domenica 25 ottobre 2009

La cotanzìnzera di Castellafiume e la cuterenzìnzela di Aielli: ornitonimi rivelatori di meccanismi profondi della Lingua

Ho avuto tra le mani il pregevole libro Storia di Castellafiume di Dante Di Nicola, ispettore della scuola elementare a riposo, e, come succede spesso in questi casi, mi è capitata una gradita sorpresa relativa ad un ornitonimo, o nome di uccello. Ho appreso, infatti, che a Castellafiume, paese della valle di Nerfa, la cotanzinzera, formale equivalente della nostra (aiellese) e di altri paesi cuterenzinzela, non indicherebbe, però, la cutrettola o ballerina (uccello con una coda molto mobile), come da noi, ma la gazza ladra che noi chiamiamo ciciaccòva. Un fatto del genere è linguisticamente molto interessante: esso in effetti costringe a riflettere che un nome siffatto non può essere dovuto all’inventiva dei parlanti che, vedendo un uccello che agita continuamente la coda (ad Aielli il verbo ‘nzenzelà significa qualcosa come ‘agitare vanamente, a vuoto’), gli affibbiano magari quel nome che, poi, gli rimane addosso per sempre. Questo ragionamento potrebbe andare bene per il nome aiellese della cutrettola ma sarebbe smentito dal nome uguale o molto simile di Castellafiume per la gazza, uccello molto più grande del precedente e non caratterizzato da coda mobilissima, anche se lunga. Secondo il Di Nicola “il nome dialettale è stato coniato mettendo insieme il riferimento alla lunga coda dell’uccello e allo zinzilulare (voce onomatopeica), che è il verso caratteristico del predetto animale (cicaleccio aspro e sgradevole)”. Come si può agevolmente vedere, ad Aielli noi parlanti siamo portati a dare un etimo del nome in questione che si attaglia perfettamente al comportamento e alla forma dell’animale indicato (la cutrettola), mentre i parlanti di Castellafiume sono portati a dare a quello stesso nome un etimo diverso, che si attaglia ugualmente, anche se con qualche difficoltà, all’altro referente (la gazza), ma che allo stesso modo trae giustificazione dalla lingua di riferimento, in questo caso il dialetto castellitto (di Castellafiume). I due ragionamenti tesi a dare una spiegazione di quel nome simile sembrano ambedue ineccepibili ma inevitabilmente vanno poi a cozzare, a causa della diversità dei due uccelli cui si riferiscono, contro l’ostacolo di quel nome unico che è quasi impossibile, per la sua rarità, che sia il risultato di una coincidenza casuale di due termini originariamente diversi per etimo: esso, da solo, deve essere l’origine del nome dei due uccelli e deve avere allora un etimo diverso da quelli che però sembrano ineccepibili, almeno in superficie. Il fatto è che, a mio modesto parere, quando noi cerchiamo di rintracciare l’etimo del nome, commettiamo l’errore, denso di conseguenze, di dimenticare che quel nome potrebbe riguardare strati linguistici lontani anche anni luce da quelli più o meno recenti sui quali andiamo comodamente a depositarlo. Allora comincia a balenare nella nostra mente che quel nome poteva avere, all’origine, un significato diverso dai due rispettivi proposti dai dialetti di Aielli e Castellafiume. Esso poteva contenere il significato generico di ‘uccello’, come è avvenuto, a mio parere, in tanti altri casi e come ho spiegato, in altro articolo, che è secondo me avvenuto anche per l’inglese butter-fly ‘farfalla’ e il danese sommer-fugl ’farfalla’, i quali rimanderebbero al concetto di ‘volatile’ in ambo i costituenti dei nomi, non solo in –fly ‘volatile’ e in – fugl ‘uccello’.
Così stando le cose è allora molto probabile che anche l’it. cutrettola (forma arcaica cutretta) non debba derivare dal lat. cauda trepida ma che debba essere avvicinato al termine regionale cuter-one , un imenottero, che richiama gli altri nomi regionali cedr-onella, un lepidottero, e cedr-onello, un cardellino, oltre all’it. gallo cedr-one.
Che la lingua proceda per generalia è un fatto sottolineato da molti e non è il caso di insistervi, ed io penso che come quando la lingua, nominando l’albero della quercia, ad esempio, evita nel contempo di apporre un nome diverso alle singole querce (operazione che risulterebbe lunghissima e poco pratica), allo stesso modo essa ha creato inizialmente solo nomi generici che comprendevano tutte le entità vegetali, nomi che poi si sono specializzati ad indicare le varie specie di piante ed alberi, come è avvenuto per il greco drys, ad esempio, il cui significato era quello di ‘albero’(cfr. ingl. tree ‘albero’) ma anche di ‘quercia’. Un sacerdote proveniente dal Paraguay e rimasto per qualche anno ad Aielli, don Annibale, mi diceva che nella lingua indigena guaranì non esiste un termine per indicare gli ‘alberi’ o, meglio, che il termine per ‘albero’ comprende tutto ciò che è ‘verde’. Quando ero un ragazzino di sei-sette anni per me il termine dialettale cellìtte indicava solo i ‘passeri’, i soli uccelli con cui ero in costante contatto in paese. Solo quando appresi il loro nome specifico di pàssare ‘passeri’ mi fu chiaro che cellitte era il termine generico per ‘uccello’. Ma nel libro di Di Nicola leggo che céllitto a Castellafiume mantiene il suo specifico significato di ‘passero’. Similmente, come sostenevo già nell’introduzione al mio Principi di una nuova linguistica del 1992, il tedesco Wolf ‘lupo’ e il lat. vulp-em ‘volpe’ non possono e non debbono essere ricondotti ad archetipi diversi, come tutti i linguisti purtroppo fanno. Tutti questi fatti presentano anche un risvolto interessante in campo filosofico. Quando, da Socrate in poi, si parla della natura del "concetto" e lo si intende come il risultato di una operazione di astrazione, da parte della mente, di elementi comuni a tutti gli individui di una certa classe di animali, piante e cose, si commette l’errore di credere che la parola relativa a questa o quella classe in cui sono suddivise le varie entità di questo mondo si sia formata in conseguenza di uno sforzo di attenzione, di volta in volta diretto dalla mente a ciascuna di esse, mentre mi pare evidente, secondo i dati di cui sopra, che il significato originario di detta parola debba essere rintracciato in qualcosa di più generico, precedente e sovraordinato alla classe stessa di animali o cose che direttamente designa. Facendo degli esempi si può asserire che, all’origine, il termine per ‘cavallo’ non sia sorto per indicare quel tipo di animale, ma per indicarli tutti, gli animali, comprese molto probabilmente, come arguisco dalla toponomastica, anche quelle cose che nella fase animistica dell’umanità rientravano nella categoria di ‘animale, essere vivente’, e cioè tutta la realtà, il fiume, il vento, il mare, il monte. ecc. E’ pertanto curioso notare come il ‘concetto’ o ‘idea’, da qualche filosofo posto alla base del propria Weltanschauung e considerato lo strumento caratteristico del livello superiore della conoscenza, come se esso fosse garanzia di una presa diretta vera e precisa delle cose del mondo, debba in realtà essere considerato alla stregua di un escamotage a cui il cervello ricorre facendoci credere che entro i suoi limiti si trovi circoscritta l’indicazione dell’essenza della singola cosa rappresentata, la quale in verità continua a sfuggire e ad essere inconsistente come un fantasma, se si astrae da quell’unico e vago significato che giace al fondo di ogni parola, corrispondente al concetto di ‘forza, spinta, vita, essere’ e simili. Si può ben dire, allora, che il "concetto", contrariamente a quello che il suo etimo latino vuole farci credere, com-prende ben poco della singola realtà che rappresenta così come l’ "idea", col suo etimo greco, vede ben poco di essa. Il nostro cervello sapientemente ci sollecita a concentrarci su presunti contenuti distintivi della singola parola, distogliendoci, col favore della variegata diversità della sua materia sonora in superficie, da quell’unico significato di fondo che, da solo, non avrebbe potuto dar luogo al formarsi di una lingua, e piegandolo subdolamente ad esprimere tanti altri specifici significati, corrispondenti alla varietà del reale, i quali, però, ad un’analisi ravvicinata, rivelano la loro inconsistenza di fantasmi, appunto, scaturiti via via all’interno del loro involucro sonoro, da cui assorbivano, facendola surrettiziamente propria, quella diversità che li allontanava, distinguendoli, dalla loro origine semantica comune e li avvicinava, invece, ai loro referenti, diversi gli uni dagli altri. Del resto questo è uno dei tanti esempi della mirabile parsimonia con cui opera la Natura che, nel caso della lingua, si risparmia la fatica di elaborare ab origine tanti contenuti semantici tra loro differenziati (ammesso che ciò fosse stato possibile, dato che la lingua secondo me nasce col crisma e col destino della genericità, non della specificità) quanti erano i contenitori, cioè i significanti, ad essi riservati. Possiamo altresì asserire che tutti i concetti, tranne quello di essere, sono in certo senso ‘vuoti’ di contenuto specifico a causa della loro condizione di eteronomia, nel senso che la loro definizione deve ricorrere sempre all’ausilio di concetti di altre realtà, in genere sovraordinate, che hanno rapporti di somiglianza, di contiguità o comunque di interdipendenza con quella da definire. Per dare la definizione di ‘cane’, ad esempio, si dirà, senza ricorrere a tassonomie scientifiche, che esso è un ‘animale’ con determinate caratteristiche e qualità. Paradossalmente l’unico concetto autonomo, che cioè ha un contenuto proprio non ricavato da altri concetti, è contemporaneamente anche privo di definizione perché il suo significato è talmente esteso da non poter essere contenuto da nessun altro concetto, perché quest’ultimo sarà sempre una riduzione o specializzazione di esso, anche se non ce ne rendiamo più conto. Queste riduzioni o specializzazioni hanno quindi vita solo apparente e fittizia perché, se interrogate e messe alle strette sulla loro vera natura originaria, non sanno indicare altro che iperonimi, ad esse sovraordinati. Ora, tornando alla cotanzinzera ‘gazza’, si può pensare che la prima componente coda- possa essere una variante di greco kìtta ‘gazza’ . Anche il termine ‘gazza’ che i linguisti riconducono ad un tardo lat. gaiam, potrebbe in realtà risalire ad una forma precedente *gadiam, la quale avrebbe perso la dentale sonora come è avvenuto, ad esempio, per l’italiano poetico rai ‘raggi’ attraverso il provenzale, e all’aggettivo baio, dal lat. badium, baium. Altro nome volgare della ‘cutrettola’ suona cuttì, simile a ‘coda’. Forse il nome della cincia è responsabile della componente –nzinzera .
Un travaglio simile, per quanto riguarda il ‘significante’ (la forma esterna, la materia sonora del nome), si riscontra in alcuni termini dialettali riferiti al ‘pipistrello’, dietro la spinta delle reinterpretazioni paretimologiche popolari . Questo animale è chiamato, nel Molise e nelle Puglie, sopre-ppìnghe oppure sopra-penga [1]. Ernesto Giammarco, famoso e benemerito linguista abruzzese, lo intende come ‘sopra tegole (pinghe)’ , per il luogo dove l’uccello sarebbe solito collocarsi, benchè io sappia che esso si rifugia nelle grotte, nelle soffitte o in ogni altro luogo buio ma non ‘sopra le tegole’: sotto le tegole, se mai, a tal punto che si incontra anche la forma sotte-pinghe 'pipistrello', che ha tutta l'aria di essere una correzione di quanto incredibilmente voleva far credere l'altra definizione. L’esimio linguista in questo caso avrebbe senz’altro evitato di dare una spiegazione che a me sembra banale se avesse confrontato il nome con quello di spara-pingule, in uso in alcuni paesi della Marsica sempre per lo stesso volatile, e portatore di un’altra reinterpretazione popolare un po’ strampalata, esattamente come avviene secondo i modi propri delle etimologie popolari evidenziati da molti studiosi. Seguendo quest’altra linea interpretativa il pipistrello sarebbe un ‘lanciatore di pingole’ , termine che nei nostri dialetti equivale a ‘cocci’, il che naturalmente, oltre a farci ridere, ci allontana da quella che secondo me è la vera natura del nome, la quale comincia a rivelarsi nel rispettivo termine cerchiese per ‘pipistrello’ e cioè spar-vìngule, che ci fa capire, finalmente, donde siano potute uscire quelle –pìngole. Esse non sono altro che un fraintendimento della supposta componente finale di spar-vìngule, la quale così viene almeno ad assumere un significato purchessia e a sottrarre il nome all’oscurità in cui si trova avvolto, coinvolgendo in questo desiderio di ‘spiegazione’ anche l’altra componente spar- che si allunga in questo caso in spara-, e che, nella forma molisana sopra-penga, sembra prima passare attraverso la sua variante metatetica spra-intesa quindi come sopra-. Un po’ di riflessione, però, ci induce a pensare che la parola cerchiese abbia a che fare con l’it. sparviere, dal franco sparwari. Quest’ultimo a sua volta tira in ballo l’ingl. sparrow ‘passero’, il dan. spurv ‘passero’ e la voce sbirrù ‘passero’ del dialetto di Roio-Aq. Queste forme inviterebbero a segmentare la parola cerchiese per ‘pipistrello’ in sparv-ìngule : la seconda componente del nome, e cioè –ingule, io la vedo attiva nella seconda componente del termine aiellese per ‘pipistrello’ e cioè pr-engell-òtta, oltre che nel lat. fr-ingilla ‘fringuello’.
Un’altra gradita sorpresa l’ho ricevuta dal termine stataroio , riportato dal Di Nicola nel suddetto libro, che deve risalire ad un precedente *statarolo, attraverso la palatalizzazione della /l/, fenomeno abbastanza diffuso nei nostri dialetti e in quello di Castellafiume. Si tratta del nome di un fungo che cresce sui tronchi dei faggi e che, come vuole il suo nome scientifico fomes fomentarius, doveva essere ottimo per la preparazione di un’esca per accendere il fuoco. E già! noi abbiamo dimenticato che il fuoco, elemento indispensabile di cui l’uomo si dotò a partire da un certo punto della preistoria (400-500 mila anni fa?), veniva o conservato in continuazione con scrupolo religioso (si pensi alle Vestali a Roma) o riprodotto con una tecnica, ancora in uso presso i popoli primitivi, che consiste nello sfregamento di una pietra focaia con l’acciarino o di legni secchi fatti roteare velocemente, le cui scintille riescono ad accendere un’esca costituita di foglie secche o di altro materiale organico come quello, appunto, di certi funghi particolarmente adatti allo scopo. Il fatto è che anche in inglese la parola punk, con la variante dialettale funk, indica il ‘legno marcio, fungo essiccato (per bruciare), esca, miccia’ ricollegandosi contemporaneamente al lat. fungus ‘fungo’ e al ted. Funke ‘scintilla’. Ma il nome del fungo stataroio di Castellafiume che cosa c’entra con il fuoco? Ci può entrare se si tiene presente il nome latino Stata Mater, dea protettrice contro gli incendi e compagna di Vulcano, e il greco Zeus Stadaios il cui appellativo, secondo me, parte da un’idea di ‘luce’ come Zeus. Ma esiste in greco anche il verbo statheuo ‘riscaldo, ardo , brucio’.
Un altro termine del dialetto castellitto mi ha gradevolmente confermato quello che pensavo sul danese sommer-fugl ‘farfalla’, letteralmente ‘uccello (fugl) dell’estate (sommer). Il termine è samar-occa ‘testa di morto’, una farfalla diffusissima in Europa ed altrove, il cui primo membro corrisponde, come avevo già pensato e scritto per sommer-fugl, al lat. samara, il tipico frutto dell’acero munito di ‘ala’.
Questi esempi che ho portato sembrerebbero dimostrare che la linguistica, purtroppo, si accontenta dell’interpretazione superficiale, smentita dai fatti, di moltissimi nomi, in specie di ornitonimi e fitonimi ritenuti in genere il prodotto recente del periodo altomedievale, ma la realtà a me sembra ben diversa e destinata, prima o poi, a svelare panorami molto più ampi e straordinariamente sconvolgenti, anche per il comune lessico, per quanto riguarda lo spessore semantico delle radici. La storia di cuterenzinzela e di sparapìngule docet.



[1] Cfr. M. Cortellazzo C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, s. v. sopreppìnghe, p. 408.

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