martedì 2 settembre 2014

Espressioni di richiamo o comando impartiti agli animali, ancora in uso quando ero ragazzo ed essi popolavano ed animavano le nostre campagne, ora quasi deserte. La loro origine è, quasi sempre, greca!




Espressioni di richiamo o comando impartiti agli animali, ancora in uso quando ero ragazzo ed essi popolavano ed animavano le nostre campagne, ora quasi deserte. La loro origine è, quasi sempre, greca!

     ĺscia!!! oppure íiih!!! si gridava dalle nostre parti al cavallo quando si voleva che si fermasse.  Secondo me si tratta del puro gr. ískhe (imperativo presente, 2 pers. sing.), col significato di ‘fermati!, trattieniti!’ del verbo gr. ískh-ein, forma secondaria di ékh-ein ‘avere, tenere, trattenere, fermar(si) ecc.’ e con la palatalizzazione del nesso consonantico –skh-.  ĺscia si è inserito poi nella 1° coniugazione, latina e italiana, dei verbi in -are. Nel Vocabolario abruzzese del Bielli[1] è registrato il lemma jsce! (pronunciato íscë!) con la spiegazione: ‘voce per fermare un somiere o nel vedere che sdrucciola’.  Ora il somiere è un animale da soma, categoria in cui rientra il cavallo, ma soprattutto l’asino e il mulo. Quindi l’ordine di fermarsi originalmente era diretto almeno a tutti gli animali del genere Equus. A Trasacco lo stesso comando, rivolto ai buoi che trainavano il carro, diventava èeeh![2]Come mai? Anche qui bisogna fare i conti con la lingua greca. Questa forma dovrà risalire, infatti, al gr. ékh-e ‘fermati!’ o ékh-ete ‘fermatevi!’ (imperat. pres. 2 pers. sing. e pl. del verbo gr. ékh-ein di cui sopra). Va da sé che col passare del tempo e la perdita della consapevolezza  del valore preciso di questi comandi, rimaneva solo la forma singolare, la più usata, col valore di interiezione.  Nella lingua nulla, a mio avviso, accade senza un motivo anche se noi non sempre, per mancanza di dati reali e per nostra ignoranza, riusciamo a scovarlo.  Ma qui io credo che si possa ragionevolmente sostenere che questa restrizione del comando ai soli buoi sia dovuta all’influsso, in tempi lontanissimi, di un termine come l’ingl. ox ‘bue’, gallese ych ‘bue’, gr. okheî-on ‘stallone; qualunque animale tenuto per far razza’ incrociatosi col comando.  In quel di Latronico-Pz (Lucania) la voce isci ha lo stesso significato di ‘fermati!’, ma essa viene usata non per il nobile cavallo bensì per il suo simile, che riesce un po’ goffo e risibile al paragone, l’asino[3].  Come mai?  Anche qui io suppongo che la voce, inizialmente impiegata per tutti gli animali di cui l’uomo si serviva per i suoi bisogni, abbia risentito della vicinanza del gr. on-ísk-os ‘asinello’, parola che a sua volta si prestava al gioco di essere intesa, per etimologia popolare, come ón(e) ískhe ‘asino (óne), fermati (ískhe)!’. Riflettendoci bene, però, qualcuno potrebbe obbiettare a ragione che lo stesso gioco poteva ripetersi col gr. hipp-ísk-os ‘cavalluccio’.  Allora bisogna puntare lo sguardo ad una radice simile a quella dell’armeno ēs ‘asino’ (che probabilmente fa il paio con la prima componente di lat. as-in-um ’asino’ di cui, la seconda –in-, va a corrispondere tautologicamente al gr. ínn-os ‘muletto’, gr. hýnn-os ’muletto’) per poter pensare ad una variante palatalizzata *escë ‘asino’ incrociatasi col comando ad essa simile isci ‘fermati’ di cui sopra[4].
     Sempre dalle nostre parti l’ordine di fermarsi impartito al somaro era poccëcon qualche leggera variante qua e là.  L’etimologia di questa voce mi ha dato, e mi dà ancora, molto da fare.  Sta di fatto, però, che nel dialetto di Borgorose-Ri, paese confinante con la Marsica, il verbo ‘m-poccià vale sostare’[5] senza alcun cenno al somaro e nel Vocabolario abruzzese del Bielli sopra citato pucce significa anche ‘asino’ e ‘voce per chiamare l’asino e il mulo’.  Con questo si riconferma il principio, da me qualche altra volta affermato, secondo cui noi ricercatori potremmo risparmiarci notti insonni passate alla ricerca tormentosa di qualche etimo. Una cosa è certa: una volta individuata con sicurezza il significante di una parola, non sbaglieremmo affatto a darle, senza nessun tentennamento, il significato fondamentale e diretto della parola di cui cerchiamo l’etimo: l’etimo è sicuramente quello, anche nel caso limite di non trovarne alcun riscontro nelle lingue e dialetti nel corso del tempo.  Per poccë sarei comunque incline a considerarlo un imperativo di verbo denominativo del tipo *pauc-ere, con la stessa radice di lat. pauc-u(m) ‘poco’, la quale, come il lat. pau-sa(m) ‘sosta, cessazione, fine’, richiama il gr. paú-ein ‘cessare, smettere, riposare’.  Talvolta nei dialetti poccë! diventa poggia! subendo l’influsso di it. poggiare, col significato di ‘deporre, posare, appoggiare, accostare’, che ha tutt’altra origine (cfr. lat. podi-um ‘rialto, podio, ecc.’). Ma non è escluso che il significato di ‘fermare, sostare, riposare’ si sia evoluto da quello di ‘poggiare’, perché nel vocabolario del Bielli sopra citato è presente una forma ‘mpujà ’far sosta, fermarsi’ derivante presumibilmente proprio da un precedente *im-podi-are.
    Con molta meraviglia, mi accorgo solo ora, riflettendo sul verbo ‘mpoccià ’sostare’ sopra citato, sul suo sosia abruzzese ‘mpujà ’far sosta, fermarsi’[6] nonché su ‘mpuojjë ‘fermata, riposo’[7], che le supposizioni precedenti sul loro etimo sono errate. La verità che giace al fondo è sempre diretta, come vado ripetendo da molto tempo, e non ha bisogno dell’intermediazione del lat. podium ‘podio’ di ascendenza greca. Il verbo infatti ha a che fare, a mio avviso, col verbo gr. em-podé, usato dal grammatico Discolo, equivalente al gr. em-pod-iz-ō ‘impedisco, impaccio, incateno’, da cui si sviluppò il significato di ‘stare saldo, fermo, saldare, fermare, sostare’. Solo che sia il lat. im-ped-ire ‘avvolgere, legare, impedire, intralciare, ecc.’ che il gr. em-pod-iz-ō vengono spiegati da tutti i linguisti più o meno come «mettere (lacci) nei piedi» facendo riferimento al lat. pes, ped-is ‘piede’ e al gr. poús, pod-ós ‘piede’. Errore molto grave: d’altronde i linguisti hanno l’obbiettiva giustificazione che quello che le due parole mostrano in superficie son solo i piedi e nient’altro. E’ vero. Ma è mai possibile che la Lingua per dare un nome all’azione di ‘mettere i lacci’ indichi solo la parte del corpo dove quei lacci andrebbero messi? Secondo me, no! Perché molti sono stati i casi che ho incontrato, nei miei anni di ricerca, in cui bisognava scavare più a fondo, per togliere l’incrostazione superficiale delle parole e arrivare al vero etimo. Sicchè la spiegazione di questi verbi è a mio parere la seguente: «mettere i lacci (nei piedi)». Cioè i verbi avevano all’origine un significato generale, concreto e diretto, dell’azione di ‘allacciare’ e poi, quando si sono incontrati con le rispettive parole per “piede”, hanno subito una specializzazione che ha comportato una metamorfosi profonda. La quale ha stravolto il modo di procedere della Lingua, facendo diventare addirittura sottinteso il significato originario diretto (dei lacci che dovevano essere applicati) e mettendo in bella mostra i “piedi” dove essi dovevano essere applicati.  Si aggiunga inoltre il fatto che nel frattempo queste radici per “laccio, legame” erano magari scomparse dalla lingua, e l’operazione di oscuramento ermetico della verità diventava completa. Tuttavia il diavolo sa fare le pentole ma non i coperchi, e qualcosa gli è sfuggito che ci mette sulla giusta via. Le due voci latina e greca per “piede” hanno anche un significato particolare quando indicano la ‘fune’ alla base delle vele: ecco ricomparire allora il primitivo concetto di “laccio” sotto la specie della “fune, scotta”!  E tutto l’inganno viene scoperto! In ogni modo, anche in questo caso, la forza delle parole per “piede” nelle due lingue opera imperterrita: sì, è vero, le parole hanno mantenuto il significato di ‘laccio, fune’ ma esso viene riservato solo a quelle funi ai piedi “ delle vele. Come viene spiegato, inoltre, l’agg. gr. ém-ped-os ‘saldo, stabile, incrollabile’? Si ripresenta il ragionamento artificioso di « che sta (saldo) sul suolo –pédon)». E così, come per la spiegazione degli altri termini, il concetto fondamentale di “saldo” finisce indebitamente tra parentesi. Esso si è qui sviluppato, invece, da quello di ‘legato, fermo, fisso’.  Naturalmente anche i numerosi altri casi simili in greco necessitano di una spiegazione più semplice e diretta.  Esiste anche il termine podo-pédē ‘pastoia’ (sebbene in Tzetzes, 11° sec. d. C.) con le due radici per “piede” unite, su cui non è però applicabile la solita errata interpretazione. Insomma, si avrebbe qui il concetto di “pastoia” indicato con quello di “piede” ripetuto nei due membri? Ma è mai possibile una cosa del genere? La semplice verità è che il significato di ‘laccio, pastoia’ viene ripetuto tautologicamente nei due membri.   L’impoccià ‘sostare, fermare’ di cui sopra, nel Lazio aveva anche il significato di ‘meriggiare’, detto delle pecore che, nelle ore calde della giornata, si aggregavano e stringevano, ciascuna con la testa sotto la pancia dell’altra, all’ombra di qualche albero (se c’era) per ripararsi dalla calura e dagli insetti.  Evidentemente qui il significato del verbo era quello fondamentale di ‘stringersi, connettersi, stare ferme e addossate l’una all’altra’ formando un gruppo saldo e non disperso.  Lo stesso significato ho potuto riscontrare nell’altro termine dialettale abbafà usato per ‘meriggiare’[8].  Non si può quindi accettare la spiegazione secondo cui il verbo deriverebbe dal fatto che il muso della pecora premeva contro la poccia ‘mammella’ dell’altra.
     Altro interessantissimo verso di richiamo (per pecore) è quello che a Trasacco  assume forme leggermente differenti tra loro: pruc-zè!, pr-zzà!, prutciàh!  Il pastore indirizzava questo comando alle pecore, esortandole a non uscire dal percorso e a non invadere i campi coltivati ai lati della strada, sollecitandole ad andare avanti. Queste sono più o meno le parole usate dal Lucarelli per spiegare le tre espressioni.[9] Ora, sembrerebbe che i pastori nel lontano passato si siano un po’ divertiti a variare la forma del comando suddetto, ma in realtà le diversità trovano ciascuna una spiegazione linguistica, come al solito.  A mio avviso pruc-zè!  è quasi il perfetto sosia del gr. pro-ek-thé-ete ‘correte avanti, procedete!’, imper. pres. 2 pers. pl., perché il comando è rivolto a tutte le pecore o a parte di esse che sbandano ai lati della strada, attratte dai coltivi.  Il verbo è il gr. thé-ein ‘correre’ preceduto dai due prefissi pro- ‘avanti’ ed -ek- ‘fuori’ (come lat. ex ).  Se si tiene conto del fatto che in greco l’incontro delle vocali /o/ ed /e/ dà normalmente come esito /ou/ (pronunciato come l’it. /u/) e che, nella perentorietà enfatica dell’ordine impartito, la parte finale della parola facilmente cade, come abbiamo visto per ìih! al posto di ì(scia)!, ci accorgiamo di ritrovarci  tra le mani un’espressione che suona proprio come il trasaccano pruc-zè! La forma pr-zzà! (che più correttamente andrebbe scritta prë-zzà!) ne è un derivato con assimilazione regressiva della /c/ alla /z/ e passaggio del verbo alla 1° coniugazione latina e italiana  in  –are.  La terza forma prutciàh sembrerebbe avere la dentale /t/ di troppo. Ma non è così, a meno che non si tratti di  banale errore di stampa per prusciàh, più diffuso altrove[10]. Non furono i pastori ad innovare motu proprio!  In greco esiste il verbo pros-thé-ein ‘correre verso, accorrere’ con il prefisso pros- ‘verso, avanti, oltre’ il quale aveva alcune varianti come protí-, portí-, potí-:  la prima di queste potrebbe aver generato una variante del verbo in questione, dando un legittimo *proti-thé-ein da cui sarà derivata la forma dialettale prut-ciàh attraverso la chiusura della /i/ di proti- e successivo dileguo nonché con la palatalizzazione in -ciàh della probabile, e precedente nel tempo, affricata /z/ della sillaba *-, esito dell’imperat. gr. *proti-thé-ete, che passava nel frattempo alla 1° coniugazione dei verbi latini in –are.   La palatalizzazione è stata propiziata dalla vocale palatina /è/.
     Altrove in Abruzzo si incontrano le forme pruccià! o prùccë! senza la dentale /t/ rispetto al trasaccano prut-ciàh! o anche, con l’accento ritratto, prùscia! (Avezzano, Aielli).  Ad Avezzano esiste però anche la forma normale accentata sull’ultima sillaba, nell’espressione zarè pruscià,[11] comando rivolto sempre alle pecore perché vadano avanti in modo sollecito o perché si tengano strette tra di loro senza allontanarsi dal gregge.  A pensarci bene non è impossibile che questa forma pruscià derivi dal gr. pros-ápt-e, o pros-ápt-ete ‘state attaccate, seguite l’una l’altra’, diventato, come gli altri, tronco: pros-á, pruscià. C’è da fare un’osservazione.  I due concetti fondamentali espressi sostanzialmente da queste espressioni sono quello di “andare avanti” e di “tenersi unite, strette”. Orbene, sembrerà strano, ma in greco si incontra un verbo che può dare come esito pruscè o pruscià ma che ha un’origine diversa dai precedenti verbi, sopra citati, e che esprime chiaramente il 2° dei due concetti .  Si tratta di pros-ékh-ete (che è un composto, con prefisso, del verbo ékh-ein ‘avere, tenere, fermare’ sopra incontrato a proposito di iscia!), imperat. pres. 2° pers. pl. del verbo pros-ékh-ein che vale, nella forma intransitiva, appunto ‘seguire, stare unito, rimanere attaccato, aderire’.  L’imperativo può pervenire, per la solita via, e con  la caduta della parte finale successiva all’accento, ad una forma *prusè, e quindi, con palatalizzazione della fricativa /s/ per influsso della /è/ palatina, a forme come pruscè o pruscià (con il passaggio alla 1° coniugazione).  Signori miei, non si può assolutamente negare che qui nella Marsica, ma anche altrove, almeno nell’Italia centrale, i nostri antichissimi antenati parlassero correntemente il greco, prima che arrivasse, molto tempo dopo, qualche influsso dalla Magna Grecia, come ho sostenuto anche negli articoli precedenti, dedicati ai grecismi nella Marsica.
    Un altro comando interessante, ancora a Trasacco, è arriàh! sempre rivolto alle pecore, equivalente per significato agli altri sopra analizzati, cioè ‘state compatte, non vi separate!’. In un primo momento mi ha impedito di capirne il significato  l’altro comando arri! molto diffuso in Italia, che dalle nostre parti assume perlopiù la forma di  arri là!, arri qua! rivolta all’asino incitato  a procedere in una direzione o in un’altra.  Ma i due comandi non collimano, pertanto debbono avere un’origine diversa.  In effetti arriàh parte, a mio avviso, dal gr. ar-ár-ete. ‘restate unite, compatte!’, imperat. aor. 2 del verbo ar-ar-ísk-ein che, usato intransitivamente, ha proprio il valore di ‘accostarsi, stringersi insieme, serrarsi’.  Il verbo è costituito dalla radice ar- raddoppiata, abbastanza produttiva sia in greco che in latino, col significato fondamentale di ‘connessione, unione, armonizzazione, ecc.’.  Come per gli altri comandi, tutta la parte finale del verbo dopo l’accento finì per cadere, lasciando però un problematico ar-à- che avrebbe potuto confondersi con l’imperativo lat. del verbo ar-are, 2 pers. pl.: a quel punto deve essere arrivato un benefico influsso dal comando arri, arri là, arri qua! che fece depositare una /i/ al posto giusto dando ari-àh!  o il rafforzato arri-àh!  Resta ora da interpretare il valore del comando impartito all’asino, che qualche linguista, sia pure in linea suppositiva, spiega come adrĭge (aures)  che in latino vale ‘drizza le orecchie, fai attenzione!’.  Ma non ci siamo! Qui adrĭge (arrĭge) ha, secondo me, il valore di dirĭge (cursum ‘corso’) o (iter’cammino’) e vale, quindi, ‘dirigi il cammino per di là (lat. illac) o per di qua (lat. hac)’, cioè ‘vai per di là’ o ‘vai per di qua’ o semplicemente ‘vai!’ quando non c’è specificazione alcuna.  Era ai miei tempi molto usata la forma ridotta àah!  che incitava la bestia a mettersi in moto o a continuare, magari accelerando, il cammino.
     
     La voce zarè dell’espressione avezzanese di cui sopra, rivolta alle pecore, credo abbia qualcosa da condividere con l’aiellese zirì ttèh! , invito rivolto però alla capra perché si avvicini. Il ttè! può essere inteso, a mio avviso, sia come esito di gr. thé-e ‘corri, accorri’, imper. pres. 2 pers. sing. del dell’infinito thé-ein ‘correre’ (già incontrato a Trasacco nel comando per le pecore pruc-!), sia  come forma apocopata dell’imper. lat. te(ne) ‘tieni’ (dialettale ‘tèh’ con la /e/ aperta), nell’eventualità che con essa si incitasse l’animale ad approfittare di qualcosa di buono tenuto magari nella mano tesa verso di esso.  La mia opinione in proposito è che l’espressione sia partita come greca, ma abbia finito con l’incrociarsi con il lat. tene! ‘tieni!’.  A Trasacco zìrrë è uno dei nomi del capro, corrispondente all’aiellese zùrrë ‘capro’ e evidentemente apparentato con l’altro termine trasaccano zaùrrë ‘capro’. Che l’affricata /z/ iniziale di queste voci vada risolta in dentale /t/ ce lo suggerisce il termine tirri, comando per le capre usato a Roccasalli, frazione di Accumoli-Ri[12].   Pertanto io suppongo che queste voci vadano confrontate con ted. Tier ‘animale’, ingl. deer ‘cervo’, gr. thér ‘animale selvatico, semplice animale, creatura’, gr. taûr-os ‘toro’, fenicio thór ‘bue’, sp. zorro ‘volpe’. 
      Il comando rivolto al cane perché si avvicini (Aielli, Trasacco) è il semplice ttéh! con la /e/ chiusa.  A mio parere l’espressione condensa, per così dire, due significati: ancora quello dell’imper. gr.thé-e. ‘corri’ sopra incontrato (anche se bisognerebbe spiegare la differenza acuta/grave  della /e/ nei due casi) e quello di un termine per ‘cane’ che dovrebbe essere simile all’ingl. doe (cerva, coniglia, lepre femmina), alemanno ‘doe’, gr. thō-s dal signifcato incerto, forse ‘sciacallo’, un canide, appunto. Che il significato di ttéh! debba pure corrispondere a un ‘vieni!’ o ‘accorri!’ lo fa capire anche l’espressione ironico-sarcastica trasaccana ttéh fatì’!  che significa ‘vieni, accorri, o fatica!’ rivolta ad uno scansafatiche rappresentato nell’atto di invocare l’arrivo sollecito della fatica, che invece lui evita di fatto come la peste.  Ma nonostante ciò non è assicurata, all’origine, la funzione ironico-sarcastica, perché poteva trattarsi solo di una realistica rappresentazione dello sfaticato come di uno che dice: «fatica, corri (via) da me!».  A Gallicchio-Pz il verso di richiamo per il cane è teccuà![13], da sciogliere certamente in té qua! Nella forma –zzè, già incontrata sopra nel richiamo pruc-zè! ‘correte avanti!’  usato a Trasacco per le pecore,  il comando ritorna, sempre a Trasacco, nell’ordine ucce-zzè! oppure occe-zzè! impartito al maiale, che non esprime un significato unico quanto alla direzione del moto cui viene sollecitato l’animale, potendo esso essere, ad esempio, di uscita o entrata rispetto al porcile.  Ad Aielli, relativamente al maiale, era rimasta solo l’espressione òccë a jjàccë ‘maiale, (torna) al tuo giaciglio’, col valore presumibile di ‘maiale’ per òccë, da attribuire anche alle rispettive voci trasaccane.  E un suo parente probabile mi sembra l’ingl. hog ‘maiale’ ma anche, dialettalmente, ‘pecora giovane’.  Strada facendo, però, la parola dové incontrare anche l’avv. lat. oci-ter, oci-us ‘rapidamente, velocemente’ o l’agg. gr. ōký-s ‘veloce’ dando all’espressione aiellese il significato di ‘subito, al giaciglio!’ e a quella trasaccana ‘corri (-zzè) subito!’, al giaciglio o fuori di esso. Probabilmente l’espressione prese le mosse proprio da questi ultimi significati.
    Arrivato a questo punto posso dichiararmi abbastanza pago per quanto riguarda la ricerca dei grecismi nel nostro territorio, e spero che il gentile lettore possa trarre dai miei articoli diletto e qualche utile insegnamento, nonostante alcune ineliminabili difficoltà che, chi non ha una solida preparazione linguistica di base, senz’altro incontrerà leggendoli, per quanto io cerchi di stare alla larga da certi tecnicismi propri delle riviste specialistiche che a volte impauriscono anche me.  Io sono e resto in fondo un dilettante, uno come te, con parte dei difetti formali che questo status comporta, ma anche con qualche pregio.
    
    





[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[2]  Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà  A-E, cit.

[4] Cfr. anche ingl. ass ‘asino’, ted. Es-el ‘asino’, turco ȩš-ek ‘asino’, la cui seconda componente a mio avviso corrisponde tautologicamente al lat. equ-u(m) ’cavallo’. A questa radice  fanno capo anche le forme dialettali scécchë, scicchë, scéccu ‘asino’ (abruzzese, calabrese, siciliano).

[6] Cfr. vocabolario del Bielli, cit.

[7] Cfr. vocab. Del Bielli, cit.

[8] Cfr. l’articolo Nella Marsica, ma anche altrove […] presente in “pietromaccallini.blogspot.it” (giugno 2014).

[9]  Q. Lucarelli, Biabbà E-P, cit.

[10]  Contro l’errore di stampa, in questo caso, sembra deporre il fatto che la parola in questione viene scritta sempre allo stesso modo sia nel lemma prutciah! sia sotto i lemmi pruc-zè e  pr-zzà, dove viene richiamata.

[11]  Cfr. U.Buzzelli – G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq, 2002.

[12] Cfr. sito web: www.roccasalli.it/vocabolario.htmSempre in questo dialetto si incontra il richiamo pocchi tè! rivolto però  alle pecore. Non viene data altra precisazione.  Comunque la parola pocchi forse richiama quella abruzzese, sopra analizzata, di pucce ‘nome dell’asino o del mulo’ e ‘voce per chiamarli’.

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