sabato 21 marzo 2015

La Chitarra per maccheroni, strumento caratteristico della cucina abruzzese soprattutto nel passato





 La chitarra per maccheroni era uno strumento grossomodo a forma di telaio rettangolare con molti fili metallici ravvicinati tra loro e tesi fra due pezzi di legno contrapposti.  Sopra questo ordito di fili si poggiava la sfoglia di pasta che veniva poi premuta col matterello in modo che si producessero i sottili e duri fili di pasta, a sezione quadrangolare, dei maccheroni alla chitarra.  Un tempo quasi ogni casa abruzzese ne possedeva una, e in genere la si usava in occasione di grandi festività come il Carnevale, la Pasqua o il Natale.  Ora la chitarra  è diventata quasi un pezzo da museo, ma forse in qualche località qualche solerte massaia all’antica la usa ancora.  O mi piace immaginare che sia così.

In genere i linguisti pensano, e lo credevo anch’io, che il nome di questo strumento casereccio fosse dovuto ad un uso estensivo del termine che indica il corrispondente strumento musicale a corde alquanto simile.  Ma, come spesso avviene, si tratta a mio parere di una spiegazione frettolosa.  In effetti la penso come il grande Newton: la scienza è frutto del silenzio e della meditazione. Io vi aggiungerei la tenacia e l’insoddisfazione per le soluzioni già approvate da tutti ma che non convincono appieno, senza trascurare la meticolosità propria di una ricerca ostinata, seria, paziente e rigorosa.  Con questo non vorrei pormi arrogantemente al di sopra degli altri che conoscono e per certi versi rispettano meglio di me le austere norme della conoscenza,  ma purtroppo non posso evitare di constatare che i risultati sembrano dare ragione al mio metodo di indagine e non al loro.   Qualcuno suppone che la chitarra per maccheroni sia stata inventata nella provincia di Chieti verso la fine dell’Ottocento, ma forse in questo caso si trattava solo della sostituzione con fili di acciaio di quelli che per l’innanzi erano di rame o ottone come risulta da qualche documento notarile della seconda metà del Settecento[1].  Per i secoli precedenti non documentati e per tutta l’antichità la stessa funzione dei fili metallici poteva essere stata svolta da fili costituiti da fibre vegetali con cui si sono sempre prodotti robusti e tenaci spaghi, fili e cordicelle. 

Ora, si dà il caso che il gr. kithár-a, oltre a ‘cetra’, significa anche ‘cassa toracica, costole’ come il maschile kíthar-os ‘cassa toracica’.  Questa è una cosa linguisticamente importante ma trascurata dagli studiosi: nemmeno io mi ci ero mai fermato a riflettere. Il ricercatore poco esperto o soltanto seguace di un metodo diverso dal mio non noterà  nulla di interessante nei due significati della parola e pertanto non metterà in moto la sua capacità indagatrice, supponendo probabilmente che debba trattarsi di due radici con significati diversi e quindi tra sé irrelate. Invece si sbaglia di grosso. Una cetra (chitarra) in realtà, anche se di primo acchito appare molto diversa da una cassa toracica, ad un esame più attento rivela punti fondamentali di contatto con essa.  E’ dotata anch’essa, infatti, di una cassa armonica e inoltre le sue corde formano un complesso paragonabile, in quanto tale, a quello delle costole dipartentisi dalla colonna vertebrale.  Un errore gravissimo è per l’etimologo credere che una parola sia una sorta di foto o ritratto dell’oggetto che designa, quando essa invece ne contiene solo il concetto basilare, spoglio di ogni particolarità, da cui si sviluppa quello dell’oggetto indicato, che può risultare diversissimo nella forma da un altro oggetto designato dalla stessa radice. In effetti se poniamo mente al ted. Gitter ‘inferriata, cancello’ ci accorgiamo che anche questa parola, formalmente molto simile a quella greca, va a situarsi dentro lo stesso concetto basilare di “struttura, insieme, complesso” concretizzatosi questa volta in un’inferriata, appunto.  Ciò detto, risulta evidente che il nome della chitarra abruzzese per maccheroni non debba pagare  nessun debito a quello della chitarra come strumento musicale, perché esso scaturisce direttamente dallo stesso concetto di fondo senza dover passare per quello di ‘strumento musicale’.  Quale dei due sia nato prima è cosa che ci riguarda meno anche perché credo sia impossibile stabilirlo. Quello che risulta chiaro è che l’uno è indipendente dall’altro anche  se derivano dalla stessa matrice che ha dato origine  pure al ted. Gitter ‘inferriata’.  Credo perciò che si possa anche asserire che con molta probabilità gli abruzzesi mangiavano maccheroni alla chitarra da tempi immemorabili e non hanno dovuto attendere che il lat. cithara ‘cetra’, preso di peso dal gr. kithára ‘cetra’, arrivasse nella loro terra per poter adattarne il nome  allo strumento artigianale della chitarra. Il significato di fondo di ogni radice è tale che da essa, trasportata di qua e di là nel corso dei millenni e dentro lingue diverse, nascono fiori  variopinti e tra sé differenti, di poco o di molto, ma che, nonostante ciò, non smettono mai di nutrirsi della medesima linfa vitale. E’ la legge somma della diversità nell’unità, che sembra dominare non solo in linguistica ma in ogni altro aspetto dei tre regni di questo nostro mondo, minerale vegetale e animale.

Ma le sorprese non finiscono qui.  Solitamente le parole presentano delle varianti e così non ci vuole molto per capire che il ted. Gatter ‘recinto, steccato, cancello’ fa il paio col sopra citato Gitter ‘inferriata, cancello’ e che il toscano settentrionale catro[2] ‘cancello rustico’ molto probabilmente non ha dovuto attendere il presunto longobardo *gatero,*gataro  né addirittura il lat. clatri ‘sbarre’ per poter esistere, vista la presenza in Abruzzo della sua variante chitarra (per maccheroni).  Nel dialetto lucano di Gallicchio-Pz si hanno contemporaneamente le due forme catàrrë e chëtàrrë per ‘chitarra’.  La stessa radice ha dato in inglese il verbo gather ‘raccogliere, raccogliersi’ oltre all’avverbio to-gether ‘insieme’. Non so se sia noto l’etimo di ted. Gatt ‘marito’ col femm. Gatt-in ‘moglie’ ma  esso deve appartenere a questa radice in quanto un marito ed una moglie sono dei congiunti o coniugi, delle persone strette insieme dal vincolo del matrimonio. 

Mi ha colpito la somiglianza di questi termini con alcune parole come il serbo-croato četiri ‘quattro’ (cfr. ted. Gitter), il serbo-croato četa ‘compagnia, formazione’ e lo stesso lat. quattuor ‘quattro’.  Il fatto è che secondo me un quadro (lat. quadrum) è tale non perché formato da quattro stecche perpendicolari, ma semplicemente perché, all’origine, esso non era altro che una cornice, una intelaiatura di qualsiasi formsa specializzatasi poi nel senso suddetto, dato che una cornice è solitamente composta di quattro elementi.  E quindi la voce quattuor inizialmente doveva indicare non un gruppo di quattro ma semplicemente un gruppo, un insieme. Probabilmente anche gli altri numeri indicavano genericamente un gruppo prima di specializzarsi.  Il piemontese e lombardo cadrèga/car(r)ega ‘sedia’, fatta derivare da lat. cathedr-a(m) ‘sedia’ di origine greca, deve invece provenire da un precedente *quadr-ig-a(m), uguale alla parola latina significante ‘quadriga’, cioè carro tirato da quattro cavalli.  Il lat. quadr-ig-a(m) viene inteso come forma accorciata dell’aggettivo  quadri-iug-em ‘della quadriga’ ma a mio parere esso è un composto tautologico (il secondo elemento –iug- corrisponde al lat. iung-ere ‘congiungere’) che all’origine doveva avere il significato di carro o di tiro composto di due o più cavalli, specializzatosi successivamente nella direzione di ‘quattro’, per incrocio col numerale lat. quattuor ‘quattro’.  In altri termini la componente quadri- come la seguente –ig- fanno riferimento all’idea di “gruppo, complesso”. Lo spagnolo cadera ‘sedia’ è variante di quadr- come pure lo spagn. catre ‘branda’.   Ugualmente il lat. big-a(m) indicava semplicemente un carro o cocchio, senza rapporti diretti col lat. bi-iug-em ‘appaiato’ che a sua volta era una tautologia che metteva in rilievo il legame tra due o più cose.  Lo dimostrerebbe, a mio avviso, l’it. bica ‘mucchio di covoni o di altro’, cioè un ‘insieme’, dunque, come quello relativo alle varie componenti di un ‘carro’, il quale è una struttura per eccellenza. Ma non si può trascurare nemmeno l’altro termine dial. biga, in uso nella panificazione, che indica un impasto piuttosto asciutto di farina, acqua e lievito né la biga  del linguaggio marinaresco, una sorta di capra o cavalletto per il sollevamento di pesi: un altro insieme o struttura, dunque[3].  Il medio irlandese cethern vale ‘gruppo, compagnia di soldati’, da cui deriva probabilmente l’ingl. kern ‘soldato di fanteria irlandese’.  Il gruppo e chi ne fa parte possono essere espressi dalla stessa radice.  Qui c’è comunque una complicazione, perché questo termine viene collegato ad un altro diffuso tra celti e germani, cioè a.a. ted. hadu ‘battaglia’, gallico cadu ‘battaglia’.  Senonchè tutto viene sciolto dal fatto che una battaglia è spesso,linguisticamente, il risultato di un incontro che può essere pacifico e concretizzarsi in una unione o riunione armonica ma anche ostile e dar vita ad uno scontro, una zuffa.  Cfr. ingl. hit upon ‘imbattersi’, la cui radice hit ‘urtare, colpire’ deve essere variante del citato hadu ‘battaglia’, e lo stesso it. im-batt-er-si, la cui radice combacia con quella di ‘batt-aglia’. 

 Finalmente ho capito che anche la voce dialettale cat-éjjë ‘lappola’ (Aielli, Trasacco, Avezzano, ecc. ) che trova un riscontro anche nello spagn. cad-illo ‘lappola’ rimanda a questa radice per via dei frutti ed infruttescenze munite di uncini i quali si attaccano ai peli delle bestie e al fondo dei pantaloni. Il lat. cat-ellu(m) ‘cagnolino’ non ha un immediato rapporto con la parola, come pensavo già da quando ero ragazzo e masticavo un po’ di latino. L’abruzz. cat-èllë ‘boncinello, stanghetta del chiavistello’[4], formalmente coincidente col lat. cat-ell-a(m) ‘catenella’, e l’it. cat-en-accio ‘spranga, chiavistello’, che sembra non avere nulla  a che fare con una catena, ci fanno capire che il significato di fondo del lat. cat-en-a(m) ‘catena’ era quello di ‘unione salda, vincolo (di elementi diversi), chiusura’ o di ‘attaccatura, incollaggio’ come avviene nel citato cat-éjjë ‘lappola’.  Queste parole evocano dinanzi a noi figure e cose diverse mantenendo però sempre la stessa matrice semantica, col suo tratto essenziale di legamento.   Anche il greco tardo cat-ókhi-on ‘chiavistello della porta’ appartiene secondo me a questo gruppo.  Solo che in esso quella che era la radice base cat- ‘legame’ si è completamente confusa con la prepos. gr. katá ‘sotto’ mentre la sua radice base è diventata -okhi- dal verbo gr. hekh-ein ‘tenere, possedere, trattenere’: come si può osservare il valore ‘sotto’ della preposizione risulta alquanto inutile o forzato per il significato di ‘chiavistello’.

A Trasacco-Aq ed altrove in Abruzzo la chitarra per maccheroni è chiamata anche carratórë che sembra corrispondere all’it. carratore o carradore ‘costruttore di carri’. E vedremo che non è un caso.  Intanto poniamo attenzione alla possibilità che questo termine carra-torë ‘chitarra per maccheroni’ provenga da un precedente *catra-tore.  In questo caso esso sarebbe un ampliamento di termini come tosc. catro ‘cancello rustico’ o del primo membro di cadr-èga sopracitati e la sua natura di chitarra per maccheroni sarebbe così dimostrata.  Inoltre, quest’ultimo termine di chitarra, risultando così variante di questo *catra-, allontanerebbe sempre di più da sé la possibilità di essere considerato estensione del significato del termine chitarra, strumento musicale.  La parte finale –torë doveva inizialmente avere la forma –tura con valore collettivo (cfr. sega-tura, arma-tura) e riferirsi agli elementi strutturali della chitarra. Evidentemente si incrociò con l’elemento –tore specializzatosi ad indicare l’agente nei tanti termini italiani e latini che lo contengono (cfr.guida-tore, media-tore, istrut-tore) e si trasformò così nell’it. carra-tore ‘costruttore di carri’. Anche per questo termine è vano pensare, allora, che esso sia stato creato apposta per indicare la persona che costruisce o ripara i carri.  La forma *catra-tore è rimasta secondo me nel cognome Catratore di area napoletana, a meno che non si tratti della continuazione del lat. quadratore(m) ‘tagliapietre’.   Nell’isola d’Ischia si coltivano viti basse dette a carraturu che sfruttano il calore del suolo.  Il sito internet da cui traggo la notizia non dà spiegazioni più precise, ma immagino che possa trattarsi di intelaiature orizzontali a poca distanza dalla terra per sorreggere e far espandere su di esse la trama dei tralci delle viti.

Il lat. carr-u(m) ’carro’, considerato di provenienza gallica, potrebbe derivare da un *quatr-u(m) oppure *quadr-u(m), perché esso indicava inoltre un carro a quattro ruote. D’altronde anche l’aggettivo fr. carré ‘quadro, quadrato’ deriva dal lat. quadr-at-u(m).  Il lat. carr-uca(m) ‘carro a quattro ruote’ paragonato con l’it. carr-uc-ola e l’abr. carr-ùch-ëlë ‘piccolo mucchio di covoni’[5] ci conferma che il significato di base per questi tre termini, composti della stessa radice, non era ‘carro’ ma ‘struttura, strumento, insieme, complesso’.  Il fatto verrebbe confermato, secondo me, anche dal gr. karýke ‘intingolo, salsa gustosa’, in quanto mistura di più ingredienti. In latino esisteva anche il petor(r)-it-u(m) ‘carro a quattro ruote’ anch’esso considerato di origine gallica che sembra formato di altro e ben noto termine indoeuropeo per ‘quattro’: cfr. ted. vier ‘quattro’, ingl. four ‘quattro’ da precedente got. fidwor ‘quattro’, greco ionico pésyr-es ‘quattro’, beot. péttar-es ‘quattro’.  Naturalmente bisogna scorgere nel fondo sempre il significato di ‘gruppo, insieme’.   L’it. car(r)at-ello  trae così il nome dall’essere composto di un insieme di doghe, dall’essere un composto indipendentemente dal termine carro con cui lo si vuole collegare perché trasportato solitamente sui carri.  D’altronde la voce dialettale carat-ella indica in Romagna una sorta di carrozzina artiginale con cui si partecipa a gare oggi molto di moda. 

Arriviamo, infine, al lat. curr-u(m) ‘carro, cocchio’ considerato genuinamente latino perché il suo etimo coinciderebbe con quello di lat. curr-ere ‘correre’.  Io non condivido questo metodo di lavoro, anche se apparentemente tutto sembra essere contro di me.  Qualcuno potrebbe infatti far osservare che anche Il lat. vect-ura(m) ’trasporto, vettura’, ted. Wagen ‘vagone, carro’ fanno capo a verbi di movimento.  Non v’ha alcun dubbio che questi termini per ‘carro, vettura’ si siano incrociati con relative radici per ‘movimento, trasporto’ ma è anche possibile rintracciare qualche radice simile che faccia al caso mio come l’ingl. wedge (medio ingl. wegge)‘cuneo, bietta’ ma anche ‘zolla, massa di argilla, ecc.’ il cui valore iniziale doveva essere quello di ‘concrezione, compressione, ecc.’ che ci riporta ugualmente al concetto di ‘insieme’.  Pertanto il lat. curr-u(m) ‘carro’ preferisco accostarlo, ad esempio, allo spagn. corro ’gruppo, circolo’.  L’espressione latina currus imos (acc. plur.) usata da Virgilio[6] può, inoltre, intendersi solo come ‘parte bassa (imos) dell’aratro (currus)’ che viene guidata direttamente dalla stiva, il manico cui è collegato direttamente.  Questa, quindi, è una grossa conferma del significato etimologico di lat. curr-u(m) che è quello di ‘strumento, struttura, composto’, alla base del termine stesso di aratro[7].  Lo desumo anche da un altro fatto.  Ad Aielli, il mio paese, ma anche a Trasacco, il timone dell’aratro, costituito da uno spesso e lungo palo, era chiamato la ura ( senza elisione), perché davanti alla /u-/ doveva esserci una /h/ proveniente da gutturale sorda /k/ come attesta il termine cura ‘timone dell’aratro’ del dialetto di Cerchio. Non si tratta, quindi, nemmeno del lat. bur-i(m) ‘bure,timone dell’aratro’ ma di un termine che doveva inizialmente indicare tutto l’aratro, simile ma non uguale al suddetto curr-u(m) nel significato virgiliano di ‘aratro’.  Esso si incrociò con un termine come il lat. cur-e(m) ‘lancia’ e passò a significare solo una parte dell’aratro,il timone.   Naturalmente una radice CAR-/CARR-, concorrente di CATR-/CADR -, non è da scartare per questi termini per ‘gruppo, carro’.

Mi si consenta di aggiungere qualcosa di interessante e curioso allo stesso tempo a proposito della radice di chitarra che abbiamo messo in rapporto col significato di ‘gruppo, insieme’.  Il cheddar (Cheddar) è un tipo di formaggio duro, il  più diffuso in Gran Bretagna.  Il suo nome verrebbe da quello del villaggio di Cheddar nella contea di Somerset, noto per le sue gole costituite da pareti di rocce calcaree (ingl. limestone letter. ‘pietra della calce’) butterate da grotte che furono frequentate da uomini preistorici, addirittura prima dell’ultima glaciazione.  Ebbene ognuno si accorge, se ci riflette un po’, che  questo tipo di formaggio di pasta dura assomiglia per questa sua caratteristica alle concrezioni stalattitiche e stalagmitiche delle grotte o, per così dire, alla grana stessa del calcare (basta guardare qualche foto).  Allora non è campato in aria supporre che sia il nome del villaggio, adiacente alle gole, che quello del formaggio, derivino, da tempi immemorabili, dall’idea di “concrezione” che si adatta molto bene sia al nome del villaggio che a quello del formaggio, che è un coagulo di latte.  Inoltre esso si prepara dividendo la cagliata in diversi pezzi che vengono sovrapposti l’uno all’altro, in modo che la parte sierosa scoli via.  Così facendo si raggiunge la durezza propria di questo formaggio e nel contempo si crea una sorta di pila composta da diversi strati: siamo quindi entro l’idea di “composto, insieme”.   Pressappoco è quello che capita anche oggi, ad esempio, al termine inglese concrete ‘calcestruzzo, cemento’ che può indicare qualsiasi altro aggregato, compreso uno zucchero greggio ottenuto in masse compatte facendo bollire e condensare il succo della canna da zucchero.

In greco si incontra il termine khýtra, kýthrē ‘pentola’, considerato ampliamento del verbo khé-ein ‘versare, fondere, sciogliere, ecc.’.  Ma io ho qualche perplessità nel fare questo accostamento perché mi pare che questo termine, indicante un recipiente, abbia qualcosa in comune con le varie voci dialettali cuttùrë ‘paiolo’, cuttóra ’caldaia (più grande)’, cutt(ë)r-élla ‘secchio’, cuttër-ìjjë ‘secchio’ i quali, a loro volta, vengono riportati erroneamente al lat. coqu-ĕre ‘cuocere’, come se si trattasse di ‘strumenti atti a cuocere’ anche se in lat. coc-tor-e(m) valeva ‘cuoco’, cioè ‘colui che cuoce’.  Questi recipienti prima di essere stati di rame o altro metallo dovettero essere fatti di creta, parola latina di incerta origine.  Dalle nostre parti si incontrano termini come créta o crët-ónë (Aielli), con la variante cutr-ónë[8] .  Quest’ultima forma, più che variante metatetica dell’altra, mi sembra ampliamento dei termini greci precedenti, che si riferiscono a pentole o terrecotte.  Allora potrebbe aversi un rovesciamento della posizione tradizionale secondo cui la forma iniziale sarebbe stata creta, mentre è proprio questa ad essere semmai una variante metatetica della radice cutr-, kytr- diventata crut-, cret-.   Uso il condizionale perché non si può non notare che una radice KER-  per ‘creta’ è presente nel gr. kér-amos ‘argilla, creta’ e forse nel fr. crème ‘crema’, lat. crem-ore(m) ‘sugo denso, mucillagine’,ted. Rahm ‘panna,crema, fuliggine’.   Il fatto è che nella loro lunghissima storia le parole riescono ad arrivare fino a noi, nella forma e nel significato, piuttosto raramente intatte, a mio avviso.  Esse si incrociano spesso più volte con altre, anche perché, come mi sembra ormai assodato, i vari significati particolari scaturiscono da uno solo, genericissimo.  Senza parlare, poi, delle varianti che ogni radice poteva avere.  Questo gr. khýtra ‘pentola’, cioè recipiente di terracotta, oltre ad essersi incrociato con un termine per ‘cavità, recipiente’, penso sia variante, nel suo altro probabile significato di ‘argilla, fango’, del termine it.catarro nonché dell’arabo qatrān ‘catrame’.  Però c’è la difficoltà che il gr. katá-rrus ‘che scorre (-rrus) giù (katá)’ sembra effettivamente composto di queste due parole.  Ma, a mio avviso, si tratta solo di reinterpretazione di una base corrispondente alla parola araba per catrame, dato anche il fatto che il catarro in fondo, essendo molto viscoso, non scorre giù, semmai lo si espelle dalla gola con una certa difficoltà.  Il significato profondo quindi, in questo caso, doveva essere quello di ‘mistura di materia più o meno sporca e più o meno liquida’, definizione che calza a pennello anche per un significato di ‘argilla, fango’.  In gr. esiste anche l’agg. káthar-os ‘puro’ dall’etimo incerto.  Ma la purezza potrebbe arrivare attraverso l’acqua dato che il verbo kathair-ein significa, oltre a ‘purificare’, anche ‘lavare’.  Infatti il sostantivo gr. kathar-ma significa ‘sudiciume, residuo, feccia’.  Ed io credo che questo significato si sia prodotto non perché la parola si riferisse all’acqua sporca con cui si è lavato qualcosa, ma perché esisteva già un termine per ‘lordura, fango, feccia’ distinto da quello per ‘lavare’ scaturito dalla stessa radice KATAR- specializzatasi già in due modi diversi, ad indicare l’acqua pura o il suo contrario, cioè l’acqua sporca, il fango, ecc.

Ultima nota. Il termine Cheddar, usato per il formaggio di cui sopra, poteva agli inizi riferirsi anche alla gola (ingl. gorge) caratteristica del luogo, una ‘cavità’ dunque. Ancora oggi una parte della produzione di questo formaggio viene fatta stagionare, infatti, nelle grotti della Cheddar gorge dove quasi sicuramente lo ponevano gli uomini preistorici abitanti del posto.  E non si esclude la possibilità che la parola indicasse magari la forma, il recipiente stesso dove veniva posta infine la cagliata.   Non è un caso infatti che l’ingl. gutter, termine strutturalmente simile a Cheddar, valga ‘gronda’, il canaletto che raccoglie le acque del tetto, termine che è messo in rapporto col ted. giess-en ‘versare, fondere’, ampliamento del gr. khé-ein ‘versare, fondere’ sopra citato[9]. Ma anche qui si trascura il probabile incrocio con un termine dal significato di ‘cavità, gola’ come il lat. guttur ‘gola’, lat. gutt-u(m) ‘gotto, ampollina’ e ingl. gut ‘budello’.  Il concetto di “cavità” inoltre potrebbe aver sviluppato, a mio avviso, anche quello inverso di ‘protuberanza, massa, masso, macigno, zolla’ come ingl. cud ‘bolo dei ruminanti’, cioè la porzione di cibo che l’animale ha fatto risalire in bocca dal primo stomaco per masticarla e intriderla di saliva, pronta per la deglutizione come fosse una polpetta[10]. Da notare anche l’abruzz. cëtr-ónë/cëtër-ónë che indica il ‘cocomero’, da una precedente idea di “rotondità, massa’ espressa anche dall’it. cetr-iolo, da un presunto latino volg. *citr-iol-u(m).  Si badi bene, però, che l’idea di “protuberanza, monte” può arrivare direttamente da quella di “spinta”, con la specificazione della direzione verso l’alto, mentre una valle, un fosso (varianti del concetto di “cavità”) sono prodotti da una spinta verso il basso. Naturalmente questa spinta ha una natura intellettiva e ideale, sviluppatasi  dalle frequenti operazioni in cui l’uomo primitivo innalzava o abbassava qualcosa. 

 Il gioco e il nesso dei significati è talmente sottile e vario che, quando ci riflettiamo, restiamo in genere stupiti e incerti.  E questo succede perché, a mio avviso, la nostra mente è abituata da moltissimi millenni a separare un concetto dall’altro.  Ho sentito infatti talvolta qualche linguista dire che veri e propri sinonimi non esistono, in quanto ognuno di essi si differenzia per qualche sfumatura di significato.  E questo è tutto vero sul piano della sincronicità, perché, già a partire dalla diversità dei significanti che racchiudono i significati dei sinonimi, la Lingua continua a creare nella nostra mente diversità tra l’uno e l’altro sinonimo.  Ma, a mano a mano che scendiamo lungo la china della diacronicità, siamo costretti ad accorgerci che quelle differenze sincroniche sono frutto di continue specializzazioni di un significato originario genericissimo. 

Chiudendo l’articolo inviterei il gentile lettore a riflettere che tutti questi possibili significati riferibili ad una sola radice non costituiscono assolutamente la prova dell’incertezza dell’etimologo e dell’inutilità del suo lavoro (come la nostra razionalità disturbata dal virus della differenziazione dei concetti ci induce a credere a partire già da Socrate), anche se questo fatto alla fine porta, è vero, alla deludente e banale, ma per certi versi straordinaria e sconvolgente, verità di fondo, che tutte le strade portano a Roma o che tutte le strade si dipartono da Roma, che è la stessa cosa.   





[1] Cfr. sito web I maccheroni alla chitarra.Cenni storici: www.terraecuore.net/enogastronomia-cucina-abruzzo-molise/
 
[2] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, 1998.

[3] Anche l’it. big-oncio, con tutte le sue varianti dialettali,  non credo derivi da un lat. *bi-congius ‘recipiente della misura di due congi’, dato anche il suo significato arcaico di ‘cattedra, pulpito, ringhiera, rostri, tribuna’.  Mi sa tanto che anche qui siamo in presenza di un composto di doghe, di stecche o d’altro. Cfr. spagn. viga ‘traversa’, gr. onki-on 'cesta' , gr. onk-os 'uncino', concetto che poteva prestarsi ad indicare il significato di 'aggancio, oggetto composto di parti interconnesse'.

[4] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq  2004.

[5] Cfr. D. Bielli, cit.

[6] Cfr. Virgilio, Georg.  I, 174.

[7] Cfr. il mio articolo La fara longobarda[], nota 3.

[8] Cfr. D. Bielli, Vocabolario  abruzzese, cit.

[9] Il gr.khyt-ós significa ‘versato’ detto di liquidi o di terra, la quale così forma cumuli, terrapieni, dighe ecc. Ne scaturisce, quindi, anche il sigfnificato di ‘grande, esteso, numeroso’ tanto è vero che l’espressione  khytoì ikhthýes vale ‘pesci in frotta.

[10] Cfr. a. alto ted. cuti ‘colla’, concetto che può sviluppare i significati di legame, cose legate insieme o concrezione.

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