sabato 1 settembre 2012

La gramola e i suoi vari nomi dialettali



Capita non tanto spesso di poter godere di una vetrina di termini relativi ad uno stesso referente come mi è successo nel sito La gramola (1) dove si elencano alcuni bei nomi dello strumento, usati un tempo nel Maceratese: macegna, macingola, inciglia, smiglia, ciàola o graciòla. I primi due è chiaro che sono varianti di macina e presuppongono forme come lat. parlato *maciniu(m), *macinula(m); il secondo pare introdurre la velare –g- quasi per impedire che il diminutivo *macìn(u)la(m) si riducesse, per dileguo della vocale –u- e conseguente assimilazione delle due consonanti venute a contatto, alla forma *macilla (cfr. viterb. macèlla ‘gramola’) , allo stesso modo in cui in napoletano si ha spingula al posto di spilla, a sua volta contrazione di originario lat. spin-ula(m) ‘piccola spina’; il terzo, inciglia, la sua etimologia ce l’ha scritta in fronte, come si dice, da un originario *incilia, parente stretto di lat. in-cile(m) ‘fosso di scarico’, ma etimologicamente ‘incisione’, in riferimento in questo caso alla natura dello strumento che taglia, dirompe canapa, lino e simili. Ugualmente semplice mi è parso l’altro termine smiglia perché avevo in mente la radice smei-, smi- ‘tagliare’ diffusa in ambito indoeuropeo, presente nel gr. smíle ‘coltellino, trincetto, roncola’ di cui avevo già parlato nel post L’italiano “bidente”[…]dell’aprile 2010. Il nome ciàola mi è stato facilissimo, perché già analizzato nel precedente post. Anche l’ultimo, graciòla, dopo avermi respinto per un bel po’, mi ha poi allargato le braccia in una donazione totale. Mi è infatti improvvisamente balenata l’idea che il termine dovesse essere un composto, perché continuava a ronzarmi negli orecchi la sillaba iniziale gra- che richiamava, guarda caso, proprio quella di gra-mola. Velocissimamente ho capito allora che l’elemento –ciòla era variante, per normale contrazione del dittongo –au-, di ciàula, ciàola (già incontrati nel precedente post nel sign. di ‘gramola’ o di ‘cornacchia, taccola, gracchio’). Il primo elemento gra- deve discendere, per metatesi e sonorizzazione della velare sorda –c-, a radice uguale o simile a quella di lat. cari-es ‘carie, corrosione, marciume’, gr. kéir-o ‘io taglio’, lat. car-men ‘pettine per cardare la lana’, lat. car-ěre ‘cardare’, sardo log. cari-are ‘calcare, frullare, gramolare, angariare, pigiare, stropicciare’(2) , log. cariu ‘calca’. Mi si chiariva così anche la genesi di it. gra-mola, considerato dall’etimo incerto (non può mancare naturalmente la solita proposta onomatopeica!) il cui secondo membro in realtà si riallaccia al lat. mola(m) ‘macina’, ma non in quanto ‘pietra’ bensì in qualità di ‘macinatore, stritolatore’. Dopo di ciò ho notato che anche l’autore  del sito web sopraindicato, citando i due ultimi nomi della gramola, scrive “ciàola o graciòla” intendendo riferirli ad un  unico tipo di gramola con due gramili, diverso da quello solito. Il gra-mile è l’elemento battente dello strumento. La componenete –mile è variante di mola che rispunta, a mio avviso, nel trasaccano milinià (3) ‘macinare’, nel gr. mýle ‘macina’ e nell’ingl. mill ‘mulino’.

 Poca attenzione è stata rivolta al termine veneto-friulano-cadorino gràmola ‘mascella, mandibola’ perché i linguisti, come al solito, lo avranno considerato un’estensione gergale di grà-mola ‘maciulla’. E non gli è baluginata nemmeno l’idea che la gergalità potrebbe, ad esempio, essere dovuta al fatto che un vocabolo, soppiantato largamente nell’uso comune da un altro (o usato in un’accezione diversa dalla solita), continua a vivere da semiclandestino assumendo per forza lo status di irregolare, diverso, strano. Gravissimo errore, secondo i miei ormai consolidati principi! In effetti questi esempi segnano inequivocabilmente il discrimine tra me e gli altri. Io so per certo, come tante volte ho rimarcato, che è un errore credere che un termine sia stato creato apposta per un referente con un valore più o meno delimitato, mentre in realtà tutti i significati pagano il loro tributo ad un significato genericissimo d’origine. I concetti di “mascella” e di “maciulla”, peraltro molto simili, dipendono, comunque, dal concetto sovraordinato di “triturazione, macerazione” a sua volta discendente da un altro di ‘punta, taglio, dente’ se non da quello primario di ‘pressione, spinta, ecc.’.

  Ora, mi sorge un forte dubbio anche sullo stesso etimo di it. macina ‘mola del mulino’ che, da tutti i linguisti, credo, viene riportato al latino machina(m), dal gr. dor. makhaná ‘macchina, strumento’. E apparentemente sembra una bella etimologia in una botte di ferro! Si ragiona dicendo che la mola, per i Latini, sarebbe stata la macchina per eccellenza, ma intanto si deve constatare che il termine macina viene ampiamente usato nei dialetti anche per la più modesta gramola che inoltre è di legno e non di pietra. Si dirà che questo è un uso estensivo della parola ma intanto continua a rodermi il pensiero che essa, la mac-ina, non sia un vagabondo maverick, ma possa far parte della grande famiglia della radice mak- di fr. maque ‘gramola, maciulla’, di lat. max-illa(m) ‘mascella’, di gr. mák-ella ‘zappa, roncola’, di sardo log. magu de rocca ‘scalpello’, nuor. mag-un-ire ‘acciaccare, pestare, ecc.’, spagn. mag-ull-ar ‘ammaccare’, spagn. mach-ar, mach-uc-ar, mach-ac-ar ‘sminuzzare, schiacciare’, it. centromeridionale macco ‘minestra di fave macinate, strage, carneficina’, it. macc-are ‘pestare, schiacciare’, it. am-macc-are (4) . Ma in fondo il problema perde, secondo me, tutta la sua importanza quando si assume che lo stesso gr. makh-aná, ionico mekh-ané ‘macchina’ trae origine da gr. mãkh-os, mẽkh-os ‘mezzo, possibilità’ (ted. Macht ‘potenza’), da un’idea di “forza”, insomma, che dovrebbe essere alla base anche di tutte le forme con la radice mak- sopra elencate col valore originario di ‘pressione, spinta’. La locuzione italiana (toscana) a macca ‘in abbondanza’ dovrebbe chiarire la questione.

 L’it. macigno non va inteso come ‘(pietra) da macina’ dall’aggettivo del lat. parlato *macineu(m) ‘di macina’, visto che la ‘gramola’ stessa, che di pietra non è fatta, viene chiamata nei dialetti macegna, macinia (a Trasacco-Aq), per estensione del significato, dirà chi difende (ma su che basi?) la pur bella e dotta derivazione tratta di peso dal termine greco di cui sopra. Un macigno è un macigno, come sostanzialmente la gramigna (dall’agg. lat. gramineam ‘di erba, erbosa’) , ad esempio, non è diversa dalla sua base lat. gramen ‘erba’. Per amore di makh-aná si può, insomma, completamente ignorare la probabilità che it. mac-ina sia legata alla radice di fr. macque ’gramola’, ad esempio? Abbiamo visto, e passiamo ad altro argomento, che per la mola si è dovuto scindere il sign. di ‘macinare’ da quello di ‘rotondità, pietra’: anche per questo termine si verifica la stessa cosa. Il fatto è che ricorre un numero abbastanza notevole di vocaboli formati da questa radice mak- e varianti che esprimono il concetto di “rotondità, pietra, bacca”(5) . Le màc-ole in toscano sono i ‘frutti del mirtillo’: la radice non è deformazione, come si crede, di quella di bàgole ‘frutti del corbezzolo’(lucchese, elbano). In ticinese mac vale ‘castagne secche, castagne’. In ungherese mag significa ‘seme, nocciolo’ mentre in russo mjač sta per ‘palla’. A Canepina-Vt maco corrisponde a vago nel significato di ‘chicco, bacca, frutto’, ma molto probabilmente qui non si tratta del frequente passaggio dalla fricativa -v- a nasale labiale –m- come pure avviene soprattutto in fonetica sintattica, cioè a dire nel punto di incontro di due parole nella catena parlata come ad esempio nell’espressione in vece che in diverse parlate diventa ’mméce. Nella stessa Canepina e altrove è presente il termine moca (moco) ‘lenticchia’ , variante a mio avviso del precedente  maco, di abr. mìcc-ulë ‘lenticchie’ nonché di it. e lat. mica ‘briciola’. Non ci inganni la piccolezza della rotondità. In francese, infatti, la radice dà luogo a due termini per così dire antagonisti per le contrapposte grandezze che esprimono: miette ’briciola’ e miche ‘pagnotta’. La mia convinzione viene confermata dal termine macco che a Tarquinia-Vt indica una pietra calcarea da costruzione.

 Passiamo ora ad analizzare il termine mangé-vala (da mangé-vola) ‘gramola’ in uso a Canepina-Vt. Di primo acchito sembrerebbe un derivato dal verbo mangiare nel senso che lo strumento sarebbe atto a corrodere, dirompere. Ma contro questa spiegazione milita non solo il fatto che finora non ho trovato altrove una simile denominazione ma soprattutto la considerazione che quelle più diffuse ruotano, come abbiamo visto, intorno alla radice di macina, che ha una discreta assonanza con la prima parte di questo nome mangè-vola. A questo punto forte è la tentazione di considerare il primo membro di mangé-vola come esito di una forma metatetica dei tipi mac(i)na, mac(ë)na, *macna, *magna, e cioè di una forma *manca, *manga con l’allineamento del termine alla numerosa serie degli aggettivi italiani in -evole. In effetti nei dialetti questo tipo di metatesi non era affatto raro, se si pensa agli abr. sénghë ‘segno, incisione’ dal lat. signu(m) ‘segno’; pénghë ‘pegno’ dal lat. pignus ‘pegno’; aiellese ranghë ‘ragno’ dal gr. arákhne ‘ragno’. I nomi dei diversi paesi chiamati San Mango vengono ricondotti al nome di questo Santo, le cui coordinate storiche sono in verità molto incerte, tranne per il nome vero del Santo, Magnus (Grande), che quindi certificherebbe l’intervenuta metatesi del nesso consonantico –gn-. Se tutto ciò è vero sarebbe dimostrata di conseguenza la molto probabile derivazione della prima parte della voce mangé-vola da un precedente *macna, *magna, allotropi di mácina. Non solo, ma si aprirebbe la possibilità di riportare ad essa anche il dialettale e molto diffuso magnà ‘mangiare’ che mi pare impossibile trarre foneticamente dal fr. manger ‘mangiare’. Quest’ultimo verbo mangiare lo si riconduce a forme come lat. manduc-are ‘mangiare’ o come le varie voci sarde quali mandicare ‘mangiare’, maniare ‘mangiare’ che per il vero potrebbero arrogarsi il diritto anch’esse di aver dato i natali a magnà. Nei dialetti abruzzesi sta di fatto, comunque, l’oscillazione tra le forme macìnia, macigna, macégna, macìnola e mangìllë, mangìjjë, mangìnëlë, mangìnnëlë per ‘gramola’.

 Il secondo elemento –vola di mangè-vola non è un semplice suffisso, a mio avviso, ma un membro tautologico che si ritrova ad esempio in lat. dia-bolu(m) che è all’origine di ciàula ‘gramola’, come abbiamo visto. Ma esso fa bella mostra di sé anche nello stesso lat. mandi-bula(m) ‘mandibola’ sempre con funzione tautologica rispetto al primo membro della famiglia di lat. mand-ere ‘mordere, masticare, mangiare’. Non è un caso se l’it. bolo ‘piccola massa di cibo masticato’ dal tardo lat. bōlu(m) ‘grossa pillola’ assomiglia al secondo membro, anche se ne diverge per la vocale –o- lunga che lo lega al gr. bōl-os ’zolla, palla di terra’. A questo punto molti sarebbero i suoi agganci, col valore di ‘rotondità’, a voci come fr. boule ‘palla’, ingl. ball ‘palla’, ecc. Infinite sono le vie battute dalle parole come quelle del Signore!

(Per chi fosse interessato comunico che ho aggiunto osservazioni di notevole peso linguistico alla fine del post Commento di un articolo di Riccardo Regis del novembre 2009.  Esse riguardano il significato del noto vocabolo dialettale crisòmmela 'albicocca')




(1) Cfr. sito web http://www.latela.net/museo/corridoio-degli-strumenti/25-la-gramola.htm

(2) Il tipo di sorbetto chiamato nel meridione cremolato e al centronord gramolata non va spiegato con la parola crema perché esso è composto di ghiaccio triturato (v. vocab. Devoto-Oli), frullato evidentemente con frutta ed altri ingredienti. Secondo me è l’idea di “frullato” che prevale. La radice car- è presente ampliata nella voce dialettale centromeridionale car-us-are ‘tagliare a zero i capelli, tosare (pecore)’ e in car-ul-à ‘tarlare’ voce del dialetto di Gallicchio-Pz.

(3) Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, sub voce.

(4) Il verbo ammajjà dei nostri dialetti, che ad Aielli indicava il continuo masticare a vuoto che le asine facevano quando, così si diceva, andavano in calore, dovrebbe far parte di questa lunga serie. A Trasacco (v. Biabbà di Q. Lucarelli) la voce indicava proprio il ‘mordere’ dell’asino, di certi asini che avevano questo vizio abbastanza pericoloso per l’uomo. Come l’it. maglia presume il lat. macula(m) ‘macchia’ e ‘maglia di una rete’, così ammajjà deve presupporre una forma *mac(u)l-are ma con il significato di ‘mordere’, appunto, consono a quello della radice mak- di cui si parla. Lo stesso etimo si riscontra nelle voci abr. majà ‘castrare’ (v. vocab. di D. Bielli), trasaccano majjà ‘castrare’ e abr. ammajà, ammajecà ‘biascicare’. Secondo me il significato, prima generico, di ammajjà finisce con rimanere legato all’asino perché nei dialetti circolava un nome per ‘asino, mulo’ con radice simile, come siciliano màcciu ‘mulo’, sardo campid. macc-iòni ‘mulo’, versiliese miccio ‘asino’, spagn. macho ‘mulo’. Del resto il sardo nuorese màcula vale sia ‘macchia’ sia ‘tacca’, cioè ‘incisione’ e non credo che questo significato sia un derivato del precedente. Il lat. maiale(m) ‘maiale’ avrà risentito della voce suddetta per ‘castrare’ se alla dea  Maia bisognava sacrificare un porco castrato. A questo punto anche l’italiano macello e derivati credo che usino la stessa radice, anche se in latino ha prevalso il significato particolare di gr. mákell-on ‘mercato di carne e viveri’.

 (5) La voce magh-ina ‘covone’ del sardo logudorese, rinvia al lat. *machina(m) ‘macina’ non perché chi inventò, per così dire, quel termine pensasse alla macinatura delle spighe, ma più naturalmente perché esse costituivano un bel ‘mazzetto’, e pertanto rientravano nel concetto di "mucchio, massa, masso, raccolta", concetto omologo a quello di "macina" in quanto rotondità e a quello di gr. mákell-on ‘recinto’.

 (6) Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese , Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004, sub voce.

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