giovedì 4 febbraio 2016

Il "parapetto" ovvero della libertà delle parole

                                                                                                   

    Ancora una volta debbo constatare quanto sotterranea, subdola, imprevedibile ma nel contempo fantastica sia la Lingua quando ci si mette di buzzo buono: opera, dinanzi ai nostri occhi, i più meravigliosi sortilegi senza però darlo a vedere, anzi, facendoci credere che esso, il sortilegio, sia la cosa più naturale e certa di questo mondo, così che nessuno di quelli che si occupano di essa e cercano di carpirne qualche segreto possa avere mai il minimo sospetto che quello che una parola dice in superficie non debba corrispondere a quello che la parola  attesta in profondità.   E’ quanto è accaduto anche al nostro parapetto.  Non c’è etimologo, infatti, che per un istante tentenni nell’emettere pressappoco questa sentenza, che io sappia: «il termine è composto dal prefisso para- che, come in altri casi simili, è tratto dal verbo parare, di ascendenza latina, il quale in questo contesto significa ‘parare, proteggere, difendere’.  La seconda parte –petto è di palmare evidenza e pertanto la parola non può che indicare altro che un manufatto (costruito lungo le sponde di un fiume, di un precipizio, ai bordi di un terrazzo, ecc.) che trattiene il petto di un uomo, impedendogli di cadere nel vuoto».  Non si riflette affatto sulla possibilità che, all’origine, la parola abbia potuto indicare, tutta insieme, nient’altro che il suo referente, cioè il manufatto, la struttura (di legno, metallo o in muratura), l’intelaiatura dell’oggetto stesso il quale ha una indiscutibile realtà e priorità rispetto agli usi cui è destinato.  Francamente, stando all’etimo che svelerò fra poco, non posso non constatare che la linguistica ha fatto pochi o poco incisivi passi in avanti (nonostante il fiorire di varie e sofisticate teorie) rispetto a quanto ne sapevano gli Antichi, tranne forse il grande Democrito di Abdera (V sec. a.C.), gigante del pensiero razionalmente orientato, erede della cultura scientifica di Mileto, autore di numerose opere su tutto lo scibile umano, finito con l’essere ingiustamente oscurato dalla nuova filosofia di Platone ed Aristotele che costruiva sistemi teleologici e idealistici, e soprattutto dal sopravvenire del Cristianesimo, tanto che le sue opere andarono completamente perdute forse già nel III secolo d.C., o quando  l’editto di Teodosio (380 d.C.) stabilì che il Cristianesimo era l’unica e obbligatoria religione dell’Impero. Un filosofo materialista del calibro di Democrito dovette essere avvertito come fumo negli occhi da una cultura religiosamente orientata e poco incline a misurarsi con le diversità[1].

    Il parapetto, se si vuole essere pignoli seguendo lo spirito superficiale della Lingua, non ripara  nemmeno esattamente il petto, se solo si riflette sul fatto che in genere esso non si eleva più su di un metro, altezza che corrisponde al ventre di una persona di media statura, e quindi esso avrebbe dovuto chiamarsi più realisticamente para-pancia o para-ventre. Si dirà, con la solita sicumera e perentorietà, che è l’uso estensivo del termine petto, inteso come ‘il fronte, il davanti (di una persona)’ a giustificarne questo significato. Ma è mai possibile che nessun linguista si accorga della speciosità di questo modo di ragionare che rincorre vanamente  se stesso, visto anche che in effetti sarebbe poi tutta la persona ad essere  messa al sicuro da un parapetto il quale, con maggiore senso di precisione e completezza, avrebbe dovuto avere quindi il nome di para-persona, para-uomo e simili?  A mio avviso è l’abitudine, ormai diventata un duro callo della nostra conoscenza, attraverso i moltissimi millenni passati da quando abbiamo cominciato a parlare, di considerare le parole tanto più credibili e accettabili quanto più precisa è l’idea che esse esprimono, a farci girare vanamente in tondo distogliendoci dalla verità che giace al fondo.  Inoltre, altri due motivi impediscono ai linguisti di imboccare la strada giusta, cioè il fatto che l’etimo di ogni parola non indica mai l’uso che si fa di un oggetto, ma l’oggetto stesso, come ormai vado ripetendo usque ad nauseam, e che non possiamo limitarci al latino nella ricerca degli etimi, visto il profluvio di radici greche che scorre sotterraneamente nella nostra lingua e nei nostri dialetti, come ho mostrato in tre o quattro articoli del mio blog[2].  

    Nella lingua greca esiste il verbo para-pēg-ný-nai ‘attaccare presso, aderire a, essere connesso con’ composto sostanzialmente dal prefisso para- (cfr. prep. pará ‘vicino,presso, lungo, ecc.) e dalla radice pēg-‘fissare,conficcare’ presente con infisso nasale anche nel lat. pang-ere ‘conficcare, fissare, comporre’, lat. pac-e(m) ‘pace’, lat. pact-u(m) ‘patto’ ecc.  L’aggettivo verbale pēkt-ós (dorico pakt-ós) significa ‘saldo, ben connesso, coagulato, ecc.’. In Aristofane (Acharnesi, 479) l’espressione pēktà tôn dōmátōn vale ‘ le imposte della casa’.  Quest’ultimo significato combacia proprio con quello di it. para-petto, il quale abbiamo detto che corrisponde a sua volta a quello di ‘intelaiatura, struttura’.  Le imposte sono infissi: i due termini più che indicare oggetti che si pongono in qualcosa o che si conficcano in qualcosa, come siamo portati a pensare, designano invece oggetti che sono composti essi stessi di parti interconnesse, saldate tra loro.   Le parole, appena possono, per specificare il loro significato e acquisire caratteristiche particolari, si mettono in relazione con altre parole, anzi, si direbbe che normalmente il loro significato prenda forma da queste relazioni, altrimenti esso tenderebbe a sfumare nell’indistinto valore di fondo, comune a tutte le altre.  Nella Lingua, per quanto attiene al significato, tutto funziona come nella fisica dei quanti: una particella non ha una proprietà in sé, salvo quella immutabile come la massa.  Quando essa si scontra e interagisce con altra particella, allora compaiono quelle caratteristiche sue proprie (velocità, posizione, momento angolare, ecc.) che la rendono visibile, reale e diversa dalle altre.  La cosiddetta banda di Copenhagen composta di scienziati  di altissimo livello quali Bohr, Heisenberg e Dirac, tutti insigniti di Nobel per meriti diversi nell’ambito della fisica quantistica, se si fosse messa a studiare le parole, non avrebbe tardato a mio avviso a scoprirne una caratteristica fondamentale, specchio di quella che regola tutta la materia dell’Universo: l’aspetto relazionale di ogni esistente. Il quale ci dice che le “cose” stesse più che essere entità squadrate una volta per sempre, sono solo fantasmi, processi in movimento inquadrabili in strutture sempre più astratte applicabili  a numerosissimi fenomeni della immensa realtà.

    Per definire meglio la natura del primo costituente di it. para-petto, termine affiorante dal sostrato greco, come ho indicato poco sopra, è utilissimo confrontarlo, ad esempio, con l’aggettivo gr. pará-seir-os, usato in genere ad indicare il cavallo ‘attaccato a fianco’ e, estensivamente (per usare il linguaggio erroneo dei linguisti), un ‘congiunto, un compagno, una persona unita ad un’altra’. In realtà il significato originario dell’aggettivo, prima che si incrociasse con la radice del sostantivo gr. seirá ‘corda, fune’ che ne favorì il riferimento al cavallo attaccato a fianco era semplicemente quello di ‘connessione, unione’ adatto ad indicare i rapporti familiari concretizzatisi, ad esempio, nel lat. sor-or-e(m) ‘sorella’[3].  Che la funzione di prefisso e preposizione o avverbio del costintuente pará- ‘presso, accanto, lungo, ecc.’ fosse in realtà un’altra metamorfosi di un significato più profondo ed astratto di ‘connessione, collegamento, uguaglianza e unità’ ci è attestato, a mio parere, dall’aggett. lat. par-e(m) ‘pari, uguale’ che come sostantivo valeva ‘compagno, coniuge’ e anche ‘coppia, pariglia, paio’ (in dial. paro, parë).  Queste semplici riflessioni causano il crollo improvviso di tutto lo sclerotico apparato che il senso comune e la linguistica tradizionale vede sorreggere le parole e le frasi di una lingua costringendole, in verità, tra le maglie di una camicia di forza.  Così è assodato che anche il para- di it. para-petto, tanti millenni fa, ripeteva tautologicamente lo stesso significato di –petto, cioè ‘intreccio, intelaiatura’ e quindi, più genericamente, ‘connessione, legame’, concetto che poteva concretizzarsi in tutte le forme possibili di connessione tra cose, animali e uomini. Si concretizzò, di fatto, ad indicare l’oggetto che conosciamo, ma le sue potenzialità originarie erano illimitate, come del resto quelle delle  altre radici.  Il verbo lat. par-are che ruota intorno al significato di ‘preparare, apprestare, apparecchiare’ rivela, a mio avviso, il suo significato originario nel composto lat. se-par-are ‘separare, dividere, disgiungere’, in cui la radice par- sembra avere il significato di ‘congiungere, unire’(come nel lat. par-em ‘pari,coppia’), rovesciato in quello di ‘dis-giungere, dis-unire’ attraverso la particella separativa se-.  L’it. par-ente, come  abbia fatto a derivare dal lat. par-ent-e(m) ‘genitore’ (dal verbo par-ĕre ‘partorire’, come tutti dicono), me lo sono sempre chiesto, dato il salto semantico quasi incolmabile tra i due termini.  Dopo quello che ho detto poco fa sulla radice par-, mi è balenata improvvisamente nella mente la giusta soluzione del problema.  In verità il termine lat. par-ent-e(m) doveva significare all’origine quello che è rimasto a significare in italiano, un congiunto[4]. Quando esso si è incrociato col verbo lat. par-ĕre ‘partorire’ si è specializzato a significare ‘genitore’. Del resto lo stesso verbo par-ĕre ‘partorire’ deve essere imparentato col verbo lat. par-are, il cui significato iniziale doveva essere sì quello di ‘connettere, congiungere’, come abbiamo visto poco fa, ma aveva assunto il significato di ‘approntare, apparecchiare’, contiguo a quelli di ‘comporre, costruire, produrre, partorire’.  Questa ricostruzione della vicenda di it. parente conferma ancora una volta la Teoria della Continuità di M. Alinei, secondo la quale le forme dialettali (compreso l’italiano) sono coeve o più antiche di quelle del latino classico[5].

    Fa parte del gruppo anche l’it. parete, lat. pariet-e(m), it. paret-aio ‘sistema di due reti per l’uccellagione’. La “parete” è un insieme o intreccio di pietre, mattoni, o altro materiale. Naturalmente è poco credibile che il termine para-vento, ad esempio, sia nato col significato che esso mostra in superficie.  E’ più sostenibile che il secondo costituente risalga alla radice wind ‘avvolgere, intrecciare’ di ted. wind-en ‘torcere, avvolgere, intrecciare’, ted. Winde ‘verricello, argano’, it. bind-olo ‘arcolaio, imbroglio, raggiro’.  La radice riappare in forma apofonica nel ted. Wand ‘parete, dirupo’.  Curioso è il nome tedesco del paravento: spanische Wand , letter. ‘parete spagnola’!  La perplessità scompare come neve al sole se cominciamo a scorgere dietro l’agg. span-ische ‘spagnolo’ la radice apofonica di ted. spinn-en ‘filare, tramare’ presente, ad esempio, nel medio oland. spann-enlegare, stendere’, ecc.  La parola, quindi, doveva indicare tautologicamente lo stesso significato di Wand ‘parete’.  Sicchè è legittimo sospettare che un termine come ted. Spinn-webe non sia nato come ‘tela (-webe) di ragno (Spinn- ‘ragno’)’ ma come composto tautologico, subito entrato nel vortice relazionale della Lingua.

     L’it. para-petto[6] si ritrova nel francese para-pet, nell’inglese para-pet e nello spagnolo para-peto. In quest’ultima lingua esso va soggetto ad una ulteriore specializzazione, in quanto spagn. peto vale ‘pettorina’ e non ‘petto’ (pecho).  Il lat. pect-us, gen. pect-oris ‘petto’ mi pare possa essere riagganciato alla radice peg, pag di cui ho parlato sopra a proposito di gr. pēkt-ós ‘saldo, connesso’.  Il termine, infatti, doveva indicare probabilmente la struttura della cassa toracica, dato che il gr. kteís, gen. kten-ós ‘pettine’ ad esso legato può indicare, tra l’altro, anche le ‘costole’, oltre alle ‘dita’, al ‘rastrello’ e ai ‘peli del pube’, significati, gli ultimi due, che ritornano nel lat. pect-ine(m) ‘pettine’ e possono intendersi quindi come un ‘insieme (di peli o di rebbi)’.  Generalmente si assume che kteís derivi da precedente  (pe)kteís, gen. (pe)kten-ós

    Alla luce di queste riflessioni, si può concludere che tutto il mio sforzo per rintracciare la verità poteva essere evitato riconoscendo con rapida mossa, fin dall’inizio, che tutte queste parole coinvolte avevano la stessa matrice dal significato generico di ‘connessione, struttura, unione’ o, meglio, di ‘interdipendenza e relazione’ al di fuori delle quali le “cose” sembrano addirittura svanire nel regno dell’inafferrabile e del  nulla.

          Viva la libertà e la semplicità alla base di tutto l’esistente!
     
   





[1] Di Democrito ho parlato già nell’articolo Principi di gnoseologia [] del mio blog (agosto 2013).

[2] Cfr. nel blog gli articoli Espressioni di richiamo o comando [] settembre 2014; Parole greche nei dialetti […] agosto e luglio 2014; Nella Marsica, ma anche altrove […] giugno 2014.

[3] Del lat. sor-or-e(m) ho già accennato nell’articolo La parola omertà nel mio blog.

[4] La voce dialettale parènti (ligure, lunigianese, toscano) indica i frutti della lappa bardana. Notoriamente essi si attaccano alle gambe degli uomini e zampe degli animali, ma non perché assomiglino a “fastidiosi parenti”  come vuole il Cortelazzo (cfr. I dialetti italiani, UTET, 1998). In realtà, condividendo essi la stessa radice di it. parenti, non possono fare altro che ‘congiungersi, aggrapparsi’.  Anche l’ingl. friend ‘amico’ sfrutta la stessa radice col normale passaggio della labiale /p/ iniziale a fricativa /f/: in antico alto ted. friunt valeva anche ‘parente’ come nel dialetto scozzese friend ‘parente’. Ma non è finita qui: il romanesco par-anza  vale ‘insieme di persone unite da vincoli di amicizia, di lavoro, ecc. Nel gergo della camorra la stessa parola indica un ‘gruppo di camorristi’. La par-anza, infine, è una imbarcazione attrezzata per la pesca a coppia. La componente –anza non è semplice suffisso perché essa  richiama la voce dialettale di Gallicchio (basilicata) andĕ ‘ponteggio per muratori’, una struttura insomma. Infatti ad Ortona-Ch la par-anza è chiamata para-còccë, la cui seconda componente è forse da accostare ad abr. cocchja ‘coppia’. Una teoria è tanto più valida quante più cose collega, affermava Einstein!

[5] Per la teoria di Alinei cfr. l’articolo Il rosmarino [] nel mio blog (dic. 2013).

[6] Può sembrare strano ma io credo che questa parola parapetto sia variante di quella comparente in una espressione dialettale in uso  nella Marsica, ma anche altrove nel meridione d’Italia, e cioè para-patta e pacë! Essa è solitamente riferita a due persone (giocatori, contendenti, ecc.) che si trovano in condizione di assoluta parità e che non possono reclamare nulla l’una dall’altra.  L’it. patta ‘parità’ condivide l’etimo col secondo componente di para-patta, che rimonta alla radice greco-latina pag, pak, peg, pek di cui ho parlato.  Ma qui, più che il senso di ‘patto, accordo’ prevale quello collaterale di ‘parità, uguaglianza’. Il lat. pact-us significa ‘fidanzato’ cioè chi forma una coppia di eguali.  

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