sabato 1 agosto 2020

«L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!»



    Se l’interpretazione di alcuni fatti linguistici deve essere  quella che sto per mostrare, allora a mio parere è molto acconcia l’espressione in epigrafe pronunciata spesso  da Ginettone Bartali, uno dei ciclisti più in gamba che l’Italia abbia mai avuto.

     A fianco del lemma peparola  (marchigiano: Jesi) de I dialetti italiani[1] leggo il significato di ‘asso di coppe’ di cui si riporta la spiegazione data da Urieli[2], secondo cui l’immagine impressa sulla carta può ricordare il ‘vasetto per conservare il pepe’. E tutto sembra filare liscio.

   Ora, però,l’immagine impressa sulla carta non è altro che una coppa, dovendo rappresentare il seme di coppe. Che l’immagine possa richiamare una pepiera è anche possibile, se si vuole, ma l’idea che essa fa nascere  incontrovertibilmente nella mente di chi l’osserva non è obbiettivamente tale, bensì un contenitore del tipo delle coppe, appunto.   Allora si deve  almeno supporre che la pepiera sia una suggestione che sta tutta nel termine regionale pepar-ola, il quale, nel suo significante, non lascia scampo e induce a pensare che anche il suo significato d'origine faccia riferimento ad una pepiera ma, di fatto, come subito vedremo, potrebbe raccontarci tutt’altra storia che svela un significato originario di ‘recipiente, cavità, coppa’.  Questa non è una teorica ed astratta supposizione generata dalla mia tendenza al fantastico o dalla birichina voglia di imbrogliare le carte in tavola giocate dai linguisti, ma mi pare che essa abbia dei riscontri concreti e attendibili.

    Tutto parte dal significato generico di fondo della parola pepe < lat. piper-e(m) ‘pepe’< gr. péperi ‘pepe’, significato che, come abbiamo visto nel post precedente (Abruzzese cëtërόnë ‘cocomero’),  corrisponde al concetto generico di "granello, bacca, ecc." come nel corrispondente  nome dell’ant. indiano pippala ‘bacca’, il quale rimanda ad un significato  più generico di ‘rotondità, cavità, contenitore, coppa’.   La cosa è a mio avviso pienamente confermata dalla voce abr. papar-òzzë[3] ‘grosso nicchio marino’, cioè una grossa conchiglia monovalve: una cavità, recipiente, dunque, che non ha nulla a che fare col palmipede papera . A Trasacco-Aq nella Marsica la voce papara[4] indica la ‘papera’ ma anche il 'sesso femminile'.  Il concetto di cavità riappare nell’abr. pappar-òzzë[5] ‘pozza formata dall’acqua piovana’.  Con questi concreti punti di riferimento è molto probabile che la nostra pepar-ola ‘asso di coppe’ contenga nel profondo  il significato generico di ‘cavità, contenitore’ e non abbia costituzionalmente a che fare col pepe in sé, con cui condivide solo il significato d’origine di ‘rotondità, cavità’; pertanto, era fatale che la eventuale  *pepar-ola ‘contenitore in genere’, incontrato poi per caso il suo lontano parente, cioè il pepe, rinunciasse (preso da un moto di irrefrenabile altruismo) alla sua funzione generica di contenitore per diventare un esclusivo e servile contenitore del pepe, il quale addirittura è ben felice di derivare il valore di contenitore non dai suoi strati profondi (dove, pure, quel valore realmente esisteva) ma proprio dal nome del pepe, come un sorta di valore aggiunto proveniente dalla sua funzione di contenere di fatto  (e non in virtù della sua primigenia natura di contenitore)  un po’ di pepe tritato. Spero di aver spiegato decentemente il mio pensiero.

    Ora, anche il peper-one (in dialetto pëparόlë, paparόlë, pl. paparùlë, ecc.), ortaggio originario dell’America centro–meridionale e giunto in Europa dopo la scoperta di quel continente da parte di Cristoforo Colombo, presenta un nome molto simile a quello del pepe.  Si sostiene che si tratti di un nome imposto ex novo e basato sulla piccantezza di alcuni peperoni simile a quella del pepe.  A me pare, invece, che la piccantezza sia stato un motivo in più per far accreditare, come adatto a designare il nuovo ortaggio venuto dall’America, un nome che già esisteva probabilmente su suolo italico (come dimostrano le voci abruzzesi sopra citate) ad indicare qualche contenitore o magari qualche frutto rotondeggiante o a capsula, qualche bacca simile a quella dei peperoni, una cui specie, come sappiamo,  porta il nome scientifico latino di Capsicum annuum, dal lat. caps-a(m) ‘cassetta, capsula’, data la forma di recipiente della bacca.  Qui il suffisso –one di peper-one potrebbe essere realmente un accrescitivo rispetto alla forma pepere, pibiri esistente in qualche dialetto.

   Da Plinio sappiamo, inoltre, che la pianta piper-it-e(m), designazione di origine greca, indicava anche il siliquastro, nome, quest’ultimo, derivante da lat. siliqu-a(m) ‘siliqua, baccello’: quindi è molto probabile che in questo caso, la radice piper- si riferisse alla forma cava del frutto (non importa se allungata), non a caso confuso poi con il peperoncino rosso.

   Come si vede, la vita di un termine può essere paragonata a quella di una pianta le cui vistose fronde e i cui rami,  più o meno numerosi e grandi, non debbono farci tenere in non cale, però, le sue più o meno lunghe e numerose radici che raggiungono, spesso imprevedibilmente, anche gli strati più   antichi e profondi.  Altrimenti non possiamo meravigliarci se si esclama l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare! come capitava a Bartali.

   Una radice, in genere, ha vissuto gran parte del suo tempo negli strati nascosti, sotterranei della lingua: è lì che, molto spesso, bisogna puntare per cercare di carpirne la natura con qualche sicurezza, altrimenti si rischia moltissimo di restare intrappolati nelle sue varie epifanie di superficie che sembrano reali, ma che sono  fatte apposta per ingannare e condurre fuori strada.  



[1] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998

[2] Cfr. C. Urieli, Dialetto e folclore a Jesi e nella Vallesina, Jesi, Biblioteca comunale, 1979

[3] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà F-P,  Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.

[5] Cfr. D. Bielli, cit.

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