venerdì 23 ottobre 2009

Ingoiare il (un) rospo

Ancora una volta debbo constatare l’insufficienza della linguistica tradizionale nell’individuare l’origine di detti, proverbi, espressioni varie come, ad esempio, quella che suona ingoiare il rospo (cui fa da pendant l'altra che suona sputare il rospo). Gli etimologi ricorrono, in casi di questo genere, a spiegazioni metaforiche, traslati, paragoni a volte bislacchi: taluno (cfr. Carlo Lapucci, Modi di dire della lingua italiana, Ediz. CDE, Milano, 1986, p. 292) avanza l’ipotesi che l’origine di questa espressione nasca dal fatto che l’ingoiamento di un rospo da parte di un serpente dovrebbe poi provocare una digestione laboriosa e, quindi, dare l’idea dell’ amaro, del pesante e del disgustoso inclusi nell’espressione. E non si accorge che questo fatto varrebbe semmai per il serpente, che non esprime in effetti nessun parere sull'eventuale e tutto da dimostrare pasto indigesto, e non per noi! La soluzione, è chiaro, sa di artificio e di approccio indiretto al problema da affrontare.
In verità essa è lì a portata di mano, non richiede di sfoderare capacità straordinarie di collegamento con realtà linguistiche remote, ma solo di affiggere lo sguardo sull’aggettivo italiano ruspo ‘ruvido, scabro’, usato oggi raramente ma ancora circolante in qualche testo del ‘900. Se si suppone che la forma neutra dell’aggettivo, comunque vada sciolta la sua incerta etimologia, nel tardo latino o nel latino medievale doveva essere *ruspum, col significato di ‘cosa ruvida, aspra, dura’ (ma si può anche pensare ad un aggettivo sostantivato del volgare, posteriore a quella data), si comprende bene che il significato dell’intera espressione è semplicemente e direttamente ‘ingoiare qualcosa di ruvido, raschiante’, che lascia letteralmente il segno nella gola e una spiacevole sensazione nell'immediato e nel nostro ricordo, tanto è vero che il “rospo” ritorna in una espressione del dialetto di Roccacasale-Aq ad indicare una evacuazione dura e faticosa: ch’ stei a cachè gli rusp? (che stai a cacare i rospi?). Più o meno alla stessa area semantica appartiene anche il termine rospìttegrumo tenace di catarro alla gola che stimola la tosse’ del dialetto di Luco dei Marsi-Aq (cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006, p. 146, sub voce). Una moneta ruspa o un ruspo era a Firenze una moneta appena coniata, con i bordi ancora ruvidi, non levigati dall'uso. Alla luce di questi ricorrenti significati del termine rospo, ruspo mi sembra insostenibile il rapporto che la tradizione popolare ci consegna e l'illustre Mario Alinei, nel suo studio sui nomi degli animali, sancisce, fra l'animale rospo e la ranula (tumoretto, cisti) che si sviluppa sotto la lingua dei bovini, o anche degli umani, chiamata rospo in qualche dialetto. A me pare chiara l'estraneità tra i due concetti espressi dal significante rospo che si sono qui incontrati solo per caso, dunque, senza formare un tandem affiatato tramite le misteriose vie magico-religiose della teoria dell'Alinei, la quale a mio avviso andrebbe rovesciata (non sono le credenze e la cultura in genere a dar ragione del nome, ma è il nome, pienamente e rettamente inteso, che dà ragione del folclore e della cultura in genere, da esso stesso in buona parte generati) , anche se io penso che la "forza" che provoca il tumore e le prominenze di un corpo scabroso è la stessa di quella che dà vita all'animale: cfr. ad esempio gr. thymòs 'animo' e gr. thymos (con accento sulla prima sillaba) 'timo, escrescenza carnosa, verruca, fico'; ma questo tipo di ragionamento lo lascerei per il momento solo agli iniziati un po' fuori di testa come me. Tutto qui. Con l’aggiunta della notazione che, man mano che l’aggettivo sostantivato che fa parte dell’espressione ingoiare il (un) rospo  tendeva ad essere relegato ai margini della lingua, lo spazio vuoto da esso lasciato veniva inevitabilmente occupato dalla omofona, o quasi, parola indicante il ‘rospo’, animale che oltretutto difficilmente potrebbe entrare nella strozza dell’uomo, ammesso che uno volesse ingoiarlo. Se qualcuno pensasse poi che il tumoretto bovino o umano in questione è cosi chiamato perchè la pelle del rospo è ricoperta di tubercoli simili si sbaglierebbe ugualmente, dato che non solo l'etimologia che collega anche il nome dell'animale all'aggettivo ruspo non è oggi più in auge, ma soprattutto perchè anche il termine tecnico-specialistico ranula, usato per la suddetta tumefazione, viene direttamente dal latino ranula(m) 'piccola rana, ranocchio, piccola cisti sotto la lingua dei bovini' benchè la rana abbia una pelle liscia! Non si può pensare che i latini abbiano qui confuso il rospo con la rana, e perciò la motivazione del significato di 'cisti, tumore' per quest'ultimo termine va a mio avviso cercata altrove, non nel tipo di pelle dell'animale simile chiamato rospo. La pianta erbacea chiamata ranuncolo, ad esempio, ci parla anch'essa di una 'piccola rana' , secondo l'etimo latino ranunculus 'ranocchio', pur non avendo nessun rapporto con l'animale! A meno che non si faccia ricorso a quella sorta di paese di Bengodi, che per me è la teoria magico-religiosa, dove ognuno trova il suo posto a tavola e riesce così a far quadrare i propri conti. Naturalmente la mia idea da iniziato (un po' folle?) è che anche il ranucolo costituisce un' escrescenza come quella indicata dal gr. thymos 'timo, escrescenza carnosa, ecc.' più sopra citato. Così pure le lucciole: lasciamole sciamare felici nelle calde serate estive e non riteniamole responsabili, con sentenza inappellabile ottenuta col favore della magia o altro, delle ulcere della lingua come vorrebbe qualcuno (in alcune zone della Toscana e altrove lucciola è la voce per 'ulcera')! Si capisce subito in questo caso che i vagolanti e ammiccanti esserini sono soltanto un travisamento delle ulcere, prodottosi non per sortilegio ma per via della banale metatesi e dell'etimologia popolare: nel mio dialetto di Aielli-Aq l'ulcera alla lingua o allo stomaco diventa (meglio: diventava) infatti la lùcera, pronta a trasformarsi in lucciola, lì dove nella parlata locale questo fosse il nome dell'insetto, anche per l'instabilità delle sillabe postoniche come nella serie degli abruzzesi quatràne, quatràre, quatràle 'ragazzo'. Per favore, allora, sforziamoci di guardare, almeno quando l'evidenza trabocca da ogni parte, dietro il paravento sonoro di questi termini che dentro di sè nascondono sempre, secondo me, una diversa identità che ama tenacemente e quasi burlescamente mantenere l'incognito: ma come può sfuggire che dietro i siciliani bicchignu 'tosse secca', bicchineddha 'tosse convulsiva' non opera l'ignaro becco (capro), come qualcuno sostiene, ma il puro greco béek-s 'tosse'? Solo la deformazione professionale, guidata dalla ora prevalente teoria magico-religiosa, può arrivare a queste sviste ed eccessi. Vorrei pertanto concludere osservando che sì, l'uomo primitivo vedeva la realtà tutta immersa in un'aura magico-religiosa, ma solo nel senso che essa appariva ai suoi occhi animata e vivente e tale egli la rappresentava semanticamente nella lingua in ciascuna delle parole che andava formando. Le quali, segnate così da un comune marchio semantico d'origine, erano fatte apposta per tessere, nelle loro ricadute folcloristico-culturali, un'irrazionale rete di rapporti che inevitabilmente ingannava la mente istintiva, ingenua e disponibile del selvaggio della preistoria e che mi pare continui a lusingare, seppure in maniera diversa, anche lo smaliziato uomo supertecnologico moderno, quando questi si sforza invano di capire le ragioni del comportamento totemico e magico-religioso dei suoi antichi predecessori, perchè, in questo tentativo di comprensione e spiegazione, cade nella trappola, a mio parere, di quelle stesse maglie che avevano irretito il suo antenato agli albori dell'umanità. Solo che il selvaggio credeva alla voce delle sue alate (Omero così le chiamava ancora) parole e cercava di ammansire le minacce o di ingraziarsi i favori degli esseri divini che egli scorgeva in ogni cosa e in ogni parte, e di cui esse erano le messaggere incontestabili, attraverso l'accumulo di formule magiche, scongiuri, preghiere, riti via via suggeriti e modificati dai significati mutevoli e diversi delle stesse parole appartenenti alla sfera di quegli esseri, soggette alla girandola delle contaminazioni più sopra descritte. Lo studioso moderno di quelle parole, lontano le mille miglia dalla ipersensibilità quasi patologica che il selvaggio avvertiva per esse e per i loro riverberi polisemantici accumulati in diacronia, le osserva e le vede ormai spoglie di ogni venatura mistica e mitopoietica, ridotte a mero, anodino strumento di comunicazione, come uno specchio che automaticamente e univocamente riflette su un piano sincronico la trama, ormai senza profonde risonanze interne, di quelle credenze e quei riti , di cui, al contrario, erano state le vere, anche se cangianti, versicolori generatrici e animatrici attraverso i millenni.

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