venerdì 2 ottobre 2015

Il sistro di Iside ed altro

                                       

 Mi è piacevole, oltre che utile, tornare a parlare del mito di Iside[1], dea egizia della maternità e fertilità, sposa del fratello Osiride, madre di Horus.  Il suo culto si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo e in tutto l’Impero romano, benchè venisse ostacolato dagli imperatori augustei.  Molti tratti dell’iconografia riguardante Iside si ritrovano in quella cristiana della Vergine Maria come anche gli appellativi di Madre di Dio, Regina del cielo, Immacolata concezione, Consolatrice degli afflitti. L’immagine molto comune della Madonna che tiene in braccio il bambino Gesù corrisponde esattamente a quella di Iside con in braccio il figlio Horus.  Il sincretismo, cioè la contaminazione attraverso i secoli e i millenni delle tradizioni relative a qualunque mito religioso o di altra natura con miti simili di altre religioni, è un fenomeno molto ricorrente: ben farebbero coloro che sono preposti all’insegnamento della religione cattolica, ad esempio, a mettere in rilievo i tanti punti di contatto di essa  con religioni e credenze pagane, se si vuole veramente contribuire a formare coscienze più consapevoli e mature per quanto riguarda la fede di ciascuno.

 Ora, anche le parole che accompagnano i miti, i riti, gli strumenti attribuiti a qualche figura religiosa, sono spessissimo il risultato di incroci di diversi vocaboli omofoni provenienti da lingue e dialetti diversi che hanno, quindi, con i vari significati, contribuito a creare e trasformare le tradizioni stesse, come più volte ho avuto modo di far notare.  La radice del termine sistro, dal lat. sistr-u(m), gr. seistr-on viene solitamente accostata al verbo gr. séi-ein ‘scuotere, agitare’.  Ma ―ho avuto modo di sottolinearlo altrove― etimologie di questo tipo, che non indicano direttamente lo strumento e si accontentano di proporre, come in questo caso, una radice che indica solo un’azione che riguarda lo strumento quando viene usato, lasciano il tempo che trovano.  Il sistro è molto semplice: esso consiste di una lamina piegata a ferro di cavallo con un manico per l’impugnatura, e di una serie di aste trasversali, inserite in appositi buchi praticati nella lamina.  Scuotendolo si ottiene un suono piuttosto indeterminato generato dalle aste. Si tratta di un vero e proprio strumento in senso etimologico, cioè una struttura, una costruzione, un insieme di parti interconnesse.  Anche il così detto nodo di Iside o tit (oppure tiet, tet, teth, ecc.), di cui ho parlato nell’articolo citato del mio blog, rientra in questo concetto generico di “connessione, collegamento, unione” che appare essere particolare di questa dea, protettrice del matrimonio, cioè dell’istituzione che congiunge due persone di sesso diverso.  Ma non è tutto! La dea ricompone i vari pezzi, sparpagliati in tutto l’Egitto, in cui il fratello Seth aveva sezionato il corpo di Osiride suo marito, dopo averlo ucciso, e lo riporta in vita.  Essa è una costruttrice sembrano suggerirci questi tratti del mito, anche se proprio in virtù di queste capacità di resuscitare i morti, per così dire, era diventata anche dea della magia e dell’oltretomba.

 Ritornando al sistro mi pare si possa azzardare un accostamento, apparentemente campato in aria, col termine inglese sister ‘sorella’ (cfr. m. ingl. suster, soster) il quale, a mio avviso, deve trovare la sua motivazione nel concetto di “congiunto” o di “membro di un gruppo”, concetto non diverso da quello di “struttura, collegamento, unione” precedentemente illustrato.  Questo significato me lo suggeriscono alcune voci dialettali come lombardo sóstra, suóstra [2](cfr. ted. Schwester’sorella’) ‘tettoia, magazzino per legna o altro, ecc.’.  Una tettoia solitamente è costituita da una struttura in legno e non è detto che questo termine sia un derivato dalla radice di lat. teg-ere ‘coprire’, da cui lat. tec-tu(m) ‘tetto’: si potrebbe trattare di incrocio con la radice di lat. tex-ere ‘tessere’, e gr. tékt-ōn ‘artefice, falegname, carpentiere, scultore, costruttore, architetto, ecc.’, radice un po’ messa all’angolo in latino dall’altra più comune e chiara.  L’accostamento di queste apparentemente distanti radici, quella per ‘sorella’  e l’altra per ‘struttura, connessione’, perde il carattere di azzardo, se si pon mente all’aggettivo ingl. sister-ing che vale ‘contiguo, vicino’[3]. Un uso figurato di ingl. sister ‘sorella’ avrebbe dovuto produrre un significato come ‘simile, somigliante’, un po’ diverso da questo di ‘contiguo’ che, a mio parere, mette in evidenza il significato originario della radice, cioè quello di ‘congiungimento, connessione, addossamento, contatto, ecc.’.  Anche il sardo  sòstre, che pare venga dal catalano, significa ‘soffitta’, qualcosa di simile a tettoia.

 Credo sia opportuno introdurre anche un’altra voce, quella di susta, che in alcuni paesi della Marsica, ma anche nel napoletano e probabilmente anche altrove, significa diverse cose: alterigia, boria, sussiego; spilla pettorale o fermaglio che usavano le donne nei tempi andati[4]; ressa, pressa, calca, elastico (nel napoletano); molla a spirale, stanghette degli occhiali, imbroglio[5] (in Toscana).  Ora, io sono del parere che questi concetti, apparentemente irrelati, possano invece riannodarsi insieme, partendo da quello originario di ‘spinta’ che in fondo sta dietro a quello di ‘contatto, connessione, addossamento’ poco fa introdotto.  La ressa e la calca ne sono una forma evidente, come l’elastico e la molla a spirale, oggetti la cui natura essenziale è quella di avere in sé una forza propulsiva, che preme in qualche direzione. Le idee di fermaglio e stanghetta trovano anch’esse un punto in comune nella funzione, caratteristica dei due oggetti, di unire, fissare, collegare tra loro, più o meno stabilmente, due cose diverse come gli occhiali e il viso (attraverso l’appiglio delle orecchie) o, nel caso del fermaglio, i due lembi di una camicia o addirittura il fermaglio stesso e la camicia. Nel dialetto di Trasacco-Aq si incontra anche la variante sùstalë ‘grappa di ferro che tiene strette insieme due assi’[6].  Resta da spiegare l’alterigia e il sussiego che, a mio modo di vedere, non sono altro che il contegno di chi si muove e cammina tutto teso e impettito come fosse spinto da una forza interiore che lo fa sentire al di sopra degli altri.  A meno che non si tratti, all’origine, dell’atteggiamento risentito e stizzoso di chi viene infastidito perché pressato da qualcuno. Nel dialetto veneto sustàr, insustàr[7] significano appunto ‘irritare, stizzire, infastidire’ ma l’espressione omo pien de susta vale ‘uomo pieno di tempra e fibra robusta’ con la quale, a mio parere, si ritorna al concetto di ‘spinta, carica, molla’.  Non si può far derivare queste voci dal lat. suscitare ‘eccitare’, altrimenti non si saprebbe come spiegare i significati di ‘stanghette per gli occhiali, e di ‘imbroglio’ della voce susta.  Quanto tempo trascorso c’è dietro questa e tante altre parole! Chi credesse che ogni termine nasce con un significato particolare non potrebbe mai, se non artatamente, rimettere insieme, come i pezzi sparpagliati del corpo di Osiride,  tutti i significati che una parola ha sciorinato qua e là, partendo da quello generico iniziale, nel corso della sua lunghissima vita.

 La leggenda voleva che Iside fosse anche l’inventrice della vela.  Il nome della dea in egizio era Aset o Iset.  La prima versione pare che avesse il significato di ‘sedia, sede’ e così si spiega anche il fatto che la dea, rappresentata normalmente con un trono sulla testa, divenisse il simbolo del potere regale o divino. La seconda versione Iset, che probabilmente era pronunciata Ist, come la prima Ast, è molto vicina al gr.hist-ỉon ‘vela, panno, tessuto’, diminutivo di gr. hist-ós ‘tela, telaio, trama’.  Così si spiega anche l’insegnamento dell’arte della tessitura impartito, sempre secondo la tradizione, alle donne egiziane da parte della dea.  O vogliamo forse credere che tutto il mito sia dovuto all’invenzione della mente degli uomini che si misero un bel giorno, o in fasi successive nel tempo, a fantasticare sulla natura, le attribuzioni e il comportamento di Iside così, di punto in bianco, senza nessuno stimolo? La loro opera secondo me si limitò a dare una veste formale di racconto a quanto, intessuto con i significati dei vari nomi attinenti la divinità, si andava a mano a mano formando spontaneamente, attraverso secoli e millenni dall’inizio preistorico del suo culto.






[1] Cfr. l’articolo Il tedesco Hochzeit […] del mio blog (luglio 2015). Iside era la maggiore divinità femminile dell’Egitto.

[2] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato,  I dialetti italiani, UTET, Torino  1998.

[3] Cfr. Dizionario Merriam-Webster. Se si va sul sito: apologeticacattolica.blogspot.it/2011/02/significato-di-adelphos.html  si vedrà che anche il greco adelphos , che normalmente significa ‘fratello’,  ricorrono nei papiri e altrove i più svariati significati che però possono essere riuniti tutti sotto il concetto di ‘congiunto, parente, amico’.  L’etimo tradizionle di ‘couterino’ a mio avviso non è valido. 

[4] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003. 

[5] Termine marinaresco: ciascuno dei cavi per avvolgere rapidamente le vele. Cfr. De Muro, il dizionario della lingua italiana, Bruno Mondadori ed., Paravia, 2000.

[6] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

[7] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato,  I dialetti italiani, cit. sub v. insustàr.


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