giovedì 19 aprile 2018

"Ai tempi che Berta filava"


                                                   

   Il modo di dire in epigrafe ricorre anche nella forma negativa (Non) sono (più) i tempi che Berta filava e vuole significare ‘Ai tempi dei tempi, quando le cose andavano bene’.  Un tempo, dunque, situato in una dimensione di favola in contrasto con quella del presente che solitamente sentiamo, per certi versi, come una brutta copia del più o meno lontano e mitico passato. 

   Questa volta, non credo che mi dilungherò troppo, perché la soluzione dell’enigma costituita dal nome personale Berta è a portata di mano.  Come premessa dico solo che la mia interpretazione è talmente obbiettiva (mi scuso, col gentile lettore, di quella che può apparire come una mia arrogante sicumera) che non potrà essere messa in dubbio, al punto che sfido chiunque tra i miei pochi lettori, dotti o no, a farmi fare una pessima figura (e li ringrazierò per questo), proponendo una più realistica e scientifica soluzione.  I linguisti, pur essendo in genere molto più preparati di me nelle varie branche della materia, non sono purtroppo arrivati alla spiegazione vera di questa locuzione, e mai ci arriveranno, a mio parere, se non avranno prima capito e accettato il mio metodo esplicativo che, come un grimaldello, scardina con disinvolta rapidità ed efficienza quelle serrature che purtroppo risultano inviolabili con chiavi normali non calibrate adeguatamente. Fuor di metafora, bisogna che si riesca a capire che solitamente, dietro le parole chiave di qualche proverbio o modo di dire (ma anche in molte altre del lessico normale) come questo in esame, si nascondono vocaboli con significati tenuti ben nascosti da quelli di altre parole omofone sopraggiunte successivamente. A me l’assunto sembra del tutto chiaro, e lo vado ripetendo e dimostrando da gran pezza nei miei articoli. 

  Su questa Berta, che donnescamente filava, sono nate supposizioni e favole che possono riempire un libro intero.   Tuttavia la supposizione che va per la maggiore fa coincidere Berta con la madre di Carlo Magno o la sorella che portava lo stesso nome.  Ambedue furono costrette, secondo notizie romanzesche, a sostenere la propria vita filando umilmente la lana, a causa di improbabili rovesci economici.  Mi viene da esclamare: «Poveri linguisti! tutto quello che sanno fare su questa storia è scegliere, fra le tante, la versione tradizionale più convincente».  L’è tutto da rifare! osservava col suo accento fiorentino il gagliardo Ginettaccio commentando le tappe del Giro d’Italia, quando lui non correva più. 

   Ora si dà il caso che, nel dizionario online del dialetto di Gallicchio-Pz[1], si trovi, sotto la voce fëlà, l’espressione Cuànnë Vèrtula fëlavë resa in italiano con “Quando Berta filava, All’epoca in cui la gente era ancora onesta, Al tempo dei tempi”.   Siccome mi era sorto il dubbio che il nome Vèrtula potesse non corrispondere al diminutivo italiano Bèrtola, del personale Berta, chiesi informazioni direttamente alla signora Balzano, creatrice e curatrice del sito, la quale gentilmente mi ha precisato che quel nome proprio non esiste nel dialetto di Gallicchio e che lei l’aveva tradotto con l’it. Berta solo perché pensava, giustamente, che il detto dialettale ripetesse quello italiano.   Questo è molto interessante perché mi consente di affermare con grande sicurezza che il modo di dire gallicchiese è vicino a quello che doveva essere il testo originario del detto. La voce vèrtula dovrebbe essere stata scritta, all’origine, con la minuscola perché essa corrispondeva a qualche forma diminutiva di un termine *verta  o simile col significato di ‘fusaiola’ o anche di ‘fuso’, lo strumento con cui si filava la lana contenuta nella conocchia o rocca, ancora ai bei tempi della mia fanciullezza che rimpiango nostalgicamente. Credo sia superfluo ricordare il betacismo cioè lo scambio v/b e viceversa, abbastanza ricorrente nei nostri dialetti meridionali ma anche altrove[2]. La radice è quella del verbo lat. vert-ere ‘volgere, girare’, azione fondamentale impressa al fuso dalle abili mani delle filatrici che così torcevano la lana tirata a mano a mano dalla conocchia, trasformandola in filo.  Un ragazzo di oggi credo che a mala pena conosca il termine fuso ma abbia una vaghissima nozione dello strumento con la sua forma aerodinamicamente allungata, e che tanto meno conosca la parola conocchia o quella che da noi era chiamata la vert-ecchia[3], una fusaiola rotondeggiante che, inserita in fondo al fuso, serviva da volano al suo movimento vorticoso. Da noi, quindi, la radice del verbo vert-ere ‘girare, avvolgere’ serviva ad indicare la fusaiola ma altrove poteva designare il fuso stesso, come nell’antico alto ted. wirt, wirt-l ‘fuso’. Del resto essa nel ted. moderno torna ad indicare di nuovo, con Wirt-el, la fusaiola.  Nel dialetto gallicchiese si incontra anche vèrt-ulë ‘bisaccia’ che però non ha a che fare con la nostra locuzione , corrispondente all’altra forma lucana con betacismo bèrt-ula ’bisaccia’, anche calabrese e siciliana[4], derivante dal lat. avert-a(m) ‘sacco, valigia’ con aferesi della /a/ iniziale.

   Delineato questo quadro, tutto appare molto più chiaro.  Il modo di dire preso in esame voleva spiegare la diversità del presente, visto spesso come peggiore dei tempi andati, rispetto ad un passato più o meno mitizzato.  Ogni civiltà ha sempre creato la sua Età dell’oro. Il detto, rimaneggiato con qualche aggiunta, potrebbe essere espresso più chiaramente in una variante come questa: Sono finiti i tempi in cui le cose andavano meglio e la gente era più onesta, quando ogni cosa funzionava secondo il modo naturale ad essa connesso, cioè il fuso filava, l’aratro arava, la pecora brucava e la moglie non tradiva.  E sì, perché la suscettibilità dell’uomo nei confronti della donna, in passato molto più provocabile che ai nostri giorni, avrà trovato nel proverbio una conferma di quello che magari già andava sospettando, forse ingiustamente. 

   E i linguisti ancora non smettono, e mai smetteranno, di cercare con accanimento l’identità della fantomatica Berta, uno scherzo che la Lingua, la quale è vecchia di decine di migliaia di anni (la filatura mi pare risalga al neolitico), ha giocato nei loro confronti.  Oh! che cosa non darei per rivedere filare sulla scala con le vicine di casa la vecchierella  del leopardiano “Sabato del villaggio” e della mia fanciullesca memoria, vivida e dolente insieme!



[1] Cfr. sito web: http://www.dizionariogallic.altervista.org/index.htm.  Il dizionario, impeccabile nella veste grafica e nelle spiegazioni, è opera di Maria Grazia Balzano.

[2] Cfr. abr. bive ‘vivo’ (lat. viv-um), abr. vève ‘bere’ (lat. bib-ere), nel Vocab.abruzz. di Domenico Bielli; ital. arcaico boce ‘voce’, ecc.

[3] Cfr. lat. vert-ic-ill-u(m) ‘fusaiola’, gallicch. furt-ec-ille 'fusaiola'.
 
[4] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino 1998, sub voce bèrtula.  

venerdì 13 aprile 2018

Un attimo! voglio fermarmi a ragionare un po' sull'etimo di "attimo"


                
    Leggo su alcuni dizionari etimologici e alcuni semplici vocabolari l’etimologia che va per la maggiore riguardo alla parola it. attimo: dal gr. átom-os ‘atomo’, cioè una parte infinitesima di qualunque cosa, compreso il tempo. E il fatto è confermato addirittura dall’espressione greca en atómǭ ‘in un attimo’, letteralmente ‘in un atomo (di tempo)’, che ci viene dal Nuovo Testamento, scritto originariamente nel greco della koinḗ, come sappiamo.  Solo O. Pianigiani (1845-1926), nel suo Vocab. etimologico presente in rete, opta per una derivazione dal ted. Atem ‘fiato, respiro’, a. a. ted. atum ‘respiro,fiato’, perché la derivazione greca sarebbe dovuta avvenire per il tramite latino –dice lui-, che al suo tempo probabilmente non era stato individuato dai linguisti, dato che quel tramite effettivamente esiste: l’espressione lat. in atomo ‘in un attimo’, fotocopia di quella greca, si trova in Tertulliano (II-III sec. d.C.). Quasi sicuramente, però, il Piangiani intendeva dire che non esiste un genuino corrispettivo tutto latino del gr. átom-os, a parte la parola di Tertulliano presa di peso dal greco nella tarda latinità. Ma anche in tedesco l’espressione in einem Atem significa ‘in un attimo’ o ‘tutto d’un fiato’ come l’italiano in un soffio. Io credo che il Pianigiani avesse ragione, e ne indicherò subito il motivo.

   L’espressione gr. en atómǭ ‘in un attimo’ mostra tutte le caratteristiche di quelle locuzioni che io definirei innaturali, costruite, cerebrali.  Come mai essa compare abbastanza tardi in greco, e solo nel Nuovo Testamento (I sec.d.C.)? Normalmente lo stesso concetto indicato da questa espressione veniva espresso, sia nel greco classico che in quello della koinḗ, che è il greco diffusosi in quasi tutto il mondo antico dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), con altre espressioni, e, quello che più conta, immediatamente comprensibili per l’uomo greco, sia dotto che appartenente alla classe popolare, espressioni che mettevano in campo il concetto di ‘piccolezza, brevità massima’ che anche un ragazzino, che aveva cominciato ad apprendere la lingua, riusciva a capire senza eccessivo sforzo.  Espressioni che si ritrovano, generalmente, in ogni lingua. Ma per la locuzione en atómǭ la questione è tutt’altro che di facile comprensione.  Quando si cominciò a parlare di atomi, parti ultime infinitesimali, e non più divisibili, della materia, da parte di quei filosofi che furono detti appunto atomisti (Leucippo, Democrito, del V-IV sec. a.C.), naturalmente la lingua esisteva da decine di migliaia di anni e aveva trovato già i suoi modi di esprimere il concetto di “subito, in un soffio, sull’istante, in un istante, ecc.”; quindi, anche solo in base a questa riflessione, si dovrebbe almeno dubitare della genuinità della parola atomo, col valore di ‘istante’, nell’espressione di cui si parla.  Ma c’è molto di più.  In greco átom-os è essenzialmente un aggettivo dal significato di ‘indivisibile, indiviso, che non si può tagliare e che non è stato tagliato’: ora, ditemi voi, di grazia, come da questo significato l’uomo greco comune o di media cultura sia potuto arrivare a dare alla parola il significato temporale di ‘attimo, istante’ E’ semplicemente impossibile.  E non mi convince affatto la spiegazione che solitamente si dà intendendo atomo, in questo caso, come ‘parte piccolissima (del tempo)’. Il significato di ‘infinitamente piccolo’ si dovè sviluppare come conseguenza della teoria atomistica e certamente non prima; infatti esso appare abbastanza tardi, solo con Plutarco (II-III sec. d.C.).

   Questo tipo di spiegazione avrebbe potuto darla un filosofo o un intellettuale a partire dalla dottrina dell’atomismo, quando si sviluppò il concetto di “atomo” come parte ultima piccolissima della materia, ma sa anch’essa di un che di cerebrale: la Lingua non opera in un simile modo intellettualistico. Questo succede solo quando ci si trova davanti ad una parola incrociatasi nel tempo con un’altra che costringe l’etimologo a contorcimenti più o meno razionali per arrivare al significato originario della parola soggiacente, disturbata, nella forma o nel significato, dall’altra che vi si è depositata sopra.   Inoltre, se la parola fosse stata creata da qualche persona molto istruita a conoscenza dell’atomismo, come mai essa non si affermò nel greco classico, ma apparve solo molto più tardi nel Nuovo Testamento  (I sec.d.C.), nella lingua della koinḗ, per alcuni versi più aperta e popolare?   E come mai, questa parola fu usata solo per esprimere il concetto di “parte infinitesima” in una espressione temporale e non per designare parti ugualmente “infinitesime” del vario mondo reale in cui essa poteva sostituire alla grande concetti come ‘piccolezza, brevità, briciolo, granello, pulviscolo, ecc.’ rendendoli vieppiù espressivi?  

     La spiegazione, a mio parere, è una sola.  La parola nell’espressione di cui si parla in realtà non era quella originaria che era rimasta completamente sepolta sotto átom-os ‘atomo’.  Le parole a volte sono come vecchiette che non vogliono trasmigrare nel regno del nulla eterno e ricorrono a questi stratagemmi per continuare a vivere indisturbate e nascoste, l’unico modo loro concesso per restare in qualche modo a godere la vita, accontentandosi però solo di annusarla, guardarla di sottecchi, ascoltarla la vita, all’ombra della parola soprastante. Il termine  nascosto era senz’altro, a mio avviso, una variante di gr. atm-ós ‘vapore, esalazione’ (da cui deriva la nostra atmo-sfera), concetto molto vicino a quello di ‘soffio, fiato’ di ted. Atem che del resto si ritrovava anche nella parola greca simile  autm-é 'soffio, fiato, vapore, esalazione'.  Se ben si riflette, l’a. a. ted. atum ‘soffio, fiato’  si inserirebbe alla perfezione nel gr. átom-os ‘atomo’  generando così  la confusione fra l'atomo e il soffio. 

   Come se ciò non bastasse il greco átom-os ‘indivisibile’, aggettivo che può al neutro trasformarsi in sostantivo col significato di ‘atomo’, presenta anche una forma femminile.  Il vocabolario del Rocci, ma anche quello del Gemoll, riportano tra parentesi, per questa forma femminile dal significato normale di ‘atomo’,  il significato di ousía che in greco vale ‘essenza, sostanza, esistenza’.  Ora, per essere più sicuro di quello che penso bisognerebbe analizzare più a fondo i passi in cui questo termine ricorre, ma mi pare che si possa sostenere che anche qui conduca una sua vita dimidiata una parola sottostante col significato di ‘soffio, respiro, anima’ di cuisi è detto. Non per nulla nell’induismo  l’ atman, parola connessa col sscr. atman ‘respiro, anima’ e col ted. Atem ‘soffio, fiato’, indica l’essenza intima di ogni individuo, cioè la sua anima[1], termine che, come sappiamo, vale in latino ‘soffio vitale’ e gli animalia sarebbero gli esseri che ne sono dotati, compreso l’uomo.

    Forse non si è lontani dal vero se si suppone che la parola italiana attimo non derivi direttamente né dalla corrispondente tedesca Atem ‘fiato, respiro’ né da quella greca, copiata poi dal latino, presente  nell’espressione en atómǭ ‘in un attimo’.  Le tre parole greca, tedesca, italiana è molto probabile che esistessero nelle rispettive nazioni ab antiquo (quella italiana proverrebbe da qualche dialetto), portate da popolazioni cosiddette indoeuropee ivi sciamate lentamente a partire da diversi millenni fa, prima del formarsi delle rispettive nazionalità.
  
  




[1] Cfr. la parola greca ánem-os ‘vento’.

domenica 1 aprile 2018

Non veder l'ora


                                                                               

    Confesso che non avevo mai ben riflettuto sull’espressione italiana non veder l’ora (di fare qualcosa), e osservo che in genere i vocabolari vi girano attorno dandone sì la spiegazione ma astenendosi dal proporne un’origine.  Tra le poche lingue che ho potuto consultare ho notato che solo lo spagnolo usa un’espressione che sembra la fotocopia di quella italiana: no ver la hora.  Non penso tuttavia che una delle due lingue l’abbia presa dall’altra, ma che ambedue la derivino da uno strato precedente risalente ad un latino parlato, perché in quello classico si usavano altri modi per esprimere lo stesso pensiero.  Comunque sia, anche se l’espressione si fosse sviluppata in una sola lingua e poi passata all’altra, resterebbe sempre il problema di capirne il significato originario, che non sembra affatto dato per scontato.  Si potrebbe essere indotti a pensare che un forte desiderio, anche quando non sia espressione di una esigenza biologica, possa provocare, in chi ne è affetto, la sensazione di perdere la vista e, per questa via, arrivare a giustificare la locuzione suddetta.  Si suole in effetti dire non ci vedo per la fame, ma, se ci si riflette, questo modo di dire non è lo stesso di non vedo l’ora di pranzare.   Il primo vuole indicare tout court la causa impediente che provoca  in me l’obnubilamento della vista, il secondo, invece, sembra tutto teso a rivelare un forte  desiderio di arrivare al pranzo, che potrebbe essere sì provocato dalla fame ma, a seconda del contesto, anche da altro, come, ad esempio, dalla voglia di andare subito dopo a divertirmi, a fare una passeggiata o a trascorrere un’ora di piacere con amici o con una donna amata, o perfino dal piacere di gustare un pranzo prelibato che fa venire l’acquolina in bocca, anche se non si fosse molto affamati.  

     Una volta chiarito il senso di fondo dell’espressione si resta tuttavia insoddisfatti quanto al significato letterale preciso.  La lettera ci informa infatti solo sul fatto che l’ora (il momento) di fare qualcosa non la si scorge e pertanto potrebbe addirittura far nascere legittimamente la convinzione che essa andrebbe a pennello per esprimere non il desiderio, ma l’impossibilità di fare alcunché. Insomma, non vedo l’ora del pranzo dovrebbe più logicamente significare che io non potrò pranzare, resterò a digiuno saltando il pranzo, e magari dovrò attendere l’ora della cena, perché sto eseguendo un lavoro materiale o mentale così coinvolgente, o così necessario, che non posso assolutamente interromperlo o procrastinarlo.  O anche perché chi solitamente ha l’incombenza di preparare il pranzo è per qualche motivo assente, ed io che non so cucinare mi debbo adattare ad un frettoloso spuntino.

   A questo punto sembrerebbe inevitabile alzare le mani in segno di resa e dedurre, senza altre spiegazioni, che a volte la lingua è veramente illogica o almeno molto irregolare nel dar vita ai pensieri che vuole comunicare.  Ma questo succede, a mio parere, perché non ci rendiamo ben conto che le parole ci pervengono spesso da tempi lontani e anche remoti, remotissimi, in cui esse potevano avere significati anche molto diversi da quelli che ora ci mostrano in superficie.  Una prova di ciò possono darcela proprio alcune radici che significavano sia ‘guardare, vedere’ che ‘aspettare, attendere’ come il franco ward-ōn ‘stare in guardia’, da cui l’it. guard-are, e il ted. wart-en ‘aspettare’. Nell’it. guard-are è rimasto solo uno dei due significati originari ma in qualche dialetto rispunta anche l’altro, come negli abr. vardà e aguardà ‘aspettare’[1].  La voce aguardà ha subìto l’evidente influsso dello sp.  a-guard-ar ‘aspettare, attendere’.  Ricordo che quando ero un ragazzo ancora imberbe, mia madre qualche volta, quando l’acqua d’estate scarseggiava, mi mandava a “guardà” o a “guardà l’acqua” in una fontanella pubblica vicino casa nostra.  Già allora il verbo mi suonava un po’ strano, giacché non potevo certo capire che esso all’origine non indicava l’azione di ‘stare a osservare’ l’acqua, cosa un po’ ridicola, ma quella di ‘attendere l’acqua’, cioè il proprio turno per attingere l’acqua, visto che molte altre persone erano lì in attesa per lo stesso motivo. E ne ho viste di zuffe fra donne inferocite le cui idee sulla fila da rispettare evidentemente non collimavano!
  Anche l’ingl. wait ‘aspettare’ deriva da a. fr. waiti-er ‘guardare attentamente, osservare’, affine ad  a.a. ted. wahta, ted. mod.  Wacht ‘guardia’ con i quali ha qualcosa da spartire il letterario it. guat-are, diverso dall’it. guard-are sopra analizzato.  La stessa storia si ripete con l’it. a-spett-are proveniente dal lat. ex-spect-are ‘aspettare, attendere’: la radice spect- corrisponde a quella di lat. spect-are ‘guardare’ tratta dal supino del verbo lat. spic-ere ’guardare, osservare’.  Il latino in verità aveva anche il verbo ad-spect-are, più affine formalmente all’it. aspettare, ma col significato di ‘guardare’, non di ‘attendere, aspettare’. L’importante è che la stessa radice –spect- poteva assumere il significato di ‘aspettare’ oltre a quello di ‘guardare’, come attesta il sopra citato lat. ex-pect-are ‘aspettare, attendere’.

    Da quanto detto si può desumere che i concetti di “guardare, osservare” e di ”attendere, aspettare’  dovevano essere talmente simili, in diverse lingue, da poter essere contenuti in una medesima radice.  E in effetti, se ci si pensa un po’, si nota che alla base dei due concetti se ne trova un altro più generico ad essi sovraordinato: quello che esprime una tensione del nostro animo o della nostra facoltà mentale verso qualcosa o qualcuno che si trova nel nostro campo visivo, nel caso del significato di ‘guardare’, o verso qualcosa o qualcuno che attendiamo dal nostro più o meno prossimo futuro, nel caso del significato di ‘attendere, aspettare’[2].

Ora, la stessa tensione deve stare dietro al verbo vid-ere, sia che esso significhi ‘vedere’, cioè esercitare la facoltà della vista e percepire visivamente qualcosa che cade sotto i nostri sensi, sia che abbia, come spect-are, il valore di ‘guardare’, ‘essere prospiciente, dare su’ e simili, giacchè nei due casi la radice esprime sempre il protendersi idealmente o della nostra mente verso l’oggetto da vedere o di un edificio, un balcone, una finestra ecc. verso un luogo su cui guardano.  Io penso che anche il lat. in-vid-ere ‘invidiare’ debba essere inteso in questo modo, e non come generalmente si fa, considerando la preposizione in- come una negazione simile a ‘male’, cosa però poco usuale, e traducendo così il tutto con ‘lanciare uno sguardo bieco’ contro qualcuno o ‘gettare il malocchio’ contro una persona.  A me sembra che questi significati siano nati allorchè il verbo si specializzò nel significato di ‘vedere’ appunto, ma precedentemente esso ne aveva uno più generico (con in- illativo ‘verso, contro’) simile, ad esempio, a quello del verbo ad-vers-ari ‘avversare, contrariare, essere ostile, ecc.’ la cui tensione contro qualcuno è evidente, pur potendosi essa trasformare in una tensione positiva nel termine corradicale ad-version-e(m) ‘attenzione’ o nel verbo ad-vert-ere ‘volgere verso, guardare, vedere, ecc.’. Il lat. in-vidi-a(m), significando  anche ‘impopolarità, avversione’ contro un uomo politico non amato dal popolo, mi pare che abbia poco a che fare col concetto di “invidia, gelosia” bensì con quello di “ostilità, avversione, antipatia’, concetti che giustificano agevolmente quello di “rigettare, rifiutare, negare, rintuzzare” che il verbo in-vid-ere pur aveva. La radice di lat. vid-ere credo sia in rapporto con quella di ted. wid-er ‘contro’, a. sass. with, with-ar ‘contro, con’ ed altre lingue germaniche.  Secondo me essa riappare, con valore positivo, anche nel verbo it. guid-are derivante, attraverso il provenzale guid-ar, dal franco wīt-an ‘inviare in una direzione, indirizzare’. E non è escluso che il lat. vit-are ‘scansare, evitare’ ci sia pervenuto attraverso il concetto di respingere o declinare qualcosa che non piace e che avversiamo . Il lat. vet-are ‘vietare, interdire, negare, impedire, opporsi’ ha tutta l’aria di essere una variante della radice vid- nel significato di ‘avversare, essere contrario’.  Lo stesso lat. In-vit-are ‘invitare, accogliere’ presuppone un’idea di “spinta, incitamento” che può essere esercitata in una direzione o in quella contraria.  In Sardegna si può  facilmente sentir qualcuno chiedere ad altri di “invitargli un gelato”, cioè di offrirgli un gelato.   Tutto si spiega riflettendo sullo sp. en-vite ‘scommessa, spintone, offerta, proposta’ che però mi sembra diverso dalla radice di sp. in-vit-ar ‘invitare’ proveniente dal latino: probabilmente era una radice che si trovava in Spagna, in Sardegna e altrove da tempi preistorici col valore generico di ‘spingere’, il quale poteva poi specializzarsi in quello di ‘porgere, offrire’ ma anche di ‘indurre, allettare, invitare’.  Anche la “scommessa” si configura come una “posta (in gioco)” o una “offerta”. 

   E’ arrivata dunque l’ora di concludere l’articolo e di dare finalmente una spiegazione all’espressione, rimasta in sospeso, da cui siamo partiti, e cioè non veder l’ora (di fare qualcosa).   Dico subito che il significato originario che a me sembra il più probabile è: non posso attendere l’ora… nel senso di non sapere, non riuscire ad aspettare, tanto sono impaziente, l’ora in cui avverrà l’evento così desiderato.  Abbiamo visto infatti che la radice di lat. vid-ere ‘vedere, guardare’ poteva benissimo, nei primordi della sua storia, avere il significato di ‘aspettare, attendere’ come altri verbi esaminati, relativi all’area del senso della vista. Sappiamo poi che il latino era una lingua concreta e diretta, per cui essa faceva solitamente a meno dei numerosi verbi cosiddetti fraseologici e spesso riempitivi come appunto sapere, potere, riuscire, volere, che in italiano si accompagnano di frequente agli infiniti di altri verbi per specificarne il colore.   Perciò  il semplice non video horam ‘non vedo l’ora’ si può rendere in italiano con ‘non riesco (non posso, non so, ecc.) a vedere l’ora…’.  Infatti una frase latina come eum non fero si tradurre ‘non lo sopporto’ o anche, ugualmente bene e a seconda dei gusti o del contesto ‘non riesco a sopportarlo’ o ‘non posso sopportarlo’ o ‘non so sopportarlo’. E’ vero che l’espressione non affiora nel latino scritto che conosciamo, ma essa poteva certamente vivere nella lingua parlata come in qualche modo dimostra la sua presenza nello spagnolo no ver la hora ‘non veder l’ora’.  Anche altre lingue europee confermano lo stesso cliché dell’attesa per esprimere lo stesso concetto, come l’ingl. I can’t wait ‘non vedo l’ora’ ma letteralmente ‘non posso (non so) aspettare’.  Ricordiamoci di aver incontrato più sopra il verbo wait ‘aspettare’ che all’origine significava anche ‘guardare, vedere’.  In inglese si usa anche la locuzione I’m looking forward to…  per esprimere lo stesso concetto, col significato letterale di ‘guardo in avanti (con impazienza) verso..’. C’è sempre questa idea di “guardare”.    In tedesco si ha l’espressione ich kann nicht die Zeit erwarten ‘non posso (non so) aspettare l’ora…’. Il verbo er-wart-en ‘aspettare’ richiama il semplice wart-en incontrato più sopra, che aveva in lingue germaniche sia il significato di ‘guardare’ che quello di ‘aspettare, attendere’.  E’ sempre lo stesso cliché!  Chi ci libererà mai dalla mortifera ripetitività presente nelle cose della lingua e della vita? Eppure, nel mio piccolo, imbocco imperterrito sentieri mai calpestati da altri!

                                                              Deo gratias!
  
  
    




[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq  2004.

[2] Cfr. l’articolo Principi di gnoseologia, presente nel mio blog pietromaccallini.blogspot. it, agosto 2013.

lunedì 19 marzo 2018

Il gioco TOPATOPA 'nascondino' e molto altro.


                                                              

   A Lecce dei Marsi il gioco del “nascondino” veniva chiamato topatopa [1] e a Rocca di Botte-Aq topo topo . In altri paesi della Marsica, ad indicare lo stesso gioco, bastava la sola topa, come a Trasacco e Luco dei Marsi.  Ormai ben lo sappiamo, non bisogna credere per nulla che queste denominazioni siano dovute all’inventiva estemporanea di qualche ragazzo e che si siano poi affermate definitivamente.  La denominazione infatti ricorre non solo nella Marsica, ma anche altrove in Abruzzo, nel Lazio e addirittura a Milano (toppa) e nel Trentino (tupa).  Questo fatto depone a favore di una sua origine antica, preistorica, in direzione di un significato che doveva essere, né più né meno, che quello di ‘nascondino, luogo nascosto, tana, buco’.  In effetti un altro nome del gioco era proprio tana, diffuso in molte parti d’Italia.

   C’è un’altra osservazione importante da fare. In greco il termine tóp-os, il cui significato più diffuso e noto è ‘luogo’, indicava anche, in Aristotele, l’organo sessuale femminile (cfr. il vocab. Rocci). Ora, non si può negare che questo termine, a parte la desinenza –os, assomigli ad uno dei nomi più diffusi tra noi per designare l’organo femminile, e cioè topa.  Ma perché faccio un simile accostamento? Il motivo è che, a mio avviso, tutte le voci, dialettali o no, che si riferiscono all’organo sessuale femminile, anche quando sembra che esse indichino tutt’altro, in verità all’origine esprimevano, una volta tolte le incrostazioni superficiali, il concetto di “fessura, cavità, buco” come ho avuto modo di mostrare in alcuni articoli per alcune di esse[2].  E che cosa c’entra questo con la voce topa ‘nascondino’? C’entra perché secondo me questa voce, in tempi lontani o lontanissimi, doveva avere proprio il significato di ‘nascondino, nascondiglio, tana, buco’, cioè il nome stesso del gioco.  Solo che a questo mio saldo convincimento si oppone la vulgata di tutti gli studiosi secondo cui l’organo femminile suddetto è chiamato topa per via figurativa a causa della somiglianza dei peli neri del pube a quelli di una talpa o un topo, e rincarano la dose osservando che anche la sorca ‘organo femminile’ è così chiamata perché simile ad un sorco, sorcio, dal lat. soric-e(m) ‘topo, sorcio’.  E così sembra che, effettivamente, non mi resti che arrendermi e tacere.  Io, però, non demordo perché conosco le mille trappole che le parole, con le loro radici in vita da decine di migliaia di anni, fanno scattare prima di concedere la loro ben custodita intimità. 

   Il ragionamento dei linguisti, che sembra ineccepibile, mostra in realtà qualche punto debole che può inficiarne la validità: come mai solo il pube femminile sarebbe coinvolto nella somiglianza col pelo del topo e non anche il pube maschile, del tutto simile? La lingua, inoltre, che è solita nominare direttamente le cose (come ho mostrato sovente nei miei articoli), contrariamente a quello che appare in superficie, perché mai dovrebbe confondere i peli del pube con l’organo genitale femminile? D’accordo, questi sono solo indizi, anche se sufficienti,però, a mettere in dubbio la veridicità della vulgata dei linguisti.  Ma l’it. toppa ‘buco della serratura’ viene ad assumere in questo contesto la dignità di “prova”, insieme al milanese toppa ‘gioco del nascondino’, al sardo tupa ‘tana’ ma anche ‘buco della serratura’ e al trentino tupa ‘gioco del nascondino’, anche per la facile allusione dell’espressione “buco della chiave” all’atto sessuale, e ci conferma così il sempre presente principio che l’uomo, dando vita al linguaggio, ha normalmente indicato le cose realisticamente per quello che erano e non perché esse fossero simili ad altre che d’altronde, soprattutto alle origini, egli doveva in gran parte ancora nominare.  Siamo pertanto più attenti quando analizziamo i fenomeni linguistici e in questo caso non lasciamoci fuorviare dalla forza seduttiva del pelo, come recita anche un detto volgare. Questa forza del pelo ha inoltre permesso al locutore di scivolare inavvertitamente, quasi con naturalezza, da una parola realisticamente cruda e diretta per i genitali femminili verso l’uso di un termine omofono ma di significato diverso che comunque si prestava  ad indicare per via figurata ed eufemistica una cosa così pruriginosa come i genitali femminili: ma che si tratti per così dire di falso gioco eufemistico, perché sotto la superficie del termine ben si nasconde l’originario termine diretto e crudo, credo di averlo sufficientemente mostrato sopra, come del resto è avvenuto anche per la coppia fresca/fregna di cui ho parlato nell’articolo sopra citato. Pertanto è molto probabile che i numerosi termini, con cui viene indicato nei dialetti l’organo sessuale femminile, nascondano un meccanismo simile in base al quale si deve andare a cercare in fondo ai vari significati superficiali quelli di buco, cavità, insenatura, ecc. più direttamente rispondenti alla cosa da nominare. A rendere poi questa operazione non sempre facile c’è da notare che, in questi casi, le parole che indicavano direttamente i genitali femminili caddero dall’uso facilitando l’impressione, anzi, la certezza che, sotto i termini omofoni subentrati al loro posto, non ci fosse nessun altro termine da cercare: errore gravissimo che insieme a qualche altro ha impedito, a mio avviso, alla linguistica di aprire panorami nuovi nella ricerca, molto diversi da quello tradizionale.  Ma è un fatto che, se i termini con i significati nudi e crudi sono scomparsi, restano comunque, nei dialetti ma anche nell’italiano stesso o in altre lingue, diversi altri termini più o meno omofoni col significato generico di ‘cavità’, affine a quello di organo sessuale femminile.  Fatto che conferma la bontà di ciò che vado sostenendo.  Ma per tagliare definitivamente la testa al toro riguardo ai cosiddetti significati figurati o metaforici delle parole voglio fare l’esempio di una espressione che ho decifrato proprio qualche giorno fa.
   
    Mi sono chiesto perché, per definire una persona molto bassa, si usa dire, non sempre scherzosamente, “è un tappo, è un tappetto”.  Perché mai l’inventore, diciamo così, di questa curiosa espressione è ricorso al tappo, tra i tanti piccoli oggetti, sinonimi o meno di tappo, come cavicchio, zipolo, legnetto, cece, cicerchia, puntina, fuscello, pagliuca, ecc.? Dopo aver riflettuto un po’, poco convinto del significato metaforico di tappo, mi è venuto in mente l’aggettivo greco tap-ein-ós ‘umile, misero’ ma anche ‘basso (di luogo), basso di statura’.  In italiano tapino ha mantenuto solo il significato figurato di ‘misero, infelice, povero, ecc.’ e chi cita il termine greco solitamente dimentica questo significato che doveva essere quello concreto originario. La forma dialettale tappìnë[3] con la labiale raddoppiata ci fa capire che la parola dovette essere intesa ad un certo momento come diminutivo di tappo e questo favorì l’origine dell’espressione suddetta essere un tappo ‘essere assai basso’.  Ma poteva esserci in Grecia e altrove un sostantivo poi caduto in disuso, formato dalla radice dell’aggettivo tap-ino.  Le tappine in Sicilia e altrove sono scarpe basse, senza tacco, pianelle. Nella laguna veneta le tappine sono fondali bassi, secche. Anche nella lingua spagnola il termine tapón ‘tappo’ viene usato, familiarmente, per ‘persona bassa’. 

  Qualcuno fa derivare l’aggettivo tapino dall’ant.fr. tapin ‘nascosto, silenzioso’ di origine germanica, cfr. gotico tapp-jan ‘nascondere’, che per me è variante, nella radice, di it.topa ‘genitali femminili’ o it. topa ’nascondino’.  D’altronde anche l’ingl. tap ‘zipolo,tappo’, ted.occid. tap ‘tappo’, ted. moderno zapf ‘zipolo,tappo’ insieme all’it.tappo condividono con il verbo gotico citato la funzione di “nascondere” nel senso di  ‘coprire, chiudere’ in riferimento ai vari buchi di recipienti contenenti in genere liquidi.  Da non dimenticare la variante ingl. top ‘tappo’ come nell’espressione (bottle) top ‘tappo della bottiglia’ nonché il sardo tup-óne ‘tappo’, anche piccolo, in cui il falso suffisso –óne non è accrescitivo. La lingua è terribilmente versicolore, ingannevole e sempre pronta a mescolare le carte in tavola; infatti in questo caso cerca di insinuare nella mente del parlante l’idea che quel top abbia il normale significato di ‘cima, punta,apice,colmo’ del collo della bottiglia dove si trova il buco col tappo.  Ma a noi non ci frega! Sappiamo che la parola deve indicare la cosa in sé e non per via metaforica. Infatti il verbo to top vale anche ‘coprire’, significato che scivola facilmente in quello di ‘chiudere’, e in diversi altri. E in effetti se ci si riflette un po’ il significato di ‘essere in cima’ in questo caso non è altro che lo sviluppo del significato di ‘coprire’: qualcosa che copre un’altra cosa, deve stare spesso in cima, sopra all’altra, non importa se con contatto o senza. La parola top è usata anche per indicare una vasta gamma di indumenti della parte superiore del corpo, compreso il reggiseno: da quello che abbiamo detto, però, il concetto di ‘parte superiore’ nella definizione del termine è qualcosa che è subentrato successivamente, per via dell’incrocio di top ‘cima, vertice’ con l’originario *top ‘copertura, coperta ’ e quindi ‘giacca, maglia, indumento’, col quale siamo tornati, se vogliamo, all’italiano  dialettale tupa ‘cavità, buco, tana, nascondino’ e dialett. topa ‘genitali femminili’ . Ma c’è ancora l’it. toppa (rammendo di uno strappo) il cui senso originario doveva essere quello di chiusura, ostruzione, copertura e di pezzo di stoffa che si prestava a riparare un buco, uno strappo in un indumento. E l’it. in-toppo nel senso appunto, di ‘ostacolo, ostruzione’ dove lo mettiamo?. La ciliegina sulla torta è per me rappresentata, però, dal nome composto inglese top secret ‘massimo segreto ’ che, come ho mostrato per altri composti in altri articoli, inizialmente doveva essere una tautologia in cui la prima componente top aveva lo stesso significato di secret ‘segreto, nascosto’ di origine latina.  Successivamente l’espressione si è prestata, a causa dell’incrocio con top ‘massimo’, ad esprimere un segreto particolarmente riservato. Allo stesso modo dobbiamo toglierci dalla mente che l’it. topaia ‘buco di topi, bugigattolo, stamberga’ deve il suo nome a quello del roditore. Diceva pressappoco il Saussure che la lingua, contrariamente all’idea falsa che ce ne facciamo, non è un meccanismo creato apposta per la descrizione dei concetti che deve esprimere[4]. Essa si arrangia come meglio può, riciclando spesso parole che originariamente avevano un altro significato, fortuitamente sostituito da uno più moderno e diffuso, proprio di un altro termine omofono.

   I riferimenti relativi a questa radice non finiscono qui.  Anche il lat. tub-u(m) ‘tubo, condotto’ e il lat. tub-a(m) ‘tromba’, ingl. tub ‘mastello, tinozza’, ted. Topf ‘pentola’ in quanto  “cavità”,  fanno parte della stessa famiglia unitamente alla variante oscoumbra tufa che continua in svariati dialetti italiani nelle forme tofa, tufa, tuva, ecc. indicanti una grossa conchiglia tortile di forma conica usata un tempo da pescatori e pastori a mo’ di tromba.[5]  Nell’antichità latino-greca la tofa era simbolo di fertilità femminile per ovvi motivi, credo, data l’apertura della conchiglia che dava l’idea dei genitali femminili o della cavità conica dell’utero. Ma poteva anche darsi che in qualche lingua con quel termine si indicassero chiaramente i genitali femminili: cfr. il gr. top-os 'genitali femminili' sopracitato. In napoletano un insulto rivolto a madri o sorelle di qualcuno era quello di tofa  che significava e significa ancora ‘puttana, zoccola’, voce quest’ultima che ha nei dialetti due significati, quello di ‘topo di chiavica’ e quello di ‘puttana’ oltre a quello di ‘organo sessuale femminile’[6]. In paesi dell’Estremo Oriente ancora oggi si suona questa conchiglia in occasione di cerimonie relative alla fertilità e alla nascita. Era qui allora che, a mio avviso, gli etimologi dovevano cercare per trovare la spiegazione del dial. topa ‘organo sessuale femminile’! Ma la voce topa ‘femmina del topo’ o anche ’talpa’ era la più comune, la più diffusa e anche la più a portata di mano nel nostro cervello, sicchè si superò anche il naturale ribrezzo che il roditore, in specie quello di fogna, suscita e che avrebbe dovuto in qualche modo impedire il paragone tra i due referenti. Le due tope, insomma, erano a mio parere impossibili da paragonare vicendevolmente in quanto generanti sentimenti diametralmente opposti: attrazione e repellenza.  Della stessa famiglia sono a mio parere le voci dialettali corse tofone, tufone, tafone[7] ’foro,buco,burrone’ nonché il gallurese tavoni ‘breccia, buco nel muro’ e la voce tàfano ‘ano’ del dialetto di Aielli-Aq, il mio paese, e di altri.

   La topa è una imbarcazione (quindi una cavità) a fondo piatto della Laguna di Venezia, che nel nome richiama l’ingl. tub ‘tinozza’ sopra citato’, termine che vale anche ‘sorta di imbarcazione’. A Frassinoro-Mo la voce topa indica un copricapo a busta realizzato con pelliccia, simile al colbacco, e lo si fa derivare da topa ‘genitali femminili’ ma si trascura il fatto che topa  è anche un termine hindi che indica varie specie di ‘copricapi’ o anche il ‘cofano’. Nel caso della topa di Frassinoro ritorna la tentazione di crederla derivata figuratamente dall’idea di ”pelo, pelame”  connessa con quella di “topo”.  Il fatto è che la radice top aveva già in ingl. dial.  il sign. di ‘ciuffo, bioccolo’ come in ingl. tuft ‘ciuffo, fiocco ’ e ant.fr. top ‘ciuffo’; quindi, anche per questa via si dovrebbe escludere il tentativo di collegare i termini alla peluria del roditore. Ma c’è da supporre che questi significati di ‘ciuffo, pelame’ rinviano all’idea di “insieme, gruppo, unione’, già adombrata nel significato di ‘coprire’ che la radice come abbiamo visto aveva; infatti l’idea di “coprire” coinvolge anche quella di ‘stare addosso, formare un gruppo, un insieme, una massa’ come risulta evidente, ad esempio, nella voce del dialetto di Trasacco-Aq toppë ‘gruppo di persone, assembramento, capannello di gente, bioccolo, groviglio, grumo di farina’.  Da questo si capisce bene anche l’origine del dialettale abruzzese toppa ‘zolla’ e toppa ‘palla di neve’, nonché il sardo tupa ‘macchia, cespuglio’ che abbiamo più sopra incontrato ma col significato di ‘tana, buco della serratura’.

  Questa radice TOP- ha avuto la fortuna, dunque, di conservarsi, con le sue varianti e con gli svariati significati, riallacciabili comunque gli uni agli altri, in diverse lingue o nella stessa lingua.  Naturalmente non credo di averli elencati tutti. Qualcuno è rimasto fuori.  Ma è ora di passare ad analizzare velocemente, per non rendere l’articolo troppo lungo, l’altra voce dialettale sorga, soreca ‘organo sessuale femminile, che avevamo introdotta all’inizio dell’articolo e da cui pare derivare anche la voce regionale zoccola, più sopra citata, attraverso un diminutivo lat.*sorc-ula(m) da lat.sorex, -icis ‘topo’, incrociato con it. zoccolo da lat. volg. *socc-ul-u(m), diminutivo di lat. socc-u(m)’zoccolo,sandalo’.

    La radice di soreca, sorega deve essere quella di gr. sarko-phágos ’sarcofago’, parola che i greci credevano erroneamente che indicasse una pietra calcarea che consumava (-phágos) rapidamente la carne (sarco-) dei cadaveri.  La verità è che essi si trovarono di fronte ad un composto il cui significato superficiale era cetamente quello, ma in epoche preistoriche esso dovè indicare proprio il ‘sarcofago, cassa da morto, urna, loculo’ in quanto ‘cavità’.  La radice della prima componente secondo me è la stessa di gr. sarg-ánē ‘canestro, cesta’, gr. sṓrak-os ‘paniere, cestello’, gr. súrikh-os ‘paniere, cestello’, in quanto ‘cavità’, non importa se fatta di vimini o altro, anche se radici per l’uno e l’altro concetto si saranno senz’altro incrociate.  Il termine che taglia la testa al toro è sarrac ‘seppellire, sotterrare’[8] del dialetto di Trasacco-Aq. e sarrac ‘sotterrare, nascondere’[9] di Luco dei Marsi-Aq.  Qui il raddoppiamento della liquida /r/ sarà dovuto alla necessità di distinguere il verbo dall’altro in uso dalle nostre parti ed altrove e cioè saracà ‘battere, percuotere’.  Le citate parole greche per ‘canestro, cesta’ sono ampliamenti e varianti della radice di gr. sor-ós ‘serbatoio, urna, cassa da morto, bara’, gr. sor-éllē ‘urna cineraria’. Molti sono i termini sparsi in molte parti d’Europa che hanno il significato di ‘indumento, camicia’ in quanto ‘cavità’ che avvolge e copre, com ingl. dial. sark ‘camicia’, rum. sarica ‘mantello di lana’, lat. sarc-ina(m) ‘fagotto, bagaglio, involto’  che non va accostato direttamente al verbo sarc-ire ‘cucire’, per quanto i due concetti, che a noi appaiono diversi,  possono trovare un punto di contatto nell’idea di ‘unione, connessione, accumulo, compressione, avvolgimento’.  Per questa via si può arrivare a spiegare facilmente anche l'it. sar(a)cin-esca, in quanto 'connessione, cucitura, chiusura', allontanando così anche l'ombra fastidiosa dei saraceni che ne avrebbero inventato l'uso. D'altronde la parola era lì con  tutta la sua forza evocatrice e non si poteva nemmeno lontanamente supporre che essi avessero dato alla parola solo il contributo, forse, della /a/ tra parentesi a causa dell'incrocio tra i due termini simili.  E' stata proprio la facilità ad individuare abbastanza spesso le più probabili radici, che non mi pare faciloneria, ad avermi dato la forza di continuare per tanti anni nella ricerca, e a convincermi sempre più della reale produttività del mio metodo d'indagine.  

    L’ingl. dial. sark ‘camicia’ sopra citato,  presenta varianti numerose in Europa, oltre l’ant. ingl. serc, serce, con significati uguali o un po’ diversi  come ant. sl. sraka ‘tunica’, russo soročka ‘camicia’, bosniaco saruk 'turbante', rom. sarica ‘mantello di lana’ , finland. sarkki ‘camicia’, lit. sarkas ‘camicia’, russo soreka ‘antico copricapo femminile’, abr. sàrica ‘camiciotto di lino usato dai contadini al lavoro’,  abr. sàrëchë ‘giubba’[10]. Il tipico copricapo filippino fatto con foglie di bambù è chiamato, da una lingua locale, sarok. Non può essere scartato nemmeno il sarong, il drappo di cotone o lino avvolto intorno alla vita, in molti paesi del sud-est asiatico, se esso significa etimologicamente 'guaina, copertura', secondo il dizionario Webster.  Ce ne sono altri nei dialetti italiani. In questo contesto è molto interessante, per scoprire i numerosi influssi reciproci delle parole, riflettere su alcune definizioni come quella dell’abr. surëc-onë ‘topo tettaiolo’ che formalmente sembra solo un accrescitivo di abr. sorëchë ‘sorcio, grosso topo’, parola che però nei dialetti già di per sé esprimeva spesso  la dimensione accrescitiva, indicando il topo di fogna, cioè la zoccola, denominazione etimologicamente legata all’altra voce, come abbiamo già visto. Il topo tettaiolo vive nei tetti, nelle soffitte, negli scantinati ma come mai la parola portava spesso con sé la precisazione che si trattava di topo di fogna o di soffitta? La risposta è che essa, nel lontano passato, si era incrociata con altra parola indicante una buca, una tana o anche un ambiente più o meno disordinato o degradato come una stamberga, un tugurio, una prigione (di quelle di una volta), un bugigattolo.  La fogna, abituale residenza di questi ratti, è appunto un canale di smaltimento di acque reflue, generalmente sotterraneo e angusto, e la soffitta di una casa è appunto lo spazio ristretto del sottotetto.  Ora, la radice di ingl. sark ‘camicia’ sopra incontrata è usata ad indicare in edilizia le sark-ing boards ‘tavole di copertura’, pannelli o tavole più o meno sottili che si inchiodano alle travi del tetto per sostenere poi le tegole o lastre di ardesia.  Eccola allora la radice, che, con le molte varianti, doveva essere alla base della relativa parola scomparsa ma solo dopo essersi incontrata con l’altra per ‘topo’ ed averne ampliato il significato in ‘topo di fogna, di scantinato, di soffitta’. C’è comunque il marchigiano (Arcevia-An) sorchi-àra ‘prigione’[11] che ci dà una mano. Il termine non è sorci-àra da sorce ’sorcio’, come ci saremmo aspettati, ma deve essere lo sviluppo di un lat. mediev, *sorc-ul-ari-a(m) > *sorcl-ari-a(m) > sorchi-ara, derivato non da un diminutivo per ‘sorcio’ ma di uno per ‘stamberga, bugigattolo, prigione’. Buon ultimo mi pare opportuno citare anche il gr. súrigg-s ‘siringa, zampogna, custodia della lancia, vena, fistola, corridoio, galleria, tomba egiziana (scavata nella roccia)’.  I vari significati ruotano tutti intorno al concetto di ‘cavità, condotto’ e la parola sembra una variante della radice di cui stiamo parlando.  Anche l’espressione topo tettaiolo deve essere il risultato dell’incrocio di un termine topo per ‘copertura’, come si è visto più sopra, con la parola lat. tect-u(m) ‘tetto’, in quanto ‘copertura’. Le parole sono certo antichissime ed hanno avuto modo di incontrarne diverse con le quali hanno intrecciato una relazione!

   Non vorrei dimenticare l’it. sarrocch-ino o sanrocch-ino, un corto mantello di cuoio o di tela incerata, usato un tempo dai pellegrini. Esso, secondo me, ci riporta alla multiforme radice sopra citata col significato generico di ‘copertura’.  Molti, spiegandone la storia, si lasciano ingannare dal fatto che san Rocco, il protettore dalla peste ed altre malattie, usualmente viene rappresentato con un mantello di quel tipo.  Non tengono conto, costoro, che il nome e la figura di questo Santo, storicamente molto incerta e fumosa, saranno stati alimentati dall’apporto delle parole, almeno di alcune, che avrà incontrato in Europa. Pare, ma non è certo, che fosse nato a Montpellier in Francia. E non si può quindi non riflettere che il suo nome quasi coincide col medio alto tedesco sarrok ‘veste militare’[12], appartenente alle radici suddette.

  Chiudo citando una curiosa e interessantissima espressione del dialetto lucano di Gallicchio-Pt e cioè cammisë d’u surgë ‘camicia del topo’[13], gioco in cui due persone si passano con le mani un filo legato alle estremità e lo guidano sapientemente a formare un intreccio, che sarebbe quindi la camicia del topo, ma in realtà i due termini pervenuti da tempi lontanissimi, attraverso quel gioco, dovevano indicare proprio un intreccio, una sorta di tessuto la cui radice (quella di surgë ) si incrociò con altro termine simile che con quella radice indicava appunto una maglia, una camicia. L’idea di ‘tessere, intrecciare, connettere’  può declinarsi sia come ‘unione di più cose (in questo caso fili ) e quindi di ‘panno, tessuto’, sia come ‘copertura, indumento, ecc.’. Il napoletano la surëchë[14] significa anche ‘tipica acconciatura femminile’, che dovrebbe corrispondere a quella un tempo usuale tra le donne e chiamata crocchia o anche cipolla: un intreccio  di capelli o trecce ravvolti sulla nuca o sul capo.



[2] Cfr. ad es. l’articolo “Fischia-froce []” presente nel mio blog (aprile 2011) pietromaccallini.blogspot.it.

[3] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. F. de Saussure, Corso di linguistica generale (tradotto e commentato da T. De Mauro), Editori Laterza,1076, p.104.

[5] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino, 1998, sub v. tófa e tùfa.

[6] Cfr. Q . Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, sub v. zòcquela.

[8] Cf. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, cit.

[9] Cfr. G.Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[10] Cfr. D. Bielli, cit.

[11] Cfr. Cortelazzo-Marcato, cit.

[14] Cfr. Ivan Cavicchi, In mezzo al petto tuo, Ediz. Dedalo, Bari, 2009, p. 207.