venerdì 1 aprile 2011

"Fischia-fròce"= fischietto, ovvero delle etimologie difficili per i linguisti che diventano inaspettatamente facili




Nel dialetto di Rocca di Botte-Aq si incontra la voce fischia-fròce che indica una sorta di strumento musicale rudimentale che «si ricava da un pezzo di legno, verde, de ficora o de castàgnu. Si libera la corteccia, per metà della sua lunghezza, avendo l’accortezza di mantenerla intatta e… lo strumento è fatto. Per suonarlo si reinserisce il bastone nella corteccia, fischiando all’estremità. Il suono cambia con il cambiare della profondità della parte vuota del bastone e secondo il movimento che viene impresso al bastone stesso» (1) . Si tratta quindi di una specie di fischietto primordiale la cui origine può perdersi veramente nella notte dei tempi.

E’ pacifico che fischia-, primo membro della parola, provenga da una forma da paragonare con quella latina di fistula(m) ‘fistola, zampogna, ecc.’ già incontrata nell’articolo precedente Parole illuminanti del dialetto di Scanno dove ho supposto che essa non derivi direttamente dal latino. Per il 2° membro –fròce ho subito pensato che si dovesse trattare di radice tautologica rispetto alla prima, stante anche la considerazione che in italiano la frogia , coi riflessi dialettali frocia, froscia, non è altro che uno dei due canaletti o cavità delle narici degli animali (talora anche degli uomini), in genere bovini ed equini , ma questa mia idea veniva subito raffreddata dall’etimo che spesso i linguisti propongono per la parola, facendola derivare dal lat. forfices ‘forbici’ attraverso una forma metatetica e sincopata froces, e supponendo il passaggio semantico da ‘strumento a forma di tenaglia che si applica alle narici dei buoi’ alla ‘parte del muso interessato’. Nel mio dialetto di Aielli, ai bei tempi andati quando portavo Cima e Bellina al pascolo, il termine suonava fruscéttё e mi dà l’impressione che sia esso a trarre origine dalle fròscё ‘froge’ e non viceversa. Ora, si dà il caso che una nutrita serie di vocaboli dei dialetti sardi offre la inaspettata possibilità di collegarli con la parola di cui si discute in una maniera molto acconcia e sorprendente. Naturalmente i linguisti che sono soliti far discendere tutto dal latino o dalle lingue che sono passate sul territorio della penisola troveranno forse le corrispondenze tra sardo e abruzzese inammissibili o inconcepibili, ma tutto diventerebbe normale se si riconoscesse che non c’è nessuna difficoltà di principio nel riportare molti termini dell’uno e dell’altro dialetto a radici preistoriche, come in questo caso. Osserviamo un momento i seguenti termini sardi: logudorese frischiare ‘fischiare’; log. friscias ‘bronchi’, cioè i canaletti ramificati che mettono in comunicazione la trachea con i polmoni (cfr. nuorese frischias ‘interiora’, cioè i condotti o canali rappresentati dalle budella); log. frisciolu ‘casseruola, padella’, cioè una cavità come le precedenti (la parola potrebbe essersi incrociata con log. frisciura 'frittura' e simili); log. frischiu, frisciu 'buco della serratura, toppa, lucchetto'; log. frisciada 'chiusura', log. frisciare 'inchiavare, serrare'; log. frusciu ’fischio, piffero’, il quale è, secondo me, il preciso sosia del 2° membro di fischia-fròce, che nella parlata aiellese ed in altre suonerebbe fischia-fròscё con la fricativa palatale sorda al posto della palatale; log. fruscella ‘catino’, un’altra cavità ; log. fruschiare ‘fischiare’, log. frusca ‘ascesso’, quasi la stessa cosa di it. fistola nel senso medico di cavità con pus. Da sempre provavo un certo cruccio di disagio dinanzi a parole abruzzesi come frёsc-èlla (Aielli), frisc-èlla (Cerchio, Rocca di Botte), fruscèlla (vocab. del Bielli), frosc-èlla (Luco dei Marsi, Castellafiume) ‘fiscella per la ricotta o il formaggio’, frisce 'vimini' (vocab. del Bielli), frisc-ule 'gabbia per spremervi l'uva infranta'(vocab. del Bielli) variante di vrisc-ule dallo stesso significato (vocab. del Bielli), perché la loro probabile, supponevo, derivazione dal lat. fisc-ella(m) ‘cestino, fiscella’ (cfr. lat. fiscu(m) 'cesto, cassa per denari, fisco'), mi sembrava, in fin dei conti, insoddisfacente; ed a ragione! giacchè, come ben vediamo, esse attingevano da radice diversa da quella di fiscella, presente in abbondanza nel sardo: cfr campid. frisceddu 'fiaschetta'. Allo stesso modo i termini sardi frischiare, fruschiare ‘fischiare’ sono diversi dall’italiano fischiare, perché derivanti da radice diversa da quella di fistula(m) e cioè frusc- (corrispondente a -froce, -froscё col medesimo significato). Dal concetto di cavità si estrae solitamente quello per cerchio, rotondità e così dello stesso gruppo deve essere considerato il log. frόsch-inu ‘curvo, storto’, log. frόsch-ina ‘fiocina, rampone’, così chiamata per via degli uncini che arpionano e che quindi non è da riportare a lat. fuscina(m) ‘fiocina’.


Date queste premesse è giocoforza notare come l’espressione dell’Italia centrale fresca per il volgare fregna ‘organo genitale femminile’ non può essere considerata eufemistica, come si affrettano a chiosare i vocabolari (cfr. romanesco fresc-accia considerata alterazione eufemistica di fregn-accia), considerato anche il dato di fatto che il termine è di uso normale nell’umbro e nel marchigiano. Allora esso deve essere stato spinto, in qualche epoca lontana, ai margini della lingua dal nuovo termine fregna, appartenente ad altro strato linguistico sostituitosi al precedente: sicchè l’antica parola, perduto il suo significato andato a confondersi nel frattempo con quello dell’aggettivo fresco, riappare tuttavia in questa nuova veste falsamente eufemistica, mantenendo sotto traccia il suo antico valore. L'etimo di fregna, praticamente ignoto ai linguisti, ha invece, a mio parere, qualcosa da spartire con le voci vregna, vregno 'vasca usata per abbeverare, truogolo', diffuse nei paesi della zona di Montereale-Aq, in area di influenza sabina ad ovest dell'Aquila. Il termine fregna, diffusissimo in Abruzzo, è considerato romanesco, dialetto in cui mi pare che non si incontra, come del resto in italiano, il nesso iniziale vr-, cosa che avrà contribuito alla sua trasformazione nel molto più frequente nesso fr-. Cfr. anche vrigne 'truogolo' nel Vocabolario abruzzese di Domenico Bielli che riporta anche la voce vrénne 'crusca, lentiggini', il cui significato profondo doveva essere quello di avvolgimento, rivestimento, copertura, da confrontare con ingl. bran (a. ingl. bren) 'crusca'.


Un altro caso etimologico spinoso, quello di frocio ‘omosessuale’ etichettato come “incerto”, mi pare che possa trovare la sua semplice ed elegante soluzione se si ricorre sempre alla solita radice nel significato del sopra citato log. frόsch-ino ‘curvo, storto’. Il romanesco frocio ‘omosessuale’ (aiellese fròscё ’omosessuale’) potrebbe trarre così la sua vera identità dall’idea di curvatura, rotazione, rovesciamento, inversione, e significare letteralmente ‘invertito, pervertito’: cfr. la voce sassarese fruschinà 'gironzare'. La stessa logica è sottesa all'ingl. kink 'nodo, gomito, perversione sessuale'.


Va da sé che, se le soluzioni di questi casi di cui ho parlato hanno più forza penetrativa e più verità di altre spiegazioni, allora bisogna dire a chiare note che gran parte dei quadri di riferimento della linguistica tradizionale ha fatto il suo tempo e deve essere abbandonata perchè oltretutto intralcia ed affrena una libera e genuina ricerca.

Note

(1) Cfr. Mauro Marzolini, "...me nténni?", Tofani editore, Alatri-Fr 1995, p. 249 e 368.


             
                            Conferme della  bontà di quanto sopra

1- Oggi, 26 luglio 2011, a diversi mesi di distanza dalla stesura di quanto sopra ho avuto la prova della bontà del mio ragionamento circa il valore di 'fischietto' e di 'organo sessuale femminile' del 2° componente del termine fischia-frosce 'zufolo'. Nel dialetto di Spinazzola-Ba la voce fraesca-jol (pronuncia approssimata frèsca-jolsignifica infatti: 1) 'fischietto metallico', 2) 'vulva' . Ora, non so quale sia il valore della 2° componente -jol, ma è bene per il momento contentarsi di questa formidabile conferma!



2- Oggi 11 agosto 2012 mi sono accorto che l'espressione italiana andare (mandare) al fresco trova la sua spiegazione nel significato di 'buco,cavità,cella' da attribuire, secondo quanto detto sopra, al termine fresco e non alla banale considerazione di qualche linguista che nelle prigioni del passato, spesso locali angusti e sotterranei, d'estate si stava al fresco: se così fosse la locuzione sarebbe stata creata ad hoc e per di più limitata ai mesi estivi.  Roba dell'altro mondo!


3- Oggi 5 maggio 2013 aggiungo un'altra perla a riprova delle mie tesi.  Nel dialetto lucano di Gallicchio in prov. di Potenza (cfr. sito in rete) la voce frésche significa 'favo, insieme di cellette esagonali delle api'. 

4-  Oggi 6 maggio 2013 mi sono accorto che il secondo membro del composto fraesca-jol ' fischietto metallico; vulva' corrisponde al gr. dià-bolos 'diavolo, calunniatore', dalla stessa radice di gr.dia-ballo 'trafiggo, porto attraverso, ecc.'.  Di esso parlo abbondantemente nel post  Il diavolo non vuole lasciarmi dell'agosto 2012 a cui rinvio.  La radice indica alcuni passi montani  nella Marsica e, un po' dappertutto, anche altri "passaggi" come i ponti.  Oltre al gr. dia-bolos bisogna mettere in conto anche il gr. di-aulos 'passaggio stretto; stretto di mare; canali delle narici', concetto che ben si adatta ai due signif. di 'fischietto' e di 'vulva' attraverso il gr. aulos 'canna, tubo, flauto,orifizio, ecc.'.  Alla forma -jol si arriva  attraverso una forma precedente non contratta *(d)jaul-os che poteva provenire sia da dia-bolos 'diavolo' che da di-aulos ' passaggio stretto; stretto di mare; canali delle narici'. Da -jol  si passa alle forme Ciolo, nome di una profonda insenatura della costa del Salento, e a ciole, giole, nome delle cornacchie e altri uccelli simili che in Sicilia, ma anche da noi nella Marsica, si chiamano ciàvele, ciàule riallacciandosi così al termine diavolo, che nel calabrese di Girifalco-Cz suona acciàvulu 'diavolo' con prefisso a- ricorrente anche in altre voci di quel dialetto.   Puntualmente rispunta il  buco della vagina accanto al diavolo in una leggenda  raccontata sotto la voce tiavele 'diavolo' da Quirino Lucarelli di Trasacco-Aq a p. 509 e seg. del suo Biabbà (Q-Z), ponderosa opera sul dialetto e le tradizioni trasaccane.  Un uomo molto malato e prossimo alla morte -scrive Lucarelli-  esprimeva le sue paure alla moglie, la quale lo rassicurò dicendogli che quando il demonio fosse arrivato egli doveva dirgli di essere disposto a dargli l'anima solo se sarebbe stato capace di trovare il buco della sua vagina.  Per farla breve, la moglie apparve al demonio tutta ricoperta di lunghi e folti peli dalla testa ai piedi, tanto che il diavolo non riusci nell'intento.  Ecco un altro bell'esempio di come nascono le storielle popolari tramandate di generazione in generazione.  La Verità è semplice e bella!!!




5 commenti:

  1. Nel leggere le tue note ed il tuo blog di meditazioni linguistiche mi sento onorato e non distante dall'anima di questo antico paese e dalle sue tradizioni culturali e storiche elevate.
    Claudio

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  2. Fabio De Priamo22 aprile 2011 07:51

    Diverse sono le assonanze tra i dialetti sabini della montagna (Cicolano - Campotosto - Castelluccio) ed il logudorese. La sua tesi su una radice comune arcaica mi affascina molto. Complimenti per l'ottima analisi!

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  3. Anche se con ritardo, La ringrazio dei complimenti

    Pietro Maccallini

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