lunedì 4 novembre 2019

La morte



(ti assicuro, gentile lettore, che vale la pena sorbirti il mio discorso sulla Morte, per la presenza in esso dell'etimologia eclatante di lat. spirit-u(m) 'spirito, soffio, ecc.) 

    Gli animali non si chiedono perché muoiono. Muoiono e basta. Sembra che essi per questo siano molto inferiori a noi che, al contrario, siamo capaci di creare persino delle filosofie o escogitare  delle credenze a partire da essa. Chi muore, nostra madre, nostro padre, nostro fratello sembra che non possa scomparire nel nulla, pur tornando col suo corpo  ad alimentare il gran ciclo dell’esistenza materiale: nascita, vita, morte, ritorno alla materia. Quando pronunciamo questo termine gli attribuiamo, quasi senza accorgercene, uno status molto meno importante di quello che attribuiamo allo Spirito, che nel linguaggio costituisce il polo opposto. Ed è un fatto che con lo Spirito e il Linguaggio (suo prodotto) noi uomini siamo riusciti perlomeno a scalfire il bozzolo del Mistero totale che ci circonda, anche solo al livello della materia, che è l’unica che abbiamo imparato a scandagliare e conoscere con qualche sicurezza (la Scienza).  Grande allora è l’opera dello Spirito in noi, ma è anche un fatto –cosa di cui non tutti ci rendiamo conto – che il nostro Linguaggio crea fantasmi nella nostra mente, a cui siamo portati a credere, proprio perché prodotti dal nostro Spirito, non solo quando scherziamo o fantastichiamo, ma quando con tutta la serietà possibile, cerchiamo di capire la Realtà, la quale cominciò allora ad apparire non unica e costituita da cose “concrete”, ma soprattutto da idee che non hanno nessun riscontro obbiettivo nella realtà materiale.
  
   Ecco nascere quel dualismo filosofico tra Mondo ed Oltremondo, tra Fisica e Metafisica che si stenta a superare. Creature, quelle al di là del mondo, cui obbiettivamente non dovremmo dare nemmeno un briciolo di credito, essendo la nostra conoscenza scientifica (che è l’unica degna di fiducia e che ha bisogno di un continuo contatto con le cose del mondo) completamente inadeguata, non dico a capire in qualche modo le ‘cose’ della Metafisica, ma nemmeno a darcene un cenno attendibile: le nostre parole, in questo campo, sono solo flatus vocis, fiato che esce dalle nostre bocche da un sacco di millenni, e che ha attribuito la natura divina, e quindi un’anima (intesa prima come “soffio vitale” naturale, e poi come vera e propria entità metafisica),  a tutte le cose del mondo, spingendoci a confermare l’esistenza prima degli dei e poi del Dio unico, nostre creazioni. Non credo che il monoteismo sia stato originario, come pensno alcuni.  

   Questa dimensione divina ha finito col farci  immaginare un rapporto dicotomico, e non realistico, tra  le cose del mondo (ritenute imperfette, manchevoli, materiali, destinate a perire e scomparire) e le cose divine (ritenute perfette, autosufficienti, spirituali, eterne). L’uomo delle origini, molto  più vicino alla Natura e agli animali da cui proveniva, vedeva la spiritualità come inerente alle cose stesse, non perché create da un Dio alla cui nozione non era ancora arrivato, ma perché esse erano espressione di  una vitalità racchiusa dentro di esse, anzi coincidente con esse. 

  Io mi sono interessato in passato di toponomastica (lo studio più difficile di tutti e mai completamente certo) per molto tempo, e così capii quasi subito, dopo aver macinato centinaia di nomi, dinanzi ad un idronimo come Fonte Spirito o dello Spirito (nel comune di Arsoli o di Roviano, in prov. di Roma. Non ricordo bene), e tanti altri simili,  che quel nome derivava alla fonte non da qualche favola, racconto o accidente qualsiasi con cui essa era stata connessa, ma solo perché lo Spirito (in latino: ‘soffio’, come lat. anima ‘soffio vitale, respiro’) non era altro che la stessa cosa di fonte, cioè una “realtà viva e pulsante”: l’etimo di lat. font-e(m) è incerto ma sono convinto che esso significasse, nel fondo, ‘soffio, vita, vento, scaturigine, fonte ecc.’ appunto, nella fase cosiddetta “animistica” dell’umanità, e che lo Spirito di queste fonti avesse proprio il significato di ‘fonte’, visto che uno dei valori di lat. spir-are ‘soffiare’ è anche ‘sgorgare, scaturire’ (Lucrezio).  Pertanto gli ingl. spirt, sprit, spurt ‘zampillare, sgorgare’ sono da assimilare, a mio avviso, al lat. spirit-u(m) ‘spirito, soffio’, unitamente all’it. spruzz-are, sprizz-are che i linguisti considerano, ahimè, tutti onomatopeici, compreso il lat.  spir-are ‘spirare, soffiare’. Ma come fanno!

                           

  Tutto quello che l’uomo, con il linguaggio ha creato successivamente riguardo alle entità metafisiche, è da considerare pura invenzione senza riscontro nella realtà, se non proprio come falsità tout court.  Il Mistero della Materia resta  grandissimo e può includere anche il concetto di Dio, non c’è bisogno che ad esso venga aggiunto, lontano e irraggiungibile, un altro Mistero, quello di Dio, tanto per il gusto di complicare le cose, credendo invece di risolverle. Il principio metodologico filosofico-scientifico chiamato rasoio di Occam ci ammonisce a non preferire ipotesi complesse nella soluzione di problemi, ma di affidarci alle ipotesi semplici e concrete che sono quelle più probabili. Bisogna quindi gettare al mare quelle soluzioni, magari avvincenti, ma prive di semplicità e linearità. La Materia e la Metafisica sono già di troppo per spiegare la realtà, visto che la seconda è una mera ipotesi ben al di là delle nostre capacità conoscitive.

venerdì 1 novembre 2019

L’amore per la parola peregrina dialettale



    Quando nella mia ricerca (divenuta ormai compulsiva e quindi indice anche di una nevrosi psicopatologica) incontro una voce dialettale, negletta da tutti i linguisti, e vivente magari di stenti nello stesso paese d’origine, sento che dentro di me qualcosa si agita più che mai, come dinanzi ad una povera donna sconosciuta che passa per strada e gli altri disprezzano o semplicemente ignorano, perché malvestita, triste e silenziosa.  Dietro quel silenzio totale io scorgo un’anima in pena che suscita automaticamente in me un moto di forte simpatia e finanche  d’amore.  Povera donna, così trascurata da tutti, che nessuno chiama per nome, lontana dai suoi e dalle sue origini che potevano essere anche grandiose! Quanta saggezza è racchiusa in quel silenzio, la saggezza di una che dall’alto della sua età conosce le miserie, non tanto sue proprie, quanto dell’umanità tutta che moralmente non migliora mai di un ette, a partire dai suoi tempi d’origine lontanissimi; umanità tutta immersa nelle apparenze del presente il quale, per definizione, nega il passato che pure, dietro ad esso, ha raggiunto dimensioni enormi e lo pedina col fiato sul collo ad ogni istante che passa.  Al massimo essa si proietta distrattamente in un futuro dalle dimensioni incerte (un grosso meteorite potrebbe abbattersi improvvisamente sulla Terra distruggendo gran parte della vita, come è successo in passato!), che immagina come il luogo in cui i suoi desideri diverranno una realtà.  Se ci pensiamo, in effetti è solo il passato a dominare concretamente la scena del mondo, visto che il presente muore subito nel momento stesso che lo pronunciamo, e il futuro è più una forma astratta del nostro pensiero  che una realtà viva e pulsante.

   Amiamo quindi il passato! Rispettiamo i vecchi i quali oggi, purtroppo, non solo sono poco considerati, ma essi stessi tendono purtroppo ad adeguarsi alla nuova mentalità, che vuole tutti in forma, esorcizzando appunto l’orribile senescenza e cercando di vivere in un’eterna ma fittizia giovinezza!

   Tornando alla mia donna, pardon, alla mia parola incontrata di recente, c’è da dire che essa si chiama ‘nzulfanarsë[1] ’indebitarsi’, una voce ignota ai normali vocabolari dialettali, che evoca realtà lontanissime e a noi estranee quasi come se essa fosse, non so, il nome di Huitzilopochtli, che per noi che viviamo nel presente e di presente, non significa nulla (sembra uno scioglilingua), ma che per gli Aztechi indicava il dio della guerra e del sole anche se il significato letterale del termine era ‘colibrì del sud’ o ‘colui che viene dal sud’. Il che ci fa pensare che anche quella lingua veniva da molto lontano e che la parola aveva subito nel frattempo diversi incroci con altri vocaboli. Quasi ogni parola, soprattutto quelle per noi stranissime, per la loro venerandissima età, meriterebbero di essere scritte a caratteri d’oro in una plaquette e conservate nelle nostre case in una sorta di pio sacello riservato agli antenati, per poterle ammirare ed adorare adeguatamente tutti i giorni. Quello che noi siamo lo dobbiamo a loro, e questo sia detto non solo figuratamente, ma anche concretamente perché esse sono presenti nei nostri geni linguistici, se è vero che non esiste pensiero, e quindi uomo, senza una lingua attraverso cui esso si esprima.  Non è dato prima il pensiero e poi una lingua che lo esprima, come a noi apparentemente sembra avvenire: il pensiero è la nostra lingua. Può sembrare razzistico ed eccessivo dire che chi non possiede un vocabolario decente per esprimersi, almeno nella propria lingua, non può sperare che gli altri lo considerino  interiormente ricco e dirozzato nelle idee, dato che questa ricchezza proprio non esiste nel suo interno in quanto non è stata mai riconosciuta né portata alla vita da parole corrispondenti: intendiamoci, egli può essere un uomo civile, accorto, zelante, abile nel suo mestiere e rispettoso degli altri ma è nel contempo un uomo dimidiato, perché ha una conoscenza ristretta della lingua, la quale è come un marchio necessario a dar forma e fare emergere porzioni del nostro animo che altrimenti rimarrebbero ignote, a noi e agli altri. In altri termini un animo “umano” senza l’uso della parola è, estremizzando, come quello dell’animale: informe, senza idee, senza autocoscienza, e senza capacità di conoscere nel vero senso della parola , quindi, nemmeno quello con cui viene strettamente a contatto per motivi di sopravvivenza: cibo, sesso, individuazione di animali più o meno pericolosi per sé, ecc. Certamente egli sente questi bisogni ma non vi riflette nemmeno una frazione di secondo sopra.  E così si è creduto che le bestie non avessero la parte nobile dell’animo, quella che religiosamente chiamiamo anima e che generalmente crediamo immortale, donataci da Dio al momento del nostro concepimento.  Questo io non lo credo, essendo convinto che essa sia un portato della nostra evoluzione che ci ha distinto, attraverso l’invenzione della parola, dagli animali , esseri viventi e mortali come noi, benchè dotati, anche nel nome che include anche noi, di quella anima (che significa: soffio vitale) di cui ci siamo indebitamente ed egoisticamente appropriati negandola ai nostri fratelli animali.  L’uomo che cominciava a parlare non faceva le improbabili ma comode distinzioni cui ci siamo successivamente abituati, riconoscendo la forza della vita in tutte le cose del creato, comprese le piante, l’acqua, l’aria, le rocce e i monti (animismo).  Possiamo senz’altro affermare che quest’uomo delle origini conosceva molto meglio di noi l’essenza unitaria delle cose, di cui successivamente ha notato e snocciolato via via nascita, vita e miracoli, ma sempre al livello delle caratteristiche di superficie, apparentemente l’una diversa dall’altra. In questo modo arrivò a credere la sua vita intellettiva e spirituale  irriducibile alla realtà oggettiva dinanzi ai suoi occhi, abissalmente inferiore alla sua vita e al suo spirito, e a spiegare la sua permanenza nel mondo terreno come conseguenza di un allontanamento da un paradiso celeste in cui prima viveva, a causa di qualche grave peccato commesso nei confronti del Dio che doveva senz’altro esistere, come spiegazione metafisica di tutte le cose del creato appartenenti ad una sfera contingente e infinitamente inferiore a quella celeste verso cui cominciò quindi a  guardare in cerca di aiuto e comprensione da parte del Dio che credeva di aver  offeso e che tutto poteva.  E’ incredibile come l’uomo abbia profondamente creduto alle immagini e ai pensieri metafisici di cui si rese capace con la parola, dimenticando che questa era stata, nella filogenesi, una sua invenzione, lenta, laboriosa, difficile, e certamente molto utile nella sua vita quotidiana e in vista della nascita di una comunità, ma che portava con sé i difetti che ogni cosa umana ha, quello, soprattutto, di far credere che la logica dei pensieri sia solida e incontrovertibile: c’è voluto molto tempo per capire che la nostra logica è spesso fallace se non confrontata continuamente con i risultati della osservazione concreta e scientifica, e che non si può credere a nulla definitivamente, nemmeno alla scienza che attua questa ricerca a contatto costante con la realtà: l’unica certezza incrollabile che essa infatti ha faticosamente guadagnato, nel corso ormai di circa quattro secoli, è che tutto il nostro sapere  può essere rovesciato da un momento all’altro con una rivoluzione copernicana.  Lo so, l’uomo forte è una creatura rara nel gran cimento della vita, e pertanto non possiamo e non vogliamo né vilipendere né deridere chi si aggrappa al fantasma del Dio che ci attende nell’aldilà. La realtà è unica, per quanto complessa e straordinaria essa sia (come sa benissimo la fisica quantistica), e non si può a mio avviso accettare la dicotomia irreversibile tra materia e spirito. L’idea di un Dio, o riusciamo ad inserirla in qualche modo in questa unica realtà, o non sappiamo proprio che farcene.

   “La parola è tutto” si sente spesso ripetere, ma è anche vero che essa, creata dall’uomo, lascia comunque, anche quando è magnificamente usata, un che di amaro in bocca come se essa non avesse soddisfatto appieno la nostra sete di assoluto, e ci lasciasse nel tormento di trovarne una definitiva e totalizzante: pura illusione, a mio avviso, perché quando questo ci succede  significa che stiamo lasciando la Realtà per varcare le soglie della  metafisica la quale è, come dire, solo il segno di una insufficienza nativa, una mancanza perenne  del nostro essere uomini, che siamo solo una parte infinitesima  della misteriosissima Realtà, la quale è la nostra Divinità: estremamente vasta e sempre sfuggente, ma con i piedi ben saldi nelle cose del Mondo. Sono un panteista?  Probabilmente sì. E sono contento di vivere in questo nostro tempo aperto a tutte le possibilità, perché in altre epoche, come sappiamo, avrei potuto fare la fine di Giordano Bruno, pur non essendo degno nemmeno di legargli i lacci dei sandali.

   Ora torniamo al compito meno attraente per i più, ma basilare per la conoscenza piena di una parola,  di trovare l’origine del verbo abruzzese  sopra citato, cioè ‘nzulfanàrsë  (indebitarsi).  Il significante è molto simile a quello dell’aiellese-abruzzese ‘nzulfënà ’instigare malevolmente qualcuno contro altra persona’, ma il significato, appunto, ne nega la parentela vicendevole.  Quest’ultimo non dovrebbe essere altro che l’it. insufflare, dal lat. in-suffl-are ‘soffiare sopra, dentro; infondere’ con l’aggiunta di un riferimento, magari, al tono insinuante di colui che vuole suscitare avversione verso qualcuno. Naturalmente c’è stato l’incrocio con il verbo dial. ‘nzulfà ‘insolfare, inzolfare’ che indica d’altronde un’operazione simile a quella di colui che semplicemente soffia dentro, infonde senza riferimento allo zolfo che viene irrorato e come soffiato dall’inzolfatrice sulle foglie, soprattutto della vite, per proteggerla da malattie crittogamiche. Tanto è vero che a Trasacco-Aq esiste anche il verbo ‘nzëlfà[2] , che ha i due significati di ‘inzolfare’ e di ‘instigare’, oltre al verbo ‘nzëlfinà, ‘nzëffinà, ‘nzuffianà ’instigare, accendere un litigio, mettere uno contro l’altro, ecc.’.  Queste forme ci dicono che l’insufflare originario si è incrociato con l’it. zuffa, azzuffare.

    L’altro verbo sosia ‘nzulfanàrsë ‘indebitarsi’ deve avere un’origine del tutto diversa, ma quale?  La soluzione ce la offre il trasaccano-abruzzese zélla che presenta vari significati tra cui quello di ‘debito’ come nell’abr. zéllë[3] che al singolare vale ‘tigna’, al pl. ‘taccoli, chiodi, piccoli debiti’.  Il Bielli, di Lanciano-Ch, usa spesso termini del dialetto toscano (sarei curioso di appurare perché!), che risultano un po’ ostici anche a me, come qui taccoli e chiodi   che significano ‘(piccoli) debiti’.  Ora, questa zélla ‘debito’ non può che essere una variante del ted. zoll ‘tributo, dazio’ corrispondente all’ingl. toll ‘pedaggio, dazio’ e nell’inglese-americano ‘addebito (per chiamata in teleselezione)’. Tutti termini che i linguisti sanno benissimo che combaciano con il gr. télos dai diversi significati tra cui quelli di ‘imposta, gabella, tributo’ ma anche ‘premio’ (nel vocabolario Rocci). Qui c’è da puntualizzare che spesso  i termini che indicano lo scambio di beni tra una persona e un’altra si sono specializzati ad indicare il ricevere o il dare, mentre il significato più a monte era quello di ‘tendere (la mano)’ sia per dare sia per prendere o ricevere. Ecco perché, a mio avviso, in gr. télos vale sia ‘tributo’ che ‘premio’. Etimologicamente il tributo è qualcosa che si dà, mentre il premio è qualcosa che si prende.  Anche la radice /do/ di lat. dare ‘dare’ nell’area ittita valeva ‘prendere’[4].  Il lat. cred-it-um vale sia ‘credito’ che ‘debito’. Il gr. dảnos vale sia ‘prestito, dono’ che ‘debito’. Il gr. chréos significa in genere ‘debito’, talora ‘credito’ ma il corradicale verbo  gr. chra-ein significa solo ‘prestare’. Indipendentemente dalla considerazione testè fatta della “mano che si tende” ce n’è da fare un’altra: i significati di questi termini che indicano il passaggio di beni tra una persona e l’altra cambiano natura a seconda della persona che li considera: un credito fatto a qualcuno è un debito per quel qualcuno e viceversa. D’altronde lo stesso etimo di lat. deb-ēre < lat. de-hib-ēre ‘dovere, essere debitore’ pare indicare qualcosa che è stata ricevuta (cfr. lat.hab-ēre’avere, ottenere’ ) e che quindi bisogna ridare come un debito. 

   Ora, fatte queste importanti osservazioni, possiamo passare ad analizzare il verbo gr. tel-ōné-ein ‘fare l’appaltatore, il gabelliere, riscuotitore di imposte, riscuotere le imposte’.  Il termine è composto  da due elementi sostanzialmente tautologici , e cioè tel-  <tél-os ‘tributo, imposta, premio’ e -ōnḗ che in greco valeva ‘compera, affitto, appalto, prezzo (della cosa comprata)’ ma in latino aveva assunto il valore di ven-dĕre ’vendere’< ven-um dare ‘dare in vendita’. La parola greca aveva un digamma iniziale (poi caduto) che possiamo indicare con -w- (wōnḗ ‘compera’) corrispondente, appunto, alla semivocale iniziale –v- di lat. ven-um ‘vendita’ e al sscr. vasnà ‘prezzo della vendita, affitto, nolo’.  Ora, già il concetto di “appaltare” implica un contratto di vendita da una parte e compera dall’altra (i due poli del prendere e del dare), perché l’appaltatore è colui che, a suo rischio, ottiene dallo Stato la facoltà di riscuotere tributi o tasse trattenendo una percentuale: l’appaltatore si indebita nei confronti dello Stato con la promessa di consegnargli, ad un tempo stabilito, la somma delle  tasse, anche se per caso quelle tasse non dovesse raccoglierle, per un motivo o per un altro. Allo stesso tempo egli, nei confronti dei cittadini,  è come un creditore che riceve da loro quanto essi sono per legge tenuti a pagare allo Stato. 
  
   Ora, tornando al nostra peregrina parola abruzzese ‘n-zul-fan-arsë ‘indebitarsi‘ si possono chiaramente riconoscere le due radici tautologiche che la formano, cioè -zul-  (parente, come abbiamo visto di trasaccano zélla ’debito’ e ted. zoll ‘tributo, dazio’) e –fan, chiara variante di quella lat. ven- e di sscr. vasnà ‘prezzo della vendita, affitto’. Il verbo gr. tel-ōné-ein ‘riscuotere, esigere la tassa’ nella forma medio-passiva tel-ōné-esthai significava ‘dover pagare l’imposta’ e, quindi, essere in una condizione di indebitamento nei confronti dello Stato o del gabelliere. L’espressione greca tel-ōné-ein toὺs lόgous significa addirittura ‘vendere l’istruzione, le parole’.  Si è passati dall’idea di “riscuotere” a quella di “vendere”.  E così con il medio-passivo tel-ōné-esthai siamo arrivati al dunque, addirittura con la coincidenza delle due forme passive, nel dialetto e nel greco, che forse è casuale. La fricativa sorda –f- della parola dialettale abruzzese è quasi sicuramente dovuta all’incrocio col dialettale ‘n-zulf-ënà ‘instigare’ che ha tutt’altra storia come abbiamo visto.

    Che  bello aver riscattato la donna malvista e negletta da tutti, di cui ho parlato all’inizio dell’articolo, e aver strappato da lei sorrisi di compiacimento,  avendole riconsegnato le sue splendide vesti di un tempo lontano, che parlano della sua invidiata e radiosa esistenza, mentre tutti ora, chiusi nel loro cieco  presente, la disprezzano ignorandola!

   Gli incroci cui vanno soggette le parole sono sempre dietro l’angolo.  In abruzzese la voce zéllë[5]   indica la ‘tigna’, una brutta micosi del cuoio capelluto, oggi scomparsa. A Trasacco lë zéllë[6] sono le aree senza capelli del cuoio capelluto attaccato dalla tigna.  Questa zélla deve condividere la radice con il verbo gr. tíll-ein ‘pelare, spennare, strappare’, ma anche (nel vocab. del Rocci) ‘vessare, maltrattare, spennare’ significati che spiegano quello dell’aiellese-trasaccano-abruzzese-meridionale zëllùsë, aggettivo  appioppato a chi non sta alle regole del  gioco, si arrabbia, tergiversa, litiga, cavilla, ecc. In napoletano però lo stesso aggettivo si riferisce a chi ha le zélle, cioè le aree senza capelli a causa della tigna, mentre a Trasacco indica anche chi è oberato di debiti, e con questo siamo tornati a quanto detto precedentemente.

   Ma la cosa più interessante, secondo me, è che sempre a Trasacco la zélla indica anche la ‘sporcizia’, in particolare i grumi di sterco che si formano intorno ai peli degli animali, come le vacche, abituate ad accovacciarsi anche sui loro escrementi.  In questo senso il termine deve essere strettamente apparentato con la radice di it. zolla (di zucchero, di terra, ecc.), il quale è la copia del medio tedesco Zolle ‘massa compatta (di sterco)’. 

   Per ora mi fermo qui, contento di aver esplorato una porzione sia pur minima di passato e di aver fatto una conoscenza più stretta e cordiale con molte persone, pardon, parole che ci ammiccano sornione da tanto lontano!


Ps.

   La tenacia, testardaggine, foga e persitenza che caratterizzano in genere la persona zëll-όsa ‘litigiosa, cavillosa, ecc.’ mi fanno pensare che questa voce si sia molto probabilmente incrociata col gr. zẽl-os ‘ardore, zelo, gelosia, invidia’ e con il tardo lar. zel-os-u(m) ‘pieno di zelo’.  Epperò anche l’it. regionale-meridionale  tigna vale ‘cocciutaggine, testardaggine’. Come possiamo spiegarlo? Pensando che questa voce abbia assunto questo valore agendo, come  dire, per simpatia  sotto la spinta dell’altro termine omosemantico zélla ‘tigna’ e ‘litigio, cavillo, ecc.’?.  Mi pare di no.

    Il fatto è che il lat. tine-a(m) ‘tigna (malattia del cuoio capelluto)’ a mio avviso ha una radice tin-e- che dovrebbe corrispondere a quella di lat. tenu-e(m) ‘tenue, sottile, esile’, ingl. thin ‘sottile, raro, ecc.’, ted. dünn ’sottile, raro, ecc.’. Ora, questa sottigliezza deve essere conseguenza di una tensione, ben evidente nel verbo latino corradicale ten-d-ĕre ‘tendere, dirigersi, sforzarsi di, applicarsi, ecc.’. La lettera –d- non è altro che un ampliamento della radice. Anche il lat. ten-ēre ‘tenere’ è formato da questa radice che indica la ‘tensione (magari del braccio) verso qualcosa o qualcuno per contattarlo, prenderlo, sostenerlo, sorreggerlo, ecc.’ Ma poteva forse indicare anche la tensione esercitata nel tirare e strappare un capello (ecco la tigna!). Allora diverrebbe chiaro il significato del regionale tigna ‘testardaggine’ (tign-oso ‘testardo), in quanto esso dovrebbe scaturire da quello di ‘perdurare, continuare, persistere (in una medesima condizione)’.

    E non ci inganni il fatto che la radice lat. ten- ‘tendere’ appare nella forma tin- solo in sillaba interna come in ob-tin-ēre ‘ottenere, tener fermo,ecc.’, in abs-tin-ēre ‘tener lontano, astenersi’, ecc. Questa può essere una regola intervenuta nella lingua successivamente alla sua situazione iniziale, in cui la radice tin-poteva essere usata anche in altre condizioni, come sembra suggerire l’ingl. thin ‘sottile’ di cui sopra e anche l’ingl. tin-y ‘minuto, molto piccolo’ . 

   Il lat. tin(n)-ire ‘risuonare, squillare’ e lat. tin-tin(n)-ire ’squillare, tintinnare’ per tutti i linguisti sono parole chiaramente onomatopeiche: ma io che non credo in essa, come abbiamo visto in altri articoli, considero la radice come espressione della tensione che anima il suono.  D’altronde l’it. ten-tenn-are, considerato metaforico rispetto a  lat. tin-tin(n)-are, tin-tin(n)-ire ‘tintinnare’, è a mio avviso  solo il significato concreto, e tra gli originari della radice, che indicava il vacillare e lo scuoter(si)  di qualcosa o qualcuno: un muover(si) e un agitar(si), dunque, espressione anch’essi  di una tensione. 

   A me sembra, inoltre, che quando in italiano usiamo l’espressione: Quanto viene (quanto costa)?, rivolta ad un commerciante o venditore ambulante o a chicchessia, noi stiamo usando indebitamente una voce del verbo it. venire, ma molto tempo fa, quando l’italiano era di là da venire, quella stessa voce apparteneva al verbo latino testè indicato ven-ire ‘essere messo in vendita’, sicchè tutta l’espressione suonava: quanti venit? ‘a quanto è venduto?', cioè ‘quanto costa?’.  E’ certamente sorprendente la Lingua!

    Un’ultima osservazione, e poi mi taccio. Esiste l’uso popolare e volgare di it. venire, nel significato di ‘raggiungere l’orgasmo’.  Anche qui il verbo it. venire funge da mascheramento del significato sessuale, ma senza che ci sia stata la volontà espressa di farlo, da parte del parlante: egli si è solo approfittato opportunamente di qualche coincidenza: questo venire, infatti, nel senso sessuale, credo che risalga a qualche verbo volgare e popolare nientepopodimeno che  della stessa radice di lat. Ven-us ’Venere’, dea romana dell’amore e della fecondità naturale. Tanto è vero che il suo nome era anche sinonimo di piacere dell’amore, accoppiamento.  Il lat.venus-tat-e(m), oltre a ‘bellezza, leggiadria’ significava anche ‘piacere, gioia’. Ancora, il lat. veni-a(m) indicava il ‘favore, la grazia’ concessa dagli dei e magari da una donna. 

    E così siamo finiti in bellezza! Deo gratias!





[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A.Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004.

[2] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà, grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.

[3] Cfr. D. Bielli, cit.

[4] Cfr. G. Devoto, Dizionario etimologico, Edit. Felice Le Monnier, Firenze, 1968, sub voce “dare”.

[5] Cfr. Bielli, cit.

[6] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

domenica 27 ottobre 2019

Onomatopea




Ho appurato che un importante filosofo del Novecento, Maurice Merleau-Ponty, esponente di primo piano della fenomenologia francese ma che non conoscevo bene, considerava ingenua la teoria linguistica dell’onomatopea  . Come sappiamo, anch’io in articoli recenti e passati di questo blog ho messo in rilievo l’impraticabilità di quella teoria, analizzando la natura di molteplici parole considerate onomatopeiche dalla linguistica ufficiale. E questo indipendentemente dal filosofo suddetto che non conoscevo e che, con i suoi metodi di indagine filosofica, era così arrivato alla stessa mia convinzione.  Del resto anche F. de  Saussure sminuisce l'importanza dell'onomatopea nel linguaggio (cfr. Corso di linguistica generale, tradotto da T. De Maurop.87).  


lunedì 14 ottobre 2019

L’aiellese-abruzzese-meridionale sëllùzzë.


L’aiellese-abruzzese-meridionale  sëllùzzë.

Credo che ancora oggi più o meno tutti i miei compaesani, compresi quelli più giovani, capiscano il significato della parola aiellese-abruzzese sëllùzzë che equivale all’it. singhiozzo < lat. singult-u(m), ma che si usa (forse mi illudo che si usi ancora) solo per indicare quel fenomeno fastidioso , in genere di breve durata, dovuto alla contrazione del diaframma e alla chiusura brusca della glottide (la valvola che separa l’apparato respiratorio da quello digerente) e che si manifesta in un “hic” ripetuto più volte.   I singhiozzi del pianto non mi sembrano essere contemplati  nel suo significato.
    Oggi sono molti i ragazzi che studiano l’inglese cui potrebbe suscitare almeno curiosità la notizia  che la radice di sëllùzzë  si ritrova in un noto verbo irregolare  ingl. sing (pass. sang, p. pass. sung) ‘cantare’. Oddio! Il singhiozzo non è proprio un canto, piacevole o stonato che sia, ma ormai sappiamo  che la Lingua all’origine non faceva distinzione tra suoni belli e brutti, acuti e bassi, indicando solo il concetto generico di “suono, rumore”. G. Devoto sostiene questa stessa derivazione del termine singulto[1] supponendo anche un presunto verbo lat. *singul-ere ‘cantare’.
   Per arrivare alla forma dialettale sëllùzzë bisogna partire dunque da lat. singult-u(m) e passare attraverso la metatesi *singlut-u(m). La metatesi è appunto una inversione di lettere (qui ul > lu), normale nel parlato, di due suoni contigui o comunque successivi. Qui essa forse è avvenuta per influsso di lat. glutt-ire  ‘inghiottire’. A questo punto in italiano la palatalizzazione (molto frequente anche nei nostri dialetti) della consonante –l-, cioè la sua trasformazione in una sorta di –ji- ha dato come esito la parola singhi-ozzo,  anche  con la trasformazione della –t- in una affricata raddoppiata –zz-, sulla scia di termini latini come station-e(m) ‘stazione’, lat. action-e(m) ‘azione’.  Quindi bisogna presupporre un latino parlato *singlut(i)um  con una –i- (anche una –e-) tra la –t- e la –u- prima del passaggio a singhiozzo.   La citazione della parola lat. action-em mi offre l’occasione di accennare al fatto che tra la forma scritta italiana e la sua pronuncia c’è una notevole differenza, anche se noi tendiamo a non accorgercene.  In effetti la parola la scriviamo con una sola –z- ma la pronunciamo, giustamente (perché in latino si avevano le due consonanti –ct- che hanno prodotto nella pronuncia italiana un rafforzamento della –z-), come se si fosse passati da una forma *aczione al semplice azione
   Il fatto è che la grammatica italiana, non ricordo in quale epoca, ha stabilito che le parole terminanti in –zione   si scrivono con una sola –z-, qualunque sia la sua  pronuncia, semplice, come ad esempio in situazione  (lat. situation-em) o doppia, come ad esempio in concezione, perché proveniente da un lat. conception-e(m)), dove la t- è preceduta da una –p-. Ma in it. stazione, e in altre parole, si ha la pronuncia doppia, anche se il lat. station-e(m) presenta una –t- non preceduta da consonante. In questi casi, evidentemente, si fa sentire l’analogia con le parole che si pronunciano a ragione con la –z- doppia.
  Tornando alla forma parlata metatetica *singlu-tu(m) si può supporre che la consonante velare –g-, come succede abbastanza spesso, sia caduta lasciando un *sinlut-u(m)  subito assimilato in * sillut-u(m) > sëlluzzë.  Nel dialetto lucano di Gallicchio-Pt. si ha la forma gliùzz-ëchë[2]  con la palatalizzazione della doppia –ll-  e l’aggiunta del suffisso –ëchë.    
In italiano si incontra anche il termine letterario singulto preso direttamente dal latino classico singult-u(m), di cui sopra, che ha anche il significato di ‘verso di animale (vagamente simile ad un singulto?)’  come nei versi famosi dei Sepolcri  dell’immortale  Foscolo:  E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,/ l’ùpupa, e svolazzar su per le croci/sparse per la funerea campagna,/e l’immoda accusar col luttuoso/singulto i rai di che son pie le stelle/alle obblîate sepolture.





[1] Cfr. G. Devoto, Dizionario Etimologico, F.Le Monnier, Firenze, 1968.


     





[1] Cfr. G. Devoto, Dizionario Etimologico, F.Le Monnier, Firenze, 1968.


venerdì 11 ottobre 2019

La radice polimorfica del verbo abruzzese-meridionale ‘n-zëngà.




    Il verbo citato nel titolo significa generalmente ‘indicare, mostrare, insegnare, istruire’ ed è un derivato del lat. sign-are ‘segnare, contrassegnare, indicare, esprimere’, dal lat. sign-u(m) ‘segno, impronta, marchio, insegna, statua, ecc.’, con il prefisso in-. Il significato originario di sign-u(m) era propriamente ‘intaglio’ da una forma antica *sec-ĕre, class. sec-are ‘tagliare, segare, intagliare, scolpire’. Da notare anche l’abr. sénghë[1] ‘segno, incisione’ che, come vediamo, ha mantenuto chiaramente anche il significato di ‘intaglio’.  Il passaggio del nesso –ns- ad nz-  nell’originario *in-sign-are diventato *in-zign-are e poi ‘nzëngà non si è verificato l’altro ieri essendo dovuto nientemeno che all’influsso delle lingue del sostrato osco-umbro (che avevano già questa caratteristica), influsso esercitatosi quindi non appena il latino arrivò dalle nostre parti (circa il III - II sec. a.C.).  Per lo stesso motivo, ad esempio, l’it. pensare diventa, nel nostro dialetto, nz-à. Anche la forma abr. sénghë ’segno, incisione’  ha un antecedente  già nel seinq (col probabile valore di ‘statua’ o ‘ex voto’ dedicato alla dea Vittoria) di una iscrizione latina proveniente da Trasacco-Aq, della fine del III sec. a.C.[2]

   Da notare, passando dalla base latina al dialetto, l’esito gn > ng, cioè una vera e propria metatesi delle due consonanti. Un altro esito di lat. sign-are è il dial. sënà (presente in molti dialetti abruzzesi) ‘incrinare, lesionare’: a Luco dei Marsi, accanto a sënà ‘segnare, incrinare’, ricorre l’interessante  variante sinà  che assume, oltre al significato di ‘lesionare’, anche  quello di ‘curare (con pratiche e formule rituali, come particolari segni magici fatti sulla parte malata)’[3].  Sicuramente qui si è realizzato l’incrocio tra questo sën-à e l’it. san-are, come sospetta anche il Proia, autore del libro citato nel n. 3.  Ma il bello è che ad Aielli-Aq e altrove la forma sanà significava anche ‘incrinare, lesionare’, accanto alla forma più diffusa sënà ‘incrinare’. Tanto è vero che nel nostro paese ricorreva anche la voce san-ìcë ‘cicatrice’, la quale sembra tenere contemporaneamente dei due significati contrastanti, cioè del taglio e della sua guarigione. Infatti a Trasacco-Aq il verbo sanà  vale sia ‘sanare, guarire, accomodare’ sia ‘castrare (gli animali)’.

    Ad Aielli-Aq viveva ancora, nell’espressione cristallizzata mmàlë signe! (cattivo segno!), la forma arcaica di ségnë, la quale, buon’ultima, ci viene direttamente dall’italiano ségno. 

 Ma la forma sanà ‘incrinare, lesionare, castrare’  è proprio certo che sia dovuta alla confusione suddetta? No, perché potrebbe derivare, anche se solo in via ipotetica, da una antichissima radice *sac-, *sagn-, variante di lat. sec-are ‘tagliare, segare’, e ricavabile lat. sac-en-a(m) ’ascia’, variante a sua volta di lat. sc-en-a(m) ‘ascia’, in cui si è avuta la sincope della vocale –a- nel nesso  s(a)c-.  Quindi essa potrebbe anche essere un derivato di un probabile precedente lat. *sa(g)n-are ’tagliare’, non attestato perché magari caduto dall’uso.  Occhio alla penna! Effettivamente molti potrebbero essere gli incroci avvenuti nell’arco amplissimo della vita di un termine, il problema è talora decidere quale sia quello giusto.  

    Un altro derivato della radice in questione è la forma sinë ‘segno, linea’[4] (Luco dei Marsi-Aq. e altrove) con la caduta della velare –g- di lat. sign-u(m) ’segno’ ; a Cerchio-Aq la voce ha assunto il significato di ‘sporcizia (intorno ai polsi di camicie ed altri indumenti)’[5], cioè quello di macchia , concetto ben evidente nella espressione latina (Ovidio) cruor signaverat herbam ‘il sangue aveva macchiato l’erba’.  A Trasacco-Aq. esistono due forme, una maschile sinë ‘linea , traccia, incrinatura’ e l’altra femminile séna ‘linea, confine, traccia’[6]. Anche queste forme hanno antecedenti nella lontana antichità, come mostra un’epigrafe in una tavoletta bronzea trovata nel lago di Fucino, dove appare un seino= lat. sign-um ‘statua, ex voto’[7]. Si può quindi affermare, senza tema di essere smentiti, che per quanto riguarda queste parole i giochi di differenziazione semantica e di variazione formale erano stati fatti già intorno al III-II sec. a.C.

    Da quanto detto sopra si può concludere, allora, che molte sono le correnti linguistiche che hanno attraversato la storia di un vocabolo e di un dialetto, anche di una piccola comunità, e che pertanto è vano credere che la propria parlata sia qualcosa di unico nel contesto di tante altre. L’unicità, è vero, può essere anche giustificata dai particolari valori assunti da alcuni termini e dalla peculiare  pronuncia e calata, diversa da dialetto a dialetto, ma, come per il concetto di “razza”, ormai definitivamente tramontato, non si può assolutamente pensare che la propria parlata sia un prodotto limpido e incontaminato dei lontani antenati, pervenutoci senza ombra di impurità.  E’ questa un’idea falsa e irreale.  Viva i dialetti!

     



[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A.Polla editore, Cerchio-Aq, 2004..

[2] Cfr. C. Letta- S. D’Amato, Epigrafia della regione dei Marsi, Edit. Cisalpino-Goliardica, Milano, 1975, pp.193 e s..

[3] Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[4] Cfr. G. Proia, cit.

[5] Cfr. F. Amiconi, Quaderni del museo civico di Cerchio-AQ,  Sito internet  www. Comunedicerchio. It

[6] Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.

[7] Cfr. C. Letta-S. D’Amato, cit. pag. 321e s.

martedì 8 ottobre 2019

L’abruzzese “sunà n-gόccë”. Spiccata genericità dei significati di fondo.



   L’espressione del titolo significa in abruzzese ‘emettere un suono fesso’, detto di recipiente di terracotta incrinato.  La forma n-gόccë  ha l’apparenza di una locuzione avverbiale che modifica il significato di sunà ’sonare’, ma in alcuni dialetti assume addirittura il valore di sostantivo col significato di ‘suono fesso’.  Il sostantivo viene accostato mentalmente alla parola it. coccio o ai suoi sosia dialettali, come se fosse formato dal nesso ‘in coccio’, ma l’accostamento ha, a mio parere, un che di artificioso ed innaturale.

    Senza andare troppo per le lunghe io penso che qui ci stia dietro una semplice forma aggettivale *in-cuc(c)io, *in-coc(c)io dal significato di ‘incrinato, rotto’, forma che rimanda alla radice di it. cocca, cioè la tacca della freccia, la quale non è altro che un intaglio in effetti. Me ne dà la conferma, a mio parere, il verbo abr. s-cuccà ‘scapitozzare’, significato che letteralmente vale ‘tagliare la cima (di un albero)’; secondo me, però, in questo caso la radice di s-cuccà, che in precedenza doveva avere  il significato tout court di ‘tagliare, potare, rompere’, si è incrociata con un’altra ben nota radice cuc(c)-  per ‘cima, punta’.  Gli incroci sono sempre dietro l’angolo!  Quindi anche l’italiano regionale s-cocci-are ‘rompere (un oggetto fragile), e fig. seccare, infastidire’ non è a mio parere un derivato di it. obsoleto coccia ‘guscio di crostaceo’ (da lat. cochle-am ’chiocciola’), ma di una forma simile al precedente  *in-coccio con la s- intensiva iniziale e proveniente dalla radice di it. cocca (tacca), di cui sopra. L’abr. scuccià[1] significa anche ‘tagliare i capelli fin quasi alla cotenna’, e con questo, se non ci siamo liberati ancora della presenza fastidiosa della coccia ‘testa’ (che qui però non viene rotta, ma indicherebbe solo il punto dove terminerebbe   l’azione del tagliare o rasare), abbiamo perlomeno scoperto il significato iniziale di ‘tagliare’ da attribuire al verbo e agli aggettivi del tipo *in-coccio di cui sopra.
  
     L’it. coccio considerato di etimo incerto, oppure accostato all’italiano e regionale  coccia di cui abbiamo parlato, è invece da riportare proprio a questa radice per ‘tagliare, rompere’, in quanto esso indica solitamente un pezzo frantumato di recipiente di terracotta. Quando, invece, esso indica l’intero oggetto di terracotta, è allora molto chiaro, almeno a me, che esso avrà subito l’influsso di coccia da lat. cochle-a(m) ‘chiocciola’.  La cosa viene in qualche modo confermata dalla presenza di un abr.[2] s-còcch-iëlë ‘coccio, pezzo di vaso rotto’  che appare come ampliamento della radice s-cocc-,   già incontrata col valore di ‘rompere, spezzare’ e riaffermata negli abr. ac-cuccà (da *ad-cuccà) e cuccà[3]  ‘scapitozzare, tagliare a una pianta i rami grossi e lasciare il tronco con pochi rampolli’.  Del resto in abruzzese si ha anche cocchië ‘coccio’[4].

    Ma la storia dei significati continua perché le parole, come ho ricordato più volte nei miei articoli, non sono nate l’altro ieri, ma migliaia di anni fa, e spesso qualche decina di migliaia di anni fa.  Gli è che nel trapanese, ad esempio, il verbo italianizzato in-cocci-are indica l’aggregarsi e amalgamarsi della semola, attraverso da un lato il versamento di un certo quantitativo d’acqua nel recipiente, dove essa era stata già  posta, e dall’altro  il girarla in continuazione con le dita della mano[5].   Allora è molto probabile che anche l’abr. e camp.  cocchië ’coppia’ non siano da derivare dal lat. copul-a(m) ‘legame, catena, arpione’ come tutti pensano, ma attingano ad una radice simile a quella di ingl. hook ‘gancio’, ted. Hack-en ‘gancio’ in un senso originario di ‘tenere stretto, connettere’, non importa se con un gancio o in qualsiasi altro modo. L’ingl. hook assume anche il significato di ‘ curva, piega, ecc.’ (che dà vita a quello di ‘rotondità’ di it. cocco, coccola ecc.),
 

come si può riscontrare (penso) nel trasaccano cocca ‘piega dei capelli’[6]. Ultraevidente mi pare così l’origine del termine marinaresco in-cocci-areimpigliarsi (della rete o della lenza in un ostacolo)’ e ancora ‘impegnare  mediante un gancio ed eventualmente un anello’ e ancora ‘abboccare all’amo del pesce’ (significato che non scaturisce certamente dall’influsso del dialettale coccia ‘testa’, che pure c’è, dato che l’aggancio avviene nella bocca, parte della testa. E qui casca a fagiolo l’it. letterario in-cocc-are, in-cocc-arsi detto delle parole che stentano ad uscire dalla bocca e si arrestano, come se si incagliassero.  Ma la maledetta testa riappare ancora, seppur meno evidente, nel verbo marinaresco di significato opposto s-cocci-are  ‘sfuggire all’amo a cui aveva abboccato’, che si configura appunto come uno sganciarsi , e che non si può confondere col significato di ‘rompere, schiacciare’ né con quello di ‘seccare, disturbare’ che lo stesso significante, di volta in volta, assume.

    C’è una voce lucana (a Gallicchio-Pt) molto interessante che ci fa capire quanto generici siano i significati di fondo delle parole.  Essa è cucchië  ‘una certa quantità’[7], come ad esempio un gruppo di persone.  Allora bisogna desumere che dietro questo termine  ci sia un significato più generico di ‘legame, connessione, aggregato’ come dietro l’abr. e camp. cocchië ’coppia’ di cui sopra, in cui l’aggregato è però solo di due cose o persone. Un’altra osservazione importante mi pare quella di pensare che l’it. obsoleto coccia ‘guscio di crostaceo, guscio’ nonchè l’it. dialettale coccia ’testa’ con gli archetipi latino-greci da cui derivano, dietro un significato di ‘avvolgimento, rotondità, guscio’ ad essi pur connesso, ne avessero un altro di ‘coagulo, aggregato, indurimento, durezza’.  Pertanto i verbi dialettali in-cocci-are, in-cocci-arsi nel senso di ‘ostinarsi, intestardirsi’ non sono da mettere in esclusivo  collegamento con dialettale coccia ’testa’, ma col suo significato profondo di ‘compattezza, rigidezza, durezza’.  Naturalmente lo stesso ragionamento va fatto  per it. in-test-arsi , in-test-ard-irsi dalla base di lat. test-a(m)  ‘tegola, pignatta, anfora, coccio, ecc.’.  Il lat. test-e(m) ’teste, testimone’ non deriva dalla sua presunta funzione di essere un terzo tra due contendenti, come si racconta, ma dalla sua semplice funzione di ‘confermare (qualcosa)’, proprio nel significato etimologico di ‘rendere fermo, solido, consolidare’.  La radice è quella di lat. torr-ēre ‘disseccare, arrostire’, p.pass. tost-u(m) ‘arrostito’ da cui l’it. tosto ‘duro, sodo’. Il greco aveva il verbo ters-ain-ein ‘disseccare, asciugare’ la cui radice si ritrova anche nell'ingl. thirst 'sete' e nel ted. Durst 'sete'.  
    Se l’it. test-ardo risulta attestato piuttosto tardi (sec.XVII) non bisogna credere, per ciò stesso,  che esso sia nato in quel torno di tempo, ma avrebbe potuto, invece, sonnecchiare per lunga pezza in qualche dialetto.  No mi sembra, d’altronde, che esso abbia l’aria di una formazione recente come vorrebbe farci credere all’apparenza , ma che si avvicini piuttosto, per struttura, allo spagnolo testa-rudo ‘testardo’ che deve essere abbastanza antico, in quanto composto da  testa-, termine attualmente di natura letteraria, diverso dall’usuale cabeza ‘testa’: perché mai, nel creare un nuovo termine del linguaggio comune, si sarebbe sentito il bisogno di andare a scovare una parola letteraria?  La seconda componente -rudo vale ‘rozzo, duro, difficile’ e quindi, secondo i canoni della mia linguistica, essa rafforza tautologicamente  il concetto  racchiuso in testa-.  Anche il suffisso –ardo, di origine franco-germanica, conterrebbe inizialmente , guarda caso, il significato di germanico –hard ‘duro’.  Del resto diversi sono in spagnolo i termini familiari per testardo  scaturiti dalla parola cabeza ‘testa’, come cabez-όn, cabez-ota, cabez-udo.

    Uno dei diversi aggettivi inglesi per ‘testardo’ è pig-headed, letter. ‘con la testa di porco, maiale (pig-)’.  Ma questo animale è particolarmente testardo? A me non pare, pur essendo stato in passato a contatto con alcuni  di essi, essendo figlio di contadini che ogni anno allevavano per la famiglia il loro bravo maiale.  L’espressione suddetta non può riferirsi alla forma della testa dell’animale, perché non avrebbe senso.  La strada da seguire, a mio parere, per individuarne il giusto etimo, è indicata dall’ingl. pig (principalmente scozzese)‘pentola, vaso, coccio’. In questo caso bisognerebbe rivedere anche la tradizionale etimologia dell’it. pign-atta, il quale non va riportato al lat. pine-a(m) ‘pigna’, a cui la pignatta assomiglierebbe, ma alla stessa radice del suddetto  ingl. pig ‘pentola’ nonché a quella di gr. pykn-όs ‘denso, fitto, compatto, duro’, dell’avverbio gr. pýka ‘in modo compatto’ e del lat. pugn-u(m) 'pugno'. Il significato fondamentale della radice indicherebbe, quindi, la durezza e la compattezza  di una terracotta e del suo guscio, come abbiamo visto per it. testa.  Quindi dietro il termine pignatta va posta una forma *pign-ata e non *pine-ata. G. B. Pellegrini, distaccandosi dalla tradizione, propone una derivazione da un lat. parlato *pinguia(m) (ollam)  da pinguis ‘grasso’[1]: un recipiente, insomma, per conservare il grasso.  La nota stonata di simili etimologie, come ho detto altre volte, è che esse sono “scentrate”, nel senso che falliscono di colpire nel segno, in quanto propongono come etimi parole che non si riferiscono direttamente alla cosa  da spiegare, ma ad altro, simile in qualche modo nella forma. Mi vado invece convincendo sempre di più che la Lingua solitamente non opera in questo modo indiretto, nonostante le apparenze. Anche l’aggettivo it. pign-olo  (di etimo tormentato e incerto)  trova a mio avviso la sua pace nella radice suddetta: l’avverbio gr. pýka sopra citato significa anche ‘accuratamente, con precisione’: che vogliamo di più?



[1] Cfr. Cortelazzo-Zolli, DELI Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli, Bologna, 2004.
    

    L’it. in-cocc-are, cioè applicare la cocca della freccia sulla corda dell’arco per poterla lanciare, richiama la cocca (tacca) solo di straforo, perché se la trova lì davanti, ma all’inizio il verbo aveva il significato quasi uguale a quello di siciliano in-cocci-are ‘legare, aggregare, amalgamare’, sopra incontrato, ed indicava direttamente l’azione del ‘connettere, unire’ la cocca alla corda. Pure l’it. in-cocc-iare, nel senso di ‘incontrare, urtare’ è appunto un venire a contatto, anche se più o meno violentemente, con qualcuno o qualcosa. Allora, l’opposta azione dello  s-cocc-are la freccia si configura, a mio parere, come un ‘disincagliare, staccare, lanciare’ simile a quello già incontrato di s-cocci-are, detto del pesce che riesce a sfilarsi dall’amo cui aveva abboccato.  Lo s-cocc-are delle ore  può spiegarsi come un “lancio” o una “emissione” di suono, allo stesso modo in cui si scoccano parole ostili e occhiatacce verso qualcuno che non ci garba.   C’è anche da supporre un incrocio con la voce cuc(c)ù del canto del cuculo, ritenuta  erroneamente onomatopeica.  Si incontra anche un regionale (centrale) in-cocci-are ’stordire, frastornare (di rumore)’, proveniente secondo me non dal dial. coccia  ‘testa’,  ma dalla suddetta voce falsamente onomatopeica, presentando una struttura simile a quella, ad esempio, di it. in-tron-are, da it. trono ‘tuono’.   

   L’abr. cocchië ‘crosta (del pane), rosicchio (se vi si vedono i segni d’essere stato rosicchiato o comechessia mangiato), corteccia (del cacio), guscio (noce, mandorla, uovo, ecc.), coccio, coppia’ riassume diversi valori della radice che abbiamo analizzato.

 Tutte le considerazioni precedenti ci avvertono di come siano straordinariamente cangianti e versicolori i significati dei termini, i quali nella loro lunghissima vita, si sono incrociati  e hanno fatto conoscenza con molti altri sosia, spesso apparenti. Per questo la ricerca di un etimo incontra molti scogli e pericoli contro cui incocciano spesso anche persone ben addestrate, soprattutto se esse non si siano ben convinte di questa natura estremamente sfuggente delle parole.
   




[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A.Polla editore,Cerchio-Aq 2004.

[2] Cfr. Bielli, cit.

[3] Cfr. tutte e due le voci sub v. accuccà, nel Bielli, cit.

[4] Cfr. Bielli, cit.

[5] Cfr il seguente sito internet  in cui è dato anche il significato del verbo incocciare: https://www.ilgiornaledelcibo.it/come-incocciare-il-couscous/

[6] Cfr.Q. Lucarelli, Biabbà , Grafiche Di Censo, Avezzano –Aq, 2003 .. LucarelliQ. LucarelliQQ