lunedì 19 marzo 2018

Il gioco TOPATOPA 'nascondino' e molto altro.


                                                              

   A Lecce dei Marsi il gioco del “nascondino” veniva chiamato topatopa [1] e a Rocca di Botte-Aq topo topo . In altri paesi della Marsica, ad indicare lo stesso gioco, bastava la sola topa, come a Trasacco e Luco dei Marsi.  Ormai ben lo sappiamo, non bisogna credere per nulla che queste denominazioni siano dovute all’inventiva estemporanea di qualche ragazzo e che si siano poi affermate definitivamente.  La denominazione infatti ricorre non solo nella Marsica, ma anche altrove in Abruzzo, nel Lazio e addirittura a Milano (toppa) e nel Trentino (tupa).  Questo fatto depone a favore di una sua origine antica, preistorica, in direzione di un significato che doveva essere, né più né meno, che quello di ‘nascondino, luogo nascosto, tana, buco’.  In effetti un altro nome del gioco era proprio tana, diffuso in molte parti d’Italia.

   C’è un’altra osservazione importante da fare. In greco il termine tóp-os, il cui significato più diffuso e noto è ‘luogo’, indicava anche, in Aristotele, l’organo sessuale femminile (cfr. il vocab. Rocci). Ora, non si può negare che questo termine, a parte la desinenza –os, assomigli ad uno dei nomi più diffusi tra noi per designare l’organo femminile, e cioè topa.  Ma perché faccio un simile accostamento? Il motivo è che, a mio avviso, tutte le voci, dialettali o no, che si riferiscono all’organo sessuale femminile, anche quando sembra che esse indichino tutt’altro, in verità all’origine esprimevano, una volta tolte le incrostazioni superficiali, il concetto di “fessura, cavità, buco” come ho avuto modo di mostrare in alcuni articoli per alcune di esse[2].  E che cosa c’entra questo con la voce topa ‘nascondino’? C’entra perché secondo me questa voce, in tempi lontani o lontanissimi, doveva avere proprio il significato di ‘nascondino, nascondiglio, tana, buco’, cioè il nome stesso del gioco.  Solo che a questo mio saldo convincimento si oppone la vulgata di tutti gli studiosi secondo cui l’organo femminile suddetto è chiamato topa per via figurativa a causa della somiglianza dei peli neri del pube a quelli di una talpa o un topo, e rincarano la dose osservando che anche la sorca ‘organo femminile’ è così chiamata perché simile ad un sorco, sorcio, dal lat. soric-e(m) ‘topo, sorcio’.  E così sembra che, effettivamente, non mi resti che arrendermi e tacere.  Io, però, non demordo perché conosco le mille trappole che le parole, con le loro radici in vita da decine di migliaia di anni, fanno scattare prima di concedere la loro ben custodita intimità. 

   Il ragionamento dei linguisti, che sembra ineccepibile, mostra in realtà qualche punto debole che può inficiarne la validità: come mai solo il pube femminile sarebbe coinvolto nella somiglianza col pelo del topo e non anche il pube maschile, del tutto simile? La lingua, inoltre, che è solita nominare direttamente le cose (come ho mostrato sovente nei miei articoli), contrariamente a quello che appare in superficie, perché mai dovrebbe confondere i peli del pube con l’organo genitale femminile? D’accordo, questi sono solo indizi, anche se sufficienti,però, a mettere in dubbio la veridicità della vulgata dei linguisti.  Ma l’it. toppa ‘buco della serratura’ viene ad assumere in questo contesto la dignità di “prova”, insieme al milanese toppa ‘gioco del nascondino’, al sardo tupa ‘tana’ ma anche ‘buco della serratura’ e al trentino tupa ‘gioco del nascondino’, anche per la facile allusione dell’espressione “buco della chiave” all’atto sessuale, e ci conferma così il sempre presente principio che l’uomo, dando vita al linguaggio, ha normalmente indicato le cose realisticamente per quello che erano e non perché esse fossero simili ad altre che d’altronde, soprattutto alle origini, egli doveva in gran parte ancora nominare.  Siamo pertanto più attenti quando analizziamo i fenomeni linguistici e in questo caso non lasciamoci fuorviare dalla forza seduttiva del pelo, come recita anche un detto volgare. Questa forza del pelo ha inoltre permesso al locutore di scivolare inavvertitamente, quasi con naturalezza, da una parola realisticamente cruda e diretta per i genitali femminili verso l’uso di un termine omofono ma di significato diverso che comunque si prestava  ad indicare per via figurata ed eufemistica una cosa così pruriginosa come i genitali femminili: ma che si tratti per così dire di falso gioco eufemistico, perché sotto la superficie del termine ben si nasconde l’originario termine diretto e crudo, credo di averlo sufficientemente mostrato sopra, come del resto è avvenuto anche per la coppia fresca/fregna di cui ho parlato nell’articolo sopra citato. Pertanto è molto probabile che i numerosi termini, con cui viene indicato nei dialetti l’organo sessuale femminile, nascondano un meccanismo simile in base al quale si deve andare a cercare in fondo ai vari significati superficiali quelli di buco, cavità, insenatura, ecc. più direttamente rispondenti alla cosa da nominare. A rendere poi questa operazione non sempre facile c’è da notare che, in questi casi, le parole che indicavano direttamente i genitali femminili caddero dall’uso facilitando l’impressione, anzi, la certezza che, sotto i termini omofoni subentrati al loro posto, non ci fosse nessun altro termine da cercare: errore gravissimo che insieme a qualche altro ha impedito, a mio avviso, alla linguistica di aprire panorami nuovi nella ricerca, molto diversi da quello tradizionale.  Ma è un fatto che, se i termini con i significati nudi e crudi sono scomparsi, restano comunque, nei dialetti ma anche nell’italiano stesso o in altre lingue, diversi altri termini più o meno omofoni col significato generico di ‘cavità’, affine a quello di organo sessuale femminile.  Fatto che conferma la bontà di ciò che vado sostenendo.  Ma per tagliare definitivamente la testa al toro riguardo ai cosiddetti significati figurati o metaforici delle parole voglio fare l’esempio di una espressione che ho decifrato proprio qualche giorno fa.
   
    Mi sono chiesto perché, per definire una persona molto bassa, si usa dire, non sempre scherzosamente, “è un tappo, è un tappetto”.  Perché mai l’inventore, diciamo così, di questa curiosa espressione è ricorso al tappo, tra i tanti piccoli oggetti, sinonimi o meno di tappo, come cavicchio, zipolo, legnetto, cece, cicerchia, puntina, fuscello, pagliuca, ecc.? Dopo aver riflettuto un po’, poco convinto del significato metaforico di tappo, mi è venuto in mente l’aggettivo greco tap-ein-ós ‘umile, misero’ ma anche ‘basso (di luogo), basso di statura’.  In italiano tapino ha mantenuto solo il significato figurato di ‘misero, infelice, povero, ecc.’ e chi cita il termine greco solitamente dimentica questo significato che doveva essere quello concreto originario. La forma dialettale tappìnë[3] con la labiale raddoppiata ci fa capire che la parola dovette essere intesa ad un certo momento come diminutivo di tappo e questo favorì l’origine dell’espressione suddetta essere un tappo ‘essere assai basso’.  Ma poteva esserci in Grecia e altrove un sostantivo poi caduto in disuso, formato dalla radice dell’aggettivo tap-ino.  Le tappine in Sicilia e altrove sono scarpe basse, senza tacco, pianelle. Nella laguna veneta le tappine sono fondali bassi, secche. Anche nella lingua spagnola il termine tapón ‘tappo’ viene usato, familiarmente, per ‘persona bassa’. 

  Qualcuno fa derivare l’aggettivo tapino dall’ant.fr. tapin ‘nascosto, silenzioso’ di origine germanica, cfr. gotico tapp-jan ‘nascondere’, che per me è variante, nella radice, di it.topa ‘genitali femminili’ o it. topa ’nascondino’.  D’altronde anche l’ingl. tap ‘zipolo,tappo’, ted.occid. tap ‘tappo’, ted. moderno zapf ‘zipolo,tappo’ insieme all’it.tappo condividono con il verbo gotico citato la funzione di “nascondere” nel senso di  ‘coprire, chiudere’ in riferimento ai vari buchi di recipienti contenenti in genere liquidi.  Da non dimenticare la variante ingl. top ‘tappo’ come nell’espressione (bottle) top ‘tappo della bottiglia’ nonché il sardo tup-óne ‘tappo’, anche piccolo, in cui il falso suffisso –óne non è accrescitivo. La lingua è terribilmente versicolore, ingannevole e sempre pronta a mescolare le carte in tavola; infatti in questo caso cerca di insinuare nella mente del parlante l’idea che quel top abbia il normale significato di ‘cima, punta,apice,colmo’ del collo della bottiglia dove si trova il buco col tappo.  Ma a noi non ci frega! Sappiamo che la parola deve indicare la cosa in sé e non per via metaforica. Infatti il verbo to top vale anche ‘coprire’, significato che scivola facilmente in quello di ‘chiudere’, e in diversi altri. E in effetti se ci si riflette un po’ il significato di ‘essere in cima’ in questo caso non è altro che lo sviluppo del significato di ‘coprire’: qualcosa che copre un’altra cosa, deve stare spesso in cima, sopra all’altra, non importa se con contatto o senza. La parola top è usata anche per indicare una vasta gamma di indumenti della parte superiore del corpo, compreso il reggiseno: da quello che abbiamo detto, però, il concetto di ‘parte superiore’ nella definizione del termine è qualcosa che è subentrato successivamente, per via dell’incrocio di top ‘cima, vertice’ con l’originario *top ‘copertura, coperta ’ e quindi ‘giacca, maglia, indumento’, col quale siamo tornati, se vogliamo, all’italiano  dialettale tupa ‘cavità, buco, tana, nascondino’ e dialett. topa ‘genitali femminili’ . Ma c’è ancora l’it. toppa (rammendo di uno strappo) il cui senso originario doveva essere quello di chiusura, ostruzione, copertura e di pezzo di stoffa che si prestava a riparare un buco, uno strappo in un indumento. E l’it. in-toppo nel senso appunto, di ‘ostacolo, ostruzione’ dove lo mettiamo?. La ciliegina sulla torta è per me rappresentata, però, dal nome composto inglese top secret ‘massimo segreto ’ che, come ho mostrato per altri composti in altri articoli, inizialmente doveva essere una tautologia in cui la prima componente top aveva lo stesso significato di secret ‘segreto, nascosto’ di origine latina.  Successivamente l’espressione si è prestata, a causa dell’incrocio con top ‘massimo’, ad esprimere un segreto particolarmente riservato. Allo stesso modo dobbiamo toglierci dalla mente che l’it. topaia ‘buco di topi, bugigattolo, stamberga’ deve il suo nome a quello del roditore. Diceva pressappoco il Saussure che la lingua, contrariamente all’idea falsa che ce ne facciamo, non è un meccanismo creato apposta per la descrizione dei concetti che deve esprimere[4]. Essa si arrangia come meglio può, riciclando spesso parole che originariamente avevano un altro significato, fortuitamente sostituito da uno più moderno e diffuso, proprio di un altro termine omofono.

   I riferimenti relativi a questa radice non finiscono qui.  Anche il lat. tub-u(m) ‘tubo, condotto’ e il lat. tub-a(m) ‘tromba’, ingl. tub ‘mastello, tinozza’, ted. Topf ‘pentola’ in quanto  “cavità”,  fanno parte della stessa famiglia unitamente alla variante oscoumbra tufa che continua in svariati dialetti italiani nelle forme tofa, tufa, tuva, ecc. indicanti una grossa conchiglia tortile di forma conica usata un tempo da pescatori e pastori a mo’ di tromba.[5]  Nell’antichità latino-greca la tofa era simbolo di fertilità femminile per ovvi motivi, credo, data l’apertura della conchiglia che dava l’idea dei genitali femminili o della cavità conica dell’utero. Ma poteva anche darsi che in qualche lingua con quel termine si indicassero chiaramente i genitali femminili: cfr. il gr. top-os 'genitali femminili' sopracitato. In napoletano un insulto rivolto a madri o sorelle di qualcuno era quello di tofa  che significava e significa ancora ‘puttana, zoccola’, voce quest’ultima che ha nei dialetti due significati, quello di ‘topo di chiavica’ e quello di ‘puttana’ oltre a quello di ‘organo sessuale femminile’[6]. In paesi dell’Estremo Oriente ancora oggi si suona questa conchiglia in occasione di cerimonie relative alla fertilità e alla nascita. Era qui allora che, a mio avviso, gli etimologi dovevano cercare per trovare la spiegazione del dial. topa ‘organo sessuale femminile’! Ma la voce topa ‘femmina del topo’ o anche ’talpa’ era la più comune, la più diffusa e anche la più a portata di mano nel nostro cervello, sicchè si superò anche il naturale ribrezzo che il roditore, in specie quello di fogna, suscita e che avrebbe dovuto in qualche modo impedire il paragone tra i due referenti. Le due tope, insomma, erano a mio parere impossibili da paragonare vicendevolmente in quanto generanti sentimenti diametralmente opposti: attrazione e repellenza.  Della stessa famiglia sono a mio parere le voci dialettali corse tofone, tufone, tafone[7] ’foro,buco,burrone’ nonché il gallurese tavoni ‘breccia, buco nel muro’ e la voce tàfano ‘ano’ del dialetto di Aielli-Aq, il mio paese, e di altri.

   La topa è una imbarcazione (quindi una cavità) a fondo piatto della Laguna di Venezia, che nel nome richiama l’ingl. tub ‘tinozza’ sopra citato’, termine che vale anche ‘sorta di imbarcazione’. A Frassinoro-Mo la voce topa indica un copricapo a busta realizzato con pelliccia, simile al colbacco, e lo si fa derivare da topa ‘genitali femminili’ ma si trascura il fatto che topa  è anche un termine hindi che indica varie specie di ‘copricapi’ o anche il ‘cofano’. Nel caso della topa di Frassinoro ritorna la tentazione di crederla derivata figuratamente dall’idea di ”pelo, pelame”  connessa con quella di “topo”.  Il fatto è che la radice top aveva già in ingl. dial.  il sign. di ‘ciuffo, bioccolo’ come in ingl. tuft ‘ciuffo, fiocco ’ e ant.fr. top ‘ciuffo’; quindi, anche per questa via si dovrebbe escludere il tentativo di collegare i termini alla peluria del roditore. Ma c’è da supporre che questi significati di ‘ciuffo, pelame’ rinviano all’idea di “insieme, gruppo, unione’, già adombrata nel significato di ‘coprire’ che la radice come abbiamo visto aveva; infatti l’idea di “coprire” coinvolge anche quella di ‘stare addosso, formare un gruppo, un insieme, una massa’ come risulta evidente, ad esempio, nella voce del dialetto di Trasacco-Aq toppë ‘gruppo di persone, assembramento, capannello di gente, bioccolo, groviglio, grumo di farina’.  Da questo si capisce bene anche l’origine del dialettale abruzzese toppa ‘zolla’ e toppa ‘palla di neve’, nonché il sardo tupa ‘macchia, cespuglio’ che abbiamo più sopra incontrato ma col significato di ‘tana, buco della serratura’.

  Questa radice TOP- ha avuto la fortuna, dunque, di conservarsi, con le sue varianti e con gli svariati significati, riallacciabili comunque gli uni agli altri, in diverse lingue o nella stessa lingua.  Naturalmente non credo di averli elencati tutti. Qualcuno è rimasto fuori.  Ma è ora di passare ad analizzare velocemente, per non rendere l’articolo troppo lungo, l’altra voce dialettale sorga, soreca ‘organo sessuale femminile, che avevamo introdotta all’inizio dell’articolo e da cui pare derivare anche la voce regionale zoccola, più sopra citata, attraverso un diminutivo lat.*sorc-ula(m) da lat.sorex, -icis ‘topo’, incrociato con it. zoccolo da lat. volg. *socc-ul-u(m), diminutivo di lat. socc-u(m)’zoccolo,sandalo’.

    La radice di soreca, sorega deve essere quella di gr. sarko-phágos ’sarcofago’, parola che i greci credevano erroneamente che indicasse una pietra calcarea che consumava (-phágos) rapidamente la carne (sarco-) dei cadaveri.  La verità è che essi si trovarono di fronte ad un composto il cui significato superficiale era cetamente quello, ma in epoche preistoriche esso dovè indicare proprio il ‘sarcofago, cassa da morto, urna, loculo’ in quanto ‘cavità’.  La radice della prima componente secondo me è la stessa di gr. sarg-ánē ‘canestro, cesta’, gr. sṓrak-os ‘paniere, cestello’, gr. súrikh-os ‘paniere, cestello’, in quanto ‘cavità’, non importa se fatta di vimini o altro, anche se radici per l’uno e l’altro concetto si saranno senz’altro incrociate.  Il termine che taglia la testa al toro è sarrac ‘seppellire, sotterrare’[8] del dialetto di Trasacco-Aq. e sarrac ‘sotterrare, nascondere’[9] di Luco dei Marsi-Aq.  Qui il raddoppiamento della liquida /r/ sarà dovuto alla necessità di distinguere il verbo dall’altro in uso dalle nostre parti ed altrove e cioè saracà ‘battere, percuotere’.  Le citate parole greche per ‘canestro, cesta’ sono ampliamenti e varianti della radice di gr. sor-ós ‘serbatoio, urna, cassa da morto, bara’, gr. sor-éllē ‘urna cineraria’. Molti sono i termini sparsi in molte parti d’Europa che hanno il significato di ‘indumento, camicia’ in quanto ‘cavità’ che avvolge e copre, com ingl. dial. sark ‘camicia’, rum. sarica ‘mantello di lana’, lat. sarc-ina(m) ‘fagotto, bagaglio, involto’  che non va accostato direttamente al verbo sarc-ire ‘cucire’, per quanto i due concetti, che a noi appaiono diversi,  possono trovare un punto di contatto nell’idea di ‘unione, connessione, accumulo, compressione, avvolgimento’.  Per questa via si può arrivare a spiegare facilmente anche l'it. sar(a)cin-esca, in quanto 'connessione, cucitura, chiusura', allontanando così anche l'ombra fastidiosa dei saraceni che ne avrebbero inventato l'uso. D'altronde la parola era lì con  tutta la sua forza evocatrice e non si poteva nemmeno lontanamente supporre che essi avessero dato alla parola solo il contributo, forse, della /a/ tra parentesi a causa dell'incrocio tra i due termini simili.  E' stata proprio la facilità ad individuare abbastanza spesso le più probabili radici, che non mi pare faciloneria, ad avermi dato la forza di continuare per tanti anni nella ricerca, e a convincermi sempre più della reale produttività del mio metodo d'indagine.  

    L’ingl. dial. sark ‘camicia’ sopra citato,  presenta varianti numerose in Europa, oltre l’ant. ingl. serc, serce, con significati uguali o un po’ diversi  come ant. sl. sraka ‘tunica’, russo soročka ‘camicia’, bosniaco saruk 'turbante', rom. sarica ‘mantello di lana’ , finland. sarkki ‘camicia’, lit. sarkas ‘camicia’, russo soreka ‘antico copricapo femminile’, abr. sàrica ‘camiciotto di lino usato dai contadini al lavoro’,  abr. sàrëchë ‘giubba’[10]. Il tipico copricapo filippino fatto con foglie di bambù è chiamato, da una lingua locale, sarok. Non può essere scartato nemmeno il sarong, il drappo di cotone o lino avvolto intorno alla vita, in molti paesi del sud-est asiatico, se esso significa etimologicamente 'guaina, copertura', secondo il dizionario Webster.  Ce ne sono altri nei dialetti italiani. In questo contesto è molto interessante, per scoprire i numerosi influssi reciproci delle parole, riflettere su alcune definizioni come quella dell’abr. surëc-onë ‘topo tettaiolo’ che formalmente sembra solo un accrescitivo di abr. sorëchë ‘sorcio, grosso topo’, parola che però nei dialetti già di per sé esprimeva spesso  la dimensione accrescitiva, indicando il topo di fogna, cioè la zoccola, denominazione etimologicamente legata all’altra voce, come abbiamo già visto. Il topo tettaiolo vive nei tetti, nelle soffitte, negli scantinati ma come mai la parola portava spesso con sé la precisazione che si trattava di topo di fogna o di soffitta? La risposta è che essa, nel lontano passato, si era incrociata con altra parola indicante una buca, una tana o anche un ambiente più o meno disordinato o degradato come una stamberga, un tugurio, una prigione (di quelle di una volta), un bugigattolo.  La fogna, abituale residenza di questi ratti, è appunto un canale di smaltimento di acque reflue, generalmente sotterraneo e angusto, e la soffitta di una casa è appunto lo spazio ristretto del sottotetto.  Ora, la radice di ingl. sark ‘camicia’ sopra incontrata è usata ad indicare in edilizia le sark-ing boards ‘tavole di copertura’, pannelli o tavole più o meno sottili che si inchiodano alle travi del tetto per sostenere poi le tegole o lastre di ardesia.  Eccola allora la radice, che, con le molte varianti, doveva essere alla base della relativa parola scomparsa ma solo dopo essersi incontrata con l’altra per ‘topo’ ed averne ampliato il significato in ‘topo di fogna, di scantinato, di soffitta’. C’è comunque il marchigiano (Arcevia-An) sorchi-àra ‘prigione’[11] che ci dà una mano. Il termine non è sorci-àra da sorce ’sorcio’, come ci saremmo aspettati, ma deve essere lo sviluppo di un lat. mediev, *sorc-ul-ari-a(m) > *sorcl-ari-a(m) > sorchi-ara, derivato non da un diminutivo per ‘sorcio’ ma di uno per ‘stamberga, bugigattolo, prigione’. Buon ultimo mi pare opportuno citare anche il gr. súrigg-s ‘siringa, zampogna, custodia della lancia, vena, fistola, corridoio, galleria, tomba egiziana (scavata nella roccia)’.  I vari significati ruotano tutti intorno al concetto di ‘cavità, condotto’ e la parola sembra una variante della radice di cui stiamo parlando.  Anche l’espressione topo tettaiolo deve essere il risultato dell’incrocio di un termine topo per ‘copertura’, come si è visto più sopra, con la parola lat. tect-u(m) ‘tetto’, in quanto ‘copertura’. Le parole sono certo antichissime ed hanno avuto modo di incontrarne diverse con le quali hanno intrecciato una relazione!

   Non vorrei dimenticare l’it. sarrocch-ino o sanrocch-ino, un corto mantello di cuoio o di tela incerata, usato un tempo dai pellegrini. Esso, secondo me, ci riporta alla multiforme radice sopra citata col significato generico di ‘copertura’.  Molti, spiegandone la storia, si lasciano ingannare dal fatto che san Rocco, il protettore dalla peste ed altre malattie, usualmente viene rappresentato con un mantello di quel tipo.  Non tengono conto, costoro, che il nome e la figura di questo Santo, storicamente molto incerta e fumosa, saranno stati alimentati dall’apporto delle parole, almeno di alcune, che avrà incontrato in Europa. Pare, ma non è certo, che fosse nato a Montpellier in Francia. E non si può quindi non riflettere che il suo nome quasi coincide col medio alto tedesco sarrok ‘veste militare’[12], appartenente alle radici suddette.

  Chiudo citando una curiosa e interessantissima espressione del dialetto lucano di Gallicchio-Pt e cioè cammisë d’u surgë ‘camicia del topo’[13], gioco in cui due persone si passano con le mani un filo legato alle estremità e lo guidano sapientemente a formare un intreccio, che sarebbe quindi la camicia del topo, ma in realtà i due termini pervenuti da tempi lontanissimi, attraverso quel gioco, dovevano indicare proprio un intreccio, una sorta di tessuto la cui radice (quella di surgë ) si incrociò con altro termine simile che con quella radice indicava appunto una maglia, una camicia. L’idea di ‘tessere, intrecciare, connettere’  può declinarsi sia come ‘unione di più cose (in questo caso fili ) e quindi di ‘panno, tessuto’, sia come ‘copertura, indumento, ecc.’. Il napoletano la surëchë[14] significa anche ‘tipica acconciatura femminile’, che dovrebbe corrispondere a quella un tempo usuale tra le donne e chiamata crocchia o anche cipolla: un intreccio  di capelli o trecce ravvolti sulla nuca o sul capo.



[2] Cfr. ad es. l’articolo “Fischia-froce []” presente nel mio blog (aprile 2011) pietromaccallini.blogspot.it.

[3] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. F. de Saussure, Corso di linguistica generale (tradotto e commentato da T. De Mauro), Editori Laterza,1076, p.104.

[5] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino, 1998, sub v. tófa e tùfa.

[6] Cfr. Q . Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, sub v. zòcquela.

[8] Cf. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, cit.

[9] Cfr. G.Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[10] Cfr. D. Bielli, cit.

[11] Cfr. Cortelazzo-Marcato, cit.

[14] Cfr. Ivan Cavicchi, In mezzo al petto tuo, Ediz. Dedalo, Bari, 2009, p. 207.

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