venerdì 10 agosto 2018

Voci dialettali desuete ma molto istruttive


                          

Forse solo a qualche persona anziana come me  succede che, quando deve nominare la buccia del chicco d’uva, la prima parola che affiora nella sua mente, ma che deve ricacciare subito dentro per non suscitare ilarità e incomprensione nei giovani del paese o in chi, venendo da fuori, è abituato ad usare l’italiano, è quella di scrë-ffùjjë. Non mi vergogno di dire che la mia lingua madre è il dialetto di Aielli-Aq, ed è quindi esso che prepotentemente si fa avanti per primo tutte le volte che può, quando meno vigile è il controllo esercitato su di esso dalla umana tendenza ad apparire scimmiescamente come gli altri e da tanti anni di insegnamento nelle scuole secondarie in cui bisognava pur parlare in italiano sia pure con inflessioni dialettali.

   Nel Vocabolario abruzzese di Domenico Bielli la parola suddetta non compare ma ne sono riportate altre in parte simili, come scrë-ccùjjë, scrë-ccójjë ‘fiocine, sottile buccia che copre il chicco d’uva’.  Caratteristico è l’uso del Bielli di parole arcaiche anch’esse nella spiegazione delle voci dialettali. Come si può notare, la prima componente delle tre parole è sempre la stessa, mentre la seconda cambia.  Fidandomi del fatto che spessissimo le parole indicano direttamente le cose per quello che sono, ho cercato radici che potessero rispondere al concetto di “pelle, buccia” e simili.  Mi è subito venuto in mente il lat. scr-ot-u(m) ‘scroto’, la pelle che, a mo’ di sacco, avvolge i testicoli.  La radice è presente anche nel lituano skurà ’pelle, cuoio’, ant. slavo skora ‘pelle, cuoio’.  La seconda componente –fùjjë della voce aiellese (con la normale palatalizzazione della doppia /l/ che diventa /jj/) corrisponde, secondo me, al lat. foll-e(m) ‘mantice, borsa, cuscino’, mentre le seconde componenti delle voci riportate dal Bielli, varianti di una stessa radice, corrispondono al lat. culle-u(m), sempre con la /l/ palatalizzata, e al gr. kole-ós ‘fodero, vagina, guaina’. Cfr. anche l’it. arc. coglia ’scroto’.

     Come è bello ritrovare la seconda componente -fujjë della voce aiellese suddetta nel sardo nuorese fodd-òne 'buccia dell'acino', nel sardo logudorese fodde 'buccia dell'acino', e nel sardo campidanese foddi 'buccia dell'acino'!  La forma aiellese è molto più vicina a quelle sarde che al  lat. foll-e(m) 'mantice, borsa' per via del significato che è una specializzazione di quello della parola latina.  In sardo la doppia /l/ latina si trasforma in doppia dentale cacuminale /d/.  E' quindi molto improbabile che le voci sarde e quella di Aielli siano derivate autonomamente dalla forma latina dopo che questa arrivò in epoca storica nei rispettivi dialetti, ma è molto più credibile che esse si siano specializzate ad indicare la buccia dell’acino, sempre da un termine ad esse sovraordinato simile a quello latino, ma chissà quando e chissà dove prima che il latino giungesse storicamente nei rispettivi territori. Certamente il latino non sarà nato e cresciuto nell'ambito ristretto del Lazio dove lo troviamo storicamente, e pertanto diverse parole sparse nei dialetti italiani saranno da considerare antecedenti all'arrivo in loco del latino storico. Ma  è senz'altro difficile riconoscerle. 

    Per rendersi conto che è questa idea di “pelle, buccia“ o, meglio, “avvolgimento, rivestimento” che sta sotto a queste parole si pensi alle voci, sempre tratte dal Bielli, concujjë ‘fiocine dell’uva’, o conculla ‘mallo della noce o mandorla’ la quale da noi ad Aielli suona cungùjjë ‘mallo della noce o mandorla’. Va da sé che questa voce rimonta al lat. conchyli-u(m) ‘conchiglia’ (ampliamento di gr. kónkhē, lat. concha ‘conchiglia’) o direttamente alla rispettiva forma greca.  Abbiamo visto, infatti, in altri articoli che il greco dalle nostre parti esisteva prima che arrivasse il latino.  Vorrei, però, che si facesse molta attenzione a questo: all’inizio della lunghissima storia delle parole, i significati, come si può vedere in questo caso, non erano per nulla specializzati e determinati. Non è successo, insomma, che fosse esistito prima il significato di ‘conchiglia’ e poi da esso fosse derivato quello di ‘mallo’: all’origine potrebbe essere stato addirittura il contrario, e quindi più sopra non mi sono ben espresso quando ho fatto rimontare al greco queste voci: scientificamente dovevo dire solo che in greco esistono voci simili con un significato paragonabile, ma non uguale, a quello che appare nei nostri dialetti, cosa che fa presumere una loro parentela, ma che non è la prova di una primogenitura delle forme greche. Queste forme dialettali, data la notevole differenza di significato rispetto alle corrispondenti greche, potrebbero, insomma, essere arrivate qui non per il tramite del greco antico ma attraverso filoni linguistici non meglio identificati che potevano essere anche anteriori a quelli che interessarono la Grecia.

     Ciò che comunque ci interessa molto è renderci conto che i vari significati delle parole ne hanno sempre un altro più generico sovraordinato rispetto a quello che storicamente si fissa, per una data parola, in questa o quella lingua. Questo comportamento, infatti, ci induce a sostenere che il significato d’origine di una radice era talmente generico da dover corrispondere a quello delle altre radici, come abbiamo detto in altri articoli, e che quindi i milioni di termini costituenti tutte le lingue dell’uomo, vive o morte che siano, derivano sempre da un unico concetto generalissimo che potrebbe corrispondere a quello di “anima”.

    Il Bielli riporta anche un’altra voce per ‘buccia d’uva’ e cioè scur-piccë  di cui, però, non sono stato capace di interpretare il secondo membro –piccë. Mi sembra vagamente simile all’it. buccia, termine anch’esso molto problematico per l’etimologia. Un altro insegnamento, non di poco conto, deriva da questa serie di termini dialettali riguardanti la buccia d’uva: il fenomeno della ripetizione tautologica dei membri in cui può essere divisa una parola vi spicca in una maniera incontestabile che impedisce di metterlo in dubbio.

Nel diminutivo lat. folli-cul-u(m) compare chiaramente anche il significato di ‘scorza, buccia, involucro’ oltre a quello di ‘sacco, sacchetto’ e anche, pensate un po’, quello di ‘scroto’, ma mi pare che non sia stato mai  usato in riferimento specifico alla buccia dell’acino.  Io sostengo che la forma diminutiva, prima che diventasse tale, costituiva soltanto una tautologia in cui il secondo membro cul-u(m) ripeteva lo stesso significato del primo, e cioè ‘involucro’, come suggerisce il sopracitato gr. kole-ós ‘fodero, vagina’ e il lt. culle-u(m) ‘sacco’. A mio avviso anche il gr. phōle-ós ‘covo, buco, caverna’ , gr. phol-ís, -ídos ‘squama (di animale), scaglia’, gr. phell-ós ‘sughero’ sono tutti imparentati col lat. foll-e(m) ‘sacco, borsa’ di cui sopra.

    Un’altra voce dialettale che rafforza e chiarisce quanto asserivo sui diversi filoni di diffusione delle parole che possono interessare le lingue è concòl [1], voce del dialetto veneto-friulano (con varianti in dialetti emiliani e marchigiani) col significato di ‘porca, rialzo di terra tra i solchi dell’aratro’, considerata un ampliamento del lat. concha ’conchiglia’, questo sì calco sul gr. kónkhē ‘conchiglia’.  Per me si tratta invece sempre di una forma corrispondente al nostrano cungùjjë ma con un significato talmente diverso sia da quest’ultima che da quella greco-latina da far presuppore un filone di diffusione diverso, appunto, dagli altri due, anche se il suo significato di ‘convessità’, nella forma di un ‘rialzo tra solco e solco’, era contenuto già nel genericissimo significato d’origine, o prossimo all’origine, di concavità (si pensi alla conchiglia) la quale è l’altra faccia della convessità .

   Last but not least sempre nel vocabolario del Bielli la voce abruzzese concujje indica, come ho detto più sopra, il 'fiocine dell'uva'. Anche questo valore conferma la enorme elasticità originaria dei significati: infatti non si può per nulla pensare che il significato specializzato di 'conchiglia' abbia potuto generare direttamente questo di 'buccia d'uva'! La questione sta diversamente: sia il concetto di "conchiglia" sia quello di "buccia" sono emanazioni tardive di un concetto precedente e sovraordinato di 'avvolgimento, copertura, rivestimento, ecc.'. Il gioco, poi, tra l’idea di “concavità” e quella di “convessità” si può riscontrare chiaramente osservando l’it. conca ‘recipiente per attingere e conservare acqua’ e la voce sarda corradicale conca ‘capo, testa’. E non bisogna pensare che la motivazione di quest’ultima debba essere la durezza delle ossa della testa corrispondente a quella di una conchiglia: abbiamo visto infatti che la sottile ‘buccia d’uva’, indicata con quella radice, ne faceva benissimo a meno.  E’ sempre il concetto di “convessità, avvolgimento, rotondità” che fa sentire la sua forza agendo nascostamente dal profondo. 


[1] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani , UTET, Torino, 1998.         




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