venerdì 24 maggio 2019

Viva la ruca-dorma-corna-luca-ciammarùca!





Ho scovato un sito internet che riporta centinaia di filastrocche sulla lumaca, prese non solo dai dialetti italiani ma  anche da quelli di altre lingue, tra le quali figura persino il cinese e il giapponese. In tutto saranno più di 900 filastrocche[1].  L’autore è il musicista milanese Giovanni Grosskopf.  Mamma mia, è proprio una manna per quelli come me, inseguitori delle parole!

    Come osservavo nell’articolo La ciammaruca di alcuni giorni fa l’aiellese ciamm-otta  doveva alludere ad una voce *ciamma ‘lumaca’: infatti nel dialetto di Fara San Martino-Ch., come ho potuto constatare in una di queste filastrocche (n.286), la lumaca viene chiamata ciamma-lӧechë e ciamma-cornëDella voce corno abbiamo assodato, nell’articolo precedente, anche il significato di ‘lumaca’.  Resta da chiarire la seconda componente di ciamma-lӧechë la cui liquida iniziale /l/ non è stata scambiata con la liquida /r/, come supponevo in quell’articolo, ma evidentemente era originaria se guardiamo il siciliano mamma-lucco ‘lumaca’ e la voce santa-locìa ‘coccinella’ di Luco dei Marsi-Aq[2].  La coccinella è un coleottero a forma di semisfera, di colore rosso, e quindi il suo nome deve indicare un’idea di cavità o convessità, fermo restando comunque che all’origine esso si riferiva al concetto di “animale”. Anche l’etimo del nome cocc-in-ella, che si fa derivare erroneamente dal lt. cocc-inu(m) ‘di color rosso’, va cercato nella direzione di cavità. La componente santa- abbiamo visto che valeva anch’essa cavità. La cosa più interessante, che conferma quanto stiamo dicendo, è che con  lo stesso termine santalucia si indica in diverse parti d’Italia  un mollusco con conchiglia e con un caratteristico opercolo ellittico, chiamato occhio di santa Lucia, che serve all’animaletto per chiudersi e tapparsi  dentro il guscio. Esso ha un disegno a spirale da un lato e viene usato come grazioso ciondolo.  La componente -luc-ia in questi casi rimanda a radice simile a quella di ted. Loch ‘buco’, come ho mostrato in un articolo scritto molti anni fa sulla dea Angizia, che aveva un luogo di culto importante proprio nei pressi di Luco dei Marsi-Aq. 

    Ha attratto la mia attenzione, tra molte altre, una filastrocca di area dialettale tedesca in cui compare anche la parola Turm ‘torre’, una torre sulla quale saranno  scaraventati il padre e la madre della lumaca se non caccerà le solite corna (n. 680).  Ora, questa torre che cosa c’entra (a parte la considerazione che magari sarebbe stato più naturale minacciare di scaranventarli giù dalla torre)?  Il fatto è, secondo me, che si tratta anche qui, originariamente, di termine legato alla chiocciola.  Non bisogna assolutamente credere, come fanno troppo spesso i linguisti, che siamo dinanzi a situazioni magiche in cui può succedere di tutto nella mente degli uomini primitivi. Io credo che questa loro tendenza esistesse davvero, ma alimentata proprio dagli incroci delle parole che ora spero ci siano diventati familiari. Un primitivo può pensare che una lumaca diventi, ad esempio, una lucciola ma solo perché ad un certo punto un termine con il significato di lucciola entra nel suo vocabolario sovrapponendosi ad un altro simile o uguale indicante la chiocciola, trasformando così, come d’incanto, una chiocciola in una lucciola

Ritornando al Turm ‘torre’ di cui sopra, faccio notare che nel dialetto di Cittanova di Reggio Calabria la voce durmi-turi dignifica ‘chiocciola, lumaca’[3].  Esatto! diranno i soliti studiosi di antropologia! La lumaca è usa cadere in letargo per molti mesi e anche quando si sveglia è molto guardinga, esce solo in occasione di piogge. Ma essi dovrebbero spiegare anche perché nella cantilena della chiocciola suddetta compare la voce Turm che, almeno, assomiglia molto alla prima componente di questo nome durmi-turi.  La seconda componente –turi riappare in altre voci calabresi per ‘chiocciola’, come verma-turu e anche papa-turnu.  Secondo me invece la radice ritorna anche nell’emiliano dormi-dòr ‘tempia’[4], ad indicare la leggera depressione, a volte ben accentuata, di quella zona del viso. I linguisti spiegano il termine con la credenza popolare della tempia come sede del sonno: così un opercolo come un macigno viene messo sopra la possibilità di trovare un’altra spiegazione. Esso presenta la stessa radice di gr. tόrm-os ‘bucco’.  Le famose Thermo-pýlai ‘Termopili’, stretto passo tra la Tessaglia e la Locride, reso celebre da Leonida e i suoi trecento eroi, che letteralmente vale ‘porte (-pýlai) calde’, non possono che essere un incrocio tra l’aggettivo gr. therm-όs ‘caldo’ e un termine per ‘passo buco’, anche se ci fossero state sorgenti termali in loco. Lo conferma il gr. thérm-os ‘lupino’ e il gr. thermo-kýamos ‘sorta di legume’: apparentemente quest’ultimo termine sembra una descrizione precisa di un legume a metà strada fra il lupino e la fava (ritorna la fava!), mentre in realtà è un composto tautologico in cui si ripete il concetto generico di ‘rigonfiamento, rotondità’. Anche l’ingl. drum ‘tamburo’ e il ted. Tromm-el ‘tamburo’ credo rimandino ad una idea di ‘cavità, rotondità’.  

     Aggiungo qui delle voci abruzzesi che sono vere e proprie chicche[5]. Esse sono: tarmë ‘ghiaccio’, tarma-tùrë ‘ghiaccio’ e trëm-όnë ‘bombola, vaso metallico con pancia rotonda per metterci acqua a ghiacciare’.  I primi due indicano appunto lo strato di ghiaccio, che magari si forma in un recipiente esposto ai rigori della notte. Il secondo prende due piccioni con una fava, aggiungendo il significato di cavità, recipiente, che d’altronde era già contemplato dalla radice, in quanto copertura.  Anche l’it. tar-tar-uga per la quale ci sono state tante osservazioni e soluzioni, mi pare che non possa sfuggire alla base della  radice darm-, dorm- di cui sopra che è presente anche nell’it. tar-taro. Sempre in conseguenza del concetto di “cavità” nel dialetto di Rocca di Botte-Aq. la voce tartaro[6] significa ‘burrone’. La forma tart-uca ‘tartaruga’ mi sembra un accorciativo influenzato dal lat. tort-u(m) ‘torto’. Si ritrova, credo, anche nell’ingl. turtle ‘tartaruga’ e nell’it. trott-ola <*tortola, incrociato col verbo trottare.  Un’altra chicca è costituita dall’abruzz. tar-tόrë [7] ‘pevera’ il quale mi dà la certezza che l’abruzz. tra-tùrë ‘tiretto’ non deriva dal verbo tirare. Il Tartaro, baratro infernale ritenuto addirittura al di sotto dell’Ade, significava appunto nient’altro che ‘baratro’.

   Ma la storia non finisce qui.  In sassarese si ha la voce drum-icci-όlu ‘crisalide della farfalla’ (un bozzolo!) fatta derivare dal verbo drumiccià ‘dormicchiare’. Le cose si complicano e sembrano dar ragione ai linguisti con il logudorese sόnn-iga[8] ‘crisalide’ che apparentemente richiama il sonno, termine quest’ultimo che, nelle varie inflessioni dialettali, indica anche la tempia come il dormi-dòr emiliano, sopra ricordato.  La radice suop-no di lat. somn-u(m) e lat. sop-or-e(m) ‘sonno, sopore, letargo’, ben attestata in area indoeuropea, a me pare collegata, ad esempio, col ted. ent-schweb-en ‘dileguarsi’ e col medio alto tedesco ent-schweb-en ‘addormentare’. L’ingl swoop ‘calare, picchiare (di uccelli rapaci) dovrebbe essere della partita.  A me pare che si possa notare in queste radici un’idea di “movimento, distacco, caduta, scivolamento’. In altri termini la nozione di sonno dovrebbe essere agganciata a quella di ‘andare, cadere, allontanarsi, svanire’.  Non per nulla nelle varie lingue esistono espressioni come cadere tra le braccia del sonno, di Morfeo, ecc.  Quindi anche la radice dorm- potrebbe almeno essersi incrociata con quella di gr. drόm-os ‘corsa, viale coperto, ecc.’ ed indicare, all’origine, il venir meno di chi si addormenta.

    Come mai nelle lingue si incontrano con una certa frequenza termini che indicano contemporaneamente il sonno  e la tempia?  Certamente non a causa della credenza della tempia come sede del sonno, ma a causa di incroci di termini simili che diedero origine a quella credenza, la quale  di rimando  fece sì che, quando in una parlata fosse arrivato un termine di tal fatta, esso avesse più possibilità di altri indicanti la tempia di continuare ad esistere e di sopravvivere.  

      Anche in altre filastrocche sulla lumaca, della raccolta citata, compare l’idea del dormire, come in quella campana (Acerno-Sa.) del n. 268, dove si chiede alla lumaca: màmmeta addove rormì? (tua madre  dove dormì?). Meno male che qui è la madre a dormire, altrimenti gli antropologi vi avrebbero trovato la conferma della tendenza delle chioccciole a starsene rintanate a dormire. La stessa domanda viene rivolta alla chiocciola, ma col tempo del verbo al presente indicativo, in una cantilena abruzzese (n. 284), proveniente da Crecchio-Ch. 

    Ce ne sono veramente delle sfiziose, spero di poterle commentare, ma sono troppe!






[2] Cfr. G.Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[4] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani,UTET, Torino, 1998.

[5] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq. 2004.

[6] Cfr. M. Marzolini, “ … me ‘ntènni?”, Arti grafiche Tofani, Alatri-Fr, 1995.

[7] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[8] Cfr. Cortelazzo- Marcato, I dialetti italiani, UTET Torino,1998. 



martedì 21 maggio 2019

Avere più corna di una cesta di lumache.



Il modo di dire sembra essere stato inventato l’altro ieri da qualcuno che si sia messo a riflettere sulla triste condizione di chi è stato cornificato abbondantemente, escogitando l’icastica immagine. Ma, come sempre avviene, esso è antichissimo e si è formato quasi inconsapevolmente, piano piano, perché presuppone almeno la conoscenza di una parola,*corno,  usata per designare le lumache. Abbiamo visto nell’articolo precedente sulla cantilena per la lumaca di Gallicchio-Pt che questa voce corno si riferiva in epoca lontana al noto gasteropode, col significato di ‘guscio, cavità’. E in effetti ho scoperto proprio oggi la voce corgnolo ‘chiocciola’, usata in zone del Veneto[1], che deriva dal lat. corn-eol(u)m, diminutivo di lat. cornu ‘corno’: ma in questo caso il termine si riferisce ad una cavità  e non alle corna dell’animaletto, come sostiene il Cortelazzo nel libro citato. Questo conferma bellamente, ma non ce n’era bisogno, il mio ragionamento, fatto in quell’articolo, relativo al termine in questione. 

   Nel dialetto di Venezia, inoltre, la voce gorna  significa ‘canale per l’acqua, grondaia’; sempre una ‘cavità’ dunque, come nel toponimo Le Gurne dell’Alcantara, un corso d’acqua di Francavilla di Sicilia-Me. Le gurne indicano esattamente le marmitte dei giganti, cavità rotondeggianti prodotte dall’acqua che ha eroso  la roccia sottostante nel suo lentissimo ma continuo lavorio.

    Per renderci conto meglio dei giochi ed incroci delle parole alla base della Lingua, faccio notare che nel dialetto di Pizzo in Calabria gurna vale ‘piccola polla d’acqua, e gurni-ale ‘grande polla d’acqua’: quindi il termine fa riferimento al una fonte, sorgente e simile. Nel dialetto di Aiello Calabro, però, ritorna, oltre al concetto dell’acqua, anche quello di cavità, perché lì gorna vale ‘gora’ o ‘buca piena d’acqua’. Ciò succede perché questo termine che indicava una cavità si è spesso incrociato con un altro che indicava la fonte, la sorgente, ecc. e che corrisponde al gr. kroun-όs ‘fonte, sorgente’, variante di gr, krḗnē ‘fonte, sorgente’, dorico krána ‘fonte, sorgente’. Da questa forma dorica faccio derivare, come ho indicato in altro articolo, la fonte Ranë di Celano, dove si è verificato la normale caduta della gutturale iniziale incrociatasi con quella di  (g)-rano, ranë in dialetto. 

  Mi pare che le corna, nel senso di cornificazione, possano farsi risalire, con qualche concreta possibilità di successo, al concetto di ‘giro, raggiro, inganno’ che la radice poteva esprimere. Già in greco circolava l’espressione kérata poi-eῖn ‘mettere le corna(kérata)’  Anche il detto avere più corna che capelli forse deve la sua esistenza all’incrocio tra il concetto di “corno” e quello di “capello”: sono entrambi delle protuberanze, escrescenze. Tanto è vero che il inglese i capelli si dicono hair, ted. Haare, la cui radice mi pare così vicina a quella di corno e di gr. kára ‘testa, capo, vertice, punta’, gr. r-as ‘corno’.

    Ma abbiamo perso di vista la cesta delle lumache.  Da quello che abbiaamo detto risulta evidente l’equazione corno=cavità=cesta=lumaca, equazione che naturalmente non si è attuata in un momento, ma col tempo. E la lingua ne ha veramente avuto di tempo!

  


[1] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET Torino, 1998.

domenica 19 maggio 2019

La cantilena per la chiocciola ad Aielli.





E cosi siamo giunti alla nostra cantilena per la chiocciola. In verità non so se qualcuno la conosca ancora, dato che io stesso la imparai da un altro ragazzo, ma poi non la sentii recitare più da nessun altro. Essa suona così: Iscë ciammarùca,/ iscë dalla bùscia,/ ca màmmëta s’è morta i pa(t)rëtë s’è mbëccàte/ allë forchë sandë Dunàtë (Esci lumaca, esci dalla buca,/ perchè tua madre è morta e tuo padre s’è impiccato/ alle forche di san Donato).  Non si scherza mica, vi si parla di morte della madre  e di impiccagione del padre!  Ma naturalmente, come abbiamo visto nelle altre cantilene, si tratta di quelli che definirei effetti sonori causati dal solito incrociarsi dei termini nel corso dei millenni. Come in ogni filastrocca, si nota la presenza della rima o assonanza.  La voce bùscia è lo sviluppo di un precedente latino medievale  bucea ‘scorza’ ma che, a mio parere, è in connessione con buca, in quanto cavità, avvolgimento.  La ricerca della rima non deve far pensare che vi sia una volontà marcata del dicitore e quindi una possibilità di invenzione dei termini, i quali, se li si gratta, ci si accorge che riguardano i concetti fondamentali nella filastrocca.

  La bùscia ‘buca’ in genere non manca mai, anche se espressa con vocabolo diverso (a proposito! sarebbe interessantissimo raccogliere le filastrocche e cantilene dei vari paesi d’Abruzzo o almeno della Marsica che quasi tutti, credo,  non ne saranno sprovvisti, prima che la modernità ne spazzi via gli ultimi avanzi), dato che essa fa riferimento al guscio del gasteropode.  Ritorna anche la presenza della mamma del cui valore di copertura, guscio abbiamo già parlato nel commento della cantilena del paese di Gallicchio in Lucania.  Ma vi compare anche il padre, e non per fare un torto al genitore (che poveretto si impicca!), ma perché,  mio avviso, esso nasconde la radice di sscr. patram ‘secchio’, lat. patĕr-a(m) ’patera’, cioè una tazza o coppa.  La mamma si dice che sia morta, ma in realtà il termine nascondeva una radice per ‘cavità, recipiente’, come in lat. mort-ariu(m) ‘mortaio’ la cui radice è considerata piuttosto incerta.  Ma l’it. mort-asa ‘incavo (per incastro)’ dal fr. mort-aise dovrebbe indirizzare verso un significato di ‘cavità’ della radice in questi casi.

     L’ impiccato credo sia reinterpretazione di una voce precedente che faceva capo al ted. ein-bieg-en ‘piegare in dentro, svoltare’, ted. ein-bieg-ung ‘curvatura in dentro, concavità’, radice che andrebbe a fagiolo per indicare il guscio della lumaca con le sue volute.  Molti sono i termini sia germanici che anche italiani o dialettali i quali presuppongono tale radice Cito solo la voce dialettale ammëccàtë ‘ricurvo, inclinato’  della parlata di Chiauci-Is, che fa il paio col verbo abruzz, ammuccà ‘versare un liquido’ ma anche ‘curvarsi, cadere, tramontare’.  Queste voci presuppongono, come ammëlòppë ‘busta’ o ammastì ‘imbastire’ o ammàttë ‘imbattersi’, ecc., un *imbuccà da riportare, forse anche con il  lat. bucc-a(m) ‘bocca’, ad una radice simile o uguale a quella tedesca di bieg-en (passato bog) e ein-bieg-ung ‘concavità, curvatura in dentro’.  L’impiccato sarà stato dunque un sostantivo simile al ted. Bucht che significa ‘sinuosità, curvatura’ e, geograficamente, ‘baia, seno di mare’, corrispondente, a mio parere, al nome di  Cala Bucùto, piccola insenatura in provincia di Trapani.  Del resto la presenza della voce  buca>bùscia conferma,a mio parere, che l’interpretazione di m-bëcc-atë  deve andare in quella direzione.  Il concetto di “cavità “ continua con l’accenno alle forche: il termine forca geograficamente si riferisce a passi montani, in genere stretti o avvallati e magari con profilo a V, come le Forche Caudine dell’antichità. Ma non si trascuri il suo riferirsi in questo contesto anche alle due corna o antenne della lumaca (cfr. lat. furc-as ‘chele del gambero’).  Mi pare oltremodo esemplificativo  il nome della Grotta della Tana, nota anche come Furchio di la Zappa, in provincia di Lecce. La voce furchië nel mio dialetto di Aielli indica la distanza tra il pollice e l’indice aperti, che formano quindi una specie di forca. Ma nel toponimo la parola deve indicare la cavità della grotta, come  nell’abruzz. forchjë ‘caprile, stalla per capre’, nel pugliese,calabrese, lucano forchia ‘buco, tana della volpe’[1].    Anche la Zappa sta per cavità, e ci si può convincere se pensiamo allo sp. zapa ‘galleria sotterranea’, ingl. sap ‘trincea d’approccio’.

   Resta da spiegare il sandë Dunatë .  Senza dilungarmi troppo e lasciando la testa piena di dubbi, sostengo che la prima parola richiama la radice dell’ingl. sound ‘canale, stretto, vescica natatoria’, ted. Sund ‘stretto di mare’.  La parola Dunatë deve essere una variante di ingl. tunn-el ‘galleria’, fr. tonne, tonneau ‘botte’, medio irlandese tonne ‘pelle’.  Originariamente nella cantilena forse era presente una forma tonale diventata inevitabilmente Donato, per etimologia popolare, data la presenza del termine santo. Quest’ultima parte lascia un po’ a desiderare ma per l’interpretazione della  precedente metterei la mano sul fuoco.

   Ma debbo ricredermi.  In quel di Gaggio-Ve. si recita questa cantilena alla lumaca: Toni, Toni/tira fora i corni/  che to pare xè in preson par un gran de formenton (Antonio, Antonio/caccia fuori i corni/che tuo padre è in prigione, per un granello di mais)[2].  E’ a mio parere evidente che il nome Toni (Antonio), con cui è chiamata la lumaca, non è un appellativo scherzoso per il gasteropode, il quale viene invece indicato direttamente: esso costituisce la prima parte del Don-ato di cui sopra. La seconda parte potrebbe essere anche una radice simile a quella del lat. aed-es ‘casa, tempio’ di cui non condivido la solita etimologia  che  fa riferimento al gr. aíth-ein ‘ardere’.

   Già che ci sono faccio notare che il granello di formenton è stato suggerito, nella cantilena, dalla voce precedente corni in quanto il ted. Korn significa ‘grano’, corrispondente ad ingl. corn ‘grano’ ma anche (in americano) ‘frumentone, granoturco’, come nella filastrocca. La nozione di prigione ( che è quella di prendere, afferrare) deve essersi sviluppata da quella espressa dal verbo ngurnà usato nella cantilena di Gallicchio-Pt, che, come abbiamo visto doveva valere, in quel contesto, ‘avvolgere, coprire’, ma poteva aver sviluppato anche quello di ‘legare, ammanettare, arrestare’.    




[1] Cfr. Cortelzzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, s. v. catafòrchia






venerdì 17 maggio 2019

Cantilena per la chiocciola in uso a Gallicchio in Lucania





   La chiocciola nel dialetto di Gallicchio-Pz ha il nome di càccia-còrnē (letter. caccia-corna) accanto all’altra voce marùchē ‘chiocciola’ diffusa anche altrove, secondo quanto abbiamo visto nel post precedente. Come avviene spesso in questi casi, l’espressione sembra inventata l’altro ieri per indicare la funzione specifica dell’animaletto che solitamente caccia le sue antenne e magari subito le ritira se avverte un pericolo.  Ma così non è. 

   Qui ci deve essere stato l’incrocio di termini primordiali per ‘chiocciola’ con altri indicanti il guscio entro cui spesso si nasconde. La prima componente sfrutta la stessa radice di fr. cache ‘nascondiglio’, fr. cach-et ‘capsula’, ingl. keg <kag ‘barile’, abruzz. chëc-όnë ‘grossa chiocciola’[1].  Per la componente –cornē indicherei lo stesso it. corno ‘cavità rotondeggiante dell’encefalo’ (ce ne sono tre, una diversa dall’altra, ma non a forma di corno, mi pare). Il quale, nella fattispecie, deve avere la stessa radice del lat. coron-a(m) ’corona’, gr. korṓnē ‘curvatura, anello di porta’, con accento ritratto sulla prima sillaba, come avvenne in una fase preistorica del latino e dell’etrusco, con il conseguente oscuramento o caduta delle vocali atone. Il corno anatomico è altrimenti chiamato ventricolo. Ma c’è anche un latino cornu ‘corno’ usato, nella seconda satira di Orazio, col significato di vaso da olio’ Il concetto di “corno”, ora saldamente infisso nella nostra mente, ci impedisce di capire che esso poteva designare anche una cavità, come nel toponimo Buco del Corno, un antro famoso  in provincia di Bergamo.  Il corno, stilizzato, presenta una parte esterna a guisa di punta e convessità, ma anche una parte interna a guisa di concavità. L’italiano obsoleto corn-uta ‘recipiente di legno per portare acqua’ non deve la sua denominazione al fatto che aveva due manici, bensì al suo essere recipiente, appunto. Il secondo elemento –uta forse ha a che fare con lat. uter-u(m) ‘utero (in quanto cavità)’ e lat. utr-e(m) ‘otre’.

   La cantilena gallicchiese annunciata nel titolo, in genere recitata dai ragazzi per far uscire dal guscio la lumaca, è la seguente: Caccia, caccia-còrnë, mamma tùië të ngòrnë, të ngòrnë ndu përtùsë, mamma tùië è nna frëghëgliùsë! (lumaca, lumachina, tua madre ti incorna —ti attacca con le antenne—, ti incorna nel buco, tua madre è un barbagianni!)[2].  Ora, ad una prima lettura, fatta in base a quello che ho detto sopra, la caccia-cornë non dovrebbe essere altro che il guscio della lumaca, l’espressione të ngòrnë dovrebbe significare ‘ti avvolge, ti ricopre’. La voce mamma che, vedi caso, compare anche in una filastrocca per la lumaca in uso ad Aielli quando ero ragazzo, dovrebbe in questo contesto indicare ancora una copertura, quella del guscio, appunto: essa presenta la stessa radice del verbo am-mammà ‘coprire di terra una piantina a protezione delle radici’ [3]del dialetto di Mormanno-Cs e del primo componente della voce siciliana mamma-luccu ‘chiocciola’. Interessante è il gr. mamma-kýthos, usato dal commediografo  Aristofane, nel significato di semplicione. La componente kýth-os rimanda al verbo keýth-ein ’nascondere, celare’, e la componente mámma vale mammella e mamma (linguaggio infantile) come in latino. Ma la radice di quest’ultima poteva essersi incrociata con quella per ‘copertura, cavità’ di cui abbiamo parlato, sicchè il tutto poteva indicare ‘uno che se ne sta nascosto, rintanato’ e sviluppare il significato di ‘timidone, semplicione’. Non bisogna affatto seguire il suggerimento del vocabolario del Rocci, che ne dà il supposto valore letterale di «che si nasconde nella gonna della madre».  In Grecia persino un normale cittadino che non si interessava della cosa pubblica veniva considerato uno stupido, un semplicione, appunto. Il gr. idiṓtēs, da cui il latino e italiano idiota, indicava un uomo privato ma anche un ignorante, rozzo, semplicione.

    Nella cantilena si dice anche che la mamma compie l’azione di “incornare” nel buco, il quale torna ad indicare la cavità indicherà del guscio.  L’ultima dichiarazione della cantilena, il paragone della mamma ad un barbagianni, sembra la più cervellotica, ma in effetti non lo è. Perché nel pugliese, in un’area, quindi, non lontana da quella lucana, si incontra la voce cornicedda[4] ‘allocco, barbagianni’ ricondotta ad un latino parlato *cornic-ella, diminutivo di lat. cornic-ul-a(m) ‘cornacchia’ da lat. cornix ‘cornacchia’.  Ma io sono propenso a credere che la parola vada segmentata in corni-cedda, il cui primo elemento richiama il gr. korṓnē ‘cornacchia’, passata ad una forma dialettale *korne, a causa dello spostamento dell’accento sulla prima sillaba di cui abbiamo parlato.

    In francese cornacchia suona corn-eille. Questi nomi di uccelli espressi dalla radice in questione corn- mi riconferma nel convincimento che all’origine essa aveva anche il valore di animale. Per cui  anche il primo elemento di caccia-cornë doveva significare animale: cfr. abr. cacci-unë, cacci-un-ijjë ‘cagnolino’, sp. cach-orro ‘cucciolo’, lo stesso it. cucci-olo, ungh. kakas ‘gallo’. Il secondo elemento –cedda < -cella di corni-cedda ‘allocco, barbagianni’ più che diminutivo, mi sembra una forma dialettale per ‘uccello’. La voce gallicchiese frëghëgliùsë ‘barbagianni’ richiama un po’ quella arcaica aiellese prëngëllòtta ‘pipistrello’. Alcuni miei amici, nei bei tempi andati, mi appiopparono quel nomignolo, perché ero solito uscire sul tardi, quando essi avevano fatto già molti giri in piazza (ngimallaporta).

     Che la mia supposizione precedente, relativa all’equazione  corno=lumaca, cogliesse nel segno, lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, la voce veneta corgnòlo ‘chiocciola’ che ho letta oggi, diversi giorni dopo la stesura di questo articolo[5].   Corgnolo è dal lat, corn-eol-u(m) ‘a forma di corno’ ma in questo caso esso non richiama affatto le corna della lumaca, come vuole il Cortelazzo che ne spiega l’etimo ma, semmai, il guscio dell’animale o, più in fondo, l’animale stesso. 





[1]  Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET Torino, 1998.

[5] Cfr. Cortelazzo-arcato, cit.

   




mercoledì 15 maggio 2019

La ciammaruca



                                                   

    La chiocciola in Abruzzo è chiamata in genere ciammarùca, ciammarìca, ciammaìca con qualche altra variante come ciammarìchë-ruchë[1] oppure ciamm-òtta [2](Aielli-Aq), voce ormai caduta dall’uso, vi resiste ancora ciammarùca.  Prima di addentrarmi nella discussione dell’etimo vorrei far notare che la variante ciamma-ìca, più che causata da una ingiustificata caduta della consonante /r/ forse presuppone una precedente forma *ciammalìchë (lo scambio r/l è abbastanza diffuso) poi palatalizzatasi in ciammajica > ciammaìca.  La forma ciammarichë-ruchë è certamente un po’ singolare, ma secondo me essa attesta la forte tendenza tautologica della Lingua, la quale forma le parole, saldando insieme due o più radici tautologiche.  In altri termini in qualche parlata esisteva la parola *ruca per ‘chiocciola’ o ‘animaletto in genere’ che viene automaticamente aggiunto, in virtù di quella tendenza, all’elemento o agli elementi che componevano già la parola ciammaruca. Non sto parlando naturalmente di ieri, ma di un numero indeterminato di secoli fa.   Anche l’aiellese desueto ciamm-otta suona un po’ stonato nel concento dei molti dialetti con ciammaruca. Vedremo che invece un suo preciso significato ce l’ha. 

   Ora, per spiegare la forma standard ciammaruca non si può prescindere a mio avviso dal prendere atto che in Campania, Calabria ed altrove si incontra la voce maruzza ‘chiocciola’ maruzz-ella ( a Napoli) ‘chiocciola’, da un precedente *marucea che rimanda alla voce  delle glosse maruca ‘chiocciola’.  Ora, proprio questo termine credo sia andato a saldarsi con un precedente *ciama, *ciamma dando come esito, per aplologia (semplificazione dissimilativa), l’abruzz. ciam-maruca: dall’espressione italiana  domani mattina si è passati, ad esempio,  a do-mattina con la caduta di –mani.  A Lucca la parola lammarìca significa ‘lumaca’, evidente fusione semplificativa tra lumaca e marica ‘lumaca’, con assimilazione della /u/ alla /a/ della sillaba seguente.  Che questo sia avvenuto anche per ciammaruca me lo conferma, inoltre,  la voce dialettale aiellese, sopra citata, di ciamm-otta ‘chiocciola’, che appare come diminutivo del *ciamma da me supposto.  La voce it. ruca o ruga, che nel caso di ciam-maruca non è stata forzatamente ricavata dalla parte finale della parola in questione, deriva dal lat. eruc-a(m) ‘bruco delle farfalle e dei millepiedi’’.  L’abruzz. ciammarica-ruchë, sopra citato, fa anche ipotizzare che, nella parlata da cui la parola è stata presa dal Bielli, ciammarica- potesse aver significato in antico proprio ‘bruco’, significato poi travolto da quello diffusissimo  di ‘chiocciola’. In effetti in greco la parola ký-am-os oltre al significato di ‘fava’ aveva anche quello di ‘centopiedi’.  La radice credo sia la stessa del supposto *ciamma  e della prima componente di *ciamma-maruca > ciammaruca.  Io sono del resto sempre convinto che il significato originario di questi nomi fosse quello di ‘animale, essere vivente’.   Per lo stesso ingl. snail ‘chiocciola’ è storicamente attestata l’identica radice di snake ‘serpente’ e di ted. Schnecke ‘chiocciola’. L'ingl. obsoleto snail indica il bruco.

       Incredibilmente e miracolosamente mi conferma l’assunto una cantilena una volta usata ad Avezzano-Aq e rivolta alla ciammaruca. Essa suona: Isce, isce, ciammaruca/dimme addό sta la criatùra!  (Esci, esci lumaca/ dimmi dove si trova il bambino!)[3].  Nonsense! si esclamerà  giustamente, ma un senso c’è sempre in questi casi, e come! Solo che bisogna rintracciarlo tra le pieghe e i significati di parole in uso chissà quando, sicuramente millenni e millenni fa, sconfinando anche nella preistoria. Per fortuna qui arriviamo solo al greco.   In greco il termine ký-ēma, dorico -ama, significa ‘rigonfiamento, feto’, Anche il significato di ‘fava’, insieme a questi ultimi, deriva dal verbo -ein (ein)‘gonfiar(si), essere incinta’, presente anche nel lat. in-ci-ent-e(m) ‘incinta, gravida’. L’aggett. incinta, quindi, non significa ‘senza cinta’, visto che le donne,  nel periodo della gravidanza, sono portate a indossare vesti senza una cinta, per stare più comode.  Allora, stando così le cose, cominciamo ad accorgerci che la creatura, nel contesto della cantilena, una spiegazione la trova, nel senso che essa è stata indotta nel discorso proprio dal termine ciammaruca, che all’origine era *ciam(m)a- maruca: la componente  *ci-am(ma) del termine significava evidentemente, anche nella lingua usata da chi tanto tempo fa  recitava la cantilena, proprio ‘creatura, feto’ e giustamente si chiede e chiede alla *ci-amma-maruca dove stia il bambino.  E’ sempre un discorso poco sensato, ma perlomeno ci fa toccare con mano come in esso le parole fondamentali non siano una pura e cervellotica invenzione, ma sono suscitate proprio dalle stesse parole impiegate, simili o uguali formalmente ad altre, ma dai significati spesso molto diversi, giustificabili soprattutto quando si pensa al molto tempo che passa tra  l’uno e l’altro locutore.   In questi racconti mitici è come se la Lingua stessa ci volesse aiutare ad arrivare all’etimo di una parola. Che meraviglia!

   Ma bisogna anche ricordarsi che ciammaruca non poteva non incrociarsi con parole indicanti il guscio, la cavità, e infatti  la maruca suddetta in napoletano vale anche ‘ricciolo’, concetto adeguatissimo a generare quelli di ‘copertura, avvolgimento, spira’ attinenti al guscio della chiocciola.  L’abruzz. marrë, marrùccë[4] indica le interiora di agnello o capretto avvolte insieme dalle budella e arrostite allo spiedo. Sono chiamate, con termine parlante, anche turcënèllë (da torcere).  Per il componente -ruca  basta pensare al lat. rug-a(m) ‘ruga, grinza, madrevite’ e al fr. ruche 'alveare', significati che esprimono un’idea di cavità, avvolgimento. Per il componente *ciamma l’idea di rotondità e, quindi, di cavità è suggerita dal suo significato di ‘rigonfiamento’. Il significato di ‘ragazza vivace e simpatica’ del napoletano  maruzzella forse presuppone una forma simile al gr. meiráki-on ‘giovincello, giovane’, spesso ‘camerata, compagno di scapataggini’ secondo il vocabolario del Gemoll. 

    La parola ciammaruca cominciò a tormentarmi fin da quando ero uno studentello delle Medie. Successivamente le altre etimologie proposte mi lasciavano insoddisfatto. Finalmente alcuni anni fa mi balenò l’idea giusta ma per arrivare a quello che ho detto sopra ho dovuto impegnarmi abbastanza, con l’aiuto naturalmente della filastrocca di Avezzano, rivolta alla ciammaruca. In tutte le cose ci vuole sempre un po’ di fortuna.
   
    



[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.  

[2] Cfr. Cfr. il glossarietto della Crestonta,vraccolta di poesie dialettali di G. Gualtieri, edizioni dell’Urbe 1984.

[3] Cfr. U. Buzzelli G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese,(non è indicata la casa editrice), 2002.

[4] Per marrùccë  cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004. 



lunedì 13 maggio 2019

La parola e la parabola




Tutti i linguisti sostengono che l’it. parola deriva dal lat. parabol-a(m) ‘similitudine, paragone, parabola, proverbio, parola’(c’è anche la forma lat. parabolē ) a sua volta presa dal greco parabol ‘paragone, comparazione, giustapposizione, parabola’ ma talora anche ‘detto, proverbio, favola, apologo’, significati, questi ultimi, che si avvicinano al valore più generico di it. parola, assunto però, così dicono i linguisti, a partire dal latino, successivamente alla predicazione dei primi Cristiani che erano soliti riferirsi alle parabole di Cristo, le quali, come intendiamo anche oggi, sono racconti di fatti  verosimili tratti dalla vita comune, da servire come ‘esempi’ per i fedeli.  Dalla forma parabol-a(m), che molto per tempo (già nella Vulgata —fine del IV sec. d. C.) aveva assunto il significato di ‘parola’, si passò in italiano a paravola>paraola> parola.  Contemporaneamente a parola si sviluppò anche il verbo parl-are. Non è quindi campata in aria la supposizione che questo valore di ‘parola, parlare’ fosse presente anche nel periodo classico del latino, sebbene nascosto all’ombra di qualche dialetto e rispuntato improvvisamente (?) nella Vulgata.  
 
    Ora, nel vocabolario abruzzese del Bielli[1], si incontrano la voce parlécchiē ‘fandonia, panzana’ e la voce parlecchi-are ‘frottolone, bugiardo’ le quali dovrebbero risalire all’originaria parabola (parle-cchie presuppone un lat. *parabole-cula, diminutivo di parabola), data anche la circostanza che in italiano si hanno termini con significati simili come para-bol-ano ‘chiacchierone, fanfarone’, para-bol-one ‘chiacchierone’, fara-bol-one (toscano) chiacchierone, imbroglione’, farabol-ano ’chiacchierone, imbroglione’.  In abruzzese si ha farambul-onë dallo stesso significato.  Mi domando come sia possibile che queste parole che mostrano un significato fortemente peggiorativo di lat. parabol-a(m) possano essere derivate da esso. I significati noti erano quelli di ‘similitudine, parabola (evangelica), proverbio’.  Allora diventa sempre più accettabile la supposizione che facevo sopra circa la possibilità che vi fosse una vita nascosta della parola parabol-a(m), con i suddetti significati,  all’ombra di qualche dialetto o strato sociale diverso da quello egemone.  La nozione di ‘imbroglio, inganno’ si ritrova, vedi caso, già nel verbo gr. para-báll-ein Comunque a me non pare che le ultime voci citate con la /f/ iniziale attestino un’alterazione casuale della consonante /p/ (presente nelle altre voci) mutatasi  in fricativa /f/ ma che esse siano dovute  all’alternarsi di due radici diverse, dall’identico significato: una dovrebbe essere quella confusasi col prefisso greco para- di para-bolḗ ‘comparazione, ecc.’(da gr. para-báll-ein ‘gettare presso’) e presente, a mio parere, anche nel gr. pe-par-eῖn ‘mostrare, indicare’, infinito aoristo raddoppiato. Il significato è prossimo a quello di ‘dire, dichiarare, ecc.’.  Inoltre la  nozione di ‘imbroglio, inganno’, che spunta talora nei termini sopra citati simili a para-bol-one ‘chiacchierone’,  si ritrova, vedi caso, già nel verbo gr. para-báll-ein che vale anche ‘ingannare’ e in gr. pará-bόl-os ‘ ingannevole’.

     L’altra radice fara- dovrebbe essere quella di lat. fari-ari ‘dire’ presente nelle XII Tavole secondo lo scrittore latino Gellio. Questa sarà da intendere come ampliamento della radice di lat. f-ari ‘parlare, dire’ fatta risalire alla radice indoeuropea bhā ‘parlare’, presente anche in lat. fa-cund-u(m) ‘facondo, eloquente’, in lat. fa-bul-a(m) ‘conversazione, diceria, apologo, favola, mito’, in lat. fam-a(m) ‘fama’, identica al gr. dorico phámā ’fama’.  Il lat. fa-bell-a(m) ‘piccola favola, piccolo aneddoto’ che nel sistema grammaticale latino svolge la funzione di diminutivo, doveva essere all’origine in realtà una semplice variante di fa-bul-a(m), il cui secondo elemento –bul- non era un non meglio identificato suffisso, ma doveva essere variante di -bell- e doveva avere un significato tautologicamente  identico a quello del primo elemento fa- di cui si è parlato. Esso a mio avviso si ritrova nel lat. bal-are o bel-are ‘belare’ e anche nel gr. para-bolḗ nel significato di ‘detto, proverbio, favola, apologo’.  En passant faccio notare che tutti questi significati rimandano all’idea di dire, parlare e credo che non sia un caso. Anche il gr. log-os ’parola, racconto, ecc.’ può indicare un fatto favoloso e irreale, come d’altronde anche il gr. mỹth-os ‘parola, discorso, favola, mito’. E’ vano poi pensare che la radice di lat. bal-are ‘belare’ sia onomatopeica, presunto ampliamento delle voci bee o baa usate nelle  lingue ad indicare imitativamente il belato di pecore e capre.  Queste non sono altro, invece, che forme della radice bha di cui si è parlato, col significato fondamentale di ‘suono’ di qualsiasi tipo, anche quello causato dalle  parole quando vengono pronunciate.  Come ho mostrato in altro articolo, non credo affatto nelle onomatopee. Credo sia superfluo elencare altri termini simili come, ad esempio, il ted. bell-en ‘abbaiare’, medio tedesco bol-en ‘risonare’, ingl. bell-ow ‘muggito, urlo’, ingl. bawl ’grido, pianto’.  Anche il lat. iu-bil-u(m) ‘grido, acclamazione’ presenta la variante bil- che ripete tautologicamente il valore di iu-  da appaiare al gr. iō- ‘suono, grido’, gr. iá ‘suono, grido’, ecc.  Il significato di ‘grido di gioia’ si sviluppò quando la parola si incrociò con Giubileo, la festa religiosa ebraico-cristiana.

    Ci sarebbero diverse altre osservazioni da fare in proposito ma mi limito solo alla seguente: quasi tutti i verbi greci simili a para-báll-ein  composti con altri prefissi, presentano, tra gli altri, significati come mettere innanzi, presentare, offrire, proporre, esporre, i quali sembrano ad un passo dal generare il significato di ‘esprimere, annunciare, dire’ come il verbo sym-báll-ein ’mettere insieme, paragonare, incontrare, ecc.’  ma anche ‘esporre, esprimere, dichiarare’.  Col verbo gr. phér-ein ‘portare, riferire, dire’ succede la stessa cosa che col verbo lat. ferre ‘portare’ e ‘riferire,dire’. Il gr. pro-phér-ein ‘portare avanti,ecc. ma anche ‘enunciare, dire, proferire’ come l’it. proferire dal lat. pro-ferreportare avanti’ ma anche ‘ presentare, esporre’.  Anche gr. para-phér-ein ‘portare presso, avanti, ecc.’ significa altresì ‘ pronunciare, narrare, riferire’. Il lat. voci-fer-ari significava ‘schiamazzare, risonare’ e non ‘diffondere una notiza o un pettegolezzo (voci-)’ come in italiano per influsso, credo, del lat. ferre ‘portare’: insomma non si tratta di diffusione di voci , ma solo di voce, grida, rimbombo schiamazzo, concetto ripetuto tautologicamente anche nella componente fer-.

    Per la variante far- ‘parlare, dire’ si potrebbe citare anche l’it. fan-far-one , dallo sp. fan-farr-on ‘sbruffone, spaccone’ che si crede derivato dall’arabo far-far ‘loquace’ il quale presenta la radice raddoppiata, che, guarda caso, è proprio quella di cui parliamo. Ma il membro iniziale fan- potrebbe essere autonomo se si riflette sul toscano fan-fano ‘fanfarone, chiacchierone, imbroglione’, la cui origine potrebbe essere molto antica e coincidere con quella di gr. phaín-ein (cioè phan-) ‘illuminare, mostrare, indicare’ ma talora anche  ‘far risonare, dire’.  Da non dimenticare lo sp. far-ol ‘smargiassata, sparata’ e anche ‘bluff’ nel gioco delle carte, avvicinandosi al significato di ‘imbroglio’.   Caratteristica è la voce del dialetto di Trasacco-Aq  pam-parr-ònë [2] variante  di fan-farr-ònë  e, a mio parere, derivante da questo.  Infatti dalle  nostre parti l’incontro di una nasale con la fricativa /f/ generava in antico il nesso (-mb-): l’espressione in fumo diventava, ad esempio, m-bumë; tuttora la voce m-bùssë (femm. m-bόssa, per metafonesi) da noi vale ‘bagnato’ dal lat. in-fus-u(m) ‘versato, bagnato’. Quindi per la parola in questione si avrà avuta dapprima una forma fam-parr-ònë o fam-barr-ònë e successivamente, per assimilazione della /f/ iniziale alla /p/ della sillaba successiva, la forma pam-parr-ònë . La fan-fara in origine doveva essere un suono squillante, come quello del corno che accompagnava le varie fasi della caccia. Lo ripeto, io non ammetto le onomatopee: la lingua non è nata affatto con la funzione di imitare la natura ma, semmai, con l’ambizione di conoscere la realtà.

   L’insegnamento che si può trarre da questi e altri casi è che, in una data lingua, il significato più  diffuso di un termine ingenera il convincimento da parte degli studiosi che quel significato sia quello originario della radice, mentre a me pare che esso  non sia altro che uno dei significati che in altri contesti, soprattutto in quelli più antichi, e direi preistorici, il termine (o la sua radice) poteva avere, dato che esso era nato senza un significato preciso e limitato. Nei casi sopra elencati il significato generico iniziale doveva essere proprio quello di forza, spinta e simili: è la forza che è necessaria a portare o spingere qualcosa, e anche il concetto di parola, con qualsiasi radice esso venga indicato, deve essere generalmente, a mio avviso, un’espressione, proprio nel significato etimologico di pressione esercitata nell’esprimersi, che è un premere fuori (spingere) le parole.

     In Omero si ha una certa frequenza di termini e verbi usati all’apparenza impropriamente ad indicare fenomeni luminosi o sonori; una volta, ad esempio, si dice:« vedo (leusso) la voce (ioen) del fuoco funesto» (Iliade, 16, 127). A mio parere questo succedeva perché i poemi omerici provenivano per tradizione orale  da epoche lontane da quella di Omero, forse anche dalla remota preistoria antecedente persino alla guerra di Troia, e perciò essi rispecchiavano talora caratteristiche linguistiche molto diverse da quelle del greco storico come lo conosciamo.  I verbi designanti le sensazioni della vista e dell’udito o di altra natura, all’inizio esprimevano a mio avviso la stessa tensione necessaria all’uomo per provarle. L’esempio sopra accennato del verbo gr. phaín-ein  lo conferma.  Sembrano cose strane ma non lo sono affatto. Se uso ad esempio il verbo avvertire un po’ al di fuori della sua normale sfera semantica, che riguarda solitamente sensazioni fisiche (ma non quelle luminose), acustiche o psichiche (ad es. avvertire un dolore, un rumore), e formulo una frase come questa:“mi svegliai presto nella mia casa di campagna e, dall’interno della mia camera al buio, avvertii  il fievole chiarore dell’alba attraverso  i vetri della finestra”, estendo l’uso del verbo, senza provocare eccessivi terremoti semantici, ad una sensazione visiva normalmente non contemplata (non posso dire, ad esempio, “avverto  la luce del giorno per ‘scorgo la luce del giorno’,). Naturalmente man mano che il tempo passava i termini si specializzavano ad indicare l’una o l’altra delle sensazioni, e non tutte insieme.



[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[2] Cfr.Q. Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.