martedì 7 dicembre 2010

Con questi chiari di luna...

«Perchè quando le cose vanno male, quelle economiche particolarmente, si dice “con questi chiari di luna?”» domanda una lettrice di Chieti al sito internet Dizionario Italiano- Lingua madre. La risposta data da Fausto Raso vorrebbe chiarire (?), senza ombra di dubbio, che la luce fioca della luna, che non fa vedere nettamente gli oggetti sfumandone le immagini, deve intendersi come metafora della condizione in cui viene a trovarsi chi, illuminato solo dai tenui raggi della luna, vede poco chiaro intorno a sè e specie il futuro, soprattutto dal punto di vista economico. Egli ricorda anche che l’espressione, in tempi remoti, suonava “con questi lumi di luna”, volendo rafforzare così la sua idea della fievolezza del chiarore lunare.
Ad essere sinceri a me tutto questo ragionamento sembra piuttosto artificioso, cerebrale, se si tiene presente che il chiaro di luna, almeno nella mente di chi ha un minimo di cultura letteraria, ma in fondo anche della persona ingenua e comune, digiuna di letture, è sinonimo di poesia, delicatezza, gentilezza, sicchè mi pare altamente improbabile che esso abbia potuto suscitare sentimenti negativi, bui, messi in rapporto con una situazione economica di estrema gravità, come quella cui effettivamente l’espressione allude. E poi, una notte illuminata dal pur debole chiarore della luna infonde sempre negli animi un che di amichevole, cordiale e fiducioso rispetto ad una notte completamente illune opportunamente definibile, soprattutto se priva anche di stelle, come nera. Questa sì che sarebbe una metafora adeguata a rappresentare tempi economicamente magri ed incerti.
Io non so se la variante “con questi lumi di luna” sia attestata anteriormente all’altra, ma, anche se lo fosse, nessuno potrebbe impedirci di supporre che quest’ultima sia stata quella originaria nel parlare quotidiano, stando alle considerazioni che farò più sotto in merito a quella che a me sembra la probabile origine del detto.
Effettivamente la luna in questa espressione potrebbe essere il quasi inimmaginabile, eppure del tutto naturale, risultato di un incrocio e sovrapposizione di termini tra loro estranei. E’ molto comune in diverse parlate abruzzesi, ad esempio, la palatalizzazione della -l- che trasforma voci come lat. lumen ‘lume, luce’ in jumё (a Trasacco-Aq), oppure lat. loliu(m) ‘loglio’ in jojjё (Aielli-Aq e altrove) oppure lat. lupu(m) ‘lupo’ in jupё (Luco dei Marsi-Aq e altrove). Si incontra peraltro anche lat. luna(m) trasformato in juna (Castellafiume-Aq)[1], il quale fa proprio al caso nostro. Infatti, se poniamo all’origine della locuzione il sintagma latino clara jejunia ‘manifesti digiuni’, probabilmente passato nei dialetti prima a *clara jejuna per influsso dell’aggettivo lat. jejunu(m) ‘digiuno, a stomaco vuoto, affamato’, poi a *clara dejuna (ad Aielli-Aq l’it. digiuno suona infatti ancora dijunё) con la prima -j- trasformata in -d- per dissimilazione, e successivamente in *chiari digiuni, tutta l’espressione avrebbe significato, in tempi remoti, 'con questi chiari digiuni', cioè con questi manifesti digiuni (fame), evidenti, ad esempio, nei volti emaciati delle persone che si incontrano, in periodi di carestia e di fame, che non erano rari nell’antichità.
Ora, nella fase in cui il sintagma suonava clara de-juna si sarebbe potuto intrufolare, nelle aree caratterizzate da dialetti affetti da palatizzazione della -l-, e molto naturalmente, perchè favorito dalla presenza del termine clara ‘chiari’, il sintagma de juna ‘di luna’, trasformando completamente il significato apparente della locuzione ma mantenendo nel fondo quello che è arrivato fino a noi. A scanso di equivoci, tengo a sottolineare che questi fenomeni di palatalizzazione erano già attivi nei dialetti italici, prima dell’influenza su di essi esercitata dal latino.
Posso in ogni caso ammettere, al limite, che la mia proposta di interpretazione sia erronea, ma di certo essa non è cerebrale.


Riflettendo su questa mia ammissione (trascorso appena qualche giorno, sto aggiungendo a quanto precede queste notazioni) debbo confessare che già l’altro ieri la mia proposta non mi appariva pienamente soddisfacente; avvertivo nell’aria un sentore, per quanto percepibile solo da segugi dal fiuto finissimo, di alcunchè di superfluo, ornamentale nell’aggettivo chiari che costituiva come una divagazione non necessaria dal tema essenziale del digiuno e della fame. Come spessissimo succede in questi casi, la soluzione si trova nel fenomeno ricorrente della ripetizione tautologica dello stesso concetto. L’espressione deve aver fatto molta strada perchè essa già nella forma latina si era, a mio avviso, incrociata con un termine circolante in una vasta area, come vedremo, che poi si sarebbe nascosto dietro il paravento di lat. clara ma che inizialmente ribadiva la stessa idea di jejunia ‘digiuni’. Simili fatti sono molto frequenti quando due culture si incontrano e magari si confondono come avvenne nel secolo passato in Canada e negli Usa, dove ricorrevano e ricorrono tuttora qua e là nel parlare quotidiano espressioni quali pizza pie ‘pizza’, ricotta cheese ‘ricotta’, prosciutto ham ‘prosciutto’.
Il termine sinonimo di jeiunu(m) ‘digiuno’ or ora preannunciato deve essere un parente stretto di ted. leer ‘vuoto, vano’, ingl. leer ‘vuoto, (dial.) indebolito dalla fame, famelico’ (cfr. vocab. Webster), a. ingl. ge-lær ‘vuoto’ , a.a.ted. lari ‘vuoto’. La forma di a. ingl. ge-laer si inserisce in una nutrita serie di composti tedeschi come ge-treu 'fedele, fidato', praticamente uguale al semplice treu 'fedele, fidato'. Questo quadro di riferimento fa legittimamente supporre che la forma col prefisso germanico ge- dell’a. ingl. ge-lær fosse dovuta alla confusione con la sillaba iniziale di un termine originario *kelar divenuto in qualche parlata *klar già nel periodo in cui l'accento del germanico era ancora musicale e mobile, non fortemente espiratorio e fisso sulla sillaba radicale in genere all'inizio della parola (cfr. ingl. dial. holler, variante di ingl. hollow ‘cavo, vuoto’ connesso con ingl. hole ‘buco’; ingl. hall ‘atrio, salone –in quanto cavità-’ ma anche ‘corridoio’ e, arcaicamente, ‘ passaggio libero tra la folla’, ingl. hell ‘inferno’, il che mi autorizza a trarre in ballo anche il lat. callem ‘calle, sentiero, strada’, it. callaia ‘passaggio stretto, apertura in una siepe, viottolo’ da un precedente *call-ar-ia quasi uguale al supposto *kelar: tutti questi concetti rimandano, a mio avviso, a quello di ‘penetrazione, internamento, rientranza’ più che a quello di lat. cel-are ‘nascondere’ (cfr. lat. cl-am 'di nascosto'), il quale credo debba rifarsi comunque al concetto di ‘avvolgere, circondare, coprire’, collegato con quello di ‘cavità’, come nel ted. Hülle ‘involucro, velo, copertura’, ingl. hull ‘baccello, guscio, gluma, scafo’), confusione avvenuta prima che esso fosse sottoposto a spirantizzazione del -k- per via della nota Lautverschiebung o Rotazione consonantica, fenomeno conclusosi intorno al III o II sec. a. C. La coscienza linguistica del parlante avrebbe di conseguenza individuato un falso aggettivo –lær o -lari alla base del composto ge-lær ‘vuoto’, che era stato frutto probabilmente di un fraintendimento, come abbiamo visto. Un'altra possibilità, forse meno complicata, sarebbe quella di considerare l'a. ingl. ge-laer 'vuoto' un normale composto formato dal prefisso ge- e dal semplice aggettivo -laer 'vuoto' (continuato dai moderni ingl. e ted. leer 'vuoto'), il quale, divenuto nel frattempo senza difficoltà alcuna semplicemente glar all'arrivo qualche tempo dopo del ted. klar 'chiaro' mutuato dal latino, ha finito fatalmente col confluire in esso, dato che d'altronde la sua presenza nelle lingue attuali, che io sappia, non è attestata. Il termine *klar ’vuoto’ troverebbe conferma in voci francesi e spagnole come sp. claro ‘chiaro, luminoso, ecc.’ ma anche, in qualità di sostantivo, ‘spazio, radura’ oppure ‘pausa’. E’ soprattutto quest’ultimo significato che in verità mi conferma nel convincimento che il valore di fondo di questo termine sia stato quello di ‘vuoto, intervallo, frattura, break’ che va a incrociarsi pericolosamente, vedi caso, con l’aggettivo latino claru(m) ‘chiaro’ alimentando subdolamente il sospetto che un’idea di ‘luce’ debba comunque essere alla base di quella di ‘radura’ la quale, come abbiamo visto nell’articolo precedente La dea Angizia, il suo bosco sacro [...] a proposito del termine lucu(m) ‘bosco sacro’, va invece a braccetto col concetto di ‘vuoto, spazio’.
In francese la “radura” è chiamata clair-ière, termine che fa il paio con claire-voie ‘apertura lungo un muro chiusa da un cancello’, il quale secondo me presenta la solita ripetizione tautologica dello stesso concetto di ‘apertura, passaggio, via’ nei due membri e non è da ricondurre quindi alla chiarità del passaggio nel muro in contrapposizione alla impenetrabile e oscura barriera di esso. C’è da notare, tuttavia, che la lingua sembra favorire l’uso di simili termini nel caso in cui essi diano adito a queste ambigue interpretazioni capaci di confondere anche esperti esegeti. Si direbbe che la lingua, perdutisi ormai i certificati di nascita delle parole, ne cerchi volentieri altri, appena l'occasione si presenta, per renderle ben accette e riconoscibili, al passo dei tempi, a costo di stravolgerne la natura profonda. Anche l'ingl. claire 'stagno, laghetto recintato per la crescita e l'osservazione delle ostriche', fatto comunque derivare, senza una motivazione, dall'aggettivo francese clair 'chiaro', fa invece capo al concetto di cavità sia come 'lago' che come 'recinto'. Il ricorrente toponimo Valle Chiara, in Italia e fuori (cfr. ted. Klar-tal, Klaren-tal), è secondo me garanzia di quanto detto. A questo punto non possiamo più dubitare nemmeno del ted. licht-ung ‘radura’, dovendolo giustamente collegare non con la nozione di "luce" ma a quella di "spazio", come del resto si desume dal ted. licht-en ‘diradare’, ted. licht ‘rado’ oltre che ‘chiaro’.
Dimenticavo il ted. klar il quale, oltre a significare ‘chiaro’, presenta invero alcuni significati particolari (fine, minuto, sottile) che fanno pensare che al suo interno si nascondano altre radici, diverse da quella di lat. claru(m) ‘chiaro’ come nell’espressione geld klar machen ‘spendere denari’ in cui l’aggettivo sembra mostrare la stessa natura di *kelar, *klar ‘vuoto’ da me più sopra posto all’origine di ted. leer ‘vuoto’ per il tramite di a. ingl. ge-lær, come se si trattasse di un dar fondo, svuotare, finire, esaurire, in questo caso il “denaro” o, forse meglio, di un rendere libero, disponibile nel senso di emettere, distribuire, elargire, sborsare, spendere (denaro). D'altronde un'espressione, ad esempio, come klar sein zum Gefecht 'essere pronto al combattimento' non può evidentemente passare attraverso il concetto di "chiaro, limpido", bensì attraverso quello di "libero, privo di impedimenti, sgombero da intralci ed ostacoli". Questo termine, ancora, non ci lascia tanto facilmente perchè lo si incontra di nuovo nel significato di ‘privo di alberi, spoglio’ nell’italiano arcaico e in alcuni dialetti, il che fa pensare che esso vivacchiasse anche sotto il lat. claru(m) ‘chiaro’. Leggo infine nel Dizionario della lingua italiana di T. De Mauro che la voce chiaro si riferisce in tipografia a un tipo di carattere la cui asta ha uno spessore molto piccolo: riappare così, non so per quale via, l’altro significato di ted. klar ‘fine, minuto, sottile’. L’arte della stampa, però, nata in Germania, potrebbe aver veicolato da noi questo significato il quale mi pare possa essere tratto da quello di "rado, raro" nel senso di 'poco, scarso, sottile'. Anche col gr. pau-ein 'cessare', da cui il lat. pau-sa(m) 'pausa', al passivo 'liberarsi di', si debbono raffrontare il gr. pau-ros 'piccolo, minimo, poco', gr. pau-la 'cessazione, riposo', lat. pau-lu(m) 'poco, piccolo, scarso', lat. pau-cu(m) 'poco', got. faw-ai 'pochi', ingl. few 'pochi, alcuni'.
Non credo sia il caso di analizzare i diversi significati che la voce ingl. clear ‘chiaro’, nelle varie forme aggettivali sostantivali e verbali, assume, come quelli di ‘sgomberare, sbarazzarsi, liberarsi, svuotare, ecc.’.












[1] Cfr. Dante di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2007, p. 232 sub voce.

5 commenti:

  1. Caro Maccallini:

    La prima parte della Sua spiegazione dell'espressione mi sembra calzante, valida, e anche definitiva. Come al solito, Lei vede piu` a fondo di molti altri linguisti di professione. Pero` i riferimenti ad altri idiomi, anche se legittimi, non aggiungono piu` chiarezza al concetto, anzi lo intorbidano. Nientedimeno, essi potrebbero servire a convincere qualche ignorante lettore della vasta Sua cultura linguistica, e ad inclinarli all'accettazione del risultato della Sua indagine.

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  2. Caro Walters,

    La ringrazio del breve commento che, comunque, rivela un coraggio e una preparazione non soliti. Coraggio, perchè senza tentennamenti accetta la prima parte dell'articolo in cui riporto al latino l'espressione "Con questi chiari di luna..." stravolgendone completamente il significato letterale: ancora resta da individuare un linguista di professione disposto a farlo.

    Quanto alla II parte dell'articolo, che a Lei non sembra accettabile, debbo confessare che potrei anche avallare la sua posizione, se essa equivalesse ad affermare che la ulteriore soluzione da me proposta per la spiegazione del detto non è sicura al 100%. Perchè, veda, i proverbi, modi di dire, detti sono per definizione antichissimi, ed è molto probabile che non pochi di essi ci pervengano non direttamente dallo strato linguistico del latino, ma da quelli di culture precedenti e affini. Per essere breve e, spero, convincente Le faccio un esempio.

    Lei conoscerà certamente l'espressione latina "lupus in fabula" o "in sermone" la quale oggi viene usata ad indicare persona di cui si sta parlando, che arriva improvvisamente e inaspettatamente. Essa, oltre a ciò, poteva indicare in latino anche lo 'spegnersi imbarazzato del discorso' al comparire della persona gradita o meno (cfr. Terenzio, Adelphoe IV, 1, 21). Ora, come si può agevolmente vedere, anche l'indicazione sommaria della locuzione in italiano come 'lupo della favola' sarebbe fuorviante rispetto al latino in cui "fabula" poteva valere sia 'discorso, conversazione' che 'favola, mito', come in italiano. Questo "lupo" difficilissimamente alludeva ad un qualche lupo di una qualche favola anoi ignota, ma a mio avviso era l'ultima epifania di un termine approdato al latino da strati linguistici precedenti. In questo caso io sarei incline a tener d'occhio la radice etrusca "lupu-" col significato di 'morte, morire': il "lupus in fabula" non sarebbe allora che proprio il 'morire, venir meno della conversazione', e non il lupo che toglie, col suo solo apparire, la parola come l'orco delle favole. Tutte queste credenze ruotano intorno all'equivoco lupo/morte. Il mio discorso acquista forza anche dal sscr. "lopo" 'ammutolimento', sscr. "lopa" che significa 'assenza'. Va da sè che qui l'ammutolimento è da collegare all'assenza e alla morte. Io naturalmente presuppongo che dietro operi anche l'idea di "vuoto, cavità, rotondità" dato il ricorrere in toponomastica, specialmente nella Marsica, del toponimo Valle Lupo, ma anche per altre considerazioni che ora è bene trascurare.
    Così, anche in questo caso, è secondo me il vastissimo arco semantico descritto da una parola, di cui i linguisti non sembrano rendersi conto (avranno comunque le loro buone ragioni nascoste ai poveri illusi come me), che scompiglia tutte le loro carte e i loro giochi. Io penso che anche ingl. leave 'permesso, congedo', ted. er-laub-nis 'permesso, congedo' siano da collegare al nostro "lupo".

    Quanto poi al fatto che un "ignorante lettore" potrebbe lasciarsi abbagliare dallo sfoggio della mia cultura linguistica (ahimè! pur sempre scarsa!) Le faccio osservare, caro Walters, che questo è un rischio sempre presente, allorchè parla una autorità (o presunta tale) in materia: confronti l'accettazione, probabilmente supina,da parte della lettrice di Chieti, della spiegazione datale sul "chiaro di luna". Purtroppo a questo non c'è rimedio, a meno che uno non voglia istruirsi a fondo da sè, ma questo non è possibile per tutte le discipline.

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  3. Queste Sue meditazioni linguistiche aggiungono sempre qualcosa di nuovo a certe espressioni che, a prima vista, sembrano offrire un significato chiaro, non discutibile; ma, dopo il Suo intervento, ci si accorge che esse celano un sostrato con un significato diverso, ma piu` genuino, reso evidente con mirabile maestria linguistica, che illumina il discorso e traccia le varie fasi dell'espressione, che spesso iniziano dal linguaggio dotto, per poi vertere al popolare comune.

    Con l'amore che Lei mostra per la semplice "parola", Lei farebbe bene a dedicarsi di nuovo alla poesia, che io conosco e apprezzo molto, anche piu` della Sua linguistica.

    Ad maiora!

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  4. Caro Walters,

    vedo che il mio intervento precedente ha sortito l'effetto sperato. I Suoi dubbi sono svaniti come nebbia sotto i soffi della tramontana. Sono contento che qualcuno si convinca, e non perchè plagiato dalla mia pur scarsa autorevolezza, che le osservazioni che faccio sono almeno degne di attenzione.

    La ringrazio nel frattempo del Suo troppo lusinghiero giudizio sulla mia poesia.


    Pietro Maccallini

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  5. Le dimostrazione mi sembra efficace e pertinente.
    In ogni caso, se non è vero è ben trovato. Bravissimo, è un piacere leggerLa.

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