giovedì 19 aprile 2018

"Ai tempi che Berta filava"


                                          
                                                     




                                                     

   Il modo di dire in epigrafe ricorre anche nella forma negativa (Non) sono (più) i tempi che Berta filava e vuole significare ‘Ai tempi dei tempi, quando le cose andavano bene’.  Un tempo, dunque, situato in una dimensione di favola in contrasto con quella del presente che solitamente sentiamo, per certi versi, come una brutta copia del più o meno lontano e mitico passato. 

   Questa volta non credo che mi dilungherò troppo, perché la soluzione dell’enigma costituita dal nome personale Berta è a portata di mano.  Come premessa dico solo che la mia interpretazione è talmente obbiettiva (mi scuso, col gentile lettore, di quella che può apparire come una mia arrogante sicumera) che non potrà essere messa in dubbio, al punto che sfido chiunque tra i miei pochi lettori, dotti o no, a farmi fare una pessima figura (e li ringrazierò per questo), proponendo una più realistica e scientifica soluzione.  I linguisti, pur essendo in genere molto più preparati di me nelle varie branche della materia, non sono purtroppo arrivati alla spiegazione vera di questa locuzione, e mai ci arriveranno, a mio parere, se non avranno prima capito e accettato il mio metodo esplicativo che, come un grimaldello, scardina con disinvolta rapidità ed efficienza quelle serrature che purtroppo risultano inviolabili con chiavi normali non calibrate adeguatamente. Fuor di metafora, bisogna che si riesca a capire che solitamente, dietro le parole chiave di qualche proverbio o modo di dire (ma anche in molte altre del lessico normale) come questo in esame, si nascondono vocaboli con significati tenuti ben nascosti da quelli di altre parole omofone sopraggiunte successivamente. A me l’assunto sembra del tutto chiaro, e lo vado ripetendo e dimostrando da gran pezza nei miei articoli. 

  Su questa Berta, che donnescamente filava, sono nate supposizioni e favole che possono riempire un libro intero.   Tuttavia la supposizione che va per la maggiore fa coincidere Berta con la madre di Carlo Magno o la sorella che portava lo stesso nome.  Ambedue furono costrette, secondo notizie romanzesche, a sostenere la propria vita filando umilmente la lana, a causa di improbabili rovesci economici.  Mi viene da esclamare: «Poveri linguisti! tutto quello che sanno fare su questa storia è scegliere, fra le tante, la versione tradizionale più convincente».  L’è tutto da rifare! osservava col suo accento fiorentino il gagliardo Ginettaccio commentando le tappe del Giro d’Italia, quando lui non correva più. 

   Ora si dà il caso che, nel dizionario online del dialetto di Gallicchio-Pz[1], si trovi, sotto la voce fëlà, l’espressione Cuànnë Vèrtulë fëlavë resa in italiano con “Quando Berta filava, All’epoca in cui la gente era ancora onesta, Al tempo dei tempi”.   Siccome mi era sorto il dubbio che il nome Vèrtulë potesse non corrispondere ad un possibile diminutivo italiano Bèrtola, del personale Berta, chiesi informazioni direttamente alla signora Balzano, creatrice e curatrice del sito, la quale gentilmente mi ha precisato che quel nome proprio non esiste nel dialetto di Gallicchio e che lei l’aveva tradotto con l’it. Berta solo perché pensava, giustamente, che il detto dialettale ripetesse quello italiano.   Questo è molto interessante perché mi consente di affermare con grande sicurezza che il modo di dire gallicchiese è vicino a quello che doveva essere il testo originario del detto. La voce vèrtulë dovrebbe essere stata scritta, all’origine, con la minuscola perché essa corrispondeva a qualche forma diminutiva di un termine *verta  o simile col significato di ‘fusaiola’ o anche di ‘fuso’, lo strumento con cui si filava la lana contenuta[2] nella conocchia o rocca, ancora ai bei tempi della mia fanciullezza che rimpiango nostalgicamente. Credo sia superfluo ricordare il betacismo cioè lo scambio v/b e viceversa, abbastanza ricorrente nei nostri dialetti meridionali ma anche altrove[3]. La radice è quella del verbo lat. vert-ere ‘volgere, girare’, azione fondamentale impressa al fuso dalle abili mani delle filatrici che così torcevano il pennecchio di lana tratto a mano a mano dalla conocchia, trasformandolo in filo.  Un ragazzo di oggi credo che a mala pena conosca il termine fuso avendo una vaghissima nozione dello strumento con la sua forma aerodinamicamente allungata, e che tanto meno conosca la parola conocchia o quella che da noi era chiamata la vert-ecchia[4], una fusaiola rotondeggiante che, inserita in fondo al fuso, serviva da volano al suo movimento vorticoso. Da noi, quindi, la radice del verbo vert-ere ‘girare, avvolgere’ serviva ad indicare la fusaiola ma altrove poteva designare il fuso stesso, come nell’antico alto ted. wirt, wirt-l ‘fuso’. Del resto essa nel ted. moderno torna ad indicare di nuovo, con Wirt-el, la fusaiola.  Nel dialetto gallicchiese si incontra anche vèrt-ulë ‘bisaccia’ che però non ha a che fare con la nostra locuzione , corrispondente
all’altra forma lucana con betacismo bèrt-ula ’bisaccia’, anche calabrese e siciliana[5], derivante dal lat. avert-a(m) ‘sacco, valigia’ con aferesi della /a/ iniziale.

   Delineato questo quadro, tutto appare molto più chiaro.  Il modo di dire preso in esame voleva spiegare la diversità del presente, visto spesso come peggiore dei tempi andati, rispetto ad un passato più o meno mitizzato.  Ogni civiltà ha sempre creato la sua Età dell’oro. Il detto, rimaneggiato con qualche aggiunta, potrebbe essere espresso più chiaramente in una variante come questa: Sono finiti i tempi in cui le cose andavano meglio e la gente era più onesta, quando ogni cosa funzionava secondo il modo naturale ad essa connesso, cioè il fuso filava, l’aratro arava, l’erba cresceva, la pecora brucava e la moglie non tradiva.  E sì, perché la suscettibilità dell’uomo nei confronti della donna, in passato molto più provocabile che ai nostri giorni, avrà trovato nel proverbio, una volta subentrato in esso il nome Berta, una conferma di quello che magari già andava sospettando, forse ingiustamente. E’ probabile che la forma originaria del detto fosse proprio quella di una favola, breve e sentenziosa, in cui i protagonisti erano tutti personificati, animali, piante e oggetti.

   E i linguisti ancora non smettono, e mai smetteranno, di cercare con accanimento l’identità della fantomatica Berta, uno scherzo che la Lingua, la quale è vecchia di decine di migliaia di anni (la filatura mi pare risalga al neolitico), ha giocato nei loro confronti.  Oh! che cosa non darei per rivedere filare sulla scala con le vicine di casa la vecchierella  del leopardiano “Sabato del villaggio” e della mia fanciullesca memoria, vivida e dolente insieme!



[1] Cfr. sito web: http://www.dizionariogallic.altervista.org/index.htm .  Il dizionario, impeccabile nella veste grafica e nelle spiegazioni, è opera di Maria Grazia Balzano.

[2] Ricordo che il bastone della rocca, in genere costituito da una canna, si apriva in diverse parti ad una delle due estremità, in modo da formare una sorta di gabbietta ovoidale, entro la quale veniva sistemato l’ammasso della lana da filare. La forma naturalmente poteva variare di zona in zona.

[3] Cfr. abr. bive ‘vivo’ (lat. viv-um), abr.vève ‘bere’ (dal lat. bib-ere), nel Vocab.abruzz. di Domenico Bielli;  ital. arcaico boce ‘voce’, ecc.

[4] Cfr. lat. vert-ic-ill-u(m) ‘fusaiola’, gallicch. furt-ëc-ìllë ‘fusaiola’.
 
[5] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino 1998 sub voce bèrtula.  





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