lunedì 2 luglio 2012

Nomi di animali nelle espressioni idiomatiche della valle dell'Adda e della Mera (con sobbalzi di sorpresa sulla sedia)


I nomi di piccoli animali che ricorrono nei dialetti ad indicare, spesso stranamente e senza una motivazione razionale, le cose più varie (malattie, paure, piante, fenomeni atmosferici, ecc.) vengono attualmente interpretati da parte dei linguisti come il segno di un perdurare, dai tempi oscuri della preistoria, di un atteggiamento animistico da parte dell’uomo nei confronti della realtà da nominare, sicchè il pensiero selvaggio delle società primitive affiorerebbe anche nel linguaggio delle società moderne evolute. E questo è certamente un passo in avanti nel modo di considerare alcuni fatti linguistici che precedentemente venivano attribuiti alla fantasia dell’uomo o al suo lato scherzoso simile a quello dei fanciulli. Anch’io sostengo che l’animismo è alla base del pensiero dell’uomo, ma non nel senso che esso abbia determinato quei modi strani di nominare le cose, cui ho poco fa accennato.

Ho riflettuto su alcuni di questi termini o espressioni riportati (a p.246) dal linguista Remo Bracchi (1) nella sua ponderosa opera parzialmente consultabile in internet e ne ho tratto le considerazioni che subito dirò. Ad indicare l’intirizzimento delle dita e la sensazione quasi di “punte metalliche conficcate nella carne” provocata dal freddo, a Tirano si usa l’espressione avéch l pich sùta li ùngi ‘sentire il picchio battere col becco (lett. ‘avere il picchio sotto le unghie’)’. A me pare evidente che, quando la frase nacque, non dovette essere riferita al picchio, nominato magari per evitare il nome diretto tabuizzato della incresciosa sensazione (così ragionano i linguisti che si intendono di pensiero selvaggio), ma proprio a qualche 'punta, spina, punteruolo' che con quella radice pik, molto diffusa in Italia e altrove (cfr. ingl. tooth-pick ’stuzzicadenti’, abr. marsicano picchë ‘membro virile, piccone’), si indicava, andando così a combaciare perfettamente con la sensazione di “punte metalliche”, secondo le parole dello stesso Bracchi. In effetti a Poggiridenti si incontra, per esprimere una sensazione simile che si prova quando si passa dal freddo intenso al caldo, la voce formalmente omologa picul ‘picciolo’ il cui significato, come osserva Bracchi, non si può abbinare al denominato, e pertanto a suo avviso sarebbe da ricondurre al ‘picchio’: evidentemente il linguista non sa staccarsi dal suo schema di riferimento, seguito da tutti i linguisti, che considerano i nomi di questi animaletti come dei sostituti usati a copertura del nome diretto della sensazione vera e propria ritenuta di natura demoniaca, e pertanto innominabile, perché magari colpita da interdetto di tipo tabuistico. Ma, se si riflette con animo sgombro da pregiudizi e con mente serena, non si può non notare che un ‘picciòlo’(2) è in verità uno ‘stecchetto’ e cioè ugualmente una ‘punta’ che potrebbe alla grande conficcarsi sotto le unghie o altrove provocando quella sensazione di dolore. Il termine, a mio avviso, va comparato col ted. Pickel ‘piccozza’, simile non solo formalmente all’ingl. pickle ‘salamoia, sottaceti, aceto’ ma anche sostanzialmente se il significato di fondo dei due termini fa capo a quello di ‘pungere’.

La radice si ripresenta a Premana nell’espressione pelà picìti ‘spiumare pettirossi’ cioè ‘avere molto freddo’ che fa il paio con quella di Samòlago pelè i pàsar ‘soffrire il freddo’, lett. ‘spennare i passeri’. Ora, siccome sono convinto, per i precedenti esempi, che qui il termine picìti non può indicare i ‘pettirossi’, ma deve ugualmente riferirsi a qualcosa come it. picchetto, piolo, debbo di conseguenza cercare un significato diverso anche per pelà ‘pelare, spennare’ e lo trovo nell’ingl. feel ‘provare, sentire, sentire al tatto’, ted. fühl-en ‘sentire, tastare, palpare’ col normale passaggio, nelle lingue germaniche, dalla labiale sorda iniziale –p- alla spirante sorda –f-. Va da sé quindi che queste espressioni ci dovrebbero arrivare difilato dalla preistoria. Probabilmente anche il lat. pal-p-are ‘palpare, carezzare’, lat. pell-ere ‘spingere, battere, percuotere’, gr. pel-emíz-o ‘agito, scuoto, vibro’ ecc. sono della partita. Ma i pàsar ‘passeri’ come li sistemiamo? Ah! essi ammiccano al termine gr. pással-os (lat. pessulum ‘chiavistello’) ‘chiodo, caviglia, arpione, piolo, palo’ e ci riconducono alle sensazioni da brivido delle ‘punte’ penetranti nella carne. Ma, al di sotto di queste espressioni fortemente espressive, potrebbero esserci i vari modi delle comunità preistoriche di indicare semplicemente il ‘freddo’ nei loro vocabolari, concetto ben espresso da quello di "pungere" come in tutti i casi precedenti.

Il Bracchi vede in queste due ultime espressioni un tentativo di razionalizzazione nell’impiego dei nomi dei piccoli volatili (rispetto ai precedenti considerati molto strani per noi “eredi di Cartesio” ma, naturalmente, non per i selvaggi), in quanto i pettirossi verrebbero catturati con gli archetti all’arrivo dei primi freddi. Ma anche questa spiegazione è lontana da quella che abbiamo data, perché ricorre a motivazioni per così dire extralinguistiche, quando invece bisogna frugare nel ricco sottofondo degli stessi termini dove quasi sempre si troverà una soluzione solida, diretta, senza mediazioni culturali di sorta. Una conseguenza importante delle spiegazioni sopra date è la considerazione che gli uomini del passato, anche preistorico, che usarono questi modi di dire, avevano un cervello razionale esattamente come il nostro, e che quindi questo gran parlare, da parte degli studiosi, di pensiero selvaggio rischia di sostituire un altro tipo di retorica a quella precedente della fantasia e della propensione allo scherzo da parte dell’uomo preistorico. Però la lingua, che anch’essi ereditavano da generazioni precedenti, giocava loro ugualmente gli stessi tiri di cui siamo vittime noi e quindi erano propensi a credere senza riserve a quello che le parole stesse loro dicevano. Naturalmente, non possedendo ancora una mentalità scientifica così evoluta come la nostra, essi svilupparono un sistema di credenze mitico-religiose vasto, pervasivo e totalizzante, non ancora toccato dal sano soffio dello scetticismo. In questo senso erano certamente molto diversi da noi. Ma fino ad un certo punto, se anche oggi nelle società progredite milioni di persone frequentano gli studi di maghi e fattucchiere. La differenza è che allora la società tutta, compresa -diciamo così- la classe dominante, ci credeva profondamente.

Proseguendo nella sua analisi il Bracchi crede di poter finalmente interpretare senza ambiguità le espressioni in cui, in area bresciana e veneta, compare esplicitamente il nome del diavolo al posto di quello delle alate creature. Il diavolo, si sa, non può che causare il male all’uomo, anche quello dell’intirizzimento, come Berlusconi il tiranno all’Italia, secondo certi sapientoni dagli sguardi taurini che, a vederli e sentirli nelle piazze e nei bar, vorrebbero far credere, con la loro aria da ispirati, che se ne intendono di certe cose (che invece sono molto al di sopra delle nostre comuni capacità interpretative e più complicate della linguistica!) ma che in effetti strabuzzano solo gli occhi —che indegno spettacolo!— e sdilinquiscono di fronte al rosso, perdendo il ben dell’intelletto (ammesso che ce l'abbiano!) e l’imparzialità critica nelle analisi politico-economiche. Povero diavolo, il parafulmine di tutti i guai del mondo! In camuno, infatti, il fenomeno è descritto come ciapà al diauli an de le mà (an dei dic’) ‘avvertire sintomi di intirizzimento alle estremita della dita’, nel valsuganotto si dice vér i giaoléti (giaolini) ai déi ‘avere i diavoletti alle dita’, nel trentino sentir i diaolìni éntei dédi, nello zoldano si ha il semplice diaolìn, diaulìn (3)‘unghiella, formicolii e bruciori sulle punte delle dita, primi sintomi di congelamento’. Anche qui il Bracchi, non avvertendo la necessità di spiegare in modo strettamente linguistico la valenza dei vari “diavolini” e sentendosi pago di quello che la tradizione culturale gli ammannisce sul diavolo per capire il significato delle espressioni, cade vittima, esattamente come gli uomini preistorici, del solito tiro giocato dagli incroci e sovrapposizioni delle parole. A non parlare del fatto che in questi casi il solo nominare il diavolo, se da una parte permette di usare un termine diverso da quello caduto sotto interdizione tabuistica, dall’altra dovrebbe causare, secondo la logica del pensiero primitivo, una sua evocazione bella e buona che potrebbe combinare guai ben più seri di quelli che si vorrebbero evitare, nonostante l’uso della forma diminutivo-vezzeggiativa (almeno per noi) con cui lo si chiama (diaolìn ma talora anche diauli, non alterato). A me infatti appare evidente, anche in questo caso, che il "diavolo" copra un sottostante termine per ‘trafittura, fitta, punta’ facente capo alla stessa radice greca del termine diavolo, cioè il gr. dia-bállō ‘caccio (-bállō) attraverso (dia-), trafiggo (metaf. ‘calunnio’)’. Quale radice sarebbe stata più acconcia di questa ad esprimere le ‘trafitture, fitte, punture’ provocate dal freddo o anche gli strumenti atti a generarle come ‘punte, punteruoli, chiodi’? Altro che diavolo! E allora non resta che prendere atto della nuda realtà e comportarsi di conseguenza. D’altronde non è forse vero che le corna con cui viene tradizionalmente rappresentato il diavolo attingono in fondo allo stesso concetto di “punta”? e non è forse vero che lo strumento d’elezione del diavolo sia costituito da un bel forcone con cui arronciglia i dannati che gli capitano a tiro? Donde crediamo che queste rappresentazioni traggano origine se non dai significati più o meno profondi della parola diavolo? Da dove spuntano mai i dialettali diavulitti, diavolilli ‘peperoncini rossi molto piccanti’ se non dal loro essere appunto ‘piccanti, mordenti, trafiggenti’ e anche dalla loro forma similissima a quella di un corno o di una punta (4)?  I vari Ponti del Diavolo sparsi in tutta Italia sono sempre epifania di questa radice nel suo valore di ‘passaggio’. Nella Marsica abbiamo alcuni Passi del Diavolo che certamente non hanno tratto il nome dal fatto che qualcuno abbia giurato di avervi visto passare scodinzolando furiosamente l’antico avversario dell’uomo, magari in una notte tempestosa e minacciosa, o in virtù di altre favole più o meno amene su strani fatti e interventi del diavolo. Piuttosto, come abbiamo asserito più volte in articoli precedenti, bisogna in questi casi seguire realisticamente il movimento opposto, dal nome del ponte alla storiella relativa.

Avevo dimenticato le espressioni al va i usgelìn sóta li óngia (a Bormio) e al va i uceglìn sóta li óng(h)ia (Valfurva) ‘gli uccellini si introducono sotto le unghie’ che il Bracchi attribuisce alla “immaginazione popolare”(ma non si voleva ridurre anziché aumentare lo spazio della fantasia?), supponendo probabilmente che l’espressione, una volta escogitata in una delle due località vicine, si sia diffusa anche nell’altra, perché non si può pretendere che una frase così singolare venga in mente a persone diverse, viventi in località distanti tra loro. Ma si dà il caso che la frase si ritrova sostanzialmente uguale a Campegine di Reggio Emilia (una bella distanza!), il paese di Riccardo Bertani famoso linguista contadino: a-go i’ ozlein ai dij ‘ho gli uccellini nelle dita’ per ‘provo una sensazione di intirizzimento, bruciore alle dita’, e allora bisogna pensare più realisticamente che non di immaginazione si tratta ma di un nome comune che in tempi molto lontani aveva la valenza di ‘stecchini, punte, spine’ o di ‘formicolio, prurito', come avviene per le parole delle altre espressioni simili sopra analizzate. Si può guardare all’ingl. to itch ‘avere prurito, prudere, pizzicare’ equivalente al ted. juck-en ‘pizzicare, far prurito’ per il quale ultimo non sarebbe anormale pensare ad una variante col diffusissimo suffisso –el ottenendo così una forma *juckel-n dallo stesso significato. A questo punto sarebbe facile supporre il distacco della semivocale iniziale –j- che passa a fungere da articolo determinativo (deglutinazione) in modo da avere la trafila *i uckel, i uccell , i uzzel e quindi i vari attuali i uceglìn, ozlein, ecc. Del resto esiste anche l’ingl. joggle ‘spina, piolo, caviglia’ che sarebbe perfetto. Mi domando se anche l’it. ugello, dall’etimo molto incerto, non sia da spiegare in questo modo. Secondo me anche il tosc. uzzolo ‘desiderio acuto, improvviso’ potrebbe trovare la spiegazione in questa radice per ‘prurito’. In realtà esiste un ted. juckel-n (più sopra citato in forma asteriscata) ma col significato di ingl. to joggle along oppure to jog along ‘procedere lentamente, seguire il solito tran tran’ la cui radice è sempre quella di ingl. jog ‘spinta, urto, andatura lenta’ ma in americano anche ‘sporgenza’, da cui promana il significato di ingl. joggle ‘spina, piolo, caviglia’ di cui sopra.

Interessantissime sono altre espressioni usate per evitare di nominare direttamente il diavolo (il che sarebbe equivalso ad evocarlo, sostiene il Bracchi) perché anch’esse nascondono invece una realtà opposta, cioè una nominazione diretta del referente! A me pare, per esempio, che dietro il livignasco chel di cörn, quel di coregn ‘il diavolo’ lett. ‘quello dalle corna’ debba nascondersi un’espressione simile al gr. di-kérōs ‘bicorne’ riferita, già nell’inno omerico a Pan, a questo dio campestre, pelosissimo e dotato di due corna, passato ad indicare il demonio nella tradizione popolare cristiana; pertanto l’espressione non significa letteralmente ‘quello delle corna’ ma semplicemente ‘quello bicorne’ cioè ‘il bicorne’ che nella preistoria poteva inoltre individuare una divinità diversa dal diavolo. E’ infatti credibile che anche presso i Greci si fosse verificato un fenomeno di sovrapposizione di valori in questo epiteto il cui primo elemento di- poteva portare con sé il sign. di ‘luce’, condiviso anche dal secondo –kérōs nel caso in cui questo alludesse alla radice di gr. kera-unós ‘fulmine’: il dio Pan era inizialmente una divinità solare come ho spiegato ampiamente nel mio post La tradizione della Panarda […] del gennaio 2012. Due di questi epiteti riferiti al diavolo mi hanno fatto letteralmente sobbalzare di stupore sulla sedia, e cioè il ticinese quéll di düü ( a p.215) ‘quello dei due’, con la reticenza sulle corna –sostiene il Bracchi-, ma che secondo me fa emergere nientemeno che la figura di Dite padre (cfr. lat. Dis o Ditis pater oppure Dies-piter, Dis-piter) da cui tutti i Galli (5) credevano di discendere, compresi probabilmente anche quelli della Gallia Cisalpina. L’espressione quell di düü quindi non significherebbe ‘quello delle due (corna)’ ma semplicemente ‘il Dite, Dite’ , divinità della notte ma anche degli Inferi, da cui la sua probabilissima demonizzazione da parte della Chiesa, come emerge da questa mia interpretazione. Ma l’espressione veramente fantastica è quella piemontese l diàu di pe dré (n. 131, p. 211) ‘diavolo ai piedi (pe) posteriori (dré ‘dietro’)’ molto discussa dagli studiosi che indicava, nel Medioevo, la figura del diavolo che se ne andava in giro -si credeva- come pellegrino o monaco, avvolto in un tabarro che lasciava scoperti i piedi caprini posteriori dall’unghia fessa, su cui il demonio camminava. Beati loro, i linguisti, che possono sfoderare impunemente tutte le loro vaste conoscenze per avvalorare questa o quella opinione, ma purtroppo non pensano nemmeno per una frazione di secondo che sarebbe meglio andare a scavare sotto le parole (d’altronde il mio metodo, che sostengo da una ventina d’anni, credo sia loro completamente ignoto o al massimo considerato con sufficienza)! Ma la tremenda beffa giocata loro dal diavolo, che è un loico sottile per natura, stavolta li farà andare a testa bassa per il resto della loro vita, o almeno attirerà loro addosso, in futuro, una severa damnatio memoriae. Anche qui a me pare chiaro di dover individuare, infatti, sotto il sintagma pe dré, nientemeno che l’epiteto pater ‘padre’ di Dite, pronunciato secondo l’inflessione propria delle parlate celtiche e cioè pèdre (fr. père). Io conosco il romagnolo pèdre ‘padre’ ma non il piemontese, che dovrebbe però essere più o meno uguale. Allora tutta l’espressione di pe dré verrebbe a significare, quasi per magia, non ‘il diavolo ai piedi di dietro’ ma, stupendamente, ‘il diavolo Dite padre’! Questa interpretazione è così calzante, semplice, di per sé autorevole da far emergere tutta la capziosità dei vari tentativi volti a spiegare diversamente la strana espressione sibillina che pure, proprio per questo, da un lato evidenziava già la sua improbabilità, preannunciata dal suo sospetto ermetismo, e, dall’altro, doveva mettere sul chi vive ogni interprete, cosa che regolarmente non è avvenuta. Ma mi rendo anche conto che tutto ciò non poteva essere percepito da chi ha tutt’altra visione del fenomeno. E’ presumibile che queste sovrapposizioni di significati siano potute avvenire quando, decaduto ormai il culto di Dite e divenuto di conseguenza oscuro il suo nome, la gente lo rietimologizzava automaticamente, come avviene in mille altri casi. La bestemmia romagnola “Dio prete!” (6) è un altro interessante esempio, a mio avviso, di camuffamento del nome di questo dio infernale con passaggio di Di(forma apocopata di Dite) a Dio e metatesi delle consonanti interne di pèdre ‘padre’ che diventa prète.

Un altro sintagma interessante per ‘diavolo’ è il livignasco quel daśóta ‘quel di sotto’ che sembrerebbe definizione appropriata, alludente al mondo sotterraneo del diavolo ma ha il difetto, per i miei gusti, di non essere diretta, e di alimentare per converso la convinzione dei linguisti che si tratta di modo perifrastico di nominare il diavolo per non vederlo apparire, secondo la mentalità dell’uomo primitivo. Ma essi dovrebbero tener conto anche del gr. dasót-ēs ‘forza del fiato, aspirazione (grammaticale)’, dall’aggett. das-ús ‘aspirato’ ma pure ‘peloso’, significato che qui non c’entra nulla anche se avrebbe potuto generare un altro epiteto appropriato per il diavolo. In serbo-croato si ha daš-ak ‘alito’, disa-ti ‘respirare’. Lo stesso gr. the-ós ‘dio’ viene riportato ad una radice dhues ‘spirito’, gallico dusios ‘spirito impuro, demone’. Il demonio, come conferma il nome stesso di origine greca, è quindi inizialmente uno “spirito”, non importa se del bene o del male. Contrariamente a quanto comunemente si sostiene circa il significato del termine “diavolo” riportato al gr. diá-bolos nel senso di ‘colui che trafigge, calunnia’, io propendo a credere, come ho già sostanzialmente anticipato nella n. 3, che il termine circolasse già da qualche parte in Oriente col significato fondamentale di ‘spirito, divinità’ in ambo i membri della parola. Il primo dia- sarebbe qui ampliamento della radice di- già incontrata, mentre il secondo ha un corrispettivo nel ted. Boll ‘diavolo’ e in bolar ‘diavolo’, appellativo ricorrente in diversi paesi della valle dell’Adda e della Svizzera.

Concludiamo col bell’esempio del nome della "lucciola" chiamata panuèl (a Teglio, Poggiridenti, ecc.); a Faedo il termine designava, oltre alla lucciola, anche il ‘grande falò’ che si accendeva la prima domenica della Quaresima. Salta agli occhi il collegamento di esso con l’ebraico simbolo del Sole, il Penû’El ‘faccia di Dio’, accadico panu ‘aspetto, volto’, gr. pan-ós ‘fiaccola’ e col nome greco del dio Pan, inizialmente divinità solare (7). A Tirano è nota una graziosa e interessante cantilena che suona Viśiröl, vén a bas/che te dùu pàa e lac’/pàa e lac’ de la culdéra [pane e latte dalla caldaia]. Via, via capeléra. La capeléra —commenta il Bracchi— è parte della lucciola attinente alla testa e quindi il termine, secondo lui, sarebbe il residuo di una più esplicita minaccia di decapitazione. Anche in questo caso mi permetto di osservare che siamo completamente fuori strada, quando cerchiamo di proiettare sulle parole le nostre convinzioni che spesso sono solo pregiudizi. Il fatto è che la cantilena è costituita di parole che, in un modo o nell’altro, fanno riferimento al concetto di “lucciola” perché non si può pensare che essa sia nata improvvisamente dalla mente di qualcuno in vena di poesia. Essa è il risultato di sedimentazioni linguistiche le quali erano in gran parte costituite dai nomi che il coleottero aveva avuto in passato, nelle varie comunità di parlanti presso le quali la cantilena, in via di formazione, di volta in volta arrivava, avendo anche tutto il tempo di trovare delle assonanze o rime, le quali surrettiziamente fanno ancor più credere che la composizione sia un prodotto totalmente volontario di una mente ordinatrice che, oltretutto, l’avrebbe formata in breve tempo. La stessa cosa avviene in natura nel modo di operare dei meccanismi evolutivi degli esseri viventi, suscitando la polemica, mai completamente sopita, tra i sostenitori di un disegno intelligente rintracciabile nei fatti evolutivi e rivelatore di una mano divina che li indirizzerebbe e i seguaci di Darwin, refrattari a suggestioni teleologiche e antropocentriche, aggrappati come sono alla nuda laicità della scienza e meno inclini a scaldarsi al fuoco di una religione consolatoria. Il pane da offrire alla lucciola, nel caso si fosse abbassata, ripete la radice del primo membro di panu-èl ‘lucciola’, confermando quello che sostenevo poco fa; la parola lac ‘latte’ è molto interessante perché se è giusto l’etimo che se ne dà, che richiama gr. gála, gálakt-os ‘latte’, essa va collegata al gr. galaksía ‘galassia, via lattea’. I Greci favoleggiavano sulle gocce di latte sfuggite dal seno di Giunone che allattava il piccolo Ercole, frutto dell’amore adulterino di Zeus con la mortale Alcmena, alcuni altri sostenevano che la Via Lattea fosse la traccia lasciata dal carro del Sole andato fuori strada perché mal guidato da Fetonte: quest’ultima credenza si avvicina di più alla radice prima del mito che a mio avviso attinge al concetto di "luce", espresso anche da gr. gelá ‘splendere, ridere’, gr. gal-énē ‘bonaccia, tempo sereno’, e anche da Apollo Galáksios in Beozia, divinità del sole.

Tornando alla cantilena si deve credere che la capel-éra è altro nome per ‘lucciola’ giacchè nel mio paese di Aielli e in altri della Marsica la lucciola suona luce-cappella. La radice deve essere variante di quella del secondo membro di Helio-gabalo, nome fenicio della divinità del Sole. Effettivamente l’ultima frase della filastrocca Via, via capelera sembra capovolgere improvvisamente l’atteggiamento del parlante nei confronti dell’insetto, come se questo fosse una minaccia per chi gli sta vicino, ma io penso che le cose originariamente fossero un po’ diverse, se si intende quel Via,via come residuo di un verbo *vi(g)e, *vi(g)e ‘luccica, luccica’ apparentato con lat. vig-ere ‘essere vegeto, vivo, ecc.’ che suonerebbe perciò come un blando invito, non minaccioso, rivolto alla lucciola a continuare a diffondere la luce e potrebbe essere alla base del termine viśiröl ‘lucciola’ (cfr. anche ingl. bicker ‘oscillare, tremolare, baluginare’). Anche lat. via, ant. veha, presuppone un orig. *weghya. Mi scuso con i lettori se non vado più a fondo nell’analisi della radice. Anche la culdera ‘caldaia’ è un termine sospetto: non mi pare che la ‘caldaia’ sia il recipiente solito per il pane. La radice cald, culd, clad, clud (con metatesi) si incontra, in effetti, in termini come latino calidu(m)’caldo’ da cal-ere ‘essere caldo, ardente’, fr.  é-clat ‘splendore, fragore, gloria’. Essa è variante, a mio avviso, della radice di gr. gelá-o ‘rido, splendo’ di cui sopra, a. ingl. geolu (mod. yellow)‘giallo’, gallese clyd ‘caldo’, ted. Glut ‘carboni ardenti, ardore’. Riappare anche in appellativi di molte figure mitiche come il notissimo epiteto di Apollo Klytó-toksos che, quindi, non va inteso come ‘dall’arco (-toksos) famoso (klytó-)’ ma come ‘luminoso, ardente’ in ambo i membri (8). Per –toksos, forma aggettivale dal gr. tóks-on ‘arco, freccia’, si può ricorrere, ad esempio, al cosiddetto uso figurato del termine che nell’espressione tóksa helíou individua le ‘frecce’ ma anche i semplici ‘raggi’ del sole. La difficoltà consiste nel credere che il significato normale di questo termine fosse quello di ‘arco, freccia’ sin dalla sua origine. Ma questo era vero relativamente allo stato della lingua greca che noi conosciamo: precedentemente le cose non erano così, potendo ogni vocabolo avere significati vari, incluso quello che poi, in uno stadio successivo della lingua, sarebbe stato classificato come metaforico. Chi riflette mai, in effetti, sul fatto che il nostro raggio (lat. radium) significasse in latino anche ‘bacchetta, bastoncino’ (cfr. il raggio della ruota) e che l’it. strale, dal longobardo *stral ‘freccia’, a. a.ted. strala ‘freccia’, ha la stessa radice di ted. Strahl ’raggio di luce, lampo, getto d’acqua’? La realtà è che noi, compresi i linguisti, abbiamo la vista corta, anzi cortissima, per quanto concerne il significato originario dei termini, soggetto a sbalzi talmente grandi da far impallidire le più audaci metafore cui siamo abituati. E la forma mentis che abbiamo ereditata dal passato è talmente incarnata nel nostro modo di giudicare da non farci capire, ad esempio, che il rapporto raggio/bacchetta, oltre ad essere significativamente costante, è di carattere biunivoco e non unidirezionale. In altre parole non si può assolutamente porre alla base dei significati di un termine, un significato particolare, invece di quello enormemente vago che abbraccia tutti gli altri, cioè essere, spinta, forza, vita, ecc. E’ evidente che il gioco di questi significati unito a quello degli incroci, dà vita conseguentemente a tutto l’armamentario mitologico che conosciamo. Di qui tutta la rappresentazione omerica (9) di Febo Apollo (divinità solare), ad esempio, che, adirato contro i Greci e munito di arco faretra e frecce, viene giù a gran passi dall’Olimpo a colpire, facendone strage, i guerrieri il cui capo, Agamennone, aveva osato insultare il suo venerando sacerdote Crise. E non è strano, anzi stranissimo, che la città del sacerdote fosse Crisa (10) nella Troade e che sua figlia si chiamasse Criseide? I nomi hanno la stessa radice di gr. khrys-ós ‘oro’ e del primo membro dell’epiteto di Apollo khrysó-toksos (11) inteso da tutti come ‘dall’arco (-toksos) d’oro (khrysó-)’, ma non da noi che conosciamo i valori nascosti dei due membri. Il dio possedeva anche l’altro epiteto simile di argyró-toksos ‘dall’arco d’argento (argyró-)’, usato da Omero: può cambiare il nome del metallo ma il concetto di ‘splendore, luminosità’ ad essi sotteso e proprio del dio lega in un nodo strettissimo le parole.

Volevo fermarmi qui, ma non ho saputo resistere alla citazione della seguente cantilena sulla lucciola in uso un tempo a Cerchio-Aq. : Lucecappèlla, pénna pénna/ mitte le sale alla jummèlla;/ la jummèlla de ju Ré (12),/lucecappèlla revéttene a mé (tutte le –e- non accentate sono mute). Traduz.: ‘Lucciola penna penna/ metti il sale nella giumella;/ la giumella del Re,/ lucciola tornatene da me’(13). Il sintagma pénna pénna bisogna evidentemente riallacciarlo alla radice pan-, pen- di cui sopra. Qui mi fermo davvero, rimandando ad altra occasione l’esame di altre parole della cantilena. Faccio infine notare che il penna penna, attualmente senza significato (in passato però lo aveva), avrebbe potuto senz’altro incontrare un giorno, se fosse continuata nei millenni a venire la società contadina insieme alla mobilità delle società primitive, una lingua in cui esso avrebbe assunto qualche valenza, contribuendo così a perpetuare indefinitamente la fantasmagorica girandola dei significati ruotanti intorno alla medesima parola . Come sfuma più lontano della luna, alla luce di queste osservazioni, l’assunto secondo cui gran parte di questi modi di dire e di queste cantilene risalirebbe al Medioevo!

(Oggi 11 maggio 2021 ho trovato la parola abruzzese "lucciapende" che significa 'lucciola' e che conferma appieno quanto asserisco nell'articolo riguardo al significato dell'espressione "pénna pénna" della cantilena in uso a Cerchio-Aq sopra citata.  Cfr. il sito web: https://m.facebook.com/abruzzesefuorisede/photos/a.457119631088383/2025951754205155/?type=3&source=48. In esso si elencano vari termini abruzzesi indicanti la 'lucciola'. Il secondo membro di "luccia-pende" deve  essere un'italianizzazione di un precedente *-pènne: il nesso /nd/ in abruzzese arcaico si trasformava in /nn/, a meno che la forma originaria non si stata con la dentale sorda -t-, cioè -penta, trasformata nei nostri dialetti in sonora -d-, cioè -penda la quale, a seconda del periodo di questa trasformazione, poteva a sua volta finire in /nn/, cioè -penna.   A Sant'Elpidio-Vt. la lucciola è chiamata "cuccia-penta", il che fa capire nettamente il gioco delle composizioni tautologiche, in cui le parole risultano composte da pezzi dello stesso significato, anche se con significante diverso.  La radice di cuccia-, infatti, che deve essere quella del sscr. cucih 'bianco', si sostituisce al primo membro della precedente  parola tautologica di luccia-pende. 









                                                            Diti Patri
                                             benigno divitiarum largitori
                                      a christifidelibus indigne in diabolum
                                                              mutato
                                                      gratissimo animo
                                                         nigram ovem
                                                             mactabo



(1) Remo Bracchi, I nomi e i volti della paura nelle valli dell'Adda e della Mera, Max Niemeyer Verlag, Tübingen 2009.
Sito web http://books.google.it/books?id. In verità avevo già parlato di quest’opera nel post I nomi dialettali di piccoli animali[…] del gennaio 2010, che sarebbe utile rileggere.

(2) Cfr. ad esempio, ingl. spear ‘lancia’ e ‘stelo, gambo’

(3) A queste espressioni si devono aggiungere quelle registrate in Toscana ghiaulìni, diavolèlli, ecc. ‘intirizzimento delle dita’: cfr. Cortelazzo/Marcato, I dialetti italiani, UTET, 1998, p. 220 s. v. ghiaulìno, dove la spiegazione di Cortelazzo è identica a quella data dal Bracchi.

(4) In effetti questi nomi dovevano indicare precedentemente oggetti appuntiti: corni, chiodi, ecc. nelle realtà dialettali in cui poi, quando la pianta del peperone originaria del Brasile arrivò in Italia, essi passarono a designarne quella varietà appuntita di frutto. Molto interessanti sono alcuni nomi popolari inglesi, contenenti la parola devil ‘diavolo’ (da lat. diabolum) come devil’s finger ‘belemnite’, lett. ‘dito (finger) del diavolo’, mollusco fossile così chiamato per la forma della sua conchiglia, dal gr. bélemn-on ‘giavellotto, arma da punta’. Si può in tutta sicurezza asserire, a mio avviso, che non è un caso se la radice del nome scientifico (belemnite) del mollusco, che è quella di gr. bél-os ‘dardo giavellotto’ e di gr. báll-o ‘io getto’ di cui sopra, va a coincidere con quella del nome popolare del mollusco, nome che non è stato creato a tavolino come si crede ma che traghetta fino ai nostri giorni quello in uso nella lingua di qualche comunità primitiva, che certamente già rinveniva di questi fossili. Anche il termine finger ‘dito’ rientra secondo me nel concetto di “punta”. Tra altre, spicca ancora la locuzione devil’s claw , lett. ‘artiglio (claw) del diavolo’ che indica vari tipi di gancio (sostanzialmente una ‘punta’) ma anche un tipo d’acacia, la cosiddetta acacia greggii e l’unicorn plant, lett. ‘pianta unicorno’, il cui nome è tutto un programma. Il fr. javelot ‘giavellotto’ (ingl. javelin) probabilmente ha dietro di sé un *diavol-ot e non, come si suppone, una base gallica *gabalo- (ted. Gabel ‘forchetta, forca’). Questa mia idea viene confermata dall’ingl. arc. javel ‘vagabondo’ oppure ’persona senza valore, insignificante’, termine che mi pare perfettamente adeguato al gr. dia-bállo ‘attraverso, oltrepasso, passo’ da cui si può derivare, quindi, un significato di ‘passante, viandante, vagabondo’.  I diavoloni erano grossi confetti che venivano lanciati una volta durante le sfilate di carnevale come i sardi diaulini sono “confettini dorati e minutissimi usati per guarnire i dolci” e che probabilmente vengono spruzzati o riversati, sparsi su di essi. I Devil’s Arrows ‘Frecce del Diavolo’o Devil’s bolts ‘Dardi del Diavolo’, i tre grandi monumenti megalitici di Boroughbridge (North Yorkshire, Inghilterra), noti anche sotto altre denominazioni, non debbono naturalmente il loro nome ad una leggenda del ‘700 come ho letto in un sito web. Il diavolo li avrebbe scagliati dal sommo di una collina. Quest’altro significato di ‘punta, colle, monte’ legato al termine diavolo ci fa capire che la storiella dovesse essere ben più antica. Gli altri nomi con cui questi monumenti sono noti, testimoniano della loro antichità che risale al Neolitico, e vanno spiegati sempre scoprendo dietro di essi il significato di ‘punta’ e simili. Anche il termine menhir attualmente vale ‘lunga pietra’ ma poteva inizialmente indicare direttamente queste ‘aste, lance, punte’ innalzate solitamente per motivi astronomico-religiosi.
La voce veneta diaoléto ‘tipo di erpice per coprire le sementi’ (cfr. Cortelazzo/Marcato, I dialetti italiani, UTET, 1998, p. 177) non può essere quindi assolutamente ricondotta al lat. rutabulu(m), retabulu(m) ’paletta per il fuoco, mestola’, facendo essa parte a pieno diritto di questa famiglia diavolesca col suo riferirsi ai ‘denti’ dell’erpice. Essa non può quindi essere considerata come “reinterpretazione” della voce veneziana rià(v)olo ‘tirabrace’, questa sì dal lat. retabulu(m). La presenza del diavolo-erpice è addirittura attestata in inlgese dove devil ’diavolo’ significa anche ‘erpice usato per pulire un terreno dopo l’aratura’: cfr. il dizionario Miriam-Webster. Nel frattempo il diavolo, l’ingannatore, accovacciato sui vari Pizzi, Monti e Corni del Diavolo della toponomastica, se la ride spassosamente, all’aria pura delle alture, felice di continuare a gettare zizzania nelle testoline degli uomini sempre impelagati nelle loro infinite dispute e piccinerie! Gesù stesso viene condotto dal diavolo sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme (Mt. 4,1) e invitato a buttarsi giù perché gli angeli lo avrebbero sostenuto e fatto planare sulla folla meravigliata, oppure sulla sommità di un altissimo monte (Mt. 4,8) dove gli vengono mostrati i regni della terra con tutta la loro gloria. Tutto ciò sembra coglierci di sorpresa ma non tanto, se riflettiamo che in greco ém-bol-on vale ‘rostro (di nave), cuneo, sbarra, paletto, lingua di terra’; em-bóli-on vale ‘asta ferrata, giavellotto’ (riallacciandosi così al signif. di ‘giavellotto’ più sopra incontrato per il termine corradicale dia-volo) ed ek-bolé vale, tra altri significati, anche ‘sporgenza’. Il problema va approfondito (cfr. il post Parole sarde del Duls nel mio blog, giugno 2009). Da parte mia credo che già circolassero nelle  varie realtà locali del tempo storielle su questo spirito chiamato con la parola diábolos che, a quello che sappiamo, sembra essere solo la traduzione del vocabolo Satana nella Bibbia dei Settanta (III sec. a.C.), col significato di ‘calunniatore, avversario, nemico’. Ma questi passi evangelici sembrano alludere ad una storia più ampia della parola. D’altronde in lingua rom il termine devel significa ‘santo’ e la devla è la ‘madonna’. Credo che il filologo Canini (sec. XIX) fosse nel giusto quando poneva un’eguaglianza etimologica fra il nome di Dio e quello del Dia-volo (cfr Dizion. Etim. del Pianigiani in rete) . Si sa d’altronde che inizialmente questo Satana non era l’arcinemico di Dio ma solo uno degli angeli che lo contornavano nella Corte celeste e che aveva solo la funzione di insinuare presso Dio qualche dubbio sul comportamento di qualcuno sulla terra. Per intanto la cosiddetta Colonna del diavolo di epoca romana e di provenienza ignota, trasportata dinanzi alla Basilica di Sant’Ambrogio di Milano, continua a mio avviso a traghettare fino a noi il suo originario nome per ‘colonna’, concetto simile a quello di ‘obelisco’ (lett. ‘spiedino’), senza che noi ce ne accorgiamo. Essa doveva trovarsi in un luogo di culto pagano in rapporto con qualche divinità sotterranea. I due buchi della colonna prodotti, secondo la tradizione popolare, dalle corna del diavolo malmenato dal Santo e attraverso cui esso sarebbe scomparso scendendo all’inferno, in realtà sono stati prodotti da chi aveva in mente uno dei significati di diavolo, e cioè ‘passaggio’, in questo caso verso il mondo sotterraneo. Il luogo infatti, come risulta dagli scavi archeologici, era stato usato per la sepoltura di martiri, ma precedentemente era un cimitero pagano. Non può essere che la colonna non vi fosse stata trasportata ma si trovasse lì dall’inizio? All’interno del tempio si erge infatti un’altra colonna di epoca romana su cui poggia un serpente in bronzo, chiamato Serpente di Mosè e portato, pare, da Costantinopoli dall’arcivescovo Arnolfo intorno all’anno mille. Questo rettile, secondo il racconto biblico, non era altro che il bastone di Aronne che Mosè gettò dinanzi al Faraone per mostrare che le sue parole venivano da Dio. Una leggenda racconta che un giorno Ambrogio vide un fabbro che non riusciva a piegare il ferro del morso di un cavallo, e si accorse che esso era stato fabbricato con uno dei chiodi della croce di Cristo. Come si vede, torna sempre qualcosa somigliante a una punta (bastone, chiodo, colonne). Ora, siccome non si può assolutamente dubitare dell’esistenza di sant’Ambrogio, si deve pensare che queste storielle e queste caratteristiche il Santo le abbia probabilmente ereditate da qualche divinità il cui culto dovette precederlo in quel posto, divinità sotterranea relativa a canali, cunicoli e drenaggi delle acque abbondantissime a Milano, ma in origine probabilmente divinità solare. Nell’isola di Poros (Argolide, Grecia) e precisamente nei pressi del villaggio di Trezene si trova una meravigliosa gola chiamata Diabolo-gephyro ‘ponte (gephyra) del Diavolo’. In realtà qui il “ponte” non c’entra nulla, giacchè in greco antico la parola indicava anche una ‘galleria sotterranea’, concetto simile a quello di ‘gola’ e di ‘passaggio’ in genere.  Naturalmente anche nell'area slava si incontrano toponimi interessanti legati al diavolo, come in Serbia la famosa Djavolja Varos (scusate qualche imprecisione di trascrizione!) 'Città del diavolo', una formazione geologica costituita da pinnacoli rocciosi, torri, piramidi dovuti all'erosione meteorica.

(5) Cfr. Cesare, De Bello Gallico, VI, 18,1: Galli se omnes ab Dite patre prognatos praedicant idque a druidibus proditum dicunt. ‘I Galli si vantano di discendere tutti quanti dal padre Dite come tradizionalmente viene loro insegnato dai druidi –così dicono’.

(6) Cfr. A. Nardelli, Il secolo XX (breve?-lungo?), E.D.C. Editrice, Avezzano 2005, p. 225.

(7) Cfr. il post (gennaio 2012) La tradizione della Panarda […] del mio blog.

(8) La questione l’ho analizzata nel mio opuscolo Omero sotto il velame, I Quaderni del Laboratorio, Tipografia Di Censo, Celano-Aq 1994, pp. 36-37. Interessanti sono altre figure mitiche con i nomi costituiti da questa radice, collegate col sole, col fuoco e simili. Klýtia, amata e abbandonata da Apollo, si lascia morire di fame e viene trasformata dal dio in eliotropio. Il guerriero Caletore di Clytio, colpito a morte da Aiace, mentre appicca il fuoco ad una nave, cade con la torcia in mano (Il.XV, 419 seg.). Il bello è che anche il nome Caletore, lungi dal significare ‘banditore’ come in greco, rimanda in realtà alla stessa radice luminosa, variante cal, cald, ecc. Essa si incrocia qui con quella rumorosa di gr. kalé-o ‘chiamo’. E ne aveva ben donde, se il corradicale lat. claru(m) vale sia ‘splendente’ che ‘squillante’. Si rifletta ancora su Clitio,gigante bruciacchiato da Ecate con le sue torce e al giovane Clito, per la sua bellezza rapito da Eos ‘Aurora’. L’ungh. hold ‘luna’ credo sia della partita.

(9) Cfr. Iliade,I, passim.

(10) Un’altra Crisa (gr. Krîsa, diversa dalla precedente Khrŷsa) si trovava nella Focide dove, secondo l’inno omerico ad Apollo, questo dio aveva edificato —guarda caso!— un suo tempio.

(11) Cfr. Pindaro, Olimpica 14, 10. L’epiteto, date le premesse, difficilmente sarà stato inventato da Pindaro.

(12) In un’altra cantilena che imparai alla 2° elementare ritorna, oltre al pane della cantilena di Tirano, la figura del re e della regina: Lucciola lucciola vien da me/che ti do il pan del re/il pan del re e della regina/lucciola lucciola vien vicina. Mi pare proprio che la radice di questo aggettivo vic-ina debba essere confrontata con quella di viś-ir-öl ‘lucciola’. Da notare anche l’epiteto di Giove Vicil-inu(m). E non lasciamoci frastornare da un’altra versione della cantilena in cui, nell’ultimo verso, l’aggettivo vicina è sostituito dall’aggettivo piccolina (lucciola, lucciola piccolina), perché quest’ultimo ha tutta l’aria di essere una reinterpretazione di un termine soggiacente della famiglia di ingl. bicker ‘baluginare’ di cui sopra. Stupendo è il siciliano luci-picur-àru ‘lucciola’, lett. ‘luce del pecoraio’. Ma così gli spazi riservati all’inventiva individuale, in queste cantilene, si restringono inesorabilmente, contrariamente a quello che i linguisti credono, fino a scomparire del tutto!



(13) Cfr. Fiorino Continenza, Làcr’m’ i risat’ (Lacrime e risate), Centro Stampa Graphi Type, Raiano-Aq. 2003, p. 102. A Celano-Aq, sempre nella Marsica, la cantilena era: Lucecappèlle, bèlle bèlle,/mitte la sèlle alla cavalle,/la cavalle digli ré,/lucecappèlle vìttene a mì! (le –e- non accentate sono mute). Traduz. ‘Lucciola, bella bella,/metti la sella alla cavalla,/la cavalla del re,/lucciola vienitene a me! Il 2° verso ripete, nella prima parte, il 2° verso della cantilena di Cerchio con la variante della sella rispetto al sale (due termini che tradiscono una natura comune ma differenziatasi per adattamento ai due contesti diversi), e la presenza della cavalla , variante di –cappella ma legata più strettamente al 2° membro del nome fenicio del Sole, cioè Helio-gabalo di cui sopra e al sardo caddu e ‘ocu ‘vampata’ lett. ‘cavallo (caddu) di fuoco’, sardo caaddi-gghina ’scintilla, favilla’. Anche gli altri nomi della filastrocca nascondono sotto la superficie il significato di ‘lucciola’, ma ne parlerò in altra occasione.

Il mio metodo esplicativo, alla base di tutti i precedenti ragionamenti, mi sembra oltretutto molto più semplice di quello che normalmente si segue ricorrendo al pensiero selvaggio. Io parto dal fenomeno linguistico e nel suo stretto ambito rimango quando parlo di incroci di termini e sovrapposizione dei loro significati, fenomeni che a loro volta spiegano le stranezze del cosiddetto pensiero selvaggio. I difensori di questo pensiero come causa e non conseguenza dei fenomeni linguistici, al contrario, lo introducono come entità fondamentalmente a sé stante rispetto alla lingua e non avvertono nemmeno il problema dei loro eventuali rapporti sul piano genetico; ciononostante pretendono che esso sia lo strumento d’elezione per spiegarne i modi di dire e gli usi metaforici. Il rasoio di Occam, pertanto, che elimina tutto l’artificioso e il superfluo dai ragionamenti pseudo-scientifici, credo che non potrebbe affondare la lama nel tessuto semplice e lineare delle mie spiegazioni, ma si agita minaccioso nei confronti di chi introduce due fattori essenziali, anziché uno, nella spiegazione dei fenomeni linguistici.
















venerdì 1 giugno 2012

Corollario dell'articolo sui nomi dei venti con belle sorprese




Uno dei diversi nomi del Maestrale analizzati nell’articolo precedente mi offre l’occasione di mettere lingua nel problema dell’etimo dell’aggettivo dialettale mancùsu ‘mancino’ significante anche, nell’area lucano-calabrese, ‘esposto a tramontana, non assolato’. Il linguista M. Cortelazzo non ha dubbi sulla faccenda e sentenzia che il secondo significato si è sviluppato dal primo attraverso il senso di ‘mancanza di sole’(1) oppure sostiene, lì dove esiste contemporaneamente nel dialetto anche la voce destro e simili per ‘solatio, soleggiato’, che le due parole indicano, come vuole il significato letterale, semplicemente la posizione a sinistra (a manca) o quella a destra rispetto al sole (2) (se si guarda naturalmente ad Oriente) ma con i conseguenti valori aggiunti di ‘settentrione’ e ‘meridione’, rispettivamente. Ma in questo modo ancora una volta non si fa altro, come mostrerò più sotto, che seguire docilmente gli ingannevoli suggerimenti superficiali delle parole, che sviano dalla verità più profonda. Sinceramente la mia mente si rifiuta di accettare un’origine simile per questi normali vocaboli: la figura di un uomo, il quale si rivolga ad Oriente per trovare le parole adatte ai concetti di ‘ombroso, freddo, esposto a tramontana’ da un lato e di ‘solatio, caldo, esposto a mezzogiorno’ dall’altro (concetti tra i più usuali della lingua), sarebbe a mio parere ridicola se non la proponessero linguisti anche di valore. In effetti la motivazione di questo atto non riuscirebbe mai a scrollarsi di dosso il forte sospetto di non avere altro fondamento se non quello di far quadrare i conti agli etimologi, data anche la gratuità della scelta del punto cardinale di riferimento. Ricordiamoci inoltre, come ho invitato a fare più volte, che le parole in genere non sono nate ieri, belle e fresche di conio per esprimere i loro squadrati significati attuali, dei quali finiscono invece per caricarsi, spesso fortuitamente, solo nel corso delle loro vicende millenarie. Nella traduzione italiana di T. De Mauro del Corso di linguistica generale, Laterza 1976, il grande F. de Saussure così si esprime (pag.104): « […] Contrariamente all’idea falsa che noi volentieri ce ne facciamo, la lingua non è un meccanismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere. Al contrario, vediamo che lo stato risultante dai cambiamenti non era destinato a notare le significazioni di cui si carica […]». Il Saussure in questo passo si riferisce ad alcuni specifici fenomeni grammaticali ma nel contempo sottolinea giustamente che la maggior parte dei filosofi della lingua ignora la cosa anche se «niente è più importante dal punto di vista filosofico».

Il nome del Maestrale cui accennavo è il provenzale Mango-fango che, col primo membro, richiama il sardo campidanese bentu Mannu , lett. ‘vento Grande’ dal lat. magnu(m) ‘grande’. Nel dialetto di Gallicchio-Pz (3) si incontra la voce manghë ‘luogo esposto a bacìo, poco soleggiato’ e la locuzione avverbiale a mangìnë ‘esposto a tramontana’. Che queste forme provengano da un originario magn-, uguale al tema di lat. magnu(m), me lo fa supporre indirettamente l’altra voce del gallicchiese mànghënë ‘gramola’ che però in senso figurato vale ‘persona alta e robusta’. Questo significato, non potendo trarsi da quello di ‘gramola’, credo che nasconda dietro di sé proprio il lat. magnum ‘grande’ che si è probabilmente incrociato col lat. manganu(m), gr. maggan-on ‘mangano’, una macchina per pressare panni, diversa comunque dalla gramola che maciulla la canapa. Ma probabilmente qui entra in gioco anche il gr. dor. machaná ( ion. mechané) ‘macchina, strumento, mezzo’. Assodata quindi la reale possibilità che la voce manghë ‘esposto a tramontana’ possa rinviare ad una radice magn- con consonanti invertite nel nesso –ngh-, è naturale connetterla, insieme alle altre parole simili, al nome campidanese Mannu per il vento di Maestrale di cui ho trattato nell’articolo precedente, un vento di nord-ovest che comunque può fungere benissimo da termine generico per Nord. Evidentemente nella preistoria questo nome doveva essere abbastanza diffuso almeno nel Mediterraneo occidentale.

Una volta convinti che il termine manco, mancino in questi casi non può essere inteso alla lettera, risulterà altrettanto insostenibile il significato letterale del termine parallelo destro per designare un luogo assolato. Fior di linguisti sono caduti nella trappola perché a mio avviso non avevano materialmente un'altra strada da seguire e anche perché la mente umana è fatta apposta per individuare rapporti, agganci, relazioni tra i fenomeni da analizzare per darsene una ragione, e, dinanzi alla coppia di termini mancino/destro, che serve in questi casi a designare la contrapposizione di soleggiato/non soleggiato, quale mente, sia pure fine, esperta ed eccelsa, avrebbe saputo resistere, in mancanza d’altro, ad una soluzione provvidenziale e a portata di mano del problema, la quale esigeva solo la gratuita forzatura di dover rivolgere lo sguardo ad Oriente? La realtà è che noi esseri umani siamo fatti per credere: l’emisfero sinistro del nostro cervello ha il compito di mettere ordine e dare un senso al flusso delle informazioni che ad esso arriva, e quindi un sano scetticismo dovrebbe sempre guidarci prima di prendere posizioni poco meditate . Ma se dimentichiamo o addirittura ignoriamo che nel caso della lingua esistono, per quanto riguarda i significati delle parole, strati incredibilmente profondi che possono smentire quelli che appaiono in superficie, non ci sarà scetticismo o prudenza che tenga perché allora sarebbe necessario cambiare radicalmente metodo di lavoro. Altrimenti, come avviene nell’etimologia popolare, si scambieranno per intenzionali e voluti quei rapporti che invece sono dovuti alla contingenza fortuita. La stessa intenzionalità, che sarebbe rivelatrice di una mano divina, credono di vedere nei fenomeni evolutivi (che invece sono in gran parte frutto del caso) coloro i quali non sanno rinunciare alla visione teleologica e supinamente religiosa della realtà. Essi non pensano nemmeno per un momento alla possibilità che proprio l’eventuale Dio ignoto abbia voluto nascondere una troppo evidente sua presenza nel mondo per non compromettere fatalmente l’autonomia, la dignità e la facoltà di scelta di una mente umana che fosse la più libera possibile in un contesto in cui, comunque, essa, l’autonomia dell’uomo, non potrà mai essere assoluta a causa dell’onniscienza di Dio che tutto vede prima che la contingenza nel mondo si squaderni. La voce destro, dal lat. dex-tru(m) ’destro’, nel senso di ‘solatio, assolato’ ha molte corrispondenze in campo indoeuropeo come alban. djek ‘bruciare’, got. dags ‘giorno’, ted. Tag ‘giorno’, ingl. day ‘giorno’, a. prussiano dagis ‘estate’, sscr. daha ‘calore’, irl. daig ‘fuoco’, hindi daha ‘cremazione’, sindhi da(h)o ‘sole, forte luce’. Il gr. téph-ra ‘cenere calda’ credo sia da comparare con lat. tep-ere ‘essere tiepido’, a. ind. tapas ‘calore’, a. pers. taf-nu ‘ardore, calore’. Il modo di dire Alzarsi all’alba dei tafani ‘Alzarsi molto tardi, quando il sole è alto sull’orizzonte’ richiama secondo me, coi termini alba e tafani, tutta la ‘luce’ e il ‘calore’ del sole meridiano. 

Che la mia idea sul significato originario di destro ‘solatio’ sia quella giusta è confermato da due composti greci, e cioè dexió-seiros ‘forte, impetuoso, ardimentoso’ e dexí-pyros ‘che riceve (dexí-) il fuoco (-pyros)’. Il primo era usato in riferimento al cavallo di destra (dexió-) della pariglia che doveva essere il più forte dovendo sostenere maggiore fatica girando attorno alla meta nell’ippodromo. Secondo altri si trattava di un terzo cavallo aggiunto a destra della pariglia (o della quadriga) mediante una fune (cfr. gr. seirá ‘corda, fune’), da cui l’elemento –seiros del composto. Ma quale ircocervo di nome è mai questo! Un cavallo forte e generoso verrebbe gratificato di un termine corrispondente pressappoco ad un italiano destro-cordato? Ma siamo completamente in possesso delle nostre facoltà intellettive? Purtroppo questi contorcimenti mentali non sono eliminabili fintanto che si rimane ancorati agli schemi della vecchia linguistica. Io vedo, invece, nel termine, il solito composto tautologico i cui due elementi ripetono lo stesso concetto di ‘focoso, ardimentoso’ essendo il primo legato, a mio avviso, alla radice dhex- prima citata (i linguisti pongono una dentale sonora aspirata all’inizio del vocabolo, per quanto i casi da me sopra citati presentino la semplice sonora) col significato di ‘fuoco, sole, giorno’ e il secondo essendo in rapporto, non col citato termine per ‘fune, corda’, ma con un’altra radice simile, quella di gr. seíri-os ‘ardente, bruciante’, usata talora anche per indicare il sole (cfr. sscr. surya ’sole’), da cui deriva il nome di Sirio, astro della costellazione del Cane Maggiore. Il composto, oltretutto, veniva usato anche in riferimento ad Ares, l’impetuoso dio della guerra. A mio avviso sarebbe stato quasi impossibile che un composto che fosse nato con le due componenti, una per ‘destro’ e l’altra per ‘fune’, ancora ben comprensibili da qualsiasi parlante greco, potesse essere usato anche per indicare l’impetuosità e l’ardore di Ares, solo in virtù dell’improbabile e poco efficace accostamento del carattere del dio a quello di un cavallo indicato, per di più, in quel modo surreale: sarebbe più probabile il contrario o piuttosto ritenere che il significato originario del composto, indipendentemente dai suoi referenti, valesse solo ‘focoso, ardente, ardimentoso’ e simili. Successivamente esso, in virtù del significato di ‘destro’ che i Greci credevano di vedere nel primo dei componenti, dovette restringere l’uso all’ambito della pariglia di cavalli nelle corse. Succede che il solito diabolico gioco degli incroci contribuisce a plasmare i significati e confonde inevitabilmente le idee a chi non è dotato degli strumenti adatti alla bisogna. C’è anche da sottolineare che la radice dheks ‘fuoco’ di cui sopra, una volta indossata la veste della parola simile per ‘destra’, cioè gr. deksi-ós, ne ha subito formalmente il destino senza seguire quindi l’evoluzione che per la dentale sonora aspirata iniziale i linguisti individuano, relativamente al greco, nella dentale sorda aspirata –th- e, per il latino, nella spirante sorda –f-. Una chiara eco della antichità remotissima dell’abbinamento con Marte di questo termine gr. deksi-ós, deksí-ter-os ‘destro’(lat. dex-trum ‘destro’) si riscontra nell’antichissima usanza romana di sacrificare a Marte il cavallo di destra del trio vittorioso nella corsa, nell’ambito della festa dell’ October Equus ‘Cavallo d’ottobre’ dedicata al dio, che si svolgeva alle idi del mese. Questo fatto, non notato —che io sappia— dai linguisti, ci mostra che l’abbinamento con Ares del cavallo di destra in Grecia non era dovuto a metafora (come i vocabolari generalmente spiegano) per via di qualche somiglianza tra Ares e il cavallo di destra nelle normali corse, ma a un motivo religioso affondante nella preistoria, che trovava comunque la sua ragione ultima sempre nell’incrocio di due termini, di cui uno significava ‘destro’ mentre l’altro doveva indicare il dio stesso e la sua impetuosità o focosità. C’è da ricordare che inizialmente Marte era dio della natura che si risvegliava a primavera (con tutto il suo vigore), cioè a Marzo, mese a lui dedicato. Ma era anche divinità del tuono, della folgore, ecc.: una divinità complessa, insomma, come del resto le altre, che furono investite dalla girandola vorticosa dei significati delle parole ad esse relative, traghettate di epoca in epoca, a cominciare dalla remota preistoria. E così le antichissime tradizioni legate ad una festa finiscono col diventare un deposito ricchissimo di significati profondi delle parole, un meraviglioso tesoro linguistico di valore inestimabile.

(Oggi, 19 agosto 2012, mi sento in dovere di aggiungere che le  fantasiose spiegazioni del termine it. destriero, incentrate sul significato di 'destra',  vanno miserevolmente a farsi friggere.  Inoltre mi balugina l'idea che dietro la radice dek- se ne possa nascondere anche un'altra remota per 'cavallo').

L’altro composto dexí-pyros (4) riferito a thymélē ‘ara, altare’ non può che suscitare un sorriso di compatimento se inteso come lo si intende, cioè ‘che riceve (gr. dékh-o-mai ‘ricevo’, radice simile a quella per ‘fuoco’ e a quella per ‘destro’) il fuoco’, definizione banale quant’altra mai, dato che l’ara è il luogo deputato all’accensione del fuoco. Le cose saranno andate, invece, in quest’altro modo: inizialmente il composto doveva indicare semplicemente l’ara e poi si sarà trasformato in suo epiteto esornativo, usato in poesia. In greco, infatti, anche il semplice pyrá indica la ‘pira, l’altare’ e il ‘fuoco ardente sull’altare’. Le idee di ‘fuoco, focolare, altare’ sono così legate al concetto basilare di ‘fuoco’ che anche il suddetto termine thym-élē ne condivide la sostanza. La radice, infatti, è quella del verbo thý-o, il quale, oltre a ‘metto in rapido movimento, infurio’ significa anche ‘brucio incenso o vittime per sacrifici, sacrifico, ecc.’. In questi significati, a mio parere, si consuma la convergenza delle due radici dell’a. indiano dhu ‘scuotere qua e là, scrollare’ e a. ind. du ‘ardere, bruciare’ nonostante la separazione tra di esse sembri continuare anche nel nel greco (cfr. gr.dái-o ‘ardo’). La realtà è che le due radici possono considerarsi semplici varianti dato che i due significati specifici fanno capo a quello unitario di ‘rapido movimento’ che può assumere i valori più diversi come nel ted. Dunst ‘vapore, esalazione, fumo, nebbia’, ingl. dust polvere’, nello stesso greco thymós ’animo, impetuosità, vita, ardore, collera, ecc.’, a. slavo dumu ‘fumo’. Per me la radice si incontra di nuovo nel primo elemento del composto ingl. twi-light ‘crepuscolo’, elemento che aveva lo stesso significato del secondo –light ‘luce’. E non mi si venga a proporre l’etimo che dà retta al significato superficiale di twi- ‘due, doppio’ con la scusa che i crepuscoli capitano due volte in un giorno, la mattina e la sera! Rifiuterei sdegnosamente la proposta! Essa presupporrebbe una inaccettabile origine del termine che sarebbe stato, così, escogitato a tavolino, con tanto di riflessione sulla duplicità del fenomeno! Ancora artificiosa, sebbene molto meno, è l’interpretazione di twi- come half- ‘metà, mezzo’ col senso generale di ‘mezza luce’ dell’espressione. Tutto si risolve con semplicità estrema se si riflette sul sscr. samdhya oppure sandhya ‘crepuscolo’ il quale, letteralmente e superficialmente, vale ‘commettitura, congiungimento’ (da sam- ‘con, insieme’ e radice dha- ‘mettere’) e viene spiegato, quindi, cerebralmente come ‘momento di passaggio fra la luce e le tenebre’ o viceversa, come se le parole di una lingua fossero il parto di un comitato di saggi che meditano sui concetti che esse debbono esprimere. Senonchè il termine, nel significato di ‘crepuscolo’, va inteso come composto il cui secondo membro –dhya (5) richiama il twi- di ingl. twi-light ‘crepuscolo’ e inoltre, col suo probabilissimo significato di ‘luce’, cancella ogni distinzione tra una radice aspirata col valore di ‘scuotere, scrollare’ e una non aspirata col valore di ‘bruciare, ardere’ nel sanscrito, di cui si è parlato sopra (anche se il termine potrebbe aver assunto l’aspirazione per etimologia popolare). Il primo membro sam- richiama ingl. summer ‘estate’, a.irl. sam ‘estate’, avestico ham ‘estate’, gr. êmar ‘giorno’, dor. âmar ‘giorno’ da *sâmar, arabo-persiano sam ‘fuoco’, accad. Šamaš ‘dio del sole’, ebr. šemeš ‘sole’(6) .

Un’ultima osservazione. L’espressione dialettale a ddèstrë a ssólë, citata sotto il lemma mangósa della nota 2, non significa naturalmente ‘a destra del sole’ come è suggerito dal linguista estensore del lemma, ma costituisce una tautologia in cui a ssólë ripete il significato di a ddèstrë ‘al sole, solatio’. Le ripetizioni tautologiche, specie nel parlato, sono molto più frequenti di quanto possa sembrare: si pensi alla usualissima espressione poi dopo impiegata comunemente al posto del semplice poi oppure dopo.

Il principio della tautologia è di notevolissima importanza non solo perché esso va a toccare un’infinità di composti in greco, nelle lingue germaniche, in quelle dell’antico indiano e in altre ancora, ma offre la possibilità di individuare, in ciascuna di esse, una enorme varietà di radici rimaste sepolte finora sotto il velo dei significati superficiali.

(Scopro solo oggi 26 settembre 2012 che anche in sanscrito l'espressione daksinapatha significa 'la regione del sud -l'attuale Deccan', ma il significato letterale dovrebbe essere 'regione a destra (daksina-)'. Altra voce per 'sud' era dàkhanos. Anche in pracrito si ha dahina- 'sud'): cfr. Franco Crevatin, Etimologia come processo d'indagine culturale, Napoli 2002 p.158, sito web relativo)





                                            Iovi Optimo Maximo 
                                                         atque
                                               Alipedi Mercurio
                                              Philologiae Sponso
                                                    gratias ago



(1) Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, Dialetti Italiani, UTET, Torino 1998, sub voce mancùsu.

(2) Cfr. Dialetti Italiani, cit., sub voce mangósa.

(3) Cfr. sito web http://www.dizionariogallic.altervista.org/index.htm .

(4) Cfr. Euripide, Supplici, 65.

(5) Questo termine deve senz’altro corrispondere al primo membro del composto greco thyē-phágos riferito al fuoco del sacrificio (cfr. Eschilo, Agamennone, 597). Anche in questo caso, come in quello di dexí-pyros sopra analizzato, si tratta a mio avviso di un composto tautologico per ‘fuoco, fiamma, ara’ divenuto una sorta di epiteto esornativo. Il secondo membro –phág-os combacia, secondo canoniche corrispondenze consonantiche, con la radice verbale ingl. di bake ‘cuocere, seccare’, gr. phóg ‘abbrustolisco’ e probabilmente di lat. face(m) ‘face, fiaccola, luce’. Assolutamente fuori strada è l’interpretazione corrente di ‘(fiamma) che consuma (-phágos) i profumi, le offerte (thyē-)’. Anche la voce dialettale vachi (parmigiano), vacche ‘incotti’, diffusa qua e là in tutta Italia, appartiene a questa radice: si tratta di macchie rossastre nelle cosce delle donne esposte un tempo ripetutamente al calore del camino. I molti altri nomi per gli ‘incotti’ basati su motivi zoomorfi e su altro che ricorrono nei dialetti non debbono trarre in inganno: anch’essi vanno spiegati individuando sotto traccia la rispettiva radice per ‘fuoco, caldo, scottatura’ e simili.

(6) Credo, pertanto, che anche lo stesso Zeús Sēm-aleús ‘che dà i presagi’, dal gr. sẽma ‘segno, augurio, presagio’ non sia in realtà altro che una tautologia in cui si ripete il concetto di ‘luce’ espressa già dalla radice di Zeus, che è quella di lat. die(m) ‘giorno’. L’elemento –aleús va a combaciare con gr. aléa ‘calore’.



Informazione

Informo i miei gentili lettori che la pubblicazione dell'articolo corrispondente al post intitolato La verità fa paura dell'ottobre 2011 non è ancora avvenuta, a due numeri della rivista semestrale RIOn ormai pubblicati.  Spero che il Direttore lo faccia in uno dei prossimi numeri come mi aveva promesso, seppure prospettandomi qualche difficoltà.  Vi terrò puntualmente informati.  Grazie della vostra attenzione

Pietro Maccallini










martedì 1 maggio 2012

Nomi di venti ovvero gli abbagli della linguistica




A colpo d’occhio, esaminando i nomi di diversi venti, emergono, per quanto riguarda i significati di alcuni di essi, certe discrasie, contraddizioni non rilevate, che io sappia, dagli etimologi di professione perché ritenute probabilmente casuali o di nessuna conseguenza. A me questo fatto è parso invece di fondamentale importanza nel tracciamento delle linee guida per la determinazione delle etimologie più probabili che, guarda caso, vanno nella direzione dei principii fondamentali della mia linguistica.

Si sente spesso parlare, ad es., del vento Maestro o Maestrale che suole soffiare robusto da nord-ovest sul Mediterraneo e sulla Sardegna (tutti ricordano i versi carducciani […]e sotto il maestrale/urla e biancheggia il mar;[…] della notissima poesia San Martino) ma nessuno, nemmeno i linguisti, sembrano far caso al fatto che nel Friuli-Venezia Giulia spira talora una leggera brezza di mare chiamata ugualmente Maistro e che pertanto dovrebbe cadere ipso facto, o almeno diventare problematica, l’etimologia che solitamente fa riferimento, per il vento Maestro, al suo carattere robusto e dominante. Anche a Gela (Sicilia) spira un vento caldo Maistrali, proveniente da sud-ovest (cfr. Giuseppe Tuccio, Vocabolario siciliano-italiano, presente in rete).  

Tutti conoscono la Bora, il vento di nord-est che si avventa gelido e rabbioso sull’Adriatico attraverso la porta di Trieste, ma pochi conosceranno il nome latino del vento Euro-boru(m) che spira invece da sud-est, da tutt’altra direzione rispetto al precedente, la cui radice, per la componente -boru(m), non può essere estranea a quella nota della Bora, dal greco Boré-as. Ma la cosa non sembra scomodare nessuno. Nessuno, inoltre, ha mai riflettuto che a Salerno, in Campania, il vento del nord viene chiamato Sal-bora, nome in cui ricompare alla chetichella la componente –bora. Ancora nessuno si sente in dovere di chiarire linguisticamente come mai in Puglia la Buri-ana è un vento dell’ovest, mentre altrove è altro nome per Tramontana. L’ Euro-circi-as era il nome di un vento che spirava fra levante e scirocco, ma il vento Cerc-iu(m) o Circ-iu(m) era il nome di un vento di nord-ovest simile al Maestrale. E non è detto che il cosiddetto Greco o Grecale (Guerg-al nelle Baleari, con sonorizzazione delle velari sorde di un precedente *Cerc-al), che è vento di nord-est, non sia da interpretare come derivante da questa stessa radice che quindi non ha nulla a che fare con la Grecia che viene solitamente tirata in ballo, più o meno artatamente, per la individuazione dell’etimo.

Molti conoscono il Garbino, vento di sud-ovest che scende surriscaldandosi sul versante orientale della dorsale appenninica in direzione dell’Adriatico, confuso talora col Libeccio o addirittura con lo Scirocco, ma pochi sanno che nella parlata slava di Neresine in Dalmazia il Garbin (1) indica un vento di nord-ovest e che in greco il Karb-as, la cui radice deve essere la stessa del Garbino, è un vento dell’est. Dovrebbero essere quindi più che sufficienti queste discrepanze di significato (ma ce ne sono altre) per non dover accettare la gran parte delle etimologie proposte dalla tradizione linguistica che cerca sempre di dare un significato particolare, specializzato dei nomi dei venti, trascurando questi fatti che invece spingono a cercare in altra direzione: in poche parole si è a mio avviso costretti a concludere, alla luce del mio metodo ormai fin troppo monotonamente e noiosamente richiamato, che gli anemonimi rimandano in genere ad un originario concetto di “vento”, risalendo del resto tutti i termini, a mio avviso, a concetti generici sovraordinati. Proprio strano, poi, è il gallurese (Castelsardo) imbattu che significa ‘Maestrale’ ma in campidanese la parola designa il vento meridionale Austro o lo Zefiro, che spira da occidente. Da notare che anche in italiano imbatto vale genericamente ‘brezza’. Un leggero vento imbat (nome presente pure nel persiano) spira anche lungo le coste turche e africane. Si tratta di un termine abbastanza diffuso nel Mediterraneo e credo che sia fuorviante cercare di individuarne il luogo d’origine, visto anche il variare del suo significato. Penso che esso sia il relitto di un’antichissima radice per vento. Secondo me andrebbe bene per im-bat il confronto con sscr. vat-as ‘vento’, serbo-croato vjet-ar, a. slavo vet-ru ‘vento’, diventato quest’ultimo, per etimologia popolare, *pétrë nell’espressione dialettale aiellese, e di altri paesi della Marsica, che si usava quando si ventilavano i legumi o il grano nelle aie per separarne le impurità e la pula dai chicchi: Ala, san Pie’! ‘Soffia (cfr. lat. hal-are ‘spirare, esalare’), san Pietro!’. Questo Santo evidentemente non aveva nulla da spartire col capo degli apostoli di Cristo ma doveva essere un originario san *Vetrë (probabile nome di un dio del vento), diventato san *Betrë (con frequente passaggio, nei dialetti, della spirante sonora –v- preceduta da parola con nasale finale, alla labiale sonora –b-) e quindi san Pietrë (arcaico Pétrë). Questo vento che in questi casi deve essere blando per permettere ai contadini di svolgere il loro lavoro, può trasformarsi in una vera tempesta nel cosiddetto (in zone dell'Italia settentrionale) Temporale di san Pietro che si svilupperebbe in occasione della festività religiosa del 29 di giugno. Naturalmente non possono mancare storielle, nei luoghi dove ricorre l'espressione, intorno a questa credenza. Il bello è che nel sardo esistono termini che aiutano a capire il significato profondo di questa radice vat,bat sviluppatasi da va- (cfr. sscr. va-ti ‘soffiare’). In logud. imbattu vale anche ‘lancio’, im-bàtt-ida vale ‘foga, slancio’, significati a mio parere compatibili con quello di ‘spinta, vento’; in nuor. im-batt-ic-are vale ‘premere’, im-batt-icu ‘pressione’, cioè l’ impeto proprio di ogni corrente d’aria, debole o robusta che sia: da questo si evince che radici simili come quella di lat. in-vad-ere ’assalire, gettarsi contro, entrare’ e it. im-batt-ersi, dal lat. bat(t)u-ere ‘battere’(considerato di origine sconosciuta) possono ritenersi sue varianti insieme al dialett. vattë ‘battere’. L’italiano impatto, che talora funge da variante per imbatto, proviene da lat. im-ping-ere ‘spingere, battere’, p.p. im-pact-u(m). Em-bat-es o Bat-es è nel greco moderno il nome dell’ imbatto e significa anche ‘raffica di vento’: qui si ritrova la radice di sscr. vat-as’vento’ più sopra citato. Em-bat-eria nel greco antico erano i canti che accompagnavano la marcia militare: la radice è quella del verbo baino ‘vado, procedo’. Non sarà un puro caso, pertanto, se il lat. ventu(m) ‘vento’ sembra indicare la radice di lat. ven-ire ‘venire, andare’ e se l’it. av-vent-are, av-vent-arsi più che al ‘vento’ allude ad un ‘movimento violento’ verso qualcosa. Embate in spagnolo vale ‘improvviso attacco, l’infuriare del vento o del mare, colpo di fortuna, impeto, forza’. Come si può da ciò desumere, tutte le strade portano a Roma, cioè tutte le radici contengono il significato originario di ‘spinta, movimento, forza’ e simili. Ma la linguistica ufficiale non se ne è accorta perché è vittima, a mio parere, del demone della specializzazione che la fa da padrone ai livelli superficiali delle parole, o ritiene le mie scoperte pure elucubrazioni da dilettante nonostante le palmari evidenze che spesso mettono in crisi e contestano, con prove alla mano, le posizioni di illustri studiosi.

Più sopra ho nominato il vento settentrionale salernitano Sal-bora la cui prima componente non può, a mio avviso, essere estranea all’ungherese szél (pr. se:l)‘vento’ ma anche ‘Bora’(in quella lingua il digramma –sz- equivale alla nostra –s- sorda), al veneto sol-ar ‘volare’ e al ted. Seele ’anima’, ingl. soul ‘anima’. La radice sembra ricorrere anche in ungher. szal-ad-ni ‘correre’, ungh. szall-ni ‘volare’, ungh. száll-íta-ni ‘trasportare’. Per cui non darei molto retta al significato di superficie del sassarese ventu Sariddu (da *saliddu ‘salato’) ‘Maestrale’ vento di nord-ovest ma anche ‘Favonio’ vento dell’ovest . Tanto più che anche in log. bentu Salidu è un vento di Ponente. Anche i vari venti che in sardo traggono nome dal sole sono poco credibili, riferiti di volta in volta a varie direzioni. In nuor. bentu de Sole sarebbe nientemeno che il Grecale, vento di nord-est. In log. il bentu Sol-iano può valere di volta in volta ‘vento Grecale (nord-est), Noto (sud), vento di Levante’. Ammesso che venti soliani ‘assolati, caldi’ possano essere definiti gli ultimi due, resta sempre il dilemma del Grecale, spesso confuso con la rigida Bora. La radice di ingl.soul ‘anima’ con le molte varianti germaniche (got. saiwala) assomiglia molto a quella che normalmente si dà per il termine sole (*sawel) per il semplice motivo che l’anima è un soffio, spirito vitale, come il sole è un’ emanazione di luce e calore, tutti concetti simili facenti capo a quello di ‘forza,anima, vita’. Credo che il mio ragionamento sia confermato dal nome latino Sol-anu(m) o Sub-sol-anu(m), vento dell’est. Ma cosa ci fa qui quel sub-? Non credo in effetti che si tratti di normale prefisso sub ‘sotto’ ma di radice che inizialmente aveva lo stesso significato del secondo membro, cioè ‘soffio, vento’. Per lo stesso motivo si ritrova in verbi come suf-fl-are da sub-fl-are ‘soffiare’, su-spir-are da *sub-spir-are ‘sospirare’. Lo si incontra ancora nella radice del verbo it. zuf-ol-are, nell’aiellese zuff-ëlà ‘soffiare’, che rimandano ad una forma *sub-ul-are e *suf-ul-are, varianti rustiche di lat. sib-il-are ‘sibilare’: cfr. a. fr. sub-l-er ‘soffiare’, sp. sop-l-ar ’soffiare’, it. sob-ill-are. Non credo che questa radice sia onomatopeica semplicemente perché non credo nelle onomatopee, come ho chiarito in altro articolo, e perché in questo caso la radice la si ritrova nel lat. sub-are ‘andare in calore (degli animali)’ che è una forma di eccitazione, cioè di agitazione e movimento (secondo il sign. di lat. ci-ere ‘mettere in movimento, muovere, eccitare, ecc.’) come quello del vento. Nei dialetti talora il verbo suvà si è specializzato ad indicare l’eccitazione del verro o della scrofa, per il semplice motivo che si è incrociato con lat. sue(m) ‘porco, troia’. Il sopra citato it. sob-ill-are, più che un ‘sibilare all’orecchio’ per spingere a fare qualcosa contro qualcuno, credo sia da intendere direttamente come ‘incitare, aizzare, mettere in agitazione’ magari con l’idea aggiunta di farlo di nascosto, per influsso del significato di un sub ’sotto, successivamente ed erroneamente supposto all’inizio del verbo. E già! perché precedentemente il lat. sub indicava il movimento dal basso verso l’alto e solo successivamente, in opposizione a super ‘sopra’, assunse il significato di ‘sotto’. Il suo significato d’origine era dunque ben acconcio alla formazione di verbi che indicassero un sollevamento, un’eccitazione, un suscitamento, quest’ultimo dal lat. sus-cit-are, da *su(b)s-cit-are ‘muovere all’insù’. La mia opinione è che la particella avesse originariamente un significato di 'movimento' senza distinzione di direzione. Esisteva in latino anche il vento Sub-vespertinu(m) o Sub-vesperu(m) il quale, benchè indicasse un vento di sud-ovest (Zefiro?) e quindi corrispondente al significato apparente del nome (‘sotto l’Occidente’), non può, per quanto abbiamo osservato prima, che essere interpretato come composto di due membri, ciascuno con il significato di ‘vento’. Per il sec. membro a me viene spontaneo pensare al ted. wisper-n ‘sussurrare’, ingl. whisper ‘sussurrare, bisbigliare’ per quanto questo termine presenti un primo elemento whis- proveniente da hwis- a sua volta da *kwis che presupporrebbe una rotazione consonantica avvenuta molto indietro nel tempo, tanto da verificarsi, oltre che nel germanico, anche in parole latine. Del resto nel mio dialetto di Aielli la ura era il ‘timone dell’aratro’ (cfr. lat. curem ’lancia’), che nel vicino paese di Cerchio ed altrove (Rocca di Botte) suonava cura: la mancata elisione della –a- dell’articolo nell’aiellese la ura sta a significare che il  nome seguente doveva essere preceduto dalla una fricativa sorda –h-, residuo della velare sorda –k-: l’espressione originaria era quindi la *hura. Esisteva comunque anche una radice ves,vis con corrispondenze germaniche riscontrabile nel dialettale viscia(2) (siciliano, ligure) ‘venticello freddo, brezza; (emiliano) buriana, maestrale’ e nel fr. bise ‘tramontana’. La radice non doveva essere molto diversa da quella del lat. vis(s)-ire ‘emettere aria dall’ano’. Un eventuale composto *Ves-boru(m) , col sec. membro uguale a quello del vento Euro-boru(m) già citato, avrebbe fatalmente dato, per etimologia popolare, Ves-peru(m). Alcuni giorni dopo aver scritto quanto sopra, ho trovato, nel sito web citato alla nota 6, il nome di un vento tedesco, il Wisper-wind (regioni del Mittelrheintal e del Rheingau), manco fossi un indovino! In un sito in cui si elencano nomi di venti ho incontrato il nome dialettale Zef-vest per lo Zefiro: il lettore che eventualmente sapesse qualcosa in più su questo nome è pregato di farsi vivo gentilmente con me.

In nuorese il bentu cherbinu, chervinu, gerbinu indica l’orticaria la quale, apparentemente, non avrebbe nulla a che vedere con l’idea di “vento”. Nel DULS (3) di A. Rubattu è indicato anche il significato di ‘vento’ per questa espressione anche se, nella sezione italiano-sardo, compare solo il primo significato. Un umile ricercatore come me è costretto a riflettere che l’erba e bentu (lett. ‘erba di vento’) in sardo indica la ‘parietaria’, erba delle Urticacee, che quindi fa scoccare nel mio cervello la scintilla che spinge a collegare questo nome con quello precedente per ‘orticaria’, per via del termine comune bentu ‘vento’, pur essendo esso estraneo sia al concetto di "orticaria" che a quello di "erba", almeno per le nostre menti di uomini in balia da epoche immemorabili di un linguaggio fortemente specialistico che separa, divide e suddivide spesso nettamente, un concetto dall’altro. Senonchè in questo caso la voce bentu doveva significare ‘erba’ ed essersi pertanto incrociata con un termine simile all’ingl. bine, bind ‘stelo, pollone flessibile’. Ma ciò non basta. Dietro il termine doveva agire anche il significato di ‘attacco violento’ e quindi di ‘eruzione’ sulla pelle in senso medico. Abbiamo incontrato più sopra un significato simile nel verbo av-vent-arsi. E così tutto si chiarisce con stupefacente facilità… faciloneria! correggerà forse qualcuno al quale vorrei chiedere, però, che mi spiegasse lui in un modo migliore, più credibile e scientifico le apparenti assurdità dei significati superficiali di termini che comunque risultano chiaramente legati da segrete corrispondenze. E’ questo un caso paradigmatico perché ci costringe a riconoscere il gioco avventuroso, che qui riesce ad affiorare in superficie (attraverso lo strano comportamento del termine bentu che collega le due espressioni) impedendoci così di negarlo, messo in moto dalle parole con i loro incroci e con il combaciare dei loro significati profondi. Resta ora da spiegare cherbinu con le altre sue varianti. Probabilmente il termine indicava, o almeno avrebbe potuto indicare, anche un ‘vento’ perché esso ha tutta l’aria di essere una variante dell’altro noto anemonimo Garbino, vento di sud-ovest, anche se il Garbin nella parlata di Neresine in Damazia indica un vento di nord-ovest, ma ormai voglio sperare che non saranno le direzioni dei venti a farci perdere la tramontana! Il fatto è che la serie di termini composta da log. cherv-ile, nuor. carv-arju, nuor. arb-arju (da carb-arju), nuor. corv-agliu, nuor. corv-ile, nuor. corb-arju, con radice variamente alternante, uguale a quella di Garb-ino, indicano il ‘bacìo’ cioè un luogo ombroso, esposto a Tramontana. Che queste espressioni sarde derivino dal concetto di ‘Tramontana’ ce lo dice il nuor. corv-arju ‘Tramontana’ appena diverso da nuor. corb-arju ‘bacìo’, probabile ampliamento del lat. Corus, vento di nord-ovest. L’italiano Rovaio ‘Tramontana’ deve essere il risultato di un originario *crovaio, *grovaio divenuto rovaio per la caduta della velare iniziale. Miseria della scienza etimologica ufficiale che annaspa in ipotesi improbabili per questo termine! Ma come si può arrivare al significato di ‘orticaria’ anche per questo secondo termine dell’espressione? Secondo me basta riflettere sul campid. cerb-ai ‘scoppiare’, campid. cherp-ai ‘crepare’ per dedurre che il termine poteva servire anche per l’eruzione sulla pelle. La supposizione è confermata dal nuorese cherfa ‘eruzione (anche se non della pelle)’, nuor. carfia ’fenditura’, nuor. carf-ire ‘fendere’. Giuro di aver scovato questi termini qualche giorno dopo la riflessione precedente. La radice, a mio avviso, non può essere,però, riportata solo al lat. crep-are ‘crepitare, spaccarsi, fendersi’ perché si incontra il campid. cerpiu, in-cerpiu ‘insetto’ che, ricalcando l’etimo di latino in-sectu(m) ‘insetto (cioè sezionato)’ che a sua volta ricalcava quello di gr. en-tomos ‘intagliato,insetto’, deve significare ‘(animaletto) diviso (in segmenti)’. Il sostantivo sardo assomiglia molto al ted. Kerb-tier, Kerf ‘insetto’ dal verbo kerb-en ‘intaccare’ (cfr.ingl. carve ‘intagliare, incidere’) ma sappiamo che la velare sorda –k- in tedesco si suppone provenga da velare sonora –g- di gr. graph-o ‘scrivo’. Potrebbe trattarsi, quindi, di semplice variante: andrebbe bene anche l’ingl. harv-est ‘mietitura, raccolta, vendemmia’, ted. Herb-st ‘autunno, raccolto’ legati al lat. carp-ere ‘staccare, cogliere, scindere in parti, sminuzzare’, lituano kerpù.’taglio con le forbici’, sardo log. carp-ire ‘fendere, incrinare, penetrare’. In latino la variante cerp- ama apparire all’interno di verbo come in de-cerp-ere ‘staccare, strappare’, ma starei ben attento prima di qualificare il fenomeno come apofonia. Nel campid. musca crébina ‘mosca carnaria’, xerbina (pron. appr. gerbina)‘mosca cavallina’ si ripresenta la radice in questione e tutta l’espressione inizialmente poteva indicare anche il “vento” dato che la radice di musca indicava in sardo anche il “sibilo” e simili (4). Ma l’incrocio col nome dell’insetto ha trascinato con sé anche il significato dell’altra parola dell’area di lat. carp-ere, generando il significato specializzato di ‘mosca penetrante, pungente’ dell’espressione. Il nuor. bentu de crab-on-axi ‘vento dei carbonai, Scirocco’ non è altro che una variante di Garb-ino con ampliamento in –ario.

E così arriviamo all’espressione campidanese di musca macedda ‘mosca carnaria, mostro’. Il secondo termine macedda risale al verbo maceddai (cfr. lat. tardo mac-ell-are) ‘macellare’. In log. si ha musca maghedda dal verbo magh-edd-areassalire, macellare, maltrattare’. Il significato di ‘assalire, attaccare’ ci fa capire perché la mosca carnaria ha assunto questo nome, trattandosi di insetto che attacca animali con ferite aperte e in putrefazione, ma potrebbe andar bene anche per il “tafano” . Infatti nella tradizione popolare questa mosca sarebbe un mostro a forma di enorme mosca fornito di pungiglione mortale. In nuor. mac-ula significa ’tacca’, in camp. mac-ul-ai vale 'ammaccare, pestare, macchiare’, in nuor. mag-un-ire (5) significa ‘ammaccare, massacrare’: allora è da supporre che la radice mac-,mag- uguale a quella di mac-ello e anche molto diffusa (cfr. it. am-macc-are, sp. mag-ull-ar'ammaccare', sp. mach-ac-ar 'pestare, schiacciare', sp. maca 'ammaccatura della frutta', fr. macque 'maciulla' ), esprimesse di volta in volta l’impeto di un’azione più o meno violenta. La cosa torna utilissima nello spiegare l’etimo giusto del vento Maestro, da precedente Mag-istro, parola il cui primo membro deve far capo a questa radice che qui esprimerebbe la forza del vento. In serbo-croato (il linguista A. Areddu mette in relazione il protosardo con l’illirico o albanese) si ha il verbo maha-ti ‘agitare, sventolare’ che sarebbe perfetto per il nostro caso come lo è il nome francese del vent de la Magne(6) della Savoia, la cui radice combacia anche con quella di lat. mag-nu(m) ‘grande, potente, forte’: l’espressione campidanese di bentu Mannu (7) ‘Maestrale’, (lett. ‘vento Grande’ dal lat. magnum) conferma tutto il ragionamento, ma che dico! taglia inesorabilmente la testa al toro alla questione e minaccia a testa bassa gli spauriti linguisti che increduli continueranno a negare la verità! Ma c’è di più. In Provenza il Maestrale è chiamato anche Mango-fango (il primo membro deve essere metatesi da *magno: cfr. sscr. manh-ate 'è grande, felice'), diventato per etimologia popolare Mangeo-fango (e simili) per dar vita alla banale (ma molto apprezzata dai linguisti!!!) spiegazione popolare del nome, inteso come ‘mangiatore di fango’ perché il suo spirare asciuga tutto e naturalmente anche il ‘fango’. Ma che non si tratta di ‘fango’ è indirettamente dimostrato dall’altro nome del vento, sempre in Provenza, di Lipo fango’ dove la parola, però, non si presta più a simili interpretazioni che corrono dietro ai significati particolari. Qui ribadisco con forza il mio principio aureo secondo cui  non è mai la storiella, la credenza, il mito a dar origine al nome ma, all'opposto, il nome a dar origine a tutto l'altro, in virtù del diabolico meccanismo degli incroci tra le parole che oltretutto condividono un significato originario comune. Anche l'antropologia culturale farebbe bene a prendere atto di questo fatto. La voce fango assomiglia stranamente (?) al cinese feng (fang)‘vento’ e sembra ampliamento di ingl. fan ‘ventaglio’ che si trae dal lat. vannu(m) ‘vaglio’, recipiente che serviva per separare il grano e altri cereali dalla pula. Ricordo soprattutto le donne che nelle aie si portavano all’altezza del capo il recipiente pieno scuotendolo  leggermente e ripetutamente e facendo ricadere sulla verticale i chicchi puliti in un lenzuolo steso ai loro piedi, mentre un po’ più in là, a seconda della forza del vento, andava ad ammucchiarsi la pula molto più leggera. Si trattava, insomma, di un’operazione di vero e proprio ventilamento, idea che deve essere alla base di questi termini, compreso il fango del Lipo-fango e del Mango-fango. A questo punto sono costretto a mettere in dubbio l’etimo di ted. Föhn ‘vento caldo di caduta, uragano, tempesta’ fatto derivare  dal lat. Favoniu(m)’Favonio’. Ma, tanto per cominciare, l’etimologia corrente che trae in ballo il lat. fav-ere ‘favorire’ col pretesto che il vento ‘caldo’ di sud-ovest o ovest favorisce i coltivi e la vegetazione, dovrebbe cadere non appena si guarda al significato di tosc. fogno ‘bufera di vento e nevischio’, variante dialettale di Favonio insieme ad altre come Faùgnë. La vera radice di Fav-onio è pertanto, a mio avviso, simile a quella di a. ingl. waw-an ‘soffiare’ che è stata produttiva anche da noi con l'espressione bava di vento o semplicemente bava ‘vento leggero ma persistente’ e che è un raddoppiamento di quella di sscr. wa-ti ‘soffiare’ già incontrata. Ma i linguisti, in tutt’altri meccanismi affaccendati, non si sognano nemmeno simili accostamenti che a me sembrano lampanti. Essi danno per bava (dial. vava) ‘liquido viscoso che fuoriesce dalla bocca’ un etimo onomatopeico, comoda valvola di sfogo per ogni difficoltà, e mi pare che non avvertano nemmeno la necessità di spiegare il significato di it. bava ‘vento leggero’, perché forse lo ritengono metafora dell’altro. Contenti loro! Le vertiginose corrispondenze originarie tra le parole si trovano ad un livello molto più profondo di quello delle metafore superficiali cui siamo abituati! Si incontrano idronimi tipo Acqua del Vento, Rio del Vento (Italia), Winds-bach ‘Rio (Bach) del Vento (Wind)’ (Germania) che, a mio avviso, collegano l’ acqua al vento, perché ambedue gli elementi erano forme viventi agli occhi di chi vedeva la realtà animata da spiriti. La stessa problematica rispunta nel nome greco del vento Lip-s, gen. Lib-ós ‘vento di sud-ovest, Libeccio’ inteso come ‘piovoso’ per influsso della radice di gr. leib-o ‘stillo, verso, spando’. Ma a mio avviso la radice l’abbiamo incontrata già in uno dei nomi provenzali del Maestrale, cioè Lipo-fango! Pertanto sono da scartare inesorabilmente tutte le spiegazioni che puntano a concetti particolari per il Lib-eccio (Libia, pioggia, ecc.), nome che sarà, invece, un ampliamento del precedente.

In campidanese il Maestrale è chiamato anche bentu Estu che non può significare ‘che spira da destra (estu ‘destro’)’ né può essere accorciativo di Ma-estro (camp. bentu Ma-istu) ma solo il suo secondo membro –estro molto probabilmente simile al gr. oistr-os ‘tafano, pungiglione, estro, furia’, dalla radice di gr. oi-mai ‘assalire’, significati ad hoc per nominare un vento. Non sarà certamente un caso se la voce mastrë del dialetto di Luco dei Marsi e di altri paesi indica, oltre al mastro o maestro, anche il sussi, gioco che consiste nel lancio di piastrelle. C’è un’espressione curiosa riportata nel Voc. Abruzz. del Bielli che è la seguente: Va spèrzë gnë ll’ànëmë dë lu mastrë d’attë ‘Va ramingo per il mondo’, lett. ‘Va sperso come l’anima del maestro d’atti (cancelliere)’. Perché mai l’anima dei cancellieri sarebbe dovuta andare raminga per il mondo, quando invece essi generalmente operavano, al contrario, presso un tribunale o nella corte di un principe? Non ci sono interpretazioni attendibili, a meno che uno non si accontenti di qualche spiegazione purchessia, come si è soliti fare, spesso anche da parte degli studiosi. Col mio metodo interpretativo si va, se non altro, direttamente all’osso rompendo il circolo vizioso delle spiegazioni che si rincorrono a vicenda ancorate al significato risaputo dei termini come in un gioco ingannevole di specchi che impedisce di uscire dal cerchio fatale dell’apparenza superficiale. Io vedo nell’espressione un cumulo di tre termini per ‘vento’, parola che vi andrebbe a fagiolo: infatti quale paragone sarebbe più appropriato di quello del vento per un anima perduta e vagabonda? I termini sono appunto anima (cfr. gr. anemos ‘vento’), mastre (da maestro nel senso di’vento’), e ted. Atem ‘fiato, alito’ con gr. atm-os ‘vapore’. Se qualcuno ha una spiegazione più credibile, si faccia avanti. Alcune espressioni tradizionali, come succede per taluni toponimi, attraggono lentamente, col passare del tempo e il variare delle aree linguistiche in cui esse si diffondono, i termini relativi allo stesso concetto usato in successione diacronica e diatopica (non arricciate il naso dinanzi a queste parole, diciamo così, specialistiche! Non ho fatto altro che ripetere il concetto della variazione nel tempo e nello spazio!)

Che il vento di Tra-montana sia da intendere come ‘vento che viene da oltre (lat. trans) i monti’ non lo crederei nemmeno se fosse vero. Il log. Tra-ventu ‘vento di mare’ può aiutarci a capire che si tratta del solito composto tautologico. La radice di lat. monte(m) indica essenzialmente una ‘spinta, sporgenza’, la stessa che anima un vento. Il lat. mente(m) equivale secondo me a spiritu(m) ‘soffio, spirito’ e si collega a gr. men-os ‘impeto, ardore, furore’. L’attività del pensiero è espressione di una tensione dello spirito. Mi scuso con i lettori se non vado molto a fondo in questo caso, ma è utile rileggere quanto ho scritto nel post Etimo di “tramontare” nell’ottobre del 2010 e nel post A volo d’uccello del dicembre 2011. Voglio chiudere con un nome di vento registrato dal Vocab. Abruzz. del Bielli, cioè Sfratta-campagne, nome che il Libeccio assume d’inverno perché manderebbe via presto la neve. In realtà il primo membro non è altro che la radice di italiano arc. sferat-oio o sferrat-oio detto di vento impetuoso: facile è il confronto con la radice di Sfratta-. Inoltre lo Sferatoio (8) in toscano è un ‘vento molto fresco e violento’. Ma l’illustre linguista M. Cortelazzo, che spiega questa voce nel libro indicato nella nota 7, ama invischiarsi in una spiegazione che attribuisce l’origine del vocabolo alle ancore (ferri), le quali non resisterebbero alla forza del vento che trascina via l’imbarcazione. Si trova sempre una spiegazione purchessia, anche se la più banale e meno probabile, che ricalca i modi dell’etimologia popolare! E così non ci si accorge che queste spiegazioni che rimandano a situazioni particolari non fanno altro che assecondare la credibilità ingannevole dei significati superficiali, magari di volta in volta diversi, come avviene qui (ancore, sfratto) e che in questo modo le parole ci menano impunemente per il naso. Eppure io non credo di essere un genio (la mia vita è passata ahimè tutta all’ombra della modestia ritrosa e dell’invisibilità silenziosa! Destino comunque più dignitoso di quello degli spigliati presenzialisti e degli indaffarati politicanti di ogni risma pronti a promettere, spendere e spandere su tutti i fronti, spuntati come funghi sul suolo dell’Italietta provinciale che, iniziata a crescere nel dopoguerra, stuzzicava così il loro vasto,  ingordo e immorale appetito), un genio che vede cose che altri non sanno e non possono vedere! E, d’altro canto, queste mie osservazioni linguistiche non mi appaiono prive di qualsiasi fondamento, frutto di pura fantasia e vanità, tanto da poter essere a cuor leggero scartate!

Per parte mia individuerei nella radice in questione anche quella del vento Z(e)f(i)r(o). L’it. sferr-are, nel significato di ‘lanciare con forza, attaccare’ non può derivare da ‘ferro’ con s- estrattivo ma scaturisce da questa radice per ‘vento’. Per -campagna rimetto a qualche volonteroso la ricerca di una radice adatta al ‘vento’suggerendogli il confronto con il nuor. bentu campinu, bentu de campu ‘maestrale’, vento che, come tutti gli altri, scorre certamente libero per la campagna, ma in questo senso non ci sarà di aiuto. Io mi sento un po’ stanco, e qui mi fermo, sperando che un buon vento mi culli portandomi con sé leggero e beato in più spirabil aere dove i problemi linguistici, insieme alla gran caterva degli altri che assillano l’umanità, svaniscono in un sibilo appena avvertibile, quasi insignificante. Buttatimi alle spalle questi spinosi, anche se nel contempo esaltanti problemi, permettetemi di ricrearmi nell’atmosfera leggera, divina e profonda della poesia Elévation di Charles Baudelaire:




                            Elévation



Au-dessus des étangs, au-dessus des vallées,
Des montagnes, des bois, des nuages, des mers,
Par delà le soleil, par delà les éthers,
Par delà les confins des sphères étoilées,


Mon esprit, tu te meus avec agilité,
Et, comme un bon nageur qui se pâme dans l’onde,
tu sillonnes gaiement l’immensité profonde
Avec une indicible et mâle volupté.


Envole-toi bien loin de ces miasmes morbides;
Va te purifier dans l’air supérieur,
Et bois, comme une pure et divine liqueur,
Le feu clair qui remplit les espaces limpides.


Derrière les ennuis et les vastes chagrins
Qui chargent de leur poids l’existence brumeuse
Heureux celui qui peut d’une aile vigoureuse
S’élancer vers les champs lumineux et sereins;


Celui dont les pensers, comme des alouettes,
Vers les cieux le matin prennent un libre essor,
—Qui plane sur la vie, et comprend sans effort
Le langage des fleurs et des choses muettes!




                        Elevazione

Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli
Delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari,
Al di là del sole, al di là dell’etere,
Al di là dei confini delle sfere stellate,

Mio spirito, tu ti muovi con agilità,
E come un bravo nuotatore che si bea nell’onda,
Tu solchi gaiamente l’immensità profonda
Con indicibile e maschia voluttà.

Fuggi lontano da questi miasmi pestiferi;
Vai a purificari nell’aria superiore
E bevi, come un puro e divino liquore,
Il fuoco chiaro che riempie gli spazi limpidi.

Deposti gli affanni e i dolori devastanti
Che opprimono col loro peso l’esistenza brumosa,
Felice colui che può con ala vigorosa
Slanciarsi verso plaghe luminose e serene;

Colui i cui pensieri, come le allodole,
Liberi verso i cieli si librano al mattino,
—Che plana sulla vita, e comprende divino
Il linguaggio dei fiori e delle cose mute!



Note:

(1)Cfr. N. Bracco, Piccolo Dizionario dell’antica parlata di Neresine, sito web http://www.arcipelagoadriatico.it/saggi/dizionario/  

(2) Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato I Dialetti Italiani, UTET, Torino 1998, sub voce.

(3) Cfr. sito web http://www.toninurubattu.it/ita/DULS_SARDO_ITALIANO.htm  sub voce.

(4) Cfr. il mio blog Meditazioni Linguistiche, post  Zitto e mosca del luglio 2011.

(5) Con questa abbondanza di termini sardi che significano ‘pestare, ammaccare’ e simili non credo necessario connettere strettamente l’it. mac-ina ‘mola’ al lat. machina dal gr. dor. machaná ‘macchina’ benchè le due parole derivino da radici, se non uguali, simili.

(6) Cfr. sito web http://www.mondorf-wetter.de/regiowind/lip_regiowind.htm

(7) Anche questo nome, che deve essere comparato con ted. moeg-en 'potere' e ingl. may 'potere', l’ho scoperto dopo diversi giorni dalla stesura del testo. Il suo signif. di 'grande, forte', che potrebbe sembrare giusto, farebbe in fondo torto al Maestrale che, come tutti i venti, può essere forte ma anche moderato o addirittura debole. Il suo camuffarsi nella forma provenzale Mango- dovrebbe però dissipare ogni residuo dubbio sul significato del sardo bentu Manno, da lat. magnu(m) ‘grande’. Ma l’incredulità degli studiosi può raggiungere vette inaccessibili!

 (8) Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato I Dialetti Italiani, cit.




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