domenica 25 luglio 2010

I paesi di Villaputzu e San Vito nel Sarrabus



Questi paesi li conosco sufficientemente per aver insegnato una quarantina di anni fa nella scuola media di Villaputzu-Ca, per un paio d’anni (precisamente negli a. s. 1971-72 e 1972-73). Sicchè mi pare un atto di deferente omaggio a quella brava gente che mi accolse con gentilezza e cordialità cercare di contribuire a sistemare qualche piccolo tassello della loro antichissima storia. Per la verità quanto sto per dire circa l’origine di alcuni toponimi non ha valore di certezza assoluta, anche se il ricorrere di certi fenomeni e certe coincidenze è garanzia, a mio avviso, di una qualche attendibilità delle mie proposte, le quali non mi sono venute in mente improvvisamente l’altro ieri ma sono certamente conseguenza di un ventennio dedicato a ricerche e studi di toponomastica e di linguistica. Le mie posizioni, per la verità, non sono affatto ortodosse, ma vanno palesemente controcorrente. Ho già avuto modo di analizzare diversi termini sardi nell’articolo Parole sarde del DULS presente nel mio blog (giugno 2009) e in qualche altro scritto.

Mi ero ricordato, invero, del nome di San Vito-Ca già nello stendere l’articolo Fonte della Vita e fonte Vipera...(giugno 2009) nel punto in cui vi spiego l’etimo di Bitti-Nu, ma allora lasciai cadere la cosa sperando di tornarci su in altra occasione.

Ora, scorrendo i siti di internet su Villaputzu mi sono ricordato della festa di Santa Vittoria, la più sentita nel paese anche se il suo patrono è San Giorgio, col caratteristico ciaramellare delle launeddas, e improvvisamente (qui questo avverbio non fa una grinza) mi si è spalancata la visione riguardante la probabile origine non solo del toponimo San Vito ma anche del nome della santa Vittoria. Il fatto è che ho rivisto quasi la stessa scena occupata da nomi come quello di Vitt-or-iano (uno dei Santi Martiri di Celano-Aq), composto di tre membri tautologici riferiti al concetto di ‘acqua’, o come quello della Madonna della Vitt-oria di Aielli-Aq, il mio paese, o della Madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana ugualmente messe da me in rapporto con l’ ‘acqua’. Dei primi due parlo nell’articolo I Santi Martiri di Celano e la Madonna della Vittoria di Aielli, del terzo nell’articolo La Madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana, tutti nel mio blog (giugno 2009).

Il gentile lettore è pregato pertanto di scorrere quegli articoli se vuole farsi un’idea più circostanziata delle motivazioni che mi spingono a vedere nella radice indoeuropea wed/wad di ingl. water ‘acqua’ e di gr. hýdōr ‘acqua’ una conferma delle mie interpretazioni relative a questi nomi e a queste festività.
C’è da precisare che i due centri sardi del Sarrabus si trovano in prossimità della foce del Flumendosa, San Vito alla destra orografica, Villaputzu alla sinistra. E’ quindi molto probabile che Vito e Vitt-oria, la quale è composta anche dell’elemento tautologico –or, fossero nella preistoria due appellativi riferiti alla stessa realtà, quella dell’acqua, la quale era senz’altro oggetto di culto per ovvi motivi in quasi tutte le civiltà preistoriche, specie dopo l’introduzione delle coltivazioni cerealicole a partire all’incirca da 10 mila anni fa. L’elemento –or di cui sopra a mio avviso si ritrova, leggermente variato, nel nome del Flumini Uri , che si getta nel Flumendosa, a valle di San Vito.


A proposito del cuccuru ‘e santa ‘Ittoria, l’altura, il rilievo o il colle, dove si trovava nel medioevo la chiesa della Santa e dove oggi sosta in raccoglimento la processione, mi sembra di assistere alla stessa situazione in cui nella festa della Madonna della Vittoria di Aielli, ugualmente la più sentita anche se i patroni del paese sono altri, subentra il ricordo del tempo in cui, dopo una lunga siccità, la Madonna pregata dal popolo, secondo la tradizione, fece cadere tanta pioggia quanta non se n’era mai vista, dopo che era apparsa una nuvoletta sul monte San Vittorino : anche qui compare quindi un’altura simile a quella di Santa Vittoria di Villaputzu. Ma non basta. Se si va a curiosare tra i nomi di paesi di un tratto della valle del fiume Aterno vicino L'Aquila ci si accorge che stranamente (?) la radice in questione ricorre frequentemente come nel nome del paese di San Vittorino, attualmente su un colle, ai cui piedi sono i resti dell'antica e famosa città sabina di Am-iternum, patria di Sallustio, il cui etimo è comunemente spiegato come am(b)- itermum 'intorno, presso l' Aterno' , sebbene io preferisca vedere nel nome un composto tautologico idronimico col primo elemento corrispondente al lat. am-nis 'fiume', composto il cui significato forse non era più trasparente già in antico. In altri termini il nome della città di Amiterno indicherebbe alle origini solo il fiume, da cui derivò il nome dell'insediamento (come in tanti altri casi), e non la ' (zona) presso il fiume'. L'elemento -iternu(m) a mio parere viene da un precedente *-(v) iternu(m), variante di *(v)aternu(m), da cui il lat. Aternum (cfr. ingl. water 'acqua'). Nei dialetti della zona è infatti tuttora frequente la caduta della spirante sonora intervocalica o all'inizio di parola, tanto è vero che la valle vi diventa l'àlle. Il fenomeno dovette essere attivo nella parlata amiternina già dalla remota antichità. Se si aguzza un po' la vista ci si accorge che la struttura consonantica di (vi)ternu(m) corrisponde a quella di Vittorino: basterebbe un forte accento espiratorio sulla prima sillaba di Vittorino, cosa che avvenne veramente in una fase antichissima della storia delle lingue e che interessò anche il germanico e l'etrusco, per provocare di conseguenza un terremoto nelle sillabe successive con la caduta dei suoni vocalici e per ritrovarsi, al posto di Vittorino, con uno scarno vìtrn combaciante col secondo elemento -(v)itern di Am-iternu(m). In effetti il nome greco del fiume era 'Aternos con l'accento sulla prima sillaba come in una iscrizione di Scoppito-Aq in cui compare un en atrno 'in Aterno'. Secondo la tradizione il paese di San Vittorino trarrebbe il nome dal fatto che in esso fu trasportato e sepolto il Santo martirizzato alle terme di Cotilia sulla via Salaria: l'unica cosa certa, in queste tradizioni, a me sembra il ricorrere della presenza dell'acqua nei luoghi messi in rapporto col nome del Santo post eventum, cioè dopo che la fama del vero o presunto martire raggiunse questi paesi che avevano già il suo stesso nome. Un'antica chiesa di San Vittorino si incontra nel paese di Grotti, vicino Rieti, nei pressi di un pozzo chiamato fonte Erutti. San Vito inoltre è il patrono di Barete (che ha una frazione chiamata San Vito), paese situato più a monte lungo il fiume, a pochi chilometri da San Vittorino . Un paesino chiamato San Vito riappare nell'alto corso dell'Aterno subito sopra Cavagnano, ormai prossimo alla sorgente. Una chiesetta di San Vito sorge proprio di fronte alla famosa Fontana delle 99 cannelle. Come si può rifiutare, dunque, l'idea che in tempi remotissimi questo nome, in questi casi, era quasi sicuramente quello di una divinità delle acque? e come si può non condividere l'idea che questi nomi legati al terreno e alle forze della natura si sono via via riciclati con il sovrapporsi di strati linguistici diversi se d'altronde è vero che in area slava Sveti Vid (San Vito), che esisteva già prima dell'arrivo del culto cristiano come divinità della guerra, abbondanza e divinazione (Svetovid), assunse la funzione di santo protettore della vista a causa del coincidere del nome con lo slavo vid 'vista'? Ma, a ben riflettere, anche la funzione della divinazione del dio precristiano deve essere legata al significato della radice indoeuropea vid 'vedere', molto adatta ad indicare la conoscenza di cose nascoste agli uomini. E l'idea di abbondanza potrebbe essere ben espressa dalla radice del ted. weit, ingl. wide 'ampio, vasto'. Non per nulla nell'isola di Rugen nel mar Baltico esisteva, secondo la tradizione, un'enorme (concetto affine a quello di 'ampio') statua di legno (a. germanico witu, ingl. wood 'legno') del dio in questione rappresentato anche con un corno dell'abbondanza che ogni anno veniva riempito di idromele (cfr. nel mio blog l'articolo L'acqua-vite del giugno 2009 per i rapporti tra la radice vit- e le bevande alcoliche). A Marana, più a monte di Barete, il patrono è Sant' Em-idio, nome in cui si possono individuare a mio avviso ancora una variante di am- (Am-iterno) e una forma -idio, adattamento al nome del Santo di un precedente (v)ito oppure (v)itio. Una festa di Sant'Emidio si celebra anche a Barete e il Santo è patrono dell'Aquila insieme ad altri due. In alternativa varrà l'etimo che più sotto darò. Qui mi pare utile aprire una parentesi sulla storia di Sant'Emidio che proveniva secondo la tradizione da Treviri (Trier) in Germania dove era nato nel 273. Il suo nome sembra un po' strano se lo si intende, come fanno i più, derivante dal latino semi-deus ' semidio' giacchè il primo elemento avrebbe nel contempo la forma greca (s)emi- con la caduta della fricativa iniziale. Inoltre varie erano le forme che il nome mostrava nell'alto medioevo (cosa che fa supporre che esso subisse influssi vari) come Emidius, Aemidius, Emigdius sicchè è presumibile che l'ultima si sia incrociata e sviluppata da verbi come il lat. e-mic-are 'scaturire, spuntare, balzare nel petto, palpitare, ecc.' , lat mic-are ' pulsare, tremolare, palpitare, brillare' (i cui tre primi significati sono a mio avviso esplicativi del motivo per cui il Santo è considerato protettore dal terremoto ma anche capace di provocarlo), serbo-croato mica-ti 'muovere', serbo-croato mig 'cenno'. Sotto questo profilo è probabile che una divinità simile esistesse già prima dell'avvento del Cristianesimo almeno in qualche dialetto locale di area italica dove la radice in questione poteva aver operato molto prima dell'arrivo del latino storico. L'emblema del Santo è la palma, come spesso avveniva per coloro che avevano subito il martirio, ma in questo caso la radice potrebbe richiamare quella del verbo greco pallo ' vibrare, scuotere, squassare' del gr. palmos 'battito, pulsazione', gr. palmatias 'terremoto con forti scosse'. La sua patria d'origine, in latino Treveri o Treviri, sembra anch'essa sospetta quando si tenga presente il serbo-croato treperi-ti 'vibrare, tremolare' e l' a. slavo trepeta-ti 'tremare' in riferimento alla leggenda del presunto fondatore della città, e cioè Trebeta figlio di Nino re assiro, e pertanto doveva circolare, magari nella preistoria, un altro nome per il Santo, simile al lat. trepidu(m) 'il tremebondo' o alla voce dialettale abruzzese trettecà  da *trept-icare 'oscillare, dondolare, tremare, muover(si)', che ne specificava la funzione. Che egli poi in questo contesto religioso fosse destinato a diventare vescovo (ad Ascoli Piceno, dove tra l'altro fece scaturire da una roccia la Fonte di Sant'Emidio: chiaramente deve essere stato il nome della fonte ad attrarre quello del Santo, non viceversa), cioè un capo, era cosa anch'essa scritta nel suo nome, se lat. emic-are significa anche 'sporgere, sovrastare', e i vescovi come sappiamo hanno il titolo onorifico di eccellenza il cui etimo mostra un significato del tutto simile a quello del titolo di eminenza (letter. 'sporgenza') riservato ai cardinali. A mio avviso anche l'iconografia del Santo relativa alle tre dita della mano destra tenute aperte, diversamente dall'anulare e dal mignolo tenuti ripiegati verso il palmo, si spiega con l'incrocio della radice indoeuropea del numero tre con quella di verbi come gr. tré-o 'tremare', serbo-croato tres-ti 'scuotere'. E ricordo benissimo che, dinanzi alla statua di Sant'Emidio rappresentato in questo modo nel mio paese, noi ragazzi dicevamo che bastava che il Santo girasse quelle tre dita per provocare un terremoto. Tornando al discorso precedente si può affermare che le radici che esprimono il concetto di ‘acqua’ o ‘fiume’, entità che sono forze della Natura vivente, restano le stesse di quelle che nella mentalità animistica primitiva danno origine ai concetti di ‘colle, altura, monte’, come vado affermando in molti miei articoli; e certamente il tempo non mancava perchè su un determinato territorio si stendessero nel corso dei molti millenni a disposizione strati linguistici diversi, alcune parole dei quali andavano fatalmente a sovrapporsi ad altre simili o uguali nella forma esterna ma diverse nel significato, plasmando così anche i racconti tradizionali intorno ad una divinità o un santo i quali si ritrovavano quindi in connessione con diverse entità fisiche del territorio (colle, acqua, ecc.). Il valore di Vitt-oria come ‘altura, monte’ ci viene in qualche modo assicurato dall’it. vetta, termine di dubbia origine, e dal gr. óros ‘monte’.


Così si viene a scoprire, con mia meraviglia, che in fondo non c’è una distanza proprio insormontabile tra la realtà tradizionale di un paese dell’Abruzzo montano e quella di un paese del Sarrabus in Sardegna! Persino qualche radice del lessico attuale è la stessa. Nel dialetto del mio paese si incontra, ad esempio, la voce cuchërùzzë ‘cima di monte o di mucchio’ che non è variante dell’it. cocuzzolo ma semmai del sardo cùccuru, cuccuréddu, anche se tutte queste forme partono a mio avviso dalla stessa base prelatina mediterranea kukka. Ho scoperto che il nostro nome del picchio, cioè piccamùrrë è lo stesso del sardo logudorese biccamuru il quale pare indichi però il ‘picchio muraiolo’, anche se io penso che questa sia una "specializzazione" del significato generico iniziale.

L’etimo di Villaputzu (sardo Biddeputzi) presenta difficoltà notevoli vuoi perchè nel medioevo, come leggo in qualche sito internet ma non nel dizionario[i] UTET, il nome del paese sarebbe stato Villa Pupus o Pupia senza però che se ne dia una fonte documentale, vuoi perchè, oltre alle sue spiegazioni più banali come quella che tira in ballo il ‘pozzo’, ce ne potrebbero essere altre, non ultima quella che io preferisco perchè lectio difficilior e ad un tempo collegata al quadro toponimico della zona precedentemente tracciato: in linea quasi del tutto teorica io partirei da un primordiale Vid(d)a-put(t)u in cui il primo membro Vida, poi reinterpretato come vidda (bidda) ‘paese villaggio’, verrebbe ad essere variante di Vidu ‘Vito’ e il secondo membro dovrebbe corrispondere alla radice di greco pot-amós ‘fiume’, variante a mio avviso di greco pîd-ax ‘sorgente’ e della radice di lat. pet-ere 'chiedere, dirigersi, ecc.'. Anche qui in origine si avrebbe un nome con due membri tautologici riferibili a qualche sorgente o al Flumendosa stesso. Non mancano in Sardegna idronimi come Riu Putzu Nieddu, Riu Putzu Canu,Torrente Butt-ule ecc. i quali a mio avviso hanno poco a che fare con il ‘pozzo’. Salve Sarrabus!



(Oggi, 13 settembre 2012, ho notato che questo articolo ha un numero abbastanza alto di visualizzazioni.     Si deve trattare in buona parte di lettori di Villaputzu.  Colgo l'occasione per salutare i colleghi di allora nativi di Villaputzu: Cesare Loi (matematica), Uras (lettere) più le colleghe di cui, purtroppo, non ricordo bene il nome.  Saluto con struggimento nostalgico tutti i miei alunni che allora erano adolescenti in erba, ora saranno maturissimi oltre la cinquantina.  Faccio qualche cognome che ancora ricordo: Siddi, Mattutzu, Madeddu (erano due), Mattana, Mirtello, Marongiu, Cinus (beve ancora vernaccia?),  Pisu, Corona (ce l'ha ancora la bicicletta?), Loi, Pibiri (che io pronunciavo Pibbiri con due -b-) ecc. Tra le ragazze di allora ricordo le sorelle Murru (Rosina e Angela), Atzori, Sirigu, Vacca, Perra, Tramatzu, Marci ecc.  Ricordo che gli alunni  di una terza li facevo giocare spesso a pallavolo di pomeriggio. Era abbastanza palloso anche per me passare due ore consecutive a studiare storia!  Vi saluto tutti con grande affetto, anche quelli che non ho citato, i cui volti sono sempre nella mia mente.  Io vivevo presso la famiglia di Armando Loi, in via Loi: lì vicino si trovava la scuola media, in un locale di proprietà della parrocchia, mi pare)

Pietro Maccallini


[i] Cfr. Aa. Vv., Dizionario di toponomastica, Torino, UTET 1997, p. 708.

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