venerdì 29 giugno 2018

Isole dei Ciclopi. Genesi e sviluppo del mito.





Le isole Ciclopi o dei Ciclopi formano un piccolo arcipelago nel mare siciliano di fronte a Catania, esattamente davanti ad Aci Trezza. Esso consiste di un isolotto, tre faraglioni e quattro scogli disposti ad arco.   La tradizione mitica vuole che essi siano le rocce e i cocuzzoli di montagna scagliati da Polifemo contro la nave di Ulisse che fuggiva, o anche il masso lanciato sempre dallo stesso Polifemo contro il pastorello Aci che amava, ricambiato, la ninfa Galatea di cui anche il Ciclope era perdutamente innamorato. Una volta Aci mentre la baciava in riva al mare fu visto da Polifemo che, accecato dalla gelosia, lo colpì con un grosso masso uccidendolo. Il pastorello fu trasformato nel fiume, in gran parte sotterraneo, che prese il suo nome e il masso rotolò nel mare antistante. 


     Ora, la stragrande maggioranza degli esegeti del mito dei Ciclopi e anche della gente più o meno acculturata credo pensi che esso, come molti altri, noto già ad Omero, padre della civiltà occidentale che ne parla nell’Odissea, si sia sviluppato autonomamente per motivi diversi connessi con la difficoltà e pericolosità della navigazione di quei tempi lontani e con i racconti dei naviganti tramandati di generazione in generazione, già da millenni prima del presunto ritorno di Ulisse alla sua Itaca.  E questo sarà una parte della verità, ma in fondo la meno interessante.  Perché non si è ancora capito che questi racconti, benchè possano aver avuto un nucleo originario e autonomo di verità, sono stati poi alimentati, accresciuti e moltissimo diversificati soprattutto grazie ai molti nomi di luogo (toponimi) con cui sono venuti a contatto, nel corso di millenni, passando di bocca in bocca e di parlata in parlata, e rispondenti a concetti comuni, fatti e nomi personali via via accumulatisi in quei racconti.

     Il mito dei Ciclopi, insomma, potrebbe aver avuto origini molto lontane già rispetto alla narrazione di Omero (IX - VIII sec. a.C.) e non essere nato in Sicilia, alle falde dell’Etna, come molti pensano, ma altrove nel Mediterraneo; io sono però convinto che nella zona antistante Catania esso si incontrò col toponimo preesistente di Ciclope o Ciclopi  che probabilmente aveva però già perso il significato originario di ‘faraglione, isolotto, scoglio’ in una lingua ivi parlata in tempi precedenti, e fu naturale così collegare quei faraglioni al nome mitico dei Ciclopi proveniente da quel racconto favoloso. Che il nome di Ciclope avesse avuto quel significato di ‘pietra, scoglio, faraglione’, almeno per un certo periodo di tempo, accanto ad altri significati supponibili nella lunga teoria di anni e lingue attraversate, è a mio parere chiaramente mostrato nell’articolo del mio blog intitolato I Ciclopi e il concetto di rotondità del 28/6/2009, articolo collegato con l’altro della stessa data e intitolato Le categorie aristoteliche ostacolano la comprensione [].  Purtroppo, gentile lettore, è necessario armarsi di pazienza e leggerli questi articoli se si vuole eliminare almeno una gran parte dei dubbi relativi a queste mie asserzioni.

   Che il termine ciclope, nel suo probabile significato di ‘rupe, roccia’, non fosse limitato a zone a contatto col mare è secondo me dimostrato dal toponimo Scoglio dei Ciclopi nel monte Cimo in Val d’Adige: una parete fortemente a strapiombo. L’altro toponimo Vajo del Ciclope nel Veneto si riferisce ad un canalone (vajo) fortemente incassato del monte Campo d’Avanti.  Il concetto di “canalone” rientra in quello di “rotondità” ben analizzato negli articoli ricordati.

   Nella descrizione del ciclope Polifemo da parte di  Omero (Od. IX, vv. 187-192) ricorre due volte l’agg. pelṓri-os il cui significato in greco ruotava intorno al concetto di ‘enorme, gigantesco, spropositato, orrendo, mostruoso’, tutte qualità che la tradizione, quasi sicuramente anche prima di Omero, aveva addossato a questo mitico personaggio e ai suoi simili, che erano pastori e vivevano isolati, come cocuzzoli di monti selvosi separati gli uni dagli altri: è questa l’espressione, da me messa al plurale, usata da Omero.  Allora come non pensare ai faraglioni di Aci Trezza o di qualche altra località raggruppati insieme, ma allo stesso tempo svettanti isolatamente l’uno dall’altro? E per l’aggettivo pelṓri-os  come non pensare al Capo Peloro (gr. Pelōrís), la punta estrema nord-orientale della Sicilia che era un promontorio pericoloso per la presenza di forti correnti marine provocate dall’incontro delle acque del Tirreno con quelle dello Ionio? Allo stesso tempo il nome includeva appunto il concetto di “punta” somigliantissimo a quello di “ cocuzzolo, vetta, cima” adatto ad indicare giganti. Ecco, dunque, come a mano a mano si plasmò la figura dei Ciclopi: l’apporto dei toponimi risulta fondamentale nella definizione della loro  figura e della loro natura.  Toponimi, ma che all’origine erano stati nomi comuni con chiari significati.  In fondo è la lingua stessa, attraverso molti millenni, che alimenta questi racconti favolosi, qualunque sia stato il motivo originario che diede loro l’avvio.  L’unico occhio rotondo sulla fronte di questi mostruosi giganti è infatti la traduzione in caratteri fisionomici dell’ingannevole  significato letterale  del termine stesso che li indica, kýkl-ōps, il cui primo membro vale ‘cerchio, giro’ mentre il secondo vale ‘occhio, viso’.  Ma c’è da sottolineare che in greco il termine, a parte la sua designazione di questi giganti mitologici, valeva semplicemente ‘rotondo, circolare’ senza alcun riferimento all’occhio.  E questo la dice lunga sulla tendenza dell’uomo a interpretare a suo modo le parole che usa. L’etimologia d’altronde è un bisogno connaturato all’uomo, giacchè il linguaggio che egli inventò all’origine era formato da parole che avevano tutte un significato, sia pure generico, e pertanto, quando egli si trova dinanzi a parole oscure, istintivamente va alla ricerca di quella loro chiarezza originaria.

    Il concetto di “rotondità” dietro cui poteva nascondersi quello di “ altura, monte, cocuzzolo, ecc.” mi ha fatto fare un’altra riflessione che prima non mi era balenata nella mente.  Come quasi tutti sappiamo dalla geografia, in Grecia esistono gli arcipelaghi delle isole Sporadi e quello delle Cicladi, le quali ultime avrebbero avuto questo nome perché disposte in circolo rispetto all’isola di Delo, che in realtà non si trova più o meno in mezzo ad esse ma molto decentrata, vicino a Micono (dove sono stato!), quasi sul bordo nord-orientale di questo affollatissimo gruppo di circa 220 isole. Essendo così numerose esse formano un ammasso, per forza di cose, più o meno rotondeggiante.  Ma quello che più di ogni altra considerazione (oltre a quella relativa alle isole dei Ciclopi) mi impedisce di credere alla bontà del significato apparente di gr. Kýkl-ades, termine che indica le suddette isole  ma che è anche aggettivo significante precisamente ‘che sta disposto in circolo, circolare’, è l’esistenza nel mar Ionio di due isole con qualche scoglio note già nell’antichità col nome di Stróph-ades (perché qui sarebbe sbarcato Enea, secondo l’Eneide, e qui abitavano le famose arpie[1], uccelli mostruosi e sozzi)  in cerca della nuova patria dopo la distruzione di Troia), termine che, con altra radice, esprime lo stesso significato apparente di Kýkl-ades, cioè ‘disposte in circolo, circolari’.  Solo che qui il significato risulta inappropriato, trattandosi di due isolette che non potevano formare un circolo.  

     Date le osservazioni precedenti, questi nomi dovevano avere originariamente il significato di ‘isola’ o ‘isole’ nel senso di ‘arcipelago’.  Però c’è un’altra difficoltà da superare. A nord-ovest e a sud-ovest delle Cicladi ci sono le Spor-ad-es (Sporadi) settentrionali e le Spor-ad-es  meridionali il cui nome, sempre secondo la lingua greca, significa ‘sparse’, ‘inteso come isole sparse  rispetto a quelle disposte in circolo.  Ma in realtà queste isole sparse non sono tra loro più distanti di quelle delle Cicladi, pur non formando figure circolari perché molto inferiori di numero.  Ora, siccome le Cicladi si trovano in mezzo, tra le Sporadi settentrionali e le meridionali, è possibile pensare, ad esempio, che agli inizi remotissimi tutte le isole dell’Egeo venissero indicate con un unico nome, quello di Sporadi, ma nel significato di ‘isole’ prima che prendesse piede nella lingua il termine nsos per ‘isola’.  Nel frattempo forse arrivò altro termine per ‘isole’ che suonava kýkl-ad-es il quale naturalmente premeva, col passare del tempo, per una sua giustificazione basata sul significato che esso aveva nel frattempo assunto nel greco storico. Così, una volta circoscritte le isole Cicladi, restavano sono gli scampoli a nord e a sud delle isole che continuarono a chiamarsi Sporadi, ma non più col significato di ‘isole’ ma di ‘(isole) sparse’.   Infatti è possibile sostenere che la radice di speír-ein ‘spargere, seminare, spruzzare’ possa essere legata a quella di ingl, spur ‘sperone’, ted. Sporn ‘sperone’ e riferirsi a qualcosa che sporge, aggetta, come in fondo avviene per l’isola che, a mio modo di vedere, sporge si eleva dal mare.
   Da ultimo vale anche la pena notare che tutti questi nomi di isole, Cicl-adi, Spor-adi, Strof-adi terminano in –adi come nelle isole Eg-adi di cui ho parlato nel precedente articolo, in cui ho visto il turco ada ‘isola’ nella componente finale.

  Alcuni giorni dopo aver scritto il precedente articolo per caso ho aperto il dizionario greco-italiano e italiano-greco pubblicato dalla Casa editrice Polaris nel 1992. Si tratta di un dizionario che mette insieme il Dizionario manuale italiano-greco di F. Brunetti, pubblicato a Torino nel 1881, e il Vocabolario greco-italiano di K. Schenkl pubblicato a Torino nel 1877.  Ebbene, andando a leggere sotto il lemma Isola dizionario italiano-greco ho trovato il bell’esempio di nsōn kýklos ‘gruppo d’isole’.  Ecco la dimostrazione che il greco kýklos  poteva significare anche un ammasso o gruppo, non meglio definito e non  necessariamnte circolare, di isole in questo caso, come avevo supposto sopra.  La realtà della lingua è questa: la parola in questione sicuramente non uscì dalla bocca dell’uomo preistorico col significato di ‘cerchio’, il quale ci inganna pertanto senza pietà producendo un’autocertificazione basata sul greco o altre lingue recenti, fosse pure l’indoeuropeo ricostruito, e non dicendoci quasi nulla sulla  mobilità estrema, di argento vivo, riguardo al significato visto in diacronia e diatopia. Allora è assai probabile che la stessa cosa sia avvenuta per le isole Stroph-ad-es che contengono nel fondo lo stesso significato di ‘circolo, giro’ (come del resto nel sostantivo corradicale sy-stroph- ‘contorcimento’ ma anche ‘raduno, schiera, gruppo, massa, folla’) e per le isole Spor-adi  che richiamano probabilissimamente anche  gr. speĩra ’spira, ogni cosa che si avvolge su sé stessa’ ma anche ‘manipolo, schiera, coorte’ significati adatti ad esprimere la nozione di ‘gruppo di isole, arcipelago’.  Ora in effetti mi rendo conto che la nozione di ‘sparse’ per le isole è alquanto banale, essendo esse naturalmente sempre più o meno separate tra loro.  In verità in questo dizionario della Polaris compare  uno speír-ein ‘ripiegare, contorcere’, sebbene riferito  solo dai grammatici, diverso da quello che significa ‘spargere, seminare, spruzzare’ più sopra citato.  Inoltre noi non ci rendiamo ben conto, collocando istintivamente le parole di una lingua tutte grosso modo su uno stesso  piano sincronico, della grande profondità lungo la quale esse andrebbero invece sistemate  a livelli diacronici diversi, perché esse sono resti di stadi linguistici del passato non esattamente combacianti con quello in cui esse alla fine  appaiono. Per cui, soprattutto nei toponimi, il loro significato profondo è diverso, di poco o di molto, da quello che esprimono in superficie secondo il sistema linguistico, diciamo così, ultimo arrivato.

   A questo punto comincio a sospettare che anche il termine letterario stroph- ‘strofe’ che generalmente viene spiegato facendo riferimento ai canti del Coro della tragedia che girava cantando, appunto, intorno all’altare di Dioniso nell’orchestra, cambiando direzione alla fine di ogni strofe, non doveva significare altro, all’origine, che gruppo di versi. Anche in altre forme di poesia, non meno antica probabilmente di quella drammatica, come la variegata poesia lirica, esistevano gruppi di versi con quel nome, come il ben noto distico elegiaco, composto di un esametro e pentametro. Un gruppo di due versi è già una strofe, la strofe dell’elegia, appunto.  Poi il termine sarà passato ad indicare la danza stessa circolare e il gruppo di versi cantati dal Coro, come voleva del resto il significato evidente della parola. 
  




[1] Il nome di una delle due isole è proprio Arpia, nome che si sarà incrociato con quello degli uccelli, alimentando il mito. Nel mio dialetto di Aielli la voce arpéa era riferita ad una sorta di aquilotto. 









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