sabato 2 giugno 2018

Altra formula di comando rivolto ad animale da tiro


                        

Mi era sfuggita[1] la formula del dialetto di Avezzano Fé casciò!  con cui si invitava un tempo un animale da tiro a fermarsi.  Il primo elemento , con la /é / chiusa non mi pare che possa confondersi con l’altro comando Fèèèh! in uso un tempo nelle nostre parti, con la /è / aperta e, soprattutto, pronunciata enfaticamente col significato di ‘Fermati!’.  Nei nostri dialetti la /é / di it. fermo non è chiusa ma aperta. Gli autori del libro[2] da cui prendo l’espressione sono soliti marcare la differenza tra i due timbri della /e/ sicchè la locuzione nel suo insieme sembra doversi intendere come Fai casciò! e non Fermati, casciò! A Cerchio, ad esempio, la sec. pers. dell’imp. di fare è .  Ma che cosa sia quel ‘casciò’ mi è stato impossibile appurare, se non allorché ho messo insieme i due membri e dalla loro  fusione *fecasciò ho ricavato parole sensate in greco.  E già! perché in effetti Fé casciò ‘fai casciò’ non è altro che un tentativo di rietimologizzazione rimasto incompiuto, da parte del nostro cervello, di quello che gli appariva come un gruppo di suoni completamente opachi alla sua comprensione etimologica, la quale è un’esigenza profonda della sua condizione. 

    Ora, tenendo presente che l’espressione è un comando rivolto ad un animale da tiro e che nell’articolo che ho citato ricorrono due comandi rivolti ad animali formati da imperativi del verbo greco ékh-ō ‘tener saldo, avere’ e dalla sua variante ískh-ō,  ho potuto dividere l’espressione in due parti feca e sciò e vi dico subito perché.  La seconda parte è un normale sviluppo di un originario gr. skhéo, sec. pers. imp. medio dell’aoristo forte di ékhō che qui può valere ‘fermati,cessa, astieniti’; la prima parte è da considerare un sostantivo la cui radice coincide con quella di lat. vi-a(m) ‘via’< veh-a(m) dal lat. veh-ere ‘trasportare, tirare, viaggiare, (al passivo) andare  a cavallo, su carro, ecc.’. Il significato fondamentale è quello di movimento. La radice è presente in Grecia con i termini okhé-ōmuovere, portare, cavalcare, viaggiare’ e anche il verbo vékh-ō[3] ‘portare’, col digamma iniziale generalmente scomparso nei dialetti greci, che qui ho reso con la fricativa sonora /v/ latina. Il sostantivo poteva essere dunque un nome come *vékh-a, gen. *vékh-as e l’intera espressione suonare *vékhas skhéo traducibile in ’cessa il traino, il tiro’ o ‘astieniti dal traino, dal tiro’. Se qualcuno, non aduso a queste parole e pronunce, trova qualche difficoltà nel rendersi conto delle trasformazioni fonetiche, faccio notare che la pronuncia velare di skhéo passa a quella palatale di sciò come i lat. scio ‘so’ e scienti-a(m) ‘scienza’, pronunciati nel latino classico rispettivamente skio e skienti-a(m), sono ora pronunciati scio (in italiano il termine veramente non esiste ma esiste scibile)  e scienza. 

  Della bontà di queste ricostruzioni mi convince, ad esempio, il comando uì!  usato per il cavallo quando si vuole che si metta in cammino.  Io non so quale sia la spiegazione che ne danno i linguisti, ma più che al significato attuale di via! (che deriva comunque da veha ’via’) penserei  all’imperativo vehe, incrociatosi poi con via, col significato originario di ‘muoviti!, mettiti in marcia!’.  Anche L’espressione del dialetto avezzanese all’inizio doveva significare, genericamente e non rivolta solo agli animali da tiro, ‘cessa il cammino, fermati!

   Per quanto riguarda l’uso di uì! limitato al “cavallo”, bisogna convincersi che la parola, nella sua lunghissima storia, si era incrociata con un’altra dal valore di cavallo, come ho fatto notare nell’articolo citato relativamente ad altri comandi ed altri nomi di animali.  Quale essa sia non mi viene ora in mente ma potrebbe trattarsi suppositivamente di parola germanica e specificamente anglosassone, che forse ho già citato in qualche articolo.
  


[1] Cfr. l’articolo Espressioni di richiamo o comando impartiti agli animali [] del mio blog 2/9/ 14.

[2] Cfr. Buzzelli-Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq.

[3] Questo verbo è presente nel vocabolario del Rocci e proviene da iscrizioni.

domenica 27 maggio 2018

La fica


                                                             
Non c’è linguista che si discosti dall’etimo che si dà, con estrema certezza, per il termine volgare fica ‘organo sessuale femminile’.  Esso viene collegato al nome del ben noto frutto del fico allo stesso modo in cui il gr. sûk-on vale sia ‘fico’ che ‘vulva’. Ma, come ho mostrato altrove nei miei articoli, il concetto che sta dietro i vari termini per 'organo sessuale femminile' è quello realistico di ‘buco, cavità’[1].  E anche in questo caso si possono portare esempi che convalidano la mia asserzione. Si tenga presente la voce fig-aglia ‘piccolo buco’ del dialetto di Villapiana-Cs. nonché il ted. Ficke ‘tasca, borsa, imboccatura’ che ha qualcosa a che fare, credo, col verbo ted. fick-en ‘scopare, avere rapporti sessuali’ e quello inglese fuck col medesimo significato.  Della stessa famiglia penso sia il lucano fic-arùl(u), fëc-arilë, calabr. fuc-aruólu ‘sacchetto per il denaro, fatto con pelle di gatto’[2]. Queste forme sono fatte derivare da un lat. focareŏlus ‘piccolo fuoco’ con la motivazione che nel sacchetto si conservava anche l’acciarino, voce che però i miei vocabolari non registrano, e neppure il Du Cange nel suo glossario della media latinità. 

    Il mio metodo etimologico  mi porta, semmai, a volgere gli occhi alle voci dialettali come foca ‘tana’ (Collelongo-Aq), fua<*fuga ‘avvallamento del terreno’ (Venere dei Marsi-Aq), ma anche ‘tana -di volpe, coniglio’ (Zagarolo-Rm). Dalla stessa radice faccio derivare il lago del Fuc-ino in quanto cavità.  Questo fatto sconvolge anche qualche etimo di termini inglesi come fox-hole ‘tana di volpe (fox-)’. I linguisti inglesi, invece, come del resto gli altri, dormono sonni tranquilli per questa parola, giacchè credono che non vi sia nulla di strano in essa, composta da –hole ‘buco, cavità’ e da fox- ‘volpe’. A mio avviso non fanno cosa saggia.  Vado ripetendo da anni, infatti, che è vano credere che le parole siano state create non molto tempo fa linguisticamente, e a tavolino, con significati rispondenti precisamente al referente, qui la ‘tana di volpe’.  Oltre alle parole precedenti col significato di ‘cavità’, nell’inglese dialettale si incontra anche la voce fogou, fougo[3] col significato di ‘caverna’, una cavità dunque. Allora è moltissimo probabile che il composto fox-hole fosse nelle sue lontane preistoriche origini un termine tautologico con due componenti: la lingua agli inizi aveva bisogno, per aumentare le parole a sua disposizione circa un determinato concetto, di ampliarle, naturalmente con membri dallo stesso significato[4].  Quando la Lingua elaborò il meccanismo di mettere in relazione due parole di cui una era il determinante, l’altra il determinato del composto, sfruttò moltissimi termini composti tautologici della fase precedente, anche perché nel frattempo i componenti di quei composti si incrociavano con termini omofoni ma di significato diverso. Così fox-hole che aveva il significato unitario e tautologico di ‘caverna, tana’ si prestò alla perfezione a significare la ‘tana (-hole) della volpe (fox-)’.  Non per nulla l’ingl. fox-glove indica la digitale o digitale purpurea dai fiori penduli tubulari e a grappoli.  Essi non sono che ditali, cioè delle cavità a forma di tubetti.  Di fox- abbiamo già detto, -glove ‘guanto’ è anch’esso un avvolgimento e una sorta di cavità. Probabilmente esso rimanda al gr. glúph-ein ‘incidere, scavare’, lat. glub-ere ‘levare la scorza’.  Anche l’ingl. fox-earth ‘tana di volpe’ si spiega allo stesso modo.  L’ingl. earth  vale normalmente ‘terra’ ma anche ‘tana’, probabilmente perché incrociatosi con altro termine. Comunque qui a noi interessa che esso abbia anche il significato di ‘tana’ uguale a quello di fox-.  Data l’ampia  casistica di cui sopra credo sia scorretto far derivare queste voci dal lat. fauc-e(m) ‘gola’, il quale semmai era una variante della radice fok-, fuck-, presente anche in altre lingue.

   Per il gr. sûk-on ‘fico’ e ‘vulva’ che abbiamo introdotto all’inizio dell’articolo, mi basta indicare, per il significato di ‘vulva’, la radice di ingl. sok-et ‘alveolo’ e della voce del mio dialetto di Aielli rë-séca che non corrisponde all’it. ri-sega nel significato di ‘brusco restringimento dello spessore di un muro o altro’ ma vale ‘interstizio, fessura’, un concetto quindi quasi uguale a quello di ‘buco’, con cui si indica generalmente l’organo sessuale femminile. Stupenda è la voce greca sák-andr-os ‘organo sessuale femminile’ la quale ci dice che gr. sûk-on ‘vulva’ era variante di gr. sák-os ’sacco’. L’elemento –andr-os qui non richiamava l’uomo, ma semmai un termine come gr. ántr-on  ’antro’ che ci riporta alla cavità. Quindi sák-andr-os in superficie valeva  ‘sacco per l’uomo (-andr-os)[5] ma in profondità solo ‘cavità’, anzi il composto si era già specializzato, prima che intervenissero gli incroci, ad indicare la vulva e non genericamente la cavità. E’ tutto meravigliosamente semplice!  
   




[1] Cfr. L’articolo “Fischia-Fròce”[…] dell’aprile 2011.

[2] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani,UTET, Torino, 1998.

[3] Cfr. vocab. inglese Merriam-Webster.

[4] Composti tautologici si incontrano anche in italiano, come la voce gira-volta, ma credo siano più numerosi nelle lingue germaniche come il ted. Giebel-zinne ‘pinnacolo’, ted. Gockel-hahn ’gallo’, ecc.  nei quali ciascun componente autonomamente ha lo stesso significato rispettivamente di ‘pinnacolo’ e ‘gallo’.

[5] Ma non ci si accorge che la definizione sa un po’ d’artificio?

venerdì 25 maggio 2018

Teste,testimonio, testicolo.





I tre vocaboli sarebbero costretti da comune legame, se si accetta l’etimo, che oggi mi pare dominante, di testicolo inteso come teste o testimone dell’atto sessuale. Generalmente si pensa ai linguisti come a gente scrupolosa, concreta, con la testa sulle spalle, ma io credo che spesso si lascino affascinare e ingannare da fisime che non stanno né in cielo né in terra. Ora, è vero che testi-cul-u(m) ‘testicolo’ è diminutivo di lat. test-e(m) ‘testicolo’, termine non conservatosi in italiano, e che il diminutivo di lat. test-a(m) ‘coccio, pignatta, guscio, testa’ è test-ul-a(m) ‘coccio’, ma esistevano pure i neutri lat. test-u o test-u(m) ‘coccio, coperchio di terracotta, vaso di terracotta’ da cui poteva derivare un diminutivo *testi-cul-u(m) ‘piccolo coccio, piccolo vaso, ecc.’ uguale formalmente all’altro diminutivo testi-cul-u(m) ’testicolo’. La lingua in questo caso ne ha eliminato uno per evitare confusioni, cosa che non ha fatto con lat. test-e(m) che vale sia ‘teste, testimone’ sia ‘testicolo’, tanto è vero che qualche scrittore antico si divertiva a giocare sulla differenza macroscopica tra i significati dei due termini omofoni. Testi-moni-u(m) in latino valeva solo ‘testimonianza’, come nell’italiano letterario e arcaico, essendo poi passato ad indicare il solo ‘testi-mone’, autore di una testimonianza, come l'it. teste.

A me risulta oltremodo chiaro che il lat. testi-cul-u(m) ‘testicolo’ è un diminutivo di test-u ‘coccio, ecc.’, o di lat. test-u(m) ‘coccio, ecc.’ o, se si vuole, di lat. test-a(m) ’pignatta, guscio, testa’ ma col significato simile a quello di ‘guscio’, corrispondente ai termini volgari con cui lo indichiamo oggi e cioè ‘palla, coglione (dal lat. cole-um 'coglione, gr. kolé-os 'guaina, fodero', ecc.)’. In questo modo il referente viene indicato per quello che è: una ROTONDITA’. Di questo parere era anche Ottorino Pianigiani, che si può consultare in rete, il quale, tra l’altro, faceva notare che in inglese i testicoli erano chiamati anche stones ‘pietre’ e in polacco jaja. Difatti le pietre hanno generalmente una forma grosso modo rotondeggiante anche se spesso molto irregolare. Nel mio blog si trova un importante articolo del 2009 in cui parlo di questo argomento, intitolato I Ciclopi e il concetto di rotondità. A dire il vero la rivoluzione della mia linguistica consiste proprio in questa assunzione: è un puro caso che l'inglese stone si ritrovi ad indicare normalmente la 'pietra' perchè esso, allo stesso modo, avrebbe potuto ritrovarsi ad indicare normalmente, e non per via figurata (come erroneamente si dice),  i 'testicoli', in quanto il concetto che sta dietro a questi significati era quello ad essi  sovraordinato di “rotondità” nei cui limiti rientrano i significati di pietra, testicolo, uovo, palla, testa, ciottolo, nucleo, massa, mucchio, ecc. ecc.'. Questa semplice e naturale  constatazione sconvolge tutta la linguistica tradizionale: sembra strano eppure è così. Perchè essa porta alla sconvolgente conseguenza che tutte le parole di tutte le LINGUE, morte o esistenti, sono un prodotto di un unico concetto primordiale, quello di "anima, vita, spinta, forza, ecc." di cui il nostro antenato preistorico riuscì ad essere consapevole, in una visione animistica della realtà tutta. Esso è talmente generico che ogni parola dal significato ugualmente generico che usiamo per definirlo è già una designazione specialistica. Incredibile! La nostra mente ha attuato nel corso dell’Evoluzione un'operazione così complessa come quella della Lingua e delle Lingue avendo un solo concetto a disposizione e compiendo miracoli di economia attraverso un numero di suoni (lettere dell'alfabeto), in fondo molto limitato anch'esso, con cui esprimerlo: ma il numero delle parole che con essi poteva formare,variandone la disposizione relativa, era  praticamente infinito: il che si prestava a modificare via via il concetto d'origine espresso in forme diverse che aiutavano a declinarlo, appunto, nei molti modi rappresentati dalle parole di una lingua. Faccio un esempio che può aiutare a capire che cosa sia successo in pratica. Il flu-ire delle acque di un ruscello o fiume  era certamente il segno  della animalità di quella entità che l'uomo chiamò, in una certa lingua che si andava formando, il latino, col nome di flu-min-e(m), nome che dava espressione però all'azione generica del fluire, senza la distinzione successiva tra piccola corrente (fonte, rio) e grande corrente (fiume) la quale ultima  si appropriò del termine specializzandolo.  Ma che all'inizio le cose stessero diversamente ce lo dicono, oltre all'etimo di fiume, anche l'esistenza, nell'idronomastica, di fontane chiamate Fonte Rio o anche Fonte FiumeA non parlare del fatto che, secondo me, il fluire o muoversi di altro tipo di corrente, quella dell'aria, veniva espresso con una radice, fl-are 'soffiare', che a mio avviso è una variante di quella di lat. flu-ere 'fluire'.  Concludendo, si può desumere che, partendo da una radice che doveva indicare solo l'anima o la forza che vivifica la realtà, si era passati linguisticamente a concetti quali  rio, fonte, fiume, corrente d'aria, tutte specializzazioni di quell'anima d'origine.

mercoledì 23 maggio 2018

CATASTO: operazione delicata di restauro


                                                                                  

Non mi è mai piaciuta l’etimologia che oggi va per la maggiore riguardo al termine catasto.  Esso deriverebbe dal greco bizantino katá-stikh-on ‘registro, lista’ (cfr. veneziano catastico ‘catasto’), generatosi dall’espressione distributiva katà stíkh-on ‘riga per riga’.  Non prendo nemmeno in considerazione l’altra etimologia che suppone una forma del basso latino *capitulastr-u(m) non attestata e contratta in *catastr-u(m), dal classico capitulari-u(m) ‘collettore d’imposte’.   A chi, come me, è dell’idea che le parole debbano indicare direttamente il referente, anche se spesso in maniera generica, non può assolutamente andare giù l’espressione riga per riga per designare un libro o registro catastale.  Ammesso che il termine in questione avesse avuto all’origine il significato di ‘registro’ resterebbe comunque da spiegare come mai esso sia diventato catastale, dato che questa è una notazione non indifferente senza la quale si starebbe ad almanaccare per ore senza successo a quale tipo di registro la parola si riferirebbe.  

    Ora, prima di avventurarmi in qualche supposizione almeno credibile, penso che sia utile stabilire dei punti fermi in base a quello che si sa di certo sulla parola.  Mi sembra abbastanza chiaro che essa derivi da una forma originaria greca, la cui terminazione, evidentemente, doveva essere compatibile con quelle, tra loro simili, delle rispettive parole nelle lingue romanze e germaniche: ingl. cadastre, ted. Kataster, sp. catastro, fr. cadastre.  L’it. catasto, anticamente era anche catastro,[1] non fa quindi eccezione perchè  si sarà incrociato con l’it. catasta. Se anche tutte queste forme dovessero derivare dall’italiano arcaico catastro, io non sono del parere che questa italiana sia dovuta a storpiamento del catastico veneziano, ma che essa risponda alla forma originaria greca da cui si sviluppò il katá-stikh-on bizantino, come vedremo.

    Ribadisco che la derivazione della parola deve essere greca, ma purtroppo non vi sono in quella lingua termini in vista che possano servire alla bisogna. Pertanto è il caso di proporre una combinazione di due voci, di cui la prima esistente, l’altra molto probabile, e cioè *ga-dáster col significato di (libro) delle suddivisioni dei terreni. La composizione della parola richiama ga-pónos=geō-pónos ‘lavoratore dei campi’. Si pensi all’espressione latina agrorum discriptio ‘divisione dei terreni’, praticamente un catasto dei terreni, come il ted. Grund-buch ‘catasto’, letteral. ‘libro (-buch) dei terreni’ o l’ingl. land registry ‘catasto’, letter. ‘registro dei terreni’ .  In greco la voce g (dor. gã) vale ‘terra’.  Il secondo membro –dáster  non esiste, ma avrebbe potuto comparire nella lingua, per poi estinguersi, partendo dalla radice del verbo gr. dái-esthai ‘dividere,separare,spartire’ ampliata in vari modi come dat-eĩsthai ‘dividere, ditribuire, spartire’, daith-m-ós ‘divisione, limite, spartizione dei campi (l’ultimo significato è certamente interessante per noi)’, das-m-ós ‘divisione, ripartizione’ ma anche ‘imposta, tributo, tassa’. Il termine è vivo anche nel greco moderno. Siamo quindi nell’ambito di una radice adoperata per la determinazione della supreficie dei terreni e magari delle relative imposte.  Ma –das- non equivale al –das-tēr da me supposto. Nulla di grave. Infatti il suffisso –tēr, chiamato linguisticamente agentivo, serve a designare, appunto, un agente cioè un’entità, animata o meno, che svolge l’azione indicata dalla radice. Qui si tratta, quindi, di un divisore, come esattamente è un libro del catasto che segna i limiti dei vari terreni di una campagna e ne fissa il valore.  Si può contestare che il termine non esiste in greco, ma i suoi elementi sono tutti lì pronti ad esprimere il significato preciso di un catasto dei terreni.  Il bello è che si può anche spiegare perché da *ga-dáster si è passato al greco biz. katá-stikh-on ‘registro’.

   In effetti il supposto sostantivo *ga-dás-ter ‘catasto’ doveva avere una forma aggettivale che suonava *ga-dást-ik-os ‘catastale’ la quale, non appena si perse il significato d’origine della componente –dáster impedendo così la comprensione dell’intero composto, diventò necessariamente katá-stik-os e poi katá-stikh-os, date le molte parole greche inizianti con kata-, preposizione con diversi valori, come giù, contro, verso, per. L’elemento –stik-os si aspirò per influsso di gr. stikh-os ‘rigo, verso’ e l’aggettivo neutro sostantivato prese il posto del termine da cui derivava.  Nel greco bizantino rimase solo il significato di ‘registro’, perché forse nel frattempo il catasto fu indicato da un altro termine, mentre nel veneziano catastico l’antico valore persistette. E’ proprio il caso di dire che il restauro è molto convincente, perché non violenta nessuna parte restante e la integra con gli opportuni interventi, riportando  il manufatto mal ridotto dal tempo all’antico splendore.  L’etimologia, al limite estremo, potrebbe anche risultare erronea ma certamente non raffazzonata alla meglio.



lunedì 21 maggio 2018

Regole linguistiche che vanno in fumo


                                                                  

Nel breve articolo A volo d’uccello del 13/12/2011 avevo mostrato come l’abr. ‘ntusïasmë ‘rigonfiamento (sulla pelle)’ fosse incredibilmente collegato col gr. en-thous-iasm-ós ‘entusiasmo’, in quanto epifanie diverse di una identica idea di fondo “energia, forza” realizzatasi l’una nel piano fisico del rigonfiamento, l’altra in quello interiore dell’entusiasmo.   Più esattamente il termine ha a che fare coll’aggett. gr. én-theos (contratto én-thous, pronunc. én-thus) ‘animato da un dio (theós), frenetico’.  Solo che the-ós rimanda ad una radice indo-eur.  dhues- ‘spirito’, a mio avviso la stessa del verbo gr. thú-ein ‘mettere in rapido movimento, imperversare, agitare, fumare,sacrificare, ecc.’ di cui abbiamo parlato anche nell’articolo Guaglione (seguito).  La radice sanscrita è dhu- ampliata in vari modi in greco come dhu-s-, dhu-m-.  Il significato fondamentale di queste radici è, come si può vedere, quello di forza, spinta, soffio vitale, spirito, ecc.’ Nel gr. én-theos, én-thous  di cui sopra la radice si è incrociata proprio con quella simile di the-ós, specializzatasi nel significato di ’dio’ (che è infatti uno spirito), e quindi si è specializzata anch’essa nel significato di ‘ispirato da un dio’ ma mantenendo anche quello originario più semplice ‘agitato, frenetico’.

     Ora, come a fronte di gr. en-thous-iasm-ós ‘entusiasmo, eccitazione divina’ si ha l’abr. ‘n-tus-ïasmë ‘rigonfiamento’, così in greco abbiamo alcune voci che a fronte di gr. thum-ós ‘animo, spirito, sdegno, collera, ecc.’ indicano delle escrescenze o piantine come gr. thúm-os ‘timo, escrescenza carnosa, verruca, fico’, gr. thúm-i-on ‘smilace, bosso, porro, escrescenza carnosa’, tutti significati che, a mio parere, sono la traduzione in epifanie diverse della stessa idea di fondo ‘forza, eccitazione, pressione, rigonfiamento, protuberanza, ecc.’. Solo l’incrocio con il verbo gr. thú-ein, che tra i diversi significati annovera anche quello di ‘mandare odore, esalare, ha fatto specializzare in timo (pianta profumata) il significato generico della parola thúm-os che era appunto ‘protuberanza, escrescenza’. Da tener presenti anche l’abr. ‘n-tus-ëc-usë[1] ‘iroso, mordace’ con doppio suffisso aggettivale nonché il dial. tóšco <*tos-ico ‘altero, pettoruto’ nell’aquilano[2].  E’ mia convinzione che anche i vari lat. tum-ēre ‘gonfiarsi, essere in fermento, ecc.’, lat. tum-or-e(m) ‘tumore, rigonfiamento, agitazione, sdegno, ecc.’, lat. tum-ult-u(m) ‘tumulto, disordine, sollevazione, rivolta, ecc.’,lat. tum-ul-u(m) ‘monticello, collina, rialzo di terra, sepolcro’ sono espressioni della stessa radice a partire dal gr. thu- e sanscr. dhu- di cui sopra. Non credo, per contro, che il lat. fum-u(m) ‘fumo’ condivida la stessa radice, come sostengono tutti. Se è vera la corrispondenza osservata più sopra tra il concetto di protuberanza e quello di esalazione, odore, fumo allora deve sussistere anche quella tra lat. fum-u(m) ‘fumo’ e gr. phûma,-at-os ‘escrescenza, tumefazione, ascesso’ dal verbo gr. phú-ein ‘generare’, cfr. gr. phút-on ‘vegetale, pianta, rampollo, figlio, tumore’. Questa è la suprema legge della Lingua: il fumo, l’escrescenza, il tumore, il rampollo, il figlio sono epifanie diverse della stessa idea fondamentale di ‘spinta, crescita, generazione’.
 
    Non crederò mai che la radice sanscr. dhu- possa essersi trasformata in lat. fu- di fum-u(m). Però è strano che in latino si abbia tus (thus), tur-is per ‘incenso’ e non *fus: cfr. gr. thu-os ‘incenso’ dalla stessa radice di thu-ein  sopra analizzato. Non penso che il lat. tus sia stato preso dal greco thú-os ‘incenso’ (cfr. abr. ‘n-tus-ïàsmë ‘rigonfiamento’). Semmai l’influenza di questa lingua si sarà limitata a introdurre anche la grafia grecizzante thus, a mio avviso. I linguisti sono ingannati anche dal fatto che
non immaginano che, ad esempio, il gr. phûma ‘escrescenza’ possa nascondere la stessa forza o spinta propria del fumo.

     Dimenticavo che anche il lat. tim-ēre ‘temere, aver paura’ (che praticamente non ha etimo) non dovrebbe essere che una variante di lat.tum-ēre ‘gonfiarsi, essere in fermento’ solo che in quest’ultimo termine si è ‘in fermento’ e ‘agitato’ per insofferenza verso qualcuno o qualcosa, mentre nell’altro lo si è per ansia, paura ed angoscia. Del resto la radice mi pare apparentata anche con quella di gr. tí-ein ‘stimare, valutare, onorare’ e di gr. tim-ḗ ‘stima, apprezzamento, onore’. Si rifletta su gr. en-thúm-ēs-is ‘stima, riflessione, considerazione, ansietà, agitazione, pensiero’ la cui radice è sempre quella del verbo gr. thú-ein dai molteplici significati già analizzato.

    Ora che ci penso anche l’it. estimo, estim-are, derivazioni dal lat. aes-tim-are, aes-tum-are, sono della partita! Il lat. aes-tim-are, infatti, è composto da un primo membro aes-, specchio di lat. aes, aer-is ‘bronzo, denaro’, significato quest’ultimo collegabile ad un’idea di valutazione; il suo secondo membro è, a mio parere’ proprio il gr. tim-ḗ ‘stima’: siamo quindi di fronte ad un normale composto tautologico.  Sono da considerare ancora i termini ingl. to deem ‘pensare, reputare, giudicare, stimare’ ingl. doom ‘condanna, giudizio, destino’ e il russo duma ‘consiglio (assemblea elettiva)’, dal verbo dumat’  ‘pensare, considerare’. 

    Infine siamo giunti allo storico Doom-s-day Book o Dom-s-day Book, libro (book) catastale dell’Inghilterra, fatto redigere nel 1086 da Guglielmo il Conquistatore.  A parte il fatto che per chi possedeva molto quel libro avrebbe potuto dare l’idea del severo giorno (-day) del giudizio universale, la realtà linguistica sta, a mio parere, in tutt’altro modo. L’ingl. doom-book   è un antico codice di leggi: doom significa anche ‘legge stabilita dall’uso, sentenza, decreto’, il Dom-s-day Book doveva essere etimologicamente un libro delle valutazioni e tassazioni catastali, visto il significato di fondo di Dom-, che è quello di giudizio, stima, valutazione e quindi tassazione.  Ma in Dom-s-day c’è la presenza di quel –day ‘giorno’ che disturba la nostra interpretazione. Ma se riflettiamo che esso sia il travestimento (in certo senso obbligato, vista l’interpretazione di tutta l’espressione) di un termine originario di altro valore come potrebbe essere l’ing. take ‘ripresa (cinemat.), incasso, percentuale, tangente (colloquiale)’, allora rientriamo nel campo delle valutazioni e tassazioni e il gioco è fatto! L’a.a.ted. per ingl. day ’giorno’ è tag vicino formalmente al precedente take. Ma forse, più realisticamente, la denominazione originaria del libro doveva essere semplicemente dom-book, come quella dell’antico codice di leggi, ma col significato di libro dell’estimo catastale.  Il termine doom, da solo, vale anche Giudizio Universale, ma l’espressione più comune per indicarlo è, appunto, doom-s-day o dom-s-day ‘giorno del Giudizio’.


[1] Cfr. D.Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla edit. Cerchio-Aq, 2004.

[2] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998 sub voce tòsco.  La voce ricorre anche nel dialetto calabrese e siciliano.

sabato 5 maggio 2018

Guaglione (seguito).


Per comodità del lettore avverto che la prima parte di questo articolo è la trascrizione di quello pubblicato  nel 2010.



Il napoletano (e non solo) guaglionë ‘ragazzo, adolescente’ ha dato e dà tuttora filo da torcere ai linguisti che hanno proposto varie soluzioni, a mio avviso poco convincenti, per il suo etimo, fino a quella che rinvia alla serie onomatopeica gua…gua  riferita a bambini piccoli e incrociatasi col lat. ganeo,-onis ‘frequentatore di taverne, crapulone’. Io penso che, vista anche la difficoltà interpretativa che essa presenta, la parola attinga la sua linfa vitale da strati preistorici molto lontani nel tempo e che la sua radice sia quella presente nella prima componente della voce cagli-andrë ‘fanciullo’ del dialetto di Villapiana-Cs.

A dir la verità l’etimo più accettabile mi è parso quello proposto in un blog a firma di Raffaele Bracale, il quale, dopo aver passato in rassegna le principali proposte al riguardo, individua nel basso latino galione(m) ‘giovane mozzo, servo sulle galee’ l’origine del napoletano guaglione, che nel mio paese di Aielli-Aq suona uajjólë.

A mio avviso la parola sopra citata cagli-andrë del dialetto villapianese apre una finestra insperata per l’individuazione dell’etimo di guagliónë. Essa ha tutta l’apparenza di un composto di tipo greco *kalli-anér, -andrós il quale però, stando al significato superficiale, dovrebbe significare solo ‘bell’uomo’.  Ora, prima di arrivare alla mia proposta, è molto importante riflettere che spesso, in diverse parole, il significato di ‘fanciullo, figlio, giovane animale’ si trova abbinato a quello di ‘rampollo, pollone’ come nel gr. móschos ‘ramo, rampollo, giovane uomo o animale, vitello, rondinino’, lat. pullus ‘pollone, germoglio, puledro, pulcino’, ingl. scion ‘pollone, prole’, ingl. offspring ‘pollone, prole’, ted. Sprőssling ‘pollone, figlio’, fr. rejeton ‘pollone, prole’, gr. kóros ‘fanciullo, figlio, stelo, giunco’, lat. nepos,-otis ‘nipote, discendente, rampollo di animale, germoglio’ a cui si appaia il lat. nepeta ‘nepitella, calaminta’ nonché nept-unia ‘specie d’erba’, ecc.  Faccio osservare, nel frattempo, che la prima componente di cagli-andrë ‘ragazzo’ mi sembra accostabile a termini come kala-mínthe ‘calaminta, nepitella’: non ho segmentato la parola in kalam-ínthe come taluno fa richiamandosi al gr. kálam-os ‘canna’ seguito dal suffisso cosiddetto mediterraneo –inthe, perché la nepitella è un’erba aromatica dal forte odore di menta (gr. mínthe) e quindi è probabile che il suo nome greco includa in sè il nome della menta.  Comunque la prima componente kala-  deve essere la stessa di quella ampliata di kálam-os ‘canna’, di kalám-e ‘ stelo, gambo, paglia’, e di altri fitonimi.  La componente –andrë di cagli-andrë , se la facciamo corrispondere alla relativa parola greca, significa ‘uomo’ ma anche ‘maschio’ di qualsiasi età.  Motivo per cui l’intero termine cagli-andre ‘ragazzo’ verrebbe a configurarsi, a mio parere, come un composto tautologico nel caso in cui alla prima componente diamo il significato di ‘fanciullo, figlio’ secondo la frequente corispondenza tra il concetto di vegetale e quello di ‘fanciullo, figlio’.  Ma quasi sicuramente anche la seconda componente è partita con un valore di ‘vegetale’ se il gr. kóri-on equivale a gr. korí-andr-on ‘coriandro, coriandolo’, un’erba delle ombrellifere (cfr. il succitato gr. kóros ‘fanciullo, stelo), e andr-áchne significa ‘porcellana (specie d’erba), fragola selvatica’. Io sostengo, in effetti, che il significato che si nasconde dietro queste radici di fitonimi è quello di ‘essere vivente’, concetto che abbraccia non solo tutte le piante ma anche tutti gli animali, compreso l’uomo.  Ne sarebbe una conferma il termine greco cál-andros ‘sorta di allodola’ molto simile a cagli-andrë.  L’espressione omerica kallí-pais theá , riferita a Persefone, non significava pertanto agli inizi  ‘la giovane e bella dea’ ma semplicemente ‘la giovane dea’, avendo qui kallí-  lo stesso significato di –pais ‘fanciulla’.

Dati questi presupposti il napoletano guaglionë potrebbe essere stato un ampliamento di cagli- (kalli-)  con l’aggiunta del suffisso –onë, non necessariamente un accrescitivo.

Precedentemente dicevo che il basso lat. galione(m) mi sembrava, tra le altre, una proposta accettabile: solo che il termine, a mio avviso, doveva esistere già da molto tempo col significato generico di ‘ragazzo’, prima che entrasse nelle galee ad indicare specificamente il mozzo, come in qualche modo dimostra la presenza di cagli-andrë nel dialetto di Villapiana. E questo suo uso marinaresco dovette causare la sonorizzazione della labiale sorda iniziale di un originario *calione(m) per influsso del nome della ‘galea’, trasformandolo così in galione(m) con contemporanea rietimologizzazione del termine, quasi indicasse il ‘ragazzo della galea’.  Successivamente si sarà avuta la trasformazione della velare sonora in labiovelare sonora (gu-), sulla scia di qualche altro influsso da identificare, molto probabilmente quello delle parole trattate con pronuncia longobarda come guanto, guado, guasto provenienti da forme con fricativa sonora iniziale v-.

Ho ripreso dopo molti anni questo articolo perché bisognava apportarvi qualche correzione e qualche precisazione. Ho scoperto che in napoletano esiste il termine gaj-aru ‘giovinetto’ insieme al termine gaj-ar-ellu ‘bimbo, ragazzo’[1].  Ecco dunque riapparire la radice della prima componente di cagli-andrë ‘fanciullo’ di cui sopra. E sì, perché in napoletano, come succede molto spesso nei dialetti della Marsica e altrove, la liquida /l/ si palatalizza trasformandosi in semiconsonante palatale /j/,  scritta talora con la semplice vocale /i/, o in liquida laterale /gli/, come nei vocaboli napoletani iuoglio ‘loglio’[2] (dal lat. loli-um), o juoglio, gliuglio, gliuoglio[3].  Caratteristiche sono le voci iaio ‘gelo’, ialo’gelo’ nella prima delle quali si è avuta la palatalizzazione della /l/, assente nella seconda.  La semiconsonante iniziale /i/ proviene dalla velare /g/ come nella parola abruzzese-napoletana jatta ‘gatta’, attraverso evidentemente una forma precedente (g)jatta < gatta, o come l’abr. jallë (anche vallë)<gallo.  Al napolet. ialo si affianca la variante  ielo ‘gelo’, presente anche nell’abruzzese. Mi viene in mente, per la /a/ di ialo la forma dell’aggett. ted. kalt ‘freddo’ della stessa radice di lat.gelu’gelo’.  Mi sono un po’ dilungato nell’esame di queste voci napoletane per acquisire una qualche dimestichezza soprattutto col trattamento di alcune consonanti, in specie la liquida /l/, in quel dialetto, esperienza che mi torna utile nel sostenimento della mia proposta sull’etimo di guaglione.

Ho letto il lungo e dotto articolo di Armando Polito[4] sull’etimo di guaglione nel quale egli critica la proposta sopra citata di Raffaele Bracale, facendo notare soprattutto che la presunta parola del basso latino (più precisamente medio-latino) galion-e(m) ‘giovane mozzo, servo sulle galee’ in realtà non esiste nel “Glossario della media ed infima latinità” del Du Cange. Quasi tutte le affermazioni che il Polito fa sono a mio modestissimo parere condivisibili, tranne due: 1) l’insistenza nell’accennare qua e là al fatto che il significato del termine guaglione non si limita a quello di ‘ragazzo, giovincello’ ma si estende ad abbracciare anche uomini di una certa età; 2) l’affermazione perentoria (a p.10, punto 3) “…il   passaggio a gua- presuppone un’iniziale va-/wa- e non ga-…” in cui critica la proposta di alcuni di far derivare guaglione dal lat. ganeon-e(m) ‘crapulone, nonché quella di p. 5 “… non si capisce per quale oscuro motivo ca- abbia dato gua- ed –l- si sia sviluppata in –gli-.”.

Ora, per quanto riguarda la prima affermazione c’è da notare che, in tutti i dialetti in cui compare la parola guaglione  e simili il significato di fondo resta quello di ragazzo o giovane, anche se essa, soprattutto per via del servizio, attività o mestiere esercitato, si estende anche a persone di età avanzata.  Del resto si sa, ad esempio, che presso i latini uno era considerato e chiamato giovane (lat. iuven-em) fin oltre i 40 anni. La seconda affermazione mi ha fatto sospettare che il Polito non avesse grande dimestichezza col dialetto napoletano, come del resto non ce l’ho nemmeno io. Solo che lui ha avuto, diciamo così, l’avventatezza di non andare a verificare in qualche modo la sua convinzione dell’impossibilità del passaggio fonetico da ga- a gua- nel napoletano anche perché aveva già in mente l’etimo da lui supposto per guaglione ( e cioè il termine medioevale balivo che assunse di tempo in tempo molti significati ruotanti intorno a quello di ‘persona investita di qualche autorità’, da quella di governatore a quella dell’umile banditore).  In verità ho potuto constatare, con l’aiuto di vocabolarietti in rete, che diverse sono le voci napoletane che attestano quel passaggio, come guance/it.gancio, guarzone/it.garzone, guarrese/it.garrese, guarnère/it.carniere, guatto/it.quatto (in cui il passaggio avviene dalla velare sorda del part. pass. latino coact-um)[5], gualla ‘ernia’ che molto probabilmente presuppone una forma di partenza *galla o *calla, simile al gr. kḗlē, dor. kálē ‘ernia, tumore, rigonfiamento’. Si potrebbe quindi ben sostenere per questo vocabolo, senza forzature, la trafila *calla>*galla>gualla inammissibile per il Polito. Il rafforzamento  della /l/ nel vocabolo potrebbe essere dovuto al fenomeno del raddoppiamento pretonico o postonico, molto frequenti nel napoletano e non solo, come in ommo ‘uomo’, in comme ‘come’, ammore ’amore’, cammisa ‘camicia’, cénnere ‘cenere’, chiammà ‘chiamare’, ecc. ecc.

 Diverse sono le voci napoletane che attestano il passaggio della velare sorda /c/ alla rispettiva sonora /g/ (da cui eventualmente spiccare il volo per forme in gua-) come groce ‘croce’, galappio ‘calappio’, gaviglia ‘caviglia’, gravone ‘carbone’, gresema ‘cresima’, guarracino, una sorta di pesce nero chiamato coracino, in cui si verifica il passaggio dalla velare sorda co- addirittura alla labiovelare gua-, ecc.

E’ vero che la forma palatalizzata -gli- deriva in genere da -li- o –le- ma non sempre. Spesso la doppia –ll- (senza la presenza delle vocali palatine /i/ ed /e/) genera in napoletano il suono palatale –gli- come in cagliozza< it. gallozza,  faglià < fallare, paglioccola (grumo di farina non ben mescolata)<*palloccola, diminutivo di it.palla, ecc. Le varie forme napoletane sopra citate derivanti dal lat. loli-u(m) permettono di dire che anche il lo- iniziale poteva trasformarsi in glio-, anche se in questo caso potrebbe adombrarsi un’assimilazione all’esito –gli- del seguente –li-. Nell’abruzzese del mio paese di Aielli la parola in questione suona jjójjë con le due /l/ originarie del latino trasformate in semivocali raddoppiate /jj/. Le chelï-èndrë, nel dialetto abruzzese, sono ‘le prime gemme degli alberi’[6] che ci riconducono quindi al regno vegetale dei getti, polloni, rampolli, ramoscelli’ i quali spesso condividono l’etimo con i rampolli animali ed umani.  Il lat. cali-endr-u(m) o cali-andr-u(m) indica una ‘capigliatura posticcia, ornamento femminile della testa’ cioè un insieme di capelli assimilabili alla peluria e ai getti del regno vegetale, concetto che ritorna nel gr. káll-unthr-on ‘rami’ o gr. káll-untr-on ‘scopa’, oggetto costituito da un manico ed un insieme di rametti di scopa; la parola può aver dato origine al lat. cali-endr-u(m) di cui sopra, ma secondo me non è certo. In greco la parola ha subito il forte influsso del verbo kallún-ein ‘abbellire’.

Ora, ammesso che la radice originaria di nap. guagli-one sia cal-, la stessa del primo elemento del calabrese cagli-andrë ‘ragazzo’, non c’è nessuna difficoltà teorica, in base alle considerazioni fonetiche più sopra fatte, che essa dia come esito la forma guagli-óne (visto che nel napoletano esiste anche gaj-aru ‘giovinetto’, una forma intermedia, per la sillaba iniziale, fra cagli-andrë e guagli-one). Per essa si può presumere un normale raddoppiamento pretonico della /l/ che ne provoca la trasformazione nel suono –gli- come abbiamo visto poco fa. Nel mio paese, e in genere nella Marsica, il termine è uajj-ólë o vajj-ólë (con forme metafoniche per il femminile e il plurale), le quali paiono diminutivi del nome che è alla base del napoletano guagli-one il cui suffisso –one non è accrescitivo ma assimilabile a quello di molte altre parole latine che escono in –on-e(m) e a quello di voci italiane come capro/capr-one, ladro/ladr-one, in cui il suffisso dà, o prova a dare, qualche sfumatura di significato in più alla parola di base a cui si unisce. In abruzzese si incontra anche un forma gua[7] ‘giovinotto, ragazza’ con la liquida /l/ palatilizzata ma non raddoppiata. La variante napoletana guagnóne non deriverà direttamente dal verbo napoletano guagnì ‘piagnucolare’, come voleva il Rholfs[8], ma sarà stata frutto dell’incrocio di guaglióne col verbo suddetto, che ha trasformato il significato in ‘colui che piagnucola’.

Da ultimo credo sia utile accennare al fatto che in napoletano esistono forme, antiche e moderne, come quaglia ‘ragazza rotondetta’, quagliòzza[9] ’ragazza formosa’, quagliòna[10] ‘ragazza’ che fanno presumere un incrocio della parola guagliona col nap. e it. quaglia.  Io propendo a credere che inizialmente si trattava di radice diversa da quella di gual(l)- , gal(l)-, cal(l)- di cui abbiamo parlato sopra la quale in fondo coincide con quella di lat. gall-u(m) ‘gallo’, gall-in-a(m)’gallina’.  Quest’altra, invece, andava a coincidere con radici simili a quella di lat. *coc-ul-a(m)’quaglia’, medio-lat. quagla[11] ’quaglia’  ingl. cock ‘gallo’, fr. coq ‘gallo’, fr. coc-otte ’gallina’ ‘ragazza o donna leggiera’, infant. ‘gallina’, serbo-cr. kok-ot ‘gallo’, serbo-cr. kok-oš ‘gallina’, ungher. kak-as ‘gallo’, gr. kikk-ós ‘gallo’, gr. kíkk-a ‘gallina’. Infatti abbiamo mostrato come i rampolli del regno animale coincidano con quelli umani e vegetali.  Inoltre la quaglia appartiene alla stessa famiglia del gallo e della gall-ina; che esistesse una parola appartenente a questo secondo ordine di radici in velare, è dimostrato, a mio avviso dall’ingl. cackle ‘fare coccodè’, ted. gackel-n ‘schiamazzare, far coccodè’, dall’abr. cach-ilï o cach-ëlëj ‘schiamazzare della gallina che ha fatto l’uovo’, ‘balbettare’, calabr. cacagliare, cacagghiare ‘tartagliare’[12], fr.arc. cacailler ‘chiocciare, far coccodè’.  Il significato della radice, il quale inizialmente doveva indicare un suono generico, assunse a mio parere quello di ‘coccodè’ perchè esisteva una parola uguale o simile per ‘gallina’, come succede sempre in casi del genere.  E non mi si venga a dire che le voci abruzzesi sono state prese di peso da quella inglese.

Dimenticavo il lat. cuc-ul(l)-u(m)’cuculo’, ingl. cuckoo ‘cuculo’, ecc.. Per poter convincersi che i nomi e i versi di questi uccelli non sono onomatopeici, prego di leggere l’articolo Etimo di chicchirichì ‘gheriglio della noce’ e la falsità delle onomatopee presente nel mio blog (/6/25/2009). Un forte indizio sul valore iniziale generico dei versi riferiti a questi uccelli è il fatto che in greco kokkú-sd-ein significa sia ‘fare chicchirichì’ riferito al gallo, sia ‘fare cuccù’ riferito al cuculo. I due versi non sono affatto sovrapponibili e quindi è lecito supporre che il significato di fondo della radice fosse quello di ‘suono’ o ‘rumore’, come espressione di una tensione o energia interiore che si manifestavano  attraverso la sonorità.  Il gr. kĩku-s significa proprio ‘forza, vigore, energia’ e gr. kikka-baû ‘verso della civetta e del gufo’ il cui secondo membro richiama, a mio parere, il gr. baú ‘verso del cane’. Però il gr. kikká-bē, che in Euripide vale ‘civetta, gufo’, etimologicamente va collegata, secondo me, con la serie cui appartiene il gr. kikk-ós ‘gallo’, più sopra citato, e il gr. kakká- ‘pernice’.  Tutte radici considerate onomatopeiche ma che lo erano poco e, quindi, solo per via convenzionale, perché inizialmente avevano a mio avviso il valore generico di “suono”, rafforzato dalla reduplicazione del segmento fonico, con o senza antifonia vocalica.  Le stesse radici avevano elaborato l’altro significato generico di “animale, uccello” che cercava pretesti per specializzarsi in questo o quell’animale  o in questo o quell’uccello che emetteva il presunto verso onomatopeico: le varie specie di pernice non fanno affatto kakká-bē!

Un altro caso molto interessante è quello costituito dal sicil. cucchigghiàta[13], calabr. cucugliàta, pugl. cucugghiàta ‘allodola ca(p)pelluta’, voci che vengono derivate dai linguisti da un latino parlato (alauda) *cuculleāta  ‘allodola che porta un cappuccio’, il quale farebbe riferimento al ciuffo di penne erettili sul capo dell’uccello che, se si vuole essere precisi, è appunto un ciuffo non un cappuccio.  In pugliese si ha anche la forma cocùgghia che però non è retroformazione da cucugghi-àta (cfr. anche spagn. cogujada ‘allodola cappelluta’), come pensano i linguisti, ma una voce femminile composta dalla stessa radice di lat. cucul(l)-u(m) ‘cuculo’ sopra citato, che in quel caso si era incontrato col verso cu-cu dell’uccello, in quest’altro, invece, col lat. cucull-u(m) ‘cappuccio’, fatti che determinarono lo specializzarsi nei due sensi diversi del significato iniziale e generico del termine, secondo me “uccello”.  In sardo logud. la voce cucc-ullia[14] (nuor. cucullia) ha il significato generico di allodola non di allodola cappelluta, e il primo membro del nome richiama il primo di sardo logud. cucca-pedra ‘allodola’. La finale –àta non rappresenta un suffisso latino femminile, simile a quello del part. passato della I coniugazione, ma a mio avviso adombra una seconda componente di un termine *cucull-ata, col significato di ‘allodola’; in qualche modo esso si può ricavare dal lat. al-aud-a(m) o ala-ud-a(m)‘allodola’ se nello spagn. moderno allodola suona al-ondra. Da quest’ultima voce, infatti, si ricava una prima componente al- se la seconda ondra equivale alla seconda –andra di it. cal-andra (cfr. gr. kál-andr-os ‘sorta di allodola’). Del resto anche il greco ci offre la possibilità di ricavare la componente –all- da korud-áll-os ‘allodola cappelluta’, ampliamento della forma kórud-os  dallo stesso significato.

In sardo logud. si incontra la voce cucc-uda ‘upupa’[15] che può facilmente ingannare sulla sua etimologia che credo venga spiegata infatti come “(uccello) munito di cresta” dalla base cucca- che mostra spesso il valore di ‘cima, punta, cresta di monte’ in vari dialetti. In realtà il termine si inquadra nella serie cui appartiene il serbo-cr. kok-ot ‘gallo’ sopra indicata. Ancora nel logudorese esiste il vocabolo cucc-ol-adu ‘crest-ato’ che è ampliamento di quella base (normalmente si ha in sardo cucc-uru ‘cima, cocuzzolo’): anche se esso coincide col lat. cucull-u(m) ‘cappuccio, involucro di carta per incartarvi pepe (che evidentemente aveva la caratteristica forma a cuneo)’, di cui abbiamo parlato più sopra, qui il significato è quello diretto di “cresta” non quello metaforico di “incappucciato”. D’altronde, per mancanza di una visione più profonda ed ampia della Lingua, non si è ancora abbastanza capito, a mio parere, che i due significati di “cima, cresta” e “cappuccio” sono interconnessi, almeno in questo termine.  L’upupa, in sardo logudorese, mostra tra i tanti anche il nome di cuccu-baju, cuccu-vaju che condivide con quello dato all’allocco.  Il termine è quello del greco bizantino koukkou-bágia ‘civetta’ ma io non credo che le voci sarde ne derivino direttamente: basta osservare che altro nome logudorese dell’upupa è culu-baju con la seconda componente –baju che serve ad indicare l’upupa (ilare uccello calunniato dai poeti) diverso dalla civetta.

Il gentile lettore mi scusi se mi dilungo nell’analisi di qualche altro termine sardo per upupa, ma la cosa è davvero interessante. Uno di essi è laudaddeu[16] che non so se vada sciolto in ‘lode a Dio’ o in ‘loda Dio’ ma comunque ciò non ha molta importanza ai nostri fini etimologici. Già molti anni fa nell’articolo Parole sarde del DULS presente nel blog (23/6/2009) avevo asserito che espressioni come sardo caddu de Deu ‘cavalocchio,libellula’ ripetevano lo stesso concetto di “animale” nei due termini di cui si compone. Anche qui la voce lauda-ddeu deve ripetere lo stesso cliché, ma il membro iniziale deve essere il latino e sardo alauda ‘allodola’ che qui naturalmente prende il significato di ‘upupa’ non tanto perché i due uccelli hanno la cresta sul capo, quanto perché i nomi sono intercambiabili per via del loro significato d’origine molto generico. Qui è successo l’identico fenomeno dell’it. lodola, cioè l’errata discrezione della /a/ iniziale el termine, considerata parte dell’articolo femm. deter. la in italiano, e dell’articolo femm. deter. sa in sardo, sicchè quelle che erano s’alauda in sardo e l’al(l)odola in italiano sono diventate rispettivamente sa lauda e la lodola. La lauda si incrociò col termine omofono sardo per ‘lode’ vista la presenza del –ddeu successivo.  Le parole, lo sappiamo, non vedono l’ora di assumere un significato purchessia per giustificarsi sul piano della lingua in cui vengono a trovarsi. Infatti, a mio avviso, la stessa espressione, interpretata diversamente, ha dato origine all’altro termine sardo per ‘upupa’ saluda-ddeus che deve essere sciolta in ‘saluta Dio’ oppure in ‘saluto a Dio’. In realtà in questo caso si è avuto l’agglutinamento dell’articolo apostrofato s’ ‘la’ con sardo alauda ‘allodola’ che ha prodotto prima un *salauda e poi, per incrocio con sardo saludu ‘saluto’ o con una voce del verbo saludai ‘salutare’, la voce saluda-ddeus: la presenza del secondo membro –ddeu ha spinto il parlante a trovare un significato purchessia all’intera espressione in cui il senso originario del primo membro avrebbe creato qualche difficoltà di comprensione.  L’altra espressione sarda saluda su re ‘upupa’ che letteralmente vale ‘saluta il re’ è a mio avviso l’interpretazione erronea di un originario *s’alauda-sorex, il cui secondo membro, che in latino significa ’sorcio’, viene inteso e segmentato come so-rex> su-rex> su re ‘il re’ dal lat. reg-e(m) ’re’.  Naturalmente dietro il suo significato specializzato doveva esserci il significato generale di ‘animale’ o ‘uccello’.  Si pensi, ad esempio, che il sardo algherese crab-edu [17]‘alzavola’ (cioè un tipo di anatra) è molto simile al sardo crab-it(t)u ‘capretto’.

Se si riflette sulle parole che sto per citare, prese da diverse lingue e dal dialetto sardo, francamente non si riesce ad indicare quali siano le varianti o le forme metatetiche rispetto ad una radice d’origine, la quale evidentemente non lo era mai stato, perché esse già sussistevano da sempre, col significato generico di ‘animale’, insieme a quella radice considerata erroneamente capostipite. Ecco le parole: sardo crob-u’corvo’, sardo creb-u ‘cervo’, sardo algherese crab-u, crab-edu ‘tipo d’anatra’, sardo crab-a ’capra’, lat. capr-a ‘capra’, ted. Käfer ‘coleottero’,a.isl. hafer’capro’, gr. kápr-os ‘cinghiale’, a. a. ted. hrab-an= ted. Rabe ‘corvo’, ingl. raven ‘corvo’, ingl. crow ‘cornacchia, corvo’, lat. cerv-us ‘cervo’, calabr. cerv-iéllu ‘capretto’ (che a mio parere non è dall’ant.fr. chevrel ’capretto’), abr. cerv-ónë ‘grosso serpente’, it. lupo cerv-iero ’lince’[18], lat. corv-us ‘corvo’,gr. kór-ak-s ‘corvo’.  Come secondo me dimostra l’algherese crab-u ’anatra maggiore’, che condivide la radice con quella di sardo crab-u ‘capro’, non bisogna farsi ingannare dalle radici onomatopeiche supposte per diversi dei termini sopra elencati, nonché da quelle che fanno riferimento ad una idea di “corno” o ad altro per i restanti termini. 

 Un’altra osservazione moltissimo interessante si può fare sulla radice cerv-  che, secondo me, si ritrova anche nel ted. Kerb-tier ‘insetto’ (anche ted. Kerf ‘insetto’) che viene spiegato come un calco sul lat. in-sect-u(m)’insetto’ che per la verità i classici usavano solo al plurale insecta.  Come avevo notato anche nell’articolo Nomi di venti ovvero gli abbagli della linguistica del 1/5/2012, nel dialetto sardo campidanese si incontrano le voci cerpi-u e in-cerpi-u ‘insetto’ le quali fanno supporre (cosa che non avevo evidenziata in quell’articolo) che il termine tedesco sopra citato, con radice simile nel primo membro, non sia calco sul lat. in-sect-u(m) ‘insetto’ come si pensa[19] ma esistesse autonomamente già da molto tempo[20].  Il ted. Kerb-tier, sul piano della lingua tedesca, significa letteralmente ‘animale (-tier) con intagli (Kerb-)’ dal verbo kerb-en ‘intaccare’ allo stesso modo come viene inteso il lat. in-sect-u(m) che letteralmente vale ‘(animaletto) intagliato’ part. pass. del verbo in-sec-are ‘intagliare, incidere’, nomi che si riferirebbero al fatto che il corpo degli insetti è generalmente nettamente diviso in due o più parti. Il latino sarebbe calco del gr. én-toma ‘insetti’ e così la questione sembra chiudersi definitivamente senza alcuna possibilità di contraddirne la soluzione.  La quale non mi soddisfa almeno alla luce di uno dei principi cardinali della mia linguistica (di ascendenza saussuriana) secondo cui è vano credere che i nomi siano stati posti ai referenti con le significazioni di cui si caricano solo successivamente e che magari indicano questa o quella sua caratteristica, mentre il nomoteta iniziale della lingua, diciamo così, ha indicate le cose per quello che erano, anche se con concetti generalissimi. 

In base a queste mie convinzioni il primo componente di ted. Kerb-tier non va accostato al verbo suddetto, ma alla radice di lat. cerv-u(m) ‘cervo’ sopra citato insieme alle altre parole corradicali, nel suo significato primordiale che secondo me era quello di ‘animale’ prima che il termine si incrociasse col verbo kerb-en ‘intaccare’ e gli permettesse così di dar vita ad una parola che sembrava essere stata creata apposta per quegli animaletti col corpo segmentato. Lo stesso fenomeno deve essere avvenuto per il gr. én-tom-on ‘insetto’ che nel suo significato di parata vale ‘intagliato’ (dal verbo témn-ein ‘tagliare’) con sottinteso -on ‘animale’.  Non è azzardato, per gli stessi motivi, ipotizzare un termine arcaico, caduto poi in disuso, che suonasse *en-thum-on col significato di ‘essere vivente, animale’.  La radice di –thum-on corrisponderebbe a quella di gr. thum-ós ‘animo, anima, vita, spirito, coraggio, ardore, collera, mente, pensiero, ecc.’ a sua volta ampliamento del verbo thú-ein ‘mettere in rapido movimento, muoversi con impeto, agitare, infuriare, imperversare, sacrificare (sign. prim. far fumare), ecc.’. L’espressione erodotea én-toma poieĩn ‘fare sacrifici, sacrificare’ credo possa farci propendere per un’idea simile che vede in én-toma una copertura di un precedente *én-thuma con la radice usuale per indicare i sacrifici, piuttosto che indicare, secondo la lettera, lo spezzettameno o l’uccisione della vittima del sacrificio. Da non dimenticare i forti influssi di questa radice nel ted. dun-st ‘esalazione, vapore, fumo, nebbia’, ted. tumm-el-n ‘mettere in moto, agitare, affrettarsi’ e, a mio avviso, anche ted. Tümm-ler ‘delfino’ o ‘specie di piccione’ in quanto ‘esseri viventi, animali’ come l’ingl. tom-tit ‘cinciallegra’, uccello noto, oltre che col semplice tit, anche come tit-mouse in cui ritorna il falso ‘topo (-mouse)’, falso perché qui deve fare i conti non col ted. Maus ‘topo’, lat. mus ‘topo’, gr. mus ‘topo’ bensì col ted. Meise ‘cinciallegra’. Ma anche il topo non era altro che un piccolo animale.

E siamo giunti al lat. in-sect-u(m) ‘insetto’ che non so se sia il più facile o il più difficile dei tre. E’ chiaro che la sua spiegazione non va cercata tra le radici per ‘taglio, sezione’ e simili ma, a mio parere, bisogna andare ad interrogare il ted. Ein-sicht corrispondente all’ingl. insight  per appurare qualcosa.  I due sostantivi sono composti dalla preposizione ein- (in-) ‘in, dentro’ e dalla componente -sicht (sight) ‘vista’.  Insomma, si tratta di una visione che si spinge all’interno, una intuizione, una profonda perspicacia, una capacità di penetrazione caratteristica della mente di una persona intelligente.  Fin qui i significati della parola inglese e di quella tedesca coincidono, ma per quella tedesca ho rilevato un significato più particolare, non presente in tutti i vocabolari, che a prima vista sembra non essere in armonia con gli altri: impulso, istinto. Ora, basta notare che, volendo capire qualcosa di profondo si ha bisogno di una forte energia intellettiva, per cominciare a rendersi conto che, in realtà i due poli della penetrazione mentale e degli impulsi vitali di qualsiasi natura sono due aspetti diversi di una medesima realtà, quella dell’uomo composto, diciamo così, di materia e forma. Il quale, per mettere in moto sia le attività superiori mentali e spirituali sia quelle di natura istintiva deve sottoporle comunque a tensione ed animazione. Infatti, nell’articolo Principi di gnoseologia del 8/1/2913, tratto abbastanza ampiamente di come l’uomo abbia tradotto nella lingua, attraverso il concetto di ‘attenzione e tensione’, e quindi di ‘spinta’, tutte le sensazioni da lui provate, anche le superiori.  Si aggiunga il fatto che i termini sopra citati hanno come etimologia una radice corrispondente a quella del verbo latino sequi ‘seguire’, il quale si configura come l’azione che compie chi cerca di entrare ed entra in contatto con qualcosa attraverso l’attenzione degli occhi, nel caso dei verbi tedesco e inglese, rispettivamente seh-en ‘vedere’ e to see ‘vedere’.  Insomma il ted. Sicht ‘vista’, per esempio, è la traduzione visiva di questo moto di attenzione e di tensione compiuto da chi è impegnato nel vedere. Ecco perché Ein-sicht ha mantenuto anche il significato apparentemente un po’ anomalo, rispetto agli altri, di impulso, istinto che abbiamo visto abbondare, ad esempio, nel gr. thum-ós ‘animo, ardore’ ma anche ‘mente, pensiero’.  In latino abbiamo il termine secta, simile formalmente a sicht/sight, ma col significato di ‘setta’, un insieme di seguaci.  Ora, tirando le somme di queste considerazioni, mi pare che non sia affatto uno sproposito supporre per il lat. in-sect-um ‘insetto’ un sostantivo primordiale sottostante, uguale al tedesco Ein-sicht ma col significato di impulso, energia vitale, anima, animale molto distante da quello del part. passato del verbo lat. in-sec-are ‘incidere, intagliare’. Nella lunghissima storia di una lingua moltissimi saranno stati i termini col significato di animale sul piano diacronico e su quello sincronico nei diversi dialetti, via via rimpiazzati da altri: quindi non è affatto difficile che tra di essi ne siano capitati alcuni soggetti ad essere interpretati come animali segmentati e quindi adatti ad indicare la classe degli insetti.

Can-ëstr-élla era il termine riservato all’upupa nel mio paese di Aielli, termine che finora non ho riscontrato in altri paesi della Marsica.  Si pensava che l’uccello fosse così nominato per la somiglianza della sua cresta aperta ad un canestro, ma non è così.  In verità l’elemento can- richiama il ted. Hahn ‘gallo’ il greco dor. khán ‘oca’, il fr. can-ard ‘anitra’, il fr. cane ‘anira femmina’ e, se si vuole, anche il lat. can-e(m) ‘cane’, in quanto animale.  L’elemento –ëstr-  forma il secondo membro, con valore talora dispregiativo, di voci come l’it. poll-astra, it. aquil-astro ‘falco pescatore’, sardo logud. abil-astru ‘poiana’ il cui primo elemento abil- vale ‘aquila’.La radice astr- si ritrova nell’a.a.ted. agal-astra inteso come ‘uccello (-astra) crocidante’ ma secondo me questa interpretazione del primo membro agal- è erronea. L’elemento –élla non è affatto un suffisso diminutivo ma si ritrova, ad esempio, nel gr. ell-ós ‘cerbiatto’, gr. él-aph-os ‘cervo’, ecc.




[5] In abruzzese esiste anche la forma uattë ‘quatto’< quattë. Comunque si incontrano (cfr. vocab. del Bielli) anche forme in gu- come nell’espressione guéttë guéttë ‘quatto quatto’ con la /a/ mutata in /é/.  Si incontra anche vèrcë per it. “quercia”.

[6] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq 2004.

[7] Cfr. D.Bielli, cit.

[8] Cfr. G. Rholfs, Vocabolario dei dialetti salentini, Edit. Congedo, Galatina-Le, 1976, tomo I, p.264.

[11]Cfr.web:https://iris.unito.it/retrieve/handle/2318/104124/16106/RIVOIRA_Le%20parole%20dell%27agricoltura_POSTPRINT.pdf s.voce quagla.

[12] Cfr. D. Bielli, cit. nonché Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998, s. voce cacàglië.

[13] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, cit.

[18] La lince non è un lupo né cacciatrice di cervi, ma semmai assomiglia ad un grosso gatto e si nutre di piccoli mammiferi come uccelli.

[19] Da informazioni tratte dal Web la parola kerb-tier viene ricondotta alla creazione, come calco sul termine latino corrispondente, a due importanti scrittori tedeschi, uno del ‘600, l’altro del ‘700. Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/Kerbtier e https://educalingo.com/it/dic-de/kerbtier

[20] Indipendentemente dall’avvenuto o meno calco sul latino insetto la dimostrazione che la parola ted. Kerf  esistesse già per conto suo col sinificato di ‘tipo di mosca’ è data da questo sito web: https://de.wiktionary.org/wiki/Kerf , in cui si afferma che le antiche definizioni del termine Kerf descrivevano una mosca di color nero.