lunedì 2 luglio 2012

Nomi di animali nelle espressioni idiomatiche della valle dell'Adda e della Mera (con sobbalzi di sorpresa sulla sedia)


I nomi di piccoli animali che ricorrono nei dialetti ad indicare, spesso stranamente e senza una motivazione razionale, le cose più varie (malattie, paure, piante, fenomeni atmosferici, ecc.) vengono attualmente interpretati da parte dei linguisti come il segno di un perdurare, dai tempi oscuri della preistoria, di un atteggiamento animistico da parte dell’uomo nei confronti della realtà da nominare, sicchè il pensiero selvaggio delle società primitive affiorerebbe anche nel linguaggio delle società moderne evolute. E questo è certamente un passo in avanti nel modo di considerare alcuni fatti linguistici che precedentemente venivano attribuiti alla fantasia dell’uomo o al suo lato scherzoso simile a quello dei fanciulli. Anch’io sostengo che l’animismo è alla base del pensiero dell’uomo, ma non nel senso che esso abbia determinato quei modi strani di nominare le cose, cui ho poco fa accennato.

Ho riflettuto su alcuni di questi termini o espressioni riportati (a p.246) dal linguista Remo Bracchi (1) nella sua ponderosa opera parzialmente consultabile in internet e ne ho tratto le considerazioni che subito dirò. Ad indicare l’intirizzimento delle dita e la sensazione quasi di “punte metalliche conficcate nella carne” provocata dal freddo, a Tirano si usa l’espressione avéch l pich sùta li ùngi ‘sentire il picchio battere col becco (lett. ‘avere il picchio sotto le unghie’)’. A me pare evidente che, quando la frase nacque, non dovette essere riferita al picchio, nominato magari per evitare il nome diretto tabuizzato della incresciosa sensazione (così ragionano i linguisti che si intendono di pensiero selvaggio), ma proprio a qualche 'punta, spina, punteruolo' che con quella radice pik, molto diffusa in Italia e altrove (cfr. ingl. tooth-pick ’stuzzicadenti’, abr. marsicano picchë ‘membro virile, piccone’), si indicava, andando così a combaciare perfettamente con la sensazione di “punte metalliche”, secondo le parole dello stesso Bracchi. In effetti a Poggiridenti si incontra, per esprimere una sensazione simile che si prova quando si passa dal freddo intenso al caldo, la voce formalmente omologa picul ‘picciolo’ il cui significato, come osserva Bracchi, non si può abbinare al denominato, e pertanto a suo avviso sarebbe da ricondurre al ‘picchio’: evidentemente il linguista non sa staccarsi dal suo schema di riferimento, seguito da tutti i linguisti, che considerano i nomi di questi animaletti come dei sostituti usati a copertura del nome diretto della sensazione vera e propria ritenuta di natura demoniaca, e pertanto innominabile, perché magari colpita da interdetto di tipo tabuistico. Ma, se si riflette con animo sgombro da pregiudizi e con mente serena, non si può non notare che un ‘picciòlo’(2) è in verità uno ‘stecchetto’ e cioè ugualmente una ‘punta’ che potrebbe alla grande conficcarsi sotto le unghie o altrove provocando quella sensazione di dolore. Il termine, a mio avviso, va comparato col ted. Pickel ‘piccozza’, simile non solo formalmente all’ingl. pickle ‘salamoia, sottaceti, aceto’ ma anche sostanzialmente se il significato di fondo dei due termini fa capo a quello di ‘pungere’.

La radice si ripresenta a Premana nell’espressione pelà picìti ‘spiumare pettirossi’ cioè ‘avere molto freddo’ che fa il paio con quella di Samòlago pelè i pàsar ‘soffrire il freddo’, lett. ‘spennare i passeri’. Ora, siccome sono convinto, per i precedenti esempi, che qui il termine picìti non può indicare i ‘pettirossi’, ma deve ugualmente riferirsi a qualcosa come it. picchetto, piolo, debbo di conseguenza cercare un significato diverso anche per pelà ‘pelare, spennare’ e lo trovo nell’ingl. feel ‘provare, sentire, sentire al tatto’, ted. fühl-en ‘sentire, tastare, palpare’ col normale passaggio, nelle lingue germaniche, dalla labiale sorda iniziale –p- alla spirante sorda –f-. Va da sé quindi che queste espressioni ci dovrebbero arrivare difilato dalla preistoria. Probabilmente anche il lat. pal-p-are ‘palpare, carezzare’, lat. pell-ere ‘spingere, battere, percuotere’, gr. pel-emíz-o ‘agito, scuoto, vibro’ ecc. sono della partita. Ma i pàsar ‘passeri’ come li sistemiamo? Ah! essi ammiccano al termine gr. pással-os (lat. pessulum ‘chiavistello’) ‘chiodo, caviglia, arpione, piolo, palo’ e ci riconducono alle sensazioni da brivido delle ‘punte’ penetranti nella carne. Ma, al di sotto di queste espressioni fortemente espressive, potrebbero esserci i vari modi delle comunità preistoriche di indicare semplicemente il ‘freddo’ nei loro vocabolari, concetto ben espresso da quello di "pungere" come in tutti i casi precedenti.

Il Bracchi vede in queste due ultime espressioni un tentativo di razionalizzazione nell’impiego dei nomi dei piccoli volatili (rispetto ai precedenti considerati molto strani per noi “eredi di Cartesio” ma, naturalmente, non per i selvaggi), in quanto i pettirossi verrebbero catturati con gli archetti all’arrivo dei primi freddi. Ma anche questa spiegazione è lontana da quella che abbiamo data, perché ricorre a motivazioni per così dire extralinguistiche, quando invece bisogna frugare nel ricco sottofondo degli stessi termini dove quasi sempre si troverà una soluzione solida, diretta, senza mediazioni culturali di sorta. Una conseguenza importante delle spiegazioni sopra date è la considerazione che gli uomini del passato, anche preistorico, che usarono questi modi di dire, avevano un cervello razionale esattamente come il nostro, e che quindi questo gran parlare, da parte degli studiosi, di pensiero selvaggio rischia di sostituire un altro tipo di retorica a quella precedente della fantasia e della propensione allo scherzo da parte dell’uomo preistorico. Però la lingua, che anch’essi ereditavano da generazioni precedenti, giocava loro ugualmente gli stessi tiri di cui siamo vittime noi e quindi erano propensi a credere senza riserve a quello che le parole stesse loro dicevano. Naturalmente, non possedendo ancora una mentalità scientifica così evoluta come la nostra, essi svilupparono un sistema di credenze mitico-religiose vasto, pervasivo e totalizzante, non ancora toccato dal sano soffio dello scetticismo. In questo senso erano certamente molto diversi da noi. Ma fino ad un certo punto, se anche oggi nelle società progredite milioni di persone frequentano gli studi di maghi e fattucchiere. La differenza è che allora la società tutta, compresa -diciamo così- la classe dominante, ci credeva profondamente.

Proseguendo nella sua analisi il Bracchi crede di poter finalmente interpretare senza ambiguità le espressioni in cui, in area bresciana e veneta, compare esplicitamente il nome del diavolo al posto di quello delle alate creature. Il diavolo, si sa, non può che causare il male all’uomo, anche quello dell’intirizzimento, come Berlusconi il tiranno all’Italia, secondo certi sapientoni dagli sguardi taurini che, a vederli e sentirli nelle piazze e nei bar, vorrebbero far credere, con la loro aria da ispirati, che se ne intendono di certe cose (che invece sono molto al di sopra delle nostre comuni capacità interpretative e più complicate della linguistica!) ma che in effetti strabuzzano solo gli occhi —che indegno spettacolo!— e sdilinquiscono di fronte al rosso, perdendo il ben dell’intelletto (ammesso che ce l'abbiano!) e l’imparzialità critica nelle analisi politico-economiche. Povero diavolo, il parafulmine di tutti i guai del mondo! In camuno, infatti, il fenomeno è descritto come ciapà al diauli an de le mà (an dei dic’) ‘avvertire sintomi di intirizzimento alle estremita della dita’, nel valsuganotto si dice vér i giaoléti (giaolini) ai déi ‘avere i diavoletti alle dita’, nel trentino sentir i diaolìni éntei dédi, nello zoldano si ha il semplice diaolìn, diaulìn (3)‘unghiella, formicolii e bruciori sulle punte delle dita, primi sintomi di congelamento’. Anche qui il Bracchi, non avvertendo la necessità di spiegare in modo strettamente linguistico la valenza dei vari “diavolini” e sentendosi pago di quello che la tradizione culturale gli ammannisce sul diavolo per capire il significato delle espressioni, cade vittima, esattamente come gli uomini preistorici, del solito tiro giocato dagli incroci e sovrapposizioni delle parole. A non parlare del fatto che in questi casi il solo nominare il diavolo, se da una parte permette di usare un termine diverso da quello caduto sotto interdizione tabuistica, dall’altra dovrebbe causare, secondo la logica del pensiero primitivo, una sua evocazione bella e buona che potrebbe combinare guai ben più seri di quelli che si vorrebbero evitare, nonostante l’uso della forma diminutivo-vezzeggiativa (almeno per noi) con cui lo si chiama (diaolìn ma talora anche diauli, non alterato). A me infatti appare evidente, anche in questo caso, che il "diavolo" copra un sottostante termine per ‘trafittura, fitta, punta’ facente capo alla stessa radice greca del termine diavolo, cioè il gr. dia-bállō ‘caccio (-bállō) attraverso (dia-), trafiggo (metaf. ‘calunnio’)’. Quale radice sarebbe stata più acconcia di questa ad esprimere le ‘trafitture, fitte, punture’ provocate dal freddo o anche gli strumenti atti a generarle come ‘punte, punteruoli, chiodi’? Altro che diavolo! E allora non resta che prendere atto della nuda realtà e comportarsi di conseguenza. D’altronde non è forse vero che le corna con cui viene tradizionalmente rappresentato il diavolo attingono in fondo allo stesso concetto di “punta”? e non è forse vero che lo strumento d’elezione del diavolo sia costituito da un bel forcone con cui arronciglia i dannati che gli capitano a tiro? Donde crediamo che queste rappresentazioni traggano origine se non dai significati più o meno profondi della parola diavolo? Da dove spuntano mai i dialettali diavulitti, diavolilli ‘peperoncini rossi molto piccanti’ se non dal loro essere appunto ‘piccanti, mordenti, trafiggenti’ e anche dalla loro forma similissima a quella di un corno o di una punta (4)?  I vari Ponti del Diavolo sparsi in tutta Italia sono sempre epifania di questa radice nel suo valore di ‘passaggio’. Nella Marsica abbiamo alcuni Passi del Diavolo che certamente non hanno tratto il nome dal fatto che qualcuno abbia giurato di avervi visto passare scodinzolando furiosamente l’antico avversario dell’uomo, magari in una notte tempestosa e minacciosa, o in virtù di altre favole più o meno amene su strani fatti e interventi del diavolo. Piuttosto, come abbiamo asserito più volte in articoli precedenti, bisogna in questi casi seguire realisticamente il movimento opposto, dal nome del ponte alla storiella relativa.

Avevo dimenticato le espressioni al va i usgelìn sóta li óngia (a Bormio) e al va i uceglìn sóta li óng(h)ia (Valfurva) ‘gli uccellini si introducono sotto le unghie’ che il Bracchi attribuisce alla “immaginazione popolare”(ma non si voleva ridurre anziché aumentare lo spazio della fantasia?), supponendo probabilmente che l’espressione, una volta escogitata in una delle due località vicine, si sia diffusa anche nell’altra, perché non si può pretendere che una frase così singolare venga in mente a persone diverse, viventi in località distanti tra loro. Ma si dà il caso che la frase si ritrova sostanzialmente uguale a Campegine di Reggio Emilia (una bella distanza!), il paese di Riccardo Bertani famoso linguista contadino: a-go i’ ozlein ai dij ‘ho gli uccellini nelle dita’ per ‘provo una sensazione di intirizzimento, bruciore alle dita’, e allora bisogna pensare più realisticamente che non di immaginazione si tratta ma di un nome comune che in tempi molto lontani aveva la valenza di ‘stecchini, punte, spine’ o di ‘formicolio, prurito', come avviene per le parole delle altre espressioni simili sopra analizzate. Si può guardare all’ingl. to itch ‘avere prurito, prudere, pizzicare’ equivalente al ted. juck-en ‘pizzicare, far prurito’ per il quale ultimo non sarebbe anormale pensare ad una variante col diffusissimo suffisso –el ottenendo così una forma *juckel-n dallo stesso significato. A questo punto sarebbe facile supporre il distacco della semivocale iniziale –j- che passa a fungere da articolo determinativo (deglutinazione) in modo da avere la trafila *i uckel, i uccell , i uzzel e quindi i vari attuali i uceglìn, ozlein, ecc. Del resto esiste anche l’ingl. joggle ‘spina, piolo, caviglia’ che sarebbe perfetto. Mi domando se anche l’it. ugello, dall’etimo molto incerto, non sia da spiegare in questo modo. Secondo me anche il tosc. uzzolo ‘desiderio acuto, improvviso’ potrebbe trovare la spiegazione in questa radice per ‘prurito’. In realtà esiste un ted. juckel-n (più sopra citato in forma asteriscata) ma col significato di ingl. to joggle along oppure to jog along ‘procedere lentamente, seguire il solito tran tran’ la cui radice è sempre quella di ingl. jog ‘spinta, urto, andatura lenta’ ma in americano anche ‘sporgenza’, da cui promana il significato di ingl. joggle ‘spina, piolo, caviglia’ di cui sopra.

Interessantissime sono altre espressioni usate per evitare di nominare direttamente il diavolo (il che sarebbe equivalso ad evocarlo, sostiene il Bracchi) perché anch’esse nascondono invece una realtà opposta, cioè una nominazione diretta del referente! A me pare, per esempio, che dietro il livignasco chel di cörn, quel di coregn ‘il diavolo’ lett. ‘quello dalle corna’ debba nascondersi un’espressione simile al gr. di-kérōs ‘bicorne’ riferita, già nell’inno omerico a Pan, a questo dio campestre, pelosissimo e dotato di due corna, passato ad indicare il demonio nella tradizione popolare cristiana; pertanto l’espressione non significa letteralmente ‘quello delle corna’ ma semplicemente ‘quello bicorne’ cioè ‘il bicorne’ che nella preistoria poteva inoltre individuare una divinità diversa dal diavolo. E’ infatti credibile che anche presso i Greci si fosse verificato un fenomeno di sovrapposizione di valori in questo epiteto il cui primo elemento di- poteva portare con sé il sign. di ‘luce’, condiviso anche dal secondo –kérōs nel caso in cui questo alludesse alla radice di gr. kera-unós ‘fulmine’: il dio Pan era inizialmente una divinità solare come ho spiegato ampiamente nel mio post La tradizione della Panarda […] del gennaio 2012. Due di questi epiteti riferiti al diavolo mi hanno fatto letteralmente sobbalzare di stupore sulla sedia, e cioè il ticinese quéll di düü ( a p.215) ‘quello dei due’, con la reticenza sulle corna –sostiene il Bracchi-, ma che secondo me fa emergere nientemeno che la figura di Dite padre (cfr. lat. Dis o Ditis pater oppure Dies-piter, Dis-piter) da cui tutti i Galli (5) credevano di discendere, compresi probabilmente anche quelli della Gallia Cisalpina. L’espressione quell di düü quindi non significherebbe ‘quello delle due (corna)’ ma semplicemente ‘il Dite, Dite’ , divinità della notte ma anche degli Inferi, da cui la sua probabilissima demonizzazione da parte della Chiesa, come emerge da questa mia interpretazione. Ma l’espressione veramente fantastica è quella piemontese l diàu di pe dré (n. 131, p. 211) ‘diavolo ai piedi (pe) posteriori (dré ‘dietro’)’ molto discussa dagli studiosi che indicava, nel Medioevo, la figura del diavolo che se ne andava in giro -si credeva- come pellegrino o monaco, avvolto in un tabarro che lasciava scoperti i piedi caprini posteriori dall’unghia fessa, su cui il demonio camminava. Beati loro, i linguisti, che possono sfoderare impunemente tutte le loro vaste conoscenze per avvalorare questa o quella opinione, ma purtroppo non pensano nemmeno per una frazione di secondo che sarebbe meglio andare a scavare sotto le parole (d’altronde il mio metodo, che sostengo da una ventina d’anni, credo sia loro completamente ignoto o al massimo considerato con sufficienza)! Ma la tremenda beffa giocata loro dal diavolo, che è un loico sottile per natura, stavolta li farà andare a testa bassa per il resto della loro vita, o almeno attirerà loro addosso, in futuro, una severa damnatio memoriae. Anche qui a me pare chiaro di dover individuare, infatti, sotto il sintagma pe dré, nientemeno che l’epiteto pater ‘padre’ di Dite, pronunciato secondo l’inflessione propria delle parlate celtiche e cioè pèdre (fr. père). Io conosco il romagnolo pèdre ‘padre’ ma non il piemontese, che dovrebbe però essere più o meno uguale. Allora tutta l’espressione di pe dré verrebbe a significare, quasi per magia, non ‘il diavolo ai piedi di dietro’ ma, stupendamente, ‘il diavolo Dite padre’! Questa interpretazione è così calzante, semplice, di per sé autorevole da far emergere tutta la capziosità dei vari tentativi volti a spiegare diversamente la strana espressione sibillina che pure, proprio per questo, da un lato evidenziava già la sua improbabilità, preannunciata dal suo sospetto ermetismo, e, dall’altro, doveva mettere sul chi vive ogni interprete, cosa che regolarmente non è avvenuta. Ma mi rendo anche conto che tutto ciò non poteva essere percepito da chi ha tutt’altra visione del fenomeno. E’ presumibile che queste sovrapposizioni di significati siano potute avvenire quando, decaduto ormai il culto di Dite e divenuto di conseguenza oscuro il suo nome, la gente lo rietimologizzava automaticamente, come avviene in mille altri casi. La bestemmia romagnola “Dio prete!” (6) è un altro interessante esempio, a mio avviso, di camuffamento del nome di questo dio infernale con passaggio di Di(forma apocopata di Dite) a Dio e metatesi delle consonanti interne di pèdre ‘padre’ che diventa prète.

Un altro sintagma interessante per ‘diavolo’ è il livignasco quel daśóta ‘quel di sotto’ che sembrerebbe definizione appropriata, alludente al mondo sotterraneo del diavolo ma ha il difetto, per i miei gusti, di non essere diretta, e di alimentare per converso la convinzione dei linguisti che si tratta di modo perifrastico di nominare il diavolo per non vederlo apparire, secondo la mentalità dell’uomo primitivo. Ma essi dovrebbero tener conto anche del gr. dasót-ēs ‘forza del fiato, aspirazione (grammaticale)’, dall’aggett. das-ús ‘aspirato’ ma pure ‘peloso’, significato che qui non c’entra nulla anche se avrebbe potuto generare un altro epiteto appropriato per il diavolo. In serbo-croato si ha daš-ak ‘alito’, disa-ti ‘respirare’. Lo stesso gr. the-ós ‘dio’ viene riportato ad una radice dhues ‘spirito’, gallico dusios ‘spirito impuro, demone’. Il demonio, come conferma il nome stesso di origine greca, è quindi inizialmente uno “spirito”, non importa se del bene o del male. Contrariamente a quanto comunemente si sostiene circa il significato del termine “diavolo” riportato al gr. diá-bolos nel senso di ‘colui che trafigge, calunnia’, io propendo a credere, come ho già sostanzialmente anticipato nella n. 3, che il termine circolasse già da qualche parte in Oriente col significato fondamentale di ‘spirito, divinità’ in ambo i membri della parola. Il primo dia- sarebbe qui ampliamento della radice di- già incontrata, mentre il secondo ha un corrispettivo nel ted. Boll ‘diavolo’ e in bolar ‘diavolo’, appellativo ricorrente in diversi paesi della valle dell’Adda e della Svizzera.

Concludiamo col bell’esempio del nome della "lucciola" chiamata panuèl (a Teglio, Poggiridenti, ecc.); a Faedo il termine designava, oltre alla lucciola, anche il ‘grande falò’ che si accendeva la prima domenica della Quaresima. Salta agli occhi il collegamento di esso con l’ebraico simbolo del Sole, il Penû’El ‘faccia di Dio’, accadico panu ‘aspetto, volto’, gr. pan-ós ‘fiaccola’ e col nome greco del dio Pan, inizialmente divinità solare (7). A Tirano è nota una graziosa e interessante cantilena che suona Viśiröl, vén a bas/che te dùu pàa e lac’/pàa e lac’ de la culdéra [pane e latte dalla caldaia]. Via, via capeléra. La capeléra —commenta il Bracchi— è parte della lucciola attinente alla testa e quindi il termine, secondo lui, sarebbe il residuo di una più esplicita minaccia di decapitazione. Anche in questo caso mi permetto di osservare che siamo completamente fuori strada, quando cerchiamo di proiettare sulle parole le nostre convinzioni che spesso sono solo pregiudizi. Il fatto è che la cantilena è costituita di parole che, in un modo o nell’altro, fanno riferimento al concetto di “lucciola” perché non si può pensare che essa sia nata improvvisamente dalla mente di qualcuno in vena di poesia. Essa è il risultato di sedimentazioni linguistiche le quali erano in gran parte costituite dai nomi che il coleottero aveva avuto in passato, nelle varie comunità di parlanti presso le quali la cantilena, in via di formazione, di volta in volta arrivava, avendo anche tutto il tempo di trovare delle assonanze o rime, le quali surrettiziamente fanno ancor più credere che la composizione sia un prodotto totalmente volontario di una mente ordinatrice che, oltretutto, l’avrebbe formata in breve tempo. La stessa cosa avviene in natura nel modo di operare dei meccanismi evolutivi degli esseri viventi, suscitando la polemica, mai completamente sopita, tra i sostenitori di un disegno intelligente rintracciabile nei fatti evolutivi e rivelatore di una mano divina che li indirizzerebbe e i seguaci di Darwin, refrattari a suggestioni teleologiche e antropocentriche, aggrappati come sono alla nuda laicità della scienza e meno inclini a scaldarsi al fuoco di una religione consolatoria. Il pane da offrire alla lucciola, nel caso si fosse abbassata, ripete la radice del primo membro di panu-èl ‘lucciola’, confermando quello che sostenevo poco fa; la parola lac ‘latte’ è molto interessante perché se è giusto l’etimo che se ne dà, che richiama gr. gála, gálakt-os ‘latte’, essa va collegata al gr. galaksía ‘galassia, via lattea’. I Greci favoleggiavano sulle gocce di latte sfuggite dal seno di Giunone che allattava il piccolo Ercole, frutto dell’amore adulterino di Zeus con la mortale Alcmena, alcuni altri sostenevano che la Via Lattea fosse la traccia lasciata dal carro del Sole andato fuori strada perché mal guidato da Fetonte: quest’ultima credenza si avvicina di più alla radice prima del mito che a mio avviso attinge al concetto di "luce", espresso anche da gr. gelá ‘splendere, ridere’, gr. gal-énē ‘bonaccia, tempo sereno’, e anche da Apollo Galáksios in Beozia, divinità del sole.

Tornando alla cantilena si deve credere che la capel-éra è altro nome per ‘lucciola’ giacchè nel mio paese di Aielli e in altri della Marsica la lucciola suona luce-cappella. La radice deve essere variante di quella del secondo membro di Helio-gabalo, nome fenicio della divinità del Sole. Effettivamente l’ultima frase della filastrocca Via, via capelera sembra capovolgere improvvisamente l’atteggiamento del parlante nei confronti dell’insetto, come se questo fosse una minaccia per chi gli sta vicino, ma io penso che le cose originariamente fossero un po’ diverse, se si intende quel Via,via come residuo di un verbo *vi(g)e, *vi(g)e ‘luccica, luccica’ apparentato con lat. vig-ere ‘essere vegeto, vivo, ecc.’ che suonerebbe perciò come un blando invito, non minaccioso, rivolto alla lucciola a continuare a diffondere la luce e potrebbe essere alla base del termine viśiröl ‘lucciola’ (cfr. anche ingl. bicker ‘oscillare, tremolare, baluginare’). Anche lat. via, ant. veha, presuppone un orig. *weghya. Mi scuso con i lettori se non vado più a fondo nell’analisi della radice. Anche la culdera ‘caldaia’ è un termine sospetto: non mi pare che la ‘caldaia’ sia il recipiente solito per il pane. La radice cald, culd, clad, clud (con metatesi) si incontra, in effetti, in termini come latino calidu(m)’caldo’ da cal-ere ‘essere caldo, ardente’, fr.  é-clat ‘splendore, fragore, gloria’. Essa è variante, a mio avviso, della radice di gr. gelá-o ‘rido, splendo’ di cui sopra, a. ingl. geolu (mod. yellow)‘giallo’, gallese clyd ‘caldo’, ted. Glut ‘carboni ardenti, ardore’. Riappare anche in appellativi di molte figure mitiche come il notissimo epiteto di Apollo Klytó-toksos che, quindi, non va inteso come ‘dall’arco (-toksos) famoso (klytó-)’ ma come ‘luminoso, ardente’ in ambo i membri (8). Per –toksos, forma aggettivale dal gr. tóks-on ‘arco, freccia’, si può ricorrere, ad esempio, al cosiddetto uso figurato del termine che nell’espressione tóksa helíou individua le ‘frecce’ ma anche i semplici ‘raggi’ del sole. La difficoltà consiste nel credere che il significato normale di questo termine fosse quello di ‘arco, freccia’ sin dalla sua origine. Ma questo era vero relativamente allo stato della lingua greca che noi conosciamo: precedentemente le cose non erano così, potendo ogni vocabolo avere significati vari, incluso quello che poi, in uno stadio successivo della lingua, sarebbe stato classificato come metaforico. Chi riflette mai, in effetti, sul fatto che il nostro raggio (lat. radium) significasse in latino anche ‘bacchetta, bastoncino’ (cfr. il raggio della ruota) e che l’it. strale, dal longobardo *stral ‘freccia’, a. a.ted. strala ‘freccia’, ha la stessa radice di ted. Strahl ’raggio di luce, lampo, getto d’acqua’? La realtà è che noi, compresi i linguisti, abbiamo la vista corta, anzi cortissima, per quanto concerne il significato originario dei termini, soggetto a sbalzi talmente grandi da far impallidire le più audaci metafore cui siamo abituati. E la forma mentis che abbiamo ereditata dal passato è talmente incarnata nel nostro modo di giudicare da non farci capire, ad esempio, che il rapporto raggio/bacchetta, oltre ad essere significativamente costante, è di carattere biunivoco e non unidirezionale. In altre parole non si può assolutamente porre alla base dei significati di un termine, un significato particolare, invece di quello enormemente vago che abbraccia tutti gli altri, cioè essere, spinta, forza, vita, ecc. E’ evidente che il gioco di questi significati unito a quello degli incroci, dà vita conseguentemente a tutto l’armamentario mitologico che conosciamo. Di qui tutta la rappresentazione omerica (9) di Febo Apollo (divinità solare), ad esempio, che, adirato contro i Greci e munito di arco faretra e frecce, viene giù a gran passi dall’Olimpo a colpire, facendone strage, i guerrieri il cui capo, Agamennone, aveva osato insultare il suo venerando sacerdote Crise. E non è strano, anzi stranissimo, che la città del sacerdote fosse Crisa (10) nella Troade e che sua figlia si chiamasse Criseide? I nomi hanno la stessa radice di gr. khrys-ós ‘oro’ e del primo membro dell’epiteto di Apollo khrysó-toksos (11) inteso da tutti come ‘dall’arco (-toksos) d’oro (khrysó-)’, ma non da noi che conosciamo i valori nascosti dei due membri. Il dio possedeva anche l’altro epiteto simile di argyró-toksos ‘dall’arco d’argento (argyró-)’, usato da Omero: può cambiare il nome del metallo ma il concetto di ‘splendore, luminosità’ ad essi sotteso e proprio del dio lega in un nodo strettissimo le parole.

Volevo fermarmi qui, ma non ho saputo resistere alla citazione della seguente cantilena sulla lucciola in uso un tempo a Cerchio-Aq. : Lucecappèlla, pénna pénna/ mitte le sale alla jummèlla;/ la jummèlla de ju Ré (12),/lucecappèlla revéttene a mé (tutte le –e- non accentate sono mute). Traduz.: ‘Lucciola penna penna/ metti il sale nella giumella;/ la giumella del Re,/ lucciola tornatene da me’(13). Il sintagma pénna pénna bisogna evidentemente riallacciarlo alla radice pan-, pen- di cui sopra. Qui mi fermo davvero, rimandando ad altra occasione l’esame di altre parole della cantilena. Faccio infine notare che il penna penna, attualmente senza significato (in passato però lo aveva), avrebbe potuto senz’altro incontrare un giorno, se fosse continuata nei millenni a venire la società contadina insieme alla mobilità delle società primitive, una lingua in cui esso avrebbe assunto qualche valenza, contribuendo così a perpetuare indefinitamente la fantasmagorica girandola dei significati ruotanti intorno alla medesima parola . Come sfuma più lontano della luna, alla luce di queste osservazioni, l’assunto secondo cui gran parte di questi modi di dire e di queste cantilene risalirebbe al Medioevo!







                                                            Diti Patri
                                             benigno divitiarum largitori
                                      a christifidelibus indigne in diabolum
                                                              mutato
                                                      gratissimo animo
                                                         nigram ovem
                                                             mactabo



(1) Remo Bracchi, I nomi e i volti della paura nelle valli dell'Adda e della Mera, Max Niemeyer Verlag, Tübingen 2009.
Sito web http://books.google.it/books?id. In verità avevo già parlato di quest’opera nel post I nomi dialettali di piccoli animali[…] del gennaio 2010, che sarebbe utile rileggere.

(2) Cfr. ad esempio, ingl. spear ‘lancia’ e ‘stelo, gambo’

(3) A queste espressioni si devono aggiungere quelle registrate in Toscana ghiaulìni, diavolèlli, ecc. ‘intirizzimento delle dita’: cfr. Cortelazzo/Marcato, I dialetti italiani, UTET, 1998, p. 220 s. v. ghiaulìno, dove la spiegazione di Cortelazzo è identica a quella data dal Bracchi.

(4) In effetti questi nomi dovevano indicare precedentemente oggetti appuntiti: corni, chiodi, ecc. nelle realtà dialettali in cui poi, quando la pianta del peperone originaria del Brasile arrivò in Italia, essi passarono a designarne quella varietà appuntita di frutto. Molto interessanti sono alcuni nomi popolari inglesi, contenenti la parola devil ‘diavolo’ (da lat. diabolum) come devil’s finger ‘belemnite’, lett. ‘dito (finger) del diavolo’, mollusco fossile così chiamato per la forma della sua conchiglia, dal gr. bélemn-on ‘giavellotto, arma da punta’. Si può in tutta sicurezza asserire, a mio avviso, che non è un caso se la radice del nome scientifico (belemnite) del mollusco, che è quella di gr. bél-os ‘dardo giavellotto’ e di gr. báll-o ‘io getto’ di cui sopra, va a coincidere con quella del nome popolare del mollusco, nome che non è stato creato a tavolino come si crede ma che traghetta fino ai nostri giorni quello in uso nella lingua di qualche comunità primitiva, che certamente già rinveniva di questi fossili. Anche il termine finger ‘dito’ rientra secondo me nel concetto di “punta”. Tra altre, spicca ancora la locuzione devil’s claw , lett. ‘artiglio (claw) del diavolo’ che indica vari tipi di gancio (sostanzialmente una ‘punta’) ma anche un tipo d’acacia, la cosiddetta acacia greggii e l’unicorn plant, lett. ‘pianta unicorno’, il cui nome è tutto un programma. Il fr. javelot ‘giavellotto’ (ingl. javelin) probabilmente ha dietro di sé un *diavol-ot e non, come si suppone, una base gallica *gabalo- (ted. Gabel ‘forchetta, forca’). Questa mia idea viene confermata dall’ingl. arc. javel ‘vagabondo’ oppure ’persona senza valore, insignificante’, termine che mi pare perfettamente adeguato al gr. dia-bállo ‘attraverso, oltrepasso, passo’ da cui si può derivare, quindi, un significato di ‘passante, viandante, vagabondo’.  I diavoloni erano grossi confetti che venivano lanciati una volta durante le sfilate di carnevale come i sardi diaulini sono “confettini dorati e minutissimi usati per guarnire i dolci” e che probabilmente vengono spruzzati o riversati, sparsi su di essi. I Devil’s Arrows ‘Frecce del Diavolo’o Devil’s bolts ‘Dardi del Diavolo’, i tre grandi monumenti megalitici di Boroughbridge (North Yorkshire, Inghilterra), noti anche sotto altre denominazioni, non debbono naturalmente il loro nome ad una leggenda del ‘700 come ho letto in un sito web. Il diavolo li avrebbe scagliati dal sommo di una collina. Quest’altro significato di ‘punta, colle, monte’ legato al termine diavolo ci fa capire che la storiella dovesse essere ben più antica. Gli altri nomi con cui questi monumenti sono noti, testimoniano della loro antichità che risale al Neolitico, e vanno spiegati sempre scoprendo dietro di essi il significato di ‘punta’ e simili. Anche il termine menhir attualmente vale ‘lunga pietra’ ma poteva inizialmente indicare direttamente queste ‘aste, lance, punte’ innalzate solitamente per motivi astronomico-religiosi.
La voce veneta diaoléto ‘tipo di erpice per coprire le sementi’ (cfr. Cortelazzo/Marcato, I dialetti italiani, UTET, 1998, p. 177) non può essere quindi assolutamente ricondotta al lat. rutabulu(m), retabulu(m) ’paletta per il fuoco, mestola’, facendo essa parte a pieno diritto di questa famiglia diavolesca col suo riferirsi ai ‘denti’ dell’erpice. Essa non può quindi essere considerata come “reinterpretazione” della voce veneziana rià(v)olo ‘tirabrace’, questa sì dal lat. retabulu(m). La presenza del diavolo-erpice è addirittura attestata in inlgese dove devil ’diavolo’ significa anche ‘erpice usato per pulire un terreno dopo l’aratura’: cfr. il dizionario Miriam-Webster. Nel frattempo il diavolo, l’ingannatore, accovacciato sui vari Pizzi, Monti e Corni del Diavolo della toponomastica, se la ride spassosamente, all’aria pura delle alture, felice di continuare a gettare zizzania nelle testoline degli uomini sempre impelagati nelle loro infinite dispute e piccinerie! Gesù stesso viene condotto dal diavolo sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme (Mt. 4,1) e invitato a buttarsi giù perché gli angeli lo avrebbero sostenuto e fatto planare sulla folla meravigliata, oppure sulla sommità di un altissimo monte (Mt. 4,8) dove gli vengono mostrati i regni della terra con tutta la loro gloria. Tutto ciò sembra coglierci di sorpresa ma non tanto, se riflettiamo che in greco ém-bol-on vale ‘rostro (di nave), cuneo, sbarra, paletto, lingua di terra’; em-bóli-on vale ‘asta ferrata, giavellotto’ (riallacciandosi così al signif. di ‘giavellotto’ più sopra incontrato per il termine corradicale dia-volo) ed ek-bolé vale, tra altri significati, anche ‘sporgenza’. Il problema va approfondito (cfr. il post Parole sarde del Duls nel mio blog, giugno 2009). Da parte mia credo che già circolassero nelle  varie realtà locali del tempo storielle su questo spirito chiamato con la parola diábolos che, a quello che sappiamo, sembra essere solo la traduzione del vocabolo Satana nella Bibbia dei Settanta (III sec. a.C.), col significato di ‘calunniatore, avversario, nemico’. Ma questi passi evangelici sembrano alludere ad una storia più ampia della parola. D’altronde in lingua rom il termine devel significa ‘santo’ e la devla è la ‘madonna’. Credo che il filologo Canini (sec. XIX) fosse nel giusto quando poneva un’eguaglianza etimologica fra il nome di Dio e quello del Dia-volo (cfr Dizion. Etim. del Pianigiani in rete) . Si sa d’altronde che inizialmente questo Satana non era l’arcinemico di Dio ma solo uno degli angeli che lo contornavano nella Corte celeste e che aveva solo la funzione di insinuare presso Dio qualche dubbio sul comportamento di qualcuno sulla terra. Per intanto la cosiddetta Colonna del diavolo di epoca romana e di provenienza ignota, trasportata dinanzi alla Basilica di Sant’Ambrogio di Milano, continua a mio avviso a traghettare fino a noi il suo originario nome per ‘colonna’, concetto simile a quello di ‘obelisco’ (lett. ‘spiedino’), senza che noi ce ne accorgiamo. Essa doveva trovarsi in un luogo di culto pagano in rapporto con qualche divinità sotterranea. I due buchi della colonna prodotti, secondo la tradizione popolare, dalle corna del diavolo malmenato dal Santo e attraverso cui esso sarebbe scomparso scendendo all’inferno, in realtà sono stati prodotti da chi aveva in mente uno dei significati di diavolo, e cioè ‘passaggio’, in questo caso verso il mondo sotterraneo. Il luogo infatti, come risulta dagli scavi archeologici, era stato usato per la sepoltura di martiri, ma precedentemente era un cimitero pagano. Non può essere che la colonna non vi fosse stata trasportata ma si trovasse lì dall’inizio? All’interno del tempio si erge infatti un’altra colonna di epoca romana su cui poggia un serpente in bronzo, chiamato Serpente di Mosè e portato, pare, da Costantinopoli dall’arcivescovo Arnolfo intorno all’anno mille. Questo rettile, secondo il racconto biblico, non era altro che il bastone di Aronne che Mosè gettò dinanzi al Faraone per mostrare che le sue parole venivano da Dio. Una leggenda racconta che un giorno Ambrogio vide un fabbro che non riusciva a piegare il ferro del morso di un cavallo, e si accorse che esso era stato fabbricato con uno dei chiodi della croce di Cristo. Come si vede, torna sempre qualcosa somigliante a una punta (bastone, chiodo, colonne). Ora, siccome non si può assolutamente dubitare dell’esistenza di sant’Ambrogio, si deve pensare che queste storielle e queste caratteristiche il Santo le abbia probabilmente ereditate da qualche divinità il cui culto dovette precederlo in quel posto, divinità sotterranea relativa a canali, cunicoli e drenaggi delle acque abbondantissime a Milano, ma in origine probabilmente divinità solare. Nell’isola di Poros (Argolide, Grecia) e precisamente nei pressi del villaggio di Trezene si trova una meravigliosa gola chiamata Diabolo-gephyro ‘ponte (gephyra) del Diavolo’. In realtà qui il “ponte” non c’entra nulla, giacchè in greco antico la parola indicava anche una ‘galleria sotterranea’, concetto simile a quello di ‘gola’ e di ‘passaggio’ in genere.  Naturalmente anche nell'area slava si incontrano toponimi interessanti legati al diavolo, come in Serbia la famosa Djavolja Varos (scusate qualche imprecisione di trascrizione!) 'Città del diavolo', una formazione geologica costituita da pinnacoli rocciosi, torri, piramidi dovuti all'erosione meteorica.

(5) Cfr. Cesare, De Bello Gallico, VI, 18,1: Galli se omnes ab Dite patre prognatos praedicant idque a druidibus proditum dicunt. ‘I Galli si vantano di discendere tutti quanti dal padre Dite come tradizionalmente viene loro insegnato dai druidi –così dicono’.

(6) Cfr. A. Nardelli, Il secolo XX (breve?-lungo?), E.D.C. Editrice, Avezzano 2005, p. 225.

(7) Cfr. il post (gennaio 2012) La tradizione della Panarda […] del mio blog.

(8) La questione l’ho analizzata nel mio opuscolo Omero sotto il velame, I Quaderni del Laboratorio, Tipografia Di Censo, Celano-Aq 1994, pp. 36-37. Interessanti sono altre figure mitiche con i nomi costituiti da questa radice, collegate col sole, col fuoco e simili. Klýtia, amata e abbandonata da Apollo, si lascia morire di fame e viene trasformata dal dio in eliotropio. Il guerriero Caletore di Clytio, colpito a morte da Aiace, mentre appicca il fuoco ad una nave, cade con la torcia in mano (Il.XV, 419 seg.). Il bello è che anche il nome Caletore, lungi dal significare ‘banditore’ come in greco, rimanda in realtà alla stessa radice luminosa, variante cal, cald, ecc. Essa si incrocia qui con quella rumorosa di gr. kalé-o ‘chiamo’. E ne aveva ben donde, se il corradicale lat. claru(m) vale sia ‘splendente’ che ‘squillante’. Si rifletta ancora su Clitio,gigante bruciacchiato da Ecate con le sue torce e al giovane Clito, per la sua bellezza rapito da Eos ‘Aurora’. L’ungh. hold ‘luna’ credo sia della partita.

(9) Cfr. Iliade,I, passim.

(10) Un’altra Crisa (gr. Krîsa, diversa dalla precedente Khrŷsa) si trovava nella Focide dove, secondo l’inno omerico ad Apollo, questo dio aveva edificato —guarda caso!— un suo tempio.

(11) Cfr. Pindaro, Olimpica 14, 10. L’epiteto, date le premesse, difficilmente sarà stato inventato da Pindaro.

(12) In un’altra cantilena che imparai alla 2° elementare ritorna, oltre al pane della cantilena di Tirano, la figura del re e della regina: Lucciola lucciola vien da me/che ti do il pan del re/il pan del re e della regina/lucciola lucciola vien vicina. Mi pare proprio che la radice di questo aggettivo vic-ina debba essere confrontata con quella di viś-ir-öl ‘lucciola’. Da notare anche l’epiteto di Giove Vicil-inu(m). E non lasciamoci frastornare da un’altra versione della cantilena in cui, nell’ultimo verso, l’aggettivo vicina è sostituito dall’aggettivo piccolina (lucciola, lucciola piccolina), perché quest’ultimo ha tutta l’aria di essere una reinterpretazione di un termine soggiacente della famiglia di ingl. bicker ‘baluginare’ di cui sopra. Stupendo è il siciliano luci-picur-àru ‘lucciola’, lett. ‘luce del pecoraio’. Ma così gli spazi riservati all’inventiva individuale, in queste cantilene, si restringono inesorabilmente, contrariamente a quello che i linguisti credono, fino a scomparire del tutto!



(13) Cfr. Fiorino Continenza, Làcr’m’ i risat’ (Lacrime e risate), Centro Stampa Graphi Type, Raiano-Aq. 2003, p. 102. A Celano-Aq, sempre nella Marsica, la cantilena era: Lucecappèlle, bèlle bèlle,/mitte la sèlle alla cavalle,/la cavalle digli ré,/lucecappèlle vìttene a mì! (le –e- non accentate sono mute). Traduz. ‘Lucciola, bella bella,/metti la sella alla cavalla,/la cavalla del re,/lucciola vienitene a me! Il 2° verso ripete, nella prima parte, il 2° verso della cantilena di Cerchio con la variante della sella rispetto al sale (due termini che tradiscono una natura comune ma differenziatasi per adattamento ai due contesti diversi), e la presenza della cavalla , variante di –cappella ma legata più strettamente al 2° membro del nome fenicio del Sole, cioè Helio-gabalo di cui sopra e al sardo caddu e ‘ocu ‘vampata’ lett. ‘cavallo (caddu) di fuoco’, sardo caaddi-gghina ’scintilla, favilla’. Anche gli altri nomi della filastrocca nascondono sotto la superficie il significato di ‘lucciola’, ma ne parlerò in altra occasione.

Il mio metodo esplicativo, alla base di tutti i precedenti ragionamenti, mi sembra oltretutto molto più semplice di quello che normalmente si segue ricorrendo al pensiero selvaggio. Io parto dal fenomeno linguistico e nel suo stretto ambito rimango quando parlo di incroci di termini e sovrapposizione dei loro significati, fenomeni che a loro volta spiegano le stranezze del cosiddetto pensiero selvaggio. I difensori di questo pensiero come causa e non conseguenza dei fenomeni linguistici, al contrario, lo introducono come entità fondamentalmente a sé stante rispetto alla lingua e non avvertono nemmeno il problema dei loro eventuali rapporti sul piano genetico; ciononostante pretendono che esso sia lo strumento d’elezione per spiegarne i modi di dire e gli usi metaforici. Il rasoio di Occam, pertanto, che elimina tutto l’artificioso e il superfluo dai ragionamenti pseudo-scientifici, credo che non potrebbe affondare la lama nel tessuto semplice e lineare delle mie spiegazioni, ma si agita minaccioso nei confronti di chi introduce due fattori essenziali, anziché uno, nella spiegazione dei fenomeni linguistici.















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