venerdì 18 dicembre 2009

Fare il portoghese

In merito all’articolo “Fare il portoghese: un gioco di parole, non un eterostereotipo” di Ottavio Lurati apparso in RIOn, XV (2009), 2, pp. 482-84, vorrei esprimere le seguenti considerazioni.
Come per tante altre espressioni, detti, motti, proverbi io sono convinto che la strada maestra per spiegarli sia diversa da quella seguita dal Lurati. Nel mio dialetto di Aielli-Aq, ad esempio, ricorreva il modo di dire ‘n-gòr’ a ssòlë 'in faccia al sole' ( cfr. n-gàr’ a ssòlë 'in faccia al sole' a Celano-Aq, carassole 'solatio' in nuorese) specialmente nella frase so’ statë ‘n-gòr’ a ssòlë tutta la jurnata ‘sono stato -a lavorare nei campi- tutto il giorno sotto al sole’, il quale non può essere spiegato come ‘nel cuore del sole’ perchè in questo caso si sarebbe detto allë còrë jji sòlë come si dice allë còrëllë callë ‘nel cuore del caldo, nel momento del massimo calore’, allë còrëjju mmérnë ‘nel cuore dell’inverno’. Mi pare pertanto plausibilissimo supporre che il detto ‘ngòr’ a ssòlë sia pari pari, senza l’intrusione di elementi estranei , il lat. incoram solis ‘in faccia al sole’. Il bello è che secondo me la stessa espressione latina ha dato luogo in siciliano ad un’altra reinterpretazione, sempre senza l’intrusione di elementi che vadano al di là del perimetro del significante incoram originario, che suona cucìrisi i corna ō suli ‘ essere costretto a lavorare in faccia al sole tutta la giornata’, letter. cuocersi le corna al sole. Ognuno può agevolmente vedere che è probabilissimo che il siciliano i corna, il quale, rispetto ad incora(m), si differenzia solo per uno spostamento metatetico della -n- , sia una semplice reinterpretazione o rietimologizzazione, nel contesto del dialetto siciliano, della preposizione latina che nel frattempo era divenuta semanticamente opaca per i locutori: il provvidenziale i corna, anche se prodottosi quasi casualmente dal sottostante incoram, permette al siciliano di continuare in qualche modo ad usare la probabilissima frase latina, visibile in trasparenza sotto quella dialettale, cioè coqui (o se coquere) incoram solis. Per queste considerazioni mi permetto di non condividere quanto asserito a proposito della locuzione siciliana (cfr. Cortellazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, 1998, s. v. corna) dal Cortellazzo il quale la intende letteralmente ‘cuocersi le corna o la testa al sole’ e non si pone minimamente il problema rappresentato dal possibile trascinarsi nei vari dialetti di parole o espressioni latine, naturalmente camuffatesi sotto altre vesti. Potrei citare una sfilza di esempi simili ma credo che sia sufficiente fermarmi qui. Ed è bello constatare che anche il Saussure (cfr. Corso di linguistica generale, traduzione di Tullio De Mauro, Laterza, 1976, Bari, p. 104) avvertiva che “contrariamente all’idea falsa che noi volentieri ce ne facciamo, la lingua non è un meccanismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere (il corsivo è mio). Al contrario, vediamo che lo stato risultante dai cambiamenti non era destinato a notare le significazioni di cui si carica”. L’esimio linguista in questo caso parlava del formarsi fortuito, quasi automatico, di alcuni plurali nelle lingue germaniche in conseguenza di intervenuti cambiamenti diacronici nei precedenti tipi di plurale, ma allargava contemporaneamente il discorso a tutto il sistema linguistico lamentandosi che la maggior parte dei filosofi della lingua non tenesse affatto conto di questa concezione di cui nulla era più importante.
Ora, all’inizio del suo articolo, il Lurati fa una importante osservazione sulla facilità con cui noi siamo inclini ad addossare agli altri (popoli, città, classi sociali, ecc.) determinate caratteristiche e qualità che in fondo possono essere comuni a tutti gli uomini. Si creano in questo modo i numerosi eterostereotipi di cui fare il portoghese ‘non pagare il biglietto, essere tirchio’ sarebbe un esempio, anche se, almeno questo, potrebbe essere spiegato, dice Lurati, a partire da un gioco di parole.
A Roma, nell’ambiente delle maschere e degli spettatori, serpeggiava l’espressione entrare a teatro a pporta rotta che voleva dire entrare a vedere lo spettacolo quando esso era già iniziato e la porta d’ingresso, quindi, era stata aperta. Il Lurati mi pare consideri già scherzosa la suddetta espressione forse per via dell’eccesso della “rottura” della porta che era stata invece soltanto “aperta”. Ma non si riflette sul fatto che in quella espressione l’aggettivo "rotta" poteva costituire benissimo la sopravvivenza di un latino rupta nel semplice senso di ‘aperta’. In effetti già il lat. rumpere aditus significava ‘aprire, forzare gli ingressi (tra ostacoli)’ ma il verbo, strada facendo, aveva finito forse per assumere anche il significato di un generico ‘aprire’ come starebbe a significare l’it. rotta ‘direzione, percorso, via (di una nave o aeromobile)’ , se è vero che proviene dal lat. (via) rupta, forse attraverso il franc. route.
Supporre poi, come fa il Lurati, che fare il portoghese possa essere espressione formatasi, per affinità fonetica, sull’onda di queste coniazioni scherzose riferite alla porta da parte dei romani significa a mio avviso fare un salto semantico gigantesco e uscire abbondantemente dai limiti del significante di porta, contravvenendo così anche all’avvertimento di Saussure di cui sopra nonchè al tipo di derivazione configurato dal caso dell’ incoram, perpetuatosi sotto traccia nelle due espressioni abruzzese e siciliana. Oltretutto il Lurati, a mio avviso, cade in palese contraddizione con quanto aveva asserito all’inizio dell’articolo circa il formarsi degli eterostereotipi, nel momento in cui afferma che i romani sarebbero naturalmente inclini (come se tutti i romani lo fossero e non anche gli altri abitanti d’Italia e del mondo) a simili coniazioni scherzose. Purtroppo succede spesso che quando si tratta di avvalorare proprie tesi, si cade inconsciamente vittima di subdole pulsioni autoconfermative. Partendo dal termine porta sarebbe stato molto più facile e naturale associarvi, ad esempio, la figura del portiere o portinaio ed addossare ad esso il vizio della taccagneria o spilorceria: non si vede infatti il motivo per cui a questo riguardo i portoghesi dovrebbero essere preferiti alla categoria dei portinai più a portata di mano.
Lo spirito della lingua, poi, non può essere paragonato, a mio avviso, a quello di uno sbrigliato giullare che infila un foulard sotto il cappello estraendone quindi un piccione per épanouir la rate de la noblesse. La lingua preferisce più spesso bazzicare le strade battute dalla gente comune che rappresenta il grosso dell’umanità, che ha, ed ha avuto soprattutto in passato, poco tempo e voglia per i divertimenti, che rabbercia alla bell’e meglio le cose che possiede, adattandole alla bisogna, poco adusa allo scarto e allo scialo. La lingua non spreca mai, ogni volta che sia possibile, il materiale residuato da un suo stato precedente. L’esempio portato dal Lurati per confermare genericamente “l’inclinare allusivo al calembour” è quello dell’espressione fare il polacco ‘fare il ruffiano’, che non ha nulla da dividere con l’abitante della Polonia “bensì gioca in tono allusivo –dice il Lurati- sul suono del termine riplasmando il motto portar polli con cui a lungo si indicò lo stratagemma del ruffiano che, con il pretesto appunto di portare polli nelle case, vi faceva giungere biglietti dolci e proposte per appuntamenti”. Ora, a me sembra quasi impossibile che si sia passati da pollo a polacco senza nemmeno una sia pur brevissima sosta mentale all’intermedia pollanca ‘pollastra, tacchina giovane’ o *pollanco (attestato come cognome). Come si può ben notare, allora, più che di inclinazione al calembour io parlerei, seguendo il Saussure, di quasi inavvertibile e graduale passaggio ad altro stato del termine coinvolto, che si carica così, per puro caso, di un significato verso il quale non era stato indirizzato in partenza.
L’espressione portar polli, poi, mal si adatta alla spiegazione sopra riferita dal Lurati, basata chiaramente sul suo significato letterale, visto che si incontra (cfr. Carlo Lapucci, Modi di dire della lingua italiana,Valmartina edit., Firenze, 1969, p. 344) l’altra espressione fare il pollo (in galantina) ‘fare lo svenevole, il galante’ di significato affine alla precedente ma refrattaria, per una sua spiegazione, all’idea del ruffiano-portatore di polli: molto probabilmente allora i “polli” sono in questi casi un paravento, che nasconde in profondità un significato completamente diverso da quello sbandierato in superficie. Forse qualcosa potrebbero dircela in proposito termini come l’it. bullo che, secondo l’etimo tradizionale, rimanda all’alto ted. medio būle ‘amico intimo, drudo’, cfr. ted. Buhle ’amante’, ted. Buhler ‘galante, amante’. Considerato che anche in francese (XVI sec.) abbiamo un poulet ‘biglietto dolce’, diminutivo di poule ‘gallina’, non è forse azzardato supporre che alla base di queste forme in labiale sorda iniziale si nasconda una variante, con la 2° rotazione consonantica, di una base germanica *būle con significato variamente modulato di ‘amore, amoreggiamento, corteggiamento, segno d’amore, galanteria, amato, amante, ecc.’. Allora tutte le tessere del mosaico andrebbero a posto e sparirebbero come neve al sole le false spiegazioni dei modi di dire che si insinuano nelle nostre menti col favore dei significati che prolificano sulle loro superfici. L’espressione fare il pollo in galantina è andata ad incrociarsi, senza motivo, con il piatto raguseo galantina preparato a base di carne bianca, specialmente di pollo farcito, e servito con gelatina (lat. mediev. galatina).
Ora, credo sia arrivato il momento di avanzare la mia proposta per fare il portoghese. Non si può certamente dubitare che l’attestazione dell’espressione è solo novecentesca, come con dovizia di citazioni constata il Lurati. Ma questa constatazione, a mio avviso, non chiude tutte le porte alla possibilità che la locuzione sia giunta fino a noi provenendo da tempi lontani. Il fatto della sua mancata registrazione nei vocabolari in lingua prima del ‘900 poteva essere dovuto, ad esempio, alla considerazione, da parte dei compilatori dei dizionari, che essa avesse una coloritura troppo dialettale, perchè ancora poco diffusa, ed è anche possibile che essa sia rimasta proprio per questo addirittura ignota a loro per alcuni decenni. E’ un fatto che dopo l’unità d’Italia confluirono nella capitale parlate provenienti da tutte le parti della penisola, qualcuna delle quali poteva aver portato con sè la locuzione, la quale, dopo aver vivacchiato per secoli all’ombra di qualche sconosciuto dialetto, potè, dopo un periodo di incubazione nella capitale, esplodere con tutta la sua forza fino a diffondersi sull’intero territorio italiano. I dizionari dialettali romaneschi potevano, dal canto loro, averla ignorata anche perchè essa magari appariva già in veste italiana nella capitale, in quanto introdotta appunto dal di fuori da chi, non sapendo ancora parlare romanesco, cercava di parlare secondo l’italiano standard del tempo. D’altronde si sa che il romanesco non si discosta molto dall’italiano.
Dopo questa premessa io mi sento confortato a supporre che la parola portoghese sia in questo caso il risultato della fusione di due termini, il primo dei quali dovrebbe essere por- (da un precedente porë oppure poro) contrazione, diffusissima in vari dialetti, di un originario povero dal lat. pauper, mentre il secondo dovrebbe essere il greco ptokhós ‘povero, poverissimo, mendicante’ con la perdita della labiale iniziale come avviene per it. tisana dal gr. ptisánē, it. Tolomeo dal gr. Ptolemaîos. D’altronde la labiale, inserita tra la -r- di por- e la dentale di ptokhós, creava qualche difficoltà di pronuncia e pertanto sarebbe stata lasciata a maggior ragione cadere. Il nome bilingue avrà assunto prima la forma latineggiante *por-(p)tochosum, per influsso dei molti aggettivi latini in –osus, e poi, fatalmente, sarà andato a cadere in braccia all’etnico portoghese, una volta divenuti opachi i due componenti della parola. Il suo significato doveva essere quello di ‘povero, mendicante, straccione, pidocchioso, taccagno’ o anche di ‘povero straccione, povero taccagno’ con un senso di compatimento indotto proprio dal ‘povero’, come avviene nelle espressioni simili in voga anche oggi. Nella Toronto degli anni ’60, mi assicura Angelo Gualtieri, un mio carissimo amico che vive in Canada, circolavano dei composti simili come pizza pie, prosciutto ham, ricotta cheese. Quando due civiltà si incontrano è naturale che il linguaggio si mescoli. Cosa che è avvenuta sempre, fin dai primordi della vita associata dell’umanità dotata di parola.
Così stando le cose, io credo che gli eterostereotipi siano quasi tutti falsi, non solo quello relativo al portoghese. Il Lurati cita il tedesco er ist ein Nassauer ‘è un abitante della città di Nassau’, usato per chi entra di sotterfugio a teatro: a me sembra percorribile, almeno come punto d’avvio per la spiegazione, la strada che ho trovata in Wikipedia, seguendo la quale il detto deriverebbe dall’espressione berlinese for nass ‘gratuitamente’, che a sua volta rimanderebbe al furbesco nassen, scaturito dallo jiddisch occidentale nossenen ‘regalare’. Ma già nel XVI sec. nass, da non confondere con l’omofono nass ‘bagnato, umido’, stava per liederlich, ohne Geld riferito a persona spregevole e senza un soldo. Di nessun valore, comunque, è l’aneddoto cui ha dato vita l’espressione, aneddoto che anche in questo caso non poteva mancare. Infine per il francese grivèlerie ‘frode allo scotto’ (da grive, lat. graecus), cui Lurati accenna, rivolgerei l’attenzione al logudorese crecu (che nulla ha a che fare con logud. grecu ‘greco’) e campidanese creciu ‘interesse, usura, strozzinaggio’ (catalano creix, escreix), considerato il senso collaterale di avarizia e taccagneria che spesso accompagna la parola usuraio.
Ora, sono certo che si dirà che il mio *por-(p)tochosum ha il difetto di non essere attestato. Ed è vero. Ma tutto sembra congiurare a renderlo per così dire self-evident, perchè si situa quasi alla perfezione, senza slabbrature, sbavature o spazi vuoti, all’interno del significante portoghese. Le altre spiegazioni possono essere dotte quanto si vuole e svolte secondo i canoni più scientifici, ma danno tutte la chiara impressione, a mio avviso, di abbandonare l’alveo naturale in cui bisogna ricercare le origini della locuzione, perdendosi nelle plaghe o della pura fantasia aneddotica (la quale, se si va ad indagare, risulterà magari anch’essa un prodotto di suggestioni emananti dalle parole) o di quelle che, francamente, mi sembrano soltanto delle mezze idee che fanno guardare in tralice la presenza di un improbabile portoghese là dove si spalanca solo l’enigma di una porta rotta.

Nessun commento:

Posta un commento