mercoledì 29 agosto 2018

Il termine "strega" e i suoi riflessi in lingue germaniche oltre che in latino e in italiano.






La saga delle streghe avrà accompagnato l’uomo  fin dal Paleolitico, perché da sempre egli ha dovuto combattere contro la miseria, le  mattie, le difficoltà della vita, la morte immatura, contro la sua disperazione e la sua ignoranza in tanti campi dello scibile, realtà   che lo induceva ad attribuire i mali che subiva a forze magiche ostili che spesso si materializzavano in certi tipi di persone: maghi, maghe, fattucchiere, e streghe con i relativi stregoni.  I quali, spinti per lo più da una volontà malefica, avevano però anche il potere, se avessero voluto, di esercitarla a fin di bene.

   Ora, l’etimo che solitamente si dà della parola strega è il lat. strig-e(m) ‘strige’, uccello notturno. La radice streig- è simile a quella di lat. strid-ere ‘stridere, mormorare’.  La strega, in effetti, è anche un particolare strumento di metallo che i burattinai tengono all’interno della bocca per conferire un suono particolare, spesso “stridulo”, alla voce di un personaggio rappresentato sulla scena.  Ma la gente intende la parola  come ‘strega’ tout court, la donna dotata di poteri straordinari, e non pensa affatto al suo valore etimologico, al massimo può immaginare che quel suono stridulo riproduca la voce della strega.  Succede normalmente che una radice resti sepolta sotto i significati culturali sviluppatisi intorno alla sua struttura semantica iniziale, significati che possono derivare anche da altre radici omofone ma non omosemantiche.  Eppure, anche importanti studiosi, suppongono addirittura che i nomi stessi dei referenti, in casi simili, siano dovuti a quella che chiamerei superfetazione culturale secondaria sviluppatasi intorno alle radici originarie che invece erano nude e spoglie di ogni complicazione successiva dei loro valori iniziali per due motivi almeno. Il primo scaturisce dal fatto che ogni radice, agli inizi, aveva a mio avviso  un significato generico che più generico non si può.  Ma questo potrebbe essere molto difficile da dimostrare, voglio ammetterlo. Il secondo riguarda, appunto, il diffusissimo fenomeno degli incroci tra termini omofoni ma non omosemantici, una risorsa enorme per la Lingua, che ha bisogno di specializzare i termini per un’agevole comunicazione tra gli uomini ma che purtroppo nasconde i loro  significati d’origine.  Questo secondo motivo è più facile individuarlo, analizzando le parole, comparandole, e portando così allo scoperto questo meccanismo degli incroci, vitale  per ogni lingua.

   Ora, tornando alle streghe, farò una casistica di incroci avvenuti, secondo me, anche nella notte dei tempi tra la radice di “strega” ed altre parole omofone. Nella tradizione popolare esse potevano trasformarsi anche in vento. Sarà un caso, ma in tedesco il verbo streich-en ‘passare una cosa sopra un’altra, lisciare, spianare’ significa anche ‘soffiare’, detto del vento.  Ricordo che quando ero ancora un ragazzo di una decina d’anni, nel mio paese di Aielli-Aq, qualcuno usava ancora fissare dietro la porta, presso il buco della serratura (cfr. ted. Strecke ‘galleria, cunicolo di miniera’: in sostanza il traforo o foro corrispondente al buco della serratura), un mazzetto di fili di canapa, nella convinzione che la strega sarebbe stata costretta a contarli tutti (in altri termini avrebbe dovuto “strigarli”[1]  tutti, nel senso di estricarli o districarli) prima di poter esercitare il suo potere malefico; nel frattempo sarebbe arrivata l’alba che l’avrebbe costretta a filarsela!

   Ora, sembrerà strano  ma in inglese il termine strick[2] indica proprio un mazzo di fili di canapa o lino pettinati! Addirittura potrebbe essere successo che la radice di strick, inrociatasi con una simile a quella di lat. strigil-e(m) ‘striglia’ e al dialettale streccia ‘pettine’, abbia generato anche il valore di ‘pettinato’. D’altronde, anche restandosene comodamente in Italia, si può incontrare il toscano strega ‘stoppino cerato’ posto all’estremità di una canna per accendere i ceri sull’altare.  In questo caso la voce strega poteva aver subito l’influsso di una parola omofona col significato di ‘accensione, fiamma’.

    Talvolta, sempre da ragazzino, sentivo qualcuno raccontare di aver trovato la mattina nella propria stalla le cavalle con la criniera intrecciata, indiscutibile opera delle streghe! Egli certamente non conosceva il toscano strega sunnominato né tantomeno il suo significato etimologico di ‘insieme intrecciato di fili’ da rapportare al ted. strick-en ‘lavorare a maglia’, che è un annodare o un intrecciare i fili: cfr. ted. Strick ‘corda’.

    Se al mattino si scorgeva sulla pelle del corpo di un bambino qualche arrossamento o livido o graffio si sospettava che era stato visitato dalle streghe; anche in questi casi bisogna cercare, specie per il graffio, la spiegazione nell’incrocio con termini come ted. Streiche ‘strumento per cardare’, ted. streich-en, già citato, che significa anche ‘cancellare, cardare’, ingl. streak ‘stria, striscia, screziatura’, lat. stri-a(m) ‘solco, scanalatura’ probabilmente da *strig-a(m), serbo-croato struga-ti ‘raschiare’, ecc.
    In un documento dell’Archivio di Stato di Genova si elencano i tremendi tormenti a cui le infelici donne considerate streghe venivano sottoposte: [] la colpevole sia croata (strascinata) per terra (cfr. ted. Strich ‘strisciamento’), aut sia marchiata (cfr. ingl. to strike ‘coniare, imprimere’) cum ferro ardente in lo volto, aut tagliato lo naso (cfr. ingl. to strike off ‘mozzare, tagliare’ []. 

   La masca (strega) Micillina, nata a Barolo e maritata a Pocapaglia (Piemonte), deformava i bambini (cfr. ingl. to stretch ‘allungare, stiracchiare, deformare’, ingl. to strike ‘trasformare per magia’); mentre la portavano al luogo del supplizio l’aria si riempì di strani miagolii ( a causa forse del suo nome Mic-ill-ina apparentato con it. micio del linguaggio infantile e famigliare, ma non è da scartare il raffronto tra piemontese masca ‘strega’ e l’ungherese macska ‘gatto’) mentre gomitoli di corda (cfr. il già citato ted. Strick ‘corda’) cadevano attorno alla strega.  

  Nel medioevo le streghe venivano bruciate vive sul rogo ed esse stesse d’altronde avevano l’abitudine, come si raccontava anche nel mio paese, di passare sul fuoco (si ricordi uno dei significati del ted. streich-en ‘passare una cosa sopra un’altra’) le loro vittime designate, in specie bambini (cfr. ingl. to strike ‘suscitare il fuoco’ sfregando la pietra focaia o altro, ingl. to strike ‘accendersi’). E così il termine “strega ci riconduce alle lontanissime epoche in cui l’uomo preistorico accendeva il fuoco in quel modo anche confricando due bastoncini, sistema del resto ancora in uso presso i Boscimani.  Ma io sono propenso a credere che anche qui si tratti di un incrocio. Una parola simile ad ingl. strike doveva indicare autonomamente l’idea di “fuoco, scintilla, fiamma”, quel fuoco che l’uomo aveva cominciato a conoscere e nominare già da quando ancora non era capace di produrlo da sé, ma aveva avuto modo di osservarlo nelle eruzioni vulcaniche e soprattutto negli incendi causati dai fulmini caduti nelle foreste, che allora dovevano essere immense. 

    Penultimo, ma non meno importante, il cosiddetto colpo della strega, l’attacco di sciatica o lombaggine che fa piegare in due il malcapitato: l’espressione non è altro che la ripetizione tautologica dello stesso concetto (colpo), segno di due civiltà o parole che si sovrappongono (cfr. ingl. strike ‘colpo’, dial. veneziano struc-ar ‘premere’, abruzz. marsicano struccà ‘ spezzare, tirando con forza’. Nell’immaginario popolare però, a vibrare il colpo, sarebbe stata proprio la povera strega, vero capro espiatorio di tutti i mali della sofferente umanità.

  L’ultimo è l’ingl. to strike  che significa incredibilmente proprio ‘stregare’, cosa che mi fa capire, insieme a tutto l’altro di cui sopra, che in quella lingua doveva pur esserci nel lontano passato un termine per ”strega” simile ma indipendente dal lat. strig-a(m) ‘strega’. Allora quasi sicuramente l’etimologia data dai linguisti per strega è falsa: non si tratta di antropomorfizzazione dell’uccello notturno chiamato strige, ma di qualche altro concetto che non saprei indicare. Azzardo una mera ipotesi: il suo significato d’origine sarebbe stato ‘colei o colui che colpisce (con i suoi influssi malefici)’. 

Il mio parere, dunque, è che la parola “strega” non sia di origine italica ma che essa sia antichissima e abbia avuto tutto il tempo per rastrellare sincronicamente e diacronicamente, in lungo e in largo nelle lingue che ha incontrato nel suo cammino, per la verità quasi esclusivamente quelle di area germanica (dove è stata soppiantata però da termini come ingl. witch ‘strega’, ingl. hex ‘strega’, ted. Hexe ‘strega’), tutte le parole che contribuivano a formare ed accrescere la sua saga nei modi più disparati, come abbiamo visto.  Più correttamente essa sembra aver avuto a che fare con molti dei significati di alcuni verbi e sostantivi inglesi e tedeschi sovrapponibili al suo nome.  Io non credo che le varie credenze siano dovute ad una mentalità primitiva che si lascia indurre a concepire gratuitamente e magicamente i nomi degli esseri viventi e no, le loro presunte o reali caratteristiche fisiche e i loro comportamenti i quali sono dovuti, al contrario, al semplice e meraviglioso meccanismo dell’incrocio di termini omofoni, strumento insostituibile nella creazione e nel perfezionamento specialistico della Lingua.  Il fatto stesso che, nel caso delle streghe, le credenze e i comportamenti che le contraddistinguono siano scaturiti in gran parte dai vari significati relativi a quell’unica entità linguistica corrispondente all’ingl. strike e al ted. streich-en depone a favore di una motivazione concreta e non magica, secondo me, di quelle credenze le quali, però, finivano certamente con l’alimentare il mondo fantastico e magico dell’uomo primitivo soprattutto quando le parole che le avevano motivate e i loro significati fossero stati sostituiti da altri col passare del tempo.  Questo fenomeno naturale era più che sufficiente, con il favore dei tempi lunghi riguardanti ogni lingua, a popolare questo mondo magico di nomi strani, irreali, inverosimili come quelli che indicassero, ad esempio, una “fiamma” o una “scintilla” con i termini  pollo,cavallo, ecc.: non era affatto necessario che intervenisse la volontà diretta di creare simili nomi “strampalati”, basata solo su se stessa e su un presunto meccanismo glottogonico di questa natura suscitato dalla condizione di magia in cui l’uomo primitivo viveva.  



[1] La voce, anche italiana, attualmente mi pare non esista nel nostro dialetto in questo significato di ‘districare’, ma avrebbe potuto esistere in passato, se dura ancora la voce trë ‘imbarazzare, cavillare, far perdere tempo’ dal lat. tricari ‘imbrogliare, cavillare, ecc.’

[2] Cfr. vocabolario Merriam-Webster.


mercoledì 22 agosto 2018

Scarsissima o nulla la credibilità delle storielle relative ad animaletti le quali avrebbero generato anche i loro nomi




Secondo me uno degli errori più gravi che i linguisti hanno sempre commesso e commettono tuttora è quello di dar retta a quanto la tradizione loro ammannisce, a volte sin da epoche lontanissime, sul comportamento e anche le caratteristiche di certi animaletti lasciandosene influenzare a tal punto da credere senza tentennamento che i loro nomi ne siano la naturale conseguenza.  E non si accorgono affatto che, al contrario, sono stati proprio i significati di superficie dei loro nomi, a dare il via a quella tradizione la quale quindi viene a costituire un ostacolo insormontabile alla individuazione delle giuste etimologie che solitamente  portano a concetti molto più generici situati al di sotto di quelli che sembrano i più credibili perché, oltre ad essere a portata di mano, sembrano giustificati dalla tradizione.  Sicchè il complotto tra significati di superficie, caratteristiche più o meno importanti degli animaletti e tradizione finisce con l’ottundere l’intelligenza del ricercatore, senza rimedi. 

    La Lingua, come altre volte ho sottolineato, mira all’essenza della cosa o dell’essere vivente da rappresentare, essenza che per gli esseri viventi corrrisponde, ne sono sempre più convinto, alla loro “animalità”, concetto che del resto nella fase animistica della umanità riguardava anche le cose.  Affermo ciò con forza  perché mi sono accorto, ad esempio, che l’it. lucciola non trae la sua origine remota dalla “luce” che questo caratteristico coleottero emette d’estate come richiamo sessuale. Il nome, precedentemente, aveva un valore generale di ‘insetto, animale’ e solo incrociandosi successivamente con la parola lat. luc-e(m)  ha assunto   il significato specialistico che conosciamo[1].  Il fatto è che esiste nel dialetto toscano il termine lucìa indicante diversi coleotteri, come la coccinella, e messo in rapporto da tutti i linguisti con quello di Lucia, la Santa siciliana accecata[2].  Troppo semplice e comodo, in un certo senso, spiegare l’etimo delle parole in questo modo! Ma prima che si diffondesse il culto della Santa questi coleotteri non dovevano già avere tra il popolo i loro bravi nomi? ed essi sarebbero improvvisamente scomparsi, sostituiti  da quello della Santa? Come subito vedremo, la spiegazione non può essere questa.

   Ora, sempre nel dialetto toscano, la voce lucìa e suoi derivati come luc-ìgnola, luc-ìgnolo, luc-ióla  indicano l’orbettino, un serpentello ritenuto popolarmente cieco per via dei suoi piccolissimi occhi. Va da sé che i linguisti attribuiscono questo nome, come vuole la tradizione popolare, alla Santa siciliana.  Io sono invece incline a supporre che questi nomi vadano messi in rapporto con la prima componente dell’it. luc-ert-ola, termine che secondo me esisteva già nei dialetti contemporaneamente a quello di lat. lac-ert-a(m) che significa ‘lucertola’ e ‘specie di scombro’. Anche il lat. luc-iu(m) indicava un pesce, il luccio. Il motivo di questo allargarsi dei significato è secondo me dovuto al fatto che, come ho più volte rimarcato, il valore iniziale dei termini era molto generico, corrispondente in questi casi a quello di ‘animale’.   Che la voce luc-ert-ola vada scomposta così me lo conferma il nome che l’animaletto ha a Lecce, in Puglia, e cioè lucertone erde, o lucerta erde[3] in cui erde equivale al secondo membro di luc-ert-ola. In Trentino Alto Adige la bis-èrd-ola è la ‘lucertola’, come  una delle diverse voci venete per ‘lucertola’ è bis-ard-ola[4], il cui primo membro corrisponde all’it. biscia. Un’altra conferma mi viene dal ted. Erd-schnecke ‘lumaca’ che però letteralmente suona ‘lumaca (-schnecke) di terra (Erd-)’, termine composto che si presta a definire meglio di che tipo di lumaca si tratta, di quella terrestre, anche se essa può essere indicata dal semplice Schnecke ‘lumaca’.  Inizialmente, prima che si affermassero i tipici composti germanici con un determinante (il primo componente) e un determinato (il secondo componente),  si trattava di composto tautologico.  Aggiungo che l’etimo di questa parola corrisponde a quello di inglese snail ‘lumaca’ e di ingl. snake ‘serpente’. Alla nostra mente immersa ora in una pletora di specializzazioni i due animali possono sembrare molto diversi, ma la mente primordiale vedeva in essi appunto degli animali, magari ‘striscianti’.

   La voce italiana lusc-éng-ola ‘orbettino’ è di facilissimo etimo, nonostante i contorcimenti dei linguisti per spiegarlo. Il primo membro è il tardo lat. lusc-a(m)[5] ‘lucertola’; il secondo non è che la radice del gr. énkhel-ys ‘anguilla’.  Il lat. angu-ill-a(m) è considerato diminutivo di lat. angu-e(m) ‘serpente’ ma la parola greca  mi fa pensare che il membro –ill- fosse in realtà tautologico col significato di ‘anguilla’, se in inglese questo pesce è chiamato eel, in ted. Aal. Allora anche il termine lusc-éng-ola non ce la racconta giusta circa il suo ultimo membro, perché esso non dovrebbe essere un diminutivo all’origine ma un membro tautologico rispetto agli altri due. C’è una possibilità che la parola fosse inizialmente *luc-engola e che si sia incrociata con il lat. lusc-u(m) ‘losco, cieco’ a causa della sua cattiva e inveterata fama di essere cieca, come sappiamo. Ma esiste nel meridione anche la voce lusc-erta ‘lucertola’, animale che non è cieco, nemmeno nella credenza popolare.  Allora vedo la possibilità che agisca dal profondo la radice di lat. lusc-ini-a(m) ‘usignolo’, in quanto animale.

 Il lucignolo della candela o del lume ad olio naturalmente non deve il nome alla luce che promana da esso ma al tardo lat. lic-in-iu(m) luc-in-iu(m) 'stoppino, stuello'', lat. lici-u(m)'liccio,filo'L'espressione sembrare, essere ridotto ad un lucignolo 'essere magrissimo' credo provenga, non dalla nozione di “lucignolo” in sè, ma da quella di “filo” o probabilmente da altra radice come quella dell'aggettivo abr. licchë licchë 'magro stecchito', aggettivo abr. lichë, detto di pianta  “vizza o sopraffatta dalla siccità”[6], voci a mio avviso in rapporto con la radice di a.a.tedesco lecch-en 'diventare secco'. 

   E così siamo arrivati alla stessa parola it. orb-ett-ino[7], un’altra vittima della congiura ordita dalla tradizione per impedire ogni possibilità di arrivare all’etimo profondo. Quasi tutti i linguisti, senza batter ciglio, credo si precipitino a ripetere in tutta tranquillità che la derivazione del nome è chiarissima, data la credulità del popolino riguardo alla cecità dell’animale. Il termine col doppio diminutivo fa riferimento all’aggett. lat. orb-u(m) ‘orbo, privo di vista’. E così si lasciano sfuggire la possibilità di confrontarlo col gr. horpet-ón, variante eolico-dorica di ionico herpet-ón ‘rettile, serpente’ ma anche ‘animale in genere, quadrupede’(v. vocab. del Rocci). In latino la parola corrispondente è rappresentata dal verbo serp-ere ‘serpeggiare’ con la fricativa /s/ iniziale intatta, ma il latino come noi lo conosciamo è solo una delle tante lingue e dialetti che hanno lambito il suolo italico nel lontano passato.  In Veneto una delle voci per lucertola è bisa-orba[8]. Sarebbe orba anche la lucertola? Sicchè l’innocuo orbett-ino, al dilà dei falsi diminutivi e dell’accanitamente falsa storia della sua cecità, riacquista finalmente  la sua naturale condizione di ‘animale (strisciante)’.

Questo tipo di convinzioni, specie se dovute a pregiudizi incarniti nella tradizione, operano guasti irrimediabili in tutti i tempi: anche in latino l’orbettino era chiamato caec-ilia ’cecilia’, fatto derivare da lat. caec-u(m) ‘cieco’, in barba alla santa siracusana che era di là da venire. Ma anche qui si trascura il fatto che il termine aveva un largo spettro di significati, come ‘specie di lattuga’, e che la sua radice, secondo me, si ritrova nell’abruzzese chëc-onë, chic-onë [9]‘grossa lumaca’: miopia e credulità senza scampo  della mente umana[10]!
  
  
  
  




[1]  Presumibilmente anche nelle altre lingue la nozione di “luce” l’ha fatta da padrona nel designare il coleottero, sostituendosi a precedenti parole omofone indicanti l’insetto in quanto “animale”.

[2] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET Torino 1998 s. v. lucìgnola.

[3] Cfr. sito web: https://www.persee.fr/doc/roma_0035-8029_1913_num_42_166_4737

[4] Cfr. sito web: http://www.dialettando.com/dizionario/detail_new.lasso?id=49687

[5] Cfr. etimo di luscengola dato nel vocabolario italiano di Tullio De Mauro sotto il lemma.

[6] Cfr. D.Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq. 2004.

[7] Il termine è attestato abbastanza tardi in italiano (1875) ma sicuramente avrà dormito i suoi lunghi sonni all’ombra di qualche dialetto.


[8] Cfr. sito web: http://www.dialettando.com/dizionario/detail_new.lasso?id=49687

[9] Cfr. D.Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq 2004.

[10]  Però, in questo modo la Lingua, l’ho spiegato altrove, riesce a produrre quelle specializzazioni che sono vitali ad una comunicazione il più possibile chiara e precisa. 


venerdì 10 agosto 2018

Voci dialettali desuete ma molto istruttive


                          

Forse solo a qualche persona anziana come me  succede che, quando deve nominare la buccia del chicco d’uva, la prima parola che affiora nella sua mente, ma che deve ricacciare subito dentro per non suscitare ilarità e incomprensione nei giovani del paese o in chi, venendo da fuori, è abituato ad usare l’italiano, è quella di scrë-ffùjjë. Non mi vergogno di dire che la mia lingua madre è il dialetto di Aielli-Aq, ed è quindi esso che prepotentemente si fa avanti per primo tutte le volte che può, quando meno vigile è il controllo esercitato su di esso dalla umana tendenza ad apparire scimmiescamente come gli altri e da tanti anni di insegnamento nelle scuole secondarie in cui bisognava pur parlare in italiano sia pure con inflessioni dialettali.

   Nel Vocabolario abruzzese di Domenico Bielli la parola suddetta non compare ma ne sono riportate altre in parte simili, come scrë-ccùjjë, scrë-ccójjë ‘fiocine, sottile buccia che copre il chicco d’uva’.  Caratteristico è l’uso del Bielli di parole arcaiche anch’esse nella spiegazione delle voci dialettali. Come si può notare, la prima componente delle tre parole è sempre la stessa, mentre la seconda cambia.  Fidandomi del fatto che spessissimo le parole indicano direttamente le cose per quello che sono, ho cercato radici che potessero rispondere al concetto di “pelle, buccia” e simili.  Mi è subito venuto in mente il lat. scr-ot-u(m) ‘scroto’, la pelle che, a mo’ di sacco, avvolge i testicoli.  La radice è presente anche nel lituano skurà ’pelle, cuoio’, ant. slavo skora ‘pelle, cuoio’.  La seconda componente –fùjjë della voce aiellese (con la normale palatalizzazione della doppia /l/ che diventa /jj/) corrisponde, secondo me, al lat. foll-e(m) ‘mantice, borsa, cuscino’, mentre le seconde componenti delle voci riportate dal Bielli, varianti di una stessa radice, corrispondono al lat. culle-u(m), sempre con la /l/ palatalizzata, e al gr. kole-ós ‘fodero, vagina, guaina’. Cfr. anche l’it. arc. coglia ’scroto’.

     Come è bello ritrovare la seconda componente -fujjë della voce aiellese suddetta nel sardo nuorese fodd-òne 'buccia dell'acino', nel sardo logudorese fodde 'buccia dell'acino', e nel sardo campidanese foddi 'buccia dell'acino'!  La forma aiellese è molto più vicina a quelle sarde che al  lat. foll-e(m) 'mantice, borsa' per via del significato che è una specializzazione di quello della parola latina.  In sardo la doppia /l/ latina si trasforma in doppia dentale cacuminale /d/.  E' quindi molto improbabile che le voci sarde e quella di Aielli siano derivate autonomamente dalla forma latina dopo che questa arrivò in epoca storica nei rispettivi dialetti, ma è molto più credibile che esse si siano specializzate ad indicare la buccia dell’acino, sempre da un termine ad esse sovraordinato simile a quello latino, ma chissà quando e chissà dove prima che il latino giungesse storicamente nei rispettivi territori. Certamente il latino non sarà nato e cresciuto nell'ambito ristretto del Lazio dove lo troviamo storicamente, e pertanto diverse parole sparse nei dialetti italiani saranno da considerare antecedenti all'arrivo in loco del latino storico. Ma  è senz'altro difficile riconoscerle. 

    Per rendersi conto che è questa idea di “pelle, buccia“ o, meglio, “avvolgimento, rivestimento” che sta sotto a queste parole si pensi alle voci, sempre tratte dal Bielli, concujjë ‘fiocine dell’uva’, o conculla ‘mallo della noce o mandorla’ la quale da noi ad Aielli suona cungùjjë ‘mallo della noce o mandorla’. Va da sé che questa voce rimonta al lat. conchyli-u(m) ‘conchiglia’ (ampliamento di gr. kónkhē, lat. concha ‘conchiglia’) o direttamente alla rispettiva forma greca.  Abbiamo visto, infatti, in altri articoli che il greco dalle nostre parti esisteva prima che arrivasse il latino.  Vorrei, però, che si facesse molta attenzione a questo: all’inizio della lunghissima storia delle parole, i significati, come si può vedere in questo caso, non erano per nulla specializzati e determinati. Non è successo, insomma, che fosse esistito prima il significato di ‘conchiglia’ e poi da esso fosse derivato quello di ‘mallo’: all’origine potrebbe essere stato addirittura il contrario, e quindi più sopra non mi sono ben espresso quando ho fatto rimontare al greco queste voci: scientificamente dovevo dire solo che in greco esistono voci simili con un significato paragonabile, ma non uguale, a quello che appare nei nostri dialetti, cosa che fa presumere una loro parentela, ma che non è la prova di una primogenitura delle forme greche. Queste forme dialettali, data la notevole differenza di significato rispetto alle corrispondenti greche, potrebbero, insomma, essere arrivate qui non per il tramite del greco antico ma attraverso filoni linguistici non meglio identificati che potevano essere anche anteriori a quelli che interessarono la Grecia.

     Ciò che comunque ci interessa molto è renderci conto che i vari significati delle parole ne hanno sempre un altro più generico sovraordinato rispetto a quello che storicamente si fissa, per una data parola, in questa o quella lingua. Questo comportamento, infatti, ci induce a sostenere che il significato d’origine di una radice era talmente generico da dover corrispondere a quello delle altre radici, come abbiamo detto in altri articoli, e che quindi i milioni di termini costituenti tutte le lingue dell’uomo, vive o morte che siano, derivano sempre da un unico concetto generalissimo che potrebbe corrispondere a quello di “anima”.

    Il Bielli riporta anche un’altra voce per ‘buccia d’uva’ e cioè scur-piccë  di cui, però, non sono stato capace di interpretare il secondo membro –piccë. Mi sembra vagamente simile all’it. buccia, termine anch’esso molto problematico per l’etimologia. Un altro insegnamento, non di poco conto, deriva da questa serie di termini dialettali riguardanti la buccia d’uva: il fenomeno della ripetizione tautologica dei membri in cui può essere divisa una parola vi spicca in una maniera incontestabile che impedisce di metterlo in dubbio.

Nel diminutivo lat. folli-cul-u(m) compare chiaramente anche il significato di ‘scorza, buccia, involucro’ oltre a quello di ‘sacco, sacchetto’ e anche, pensate un po’, quello di ‘scroto’, ma mi pare che non sia stato mai  usato in riferimento specifico alla buccia dell’acino.  Io sostengo che la forma diminutiva, prima che diventasse tale, costituiva soltanto una tautologia in cui il secondo membro cul-u(m) ripeteva lo stesso significato del primo, e cioè ‘involucro’, come suggerisce il sopracitato gr. kole-ós ‘fodero, vagina’ e il lt. culle-u(m) ‘sacco’. A mio avviso anche il gr. phōle-ós ‘covo, buco, caverna’ , gr. phol-ís, -ídos ‘squama (di animale), scaglia’, gr. phell-ós ‘sughero’ sono tutti imparentati col lat. foll-e(m) ‘sacco, borsa’ di cui sopra.

    Un’altra voce dialettale che rafforza e chiarisce quanto asserivo sui diversi filoni di diffusione delle parole che possono interessare le lingue è concòl [1], voce del dialetto veneto-friulano (con varianti in dialetti emiliani e marchigiani) col significato di ‘porca, rialzo di terra tra i solchi dell’aratro’, considerata un ampliamento del lat. concha ’conchiglia’, questo sì calco sul gr. kónkhē ‘conchiglia’.  Per me si tratta invece sempre di una forma corrispondente al nostrano cungùjjë ma con un significato talmente diverso sia da quest’ultima che da quella greco-latina da far presuppore un filone di diffusione diverso, appunto, dagli altri due, anche se il suo significato di ‘convessità’, nella forma di un ‘rialzo tra solco e solco’, era contenuto già nel genericissimo significato d’origine, o prossimo all’origine, di concavità (si pensi alla conchiglia) la quale è l’altra faccia della convessità .

   Last but not least sempre nel vocabolario del Bielli la voce abruzzese concujje indica, come ho detto più sopra, il 'fiocine dell'uva'. Anche questo valore conferma la enorme elasticità originaria dei significati: infatti non si può per nulla pensare che il significato specializzato di 'conchiglia' abbia potuto generare direttamente questo di 'buccia d'uva'! La questione sta diversamente: sia il concetto di "conchiglia" sia quello di "buccia" sono emanazioni tardive di un concetto precedente e sovraordinato di 'avvolgimento, copertura, rivestimento, ecc.'. Il gioco, poi, tra l’idea di “concavità” e quella di “convessità” si può riscontrare chiaramente osservando l’it. conca ‘recipiente per attingere e conservare acqua’ e la voce sarda corradicale conca ‘capo, testa’. E non bisogna pensare che la motivazione di quest’ultima debba essere la durezza delle ossa della testa corrispondente a quella di una conchiglia: abbiamo visto infatti che la sottile ‘buccia d’uva’, indicata con quella radice, ne faceva benissimo a meno.  E’ sempre il concetto di “convessità, avvolgimento, rotondità” che fa sentire la sua forza agendo nascostamente dal profondo. 


[1] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani , UTET, Torino, 1998.         




mercoledì 1 agosto 2018

Uno è tutto e tutto è uno




Quando, oltre una trentina di anni fa mi diedi anima e corpo allo studio delle parole, conoscevo molto meno di oggi i fenomeni e i problemi della fisica quantistica, anche se è vero che nemmeno oggi li conosco bene, se non al livello a cui può conoscerli un profano come me.  In tutti questi anni ho osservato le parole nei loro significanti, cioè l’involucro sonoro esteriore, ma soprattutto nei loro significati i quali mi hanno rivelato sempre la stessa tendenza: quella di allargarsi notevolmente, quanto al contenuto semantico, retrocedendo nel tempo o diffondendosi nello spazio. Questo fenomeno della mutabilità del significato a seconda dei contesti, a dire il vero, era già conosciuto prima di me, ma quello che ha suscitato il mio interesse, e insieme la mia meraviglia, è stata la misura di questa mutevolezza: enorme! Abbiamo infatti visto recentemente che una parola può passare dal significato di ‘pettine’ a quello di ‘mano’ o ‘dita’ o di ‘pube’, dal significato di ‘fila, filare’ a quello di ‘universo’, perché esiste un significato, sotto ogni termine, via via più generico che, come una forza invisibile, tiene uniti tutti i significati particolari.  

   Ora, la logica conseguenza di ciò è che, se tutte le parole si comportano allo stesso modo quanto al significato, esse non potranno che derivarli, i loro moltissimi ed espliciti significati di superficie, da un medesimo significato di fondo, uguale per tutte, genericissimo (in quanto esso deve comprendere tutti i moltissimi altri significati specifici), e più o meno implicito e invisibile, se non agli occhi di chi si è abituato a grattare le molte incrostazioni che  nel corso di molti millenni si sono accumulate intorno al nucleo delle parole, vuoi per questa naturale specializzazione del significato implicito (senza di essa non ci sarebbe infatti la lingua articolata e varia che conosciamo), vuoi  per i numerosi incroci con altre parole simili, ma di significato diverso, perché nel frattempo specializzatosi in un modo o in un altro.

    Il significato implicito di fondo è talmente generico che in un certo senso sfugge ad ogni tentativo di “acchiapparlo” quasi come una particella sfuggente del mondo quantistico. Perciò sono vari i concetti con cui ho tentato di esprimerlo: “spinta, forza, anima, vita, ecc.”, concetti appropriati per una visione animistica della realtà che caratterizzò la fase più remota dell’essere umano.

   Concludendo posso fare questa osservazione.  In questo studio pluriennale delle parole, io, modesto letterato, ho potuto individuare in esse, attraverso una continua osservazione, analisi e comparazione dei significati, lo stesso comportamento mobile e sfuggente delle particelle subatomiche, come sono descritte nella teoria fisica dei quanti.  In verità mi ero accorto della genericità dei significati di fondo già qualche mese dopo l’inizio della ricerca, sicchè tutto il resto del tempo l’ho impiegato nella verifica di quella ipotesi originaria che è risultata, a mio parere, giusta e proficua.

   Naturalmente non sono partito dal presupposto di studiare la lingua secondo i principi della teoria quantistica: mi sono accorto solo successivamente che i risultati che ottenevo erano simili a quelli descritti da quella teoria.  E, secondo gli studi odierni (come si può constatare dall’articolo Tutto è uno, ogni cosa è Tutto citato alcuni giorni fa nel mio profilo[1]), il cervello che ha creato la lingua si comporta proprio secondo quei principi.