sabato 24 dicembre 2016

Il termine "salario": un altro etimo imprevisto



   "La via Salaria affermano i più con una cert’aria di stupore mista talora a saccenteria è così chiamata perché venne costruita per portare il sale dalle saline del Lazio costiero alla Sabina, a nord-est di Roma spingendosi fino ai Piceni sul mare Adriatico". Oppure ci si corregge dicendo che il nome deriva dal fatto che lungo quella via avveniva il trasporto essenziale del sale. Questa seconda affermazione credo che si sia resa necessaria quando ci si rese conto che la prima effettivamente non sembrava accettabile.  Si è mai costruita in effetti una strada solo perché essa dovesse permettere il trasporto di questo sia pur importante alimento o di qualche altra merce? Molto probabilmente prima che la strada venisse resa carreggiabile esisteva già un tracciato percorribile da animali da soma che trasportavano di tutto compreso il sale, tracciato che poteva avere già il suo nome originario che magari andava a perdersi nella notte dei tempi. In questi casi il nome poteva trarre origine dalla natura essenziale della strada, cioè proprio dal suo essere un percorso, una mulattiera, una via.   Esiste in sanscrito infatti una radice sar-, sal- col significato base di ‘andare, scorrere’ che andrebbe a pennello per la denominazione di una via.  Ma c’è anche chi suppone che la Salaria fu così chiamata perché collegava il Tirreno all’Adriatico, dal lat. sal-u(m) ‘mare’. Non mancano,poi, nella odonomastica le vie Salara, Salera o del Sale.

    Con la stessa sicurezza si afferma da molti che il lat. sal-ari-u(m) ‘salario, paga, stipendio’ prende il suo nome dal fatto che i soldati e i magistrati venivano pagati con razioni di sale, alimento certamente prezioso oggi ma soprattutto allora.  La prima difficoltà per questa opinione la si incontra quando si viene ad appurare che i soldati romani, almeno all’inizio, non venivano pagati con razioni di sale: il cittadino romano, divenuto soldato, pagava di tasca propria tutto ciò che serviva al suo mantenimento (non solo il sale!) e al suo armamento, somma che però, da quando fu a lui assegnato uno stipendi-u(m) ‘stipendio’, veniva defalcata da esso in anticipo.  Sicchè qualcuno, per evitare l’impasse nella spiegazione del termine, suppone che comunque ci deve essere stato un periodo in cui il sale costituiva lo stipendio o parte di esso. Ora, si può anche pensare che lat. sal-ari-u(m) indicasse una razione di sale, ma riesce difficile credere che questo fatto avesse dato il nome all’intero stipendio.  Quando si tratta di trovare l’etimo di parole antiche e sono le più numerose si cade facilmente nel tranello di spiegarle ricorrendo esclusivamente al lessico della lingua cui esse appartengono.  Si pensa, insomma, che  prima di andare a cercare altrove bisogna a tutti i costi non distogliere lo sguardo dalle parole della stessa lingua che possono prestarsi alla comprensione di esse come avviene qui con il lat. sal-e(m) ‘sale’. 

   Non è ammissibile però supporre che una lingua nasca come a tavolino e che possegga parole, almeno nella maggioranza, che siano pura espressione di un’unica civiltà d’origine: quella che le avrebbe create secondo uno spirito rintracciabile nelle parole stesse. Nulla di più falso, invece, secondo il mio modo di vedere le cose.  Chi potrà mai, in un organismo che si perpetua da decine di migliaia di anni, come quello della lingua, rintracciare tutti gli innumerevoli rivoli che invece hanno dato vita ad esso e nello stesso tempo lo hanno via via modificato, lentamente ma inesorabilmente? E’ normale che accanto ad una parola facente parte di quella lingua da epoche immemorabili ne viva un’altra simile nella forma ma trascinata da un rivolo diverso immessosi in quel lessico solo successivamente nel tempo, di poco o di molto.  In questo senso il concetto di purezza di una lingua è solo espressione dell’orgoglio dell’uomo che non vuole morire nell’animo di ciascuno di noi, il quale è portato a credere di essere detentore di una lingua particolare, quasi avulsa da quelle degli altri.  Abbiamo dovuto già subire nel secolo scorso le nefaste conseguenze politiche legate al concetto di razza, concetto scientificamente falso. Ed io sostengo che tutte le lingue del mondo si sono formate da uno stesso meccanismo di fondo, la cui regola principale è l’estrema volatilità dei significati delle parole i quali derivano, a mio parere, da un solo concetto primordiale, così generico che non lo si può delimitare con precisione: spinta, forza, anima, vita, ecc.

    Ora, tornando alla radice sal-, credo si possano fare interessanti osservazioni circa alcune espressioni che la contengono, come quella ricorrente nel veneto lagunare che suona ciapà la sàla (con la /s/ sonora) ‘prendere il cibo della giornata’[1].  L’espressione, usata dai pescatori di ritorno dalla pesca, indicava il pagamento in natura che essi ricevevano dal datore di lavoro.  Solo che il significato letterale è ’prendere la gialla’, cioè – si interpreta- la farina di mais per fare la polenta. 

    La mia supposizione, invece, è che sia nella parola sal-ari-u(m) ’salario’ sopra citata, sia in questa voce veneta sàla ‘gialla’ ci sia nel fondo, prima degli incroci della radice rispettivamente con le voci per ‘sale’ e per ‘gialla’, proprio il significato di ‘paga, pagamento’ in denaro o in natura.  Infatti nel diritto germanico il termine sala indicava i documenti di rito con cui si attuava il passaggio di proprietà. Il termine doveva essere legato quindi al concetto di “vendita” o “acquisto”[2].   Non per nulla in inglese si incontra il sostantivo sale ‘vendita’ e il verbo sell (sold,sold) ‘vendere’ che in dialetti americani presenta un passato salde e un part. passato ge-sald, con radice preceduta dal prefisso ge-, usuale nei part. passati tedeschi[3].  Il bello è che in inglese si incontra anche l’espressione idiomatica to be worth one’s salt ‘essere competente, capace’ ma, letteralmente, ’valere la propria paga (sale)’, in altri termini cioè “ben guadagnarsi, con abilità e impegno, il proprio stipendio”, sia esso in denaro che in natura. E in quest’ultimo significato esso poteva concretizzarsi in ogni specie di cibo per il proprio sostentamento e quello della famiglia.  Anche in questo caso ritorna, come vediamo, il concetto di “sale” (ingl. salt) ad intorbidare le acque. E gli esegeti ci raccontano ancora una volta la falsa storia del pagamento dei soldati romani che avveniva col sale.  Sta di fatto che l’ingl. salt ‘sale’ è molto simile formalmente all’ingl. sale ‘vendita’ e non è affatto impensabile che nella notte dei tempi il termine si sia incrociato con quello per ‘sale’ confondendo le nostre idee, a meno che non abbiamo elaborato un metodo adatto che ci consenta di andare più in profondità rispetto allo strato superiore in cui il concetto di “sale “ la fa da padrone.  Inoltre in ant. norreno, lingua germanica, la voce sal valeva proprio ‘pagamento’. 

     Per le radici di it. sald-are, sia nel significato di ‘connettere stabilmente (metalli o altro)’ sia in quello di ‘pagare, chiudere’ riferito a conto o debito, sono propenso  a considerare sald- una variante, sin dall’origine, di quella dell’aggettivo it. sol-ido, e legata per vie molto profonde allo stesso concetto di “sale”: un solido cristallino composto di granuli simili a pietruzze nella forma.  Così si spiega anche il termine it. sal-gemma specializzatosi ad indicare il sale minerale, mentre all’inizio doveva indicare genericamente il sale, anche quello marino.  Sappiamo che in lat. il termine gemma valeva anche ‘pietra, pietra preziosa’.  Ma anche il lat. sal-e(m) ‘sale’ doveva indicare un granello o qualcosa di simile se si pon mente all’abruzzese sal-éttë ‘ghiaieto, greto (di un fiume)’, luogo appunto pieno di ghiaia e ciottoli[4]. Quindi sal-gemma nacque come composto tautologico per ‘sale’, anche se in latino esso non c’è. Per il mediolatino sal-petr-a(m) ‘salnitro’ vale lo stesso ragionamento: all’inizio la parola era un termine generico per ‘sale’ specializzatosi poi ad indicare quel tipo di sale prodotto da umide pietre e calcinacci. Il lat. pl. sal-es significava proprio ‘granelli di sale’ ma non perché, a mio avviso, questi granelli sono formati dalla materia sale (sineddoche), ma perché all’origine sal-, da solo, valeva proprio ‘granello, pietruzza’.

    Lo stesso it. pag-are a mio avviso non deriva direttamente dal lat. pac-are il quale, a detta di tutti i linguisti rinvierebbe al lat. pac-e(m) ’pace’  con la spiegazione che il pagamento metterebbe in pace il debitore (la lingua non opera in questo modo indiretto!).  Si tratta sempre della stessa radice pac- / pag- ma nel significato di ‘pattuire, fissare (un prezzo)’, senza passare per il significato più specializzato di pace, la quale comunque è sempre un portato del significato di ‘pattuire, concordare’.  Non c’è di ciò dimostrazione più chiara della frase latina di Ovidio non fuit armillas tanti pepigisse Sabinas ‘non era necessario acquistare (pagare) i braccialetti sabini a così caro prezzo’[5].  Letteralmente il nesso tanti pe-pig-isse vale ‘aver fissato, pattuito a così alto prezzo (tanti)’. L’infinito perfetto pe-pig-isse è relativo al verbo lat. pango, is, pe-pigi, pactum, pang-ere, un verbo che contiene la radice pac-/pag- di cui sopra.  





[1] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato, I dialetti italiani. UTET, Torino, 1998 s. v. sala.

[2] Cfr. T. De Mauro, Il dizionario della lingua italiana, Paravia, B. Mondadori edit., 2000.

[3] Cfr.   la voce sold nel vocab. Merriam-Webster.

[4] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla edit., Cerchio-Aq  2004.

[5] La frase è spesso citata nei vocabolari scolastici sub v. pangere

venerdì 25 novembre 2016

La voce regionale trappeto 'torchio, frantoio (per le olive)'

      

Incredibile! Sono numerose le volte che mi ritrovo ad usare quest’esclamazione quando scovo il vero etimo di una parola, diverso da quello ritenuto scontato da tutti o dalla maggioranza dei linguisti: segno che il mio metodo di lavoro, che va abbondantemente controcorrente, scende anche molto più in profondità rispetto agli altri, evidenziando significati molto più generici delle radici, tanto che queste possono riferirsi ad una rosa di termini molto più vasta di quella comunemente contemplata.

   Mi pare che tutti i linguisti riconducano il centro-meridionale trappitë  al lat. trapet-u(m) risalente al gr. trapēt-ès ‘torchio’, una glossa di Esichio, e alla radice di gr. trapé-ō ‘pigio l’uva’. 

   Ora, cercando qua e là nel web, ho incontrato dei post che parlano di particolari  tappeti della famosa città di Erice nel trapanese, i quali vengono localmente chiamati trapp-ìte, non tapp-eti. Di primo acchito si potrebbe supporre che la voce ericina sia uno storpiamento dialettale dell’it. tappeto, ma così non è. Questi tappeti, usati come scendiletti, sono composti da scampoli variopinti di stoffa cuciti insieme a formare spesso figure geometriche multicolori. Si tratta, insomma, del solito concetto di “connessione, combinazione, centone, unione, mucchio, serie, coacervo, struttura, ecc.” di cui ho molto parlato nei miei articoli. Il termine inglese trap o trap-rock indica una roccia costituita da una serie di colate di lava sovrapposte che danno l'idea di enormi gradini rivela lo stesso concetto o concetti di cui sopra: d'altronde anche il ted. Treppe 'scala' fa parte di questa serie. Cfr. oland. trap 'gradino, gradini, scaglione'.

   Anche un torchio è una struttura composta da vari elementi interconnessi e difatti la parola centro-meridionale trapp-ìtë e simili è usata per indicare non solo il ‘torchio’ ma anche altri strumenti che con esso non hanno nulla a che fare: cfr. gli abr.  tràp-ëlë ‘trappola’, trap-ël-ónë ‘trappolone, bindolo’, trap-ul-ìnë ‘bindolo’, trapp-ël-ìnë ’palettina’, trapp-iédë ‘treppiede’, trapp-ìtë ‘treppiede’[1]. Queste ultime due voci fanno pensare, travolgendo la credenza comune, che il termine it. treppiede ‘arnese a tre piedi’ non sia stato creato apposta quando il treppiede fu costruito, ma che esso sia una specializzazione di un termine precedente col valore generale di ‘strumento, sedia, ecc.’.  Lo stesso ragionamento va fatto per gr. tráp-eza (dor. tráp-esda, beot. trép-edda) ‘tavola, mensa’, il quale non è una forma contratta di un primitivo  tetra-peza ‘quattro piedi’ come tutti sostengono ma, a mio parere, appartiene alla serie di trapp-itë precedentemente mostrata. Una mensa è una struttura composta di vari elementi, in genere lignei. Il numero dei piedi è ininfluente per la sua denominazione. La radice si ritrova anche nello sp. trap-iche ‘frantoio’, sp. trap-icheo ‘traffico, intrigo, intrallazzo’  col quale ritorniamo al concetto di “intreccio, confusione”. La radice, quindi, non è necessariamente da ricondurre al greco storico, data la sua presenza in Sicilia, in Ispagna e in Gran Bretagna con significati molto diversi da quello di ‘frantoio’.

    Dobbiamo metterci in testa una buona volta che la Lingua non è una entità che sta lì pronta ad inventare le parole appropriate per ogni nuovo referente.  Essa sfrutta di norma solo concetti e parole già esistenti ab antiquo nell’economia del linguaggio, ma dal significato più generico, come è naturale, che si restringe e specializza di volta in volta proprio nell’atto di nominazione. Il problema l’ho trattato anche nell’articolo precedente Giochi dei significati delle parole… Il fatto era noto già al Saussure, il quale anzi si lamenta che la maggior parte dei filosofi della lingua lo ignorano, anche se nulla, dal punto di vista filosofico, è più importante.[2] E’ vano credere, come generalmente avviene, che la lingua sia un meccanismo formatosi in vista dei concetti da esprimere, i quali sono sempre o quasi il risultato fortuito di una specializzazione di termini dai significati di fondo più generici di quelli a cui danno origine. Si tratta di belle conferme che allargano felicemente lo spirito e non lo restringono.

   La stessa radice, ma con la labiale sonora, dà vita ad altri interessanti termini.  Il lat. trabe-a(m) ‘toga’ può essere inteso appunto come tessuto, cioè un intreccio di fili. Ma il significato poteva risalire anche al concetto di “coprire”, il quale rientra sempre in quello di “unire, porre insieme, mettere in contatto” di cui ho parlato altrove. Cfr.anche lo sp. trab-ar  ‘unire, collegare, bloccare’, sp. trab-uc-ar ‘confondere’, cioè un ‘mescolare insieme’. Stupendo è l’abr. trab-ùcchë ‘tovagliolo’, un panno, un tessuto.  C’è anche l’ingl. trapp-ings ‘abito da cerimonia’ oltre all’ingl. trapp-ing ’arazzo, gualdrappa’.

   Abbastanza noto è il trabocco o trabucco, una struttura lignea ancorata alla riva per pescare il pesce che si avvicina alla costa, metodo usato in Abruzzo e Puglia. Ora, si dà il caso che anche la rete (un intreccio di fili, dunque) impiegata in questo caso si chiami trab-occo. La struttura viene anche denominata bilancia e in questo senso il termine va forse segmentato in tra-bocco, richiamando il traboccare della bilancia di cui ho trattato in altro articolo.  La radice, con la dentale iniziale sonorizzata, riappare nell’it. drapp-o da un tardo lat. drapp-u(m), trap-u(m), forse di origine gallica.

   Alla genealogia delle parole capita quello che succede ad ognuno di noi quando disegna il suo albero genealogico.  Man mano che risale nel tempo l’albero diventa talmente ramificato che gli antenati di ognuno finiscono con l’essere antenati anche di tante altre persone, fino ad abbracciarle tutte. Siamo in effetti tutti parenti. Anche le parole finiscono per esserlo se le seguiamo a ritroso.
  
  




[1] Cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004.
[2] Cfr. F. de Saussure Corso di linguistica generale, pp. 103-4, nella traduzione di Tullio De Mauro, editori Laterza, Bari 1976.

giovedì 27 ottobre 2016

Giochi dei significati delle parole. Ancora grecismi nei nostri dialetti.

   
  Uno degli errori, se non l’errore più gravido di conseguenze, che gli etimologi commettono quando cercano di rintracciare il valore originario di un vocabolo è quello di non tener conto della pletora di significati che qualsiasi termine può aver avuto nel corso della sua veramente lunga storia la quale, contrariamente a quello che generalmente si crede, può spingersi ben addentro al vastissimo periodo preistorico del Paleolitico.  Questo fatto, poi, è tanto più sconvolgente quanto più si constata che la mutevolezza dei significati non è causata solo dal gioco dell’estensibilità figurata del presunto significato di base di un termine, in uno stadio qualsiasi della lingua o delle lingue in cui esso o la sua radice appare, e quanto più si constata  l’importanza del gioco casuale degli incroci con altri termini apparentemente simili nella forma e talora diversissimi nel significato, ma soprattutto quanto più si constata che il significato originario di un termine è talmente generico e vasto da poter comprendere in sé uno smisurato numero di significati ad esso subordinati che lì per lì sembrerebbero reclamare un’origine non comune ma separata.  In altre parole, il lavoro dell’etimologo viene a mio parere irrimediabilmente intralciato dal pregiudizio che ogni radice sia nata per designare un concetto o un referente determinato quando invece bisognerebbe prendere atto che essa, all’origine, ha un significato genericissimo uguale a quello espresso da tutte le altre radici e che solo attraverso l’uso in un dialetto e in una lingua la radice solitamente perde il suo significato generico per acquisirne uno più specifico subordinato a quello generico, rendendo così più precisa e agevole la comunicazione tra i parlanti.

E’ quello che a mio parere è successo anche al termine storico Fara.  Fin dagli anni del liceo mi è stato insegnato che esso indicava, tra i Longobardi, un insieme di uomini o famiglie legati tra loro da vincoli di sangue che li riconducevano ad un progenitore comune e che essa costituiva la base per la creazione di un contingente militare utile per le loro continue migrazioni insieme a donne, vecchi, bambini e animali affrontate a partire dal II sec. d.C., migrazioni che li portarono ad occupare gran parte dell’Italia, dal VI sec. d.C. fino all’VIII. La Fara era insomma pressappoco il corrispettivo di quello che, con termine tedesco, oggi si indica come Sippe ‘famiglia, schiatta, prosapia’.  Molti sono i paesi che in Italia hanno il nome di Fara o Farra che, secondo tutti gli studiosi, sarebbero la prova della presenza in quelle località di fare longobarde ivi stanziatesi sotto la guida di un duca, perché ogni fara ne aveva uno.  La fara è stata vista anche come un ‘popolo in armi in movimento’, secondo l’etimologia che vorrebbe ricondurre il termine alla radice del ted. fahr-en ‘viaggiare’.  Ma così non è. Perché se è vero che deve esserci stato, fra questi due termini, un normale incrocio che ha influenzato il significato di fara, è altrettanto vero che l’etimo deve essere a mio avviso cercato altrove. 

Nell’articolo Il parapetto del mio blog[1] ho già incontrato quella che per me è la radice appropriata della parola di cui si discute.  Alla nota 4, soprattutto, ho mostrato come l’ingl. fr-iend ‘amico’, che in scozzese vale ‘parente’ come in antico alto tedesco fr-iunt ‘parente’, con sincope della vocale /a/, debba essere collegato proprio all’it. par-ente e non al lat. par-ente(m) ‘genitore’, benchè le due radici, quella che indica un singolo membro di un parentado e quella che invece designa il generatore di una singola famiglia finiscano per coincidere: si pensi, per fare un esempio, al variare di significati tra lat. gent-e(m) ‘gente’ (complesso di famiglie nella Roma antica unite dal nome, dal capostipite, dagli usi religiosi, oppure ‘popolo, razza, nazione’), ingl. kind ‘genere,tipo’, ted. Kind ‘figlio, figlia, bambino, fanciullo’, ingl. kin ‘parentado, congiunti, famiglia, parente’ e ci si renderà conto come una stessa radice possa essere usata ad indicare sia il genitore che il generato (figlio), sia la singola famiglia costituita da un insieme di membri uniti da strettissimi vincoli di sangue, sia un insieme di famiglie, sia un più generico insieme di persone o cose. Di solito  si è portati a credere che questi significati si siano sviluppati tutti da quello iniziale di generare e non si sospetta minimamente che quest’ultimo invece potrebbe essersi sviluppato, ad esempio, proprio da un’idea precedente di “gruppo, unione, congiungimento” riferita all’atto sessuale degli animali che nella procreazione sono soliti copulare, appunto, dando luogo a quell’unione che è alla base di ogni gruppo possibile ed immaginabile di uomini, animali e cose.  Questo è il motivo per cui non si può sostenere, ad esempio, che il lat. co-et-u(m) ‘radunanza, aggregazione, scontro –cfr. it. ceto’ sia diverso e posteriore al lat. co-it-u(m) ‘coito’ che vale anche ‘congiunzione’ in senso generico. Ambedue presuppongono il verbo lat. co-i-re ‘andare (-ire) insieme (co-), riunirsi, azzuffarsi, associarsi, congiungersi sessualmente’ che ci ricorda come alla base di tutti i significati specifici dorma in genere l’idea primordiale di “movimento, spinta, forza”.  Lo stesso gr. koítē, almeno nel significato di ‘canestro,cesta, paniere’,  presuppone una matrice comune con le rispettive forme latine per ‘coito’ o ‘ceto’ prima che avvenissero le relative specializzazioni : una cesta è sempre un insieme, non di uomini ma di vimini.

Tornando alla fara dei Longobardi, variante secondo me della forma para di cui parlo nell’articolo Il parapetto sopra ricordato, mi pare di poter affermare che il suo significato originario indicasse il rapporto tra uomini legati tra loro da vincoli di consanguineità per via della loro discendenza da un antenato comune: anche in questo caso, come vado dicendo spesso in questi ultimi articoli, potevo risparmiarmi la fatica di andare a trovare l’etimo giusto, potendolo ricavare, starei per dire ad occhi chiusi, dal significato fondamentale della stessa parola fara

Cose straordinarie si scoprono se si va un po’ a riflettere su alcuni termini antichi riconducibili, come tra poco vedremo, alla parola in questione.  Il lat. farre-ation-e(m) o con-farre-ation-e(m) indicava una forma di matrimonio romano tra patrizi che avveniva attraverso l’offerta di una focaccia, che forse veniva assaggiata anche dagli sposi, a Giove Farreo (cfr. lat. far ‘farro’), presenti il Pontefice Massimo, il Flamine Diale e dieci testimoni.  Il verbo lat. con-farre-are valeva ‘unire in matrimonio’.  A me sembra impossibile derivare questo significato dal nome del tipo di grano indicato apparentemente dalla radice, cioè il farro. In effetti né il significato di ‘unire’ né quello di ‘matrimonio’, che nel fondo ribadisce sempre quello di ‘unione’, si possono ricavare da questa radice per ‘farro’.  Mi sembra altrettanto impossibile che l’idea centrale espressa da questo istituto matrimoniale, quella di “unione” appunto, la si debba ricavare dal farro una cui focaccia entra a far parte della cerimonia.  Perché mai la focaccia di farro ha tutta questa importanza, ammesso che veramente l’abbia avuta?  I linguisti sono troppo frettolosi, a mio parere, quando rimandano ad essa l’etimo di con-farre-ation-e(m) senza tentare nemmeno di giustificarne in qualche modo la presenza nella cerimonia. Queste concrete difficoltà si dissolvono non appena baleni nella nostra mente l’illuminazione chiarificatrice, secondo la quale la con-farre-ation-e(m) non è altro che un termine che contiene proprio la stessa radice del termine fara, nel suo valore fondamentale di ‘unione, congiungimento’, come quello che si concretizza nel matrimonio fra i due coniugi o anche nel significato di aggregazione della sposa alla famiglia dello sposo[2].  La cosa è a mio avviso dimostrata dal termine arcaico ingl. fere ‘compagno, collega, marito, moglie’ fatto derivare erroneamente dall’antico alto tedesco far-an ‘andare, viaggiare’ come il ted. Ge-fähr-te ‘compagno, amico’, il quale quindi non significava originariamente ‘uno che viaggia insieme con un altro’ ma semplicemente ‘uno pari o appaiato ad un altro’. Naturalmente l’incrocio col verbo far-an ‘viaggiare’, che pure ci è stato, non è avvenuto senza conseguenze: ha prodotto il significato aggiuntivo e complesso di ‘compagno di viaggio’ che si affianca a quello originario di semplice ‘compagno, amico’. La radice puntualmente rispunta nel lat. ferru-men o feru-men ‘saldatura, connessione, incollatura, materia per saldare’[3]Tutto ciò provoca un nostro ammirato stupore, per l’improvvisa facilità e abbondanza di riscontri probanti per le nostre tesi, unito al senso di vicinanza che percepiamo tra le lingue europee, molto maggiore di quello che eravamo abituati a provare!  Ripeto ancora una volta (come un mantra che dovrebbe scuotere le nostre coscienze o come una sorta di fissazione tipo la “Delenda est Carthago” di catoniana memoria) il pensiero di Einstein secondo cui una teoria è tanto più valida quanto più numerose sono le cose che collega.  

Una cerimonia, un rito hanno sempre bisogno, poi, di un minimo di gesti, usi, comportamenti che vengono alimentati quasi inconsapevolmente, nel corso dei millenni, dall’incrocio del termine che indica il nucleo dell’avvenimento con altri simili in superficie ma con significati diversi da quello originario in profondità, i quali possono finire col prevalere se nel frattempo il significato iniziale del termine è scomparso dall’orizzonte lessicale della lingua e vive magari solo in forme che solo lo studioso  riesce a scovare, come è successo in questo caso. Questo fatto inoltre dimostra ancora una volta che la rigida distinzione nel trattamento delle consonanti esplosive indoeuropee, come viene teorizzata dagli studiosi, la quale prevede la trasformazione in spirante /f/ della esplosiva labiale /p/ nelle lingue germaniche (cfr. lat. pater/ingl. father) deve essere corretta e spiegata in altro modo, visto che forme in spirante /f/ si incontrano anche in aree diverse da quelle germaniche, come quella latina. 

Il lat. farr-agin-e(m)  ‘biada, mangime misto per animali; mistura, miscuglio’ non trae il nome da quello del farro che è uno degli ingredienti insieme ad altri cereali (orzo, grano, ecc.) bensì dal significato di fondo della radice che è quella di “mescolanza, confusione, ecc.”, altra forma di ‘unione, congiunzione’ che può assumere un’apparenza più ordinata nello spagn. parr-illa ‘griglia’ con le sue stecche o ferri incrociati secondo un disegno.  Esisteva anche la variante lat. ferr-agin-e(m) con lo stesso significato che ha dato il dialettale fërr-àina in Abruzzo. Questo termine poteva riferirsi anche a piantine in erba di cereali, mietuti prima di maturare per il foraggiamento degli animali.  La radice compare a mio avviso anche nel gr. phár-os ‘tessuto, panno, tela, mantello, coperta, ecc.’.  Lo stesso termine greco vale anche ‘aratro’ e viene riportato dai linguisti alla radice di gr. phár-ynks ‘gola, faringe’ e accostato al significato di lat. for-are ‘forare, bucare’.  Ma non è così! L’aratro è una struttura, uno strumento composto di vari elementi incastrati tra loro, e quindi il termine qui ribadisce il concetto di “commettitura, congiungimento, unione, intreccio” sotteso anche a quello di “tessuto”[4].  Anche il lat. for-u(m) ‘ponte della nave’ ribadisce la cosa, in quanto il ponte è costituito da serie di tavole interconnesse. Il plur. fori indica ‘file di sedili, celle delle api, tavola da gioco (scacchiera)’, tutti significati relativi ad oggetti costituiti di più elementi.  La radice ricompare anche nell’egizio paar ‘tessuto’.  Le parole sono certamente più vetuste delle stesse piramidi d’Egitto e ingannano anche i linguisti, come dimostra la lunga storia di questo FAR -/PAR– che taluni vorrebbero confinare al ted. fahr-en ‘viaggiare’, senza tener conto dei suoi numerosi agganci sia in senso orizzontale che in quello della profondità. 

Da ultimo, per completare adeguatamente il quadro, bisogna assolutamente parlare della Festa delle Farchie che si celebra a Fara Filiorum Petri nel Chietino in coincidenza della Festa di Sant’Antonio Abate.  Le farchie sono fasci di canne che, legati da ritortole di rami di salice rosso, raggiungono il rispettabile diametro di circa 1 m. e un’altezza fino a 8-10 m.  La sera della vigilia della festa, il 16 di gennaio, esse vengono incendiate secondo un rito simile a tanti altri in Italia e in Europa connessi con antichissime festività preistoriche legate in genere al ciclo annuale del sole.  Ma in questo caso credo si possa parlare, per i motivi che subito dirò, di una festa che sanciva il raggiungimento di una stretta alleanza federale di piccole comunità preistoriche circonvicine, come la festa del Settimonzio della Roma primitiva, e che finì col confondersi con la festa del Santo di Padova.
 
Da ciascuna delle varie frazioni e contrade (12) del comune di Fara si muove, il giorno della festa, una farchia per raggiungere il piazzale della chiesa di Sant’Antonio.  Oggi essa viene trasportata da un trattore, in passato naturalmente da un carro trainato da buoi se non addirittura sulle spalle dei contradaioli.  Ora, che cosa possono rappresentare queste farchie nell’ambito di questa manifestazione tradizionale?  Il nome farchia deve ricorrere anche altrove in Abruzzo, come a Trasacco nella Marsica, dove indica appunto un grosso fascio di frasche che veniva acceso la sera della vigilia della festa di Sant’Antonio, ma indicava anche un normale fascio di frascame usato per l’accensione dei tradizionali forni per il pane[5].  C’è nel nome l’idea di fascio non disgiunta però da quella di fuoco.  Il sostantivo farchia deve provenire da una forma italica *far-cula non attestata ma altamente probabile, data la nostra ormai profonda conoscenza della radice FAR- che abbiamo detto indicare sostanzialmente un raggruppamento, una unione che in questo caso si concretizza nel fascio di frasche o canne con tutti i valori figurati connessi di stretta unione fra due persone (matrimonio), fra più persone (famiglia) o fra più famiglie costituenti la fara longobarda.  Ma poteva senz’altro indicare anche una probabile federazione di piccole comunità preistoriche limitrofe che per motivi economici, religiosi e militari avevano sentito la necessità di unirsi e di eleggere una sede comune che le rappresentasse tutte.  Ecco perché ancora oggi a Fara Filiorum Petri le farchie si muovono dalle numerose frazioni verso il sagrato della chiesa di Sant’Antonio, attualmente ai bordi del paese di Fara. Lì, seguendo i precisi comandi del capofarchia (come fosse un duca della fara longobarda), i contradaioli mettono ciascuna di essa in posizione verticale fissandola in modo che non cada. Sempre a Trasacco la parola farchia, oltre a designare una leguminosa simile alla cicerchia, ha il valore di ‘grossolana farina costituita dalla mistura di diversi cereali e usata per approntare un pastone per gli animali’.  
 
Date le precedenti considerazioni a me pare inattendibile la vulgata secondo cui le numerose Fara, Farra della toponomastica, sparse nel territorio italiano, sarebbero la spia dello stanziamento in queste località di unità famigliari e militari dei Longobardi.  Il termine l’abbiamo visto arrivare da molto lontano, sia nello spazio che nel tempo, e così poteva benissimo indicare un nucleo abitativo o una comunità (secondo l’etimo) risalente ad epoche di molto antecedenti a quella dei Longobardi. Il nome della frazione Leo-fara, ad esempio, nel comune di Valle Castellana nel teramano, mi sembra possa essere interpretato come composto da due radici tautologiche per popolo, comunità, paese: quella di –fara, che conosciamo, e di leo- dal gr. ōs ‘popolo, schiera’. 

Per dare un esempio della varietà di forme e di significato che una parola può assumere (e che a volte scompaiono senza lasciare traccia) faccio notare che a Palena-Ch si incontra la voce forchja che indica un caprile, un piccolo spazio delimitato da graticci di canne, un’altra forma di insieme, gruppo .  Il termine non può derivare da un lat. furc-ula(m) ‘piccola forca’ ma deve richiamare la radice del lat. for-u(m) ‘ponte della nave’ sopra citato, da un precedente *for-cula(m) non attestato. A Rapino-Ch, un mazzetto di canne (un altro insieme) infiammate, usato per bruciare le setole del maiale ammazzato, viene chiamato firchje, altra variante di farchja.  Sembra strano, ma non lo è: la variante porta con sé il ricordo, a mio avviso, dell’incrocio con un nome per ‘maiale’ incontrato nella notte dei tempi e poi scomparso: il ted. Ferk-el ‘lattonzolo, porcellino’, imparentato con lat. porc-u(m) ‘porco, maiale’.  Dimenticavo le ferchje (al posto di farchje) di Casacanditella, sempre nel Chietino.  Sembra di essere di fronte a certe varietà di forme apofoniche così frequenti nell’area germanica! La farchia in qualche dialetto indicava proprio un ‘tipo di canna’ con le cui foglie si impagliavano le sedie (cfr.lat. fer-ulam ‘ferula, canna’).  E’ facile immaginare che in questi casi la parola dovesse nascondere un significato generico originario di ‘erba, pianta, pollone,rampollo’ con riflessi semantici anche nel regno animale. Lo stesso lat. far ‘farro’ è una piantina come lat. far-far-u(m) o far-fer-u(m) ‘farfaro’, con radice raddoppiata, che è un tipo d’erba.

Il concetto di “fuoco, falò” che sembra accompagnare questo termine potrebbe non essere secondario, nel senso che esso non sarebbe stato indotto dall’uso cui la farchia è destinata.  Esso potrebbe essere effettivamente autonomo rispetto all’altro di ‘insieme, gruppo, fascio’.    E’ noto che il termine faro, la cui radice assuona perfettamente con quella di far-chia,  viene fatto risalire al nome dell’isoletta di Faro di fronte ad Alessandria d’Egitto dove esisteva un faro per la navigazione.  Ma taluni, a ragione, fanno notare che la parola potrebbe di per sé indicare ‘luce, splendore, fuoco’ se si tiene presente la radice greca PHA- ‘risplendere’ e i termini copti firi ‘risplendere’ e fra ‘sole’[6]. Si noti la somiglianza con l’ingl. fire ‘fuoco’, ted. Feur ‘fuoco’ i quali, più che essere considerati trasformazioni di un termine come il gr. pŷr ‘fuoco’ con la labiale /p/ iniziale, debbono a mio avviso essere visti come forme parallele intercambiabili esistenti già dai primordi.  Propendo a credere che nel teonimo Iuppiter Farreus, divinità cui si dedicava la focaccia di farro nella cerimonia matrimoniale di cui sopra, l’epiteto Farreus  fosse, prima che avvenisse l’incrocio con la radice di farro, un appellativo autonomo di Giove, dio della luce del giorno[7].   Il verbo lat. ferru-min-are ‘saldare’ (presente anche in italiano per via dotta) era usato in genere per i metalli e allora doveva alludere a saldatura a fuoco.  Nello stesso mito Prometeo ruba il fuoco agli dei nascondendolo nell’interno di una fer-ul-a(m) ‘canna’ e lo porta agli uomini. Allora la radice fer- doveva nasconderne un’altra per ‘fuoco’, come avviene spessissimo in questi casi.

Un’ultima osservazione si deve fare in merito al lat. ferr-u(m) ‘ferro’ ed è a mio avviso di notevolissima portata, onde io “del vedere in me stesso m’essalto” come il nostro padre Dante[8].  L’etimo di lat. ferr-u(m) dà molto da fare ai linguisti che restano molto incerti nelle loro proposte.  A mio avviso questo succede perché, anche in questo caso, mancano del metodo giusto.  Io ricavo l’etimo piuttosto facilmente da quanto ho detto precedentemente sulla radice FAR-/FER- e da una semplice riflessione sul minerale ferroso, dinanzi a cui si trovarono gli uomini che dovettero per primi nominarlo, naturalmente sfruttando, come avveniva quasi sempre, qualche termine già esistente nel loro vocabolario.  Infatti la cosiddetta magnetite, uno di questi minerali, si presenta come un insieme di cristalli cementati con materiale roccioso: una vera e propria ferr-agine(m) = farr-agine(m) ‘mistura (di cereali)’ o ‘impasto, ammasso’  dunque! E che dire di lat. ferra-mentu(m) il quale indica qualsiasi strumento in ferro, compresi l’aratro e il rastrello, come lo stesso lat. ferr-u(m)?  Ma se solo si riflette sul fatto che l’aratro fu inventato almeno 5-6mila anni prima della scoperta del ferro o almeno del suo uso industriale, e che esso era quindi costituito solo di elementi lignei, si deve dedurre che non solo il suo nome più diffuso di aratru(m) ma anche questo più raro di ferru(m) dovevano andare a perdersi nella notte dei tempi, data del resto la normale ancestralità di tutti i termini o, almeno, delle loro radici.  E ce lo conferma proprio il gr. phár-os che significa ‘tessuto’ ma anche ‘aratro’!  Il rastrello, usato ancora fino a ieri nelle nostre campagne, era normalmente di legno perché più maneggevole e meno costoso rispetto ad esemplari di ferro.  E’ pertanto vano pensare, come purtroppo siamo in certo senso costretti a fare oggi, che i ferri del mestiere siano una parola inventata successivamente alla scoperta del relativo metallo!  Nulla di più falso! La parola, inoltre, non indicava in via figurativa gli strumenti, bensì la struttura o composizione di cui essi si sostanziavano! L’it. inferriata sicuramente non è nato come ‘intreccio di aste di ferro’ ma solo come ‘intreccio’ e basta!  L’it. afferrare non è il risultato del mettere mano al ferro (una spada, ad esempio), come si pensa, ma solo un mettere la mano su, nel senso di ‘contattare, attaccarsi, impossessarsi’ e quindi ‘prendere (con forza)’ o ‘comprendere’ qualcosa. L’it. sferrare, in tutti i suoi sensi, ne rappresenta l’opposto attraverso il prefisso s- con valore privativo negativo. L’it. ferrato, nel senso di essere un valido conoscitore di una materia o argomento, non deriva dall’essere ben corazzato o armato ma piuttosto dall’essere ben saldo o solido nella conoscenza di quel certo argomento. 

La giurisprudenza un tempo prevedeva, tra diversi tipi di associazioni agrarie, la soccida di ferro (non so se sia contemplata ancora oggi dal Codice civile), un contratto di natura associativa in base al quale il locatore di un fondo lo cedeva in affitto al conduttore insieme ad un certo numero di animali senza partecipare agli utili e alle spese dell’allevamento, ma a condizione di riavere, alla scadenza del contratto, gli animali che aveva ceduto o, più precisamente, animali dello stesso valore di quelli che aveva affidati all’inizio al locatario.  Il contratto era chiamato anche locazione di ferro[9].  Ora vi sono due possibilità di spiegazione per questa espressione. Si sa che soccida corrisponde al nominativo lat. societas ‘società, unione, compartecipazione, accordo’, con ritrazione dell’accento tonico sulla prima sillaba.  Il vocabolo ferro o lo si considera una sorta di tautologia rispetto a soccida, e cioè un antichissimo termine per ‘accordo, patto, unione’ trascinato con sé, attraverso strati linguistici diversi, dal termine soccida subentrato successivamente o lo si può intendere come usato ad indicare la caratteristica fondamentale di questo contratto, costituita dalla parità del valore degli animali ceduti e di quelli riconsegnati alla fine dal locatario.  La voce arcaica ingl. fere ‘compagno, collega, marito, moglie’, di cui ho parlato già sopra, nei dialetti attuali britannici indica una persona  di rango o competenza uguale, pari[10]I due significati di ‘compagnia, società’ e di ‘uguaglianza, parità’ sono interdipendenti come sappiamo.  In abruzzese il sostantivo sòccë (ma anche sóccë – ad Aielli) vale ‘mezzadro’ o ‘socio di un accordo, in genere non scritto, di una sorta di soccida, mentre l’aggettivo sòcce/sóccë vale ‘pari, uguale’[11].  Lo stesso lat. firm-u(m) ‘fermo, solido’, che secondo me è ampliamento in /m/ di questa stessa radice FER-, ha dato in francese ferme che significa, tra l’altro, anche ‘locazione, affitto, appalto’: siamo quindi sempre vicinissimi al concetto di “accordo, contratto”.  La voce fërmèlla/frëmmèlla ‘bottoncino per camicie e grembiuli’ del dialetto di Trasacco[12] non ci può più nascondere la sua antica natura di ‘fermaglio’ o ‘strumento (per fermare, chiudere, connettere, unire)’.  Il fr. ferme significa anche ‘travatura del tetto’ che assuona bene, anche nel significato, con ingl. frame ‘intelaiatura, ossatura, montatura, cornice, ordinamento, sistema, forma, modulo‘(cfr. ingl. roof frame ‘orditura del tetto’).  Il gr. phorm-ós vale ‘cesta, stuoia, fascio, legno incrociato’, cioè un intreccio, un insieme.

A questo punto non si può trascurare il lat. forma(m) ’forma’ (dai molti significati tra cui, ad esempio, quelli di ‘cornice, ordinamento, sistema,modulo[13], presenti anche nel  citato ingl. frame) erroneamente considerata metatesi di gr. morphé ‘forma’: forse è vero l’inverso, il termine greco è metatesi del latino.  Il verbo lat. form-are significa ‘formare, plasmare, creare, istruire, educare, allevare’, tutti significati che a mio avviso scaturiscono da quello nascosto nel fondo di ‘mettere insieme, comporre, fare, lavorare’: la radice, non dimentichiamolo, è sempre quella, ad esempio,  di lat. ferru-min-are ‘saldare’, lat. firmu(m) ‘fermo, solido’, ecc.  Possiamo unire al gruppo l’ingl. to farm ‘coltivare, allevare (animali)’ che forse fu presa dal fr. ferme ‘fattoria, casa colonica’ ma più probabilmente è variante di ingl. frame ‘struttura’.  Buon ultimo arriva il lat. parm-a(m) ‘scudo piccolo rotondo’, dal gr. párm ‘scudo piccolo rotondo’. I nomi di questi oggetti naturalmente risalgono ad un periodo antichissimo quando essi erano composti di un’armatura in legno che sosteneva graticci di vimini, magari a più strati rinforzati da imbottiture varie.  Si trattava dunque di veri e propri strutture o strumenti nel senso etimologico di ‘composizione’.  Infatti il gr. hopl-on valeva ‘gomena, arnese, strumento, arma, scudo (pesante)’.  Il concetto di “rotondità” che accompagna la parma si ritrova, ad esempio, nell’ingl. frame che significa anche ‘orbita’. Ma doveva nascondersi anche nel lat. form-a(m), nel significato di ‘forma per fare il formaggio’, se è vero che nell’industria casearia il termine forma “indica un cerchio di legno rotondo in cui si versa il latte coagulato per fare il formaggio”(R. Nannini, 1561)[14].  I composti ingl. farm-house ’casa colonica’ e frame-house ‘casa con ossatura in legno’, che sembrano creati apposta per indicare i loro rispettivi referenti, in realtà dovettero nascere come varianti tautologiche indicanti semplicemente la ‘casa’, come avviene per la maggior parte dei nomi composti germanici. Mi fermo qui sperando di aver dilettato almeno un po’ qualche sporadico, paziente e gentile  lettore.

 Ora potrei anche lasciare questo mondo, soddisfatto del lavoro compiuto, se non proprio felice!






[1] Cfr. l’articolo Il parapetto del febbraio 2016 (pietromaccallini.blogspot.it).  L’articolo andrebbe letto prima di questo.

[2] In effetti il termine con-farre-ation-e(m) rivela lo stesso fenomeno da me riscontrato nel termine com-pan-atico, in cui il pane non c’entra nulla col significato profondo di ‘accompagnamento, unione’ che la parola a mio parere ha.  Anche qui il farro  non c’entra nulla col significato di ‘matrimonio, unione’ che essa indica (cfr. l’articolo Il flauto di Pan nel mio blog). La Lingua ci conferma ancora una volta che essa ama chiamare le cose per quello che sono, direttamente.  E che quindi dobbiamo essere molto ma molto guardinghi quando ci troviamo di fronte ai vari usi cosìddetti traslati o figurati o metaforici delle parole: nella maggior parte dei casi vi si nasconde un bluff!

[3] Naturalmente non credo che questo feru-men derivi da una radice indoeuropea DHER da cui deriverebbe lo stesso lat. firm-u(m) ‘fermo, solido’.

[4] Per il lat. aratr-u(m) e gr. árotr-on (cret. áratr-on)  non inganni il facile rimando ai verbi lat. ar-are ‘arare’ e gr. aró-ein ‘arare’.  A mio avviso bisogna pensare che il nome dello strumento sia formato da due radici tautologiche per ‘connessione, congiungimento’ rappresentate dalla nota radice indoeuropea AR (cfr. gr. árthr-on ‘giuntura, articolazione’ simile per altro ad aratro) e dalla voce gr. ētri-on, dorico átri-on ‘trama, ordito, tessuto’.  L’azione dell’arare deve essere vista, poi, come un congiungimento penetrativo del vomere e della terra la quale viene così quasi ad esserne fecondata, significato espresso da alcune parole greche della stessa radice.

[5] Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.  A San Marco in Lamis, nel foggiano, le farchie sono chiamate fracchie per metatesi e accompagnano la processione serale del Venerdì Santo.  Una volta avevano la grandezza di normali torce, oggi son o invece molto più grandi.
[6] Cfr. dizionario etimologico di O. Pianigiani in rete.

[7] Cfr. ant. iraniano far-nah ‘luce’, lat. for-n-u(m) o fur-n-u(m) ‘forno’, lat. for-m-u(m) ‘caldo’.

[8] Cfr. Inferno, IV, 120.

[9] Cfr. dizionario etimologico di O. Pianigiani in rete, s. v. ferro.

[10] Cfr. il vocabolario inglese Merriam-Webster.

[11] Ad Aielli, il mio paese, il proprietario che possedeva una sola vacca si metteva d’accordo con un altro proprietario che era nelle sue stesse condizioni, per poter formare una coppia di buoi necessaria per l’aratura.  Egli così diventava un sóccë ‘socio’.

[12] Cfr. Q. Lucarelli, cit. La voce fërmèlla ‘bottone’ ricorre anche a Chiauci-Is e altrove.

[13] Veramente è il diminutivo lat. formula(m) a significare anche ‘formulario’. L’ingl. form ‘modulo’, derivato dal lat. form-a(m) ‘forma’ fa supporre che anche il nome non alterato avesse in latino il significato di ‘formulario, modello’.  Ma soprattutto esso ci  induce a credere, a mio parere, che l’ingl. frame ’struttura, modulo’ doveva essere nei primordi preistorici una semplice variante di lat. form-a(m) presente su suolo britannico, o altrove nell’area germanica, già prima dell’arrivo dei Romani.  Il cacio-cavallo, che dà tanto da penare agli etimologi, per me è una normale tautologia. Il costituente –cavallo è della famiglia di ingl. wheel ‘ruota’, da antico ingl. cweel ‘ruota’.  La voce si è adattata poi ad indicare la forma rotondeggiante ( a pera) del caciocavallo. Cfr. anche la voce abruzzese cuèlla (ad Aielli) ‘una ciambella di legno di olmo o salice’ adattata al basto per farvi passare i legacci che assicurano la soma. Esiste nei dialetti abruzzesi la voce cuvéjjë, covélla ecc., che indica un ‘anello’ che fissa il giogo al timone dell’aratro.  La radice è quella di lat. cav-u(m) ‘cavo, concavo’, arcaico cov-u(m).  Per la verità si incontra anche la voce dialettale cóvo (Toscana), còvë (Abruzzo) ‘anello del giogo’ che rimanda direttamente al lat. co(h)um ‘incavo del giogo’ dove inserire o legare il timone, In Ennio cohum vale ‘volta del cielo’(cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani , UTET, Torino 1998). Ma non si può nemmeno escludere una radice in velare, come quella riscontrabile net ted. Kug-el ‘palla’.

[14] Cfr. M. Cortelazzo-P. Zolli, DELI Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli editore, Bologna, 2004, s.v. forma.  Nel dialetto di Rocca di Botte-Aq ricorre la voce cassu che indica ugualmente un ‘cerchio di legno di faggio’ dove si spreme la cagliata e si fa scolare per qualche giorno (cfr.M. Marzolini, “…me nténni?”, Arti grafiche Tofani, Alatri-Fr, 1995). Allora mi pare credibile che anche il lat. case-u(m) ‘cacio, formaggio’ dovesse indicare questo cerchio, data la sua quasi completa somiglianza col cassu suddetto.

giovedì 5 maggio 2016

I Rostri, la famosa tribuna del Foro romano. Etimo a sorpresa

                                  

Già da quando ero un appassionato studente ginnasiale mi fu insegnato che con il termine Rostra si soleva  indicare a Roma  la tribuna, il palco del Foro da cui parlavano, al popolo raccolto nella piazza del Comizio, i magistrati e i politici nelle varie occasioni della vita pubblica, e che quel nome derivava dall’uso di ornare quella struttura con i rostri[1] delle navi sottratte ai nemici vinti, anzi, si indicavano specificamente le navi degli abitanti di Anzio, gli Anziati (lat. Antiates), vinti nel 338 a.C. 

Ora, a parte la non completa affidabilità delle fonti relative alla battaglia di Anzio e a questo episodio delle prore delle navi i cui rostri sarebbero stati i primi di una serie destinata ad ornamento della tribuna degli oratori[2], e indipendentemente dall’uso dei rostri in genere con funzione ornamentale, certamente veritiero, esistono più che validi indizi linguistici a farci sospettare che in realtà, anche in questo caso, le cose siano andate in tutt’altro modo e che non furono i rostri delle navi a dare il nome all’antichissima tribuna calcata da grandi e piccoli personaggi della Roma repubblicana, di cui oggi non esiste più nulla tranne un basamento ad arco di cerchio tra l’altare del Lapis niger e la Curia Iulia.  Ma precedentemente, fin dai tempi più remoti della storia di Roma, un podio naturale per le autorità regie, in questo stesso luogo del Comizio, era offerto dalla rupe del Volcanale alla base del colle Capitolino. Forse non si è lontani dal vero se si immagina in questo posto, da cui Lucio Giunio Bruto avrebbe secondo tradizione arringato il popolo contro i Tarquini (509 a. C.), una prima tribuna in legno[3].

Ora, alcuni significati di termini che appaiono nei dialetti e che sono imparentati con it. rastrello e it. rostro, ci inducono a pensare, come spesso avviene, che gli etimi proposti dai linguisti per questi ultimi, riallacciati con assoluta sicurezza alle due radici simili di lat. rad-ere ‘radere, grattare, ecc.’ e di lat. rod-ere ‘rodere, consumare, ecc.’, rappresentino in verità semanticamente solo un limitato settore angolare rispetto ai significati che invece originariamente, nello stesso latino o contemporaneamente in altre lingue del mondo antico, le due radici potevano esprimere.  Questo ormai lo sappiamo è anche il motivo per cui le etimologie proposte dai linguisti, le quali rimandano spesso a significati particolari rispetto a quello più generico nascosto dietro di essi, lasciano a mio avviso spesso il tempo che trovano.  Dinanzi alla voce abruzzese  raštèllë ‘specie di cancello; greppia’[4] (che corrisponde formalmente al lat. ras-t-ellum ‘rastrello, sarchiello’ dimin. di lat. ras-tr-um o ras-ter rastrello’) non possiamo stare, in effetti, a lambiccarci il cervello cercando di derivarne il significato da quello di ‘radere’, senz’altro appropriato allo strumento chiamato ‘rastrello’ (e anche al sarchiello, che propriamente designa una specie di zappa) usato fino a ieri  nelle nostre campagne.  Esso serviva a raccogliere fieno falciato, smuovere la terra arata di fresco, ecc. ma di certo il suo nome non era adatto ad indicare un cancello, solitamente costituito da una struttura di stecche di ferro o di legno incrociate tra loro.  E allora come si spiega la coincidenza della denominazione? Si tratterebbe di semplice casualità? Niente affatto! Una cosa, però, è certa: non è il concetto di “radere” l’elemento semantico che immediatamente unifica i due arnesi ma, semmai, quello di “punta o (complesso) di punte”. Si pensi a come è fatto un rastrello: un lungo manico, in genere di legno, in una delle cui estremità è innestata trasversalmente una barra di legno in cui sono inseriti dei pioli, i rebbi, come denti aguzzi atti a raschiare e spianare un terreno morbido o ad accumulare e raccogliere erbe, foglie o altro.    Anche il concetto di “punta” è di per sé ambiguo, potendo esso prestarsi ad indicare la punta di un palo, ad esempio, ma anche l’intero palo, e non per sineddoche ma perché  sia la punta sia il palo sono due materializzazioni diverse dello stesso concetto di “spinta, protuberanza”: si pensi ad un palo piantato sul terreno: non è esso, anche senza essere appuntito, una protuberanza o punta rispetto al terreno stesso?  Il lat. rostr-u(m) ’becco, muso, sperone, rostro’, che può considerarsi variante di rastr-u(m), ci conferma l’assunto in quanto il termine poteva indicare non solo la punta (di un becco, di uno sperone, di un vomere ecc.) ma l’intero corpo dell’oggetto che la conteneva.  Il becco, poi, ricevette questo nome non perché esso era un organo (di uccello, in genere) atto a rodere e sminuzzare, ma perché era nient’altro che una punta simile a quella di uno sperone. Qualsiasi punta, comunque, si presta a raschiare: ecco quindi spiegato il motivo per cui questi concetti sono espressi da uno stesso termine, il quale però poteva coprire una serie di altri significati come stecca, palo, bastone, ramo, piuttosto lontani dall’altro.

Il gr. ém-bol-on che significa anche ‘rostro’ può darci l’idea concreta di quanto teorizzavo in precedenza, con gli altri suoi significati, riportati però erroneamente al concetto di “ciò che si introduce (cfr. gr. báll-ein ‘spingere, gettare’)” secondo i vocabolari: più precisamente, a mio avviso, il concetto originario era quello di “ciò che si protende”.  La preposiz. en ‘in, tra, dentro’ che inizialmente indicava il movimento verso alcunchè (o il movimento tout court) ha contribuito, con la sua specializzazione, a specializzare anche tutto il significato del termine. Infatti non si può assolutamente credere che il significato di ‘rostro’ discenda dal fatto che questo strumento era costruito per inserirsi nelle fiancate delle navi ed affondarle, come è spiegato in qualche vocabolario.  Ugualmente l’altro significato di ‘membro virile’ non può essere spiegato con lo stesso ragionamento, in quanto esso sarebbe destinato ad inserirsi nell’organo femminile! Roba da chiodi!  Nell’uno e nell’altro caso il significato di fondo è quello di ‘protuberanza’, indipendentemente dall’uso che se ne fa.  Altri significativi valori del termine sono: sbarra, paletto, cuneo, prominenza, lingua di terra, promontorio. Di questi anche i primi tre sono in effetti derivati del concetto autonomo di “protuberanza”, indipendente dal fatto che i rispettivi oggetti siano destinati ad inserirsi in qualcosa.

Da quanto detto finora può già balenare nella nostra mente la luminosa supposizione che con il termine Rostra gli antichissimi abitanti di Roma si riferissero direttamente alla ringhiera, parapetto e simili, di legno o di ferro, che dovevano pur esserci nella tribuna del Foro e che costituivano quindi una sorta di staccionata, inferriata, balconata alla quale gli oratori si appoggiavano nei loro più o meno ispirati e storici discorsi rivolti al popolo.  Oppure il termine poteva indicare, come vedremo, tutta la struttura della tribuna stessa.  La parola, con questi significati, dovette cadere successivamente in disuso, lasciando quindi tutto lo spazio al suo sosia specializzatosi ad indicare i rostri delle navi, la cui presenza nel luogo come trofeo di vittoria si rivela quindi un fatto del tutto ininfluente per l’etimologia del termine.  Si deve allora riconoscere che  anche l’abruzzese raštèllë ‘specie di cancello, greppia’ non può essere derivato direttamente dal classico rast-ell-u(m) ‘rastrello’ ma che esso è in rapporto con forme parallele più arcaiche, presenti nel latino parlato o anche in altre lingue italiche.  La teoria della Continuità Preistorica di Mario Alinei si rivela così sempre più veritiera[5].

Si dà il caso che in abruzzese esiste la voce rëštirë ‘ponte per murare o per dipingere in alto’, una vera e propria impalcatura, dunque, usata da muratori e imbianchini[6].  Nel dialetto avezzanese ricorre il diffusissimo ristiéra o rustèra ‘padella bucherellata, usata per arrostire castagne sulla brace’ ma anche ‘graticola, gratella’[7].  Questo secondo significato, che mi pare non appaia altrove, almeno nella Marsica, ci fa sorgere il salutare sospetto che l’etimo usuale di questo arnese (presente in ogni casa contadina di un tempo), sia in realtà menzognero, anche se nessuno, credo, lo ha messo mai in dubbio dato che esso sembra scritto a caratteri cubitali nel nome stesso: arrostitoio, attrezzo per arrostire, rostiera (la quale però in italiano indica una teglia da forno per cuocere carne) .  Il significato originario era in effetti quello di ‘graticola’, cosa che fa avvicinare il termine alla radice di lat. rostr-u(m) nel suo antichissimo valore di ‘inferriata’, come abbiamo visto[8].  La funzione di ‘arrostire’ non è necessariamente legata ad ogni grata, la quale aveva ed ha altre svariate funzioni.  Naturalmente c’è stato un incrocio tra i due termini per ‘graticola’ e ‘arrosto’, i quali vanno in realtà tenuti separati.   La radice rispunta a mio avviso nell’it. rosta, termine arcaico-letterario che ha il significato di ‘insieme di frasche disposte a ventaglio’ o di ‘intrigo di frasche che impediscono il passaggio’ e non ha bisogno di essere riallacciato ad un presunto longob. *hrausta ‘frasche, riparo’ che introdurrebbe altra radice con velare iniziale.  La radice di rosta è abbastanza attiva in germanico, con il ted. Rost ‘graticola, palafitta’, dan. rist ‘grata’, oland. rooster ‘graticola, lista’. Quest’ultimo significato riappare nell’ingl. roster ‘lista (dei turni), elenco, ruolo’. Una lista rientra nel concetto di “serie, successione, insieme”, ricorrente in questa parola.

La questione dei primi rostri che ornarono la tribuna di cui sopra, ha un po’ l’aria di una storiella  sviluppatasi dall’incrocio di termini ambigui.  Lo scrittore romano Celso (I sec.d.C.) e altri usano il termine di origine greca anti-ădes ‘tonsille’ che poteva circolare anche alcuni secoli prima a Roma, dove numerosa doveva essere la colonia greca. Sta di fatto che la città latino-volsca di Anti-u(m) ‘Anzio’ era posta su un promontorio roccioso espandentesi nel mare: una specie di sperone o rostro, dunque. L’etnico latino Anti-ates ‘Anziati’ andava a combaciare quasi esattamente con la pronuncia greca del greco anti-ádes ‘tonsille’[9] che faceva cadere l’accento sulla /a/ di –ádes, diversamente dal latino. Ora, il concetto di “tonsilla” deve rientrare in quello di “protuberanza”, il quale contiene anche l’altro di “punta”.  In effetti esisteva in latino anche il termine tonsilla(m) ‘palo aguzzo (fissato sulla spiaggia per l’acoraggio delle barche)’, oltre a tons-a(m) ‘remo’. Diveniva così possibile che il gr. anti-ádes ‘tonsille’ si incrociasse con qualche termine del latino volgare, simile ad es., al lat. antemn-a(m) ‘asta,antenna’ o che avesse un sosia con quel significato: allora potremmo sostenere con una certa sicurezza che esso, piuttosto che riferirsi ai rostri delle navi degli Anziati, era in realtà altro nome per ‘rostri’.  Nel lat. ant-es ‘filare’ ricompare il significato di ‘serie, successione’, presente anche nella radice di rostro[10] come nella voce dialettale lucana (di Gallicchio-Pz) andë ‘ponteggio per muratori’ dove rispunta propriamente il significato di ‘struttura, tavolato, impalcatura’[11]. La parola gallicchiese ha anche il significato di ‘fascia di terreno delimitata in alcuni lavori di campagna’ simile a quelli di Aielli e Trasacco nella Marsica indicati nella nota 10. Non sarà certamente un caso, infine, se l’it. anti-becco oppure  rostro è, in edilizia, un elemento della pila di un ponte, aggettante dalla pila stessa a monte e a valle, per agevolare il deflusso delle acque. I due componenti del termine hanno, va da sé, valore tautologico.
Arrivati a questo punto può sembrare eccessivo, ma non lo è, mettere in dubbio persino il nome del console che nel 338 a. C. avrebbe vinto gli Anziati, Caius Maenius, il cui terzo nome (in latino cognomen ‘cognome’) per taluni sarebbe Publius,per altri Antiaticus, forse in ricordo della vittoria su Anzio.  La colonna Menia di fronte ai Rostri nel Comizio, sarebbe stata eretta in suo onore.  Ma secondo altri nella stessa casa del console Menio nel Foro esisteva un’altra colonna Menia, il che potrebbe avvalorare la tesi che il nome in realtà anticamente valeva semplicemente ‘colonna’ o qualcosa di simile. Sta di fatto che il termine latino maeni-anu(m) indicava una balconata lignea sporgente da edifici del Foro (che permetteva un’ampia e comoda visione degli spettacoli che vi si svolgevano) o anche, secondo Plinio, la fila di gradinate negli anfiteatri.  Il nome, come al solito, viene riportato, anche dalle fonti antiche, al nostro Menio o ad un suo discendente del tempo di Catone il Censore (III-II sec. a.C.). Esso, comunque, è arrivato fino a noi nella voce centro-meridionale mignano, mignanu ‘balcone, pianerottolo’.  Il significato di ‘cavalcavia’ che essa assume nelle Marche[12] mi induce a pensare che il suo valore di fondo non dovesse essere quello di ‘balcone’ ma di ‘tavolato, steccato, ponteggio, struttura in genere’ (a Girifalco-Cz la ‘struttura’ si riduce ad un ‘corrimano’ e, altrove, ad una ‘cassetta di legno per piantine e fiori’!) e che la sua origine dovesse essere non necessariamente romana ma italica, con qualche riflesso in toponomastica come Mignano Monte Lungo, paese su uno sperone di roccia in prov. di Caserta.  Nella Vulgata si incontra un termine molto simile a maeni-anu(m), cioè moeni-anu(m) ‘muro’, ampliamento di lat. moenia ‘mura’.  Ci siamo!  In altri articoli abbiamo insistito sul concetto di “muro” equivalente a quello di “insieme, struttura”[13].  Altro che la falsa storia del console Gaio Menio!

Gli antichi, in mancanza di fonti storiche inoppugnabili, come in questo caso, cadevano purtroppo vittima dei diabolici giochi semantici che un termine vetustissimo ancorato ad un punto del Foro o altrove poteva innescare, cambiando attraverso i secoli di significato, come abbiamo visto per Rostra, o incrociandosi nel frattempo con altri.  I vari archivi di Roma, d’altronde, anche quando potevano chiarire qualche fatto, restavano purtroppo inaccessibili al privato cittadino, fosse pure un grande storico come Tito Livio.




[1] Il rostro era un vero e proprio sperone di bronzo di cui erano spesso munite le prore delle navi da guerra, con l’intento di perforare lo scafo delle navi nemiche e provocarne l’affondamento.  Il nome latino era appunto rostru(m) ‘becco, muso, rostro’.

[2] Gli storici latini successivi potevano registrare, in merito a questo episodio, solo quella che era una tradizione antica, probabilmente anche molto anteriore al 338 a.C., divenuta patrimonio di tutti per i motivi linguistici che dirò.

[3] E’ bene ricordare che l’it. tribuna sarà una forma parallela del lat. tribun-al ‘palco, tribuna,tribunale’.  La radice è molto interessante: ne parlerò in altra occasione.

[4] Cfr. D.Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.  Anche l’it. rastrello indicava un tempo un ‘cancello’ che veniva calato la sera dinanzi alle porte della città.  In siciliano il termine rastrello vale ‘cancello’.
[5] Cfr. articolo Il rosmarino [] nel mio blog (dic. 2013), per più notizie sulla Teoria della Continuità.

[6] Cfr. D. Bielli, cit.  Veramente nel vocabolario del Bielli compare la forma reštïre, con la dieresi sulla /i/ che non avrebbe motivo di esserci. Due sono, a mio parere, le probabilità: o si tratta di refuso al posto della semplice /i/ o manca una /e/ accentata subito dopo la /i/. Ma nella sostanza il fatto non incide granchè sul nostro ragionamento.  Sia detto en passant: per me il lat. pont-e(m) non rimanda ad una radice per ‘via, strada’, come pensano i più, ma al concetto di “struttura, impalcatura, tavolato” e la punta di cui parlavo più sopra, potrebbe esserne una variante. 

[7]Cfr. U.Buzzelli-G.Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq 2002.

[8] I nomi difficilmente cambiano nel corso dei secoli, anche quando gli oggetti che essi indicano cambiano forma, struttura, materiale.  Si pensi a quanta strada ha fatto l’originaria penna (d’oca) dal medioevo ad oggi!

[9] Il primo componente anti- va a mio parere confrontato con gr. antí-on ‘subbio dei tessitori’, una punta.

[10] Riflessi del lat. ant-es ‘filare’ sono i dialettali  anda ‘filare di fieno falciato e lasciato ad essiccare’(Aielli) e  and-ònë dallo stesso significato (Trasacco). 

[11] Cfr. sito web: www.dizionariogallic.altervista.org/lettera a 11 htm.   

[12] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato,  I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998 s. v. mignànu.

[13]  Cfr. gli articoli del mio blog  Il termine armento [] e Il “municipio” ovvero […] rispettivamente  del marzo e aprile 2014. Il mio blog: pietromaccallini@blogspot.it