lunedì 18 luglio 2011

Zitto e mosca !


Zitto e mosca!, non si potrebbe forse trovare un’espressione più efficace (si usa anche il solo mosca!) di questa che però nello stesso tempo è una delle più oscure quanto all’origine di quella mosca, contrariamente a come si possa invece pensare. La quale, peraltro, ci tallona da presso in un’altra espressione legata al silenzio, cioè Non voler sentire una mosca volare. Ma in questo caso la mosca non sembra comportarsi da inquilino abusivo, perché è chiaro, almeno a questo punto dell’analisi, che la frase vuole significare che il volo di una mosca già sarebbe, per chi pronuncia quell’espressione dall’alto della sua autorità, un disturbo insopportabile, naturalmente esagerando, come si fa in questi casi. A meno che non si voglia sostenere — cosa a mio parere impossibile— che la parola mosca nell’espressione interiettiva voglia essere un estremo compendio, frutto di una mente votata all’ermetismo, di tutta la corrispondente e distesa frase negativa. La presenza, nel vocabolario abruzzese di D. Bielli, dell’espressione moscatë! (silenzio!) fa capire che anche mosca! è un imperativo di 2° persona sing. e non un sostantivo che alluda al ronzio impercettibile della mosca. Si potrebbe però anche in questo caso argomentare che il verbo è un denominativo da mosca e tutto tornerebbe come prima. Ma uno dei principii imprescindibili della mia ricerca, e cioè che la Lingua nomina le cose per quello che sono e non per via indiretta, mi costringe a sostenere quello che subito dirò.


Lasciandomi guidare dal mio fiuto, ho prima pensato che in questo caso la parola mosca potesse avere qualcosa in comune col lat. muss-are ‘soffocare la propria voce, bisbigliare, tacere’ e che la prima possibile sua componente doveva trovare riscontro nel gr. ‘chiudo (labbra, occhi, ecc.), mi chiudo, serro, sto quieto, tacito’. La doppia –s- di lat. muss-are può essere anche il risultato di un precedente o parallelo *musc-are: il lat. pessulu(m) ‘chiavistello’, abbiamo visto in un altro articolo, era affiancato da varianti più o meno dialettali come pesculu(m), pestulu(m). Ma, essendo per così dire quasi certo il primo elemento -, connesso col verbo greco citato, come si potrebbe spiegare l’elemento successivo –sc-, secondo il principio della ripetizione tautologica? La radice di gr. sig ‘silenzio’(cfr. a. a. t. swig-en ‘tacere’) andrebbe molto bene per formare un composto tautologico *mu-sig-are da cui *musc-are, per influsso di lat. musca(m)’mosca’. Riflettendo un po’ più approfonditamente su questa mia ricostruzione ipotetica, mi accorgo in effetti che essa permette di sostenere (cosa di cui ho riscontrato la verità anche in altri casi) che l’espressione tradizionale che parla di silenzio in cui non si sente mosca volare potrebbe essere partita all’inizio senza il suo valore metaforico attuale in cui la mosca ha preso, anche se —debbo riconoscerlo— molto icasticamente, il posto dell’originario brontolio, bisbiglio, concetto espresso allora da un termine andato poi a confondersi col lat. musca(m) ‘mosca’. E questo si inserisce nel contesto della considerazione, più volte da me ripetuta, che la Lingua ama nominare le cose direttamente per quello che sono, senza nemmeno gli abbellimenti metaforici, dunque, di cui l’ homo loquens poteva all’origine paradossalmente fare a meno essendo ogni parola, per quanto riguarda il suo significato, già pirandellianamente una nessuna e centomila per sua propria natura, sicchè solo nell’atto pratico della comunicazione le parole cercavano rapidamente di assumere significati particolari che distinguessero una mosca ‘essere vivente’, ad esempio, da un suo sosia col significato di ‘bisbiglio’, ma percepito anch’esso come un essere vivente.


Ragazzi! Che grande avventura è la Lingua! Non finisce mai di stupirmi! Vi garantisco che è cento volte meglio restare solo nel chiuso della mia stanza a cercare di costringere le parole a confessare la loro plurimillenaria e fantasmagorica vita che tentare di svagarmi altrove, forse senza successo, rincorrendo vanamente il fantasma del rilassamento e della felicità con caterve di persone che si addensano come nugoli di mosche lungo le belle (dove non c’è inquinamento!) spiagge italiane. D’altronde io mi ritrovo il passo lento e l’animo solitario, se non proprio scontroso, del montanaro nato, cresciuto e pasciuto e per di più succube spesso d’un desiderio vano d’un mondo che più non è.


Che i suoni per natura volano (cioè si diffondono) lo si sa almeno dal tempo di Omero, con le sue parole volanti! Eppure l’abbinamento del suono, elemento costitutivo delle parole, col volo può riuscire un poco stonato, sgradevole. Una cosa è certa: dinanzi alle parole, specie quelle delle frasi idiomatiche, dobbiamo scappellarci in devota adorazione: esse hanno preso acqua e sole a profusione per una infinità di stagioni e recano a noi i profumi i gusti gli echi e i segni di epoche lontanissime anche se a poco a poco si sono talora deformate, spesso consumate, rese quasi irriconoscibili, in un gioco ambiguo tra il voler nascondersi per uno spiccato senso di signorile pudore e il lasciare trapelare qualcosa della loro straordinaria natura e storia a noi ignari, ignoranti e spesso indegni loro fruitori!


Che esistessero per così dire due tradizioni, una rappresentata dal logudorese muschiare ‘bisbigliare, brontolare’ che richiama il supposto *musc-are ‘bisbigliare, tacere’ e l’altra dal logudorese musc-ire(1) ‘bisbigliare, fiatare, zittire’ che potrebbe derivare sempre dalla stessa radice musk- o magari dalla sua variante muss- di lat. muss-are ‘bisbigliare, tacere’, mi sembra abbastanza accettabile. Anche nel Bielli è presente la forma muschi-are (2) ‘ronzare’ che sembrerebbe in collegamento con il sostantivo mosca: ma abbiamo visto che simili connessioni sono ingannevoli. Piuttosto, l’abruzzese muschi-are ‘ronzare’ rimanda ad un precedente *muscul-are che a mio avviso combacia con il siciliano trapanese musculi-àtu ‘ventilato, battutto dal vento’. Subentra quindi anche un’idea di vento connaturata a quella di ‘bisbiglio, fiato, soffio’ proprio della radice. A meno che non si voglia dar retta a coloro che collegheranno senz’altro questo vocabolo a sic. muscaloru ‘ventaglio per vari usi’ che deriva sì da un lat. *muscariolu(m) diminutivo di muscariu(m) di cui parlerò più sotto, ma senza la necessità di legarlo mani e piedi al concetto di mosca, come fanno quelli che amano restringere e soffocare i limiti dello spirito piuttosto che espanderli. Il problema è di capire come mai una radice per ‘bisbiglio’ si presti a indicare anche il ‘silenzio’. All’origine di questo fatto mi pare che possa porsi l’abitudine, diffusa un po’ dappertutto almeno in Europa, di intimare il silenzio mediante l’emissione di una sorta di sibilo, ma forse, più in profondità, resta la considerazione che sia il sibilo sia il silenzio sono effetto di una pressione tesa da un lato ad esprimere suoni e parole, dall’altro a comprimere le labbra come ad evitare che sfugga alcunchè dalla bocca. Abbiamo già parlato della radice mu- che ha dato origine sia al sscr. muk-as ‘muto’, abruzzese muccë ‘silenzio’ che al lat. mut-u(m) ‘muto’; il serbo-croato mostra di possedere la radice se in quella lingua il ‘silenzio’ suona muč-anje. Ma esiste , per così dire, anche un’altra variante abruzzese mopë, mupë ‘silenzioso, muto’, il che sembra dare forza alla mia convinzione che le parole, uscendo dalla bocca degli uomini preistorici, potevano prendere qualsiasi direzione in quanto composte di elementi omosemantici.


Il problema si complica, ma nello stesso tempo chiarisce alcuni miei principi fondamentali, quando osserviamo che in sardo musca significa anche ‘ebbrezza, sbronza’. In campidanese muschittu, oltre che ‘moscerino’ significa anche ‘fregola’ che è un altro modo di sentirsi eccitato rispetto al precedente ‘sbronza’. Allora bisogna prendere atto di una tendenza della radice (di tutte le radici) ad allargare sempre di più il ventaglio delle sue possibilità espressive che tutte rientrano nell’idea di ‘forza’ la quale può generare il sibilo, il vento, e qualsiasi altra forma di energia come l’ eccitazione provocata dal vino o quella provocata dal sesso o dall’amore. In effetti si incontra in espressioni di alcune lingue europee ancora la parola mosca ad indicare sentimenti che ruotano intorno ai concetti di ‘ira, stizza , agitazione, furia’ come nel fr. prendre la mouche fotocopia del dialettale (Aielli e altrove) pijjà la mosca ‘prendere la mosca’, espressione sì riferita agli animali (ma anche agli uomini) che si imbizzarriscono o scalciano improvvisamente perché punti da qualche insetto, ma che aveva una vita propria, in quanto la parola mosca conteneva già di suo quei significati ruotanti intorno alla ‘eccitazione’, come dimostrano le parole sarde. Lo stesso avveniva d’altronde per il gr. oîstr-on (da cui it.estro) che poteva significare ‘tafano, pungiglione, estro poetico, furia, passione’ e simili, tutti significati provenienti da quello fondamentale del verbo -mai ‘mi slancio, mi avvento’. E certamente anche la musica, con quel nome un po’ troppo scintillante e pomposo se inteso come i Greci lo intendevano, cioè '(arte) delle Muse', credo debba più modestamente riallacciarsi al sibilo del supposto verbo *mu-sig-are da musc-are che deve averle dato i natali. Naturalmente un sibilo può accrescersi e trasformarsi in ispirato canto o concento che come tale cade sotto la protezione delle divine figlie di Giove e Mnemosine, abitatrici immortali dell’Elicona e del Parnaso, le Muse, amanti del canto, della danza, della musica e di ogni espressione artistica dell’uomo nata sotto il pungolo irresistibile della loro possente mania ‘furore, ispirazione’ creatrice. La questione linguistica, però, si risolve non lasciandosi attrarre dal fascino pericoloso delle belle dee antiche, ma ponendosi pragmaticamente questa domanda: sono state le Muse a dare il nome alla musica o il contrario? Ma certamente il contrario!, dato che ogni divinità non è altro che la ipostatizzazione di fenomeni naturali che dovettero ricevere i loro nomi prima o al massimo contestualmente alla loro trasformazione in divinità! vivaddio, la Natura precede ogni sovrastruttura ideologica! Ora credo di aver finalmente capito il significato profondo del nome delle Muse per il quale taluni propongono anche, direi opportunamente, l’etimo che richiama la radice men molto diffusa tra le lingue indoeuropee e connessa col lat. mente(m) ma anche col gr. mén-os ‘forza vitale, passione, volontà, ira, furore’. Dimenticavo lo spagnolo familiare mosque-arse ‘arrabbiarsi, prendersela’ che mantiene una scintilla della divina eccitazione come l’it. saltar la mosca al naso ‘ venire un attacco di rabbia, irritarsi’. Il naso di questa espressione meriterebbe maggiore attenzione, ma rimando la cosa ad altra occasione. La noiosa mosca oggi la fa da padrona nel nostro lessico facendo anche del torto ai cosiddetti mosconi ‘corteggiatori insistenti e noiosi’ i quali, prima che si incontrassero con l’insetto, dovevano essere solo ‘corteggiatori’ o ‘innamorati’ presi seriamente dal sacro fuoco dell’amore, e bisognosi quindi di maggiore rispetto.


Il sardo nuorese fàchere su músiu significa ‘fare le fusa’ e quindi il campidanese fai sa música dello stesso significato non ha valore metaforico, ma indica direttamente il ron ron delle fusa simili ad un sibilo. E in effetti non ci vuole molto a mettere al posto della musica (che evoca nella nostra mente bande, squilli di tromba, fanfare e trionfi) una povera mus(i)ca ‘mosca’ dal ronzio monotone et éphémère, che poi ci accorgiamo essere anch’essa, benchè più realistica della musica (infatti suonerebbe più concreto e aderente al contesto dire che il gatto fa la mosca invece che la musica), un fantasma svanente in un sibilo appena avvertibile. C’è poco da fare! i significati sono qualcosa di estremamente mobile nel corpo della parola che sembra presentarceli invece cristallizzati, incapsulati (fatte salve le normali oscillazioni semantiche) per sempre fin dall’origine, come se essi non fossero, al contrario, espressione di un momentaneo e superficiale guizzo atto a rendere più perspicua la comunicazione, di un magma sotterraneo e incandescente, che pure vorrebbe atteggiarsi ad entità ben solida e duratura! E lo studioso che non avverte questo fondamentalissimo fenomeno è destinato ad arrancare dietro fantasmi che infine lo lasciano beffardi con un pugno di mosche! Anche quest'ultima espressione, non presente -mi pare- in altre lingue europee, non risulta mica tanto per la quale alla luce dei nostri gusti diventati schizzinosi, specie nei riguardi di questi insetti dispettosi. In effetti è difficilissimo acchiapparne una sola, figuriamoci un pugno! Se ci riuscissimo dovremmo comunque non restare delusi come vuole il senso dell'espressione, ma, al contrario, fare salti di gioia perchè il fatto sarebbe una prova indiscutibile della nostra veramente eccezionale abilità di acchiappamosche. E allora, per far quadrare i conti con la nostra logica, non resta che dare in questo caso al termine mosca, reso plurale per l'occasione, il significato di 'aria, vento' incontrato più sopra. Si direbbe anche che, man mano che la si riavvicina all’origine, la parola diventa, starei per dire, sempre più seria, perde qualsiasi atteggiamento ludico che sembrava distrarla dal suo vero ed originario compito, quello di tentare di mettere ordine nelle cose del mondo, nominandole e non giocando con esse.


In catanese musia vale ‘allegria’: siamo semptre nell’ambito della ‘eccitazione’. Il lat. musc-ariu(m) ‘ventaglio scacciamosche, coda di cavallo, fogliame ad ombrello’ è il punto d’incontro di almeno tre significati diversi legati alla radice musc-, cioè quello di 'sibilo, vento'; quello di 'mosca', e quello di 'cespuglio, pianta'. Quest’ultimo si riscontra, ad esempio, nel trasaccano mosca-tàna (3) ‘cespuglio spontaneo usato per l’addobbo di Natale’, sicchè non bisogna credere al presunto valore metaforico di italiano (con riscontri dialettali) mosca, moschetta ‘ciuffo di peli tra il mento e il labbro inferiore’. Questo tipo di mosca va confrontata con gr. móskh-os ‘germoglio, ramo, animale giovane, vitello, fanciullo, rondinino (che è un volatile come la mosca)’ e con lo stesso lat. muscu(m) ‘muschio’, sardo campidanese musc-erra ‘mosca carnaria, moscerino, ragazzaglia’. Certamente non mi appaga, quindi, l’etimo dato per napoletano musch-ìllë (4)‘ragazzino assoldato dalla malavita’ ma anche solamente ‘ragazzino’. Nel libro di cui alla nota, infatti, si sostiene che il significato alluderebbe metaforicamente ad un ‘moscerino’. Ma abbiamo visto che il problema non si risolve in questo modo, perché dentro l’involucro esterno del moscerino potrebbero trovarsi tante scatoline cinesi ciascuna contenente il significato particolare che quel tratto di sonorità ha assunto di parlata in parlata, di età in età, e il rapporto che il linguista crede di scoprire a gioco fermo potrebbe anche essere rovesciato nel senso che potremmo chiederci se è l’idea di ‘moscerino, mosca’ ad attivare un rapporto con quella di ‘ragazzo’, di ‘vitello’, ecc. o viceversa. Il gr. moskh-ári-on ‘vitellino’, simile formalmente al campidanese musc-erra ‘ragazzaglia’ può senz’altro chiarire l’idea. Non ci confonda il suffisso peggiorativo –aglia , un riflesso dovuto al significato di ‘suono, rumore’ che la radice esprimeva, come abbiamo visto, in altri contesti.


Il gioco della mosca-cieca deve essere ripetizione tautologica del concetto di ‘cieco’: si ricordi che greco significa anche ‘chiudo gli occhi’ oltre che ‘chiudo la bocca’. A pensarci bene la radice in questo caso esplicita la sua funzione di copertura adombrata già in lat. muscariu(m) ‘fogliame ad ombrello’ e presente, a mio avviso anche nel lat. musc-ulu(m) ‘galleria, macchina al riparo della quale i soldati si avvicinavano alle mura di una città per demolirle’.


Acqua in bocca! La frase, in bocca ai parlanti del mio dialetto (ma anche di quelli di mezza Italia) suonerebbe acqua ‘mmocca , una bella base di partenza per ricavarne un’espressione come *áku’ i muka 'ascolta (greco ákoue) e taci! (sscr. muk-as ‘muto’): una ingiunzione che tornerebbe a fagiolo negli appostamenti della caccia e nelle esplorazioni militari della preistoria! Nel gallurese esiste il verbo micà ‘tacere’ ma pure l’impagabile Bielli ci regala la voce muccë ‘silenzio’ (pìjëtë quess’e mmuccë ‘prendi codesto e buci!’), anche se dietro la vocale indistinta doveva esserci una –i- degli imperativi dei verbi in -ire. Sicuramente la voce ricorrerà in diverse altre parlate. Perché mai, in effetti, dovremmo metterci acqua in bocca (che potrebbe sfuggirci via o essere inghiottita) e non magari un po’ di foglie, d’erba o un fazzoletto (molto più sicuro!) per tacere, se proprio uno non ne può fare comodamente a meno? Come ci appaiono ridicole e improbabili queste locuzioni ora che ne abbiamo scoperto il meccanismo! In effetti non ci sarà stato mai nessuno che avrà messo dell’acqua in bocca per mantenersi silenzioso. L’altra espressione Dare i calci della mosca ‘rivolgere ingiurie e percosse inoffensive’ non può essere nata a tavolino: al posto della mosca potevano nominarsi caterve di altri animaletti inoffensivi! Qui credo che il termine abbia avuto, all’origine, lo stesso significato della frase analizzata più sopra riguardante chi è preso dalla mosca (furia, eccitazione). Una volta uscito questo significato fuori del lessico corrente, la parola mosca non poteva fare altro che adattarsi alla nuova situazione, in cui una povera mosca non può che essere innocua!


Il Bielli riporta anche la strana espressione abruzzese mosc’a la ceštë ‘zitto e mosca!’ il cui 2° nome non può che significare una nuda ‘cesta’ (lat. cistam). Il mistero si scioglie non appena si pon mente all’ingl. hiss ‘sibilo, sibilare’ la cui fricativa iniziale h- rimanda ad una precedente velare sorda k-; all’interiezione inglese che intima il silenzio hist! ‘sst!’; all’ingl siss=hiss; al m.ingl. siss-en, ciss-en ‘sibilare’; all’ingl. hush ‘silenzio, calma’; al ted. zisch-en ‘sibilare, fischiare, zittire’, sp. chis! ‘zitto!’, sp. chiche-ar ‘zittire’, sp. sise-ar ‘zittire’, sp. chist-ar ‘fiatare, parlare’, sp. chit-on! ‘silenzio!’: tutte queste voci simili, che non sono onomatopeiche nonostante l’apparenza, fanno venire l’idea che anche l’it. zitto abbia subito una trafila di questo tipo: *cisto, citto, zitto.


Concludendo, non si può passare sotto silenzio che queste radici per ‘taci!’ che spuntano qua e là in diverse parti d’Italia, non possono spiegarsi come il portato più o meno recente di aleatorio materiale romanzo, ma debbono provenire da strati lontani, anche molto, nel tempo.


Mosc’a la ceštë!, dunque, a tutti gli scholars che sicuramente borbotteranno dinanzi a queste mie intemperanti divagazioni non certo ortodosse che per loro sono come noiose moscacce importune, benchè essi non abbiano trovato finora, che io sappia, né riusciranno forse a trovare mai una spiegazione, sufficientemente soddisfacente per l’espressione, diversa dalla mia! La sfida è aperta! coraggio! cerco chi mi dia una lezione tale da farmi perdere, se non il gusto di vivere, quello di divertirmi con le parole! Di mezzi ce ne avete sicuramente più di me! An clarissimi grammatici, despecto provocatore, mussant? (O forse gli illustrissimi studiosi tacciono per l’insignificanza dello sfidante?).








Note





(2) Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.


(3) Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003.


(4) Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998.





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