sabato 1 settembre 2018

Le sviste di personalità eminenti in linguistica


            

                          
Le sviste di personalità eminenti in linguistica                             

Succede talvolta che anche personalità di spicco commettano errori che saltano agli occhi, suggestionate da una loro idea circa particolari fenomeni primitivi come la magia ad esempio, e non conoscendo a fondo i valori di una determinata voce dialettale presa in considerazione a sostegno di quella idea. Io ho sempre pensato che se un ricercatore avesse la ventura di conoscere capillarmente[1], non dico i dialetti di tutta l’Italia, ma anche solo quelli di una determinata regione, eviterebbe di commettere certe sviste e sicuramente molti fenomeni linguistici, anche rilevanti, potrebbero essere visti sotto una luce molto diversa.

   Ad esempio nel DESLI (Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana), scritto da M. Alinei e F. Benozzo, famosissimi linguisti, a pag. 89 si afferma, in una visione magica di certi fatti linguistici, che: «Sono numerosi i nomi dialettali delle scintille che fanno riferimento alle loro virtù magiche: in Abruzzo si chiamano calenn, cioè ‘calende’, dal latino arcaico kalendae ‘primo del mese, primi giorni del mese’: nei primi giorni dell’anno, infatti, si traevano gli auspici, con la stessa funzione divinatrice attribuita alle scintille; in diversi dialetti centro-meridionali si chiamano vecchie []; nel mantovano e nell’Appennino modenese e bolognese si chiamano streghe (strie, strèie, striàcce); in diversi dialetti si chiamano pulcini, pulci, piccoline, belline, carine, amichette […]; in alcuni dialetti alpini, infine, prendono il nome di occhi del diavolo». 

   Agli autori di questo brano doveva sfuggire,  a mio avviso, il termine calina ‘scintilla’ ancora vivo a Collelongo-Aq, paese della Marsica e presente anche nel dialetto di Pisoniano-Rm, sempre col significato di ‘scintilla’[2].  Ora, mi sembra del tutto naturale far derivare la forma calenn ‘scintilla’, meglio scritta calènnë (Introdacqua-Aq), da una precedente calina, piuttosto che da un presunto lat. kalendas ‘primo giorno del mese’.  Infatti abbiamo diversi altri termini abruzzesi, a seconda delle parlate, che evidenziano questo passaggio. Cfr. abr. carg-ènë < carg-ìnë < carrac-ìnë ‘fico secco’ (lat. caric-a(m) ‘fico secco’) nonché abr. capr-égnë, crap-égnë < capr-ìnë, crap-ìnë ‘caprino, puzzo di capra’[3].  La /a/ finale in alcune parlate abruzzesi diventa vocale evanescente /ë/.  La doppia /n/ di cal-ènnë si può spiegare in diversi modi: raddoppiamento della sillaba postonica, incrocio con un probabile verbo dialettale *cal-ent-are ‘scaldare’ o addirittura con lo stesso dialettale cal-ènnë [4]‘calende’.  O forse, tagliando la testa al toro, era  proprio il lat. kal-end-as ‘calende’ che, all’origine, doveva indicare direttamente la luna (in quanto luminosa) del nuovo mese, allorchè il calendario era basato sul ciclo astronomico del nostro satellite. Quindi il suo etimo non rimanda alla radice del  verbo lat. cal-are’chiamare’, come vogliono i più, ma, semmai, a quella dell’ingl. glint ‘scintillare’, ingl. dial. glent ‘scintillare, brillare, muoversi velocemente’, ted. glӓnz-en ‘brillare, risplendere’. Interessante l’espressione Diòs khalin-όs usata da Eschilo nel verso 672 del Prometeo, che letteralmente vale ‘la briglia di Zeus’ e che viene  intesa figuratamente come ‘forza di Zeus’: ma alle origini la locuzione doveva indicare, a mio avviso, l’essenza medesima di Zeus, la luce del giorno, racchiusa del resto nel nome stesso del dio.

  Che il valore etimologico di calina fosse quello di ‘scintilla, luce, fiamma’ lo conferma secondo me anche  un’altra voce, ad essa strettamente connessa, del dialetto di Pisoniano-Rm  che suona caglin-ella ‘lucciola’, cioè gallin-ella: anche questo coleottero era stato magicamente visto come una gallina? e insieme alle Gallinelle del cielo, cioè le Pleiadi che più naturalmente potrebbero trarre  il nome dal loro essere ‘splendori, stelle? Io sono convinto, poi, che la voce gallinella ‘lucciola’, prima di impadronirsi, mediante incrocio, della provvidenziale luce espressa da calina ’scintilla’, avesse il significato di ‘animaletto’, come ho spiegato anche nei precedenti articoli riguardo ad altri casi.  In effetti la gallinella, nei dialetti indica diversi coleotteri, come la gallinella del Signore ‘coccinella’ la cui specificazione naturalmente andrebbe spiegata come uno dei tanti nomi  per ‘coccinella’, ma lascio il compito ad altri o a mie future ricerche, anche per non allontanarmi troppo dall’argomento. La gallinella, inoltre, è il nome di diversi uccelli come la beccaccia, il croccolone e molti altri. Anche questi vittime della magia? No! Si dirà, però, di essi che sono simili a piccole galline, senza lontanamente supporre che potrebbe essere il contrario, cioè che è la gallina a somigliare ad altri pennuti o uccelli. E’ evidente, allora, che il lat.  gallin-a(m) ‘gallina’, appartenendo ad una lingua dominante, ha finito col soppiantare tutte le altre voci simili, sparse nei vari dialetti dell’Italia, contemporanei o precedenti ad esso, ed è così diventata la misura di tutte le altre, subordinando e allineando  i diversi valori, che esse avevano, al suo unico significato di ‘gallina’.  Secondo me, poi, il suo valore profondo di ‘anim-ale’ si presterebbe molto ad indicare anche quello di ‘soffio, spirito, scintilla’[5]. Una radice simile a quella di gallin-ella, nel significato di ‘luce, splendore’, si ritrova nel gr. gal-ḗnē ‘bonaccia, calma di venti’ che richiama il gr. gel-ân ‘ridere, splendere’ e il lat. galen-a(m) ‘galena’, minerale dalla lucentezza metallica.  Bisogna allora cominciare a pensare che il senso della magia dell'uomo primitivo si sia generato, o perlomeno rafforzato, proprio attraverso i numerosi incroci di questo tipo avvenuti tra le parole attraverso i millenni, e che quindi la magia non sia l’origine di certe denominazioni.

    Il lat. galli-cini-u(m) ‘canto del gallo’, ma più spesso ‘alba’, come lo intendiamo? E’ formidabile e camaleontica la Lingua! Come una gall-ina poteva prestarsi a indicare una lucciola così il galli-cini-u(m) avrebbe potuto indicare direttamente la debole luce dell’alba, perché la componente –cini-u(m) dovrebbe rispondere all’aiellese cën-ìca ‘scintilla’[6] e al secondo termine dell’espressione  gr. Hēphaístoio  kýn-es[7], letter. ‘le cagne di Efesto (Vulcano)’, cioè le ‘scintille’. 

    Per altri nomi delle ‘scintille’ citati nel brano di cui sopra mi limito a fare brevi cenni rimandando ad altro tempo una trattazione più ampia.  La parola strega l’abbiamo già incontrata, col significato di ‘fuoco’, nell’articolo  precedente Il termine “strega” e i suoi riflessi in lingue germaniche […].  La parola pul-cino per il secondo membro richiama, a mio avviso, la seconda componente di lat. galli-cini-u(m) sopra citato; la prima componente pul-  richiama il gr. poli-ós ‘grigio, bianco, chiaro’ e qualche epiteto esornativo relativo all’aurora[8]. Per il primo membro della voce bell-ina si può pensare, tra i tanti, alla festa di Bel-taine ‘fuoco di Bel’, cioè del dio celtico Bel o Bel-eno, termine il cui etimo vale ‘brillante’. Cfr. anche serbo-croato bijel ‘bianco’ e ingl. bale-fire ‘falò’, composto tautologico, se in inglese fire significa ’fuoco’. L’appellativo car-ina è da connettere col primo membro di gr. khar-opós ‘dagli occhi (-opós) brillanti (khar-)’.   Per picc-oline va senz’altro citato il gr. pygo-lampís ‘lucciola’ che letteralmente suona più o meno ‘ lucetta di dietro (pygḗ=natica)’: ma ormai lo sappiamo, non nascono così le parole, non ci si siede a tavolino e si descrive il referente dettagliatamente! I nomi riciclano materiale preesistente senza l’intervento della volontà di descrivere ex novo il referente da parte dell’uomo. Allora anche il nome di una famosa statua romana (II sec. d. C.) nota come  Venere o Afrodite Calli-pigia faceva riferimento, all’origine, alla singolare bellezza della dea (espressa tautologicamente  col concetto di “luminosità”) più che a quella delle sue natiche. Anche per gli occhi del diavolo mi limito a citare l’igl. devil-fire ‘fuoco fatuo’ o ‘fuoco di sant’Elmo’. L’ingl. devil vale ‘diavolo’. La parola meriterebbe qualche spiegazione ma ho deciso di fermarmi qui.  Spero di essere stato convincente.


  






[1] Con “capillarmente” intendo dire ‘tutti i vocaboli dialettali di ogni paese, cosa difficilissima.

[3] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. D.Bielli, cit.

[5] Una simile variazione di significato si nota nel lat. aura(m) ‘aria, soffio’ ma anche, in Virgilio, ‘luce, scintillio’.

[6] Veramente ad Aielli le scintille del focolare erano chiamate paréndë ‘parenti’. Le cën-ìchë erano quelle che uscivano, non so, dal tubo di scarico di una trebbiatrice a vapore, non ancora elettrica.  Esse insomma designavano tutte le scintille che volavano via da un fuoco all’aperto, resistendo per qualche tempo.  Il termine si ritrova anche in altri paesi marsicani col significato di ‘brace leggera, diventata quasi cenere’ e simili: si nota l’influsso di lat. cinis, eris ‘cenere’.

[7] Espressione del commediografo Alessi ( IV sec. a.C.).

[8] Cfr. le voci impoddile, impuddile ‘alba,gallicinio’ nell’articolo Parole sarde del DULS nel mio blog (giugno 2009).