ne è in qualche modo una prova.

    C’è ancora da sfatare un altro dubbio, cioè che nella forma maj-ésa la semivocale  /j/ sia la continuazione della semivocale /i/ di lat. Ma-iu(m) ‘maggio’Essa invece è dovuta alla caduta della consonante velare /g/ che  tra due vocali nei nostri dialetti spesso scompare, come in fràula ’fragola’ < lat. fragul-a(m), oppure lascia per così dire un segno trasformandosi  in /j/ come nella voce del dialetto cerchiese Ajéjjë ’Aielli’ che ad Aielli suona invece, come abbiamo detto, jjë, con la caduta totale della velare.  Molto istruttiva è la voce abruzz. arcaica pajé ‘paese’ dal lat. pag-ens-e(m) (cfr. lat. pag-um ‘villaggio, paese’), la quale normalmente si affianca all’altra  psë, in cui si ha la lenizione totale della velare /g/ come del resto nell’it. paese. Anche all’inizio di parola avvengono queste trasformazioni come in abruzz.[2] nërë ’genero’, nèstrë ‘ginestra’, ecc.   

     I dialetti smentiscono abbastanza di frequente le false supposizioni dei linguisti. 



[1] Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei MarsI, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[2] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq.  2004.