Leggendo il bel libro La parlata di Luco dei Marsi[i] di Giovanni Proia, ho incontrato la voce Giallorìte corrispondente al personale Gian Loreto ma indicante anche, nell’espressione la mazzòcca giallorìte, " la pannocchia di Gian Loreto (pannocchia di granturco con i grani color rossiccio anzichè giallo; nella spannocchiatura, il ragazzo o la ragazza cui càpiti questa pannocchia deve dare un bacio a tutti i partecipanti)”.
Anche in questo caso è a mio avviso molto improbabile che la denominazione derivi effettivamente dal nome di qualcuno che magari per primo abbia dato origine al giuoco per aver trovato quel tipo di pannocchia. La cosa dovrebbe essere stata molto più diretta e naturale, e tuttavia sorprendente. Stando a quello che fra poco dirò, c’è da supporre che probabilmente l’espressione risalga a tempi antichissimi, ben anteriori a quello della diffusione in Italia della pianta proveniente dall’America, intorno al Cinquecento. Essa poteva infatti riferirsi, ad esempio, alla pannocchia di miglio, pianta diffusa in Italia sin dalla preistoria, di cui esistevano varie specie caratterizzate appunto da una colorazione diversa, bianca, gialla, rossa (panicum miliaceum purpureum, luteum, ecc.) della pannocchia. E pertanto era possibile che ce ne fossero anche delle ibride. Caduta in disuso in molti paesi, o ridottasi di molto, la coltivazione del miglio, l’espressione dovette passare senza difficoltà ad indicare la pannocchia della nuova pianta americana, nel caso in cui fosse stata rossiccia invece di gialla.
In effetti, aguzzando un poco l’ingegno, a me sembra che il presunto nome personale in realtà nasconda, sotto ben mentite spoglie, proprio la designazione del colore ‘rossiccio’ della pannocchia fortunata. Io vedrei nel falso giallorìte (Gian Loreto) un aggettivo composto di due membri e cioè giallo-rite < *giallo-reto , in cui il secondo andrebbe a corrispondere esattamente all’ingl. red ‘rosso’, sicchè si può pensare che il significato originario dovette essere proprio quello di ‘giallo-rosso, rossiccio’. Inoltre, a ben riflettere, può talora accadere che non tutti i chicchi siano ‘rossicci’ e che solo una parte di essi siano più o meno ‘rossi’, mentre gli altri restano normalmente gialli: l’aggettivo composto risulterebbe così calibrato a puntino anche per il granturco, sebbene all’origine esso si riferisse forse alle varie spighette della pannocchia del miglio qualcuna delle quali poteva avere talvolta colorazione diversa dalle altre corrispondente ad una delle tre specie di cui sopra. In alternativa si può anche supporre che la voce giallorìte indicasse, nel medioevo e fino all’introduzione del granturco, un colore fra il giallo e il rosso (rossiccio) nel dialetto luchese. Essa, caduta poi in disuso, è rimasta legata a filo doppio, per sopravvivere, solo alla nostra espressione. Che la radice circolasse anche su suolo italico ce lo attesta il lat. russu(m) ‘rosso’ , fatto derivare da un precedente *rudh-tos; cfr. anche lat. rut-ilu(m) ‘rosso, fulvo, brillante’, ted. rot ‘rosso’. A questo proposito ci dà una valida mano anche la voce abruzzese ride-cànie 'morbillo' (cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, Cerchio-Aq 2004, Adelmo Polla editore ) il cui primo membro è a mio parere variante di ingl. red 'rosso' di cui sopra nonchè collegato al lat. rid-ere 'ridere, brillare (cfr. lat. domus ridet argento 'la casa brilla d'argento'), alla voce logudorese rida 'fiamma, vampa' e al catalano flama-rida 'fiamma'. Se qualcuno avesse qualche dubbio su questo raffronto lo inviterei a riflettere sull'espressione tedesca der rote Hahn ' il fuoco' , letter. ' il gallo (Hahn) rosso (rote)' la quale trova in realtà la sua vera spiegazione se si sovrappongono rote e Hahn ai rispettivi membri del termine abruzzese, cioè ride- e -canie: è così del tutto pacifico supporre un precedente appellativo germanico *rod(red)-kanya 'fuoco, morbillo' variante dell'abruzzese ride-canie 'morbillo' . Il secondo membro -canie deve essere della famiglia di lat. canu(m) 'bianco (splendente)'. Prima che i termini si specializzassero ad indicare il 'bianco', il 'giallo', il 'rosso' dovettero contenere tutti l'idea generica di 'luminosità'. L’uso di aver il diritto di baciare le persone partecipanti (o solo la persona di proprio gradimento, secondo altre usanze) alla scartocciatura forse è derivato dalla volontà di dare un premio a chi era stato così fortunato da trovare quella pannocchia piuttosto rara. E il giuoco può essersi sviluppato in seno alle allegre compagnie di giovani che spesso vi partecipavano. Le ricordo anch’io.
Dopo avere steso quanto sopra sono andato a consultare l’importante e ponderosa opera sul dialetto di Trasacco del compianto Quirino Lucarelli[ii] e ho avuto la sorpresa di ritrovare l’espressione anche lì: mazzòcca 'Ggialleréte. Solo che il significato dell’espressione vi diventa più generico e sfumato perchè essa ricorre fuori dal contesto della scartocciatura. Ma per essere più preciso riporto quasi l’intero brano che accompagna il lemma mazzòcca ‘Ggialleréte. «Pannocchia di Gianloreto. Il termine entra nel dialetto trasaccano come un’espressione a sè stante, oltre che per linguaggio, anche e soprattutto per il significato. Con essa ci si riferisce probabilmente ad un evento del passato che non è più reperibile nella memoria locale, ma di certo relativo ad una fatidica e metaforica “mazzòcca” che sicuramente fu una sorpresa o un’immaginazione a lungo coltivata ed alimentata da leggenda locale. E’ certo che nell’espressione vi è un imprevisto o una impensabile sorpresa rispetto alla evoluzione dei fatti da cui essa sorpresa nasce. Infatti tale espressione si inserisce unicamente nella frase: fà ‘ngórpe cumm’alla mazzocca ‘Ggialleréte (tenersi tutto dentro e poi sbottare improvvisamente a sorpresa, svelando i propri dispiaceri –l’interpretazione è mia), nel senso di qualche cosa che riserverà sorprese inimmaginabili. Quindi l’accezione più appropriata dell’espressione è pensabile che sia ‘imprevisto, sorpresa’[...] Chi poi fosse quel Gianloreto, il detto non ce ne conserva memoria. Tuttavia ai Trasaccani, sentendolo nominare, viene in mente spontaneamente un Gianloreto dal carattere piuttosto scanzonato, forse burlone, che amava le iperboli e che era fornito di immaginazione fervida. [...]». A dire il vero ci sarebbe una interpretazione un po’ diversa, e forse più rispondente al vero, della frase dialettale sopra riportata, e sarebbe questa: tenersi dentro il proprio dispiacere come avviene quando il ragazzo o la ragazza che ha trovato la famosa pannocchia va a baciare la ragazza o il ragazzo di cui noi stessi siamo segretamente innamorati. Ma il significato di mazzocca Ggialleréte resterebbe comunque sempre lo stesso.
La manciata di chilometri che separa Trasacco da Luco dei Marsi è bastata ad intorbidare le acque intorno al chiaro ed univoco significato dell’espressione nel dialetto luchese dove indica una pannocchia rossiccia. Sicchè il povero Lucarelli non ha potuto fare altro che prendere atto solo della imprevedibile sorpresa cui l’espressione allude e almanaccare, oltre che su un supposto evento nel passato di Trasacco coinvolgente una “fatidica mazzocca”, anche su un improbabile personaggio in carne ed ossa che avrebbe dato origine al detto, ma che in realtà ha la stessa inconsistenza del fantomatico Gianloreto su cui si fantasticherà, suppongo, anche a Luco. Questo esempio dimostra ancora una volta quanto siano indispensabili ed illuminanti da un lato i raffronti tra dialetti diversi, vicini e lontani, quando si tratta di definire la storia, l’etimo e il significato di parole o espressioni, e quanto sia fuorviante dall'altro cercare di agganciare la spiegazione di una parola, in base a ciò che essa espone in superficie, a caratteristiche, peculiarità, fatti, personaggi, esclusivi di questo o quel paese, di questa o quella parlata. La Lingua, a mio parere, rivela sempre, appena sotto la superficie, una profondità vertiginosa e una dimensione cosmopolita che la fa volare libera e sicura ben al di sopra e al di là delle contingenze particolari e dei limiti di un territorio municipale i quali riescono appena a scalfire i contorni delle parole e difficilmente le plasmano dal nulla specialmente per quanto attiene ai modi di dire e ai proverbi (anche se quelle scalfitture potrebbero, in condizioni favorevoli, addirittura compromettere l'equilibrio dell'intero sistema) contrariamente a quanto in genere si pensa e si sostiene, preferendo essa di gran lunga, ogni volta che può, riciclare il materiale che si trascina dietro da tempi immemorabili, come macerie di sistemi linguistici e stati sincronici tramontati. La locuzione a Trasacco evidentemente uscì fuori, come dicevo prima, dall’ambito della spannocchiatura adattandosi ad altro contesto, e questo si desume soprattutto dal fatto che essa, in tempo imprecisato, venne sostituita da quella che appare una sua traduzione bella e buona che la rende più chiara e al passo con i tempi, e cioè la mazzòcca roscia ‘pannocchia rossa’. Ecco cosa scrive infatti il Lucarelli sotto questo lemma: «Pannocchia di granturco dal colore marrone, impropriamente detta "roscia'’, ovvero "rossa" (ma io mi permetto di far notare che, se l’espressione dovesse essere ricondotta in tempi lontanissimi, probabilmente ronzava, negli orecchi di coloro che cominciarono a sostituire la frase all’altra originaria, la componente –red ‘rossa’ di cui sopra. Inoltre i colori dei chicchi possono essere diversi, anche violacei e neri. La considerazione è mia) . Colui o colei che durante lo spannocchiamento del granturco trovava tale pannocchia, se ancora giovane, aveva la facoltà di donarla ad una ragazza o ad un ragazzo, dandole o dandogli, se ne era innamorato o innamorata, un bacio. Ciò valeva anche come segno di dichiarazione d’amore se ancora non vi era un rapporto di fidanzamento. A volte era proprio tale occasione che faceva sbocciare l’amore fra i ragazzi». Credo sia opportuno, anche al fine di meglio comprendere il meccanismo della ripetizione tautologica nella formazione del lessico, di cui vado parlando nei miei articoli, elencare le diverse altre parole sarde con la componente rida' fiamma'. Esse sono: fiama-rida, fracca-rida, cadda-rida. Le ultime due voci rimandano per i primi membri rispettivamente al logudorese fiacca 'fiamma' (fracca- sarebbe variante di *flacca < *flac-ula < lat. fac-ula, diminutivo di fax 'face') e ad altre voci sarde significanti 'cavallo' e ' fiamma, vampa': cfr. il post Parole sarde del Duls. Ho dato una scorsa ad internet e, con mio sommo stupore, ho constatato che la pannocchia rossa connessa col bacio si ritrova, oltre che in località italiane, anche in Spagna, in Germania e negli USA: questa ampia diffusione a mio avviso costituisce un valido motivo per riportare l’usanza, piuttosto che all'atmosfera giocosa di giovani partecipanti alla scartocciatura, a riti sociali preistorici come quelli cosiddetti di passaggio.
[i] Cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Avezzano-Aq, Grafiche Cellini 2006, p. 91.
[ii] Cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà F-P, Avezzano-Aq, Grafiche Di Censo 2003, pp. 257-58.
giovedì 1 luglio 2010
venerdì 25 giugno 2010
Risposta (2^) a Dante Di Nicola sulla questione della "cuterenzìnzela" (tutte le -e- sono mute) 'cutrettola'
Un amico mi ha avvertito che nella terza pagina di Terre Marsicane, testata giornalistica presente in internet, si trovava un articolo di Dante Di Nicola, il quale a sua volta replicava ad una precedente mia risposta ad un suo articolo apparso qualche anno fa nella rivista Marsica Domani. E’ destino, evidentemente, che le nostre botte e risposte si susseguano al ritmo lento degli anni. Mi scuso pertanto se non ho risposto prima visto che forse l’articolo attendeva da molti mesi (quanti? non esiste una datazione in questi articoli proposti da Terre Marsicane).
Dico subito che è molto difficile trovare un punto d’incontro con la visione che Di Nicola ha dei fatti linguistici per incompatibilità di metodi. Egli segue un metodo quasi esclusivamente teorico-deduttivo basato su quanto la linguistica tradizionale ha elaborato, sciorinando peraltro le sue dotte conoscenze teoriche con ampi riferimenti a questo o quello studioso. Io da circa 20 anni mi vado dannando (ma con mio sommo piacere) a fare l’umile ricercatore di toponimi e indagatore di nomi in genere, avendo deliberatamente evitato di seguire i dettami (nel limite del possibile) di questa o quella scuola, dando priorità assoluta ai dati che venivo man mano raccogliendo e cercando di ricavarne, con metodo essenzialmente induttivo, conclusioni ad essi consone, quasi sempre discordanti dalle posizioni ufficiali. Una cosa tengo a sottolineare: io non presumo di avere la Verità assoluta in tasca ma penso che la mia verità possa ricevere luce oppure ombra dal confronto con le verità altrui, a seconda della sua maggiore o minore validità e dei suoi risultati. In questo non sono disposto ad accettare lezioni da parte di chicchessia, perchè è proprio il mio metodo empirico-sperimentale che è fondato su questo assunto.
Detto questo, mi accingo a dimostrare come la diversità dei due metodi tragga a conclusioni contrastanti. E scelgo come banco di prova proprio la questione, che comincia a diventare stantia, della “cutrettola, ballerina” e della “gazza” che per Di Nicola sono lo stesso uccello, mentre per me no. Inoltre la cutrettola mi pare che non gracidi o gracchi come invece fa la gazza. Se Di Nicola possiede un vocabolario Devoto-Oli potrà constatare personalmente che sotto le voci di ballerina e gazza sono disegnati i rispettivi uccelli che hanno dimensioni e colori completamente diversi: la ballerina è simile ad un passero, mentre la gazza è simile ad un corvo per grandezza. Ora, c’è da osservare che la mia sicurezza si basa in questo caso soprattutto sulla mia esperienza diretta la quale mi dice che la ciciaccòva (gazza), che da ragazzo spesso vedevo in campagna, era diversa dalla cuterenzìnzela, che vedevo in paese seppure raramente. Di Nicola, che probabilmente non conosce bene la “cutrettola, ballerina” (ma non c’è nulla di male), si fida ciecamente del fatto che il Fanfani, da lui citato, elenca, tra i molti nomi regionali della “gazza”, anche una codinzinzola, nome che egli si precipita a far coincidere con i dialettali cotazìnzera ‘gazza’ di Castellafiume-Aq e con la cuterenzìnzela ‘cutrettola, ballerina’ di Aielli-Aq, deducendone la falsa verità che queste varie denominazioni indicano lo stesso uccello (gazza). Ma, se egli avesse fatto una ricerca come la mia (non gliene faccio però alcuna colpa) di semplice raccolta di nomi, compresi talora anche gli ornitonimi, non sarebbe stato così corrivo a trarre questa deduzione, perchè glielo avrebbe impedito la constatazione che spesso, nei diversi dialetti, uno stesso termine, e quindi uno stesso ornitonimo, si riferisce a referenti diversi, a concetti diversi, ad uccelli diversi. Questo fatto, semmai, getta una grande luce sulla mia idea che i significati di fondo dei nomi sono diversi da quelli di superficie, cosa che vado dicendo da sempre e che costituisce la base della mia visione della Lingua. Nella fattispecie è il concetto sovraordinato di ‘volatile, animale’ che opera sotto i significati superficiali specializzati di “cutrettola” e “gazza”. Se si leggono i post del mio Blog di meditazioni linguistiche facilmente raggiungibile in internet scrivendovi a fianco il mio nome, se ne troveranno abbondanti esempi e si potrà, spero, capire meglio il meccanismo (chiedo scusa per la mia autocitazione, ma non potevo fare diversamente). Questo piccolo esempio dimostra a mio avviso come la ricerca e l’analisi diretta dei nomi valga spesso più di tante vistose o osannate teorie.
Sul localismo della sua visione linguistica non mi pare il caso di ritornare, dato che si capisce bene dal testo della mia prima risposta a Di Nicola ciò che con quell’espressione voglio intendere producendo esempi concreti e non generiche asserzioni di pur illustri studiosi che lasciano il tempo che trovano limitatamente ai fenomeni da me lì presi in esame. Servendomi di un esempio tratto dalla genetica, affermo che certamente non si può mettere in dubbio che ogni individuo è unico e irripetibile, ma nel contempo si deve riconoscere che esso affonda le sue radici o, meglio, è un prodotto diretto del patrimonio genetico che ci portiamo dietro da tempi immemorabili e ci lega a filo doppio con i nostri antenati più remoti i quali, altrettanto certamente, non provenivano da Castellafiume o da Aielli. Quando Di Nicola nel suo libro Storia di Castellafiume passa ad analizzare i modi di dire locali cercando di spiegarli come un prodotto caratteristico del paese, rivelatore della “psicologia” di quella popolazione, commette lo stesso errore di cui sopra perchè è cosa certa che diverse espressioni da lui citate si ritrovano in altri paesi della Marsica e probabilmente anche altrove. Basti per tutte il detto (p. 185) addò ci sta la ficora ci nasce iò ficoriglio ‘dove ci sta il fico ci nasce il pollone del fico’ (nel senso di tale padre tale figlio): l’espressione si ritrova anche nel dialetto aiellese e suona sotte la fìcura ce nasce u fecurìjje (tutte le –e- sono mute). Anche in questo caso emerge la diversità di impostazione tra me e Di Nicola nell’affrontare i problemi: egli tende a dimostrare la validità di nozioni apprese sui libri facendo però violenza, come mostra l’esempio precedente, sui dati dell’esperienza, mentre io mi fido solo dei riscontri e reperti raccolti sul campo i quali, quando registrano fenomeni che si ripetono con qualche regolarità, rivelano appunto quelle leggi contro cui si spuntano miseramente le armi di ogni teorizzazione, per quanto sottile e raffinata, se essa è troppo fiduciosa di se stessa e tende, magari senza avvedersene, a spiccare il volo verso le serene plaghe celesti al di sopra dei miasmi, dei pantani, della polvere, delle difficoltà, delle contraddizioni da risolvere, delle titubanze, dei ripensamenti, degli scoraggiamenti, del sudore che l’umile ricercatore deve invece giornalmente affrontare e che sono però ricompensati, se si è fortunati, dal momento esaltante di una scoperta di un meccanismo generale, di una conferma, di un consolidamento di una verità. Si ricordi Di Nicola che il nostro cervello è sì uno strumento mirabile prodotto dall’evoluzione nel corso di alcuni milioni di anni, ma che, come i più consapevoli studiosi sanno praticamente da sempre, proprio per questo è capace di trovare mille strade per ingannarci senza che ce ne accorgiamo, se appena lo lasciamo un po’ libero di procedere a suo modo senza il freno e il controllo della sperimentazione, del contatto costante e continuo con la realtà a cui commisurare le proprie intuizioni per poterne carpire i segreti. I quali sono solitamente ben protetti e nascosti, e talora anche, di primo acchito, apparentemente incredibili quando vengono scoperti, perchè non rispondenti ai parametri cui il nostro cervello è abituato, essendosi esso plasmato a contatto col nostro mondo macroscopico e superficiale.
Quanto alla questione della onomatopea non me ne voglia Di Nicola se lo invito a leggere un lungo post del mio blog, intitolato Etimo di chicchirichì ‘gheriglio della noce’ (giugno 2009) che mi libera dalla fatica di riscrivere qui quanto asserisco in quel luogo. Ma già la mia critica, nella risposta precedente, alla sua etimologia onomatopeica del termine castellitto ronzane ‘stillicidio’ dovrebbe averlo messo sull’avviso che spesso si possono prendere abbagli in materia. E, per favore, in una eventuale risposta, Di Nicola cerchi di non snocciolarmi lunghe considerazioni teoriche (che principiano e finiscono nella mente di chi le fa, come ben diceva Leonardo da Vinci) abbinate a una serie di nomi di personaggi illustri che al riguardo la pensano più o meno come lui, ma contesti le mie convinzioni, confutando con esempi concreti tratti dalla grande palestra dei dialetti e delle lingue, le mie singole osservazioni. Gli sarei infinitamente grato se riuscisse a farmi desistere, con argomenti puntuali, da quelle che possono apparire, me ne rendo conto, le mie fisime che hanno tormentato del resto anche me perchè certamente contrarie al senso comune e fortemente contrastanti con le posizioni che vanno per la maggiore. Ma questo è un destino capitato ai rivoluzionari nelle diverse discipline e pertanto potrebbe esserci qualche sia pur risicata probabilità –tutto è possibile!- che lo sia anch’io nella linguistica (mi si perdoni l’audacia) anche se, a volte, me ne stupisco io stesso, data la mia scarsa preparazione teorica e l’innata ritrosia. Starebbe comunque ad altri dimostrare che si tratta di una mia pia illusione.
Dico subito che è molto difficile trovare un punto d’incontro con la visione che Di Nicola ha dei fatti linguistici per incompatibilità di metodi. Egli segue un metodo quasi esclusivamente teorico-deduttivo basato su quanto la linguistica tradizionale ha elaborato, sciorinando peraltro le sue dotte conoscenze teoriche con ampi riferimenti a questo o quello studioso. Io da circa 20 anni mi vado dannando (ma con mio sommo piacere) a fare l’umile ricercatore di toponimi e indagatore di nomi in genere, avendo deliberatamente evitato di seguire i dettami (nel limite del possibile) di questa o quella scuola, dando priorità assoluta ai dati che venivo man mano raccogliendo e cercando di ricavarne, con metodo essenzialmente induttivo, conclusioni ad essi consone, quasi sempre discordanti dalle posizioni ufficiali. Una cosa tengo a sottolineare: io non presumo di avere la Verità assoluta in tasca ma penso che la mia verità possa ricevere luce oppure ombra dal confronto con le verità altrui, a seconda della sua maggiore o minore validità e dei suoi risultati. In questo non sono disposto ad accettare lezioni da parte di chicchessia, perchè è proprio il mio metodo empirico-sperimentale che è fondato su questo assunto.
Detto questo, mi accingo a dimostrare come la diversità dei due metodi tragga a conclusioni contrastanti. E scelgo come banco di prova proprio la questione, che comincia a diventare stantia, della “cutrettola, ballerina” e della “gazza” che per Di Nicola sono lo stesso uccello, mentre per me no. Inoltre la cutrettola mi pare che non gracidi o gracchi come invece fa la gazza. Se Di Nicola possiede un vocabolario Devoto-Oli potrà constatare personalmente che sotto le voci di ballerina e gazza sono disegnati i rispettivi uccelli che hanno dimensioni e colori completamente diversi: la ballerina è simile ad un passero, mentre la gazza è simile ad un corvo per grandezza. Ora, c’è da osservare che la mia sicurezza si basa in questo caso soprattutto sulla mia esperienza diretta la quale mi dice che la ciciaccòva (gazza), che da ragazzo spesso vedevo in campagna, era diversa dalla cuterenzìnzela, che vedevo in paese seppure raramente. Di Nicola, che probabilmente non conosce bene la “cutrettola, ballerina” (ma non c’è nulla di male), si fida ciecamente del fatto che il Fanfani, da lui citato, elenca, tra i molti nomi regionali della “gazza”, anche una codinzinzola, nome che egli si precipita a far coincidere con i dialettali cotazìnzera ‘gazza’ di Castellafiume-Aq e con la cuterenzìnzela ‘cutrettola, ballerina’ di Aielli-Aq, deducendone la falsa verità che queste varie denominazioni indicano lo stesso uccello (gazza). Ma, se egli avesse fatto una ricerca come la mia (non gliene faccio però alcuna colpa) di semplice raccolta di nomi, compresi talora anche gli ornitonimi, non sarebbe stato così corrivo a trarre questa deduzione, perchè glielo avrebbe impedito la constatazione che spesso, nei diversi dialetti, uno stesso termine, e quindi uno stesso ornitonimo, si riferisce a referenti diversi, a concetti diversi, ad uccelli diversi. Questo fatto, semmai, getta una grande luce sulla mia idea che i significati di fondo dei nomi sono diversi da quelli di superficie, cosa che vado dicendo da sempre e che costituisce la base della mia visione della Lingua. Nella fattispecie è il concetto sovraordinato di ‘volatile, animale’ che opera sotto i significati superficiali specializzati di “cutrettola” e “gazza”. Se si leggono i post del mio Blog di meditazioni linguistiche facilmente raggiungibile in internet scrivendovi a fianco il mio nome, se ne troveranno abbondanti esempi e si potrà, spero, capire meglio il meccanismo (chiedo scusa per la mia autocitazione, ma non potevo fare diversamente). Questo piccolo esempio dimostra a mio avviso come la ricerca e l’analisi diretta dei nomi valga spesso più di tante vistose o osannate teorie.
Sul localismo della sua visione linguistica non mi pare il caso di ritornare, dato che si capisce bene dal testo della mia prima risposta a Di Nicola ciò che con quell’espressione voglio intendere producendo esempi concreti e non generiche asserzioni di pur illustri studiosi che lasciano il tempo che trovano limitatamente ai fenomeni da me lì presi in esame. Servendomi di un esempio tratto dalla genetica, affermo che certamente non si può mettere in dubbio che ogni individuo è unico e irripetibile, ma nel contempo si deve riconoscere che esso affonda le sue radici o, meglio, è un prodotto diretto del patrimonio genetico che ci portiamo dietro da tempi immemorabili e ci lega a filo doppio con i nostri antenati più remoti i quali, altrettanto certamente, non provenivano da Castellafiume o da Aielli. Quando Di Nicola nel suo libro Storia di Castellafiume passa ad analizzare i modi di dire locali cercando di spiegarli come un prodotto caratteristico del paese, rivelatore della “psicologia” di quella popolazione, commette lo stesso errore di cui sopra perchè è cosa certa che diverse espressioni da lui citate si ritrovano in altri paesi della Marsica e probabilmente anche altrove. Basti per tutte il detto (p. 185) addò ci sta la ficora ci nasce iò ficoriglio ‘dove ci sta il fico ci nasce il pollone del fico’ (nel senso di tale padre tale figlio): l’espressione si ritrova anche nel dialetto aiellese e suona sotte la fìcura ce nasce u fecurìjje (tutte le –e- sono mute). Anche in questo caso emerge la diversità di impostazione tra me e Di Nicola nell’affrontare i problemi: egli tende a dimostrare la validità di nozioni apprese sui libri facendo però violenza, come mostra l’esempio precedente, sui dati dell’esperienza, mentre io mi fido solo dei riscontri e reperti raccolti sul campo i quali, quando registrano fenomeni che si ripetono con qualche regolarità, rivelano appunto quelle leggi contro cui si spuntano miseramente le armi di ogni teorizzazione, per quanto sottile e raffinata, se essa è troppo fiduciosa di se stessa e tende, magari senza avvedersene, a spiccare il volo verso le serene plaghe celesti al di sopra dei miasmi, dei pantani, della polvere, delle difficoltà, delle contraddizioni da risolvere, delle titubanze, dei ripensamenti, degli scoraggiamenti, del sudore che l’umile ricercatore deve invece giornalmente affrontare e che sono però ricompensati, se si è fortunati, dal momento esaltante di una scoperta di un meccanismo generale, di una conferma, di un consolidamento di una verità. Si ricordi Di Nicola che il nostro cervello è sì uno strumento mirabile prodotto dall’evoluzione nel corso di alcuni milioni di anni, ma che, come i più consapevoli studiosi sanno praticamente da sempre, proprio per questo è capace di trovare mille strade per ingannarci senza che ce ne accorgiamo, se appena lo lasciamo un po’ libero di procedere a suo modo senza il freno e il controllo della sperimentazione, del contatto costante e continuo con la realtà a cui commisurare le proprie intuizioni per poterne carpire i segreti. I quali sono solitamente ben protetti e nascosti, e talora anche, di primo acchito, apparentemente incredibili quando vengono scoperti, perchè non rispondenti ai parametri cui il nostro cervello è abituato, essendosi esso plasmato a contatto col nostro mondo macroscopico e superficiale.
Quanto alla questione della onomatopea non me ne voglia Di Nicola se lo invito a leggere un lungo post del mio blog, intitolato Etimo di chicchirichì ‘gheriglio della noce’ (giugno 2009) che mi libera dalla fatica di riscrivere qui quanto asserisco in quel luogo. Ma già la mia critica, nella risposta precedente, alla sua etimologia onomatopeica del termine castellitto ronzane ‘stillicidio’ dovrebbe averlo messo sull’avviso che spesso si possono prendere abbagli in materia. E, per favore, in una eventuale risposta, Di Nicola cerchi di non snocciolarmi lunghe considerazioni teoriche (che principiano e finiscono nella mente di chi le fa, come ben diceva Leonardo da Vinci) abbinate a una serie di nomi di personaggi illustri che al riguardo la pensano più o meno come lui, ma contesti le mie convinzioni, confutando con esempi concreti tratti dalla grande palestra dei dialetti e delle lingue, le mie singole osservazioni. Gli sarei infinitamente grato se riuscisse a farmi desistere, con argomenti puntuali, da quelle che possono apparire, me ne rendo conto, le mie fisime che hanno tormentato del resto anche me perchè certamente contrarie al senso comune e fortemente contrastanti con le posizioni che vanno per la maggiore. Ma questo è un destino capitato ai rivoluzionari nelle diverse discipline e pertanto potrebbe esserci qualche sia pur risicata probabilità –tutto è possibile!- che lo sia anch’io nella linguistica (mi si perdoni l’audacia) anche se, a volte, me ne stupisco io stesso, data la mia scarsa preparazione teorica e l’innata ritrosia. Starebbe comunque ad altri dimostrare che si tratta di una mia pia illusione.
lunedì 14 giugno 2010
Commento ad un saggio di Ottavio Lurati sugli stereotipi relativi a Francesi, Turchi ed Ebrei
In merito all’articolo “Miti e polemiche su nomi di luoghi e di nazioni/popoli. Il caso di Francesi, Turchi ed Ebrei” di Ottavio Lurati apparso in RIOn, XVI (2010), 1, pp. 45-57, avrei da fare le seguenti osservazioni:
1) Il Lurati insiste sulle “sedimentazioni eterostereotipe” la cui presenza si registrerebbe anche nelle locuzioni idiomatiche e nei motti riguardanti altri popoli come nell’espressione far Francia ‘patire la fame’, attestata in Sicilia e, in forma un po’ diversa, nel cantone Ticino (emm fai tanta da quela Francia! ‘abbiamo patito tanto di quella fame!’), ma a me sembra, prove alla mano, che le cose stiano in altro modo, almeno nella maggior parte dei casi: sono antichissimi significati soggiacenti alla forma apparente della locuzione ad aver dato origine alla stessa, prima che finisse di compiere l’opera l’intervento dell’ironia o sarcasmo che sotto tutti i cieli e in ogni tempo investono costumi, modi di fare e pensare di quelli che, in una sola parola, possono essere definiti come “diversi”.
Il fatto è che nel Vocabolario abruzzese di Domenico Bielli , Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004 (ristampa della edizione Nicola De Arcangelis, Casalbordino-Ch, 1930) si incontrano termini come il verbo francarsë ‘avventarsi per aggredire, mordere, ghermire; saltare addosso; sopraggiungere di molte faccende’ e l’aggettivo franchë ‘franco’ che ha significati particolari come nell’espressione è ffranch’ a lu magnà ‘ha gran desiderio di mangiare’. Ognuno può notare che questi significati, del verbo e dell’aggettivo, si ritrovano ad esempio nel lat. appetitu(m) ‘desiderio, brama, assalto’ ed è quindi logico pensare che la “Francia” dell’espressione di cui sopra possa essere nient’altro che un antichissimo nome astratto della radice, e cioè un semplice *frankya , ma col significato di ‘fame, appetito’ lontano le mille miglia da quello di “Francia” che è andato a sovrapporvisi. Si fa per dire, perchè se la Francia trae il nome dai Franchi presso i quali frank significava ‘libero’ allora si ristabilisce per questa via un collegamento innegabile al fondo dei vari significati della radice che, pure, in superficie sembrano così distanti. L’essere ‘libero (franco)’ all’origine equivaleva probabilmente ad essere ‘mobile, agile, svelto, scattante’ pronto ad assalire o avventarsi più o meno ostilmente verso qualcosa. Inoltre, vista la somiglianza tra il significato della radice di franco e quello di lat. appetitu(m)< ad-pet-ere si deve desumere, a mio parere, che l’idea di fame, appetito si sia evoluta da quella sovraordinata di 'muoversi, tendere(con desiderio), lanciarsi, ecc.’.
2) Entro questo largo spettro di significati pronti a colorirsi di sfumature anche notevolmente diverse tra loro può ben trovare posto la maggior parte delle altre espressioni idiomatiche citate dal Lurati in merito a questa radice di “franco” e a suoi derivati. Ecco che arriva la Francia ‘ecco la mia disgrazia’, locuzione che la gente semplice di Modena e contado usava a designare la ‘moglie’ non sarà un ricordo delle prepotenze dei soldati francesi giunti in passato nel territorio modenese come spiegano –dice il Lurati- alcune delle persone interpellate (e come potrebbero queste persone semplici avere il modo, la forza di contrastare quello che l’espressione sbandiera, anche se allusivamente, in superficie?) ma più probabilmente, secondo il significato etimologico, ‘qualcosa che si abbatte come una furia distruttrice’, significato che va a pennello per il bergamasco fè Franza ‘far piazza pulita’, ‘distruggere raso terra’ il quale così fa benissimo a meno anche del ricordo, supposto dubitativamente dal Lurati, “delle rievocazioni orali, in veglia, sulle guerre in Francia e in Fiandra”. Non bisogna lasciare da parte nemmeno le espressioni furia franzesa (lombardo) ‘furiaccia’ e avere una furia francese in cui l’aggettivo ha tutta l’aria di un rafforzativo tautologico di furia. Interessante il lombardo franzés ‘fante, pellegrino’ che convalida il significato di ‘movimento’ della radice, riscontrabile secondo me in vari toponimi come Frank-furt (Germania), forcella Franche (Belluno), col de France (vicino a Bourg-en-Bresse), ecc.
Aver del francese, che significava ‘passare subito all’azione’, ‘far le cose con precipitazione, alla svelta’, si riaggancia senza sforzo anch’esso al concetto di “furia”.
3) Espressioni relative a malattie veneree possono essere spiegate senza ricorrere agli eterostereotipi: baron di Francia ‘malato di sifilide’ e mal francese ’sifilide’ presuppongono a mio avviso un significato estraibile dalla radice di franco il quale in lingue europee, compreso l’italiano, ritiene il valore di ‘ardito, spudorato, sfacciato’ sicchè il mal francese equivarrebbe ad un male caratteristico dei libertini o depravati e il baron di Francia corrisponderebbe ad un libertino rotto alle pratiche sessuali e agli eccessi che provocherebbero quella malattia: curioso il significato d’origine di barone ‘uomo libero’ che risulta così un rafforzamento del concetto di libertinaggio espresso dalla componente Francia. E come non vedere operante il concetto di ‘furia, foia sessuale’ dietro questo stesso termine nell’espressione a quela lì gh’a büi la Francia ‘quella lì ha le bolle la Francia’ detta da certi anziani di val Colla a proposito di una donna piena di voglia ed eccitata? Il ted. französische Liebe ‘fellatio’, letter. ‘amore francese’, indica la pratica sessuale considerata, soprattutto da persone con pregiudizi religiosi, segno di depravazione e sregolatezza di chi è dedito ai piaceri della carne, non necessariamente di nazionalità francese all’origine. L’americano frenchy ‘preservativo’ potrebbe alludere non tanto ad un uso dell’oggetto soprattutto da parte dei francesi quanto ad un oggetto atto a rendere liberi e immuni da eventuali contagi pericolosi. Il bacio alla francese contiene anch’esso una qualche lascivia più o meno marcata a seconda delle sue varietà.
Rientra in questo concetto di libertà e indipendenza dalle convenzioni sociali la stessa espressione francese à la française che indicava la libertà di un comportamento senza remore e regole civili come andarsene alla francese ‘andar via senza congedarsi’, espressione presente in inglese, tedesco e italiano. In questi casi, siccome talora esiste il rovescio della medaglia, come filarsela all’inglese, è più difficile stabilire se l’espressione sia frutto di ritorsione dovuta alla spinta dei suddetti eterostereotipi o se essa vada comunque spiegata diversamente. E forse una certa percentuale, sebbene ridotta, credo bisogna riservarla comunque agli eterostereotipi.
4) E’ un po’ meno agevole spiegare di primo acchito espressioni del tipo u guarda in Francia ‘è strabico’ (Mendrisiotto, 1969) e l’è un guarda in Franci ‘è uno strabico’ (Buseno, cantone Ticino). L’interpretazione propostane in forma dubitativa dal Lurati che fa riferimento alla “lateralità del territorio francese rispetto all’Italia in carte scolastiche in cui al centro campeggiava l’Italia. La Francia risultava ai margini: la si vedeva di sbieco” mi pare eccessivamente lambiccata ed artificiosa, considerato anche che tra i milioni di alunni che si sono avvicendati nelle aule scolastiche delle scuole elementari e medie di tutta Italia l’espressione in questione sarebbe venuta in mente solo ad alcuni, appartenenti ai due paesi dove essa è attechita. Mi pare più naturale supporre alla sua base un aggettivo con prefisso negativo come *in-frank ‘non franco, libero, schietto, diretto’ e quindi ‘bieco, storto, strabico’. Anche l’aggettivo schietto ritiene il significato non figurato di ‘diritto’ come nei famosi cipressi che a Bolgheri alti e schietti/van da San Guido di carducciana memoria.
Credo che quanto sopra detto sia più che sufficiente ad esprimere e corroborare il mio punto di vista in materia. Non è necessario quindi che si proceda ad un’analisi simile per le altre due voci Turchi ed Ebrei prese in esame dal Lurati, e sarebbe per me cosa molto gradita oltrechè un onore udire qualche voce degli addetti ai lavori se avessero la compiacenza di comunicarmi il loro parere al riguardo, soprattutto se discordante dal mio, sottolineando i miei punti deboli e le mie manchevolezze.
1) Il Lurati insiste sulle “sedimentazioni eterostereotipe” la cui presenza si registrerebbe anche nelle locuzioni idiomatiche e nei motti riguardanti altri popoli come nell’espressione far Francia ‘patire la fame’, attestata in Sicilia e, in forma un po’ diversa, nel cantone Ticino (emm fai tanta da quela Francia! ‘abbiamo patito tanto di quella fame!’), ma a me sembra, prove alla mano, che le cose stiano in altro modo, almeno nella maggior parte dei casi: sono antichissimi significati soggiacenti alla forma apparente della locuzione ad aver dato origine alla stessa, prima che finisse di compiere l’opera l’intervento dell’ironia o sarcasmo che sotto tutti i cieli e in ogni tempo investono costumi, modi di fare e pensare di quelli che, in una sola parola, possono essere definiti come “diversi”.
Il fatto è che nel Vocabolario abruzzese di Domenico Bielli , Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004 (ristampa della edizione Nicola De Arcangelis, Casalbordino-Ch, 1930) si incontrano termini come il verbo francarsë ‘avventarsi per aggredire, mordere, ghermire; saltare addosso; sopraggiungere di molte faccende’ e l’aggettivo franchë ‘franco’ che ha significati particolari come nell’espressione è ffranch’ a lu magnà ‘ha gran desiderio di mangiare’. Ognuno può notare che questi significati, del verbo e dell’aggettivo, si ritrovano ad esempio nel lat. appetitu(m) ‘desiderio, brama, assalto’ ed è quindi logico pensare che la “Francia” dell’espressione di cui sopra possa essere nient’altro che un antichissimo nome astratto della radice, e cioè un semplice *frankya , ma col significato di ‘fame, appetito’ lontano le mille miglia da quello di “Francia” che è andato a sovrapporvisi. Si fa per dire, perchè se la Francia trae il nome dai Franchi presso i quali frank significava ‘libero’ allora si ristabilisce per questa via un collegamento innegabile al fondo dei vari significati della radice che, pure, in superficie sembrano così distanti. L’essere ‘libero (franco)’ all’origine equivaleva probabilmente ad essere ‘mobile, agile, svelto, scattante’ pronto ad assalire o avventarsi più o meno ostilmente verso qualcosa. Inoltre, vista la somiglianza tra il significato della radice di franco e quello di lat. appetitu(m)< ad-pet-ere si deve desumere, a mio parere, che l’idea di fame, appetito si sia evoluta da quella sovraordinata di 'muoversi, tendere(con desiderio), lanciarsi, ecc.’.
2) Entro questo largo spettro di significati pronti a colorirsi di sfumature anche notevolmente diverse tra loro può ben trovare posto la maggior parte delle altre espressioni idiomatiche citate dal Lurati in merito a questa radice di “franco” e a suoi derivati. Ecco che arriva la Francia ‘ecco la mia disgrazia’, locuzione che la gente semplice di Modena e contado usava a designare la ‘moglie’ non sarà un ricordo delle prepotenze dei soldati francesi giunti in passato nel territorio modenese come spiegano –dice il Lurati- alcune delle persone interpellate (e come potrebbero queste persone semplici avere il modo, la forza di contrastare quello che l’espressione sbandiera, anche se allusivamente, in superficie?) ma più probabilmente, secondo il significato etimologico, ‘qualcosa che si abbatte come una furia distruttrice’, significato che va a pennello per il bergamasco fè Franza ‘far piazza pulita’, ‘distruggere raso terra’ il quale così fa benissimo a meno anche del ricordo, supposto dubitativamente dal Lurati, “delle rievocazioni orali, in veglia, sulle guerre in Francia e in Fiandra”. Non bisogna lasciare da parte nemmeno le espressioni furia franzesa (lombardo) ‘furiaccia’ e avere una furia francese in cui l’aggettivo ha tutta l’aria di un rafforzativo tautologico di furia. Interessante il lombardo franzés ‘fante, pellegrino’ che convalida il significato di ‘movimento’ della radice, riscontrabile secondo me in vari toponimi come Frank-furt (Germania), forcella Franche (Belluno), col de France (vicino a Bourg-en-Bresse), ecc.
Aver del francese, che significava ‘passare subito all’azione’, ‘far le cose con precipitazione, alla svelta’, si riaggancia senza sforzo anch’esso al concetto di “furia”.
3) Espressioni relative a malattie veneree possono essere spiegate senza ricorrere agli eterostereotipi: baron di Francia ‘malato di sifilide’ e mal francese ’sifilide’ presuppongono a mio avviso un significato estraibile dalla radice di franco il quale in lingue europee, compreso l’italiano, ritiene il valore di ‘ardito, spudorato, sfacciato’ sicchè il mal francese equivarrebbe ad un male caratteristico dei libertini o depravati e il baron di Francia corrisponderebbe ad un libertino rotto alle pratiche sessuali e agli eccessi che provocherebbero quella malattia: curioso il significato d’origine di barone ‘uomo libero’ che risulta così un rafforzamento del concetto di libertinaggio espresso dalla componente Francia. E come non vedere operante il concetto di ‘furia, foia sessuale’ dietro questo stesso termine nell’espressione a quela lì gh’a büi la Francia ‘quella lì ha le bolle la Francia’ detta da certi anziani di val Colla a proposito di una donna piena di voglia ed eccitata? Il ted. französische Liebe ‘fellatio’, letter. ‘amore francese’, indica la pratica sessuale considerata, soprattutto da persone con pregiudizi religiosi, segno di depravazione e sregolatezza di chi è dedito ai piaceri della carne, non necessariamente di nazionalità francese all’origine. L’americano frenchy ‘preservativo’ potrebbe alludere non tanto ad un uso dell’oggetto soprattutto da parte dei francesi quanto ad un oggetto atto a rendere liberi e immuni da eventuali contagi pericolosi. Il bacio alla francese contiene anch’esso una qualche lascivia più o meno marcata a seconda delle sue varietà.
Rientra in questo concetto di libertà e indipendenza dalle convenzioni sociali la stessa espressione francese à la française che indicava la libertà di un comportamento senza remore e regole civili come andarsene alla francese ‘andar via senza congedarsi’, espressione presente in inglese, tedesco e italiano. In questi casi, siccome talora esiste il rovescio della medaglia, come filarsela all’inglese, è più difficile stabilire se l’espressione sia frutto di ritorsione dovuta alla spinta dei suddetti eterostereotipi o se essa vada comunque spiegata diversamente. E forse una certa percentuale, sebbene ridotta, credo bisogna riservarla comunque agli eterostereotipi.
4) E’ un po’ meno agevole spiegare di primo acchito espressioni del tipo u guarda in Francia ‘è strabico’ (Mendrisiotto, 1969) e l’è un guarda in Franci ‘è uno strabico’ (Buseno, cantone Ticino). L’interpretazione propostane in forma dubitativa dal Lurati che fa riferimento alla “lateralità del territorio francese rispetto all’Italia in carte scolastiche in cui al centro campeggiava l’Italia. La Francia risultava ai margini: la si vedeva di sbieco” mi pare eccessivamente lambiccata ed artificiosa, considerato anche che tra i milioni di alunni che si sono avvicendati nelle aule scolastiche delle scuole elementari e medie di tutta Italia l’espressione in questione sarebbe venuta in mente solo ad alcuni, appartenenti ai due paesi dove essa è attechita. Mi pare più naturale supporre alla sua base un aggettivo con prefisso negativo come *in-frank ‘non franco, libero, schietto, diretto’ e quindi ‘bieco, storto, strabico’. Anche l’aggettivo schietto ritiene il significato non figurato di ‘diritto’ come nei famosi cipressi che a Bolgheri alti e schietti/van da San Guido di carducciana memoria.
Credo che quanto sopra detto sia più che sufficiente ad esprimere e corroborare il mio punto di vista in materia. Non è necessario quindi che si proceda ad un’analisi simile per le altre due voci Turchi ed Ebrei prese in esame dal Lurati, e sarebbe per me cosa molto gradita oltrechè un onore udire qualche voce degli addetti ai lavori se avessero la compiacenza di comunicarmi il loro parere al riguardo, soprattutto se discordante dal mio, sottolineando i miei punti deboli e le mie manchevolezze.
martedì 1 giugno 2010
Non cavare un ragno dal buco
Strano modo di dire, estremamente icastico quanto al significato, anche se quello letterale, per converso, lascia molto dubbiosi. Perchè mai il non riuscire ad estrarre un ragno da un buco, che dovrebbe essere il suo buco abituale, la sua tana che generalmente esso si costruisce con gli stessi fili che usa per la tela, viene considerato (ammesso e non concesso che questa attività diciamo così estrattiva sia in qualche modo classificabile tra quelle che hanno una giustificazione e un senso nel comportamento normale degli uomini) metafora di un’azione che non ottiene quello che sperava di raggiungere, di un fallimento della volontà, dunque, di ricavare da un’operazione qualcosa di concreto e di utile? Qualche anno fa la mia riflessione, favorita dalla constatazione più volte riscontrata che questi detti affondano spesso le loro radici in strati linguistici precedenti a quello attuale, approdò al convincimento che dietro la parola ragno, lat. volg. *ranjus, lat. class. (a)rane-us si nascondesse qualche voce germanica simile all’ingl. to earn ‘guadagnare’, a. ingl. earni-an ‘guadagnare’, a.a.ted. arn-on ‘guadagnare’, pronunciata *rani-on, con una normale metatesi ar-/ra-, e destinata così fatalmente ad andare a convivere col nostro ragno. Anche il gr. ar-ny-mai ‘guadagno, ottengo’ mi pare possa essere riportato alla stessa radice, ampliata in –ny- al presente come per gli altri verbi della coniugazine in –mi. Se così stavano le cose, mi dicevo, anche il buco di conseguenza aveva bisogno di qualche ritocco perchè potesse armonicamente inserirsi nel contesto. Dopo inutili tentativi mi venne in mente che la voce italiana buco è affiancata dalle varianti bus (in alta Italia), bušo, bušë (nel centro-meridione) e che, quindi, la forma originaria del buco relativo all’espressione in questione potesse assomigliare a queste ultime che però sono considerate evoluzione della prima, cosa tutta da verificare a mio avviso. Allora la radice coinvolta potrebbe richiamare la nota parola inglese bus-y ‘impegnato, occupato, indaffarato,’ ingl. bus-i-ness ‘affare/i, negozio, mestiere, ecc.’, ingl. bus-boy ‘aiuto-cameriere’ e tutta l’espressione cambierebbe completamente status, venendo a significare non ricavare guadagno alcuno dall’affare cioè, in soldoni, concludere un cattivo affare! Essa, perso il suo puntuale significato originario ed irrigiditasi nella forma che conosciamo, ha finito coll’indicare qualsiasi azione che non sortisce nulla di positivo.
Riconosco che chi è poco aduso a questi meccanismi possa trovare la cosa un po’ artificiosa e anche per questo mi ero astenuto in passato dal pubblicare la mia interpretazione. Ma mi sono liberato da ogni remora col venire a conoscenza qualche giorno fa, tramite il gioco televisivo L’eredità condotto da Carlo Conti, dell’altro detto correlato al primo, il quale sinteticissimamente asserisce ragno guadagno : il ragno, nella credenza popolare, sarebbe portatore di guadagno, soldi e fortuna. Allora è stato inevitabile pensare che la mia prima supposizione, risalente ad alcuni anni fa, circa il valore di ‘guadagno’ della parola ragno dovesse essere giusta e che di conseguenza lo era probabilmente anche quella della parola buco. In questo caso sono stato abbastanza fortunato, perchè il gioco degli incroci avvenuti nel corso della formazione di questi modi di dire, mi ha fornito, per quanto attiene alla voce ragno, quella che considero una vera e propria traduzione della parola da uno strato linguistico all’altro. E questa esigenza dové nascere allorchè il lat. volg. *ranjius andò a stendersi sopra una parola simile sottostante oscurandone il significato di ‘guadagno’. Naturalmente non ci sono spiegazioni che tengano, in questi casi, anche quando esse si ammantano di più o meno speciose e dotte ragioni psicologiche, antropologiche e simili, nell’evenienza in cui si mettano letteralmente sotto i piedi, perchè d’altronde le si ignora, le vere e uniche ragioni squisitamente linguistiche. La rima –agno avrà certamente favorito l’accostamento tra le due parole, ma non ne fu assolutamente la causa scatenante.
Che i due detti siano stati portati in Italia dagli invasori barbarici nel medioevo mi pare, a lume di naso, poco probabile vista la presenza della radice anche in greco: come suggerisce la vicenda del ragno presente nei due modi di dire, queste espressioni dovevano essere già molto radicate nel territorio, probabilmente in area di confine tra Franchi e Romani, e forse la loro origine va a perdersi nella preistoria.
I termini guadagnare, guadagno, riguardante il secondo modo di dire, vengono ricondotti infatti ad una voce franca *waidjan-an ‘pascolare’, ed i Franchi si inserirono come foederati entro i confini dello stato romano nel periodo del tardo impero, ben prima della sua caduta nel 476 d.C. e della loro più diretta influenza sul linguaggio in Italia al tempo di Carlo Magno impertatore (IX sec. d. C.).
La via per la quale sono arrivato prima alla supposizione e poi alla conferma della spiegazione di questi detti imperniati sul termine “ragno” credo sia emblematica del mio modo di procedere, basato sulla semplice osservazione dei fatti e sulla loro interpretazione che giunge direttamente all’osso, con mezzi diversi da quelli canonici ma sorprendentemente proficui, se, a mio parere, riescono a cavare qualche ragno dal buco. Chiudo con versi di Galilei, tratti dal Capitolo contro il portar la toga (1590) che rispecchiano la mia temperie spirituale:
Ma ch’io sia per voler portar la toga,
Come s’io fussi qualche Fariseo,
O qualche scriba o archisinagoga,
Non lo pensar. [...]
Io son contento dir la mia ragione,
E che tu stesso la sentenza dia:
So che tu hai giudizio e discrizione.
Riconosco che chi è poco aduso a questi meccanismi possa trovare la cosa un po’ artificiosa e anche per questo mi ero astenuto in passato dal pubblicare la mia interpretazione. Ma mi sono liberato da ogni remora col venire a conoscenza qualche giorno fa, tramite il gioco televisivo L’eredità condotto da Carlo Conti, dell’altro detto correlato al primo, il quale sinteticissimamente asserisce ragno guadagno : il ragno, nella credenza popolare, sarebbe portatore di guadagno, soldi e fortuna. Allora è stato inevitabile pensare che la mia prima supposizione, risalente ad alcuni anni fa, circa il valore di ‘guadagno’ della parola ragno dovesse essere giusta e che di conseguenza lo era probabilmente anche quella della parola buco. In questo caso sono stato abbastanza fortunato, perchè il gioco degli incroci avvenuti nel corso della formazione di questi modi di dire, mi ha fornito, per quanto attiene alla voce ragno, quella che considero una vera e propria traduzione della parola da uno strato linguistico all’altro. E questa esigenza dové nascere allorchè il lat. volg. *ranjius andò a stendersi sopra una parola simile sottostante oscurandone il significato di ‘guadagno’. Naturalmente non ci sono spiegazioni che tengano, in questi casi, anche quando esse si ammantano di più o meno speciose e dotte ragioni psicologiche, antropologiche e simili, nell’evenienza in cui si mettano letteralmente sotto i piedi, perchè d’altronde le si ignora, le vere e uniche ragioni squisitamente linguistiche. La rima –agno avrà certamente favorito l’accostamento tra le due parole, ma non ne fu assolutamente la causa scatenante.
Che i due detti siano stati portati in Italia dagli invasori barbarici nel medioevo mi pare, a lume di naso, poco probabile vista la presenza della radice anche in greco: come suggerisce la vicenda del ragno presente nei due modi di dire, queste espressioni dovevano essere già molto radicate nel territorio, probabilmente in area di confine tra Franchi e Romani, e forse la loro origine va a perdersi nella preistoria.
I termini guadagnare, guadagno, riguardante il secondo modo di dire, vengono ricondotti infatti ad una voce franca *waidjan-an ‘pascolare’, ed i Franchi si inserirono come foederati entro i confini dello stato romano nel periodo del tardo impero, ben prima della sua caduta nel 476 d.C. e della loro più diretta influenza sul linguaggio in Italia al tempo di Carlo Magno impertatore (IX sec. d. C.).
La via per la quale sono arrivato prima alla supposizione e poi alla conferma della spiegazione di questi detti imperniati sul termine “ragno” credo sia emblematica del mio modo di procedere, basato sulla semplice osservazione dei fatti e sulla loro interpretazione che giunge direttamente all’osso, con mezzi diversi da quelli canonici ma sorprendentemente proficui, se, a mio parere, riescono a cavare qualche ragno dal buco. Chiudo con versi di Galilei, tratti dal Capitolo contro il portar la toga (1590) che rispecchiano la mia temperie spirituale:
Ma ch’io sia per voler portar la toga,
Come s’io fussi qualche Fariseo,
O qualche scriba o archisinagoga,
Non lo pensar. [...]
Io son contento dir la mia ragione,
E che tu stesso la sentenza dia:
So che tu hai giudizio e discrizione.
(14 agosto 2012. Mi sono accorto che forse è meglio supporre, dietro il dialettale busce 'buco', l'altra voce dialettale quasi omofona busce, vusce 'bosso', e supporre un significato identico a quello di it. bussola, bussolotto o di ingl. box 'scatola, cassetta, ecc.' derivante come le altre dal lat. buxu(m) 'bosso'. Cfr. anche ingl. alms box 'cassetta per le elemosine, bussola', ingl. money-box 'salvadanaio'. Sicchè il significato dell'espressione verrebbe ad essere: non estrarre nessun introito (moneta) dal bussolotto e simili)
giovedì 13 maggio 2010
La musa Calliope
Le muse, inizialmente tre secondo Pausania, ma probabilmente anche una sola (nell’Odissea è una sola, ma nel canto XXIV diventano nove), nella mitologia greca rappresentano, come sappiamo, le divinità protettrici delle arti e di ogni opera del pensiero e della scienza. Il greco moũsa ‘musa’ è giustamente ricondotto alla radice men di lat. mente(m) ‘mente’, ad esempio, radice di cui abbiamo messo in evidenza, nei post precedenti, i vari significati promananti dalla sua idea di base di ‘movimento, agitazione, emanazione, espansione, ecc.’ che poteva concretizzarsi anche nell’idea di ‘monte’; e in effetti un’altra proposta etimologica per il greco moũsa vuole ricollegare la parola all’idea di ‘monte’, probabilmente perchè esse vivevano sull’Elicona, monte della Beozia. Solo che queste proposte che i linguisti presentano, contrapponendole di solito nettamente le une alle altre, sono in realtà, secondo il mio modo di vedere le cose, ugualmente valide perchè la radice appare in epifanie sì diverse, ma tutte tenute insieme dal loro significato generico di fondo. La voce moũsa quindi si inserisce bene nell’ambito della radice di messa che io ho riportato, nell’aticolo precedente, al valore di ‘luce, alba’, e poteva altrettanto bene esprimere proprio il concetto di ‘ispirazione, spirito, divinità (ispiratrice)’. La musa Calli-ope era invocata dai poeti epici. Il suo significato di superficie è quello di ‘(musa) dalla bella (calli-) voce(-ope)’ ma quello un po’ più profondo deve ricondursi nel primo membro al gr. kalé-o ‘chiamare’, ted. Hall ‘suono’, sicchè l’intero epiteto si scioglie nel solito composto tautologico che all’origine indicava il canto dell’aedo o della stessa musa che parlava attraverso di lui.
Questa più che legittima interpretazione non può che rafforzarsi quando si viene a sapere che l’epiteto era riservato anche alla ninfa Eco, la quale veniva chiamata anche gēru-gónē ‘figlia (gonē-) del suono (gēru-)’. Il secondo membro -gónē è variante del diffusissimo –genés, incontrato nel post precedente con valore di ‘luce’, che rispunta nel dan. gen-lyd ‘eco’ in cui -lyd significa appunto ‘suono’ (cfr. ted. Laut ‘suono’) e gen- è un prefisso corrispondente all'it. re- esplicante varie funzioni tra cui quella della ripetizione di un'azione (qui: ri-mbombo, ri-echeggiamento) . La radice deve essere la stessa dell'ingl. to be-gin (be-gan,be-gun) 'cominciare' e deve aver contenuto anche l'idea di 'movimento, avvio'. Sicchè a me pare che da questi esempi si possa ricavare una concatenazione semantica molto semplice come: movimento> produzione>generazione> emanazione> irraggiamento>propagazione sonora. Anche l’idea di bellezza dell’elemento kalli- credo debba essere inclusa nel concetto di ‘irraggiamento, luce, luminosità’.
Ritornando al concetto di ‘ispirazione’ vediamo che il greco ci presenta l’aggettivo én-theos ‘ispirato’ che viene solitamente inteso, e gli stessi Greci intendevano, come ‘che ha dentro di sè un dio (-theos)’. Oggi l’etimo più in auge per the-ós ‘dio’ rimanda al significato di ‘spirito’ e allora sarebbe bene intendere il significato originario dell’aggettivo suddetto semplicemente come ‘ispirato’ senza tirare in ballo il concetto di ‘dio’. D’altronde questo nome sarebbe potuto anche scomparire ed essere sostituito da altri nella lingua greca, non facendo in questo caso pesare la sua presenza sul significato dell’aggettivo in questione. Io credo che l’ ispirazione stessa si configuri come qualcosa di spirituale e di divino di per sè: essa è una forza che è sentita dentro di sè dall’uomo delle origini, che costituisce la sua anima la cui natura invisibile è la stessa di quella o di quelle che animano la realtà circostante e successivamente le sue divinità: questa coincidenza tra le due entità, quella umana e quella della natura (con i suoi dei) fa sì che, una volta attuata la separazione nella mente dell’uomo primitivo tra il proprio mondo umano e quello sovannaturale degli dei, gli fa credere che dentro di noi, o alcuni di noi (poeti, profeti, indovini, sacerdoti), scenda talora come dono celeste la parola divina, che era per così dire già sua prima che egli creasse l’Olimpo e i suoi dei.
Nel vocabolario abruzzese di Domenico Bielli si incontra una strana parola: ‘ntusїasme ‘enfiato prodotto da colpo di frusta’. Ognuno può notare la perfetta corrispondenza del termine con l’italiano entusiasmo, ma può esistere un rapporto di somiglianza tra di loro e tra i loro significati? Sappiamo che l’italiano entusiasmo è pari pari il greco enthousiasmós ‘entusiasmo, ispirazione, divino trasporto, frenesia, furore’ costituito dallo stesso aggettivo éntheos di cui sopra (o meglio enthousí-a ‘ispirazione divina’) e dal suffisso -asmós . Ora, secondo me le possibilità sono due. Il significato di ‘gonfiore’ del termine abruzzese citato può avere come etimo o il furore, la forza, l’energia insita in una frustata oppure nella spinta, la forza, la tensione che fa sollevare la pelle a formare un rigonfiamento, cioè in altri termini nell’idea stessa di ‘gonfiore’, il quale è sempre il prodotto di una forza, sia quella del fiato che gonfia un palloncino o quella endogena che produce un tumore, un bernoccolo, un’escrescenza. A quest’ultima mi pare più naturale avvicinare la voce abruzzese, la quale, dunque, trasforma in qualcosa di concreto (il gonfiore della pelle) tutta la forza insita nell’aggettivo greco én-the-os ‘pieno di spirito’ che non si era allontanato, per il significato, dall’ambito spirituale. Ma la voce abruzzese sta lì a testimoniare che nei trascorsi preistorici di én-the-os c'era stato anche un significato fisico del termine. Esso fu portato tra di noi da qualche popolazione preistorica greca o di lingua greca (non si potrebbe spiegare altrimenti il radicamento di alcuni chiari termini greci nei toponimi come la voce anatolia per 'sorgente' nella Marsica) la cui presenza è largamente attestata nell'Italia centro-meridionale e anche in quella settentrionale da indizi e prove diverse, non ultima quella biologica di Cavalli-Sforza basata sull'esame di campioni di sangue.
Il Bielli mette a lemma anche l’aggettivo ‘ntusecùse ‘iroso, modace’ (diverso dalla radice di ‘ntussecà ‘attossicare’, da tossico) la quale mi sembra sfruttare, attraverso un originario *enthous-ikós, la stessa radice di enthousí-a ‘ispirazione divina’ mettendone però in mostra solo l’aspetto del furore e dell’impeto che l’accompagnava.
La radice di –the-os di cui andiamo discutendo mi pare variante di quella della grande famiglia di gr. thú-ō ‘ infurio, mi agito, imperverso’ da cui thum-ós ‘spirito, animo’.
Alla luce del meccanismo dei composti tautologici i termini greci come mouso-manés 'fanatico per la musica o le muse', mouso-mantis 'che vaticina col canto' indicavano all'origine solo lo stato di ispirazione o eccitazione o la persona in quella condizione: solo col tempo questi composti hanno assunto le specificazioni che mostrano. Del resto i due membri sono costituiti da varianti della stessa radice o, meglio, da ampliamenti diversi della base originaria me-, ma- . Il termine gallurese missa-manu ' rimprovero, rabbuffo, ramanzina', composto delle stesse radici o varianti, potrebbe contenere dentro di sè il risentimento o il ribollire proprio del termine italiano fervorino di identico significato. Cfr. nel post precedente il sardo mis-one, miss-one 'fermento, lievito'.
A proposito di gen-lyd 'eco' sopra citato, mi pare di poter individuarne una variante nell'espressione idiomatica inglese to blow great guns 'fare burrasca, soffiare un vento tempestoso', letter. 'soffiare grandi cannoni' che trova a mio parere un lampante riscontro nell'espressione greca usata da Eschilo (Coefore, 1065) gonias kheimon ' vento (kheimon) violento, favorevole, ecc.', tradotta in vari modi a seconda delle interpretazioni della radice di gonias incrociatasi con quella di genos 'genere, generazione', ma che all'origine, quasi certamente sconosciuta già ad Eschilo, doveva avere un significato essenzialmente tautologico rispetto a kheimon 'vento, tempesta'.
Questa più che legittima interpretazione non può che rafforzarsi quando si viene a sapere che l’epiteto era riservato anche alla ninfa Eco, la quale veniva chiamata anche gēru-gónē ‘figlia (gonē-) del suono (gēru-)’. Il secondo membro -gónē è variante del diffusissimo –genés, incontrato nel post precedente con valore di ‘luce’, che rispunta nel dan. gen-lyd ‘eco’ in cui -lyd significa appunto ‘suono’ (cfr. ted. Laut ‘suono’) e gen- è un prefisso corrispondente all'it. re- esplicante varie funzioni tra cui quella della ripetizione di un'azione (qui: ri-mbombo, ri-echeggiamento) . La radice deve essere la stessa dell'ingl. to be-gin (be-gan,be-gun) 'cominciare' e deve aver contenuto anche l'idea di 'movimento, avvio'. Sicchè a me pare che da questi esempi si possa ricavare una concatenazione semantica molto semplice come: movimento> produzione>generazione> emanazione> irraggiamento>propagazione sonora. Anche l’idea di bellezza dell’elemento kalli- credo debba essere inclusa nel concetto di ‘irraggiamento, luce, luminosità’.
Ritornando al concetto di ‘ispirazione’ vediamo che il greco ci presenta l’aggettivo én-theos ‘ispirato’ che viene solitamente inteso, e gli stessi Greci intendevano, come ‘che ha dentro di sè un dio (-theos)’. Oggi l’etimo più in auge per the-ós ‘dio’ rimanda al significato di ‘spirito’ e allora sarebbe bene intendere il significato originario dell’aggettivo suddetto semplicemente come ‘ispirato’ senza tirare in ballo il concetto di ‘dio’. D’altronde questo nome sarebbe potuto anche scomparire ed essere sostituito da altri nella lingua greca, non facendo in questo caso pesare la sua presenza sul significato dell’aggettivo in questione. Io credo che l’ ispirazione stessa si configuri come qualcosa di spirituale e di divino di per sè: essa è una forza che è sentita dentro di sè dall’uomo delle origini, che costituisce la sua anima la cui natura invisibile è la stessa di quella o di quelle che animano la realtà circostante e successivamente le sue divinità: questa coincidenza tra le due entità, quella umana e quella della natura (con i suoi dei) fa sì che, una volta attuata la separazione nella mente dell’uomo primitivo tra il proprio mondo umano e quello sovannaturale degli dei, gli fa credere che dentro di noi, o alcuni di noi (poeti, profeti, indovini, sacerdoti), scenda talora come dono celeste la parola divina, che era per così dire già sua prima che egli creasse l’Olimpo e i suoi dei.
Nel vocabolario abruzzese di Domenico Bielli si incontra una strana parola: ‘ntusїasme ‘enfiato prodotto da colpo di frusta’. Ognuno può notare la perfetta corrispondenza del termine con l’italiano entusiasmo, ma può esistere un rapporto di somiglianza tra di loro e tra i loro significati? Sappiamo che l’italiano entusiasmo è pari pari il greco enthousiasmós ‘entusiasmo, ispirazione, divino trasporto, frenesia, furore’ costituito dallo stesso aggettivo éntheos di cui sopra (o meglio enthousí-a ‘ispirazione divina’) e dal suffisso -asmós . Ora, secondo me le possibilità sono due. Il significato di ‘gonfiore’ del termine abruzzese citato può avere come etimo o il furore, la forza, l’energia insita in una frustata oppure nella spinta, la forza, la tensione che fa sollevare la pelle a formare un rigonfiamento, cioè in altri termini nell’idea stessa di ‘gonfiore’, il quale è sempre il prodotto di una forza, sia quella del fiato che gonfia un palloncino o quella endogena che produce un tumore, un bernoccolo, un’escrescenza. A quest’ultima mi pare più naturale avvicinare la voce abruzzese, la quale, dunque, trasforma in qualcosa di concreto (il gonfiore della pelle) tutta la forza insita nell’aggettivo greco én-the-os ‘pieno di spirito’ che non si era allontanato, per il significato, dall’ambito spirituale. Ma la voce abruzzese sta lì a testimoniare che nei trascorsi preistorici di én-the-os c'era stato anche un significato fisico del termine. Esso fu portato tra di noi da qualche popolazione preistorica greca o di lingua greca (non si potrebbe spiegare altrimenti il radicamento di alcuni chiari termini greci nei toponimi come la voce anatolia per 'sorgente' nella Marsica) la cui presenza è largamente attestata nell'Italia centro-meridionale e anche in quella settentrionale da indizi e prove diverse, non ultima quella biologica di Cavalli-Sforza basata sull'esame di campioni di sangue.
Il Bielli mette a lemma anche l’aggettivo ‘ntusecùse ‘iroso, modace’ (diverso dalla radice di ‘ntussecà ‘attossicare’, da tossico) la quale mi sembra sfruttare, attraverso un originario *enthous-ikós, la stessa radice di enthousí-a ‘ispirazione divina’ mettendone però in mostra solo l’aspetto del furore e dell’impeto che l’accompagnava.
La radice di –the-os di cui andiamo discutendo mi pare variante di quella della grande famiglia di gr. thú-ō ‘ infurio, mi agito, imperverso’ da cui thum-ós ‘spirito, animo’.
Alla luce del meccanismo dei composti tautologici i termini greci come mouso-manés 'fanatico per la musica o le muse', mouso-mantis 'che vaticina col canto' indicavano all'origine solo lo stato di ispirazione o eccitazione o la persona in quella condizione: solo col tempo questi composti hanno assunto le specificazioni che mostrano. Del resto i due membri sono costituiti da varianti della stessa radice o, meglio, da ampliamenti diversi della base originaria me-, ma- . Il termine gallurese missa-manu ' rimprovero, rabbuffo, ramanzina', composto delle stesse radici o varianti, potrebbe contenere dentro di sè il risentimento o il ribollire proprio del termine italiano fervorino di identico significato. Cfr. nel post precedente il sardo mis-one, miss-one 'fermento, lievito'.
A proposito di gen-lyd 'eco' sopra citato, mi pare di poter individuarne una variante nell'espressione idiomatica inglese to blow great guns 'fare burrasca, soffiare un vento tempestoso', letter. 'soffiare grandi cannoni' che trova a mio parere un lampante riscontro nell'espressione greca usata da Eschilo (Coefore, 1065) gonias kheimon ' vento (kheimon) violento, favorevole, ecc.', tradotta in vari modi a seconda delle interpretazioni della radice di gonias incrociatasi con quella di genos 'genere, generazione', ma che all'origine, quasi certamente sconosciuta già ad Eschilo, doveva avere un significato essenzialmente tautologico rispetto a kheimon 'vento, tempesta'.
lunedì 10 maggio 2010
Ite, missa est
La formula latina di congedo, pronunciata un tempo dal sacerdote al termine del rito della Messa, ha dato e dà tuttora filo da torcere ai filologi e storici del cristianesimo che hanno spuntato le loro penne facendo scorrere fiumi d’inchiostro nel tentativo di venirne a capo; ad alcuni dei quali, come ad Antonino Pagliaro, non sarei forse degno, usando un'espressione forte, nemmeno di legare i lacci delle scarpe per quanto attiene alla conoscenza della materia; egli nell’opera Altri saggi di critica semantica, ediz. G. D’Anna, Messina-Firenze, 1961, pp. 129-182, scioglie l’espressione, districandosi egregiamente tra la vasta bibliografia, in ‘Andate, (l’eucarestia) è stata inviata (agli assenti e alle chiese vicine)’: al tempo delle persecuzioni si usava così. Io, non potendo sciorinare tutte le risorse di un bagaglio culturale da maestro, posso solo sperare che le mie poche frecce a disposizione colpiscano, come quelle di Artemide, con tale forza e precisione da lasciare la preda riversa sul terreno a scalciare con i piedi in aria e chi guarda col fiato sospeso.
Ripartendo dal post precedente cerchiamo di analizzare accuratamente con lo specillo il lat. galli-cin-iu(m) ‘canto del gallo, alba’. Riflettendo sui possibili rapporti tra il membro –cin- e i diversi termini luminosi con la stessa radice citati nell’articolo precedente, comincia a balenarmi nella mente la possibilità che il significato di ‘alba’ del vocabolo in questione possa essere scaturito non per semplice metonimia, con l’estensione del significato dal ‘canto del gallo’ al periodo del giorno in cui esso canta per la prima volta dopo la notte, ma per il fatto che la radice poteva avere dietro di sè un significato diverso da quello canoro con cui si presenta a noi nella lingua latina (cfr. i composti di can-ere ‘cantare’ come con-cin-ere ‘cantare insieme, essere d’accordo’, celebrare’) che giustificava anche il significato luminoso di 'alba'. Ed abbiamo visto, sempre nel post precedente, come due idee diverse di ‘luce’ e di ‘vibrazione, movimento’ si riannodino in quella sovraordinata di ‘emanazione’. In altre parole, è solo l’abitudine, per il parlante latino, ad annettere costantemente al termine quel significato specifico composto di due concetti diversi, quello di ‘gallo’ e quello di ‘canto’, a far credere a lui e a noi che il termine fosse nato proprio e solo per questo scopo. Ma noi che seguiamo il principio saussuriano che non mi stancherò mai di ricordare (si vedano i post precedenti) vigiliamo con le orecchie tese e gli occhi ben aperti perchè diamo ormai per scontato che nelle parole si sia attuata nel corso del tempo una sorta di eterogenesi dei fini, per la quale bisogna andare molto spesso a cercare dietro i significati specifici di arrivo quelli molto più generici di partenza. Così a mio avviso si deve riconoscere che, nel caso del nostro vocabolo, ci sia stata una fase temporale in cui esso non ancora significava nè ‘canto del gallo’ nè ‘alba’ ma qualcosa come ‘ vibrazione, forza, spirito, essere vivente’ in ambo i membri (cfr. la radice kyn per ‘cane’ in greco e quella di ted. Huhn ‘pollo, gallina’, ted. Henne ‘gallina’). Pertanto non posso vedere di buon occhio la radice che i linguisti scorgono nel ted. Hahn ‘gallo’, cioè quella di lat. can-ere ‘cantare’ a meno che non se ne estenda il significato sino a comprendervi anche quello di lat. can-(um) ‘bianco, argenteo, biondeggiante’, il quale, quindi, non ha alcun bisogno di essere riportato alla voce casnar ‘vecchio’ dei dialetti sabellici. Di conseguenza anche il gr. ēї-kan-ós ‘gallo’, letter. ‘che canta all’alba (ēї-)’ va inteso come composto tautologico che all’origine poteva indicare anche solo l’alba insieme con il parallelo termine dell’a. ind. usa-kala ‘gallo’, letter. ‘che chiama(cfr. sscr. kal-as ‘sonoro’) all’alba (usa-)’, il cui secondo membro si è incrociato con gr. kalé-o ‘chiamare’, a. a. ted. hal-on ‘chiamare’, ted. Hall 'suono'. L’ingl. to call ‘chiamare’ evidentemente rimanda ad una variante della radice precedente che si incontra, ad esempio, nel ted. gell ‘sonoro’, variante a sua volta di ted. hell ‘chiaro, luminoso, sonoro, acuto’, nell’a. slavo gla-gol-iti ‘parlare’ che presenta il raddoppiamento –gol-. Queste voci per ‘gallo’ riconfermano il sacrosanto principio che la nominazione, all’origine, non obbediva alla volontà di indicare le funzioni o le caratteristiche, più o meno ornamentali, del referente da esprimere, ma unicamente alla indicazione del referente in sè. Poi, strada facendo, si direbbe che siano spuntati come funghi i significati più vari, a causa degli incroci con altri termini che del resto provenivano in genere dalla stessa radice col suo significato generico d’origine. Date queste corrispondenze come poteva, di grazia, il ‘gallo’ non diventare in Grecia sacro al sole? (cfr. R. Graves, I miti greci, Ediz. CDE spa, Milano, 1985, p.138). Per di più il suo nome usuale alek-trýōn, alék-trōn, alék-tōr non è molto diverso da gr. ēlék-tōr ‘raggiante, splendente’ e anche, come sostantivo,‘sole’.
Ora, si dà il caso che nella lingua spagnola si incontri l’espressione misa de gallo ‘messa di mezzanotte di Natale’ che nelle Filippine, le quali hanno conosciuta la dominazione spagnola, può durare fino all’alba. La missa de puddu (logud.) in Sardegna ha lo stesso significato dell’espressione spagnola, per cui si pensa che quella sarda ne sia un semplice calco, data la presenza storica degli spagnoli in Sardegna (cfr. Cortellazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, sub voce). Ma la questione non è così semplice, perchè in sardo esistono vocaboli come im-pudd-ile (logudorese), im-podd-ile (nuorese) che significano ‘alba’ e che contengono al loro interno la voce puddu ‘pollo, gallo’ la quale però, come ho estesamente spiegato nel post Parole sarde del Duls (giugno 2009) a cui rimando, doveva aver avuto in tempi remotissimi il significato di ‘alba’, non potendo quest’ultimo d’altronde derivare, come ho in quel luogo mostrato, dal significato di ‘pollo, gallo’ a cui essa fa riferimento in superficie. Si incontra anche la forma puddile(s) (logudorese) che, oltre al significato di ‘alba’, ritiene anfibologicamente anche quello di ‘pollaio’. Allora si deve rigorosamente dedurre che la missa de puddu (l'espressione ricorre più o meno in tutta l'isola: cfr. messa di puddu in sassarese, miss'e caboni in campidanese), designando la messa di Natale che poteva arrivare in alcuni casi anche all’alba, non può mettersi in rapporto con l’espressione spagnola, anche perchè esiste nella tradizione liturgica una messa dell’alba di Natale diversa da quella di mezzanotte. Seguendo sempre la stessa linea di rigoroso ragionamento si deve dedurre che se la voce puddu va sistemata in qualche lingua del lontanissimo passato, allora anche la voce missa, ad essa legata a filo doppio, può avere un significato credibile solo se la si riconduce ugualmente ad una civiltà sfumante nella preistoria, soprattutto perchè nel periodo di tempo intorno al solstizio d'inverno non mancavano, presso tutti i popoli preistorici, feste religiose con relative cerimonie e usanze rituali che avrebbero potuto facilmente trasferire alla sopravveniente religione cristiana tratti della loro mitologia, non esclusa qualche parola sacra o qualche formula. E' un fatto, poi, che la voce puddu da sola non conserva in nessuna parlata sarda il significato di 'alba' bensì solo quello di 'pollo, gallo' che dovette oscurare l'altro significato probabilmente con l'arrivo del latino nell'isola, ben in anticipo rispetto alla diffusione in essa del cristianesimo e della parola messa della relativa funzione religiosa. A mio avviso anche qui, come per il caso simile di lat. galli-cin-iu(m), ci troviamo di fronte a venerandi reperti di parole preistoriche che avevano lo stesso significato di ‘alba, aurora, sorgere del sole’ e che nella lunga marcia per arrivare fino ai nostri giorni hanno dovuto far salire sul loro carro qualche altra parola con altri significati . Il ‘gallo’ della spagnola misa de gallo deve essere pertanto comparato con le radici luminose più sopra citate.
Illustri studiosi affermano che la festa cristiana del Natale andò a sovrapporsi ad antichissime e spettacolari celebrazioni pagane legate al ciclo del sole e al solstizio d’inverno. La gente durava fatica a staccarsi completamente da esse e pertanto la Chiesa, nella sua saggezza, attuò una politica di compromissione mirante al sincretismo e sembra certo che spostò a quella data la grande ricorrenza della nascita di Cristo, “preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mitraismo che, con la sua morale e spiritualità non dissimili dal cristianesimo, poteva frenare se non arrestare la diffusione del Vangelo” (cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Ediz. Mondolibri spa, Milano, 2003, p.70). Sembra, secondo alcuni, che la forma a raggiera dell’ostensorio, sia un chiaro simbolo del sole. D’altronde non si trattava di un accostamento innaturale perchè a partire dall’Antico Testamento Gesù veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole e nei primi secoli del cristianesimo il fatto era abituale come ci attesta l'apologeta Tertulliano: “Altri [...] ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perchè è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il sole che sorge e che nel giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dire il vero per una ragione del tutto diversa da quella dell’adorazione del sole” (cfr. Cattabiani, cit. pp. 70-71). Il giorno del Sole è quello che poi sarà chiamato dominica 'domenica' in onore del Signore anche se esso è rimasto consacrato al Sole nelle lingue germaniche (cfr, ted. Sonn-tag, ingl. sun-day, letter. ‘giorno del sole’) , giorno in cui si rinnovava il servizio divino della Santa Messa collegata in qualche modo a riti in onore dell’astro della luce diurna. Così stando le cose era inevitabile che, anche al livello del rito, avvenissero contaminazioni sincretistiche tra le vecchie formule e le nuove. Pertanto la mia idea è che la formula di congedo Ite, missa est ne continuasse una precedente al cristianesimo (probabilmente già fraintesa e abbastanza oscura per gli stessi pagani dediti al culto del Sole, i quali potevano averne elaborato comunque il senso erroneo di messa come ‘cerimonia religiosa’, o qualcosa di simile), con il valore originario di “Andate, è l’alba’, espressione pronunciata dall’officiante nel contesto dell’uso diffuso, non solo nell’ambito del cristianesimo, di attendere in veglia lo spuntare del nuovo e risorto Sole, dopo l’apparente sua morte protrattasi nei giorni 22, 23, 24 dicembre quando esso sembra arrestare la sua corsa nel cielo senza andare nè avanti nè indietro, subito dopo il giorno del solstizio (21 dic.). Anche presso i romani la vigilia 'veglia religiosa' era molto diffusa almeno per le festività maggiori. La formula così segnava la fine del rito e nel contempo infondeva un un senso di conforto ed ottimismo nell'animo di coloro che agli albori dell’umanità potevano veramente credere che la divinità potesse abbandonare gli uomini nel freddo, nel gelo e nella disperazione. Potè verificarsi che questa formula fosse mantenuta intatta per dare la sensazione, agli adepti della nuova religione e sopratutto a quelli che esitavano ad abbracciarla, che in fondo si trattava del vecchio rito se esso si concludeva con le stesse parole di prima. E’ certamente una singolare coincidenza quella della Santa Anastasia, che la Chiesa venera il 25 dicembre, e che, sin dai primi secoli (III-IV sec.) del cristianesimo, aveva una basilica sul Palatino, dove si celebravano tre messe e la seconda (alba) era dedicata alla Santa. Gli è che il termine aná-stasis, da cui deriva il suo nome, in greco significa 'il sorgere, il risveglio', e può così riferirsi direttamente alla resurrezione del Sole del 25 dicembre.
Il significato di ‘alba, luce’ della parola misa, missa (non può essere accettata la spiegazione che si basa sul tardo latino missa ‘il lasciare andare’ per la sua banalità: il tutto significherebbe infatti ‘Andate, questo è il congedo’) ci è garantito, oltre che dal ragionamento sopra seguito, anche dal nome di un gioco che in passato era comune nel paese di Cerchio-Aq e che era chiamato mesa-luna, letter. ‘mezza luna’, il classico gioco di testa e/o croce (cfr. Fiorenzo Amiconi, La zurla, Museo civico di Cerchio-Aq, Anno VIII 2005, Quaderno 61, pp. 30-31). Senza stare a descrivere i dettagli del gioco, esso consisteva essenzialmente nel lanciare in aria una moneta imprimendole un moto rotatorio e nello scommettere quale faccia della moneta stesse rivolta verso l’alto una volta ricaduta a terra. Ora, il significato apparente di mesa-luna ‘mezzaluna’ non ha senso alcuno nel contesto, ma se si pon mente al fatto che la moneta è legata alla dea della luna Giunone che d’altronde aveva l’appellativo di Moneta come abbiamo visto nel post precedente , allora si potrà capire che il valore originario dell’espressione poteva riguardare in ambo i suoi membri la moneta stessa, e il suo roteare nell’aria alludeva probabilmente al corso della luna in cielo e al variare della sua faccia nel giro del mese, da sempre metafora del mutare incessante della Fortuna e dell’umore negli esseri umani a tal punto che essi, sotto questi influssi celesti, potevano diventare anche folli: cfr. ingl. lunatic ‘pazzo, squilibrato’. Il nominativo dorico mēs, ionico meís ‘mese, luna’, gen. mēn-ós non è detto che provenga dal supposto *mēns ma può essere un autonomo ampliamento della radice mē- come anche il sscr. mās, mās-as ‘luna, mese’. Si incontra in sardo la voce mis-one (logud.) ‘fermento, lievito’, variante di miss-one (nuor.) ’fermento, lievito’ la cui idea di 'fervore' è molto simile a quella dello ‘scintillio’ . A queste voci collegherei anche il serbo-croato misao 'pensiero' (concetto che nel post precedente abbiamo visto espresso dalla radice men usata per 'luna' e 'mente') e i termini piemontesi misun-éra, meisunì-ara ‘lucciola’, letter. ‘mietitrice’, che ci riporta più direttamente alla luce. Notizia molto interessante, nell'ambito del gioco della mesa-luna, è quella che l'Amiconi ci fornisce con l'espressione testa o vacca, la quale sostituiva la universalmente nota testa o croce. E' facile notare, per chi ha frequentato il liceo classico, che la vacca era l'animale sacro a Era-Giunone e che uno degli epiteti di questa divinità suonava in greco bo-opis 'dagli occhi bovini'. Sarebbe in verità meglio intendere l'aggettivo come 'dalle fattezze di vacca' perchè nella forma di questo animale veniva probabilmente rappresentata la dea in una remota fase teriomorfa del culto. Nelle monete coniate, già dal VII sec. a. C., nell'isola di Samo, dove esisteva un famoso tempio di Era, compariva l'immagine di una vacca. Non è pertanto fuori luogo supporre che la moneta che avrà dato il nome al gioco della mesa-luna a Cerchio, in epoca da definirsi (ho l'impressione che l'inizio della monetazione nel Mediterraneo debba essere di molto retrodatato), portasse impressa in una faccia la figura della vacca e nell'altra la sua testa o quella antropomorfa della divinità. E' certamente curiosa la corrispondenza tra il nome del monte Kerk-is, il più alto della catena del Kerk-eteus che attraversa per il lungo tutta l'isola di Samo, e la base del toponimo Cerchio da Circ-ulu(m), per il quale rimando al post Il nome del paese di Cerchio (luglio 2009).
Il Pagliaro ha forse compiuto il tentativo più serio, consapevole e articolato per aprire il senso nascosto della formula suddetta con gli strumenti della linguistica tradizionale, ma naturalmente non poteva sfruttare i mezzi, semplici eppure profondi, che mi sono con dovizia offerti dalla mia certamente non canonica visione dei fenomeni linguistici. Sta ad altri, naturalmente, confermarne la validità, che a me sembra, senza falsa modestia, scontata. E’ essenzialmente l’enorme elasticità del significato di fondo della parola, a mio avviso incontrovertibile, che va a scompigliare, con l’effetto di un improvviso turbine tempestoso, quasi tutte le carte e le regole del gioco fissate da alcuni secoli di linguistica cosiddetta scientifica, la quale peraltro annovera studiosi il cui solo nome suscita in me, nonostante tutto, una sorta di timore reverenziale.
Ripartendo dal post precedente cerchiamo di analizzare accuratamente con lo specillo il lat. galli-cin-iu(m) ‘canto del gallo, alba’. Riflettendo sui possibili rapporti tra il membro –cin- e i diversi termini luminosi con la stessa radice citati nell’articolo precedente, comincia a balenarmi nella mente la possibilità che il significato di ‘alba’ del vocabolo in questione possa essere scaturito non per semplice metonimia, con l’estensione del significato dal ‘canto del gallo’ al periodo del giorno in cui esso canta per la prima volta dopo la notte, ma per il fatto che la radice poteva avere dietro di sè un significato diverso da quello canoro con cui si presenta a noi nella lingua latina (cfr. i composti di can-ere ‘cantare’ come con-cin-ere ‘cantare insieme, essere d’accordo’, celebrare’) che giustificava anche il significato luminoso di 'alba'. Ed abbiamo visto, sempre nel post precedente, come due idee diverse di ‘luce’ e di ‘vibrazione, movimento’ si riannodino in quella sovraordinata di ‘emanazione’. In altre parole, è solo l’abitudine, per il parlante latino, ad annettere costantemente al termine quel significato specifico composto di due concetti diversi, quello di ‘gallo’ e quello di ‘canto’, a far credere a lui e a noi che il termine fosse nato proprio e solo per questo scopo. Ma noi che seguiamo il principio saussuriano che non mi stancherò mai di ricordare (si vedano i post precedenti) vigiliamo con le orecchie tese e gli occhi ben aperti perchè diamo ormai per scontato che nelle parole si sia attuata nel corso del tempo una sorta di eterogenesi dei fini, per la quale bisogna andare molto spesso a cercare dietro i significati specifici di arrivo quelli molto più generici di partenza. Così a mio avviso si deve riconoscere che, nel caso del nostro vocabolo, ci sia stata una fase temporale in cui esso non ancora significava nè ‘canto del gallo’ nè ‘alba’ ma qualcosa come ‘ vibrazione, forza, spirito, essere vivente’ in ambo i membri (cfr. la radice kyn per ‘cane’ in greco e quella di ted. Huhn ‘pollo, gallina’, ted. Henne ‘gallina’). Pertanto non posso vedere di buon occhio la radice che i linguisti scorgono nel ted. Hahn ‘gallo’, cioè quella di lat. can-ere ‘cantare’ a meno che non se ne estenda il significato sino a comprendervi anche quello di lat. can-(um) ‘bianco, argenteo, biondeggiante’, il quale, quindi, non ha alcun bisogno di essere riportato alla voce casnar ‘vecchio’ dei dialetti sabellici. Di conseguenza anche il gr. ēї-kan-ós ‘gallo’, letter. ‘che canta all’alba (ēї-)’ va inteso come composto tautologico che all’origine poteva indicare anche solo l’alba insieme con il parallelo termine dell’a. ind. usa-kala ‘gallo’, letter. ‘che chiama(cfr. sscr. kal-as ‘sonoro’) all’alba (usa-)’, il cui secondo membro si è incrociato con gr. kalé-o ‘chiamare’, a. a. ted. hal-on ‘chiamare’, ted. Hall 'suono'. L’ingl. to call ‘chiamare’ evidentemente rimanda ad una variante della radice precedente che si incontra, ad esempio, nel ted. gell ‘sonoro’, variante a sua volta di ted. hell ‘chiaro, luminoso, sonoro, acuto’, nell’a. slavo gla-gol-iti ‘parlare’ che presenta il raddoppiamento –gol-. Queste voci per ‘gallo’ riconfermano il sacrosanto principio che la nominazione, all’origine, non obbediva alla volontà di indicare le funzioni o le caratteristiche, più o meno ornamentali, del referente da esprimere, ma unicamente alla indicazione del referente in sè. Poi, strada facendo, si direbbe che siano spuntati come funghi i significati più vari, a causa degli incroci con altri termini che del resto provenivano in genere dalla stessa radice col suo significato generico d’origine. Date queste corrispondenze come poteva, di grazia, il ‘gallo’ non diventare in Grecia sacro al sole? (cfr. R. Graves, I miti greci, Ediz. CDE spa, Milano, 1985, p.138). Per di più il suo nome usuale alek-trýōn, alék-trōn, alék-tōr non è molto diverso da gr. ēlék-tōr ‘raggiante, splendente’ e anche, come sostantivo,‘sole’.
Ora, si dà il caso che nella lingua spagnola si incontri l’espressione misa de gallo ‘messa di mezzanotte di Natale’ che nelle Filippine, le quali hanno conosciuta la dominazione spagnola, può durare fino all’alba. La missa de puddu (logud.) in Sardegna ha lo stesso significato dell’espressione spagnola, per cui si pensa che quella sarda ne sia un semplice calco, data la presenza storica degli spagnoli in Sardegna (cfr. Cortellazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, sub voce). Ma la questione non è così semplice, perchè in sardo esistono vocaboli come im-pudd-ile (logudorese), im-podd-ile (nuorese) che significano ‘alba’ e che contengono al loro interno la voce puddu ‘pollo, gallo’ la quale però, come ho estesamente spiegato nel post Parole sarde del Duls (giugno 2009) a cui rimando, doveva aver avuto in tempi remotissimi il significato di ‘alba’, non potendo quest’ultimo d’altronde derivare, come ho in quel luogo mostrato, dal significato di ‘pollo, gallo’ a cui essa fa riferimento in superficie. Si incontra anche la forma puddile(s) (logudorese) che, oltre al significato di ‘alba’, ritiene anfibologicamente anche quello di ‘pollaio’. Allora si deve rigorosamente dedurre che la missa de puddu (l'espressione ricorre più o meno in tutta l'isola: cfr. messa di puddu in sassarese, miss'e caboni in campidanese), designando la messa di Natale che poteva arrivare in alcuni casi anche all’alba, non può mettersi in rapporto con l’espressione spagnola, anche perchè esiste nella tradizione liturgica una messa dell’alba di Natale diversa da quella di mezzanotte. Seguendo sempre la stessa linea di rigoroso ragionamento si deve dedurre che se la voce puddu va sistemata in qualche lingua del lontanissimo passato, allora anche la voce missa, ad essa legata a filo doppio, può avere un significato credibile solo se la si riconduce ugualmente ad una civiltà sfumante nella preistoria, soprattutto perchè nel periodo di tempo intorno al solstizio d'inverno non mancavano, presso tutti i popoli preistorici, feste religiose con relative cerimonie e usanze rituali che avrebbero potuto facilmente trasferire alla sopravveniente religione cristiana tratti della loro mitologia, non esclusa qualche parola sacra o qualche formula. E' un fatto, poi, che la voce puddu da sola non conserva in nessuna parlata sarda il significato di 'alba' bensì solo quello di 'pollo, gallo' che dovette oscurare l'altro significato probabilmente con l'arrivo del latino nell'isola, ben in anticipo rispetto alla diffusione in essa del cristianesimo e della parola messa della relativa funzione religiosa. A mio avviso anche qui, come per il caso simile di lat. galli-cin-iu(m), ci troviamo di fronte a venerandi reperti di parole preistoriche che avevano lo stesso significato di ‘alba, aurora, sorgere del sole’ e che nella lunga marcia per arrivare fino ai nostri giorni hanno dovuto far salire sul loro carro qualche altra parola con altri significati . Il ‘gallo’ della spagnola misa de gallo deve essere pertanto comparato con le radici luminose più sopra citate.
Illustri studiosi affermano che la festa cristiana del Natale andò a sovrapporsi ad antichissime e spettacolari celebrazioni pagane legate al ciclo del sole e al solstizio d’inverno. La gente durava fatica a staccarsi completamente da esse e pertanto la Chiesa, nella sua saggezza, attuò una politica di compromissione mirante al sincretismo e sembra certo che spostò a quella data la grande ricorrenza della nascita di Cristo, “preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mitraismo che, con la sua morale e spiritualità non dissimili dal cristianesimo, poteva frenare se non arrestare la diffusione del Vangelo” (cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Ediz. Mondolibri spa, Milano, 2003, p.70). Sembra, secondo alcuni, che la forma a raggiera dell’ostensorio, sia un chiaro simbolo del sole. D’altronde non si trattava di un accostamento innaturale perchè a partire dall’Antico Testamento Gesù veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole e nei primi secoli del cristianesimo il fatto era abituale come ci attesta l'apologeta Tertulliano: “Altri [...] ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perchè è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il sole che sorge e che nel giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dire il vero per una ragione del tutto diversa da quella dell’adorazione del sole” (cfr. Cattabiani, cit. pp. 70-71). Il giorno del Sole è quello che poi sarà chiamato dominica 'domenica' in onore del Signore anche se esso è rimasto consacrato al Sole nelle lingue germaniche (cfr, ted. Sonn-tag, ingl. sun-day, letter. ‘giorno del sole’) , giorno in cui si rinnovava il servizio divino della Santa Messa collegata in qualche modo a riti in onore dell’astro della luce diurna. Così stando le cose era inevitabile che, anche al livello del rito, avvenissero contaminazioni sincretistiche tra le vecchie formule e le nuove. Pertanto la mia idea è che la formula di congedo Ite, missa est ne continuasse una precedente al cristianesimo (probabilmente già fraintesa e abbastanza oscura per gli stessi pagani dediti al culto del Sole, i quali potevano averne elaborato comunque il senso erroneo di messa come ‘cerimonia religiosa’, o qualcosa di simile), con il valore originario di “Andate, è l’alba’, espressione pronunciata dall’officiante nel contesto dell’uso diffuso, non solo nell’ambito del cristianesimo, di attendere in veglia lo spuntare del nuovo e risorto Sole, dopo l’apparente sua morte protrattasi nei giorni 22, 23, 24 dicembre quando esso sembra arrestare la sua corsa nel cielo senza andare nè avanti nè indietro, subito dopo il giorno del solstizio (21 dic.). Anche presso i romani la vigilia 'veglia religiosa' era molto diffusa almeno per le festività maggiori. La formula così segnava la fine del rito e nel contempo infondeva un un senso di conforto ed ottimismo nell'animo di coloro che agli albori dell’umanità potevano veramente credere che la divinità potesse abbandonare gli uomini nel freddo, nel gelo e nella disperazione. Potè verificarsi che questa formula fosse mantenuta intatta per dare la sensazione, agli adepti della nuova religione e sopratutto a quelli che esitavano ad abbracciarla, che in fondo si trattava del vecchio rito se esso si concludeva con le stesse parole di prima. E’ certamente una singolare coincidenza quella della Santa Anastasia, che la Chiesa venera il 25 dicembre, e che, sin dai primi secoli (III-IV sec.) del cristianesimo, aveva una basilica sul Palatino, dove si celebravano tre messe e la seconda (alba) era dedicata alla Santa. Gli è che il termine aná-stasis, da cui deriva il suo nome, in greco significa 'il sorgere, il risveglio', e può così riferirsi direttamente alla resurrezione del Sole del 25 dicembre.
Il significato di ‘alba, luce’ della parola misa, missa (non può essere accettata la spiegazione che si basa sul tardo latino missa ‘il lasciare andare’ per la sua banalità: il tutto significherebbe infatti ‘Andate, questo è il congedo’) ci è garantito, oltre che dal ragionamento sopra seguito, anche dal nome di un gioco che in passato era comune nel paese di Cerchio-Aq e che era chiamato mesa-luna, letter. ‘mezza luna’, il classico gioco di testa e/o croce (cfr. Fiorenzo Amiconi, La zurla, Museo civico di Cerchio-Aq, Anno VIII 2005, Quaderno 61, pp. 30-31). Senza stare a descrivere i dettagli del gioco, esso consisteva essenzialmente nel lanciare in aria una moneta imprimendole un moto rotatorio e nello scommettere quale faccia della moneta stesse rivolta verso l’alto una volta ricaduta a terra. Ora, il significato apparente di mesa-luna ‘mezzaluna’ non ha senso alcuno nel contesto, ma se si pon mente al fatto che la moneta è legata alla dea della luna Giunone che d’altronde aveva l’appellativo di Moneta come abbiamo visto nel post precedente , allora si potrà capire che il valore originario dell’espressione poteva riguardare in ambo i suoi membri la moneta stessa, e il suo roteare nell’aria alludeva probabilmente al corso della luna in cielo e al variare della sua faccia nel giro del mese, da sempre metafora del mutare incessante della Fortuna e dell’umore negli esseri umani a tal punto che essi, sotto questi influssi celesti, potevano diventare anche folli: cfr. ingl. lunatic ‘pazzo, squilibrato’. Il nominativo dorico mēs, ionico meís ‘mese, luna’, gen. mēn-ós non è detto che provenga dal supposto *mēns ma può essere un autonomo ampliamento della radice mē- come anche il sscr. mās, mās-as ‘luna, mese’. Si incontra in sardo la voce mis-one (logud.) ‘fermento, lievito’, variante di miss-one (nuor.) ’fermento, lievito’ la cui idea di 'fervore' è molto simile a quella dello ‘scintillio’ . A queste voci collegherei anche il serbo-croato misao 'pensiero' (concetto che nel post precedente abbiamo visto espresso dalla radice men usata per 'luna' e 'mente') e i termini piemontesi misun-éra, meisunì-ara ‘lucciola’, letter. ‘mietitrice’, che ci riporta più direttamente alla luce. Notizia molto interessante, nell'ambito del gioco della mesa-luna, è quella che l'Amiconi ci fornisce con l'espressione testa o vacca, la quale sostituiva la universalmente nota testa o croce. E' facile notare, per chi ha frequentato il liceo classico, che la vacca era l'animale sacro a Era-Giunone e che uno degli epiteti di questa divinità suonava in greco bo-opis 'dagli occhi bovini'. Sarebbe in verità meglio intendere l'aggettivo come 'dalle fattezze di vacca' perchè nella forma di questo animale veniva probabilmente rappresentata la dea in una remota fase teriomorfa del culto. Nelle monete coniate, già dal VII sec. a. C., nell'isola di Samo, dove esisteva un famoso tempio di Era, compariva l'immagine di una vacca. Non è pertanto fuori luogo supporre che la moneta che avrà dato il nome al gioco della mesa-luna a Cerchio, in epoca da definirsi (ho l'impressione che l'inizio della monetazione nel Mediterraneo debba essere di molto retrodatato), portasse impressa in una faccia la figura della vacca e nell'altra la sua testa o quella antropomorfa della divinità. E' certamente curiosa la corrispondenza tra il nome del monte Kerk-is, il più alto della catena del Kerk-eteus che attraversa per il lungo tutta l'isola di Samo, e la base del toponimo Cerchio da Circ-ulu(m), per il quale rimando al post Il nome del paese di Cerchio (luglio 2009).
Il Pagliaro ha forse compiuto il tentativo più serio, consapevole e articolato per aprire il senso nascosto della formula suddetta con gli strumenti della linguistica tradizionale, ma naturalmente non poteva sfruttare i mezzi, semplici eppure profondi, che mi sono con dovizia offerti dalla mia certamente non canonica visione dei fenomeni linguistici. Sta ad altri, naturalmente, confermarne la validità, che a me sembra, senza falsa modestia, scontata. E’ essenzialmente l’enorme elasticità del significato di fondo della parola, a mio avviso incontrovertibile, che va a scompigliare, con l’effetto di un improvviso turbine tempestoso, quasi tutte le carte e le regole del gioco fissate da alcuni secoli di linguistica cosiddetta scientifica, la quale peraltro annovera studiosi il cui solo nome suscita in me, nonostante tutto, una sorta di timore reverenziale.
martedì 4 maggio 2010
La luna e la luce
Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna; e tu che spunti
tra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei;
(G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo,1822)
E’ dolce ricordare questi tersi teneri delicati versi con cui il Leopardi descrive, per bocca della furente disperata ardente Saffo e con tocchi da finissimo maestro, lo svanire della notte con la luna che lieve tramonta e cede pudibonda il passo, nel silenzio attonito della selva, allo spuntar della stella del mattino, Venere, mentre mi accingo a indagare con rinnovato slancio i significati di vari vocaboli per ‘luna’. Speriamo sia di buon auspicio.
Mi ha sempre lasciato dubbioso il fatto che tutti i linguisti attribuiscono ad una radice mē-, ‘misurare’, ampliata in modi diversi, l’origine dei molti termini germanici, e non solo, per ‘luna’ come ingl. moon, ted. Mond, a. a. ted. mano, got. mena, gr. mene, pers. maneg ‘luna’. Il loro ragionamento probabilmente parte dalla considerazione che in queste lingue non esiste una radice simile alla precedente per ‘brillare’ e che quindi la ‘luna’, già dall’origine, sia stata considerata, in questo caso, come ‘colei che misura il tempo delle stagioni’ col suo ciclo mensile. Infatti la stessa radice serve ad indicare spesso anche la nozione di ‘mese’ come in lat. mens-is, gr. men, ingl. month, ted. Monat. Questa considerazione, però, mi sembra abbastanza innaturale. Anche a voler ammettere che la misurazione del tempo sia iniziata quando l’uomo cominciava ad elaborare lo strumento del linguaggio, non si può da questo inferire che egli l’abbia vista, la luna, per la prima volta come una misuratrice trascurando la registrazione della sua natura che è quella di essere la più luminosa tra le tante facelle della notte! E in effetti tutti i termini che io conosco per ‘luna’ fanno capo alla nozione di ‘luce, luminosità’ e simili: cfr. lat. luna da* luc-na, *louk-s-na (cfr. lat. lucem ‘luce’), gr. seléne ‘luna’ da sélas ‘splendore, raggio, scintilla’, sscr candrama ‘luna’ (letter. ‘la lucente’, cfr lat. cand-idu(m) ‘candido, lucente, splendente’), a. slavo luča ‘raggio, luna’, gr. mod. phéggari ‘luna’ da phéggos ‘splendore’, alban. ghego hane ‘luna’ da gr. gános ‘splendore’, alban. hënë ‘luna’. Con questo quadro di riferimento, per quanto limitato, mi sento più che sicuro nel supporre che tutti gli altri innumerevoli appellativi per ‘luna’ nelle varie lingue e dialetti sparsi su tutta la terra debbono rimandare all’idea primordiale e costitutiva dell’astro, visto senz’altro con disinteressato stupore dai primi uomini parlanti, anche quando il significato apparente dovesse essere diverso a causa dei sempre facili incroci della radice originariamente luminosa con quella di parole con altri significati. In questo modo si confermerebbe anche l’assunto, più volte ricordato, secondo cui la lingua nomina i referenti chiamandoli per quello che sono e non per le funzioni che potrebbero svolgere, anche se importanti.
Una spina nel fianco alla tesi comune è rappresentata, a mio avviso, dal pers. mahnak ‘splendere della luna’, termine che ci spinge pertanto a trovare una soluzione diversa al problema etimologico della radice la quale doveva inquadrarsi così nell’ambito delle tante altre indicanti la ‘luce’ e lo ‘splendore’. Mi viene in mente l’epiteto esiodeo (cfr. Esiodo, Teogonia, 426) muno-genés ‘uni-genita (-genés)’ riferito ad Ecate, divinità della luna, chiamata talora anche Munikhía, simile a pers. maneg ‘luna’ e alle scintille chiamate in italiano monach-ine. Ma perchè mai questa divinità lunare, con poteri in cielo, in terra e in mare, doveva essere una ‘figlia unica’, come ribadisce più volte Esiodo, anche se, nata da Perse ed Asteria, doveva avere fratelli e/o sorelle, dato che secondo altre tradizioni i suoi genitori avevano avuto altri figli? Quale ne possa essere la motivazione profonda è inutile sperare di saperlo andando a scrutare tra le pieghe del mito che in questo caso, come nella maggior parte degli altri, è pronto a contraddirsi e a disperdersi in tanti rivoli. L’unica via che ci possa aprire un pertugio ed illuminarci è costituita dall’analisi dei nomi stessi. Ecate è figlia di Asteria la cui radice allude chiaramente alla luce dei corpi celesti. Asteria era a sua volta figlia di Febe (Phoíbe ‘splendente’), fondatrice dell’oracolo di Apollo a Delfi, che poi donò al nipote Apollo, divinità nota a tutti con l’appellativo di Phoíbos (Febo)‘splendente’. Tutto ruota intorno al concetto di ‘luce’ e allo stesso modo della falena che ne è attratta irresistibilmente noi dobbiamo insistere su questa linea interpretativa a costo di perderci anche nelle mere supposizioni. Ma ho fiducia che questo non accadrà, perchè è possibile trovare il bandolo di tutta la matassa.
Ritornando all’epiteto mouno-genés, mono-genés mi balza agli occhi la somiglianza del secondo costituente con le voci albanesi sopra citate hane, hënë ‘luna’ dal gr. gános ‘splendore’ (cfr. O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana, presente in rete) e allora non resta che prendere atto, secondo me, del fatto che anche qui ci troviamo di fronte ad uno dei tanti composti tautologici col medesimo significato di ‘luce, luna’ in ambo i membri. Per il significato nascosto sotto a –genés si confronti il turco gűnes ‘sole’, l’arabo ganni ‘rosso’, l’espressione greca (Alessi, IV sec. a.C.) kýnes Hephaístu ‘scintille’, letter. ‘cani di Efesto’ cioè della divinità del fuoco che secondo Eliano (II-III sec. d.C.) aveva un tempio nella città di Etna dove si conservava il fuoco inestinguibile guardato da cani sacri, le espressioni inglesi di queen’s weather ‘sole, bel tempo’ letter. ‘tempo della regina (queen’s)’ e di queen’s ware ‘terraglie color crema’, letter. ‘ terraglie (ware) della regina’, nonchè i seguenti nomi di pesci dalla coloritura argentea come queen-fish, chen-fish, king-fish di cui non so la traduzione in italiano. Si badi bene, probabilmente il significato originario dei primi costituenti di questi nomi dovette essere quello di ‘pesce’ nel senso di ‘animale’, incrociatosi poi con l’altro significato di ‘sole, argento, luce’ della radice e adattatosi ad aggiustamenti vari per via della sempre attiva etimologia popolare. Anche Giunone, divinità lunare moglie di Giove, aveva il suo bravo epiteto di Mon-eta ‘avvertitrice (verbo mon-ere)’ che, vedi caso, sembra però la copia del ted. Mon-at ‘mese’. L’idea di ‘mese’ a questo punto credo sia meglio considerarla come derivata da un uso estensivo della radice che indicò dapprima la ‘luna’ in quanto ‘luce’ e non ‘misuratrice’, per poi diventare, incrociandosi con la radice m e- (misura), utile strumento di suddivisione dell’anno in diversi cicli mensili corrispondenti al tempo di rotazione e rivoluzione della luna intorno alla terra. La dea aveva una figlia, Min-erva, divinità della saggezza, che col primo elemento del nome sembra richiamare la radice men di lat. mente(m). Quale potrebbe essere allora il legame fra la luce e la mente? La ‘luce’ a mio parere si profila, nella mente dell’uomo delle origini, come una ‘forza, emanazione, movimento’, segno di una vitalità insita in tutti gli esseri viventi ma specialmente in alcuni. Abbiamo visto nel post precedente come la radice in questione potesse assumere anche il significato di ‘furoreggiare, agitarsi’ nel greco main-o e nel gr. ménos ‘furia, impeto, forza vitale’; il legame tra il concetto di ‘agitazione’ e quello di ‘luce’, per quanto ora a noi sembri quasi impensabile, è dimostrato invece da alcuni termini come il lat. vibr-are ‘vibrare, brandire, scuotere, lanciare, tremare, oscillare, scintillare, splendere’, lat. corusc-are ‘vibrare, brandire, cozzare, muoversi, brillare, balenare’, gr. aíth-o ‘ardere, accendere, splendere’ confrontato con gr. aith-ýss-o ‘scuoto, suscito, mi agito, tremolo, risplendo’, gr. di-aith-ýss-o ‘scuoto, sconvolgo, soffio’, gr. par-aith-ýss-o ‘porre in movimento, eccitare, passare volando’, gr. kat-aith-ýss-o ‘faccio splendere, illumino, ondeggio, balzo su’. Ci saranno anche altri termini simili che ci fanno capire come si possa passare, con assoluta naturalezza, dal concetto di ‘movimento’ a quello di ‘vibrazione’ in tutti i sensi, compreso quello della fiamma, che rispecchia la sua natura profonda, la quale vuole essere in perenne movimento, e , per questa strada, porge all’uomo onomaturgo idee e parole per farsi nominare. Questo stretto rapporto, poi, tra il concetto di luce e quello di mente ci permette di supporre che esso sussista anche dentro il concetto di uomo più sopra abbinato a quello di mente a proposito di ted. Mann ‘uomo’( per maggiore chiarezza cfr. il post Parole sarde del Duls). Esso riceve una valida conferma dall’ant. ted. mond ‘uomo’, variante di ted. Mann, che, vedi caso, è l’esatta copia di ted. Mond ‘luna’. Ancora oggi in questa lingua si incontra l’espressione so ein trauriger Mond! ‘pover’uomo!’, letter. ‘povera luna!’(cfr. il sscr. pra-mantha ‘fiaccola, svastica’) nella coscienza del parlante medio. Quanto facilmente un significato può inavvertitamente trascolorare in un altro in apparenza del tutto diverso! A proposito delle note espressioni omeriche come ménos Alkínoio ‘la possa di Alcinoo, la persona di Alcinoo, Alcinoo’, che secondo me sono una dimostrazione del passaggio in fieri del termine ménos dal significato generico di ‘spirito vitale’ a quello di ‘uomo’ tout court si rimanda al post Fonte della Vita e fonte Vipera... Anche l’Aurora secondo Euripide (cfr. Oreste, 1004: monó-pōlon...Aō) aveva, poveretta, un cocchio trainato da un solo cavallo (põlos ‘puledro, cavallo’), anche se Omero ne indica due, Lampo e Fetonte (Splendente), i cui nomi sono già tutto un programma, ma per un’analisi più accurata delle due componenti di monó-pōlon si veda il post Parole sarde del Duls.
Nessuno, che io sappia, ha mai notato la presenza di stupefacenti coincidenze tra il nome della dea Ecate ed altri a lei connessi. Le feste in suo onore venivano celebrate in Grecia il trigesimo di ogni mese, in greco tri-ekás, tri-ekád-os ‘trenta del mese’, il cui secondo membro, combaciando col nome della dea, evidentemente determinò la fissazione della solennità in quella data. Ma l’intero nome, così inteso, andava a corrispondere anche ad un altro raro epiteto di Ecate, ossia tri-sélenos, inteso come ‘nata nella terza notte’ da G. Gemoll nel suo famoso dizionario per i licei, ediz. Sandron, Firenze, 1922. Per la verità l’epiteto si accompagnava anche ad Eracle, divinità complessa ma molto probabilmente di origine solare. Egli sarebbe nato come frutto dei teneri amplessi che avvinghiarono, in una notte artificialmente prolungata fino a raggiungere la lunghezza di tre, l’infedele Zeus e la mortale bellissima Alc-mena. Il sentore della presenza di Ecate si avverte anche in qualche festività dell’antica India come l’ Ekadasi ‘Undicesimo’, un particolare giorno di digiuno della tradizione vedica durante il quale più intenso si faceva il ricordo di Krishna, divinità suprema ! La ricorrenza cadeva appunto l’undicesimo giorno della luna crescente e della luna calante e il nome mi sembra un clone delle Ecatesie, feste celebrate in molte città greche in onore di Ecate.
A questo punto è importantissimo, a mio avviso, notare che tutto il bagaglio tradizionale di feste, ricorrenze, usanze religiose, racconti , aneddoti, e il mito stesso sono un effetto provocato dall’incrocio delle parole attraverso i millenni: non si può sostenere a cuor leggero che sia avvenuto il movimento inverso, che cioè, ad esempio, l’epiteto tri-sélenos sia stato attribuito ad Eracle in conseguenza della lunghissima notte di cui sopra, ma è molto più naturale pensare che esso fosse un antico trasparente termine di una divinità solare o lunare. D’altronde la componente tri- si ripresenta anche in lat. Tri-via, epiteto di Diana o Ecate venerata nei trivi, in lat. septem tri-ones ‘sette buoi’, cioè le stelle dell’Orsa, oltre che in gr. Tri-ópios, epiteto di Apollo nella città di Cnido in Caria, che, vedi caso, non ha acquisito un valore particolare per il semplice motivo che la radice si prestava a formare il significato di ‘dalla triplice voce’ o ‘dalla triplice vista, dai tre occhi’, significati troppo distanti dalla tradizione antichissima del dio Apollo che ne faceva un essere dall’aspetto normale. Ma Artemide, dea per molti versi simile a Diana o Ecate, aveva anche l’applellativo di tri-klãria ‘che per tre volte assegna le sorti (klãros)’, che aveva probabilmente una sua giustificazione perchè ad esempio Apollo, a Delfi, traeva a sorte, per mezzo dei suoi sacerdoti, l’ordine degli interroganti (cfr. Euripide, Ione, v. 908). Ma anche qui bisogna credere che l'uso sia scaturito dal nome e che dietro il secondo membro – klãria dorma una radice uguale a quella di lat. claru(m) ‘chiaro, squillante, lucente’. Il gr. Klários, epiteto di Zeus ed Apollo, divinità che avevano un culto nella città di Claro, nella Ionia, definita non per nulla aigláessa ‘splendida, luminosa’ nell’inno omerico ad Apollo (v.40). Infine anche le Trie (Thriaí), le tre nutrici di Apollo che insegnarono ad Ermes l’arte di predire il futuro osservando la disposizione dei sassolini (cfr. gr.thri-aí ‘sassolini, pietruzze) in un catino pieno d’acqua, debbono far parte di questa fantastica girandola che si avvita su sè stessa, e che dovrebbe richiamare l’attenzione di chi indaga. Non costituisce quindi un problema che la dea fosse chiamata anche tri-forme. Naturalmente la componente tri- è andata a coprire una precedente radice per ‘luce, fuoco’. Non ricordo se in norvegese o svedese dialettali si incontra una radice tir o tira per ‘stella’, comunque possiamo attingere al sscr. tara ‘stella’ probabilmente dalla radice tri ‘attraversare’ con l’idea del movimento che ben si attaglia all' irraggiarsi della luce. Il gr. tér-as ‘ astro, stella, presagio, mostro’ accompagnato da gr. teír-os (usato solo al pl.)‘ segno celeste, astro, costellazione’ e da quella che considero una variante, sia nella forma che nel significato, cioè gr. thér-os ‘estate, stagione calda’, gr. therm-ós ‘caldo, ardente, infocato’ sono più che sufficienti a spiegare il valore luminoso di tri-. Se si fa attenzione si nota che l’inverso di gr. tér-as dà gr. as-tér ‘astro, stella’, cfr. ted. Oester-reich 'Austria' letter. 'territorio orientale (Oester-)' . Non condivido, infatti, l’etimologia corrente di quest’ultima parola che viene collegata al ted. Stern ‘stella’, ingl. star ‘stella’ da (a)stér perchè preferisco per questi termini tirare in ballo il sscr. stri ‘ spargere’ che mi pare simile al lat. stern-ere ‘stendere, spandere’ e financo al lat. sidus, sider-is ‘stella’, oltre che all’ingl. strew ‘sparpagliare, spargere’. Pertanto io penso che l’espressione omerica (cfr. Il. XXIII, 177) relativa al fuoco che Achille appicca alla pira di Patroclo, e cioè pyrós ménos...sidēre-on, letter. ‘la forza (ménos) ferrea (sidēre-on) del fuoco (pyr-ós)’ non vada intesa come ‘la forza indomabile, implacabile del fuoco’ dando un senso figurato a ‘ferrea’, ma come ‘la forza luminosa del fuoco’, credendo che sotto l’aggettivo sidēre-on operi in questo caso la radice di lat. sidere-u(m) ‘sidereo, scintillante, lucente’ e non quella di greco sídēre-os ‘ferreo, duro, crudele’. Se vogliamo mantenere il senso di ‘durezza, ostinazione’ dobbiano vederlo come specchio dell’indole profonda della fiamma o del fuoco che, come dicevo più sopra, è tutta nella pertinace, incontenibile, irrefrenabile vitalità e mobilità degli stessi e non implica un nostro giudizio morale sulle eventuali conseguenze, talora nefaste, degli incendi. E’ vero che il senso figurato potrebbe anche essere accettato, ma nel contempo non si può negare che l’altro è più naturale e non suscita, a ben riflettere, quel sottile stridore che mi sembra di notare nella volontà di indicare una qualità del ‘fuoco’ ricorrendo all’idea di ‘ferro’, ben presente nell’aggettivo in questione, anche nella coscienza del locutore medio. Abbiamo visto che ménos è termine generico per qualsiasi tipo di ‘forza, vitalità’, compresa quella della luce lunare, ed è proprio questa luminosità che l’aggettivo sidēre-on voleva all’origine sottolineare. Il lat. sider-is coinvolge altri termini interessanti come lat. con-sider-are ‘considerare, osservare’, lat. de-sider-are ‘desiderare’, it. as-sider-are per i quali, va da sè, non mi soddifano le solite proposte, ma ne rimando l’interpretazione ad altra occasione. La forma sider-is a mio avviso può benissimo essere variante della radice di ted. Stern ‘stella’ alla quale si potè arrivare forse del tutto naturalmente se l’accento tonico si fosse spostato, per qualche motivo a me ignoto, dalla terzultima alla penultima, con successiva normale caduta della vocale -i- e trasformazione della dentale sonora in sorda –t-, per assimilazione alla spirante sorda –s-. Qualcosa di simile è accaduto, per l’accento, tra il lat. luna ‘luna’ da *lùcna e lat. Lucìna , dea della luce, ed epiteto di Diana e Giunone, divinità lunari. Forse di lat. sider-is esisteva una variante con la –e- lunga sidēr-is, come nel termine greco ad esso da me collegato, e per la legge della penultima l’accento andò a posarsi su di essa. Per la difficoltà rappresentata dal fenomeno del rotacismo della sibilante –s-, presente ancora nel nominativo, si potrebbe prospettare la seguente soluzione. La parola in origine presentava una radice non con la sibilante ma con la liquida –r-: la forma non rotata del nominativo sarebbe solo la conseguenza di un fenomeno analogico, di allineamento con i tanti altri termini come vellus, veller-is; vulnus, vulner-is; opus, operis ecc. D’altronde io sono propenso a credere che il fenomeno del rotacismo sia in gran parte dovuto o per lo meno sia stato innescato da semplici sostituzioni di radici simili già ad esso preesistenti e non presupponga, quindi, la trasformazione automatica della sibilante in liquida alveolare, giacchè esso non coinvolge ogni –s- intervocalica, ma presenta diverse eccezioni, non sempre, o difficilmente, spiegabili. Il termine lat. aura ‘soffio, aria’ di provenienza greca (aúra) presenta, ad esempio, anche il significato di ‘scintillio’ (cfr. Virgilio, Aen., VI, 204) nell’espressione aura auri ‘scintillio dell’oro’, di ‘eco’, di ‘vampa (del sole)’, il che mi fa pensare che circolasse anche una radice con la –r- oltre a quella con la –s- di ausom ‘oro’, attestata presso i Sabini. E infatti i vari significati sopra indicati di aura in latino costringono a pensare che i concetti di ‘aria’, ‘luce’, ‘eco’ rientrano tutti in quello sovraordinato di ‘emanazione’. E non è un caso che il titano Astreo, il cui nome ridesta l’idea di ‘luce’, generasse da Eos i Venti, che più frequentemente sono detti figli di Eolo (gr. Aíolos), il cui nome è veramente tutto un programma se si compara con l’aggettivo gr. aiólos ‘agile, veloce, astuto, cangiante, scintillante’, cosa che conferma quello che dicevo testè sulla corrispondenza segreta (ma non tanto) tra concetti che possono a prima vista sembrare poco o molto diversi tra loro. Il greco aúri-on ‘di mattina’ è una garanzia, insieme al lat. aur-a ‘scintillio’ di cui sopra, che il lat. aur-ora ‘aurora, alba’ possa fare a meno del rotacismo che la vuole derivata da un precedente *aus-osa. Il gr. aúra aveva anche il significato specifico di ‘brezza del mattino’ con questo valore aggiunto di mattino che quindi, data la circolazione di una radice sosia col valore di ‘luce, alba’, non era assolutamente immotivato. Si direbbe che nulla è senza spiegazione nella lingua. A conclusione di questo articolo, una volta per me assodato che le parole sono legate a filo doppio da rapporti profondi di sinestesia, mi pare bello leggere il famoso sonetto Correspondences, tratto dalla raccolta Les fleurs du mal, di uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, Charles Baudelaire.
La Nature est un temple où de vivant piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.
Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfumes, les couleures et les sons se répondent.
Il est des parfums frais comme de chairs d’enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
-Et d’autres, corrompus, riches et triomphant,
Ayant l’expansion de choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens.
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.
della cadente luna; e tu che spunti
tra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei;
(G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo,1822)
E’ dolce ricordare questi tersi teneri delicati versi con cui il Leopardi descrive, per bocca della furente disperata ardente Saffo e con tocchi da finissimo maestro, lo svanire della notte con la luna che lieve tramonta e cede pudibonda il passo, nel silenzio attonito della selva, allo spuntar della stella del mattino, Venere, mentre mi accingo a indagare con rinnovato slancio i significati di vari vocaboli per ‘luna’. Speriamo sia di buon auspicio.
Mi ha sempre lasciato dubbioso il fatto che tutti i linguisti attribuiscono ad una radice mē-, ‘misurare’, ampliata in modi diversi, l’origine dei molti termini germanici, e non solo, per ‘luna’ come ingl. moon, ted. Mond, a. a. ted. mano, got. mena, gr. mene, pers. maneg ‘luna’. Il loro ragionamento probabilmente parte dalla considerazione che in queste lingue non esiste una radice simile alla precedente per ‘brillare’ e che quindi la ‘luna’, già dall’origine, sia stata considerata, in questo caso, come ‘colei che misura il tempo delle stagioni’ col suo ciclo mensile. Infatti la stessa radice serve ad indicare spesso anche la nozione di ‘mese’ come in lat. mens-is, gr. men, ingl. month, ted. Monat. Questa considerazione, però, mi sembra abbastanza innaturale. Anche a voler ammettere che la misurazione del tempo sia iniziata quando l’uomo cominciava ad elaborare lo strumento del linguaggio, non si può da questo inferire che egli l’abbia vista, la luna, per la prima volta come una misuratrice trascurando la registrazione della sua natura che è quella di essere la più luminosa tra le tante facelle della notte! E in effetti tutti i termini che io conosco per ‘luna’ fanno capo alla nozione di ‘luce, luminosità’ e simili: cfr. lat. luna da* luc-na, *louk-s-na (cfr. lat. lucem ‘luce’), gr. seléne ‘luna’ da sélas ‘splendore, raggio, scintilla’, sscr candrama ‘luna’ (letter. ‘la lucente’, cfr lat. cand-idu(m) ‘candido, lucente, splendente’), a. slavo luča ‘raggio, luna’, gr. mod. phéggari ‘luna’ da phéggos ‘splendore’, alban. ghego hane ‘luna’ da gr. gános ‘splendore’, alban. hënë ‘luna’. Con questo quadro di riferimento, per quanto limitato, mi sento più che sicuro nel supporre che tutti gli altri innumerevoli appellativi per ‘luna’ nelle varie lingue e dialetti sparsi su tutta la terra debbono rimandare all’idea primordiale e costitutiva dell’astro, visto senz’altro con disinteressato stupore dai primi uomini parlanti, anche quando il significato apparente dovesse essere diverso a causa dei sempre facili incroci della radice originariamente luminosa con quella di parole con altri significati. In questo modo si confermerebbe anche l’assunto, più volte ricordato, secondo cui la lingua nomina i referenti chiamandoli per quello che sono e non per le funzioni che potrebbero svolgere, anche se importanti.
Una spina nel fianco alla tesi comune è rappresentata, a mio avviso, dal pers. mahnak ‘splendere della luna’, termine che ci spinge pertanto a trovare una soluzione diversa al problema etimologico della radice la quale doveva inquadrarsi così nell’ambito delle tante altre indicanti la ‘luce’ e lo ‘splendore’. Mi viene in mente l’epiteto esiodeo (cfr. Esiodo, Teogonia, 426) muno-genés ‘uni-genita (-genés)’ riferito ad Ecate, divinità della luna, chiamata talora anche Munikhía, simile a pers. maneg ‘luna’ e alle scintille chiamate in italiano monach-ine. Ma perchè mai questa divinità lunare, con poteri in cielo, in terra e in mare, doveva essere una ‘figlia unica’, come ribadisce più volte Esiodo, anche se, nata da Perse ed Asteria, doveva avere fratelli e/o sorelle, dato che secondo altre tradizioni i suoi genitori avevano avuto altri figli? Quale ne possa essere la motivazione profonda è inutile sperare di saperlo andando a scrutare tra le pieghe del mito che in questo caso, come nella maggior parte degli altri, è pronto a contraddirsi e a disperdersi in tanti rivoli. L’unica via che ci possa aprire un pertugio ed illuminarci è costituita dall’analisi dei nomi stessi. Ecate è figlia di Asteria la cui radice allude chiaramente alla luce dei corpi celesti. Asteria era a sua volta figlia di Febe (Phoíbe ‘splendente’), fondatrice dell’oracolo di Apollo a Delfi, che poi donò al nipote Apollo, divinità nota a tutti con l’appellativo di Phoíbos (Febo)‘splendente’. Tutto ruota intorno al concetto di ‘luce’ e allo stesso modo della falena che ne è attratta irresistibilmente noi dobbiamo insistere su questa linea interpretativa a costo di perderci anche nelle mere supposizioni. Ma ho fiducia che questo non accadrà, perchè è possibile trovare il bandolo di tutta la matassa.
Ritornando all’epiteto mouno-genés, mono-genés mi balza agli occhi la somiglianza del secondo costituente con le voci albanesi sopra citate hane, hënë ‘luna’ dal gr. gános ‘splendore’ (cfr. O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana, presente in rete) e allora non resta che prendere atto, secondo me, del fatto che anche qui ci troviamo di fronte ad uno dei tanti composti tautologici col medesimo significato di ‘luce, luna’ in ambo i membri. Per il significato nascosto sotto a –genés si confronti il turco gűnes ‘sole’, l’arabo ganni ‘rosso’, l’espressione greca (Alessi, IV sec. a.C.) kýnes Hephaístu ‘scintille’, letter. ‘cani di Efesto’ cioè della divinità del fuoco che secondo Eliano (II-III sec. d.C.) aveva un tempio nella città di Etna dove si conservava il fuoco inestinguibile guardato da cani sacri, le espressioni inglesi di queen’s weather ‘sole, bel tempo’ letter. ‘tempo della regina (queen’s)’ e di queen’s ware ‘terraglie color crema’, letter. ‘ terraglie (ware) della regina’, nonchè i seguenti nomi di pesci dalla coloritura argentea come queen-fish, chen-fish, king-fish di cui non so la traduzione in italiano. Si badi bene, probabilmente il significato originario dei primi costituenti di questi nomi dovette essere quello di ‘pesce’ nel senso di ‘animale’, incrociatosi poi con l’altro significato di ‘sole, argento, luce’ della radice e adattatosi ad aggiustamenti vari per via della sempre attiva etimologia popolare. Anche Giunone, divinità lunare moglie di Giove, aveva il suo bravo epiteto di Mon-eta ‘avvertitrice (verbo mon-ere)’ che, vedi caso, sembra però la copia del ted. Mon-at ‘mese’. L’idea di ‘mese’ a questo punto credo sia meglio considerarla come derivata da un uso estensivo della radice che indicò dapprima la ‘luna’ in quanto ‘luce’ e non ‘misuratrice’, per poi diventare, incrociandosi con la radice m e- (misura), utile strumento di suddivisione dell’anno in diversi cicli mensili corrispondenti al tempo di rotazione e rivoluzione della luna intorno alla terra. La dea aveva una figlia, Min-erva, divinità della saggezza, che col primo elemento del nome sembra richiamare la radice men di lat. mente(m). Quale potrebbe essere allora il legame fra la luce e la mente? La ‘luce’ a mio parere si profila, nella mente dell’uomo delle origini, come una ‘forza, emanazione, movimento’, segno di una vitalità insita in tutti gli esseri viventi ma specialmente in alcuni. Abbiamo visto nel post precedente come la radice in questione potesse assumere anche il significato di ‘furoreggiare, agitarsi’ nel greco main-o e nel gr. ménos ‘furia, impeto, forza vitale’; il legame tra il concetto di ‘agitazione’ e quello di ‘luce’, per quanto ora a noi sembri quasi impensabile, è dimostrato invece da alcuni termini come il lat. vibr-are ‘vibrare, brandire, scuotere, lanciare, tremare, oscillare, scintillare, splendere’, lat. corusc-are ‘vibrare, brandire, cozzare, muoversi, brillare, balenare’, gr. aíth-o ‘ardere, accendere, splendere’ confrontato con gr. aith-ýss-o ‘scuoto, suscito, mi agito, tremolo, risplendo’, gr. di-aith-ýss-o ‘scuoto, sconvolgo, soffio’, gr. par-aith-ýss-o ‘porre in movimento, eccitare, passare volando’, gr. kat-aith-ýss-o ‘faccio splendere, illumino, ondeggio, balzo su’. Ci saranno anche altri termini simili che ci fanno capire come si possa passare, con assoluta naturalezza, dal concetto di ‘movimento’ a quello di ‘vibrazione’ in tutti i sensi, compreso quello della fiamma, che rispecchia la sua natura profonda, la quale vuole essere in perenne movimento, e , per questa strada, porge all’uomo onomaturgo idee e parole per farsi nominare. Questo stretto rapporto, poi, tra il concetto di luce e quello di mente ci permette di supporre che esso sussista anche dentro il concetto di uomo più sopra abbinato a quello di mente a proposito di ted. Mann ‘uomo’( per maggiore chiarezza cfr. il post Parole sarde del Duls). Esso riceve una valida conferma dall’ant. ted. mond ‘uomo’, variante di ted. Mann, che, vedi caso, è l’esatta copia di ted. Mond ‘luna’. Ancora oggi in questa lingua si incontra l’espressione so ein trauriger Mond! ‘pover’uomo!’, letter. ‘povera luna!’(cfr. il sscr. pra-mantha ‘fiaccola, svastica’) nella coscienza del parlante medio. Quanto facilmente un significato può inavvertitamente trascolorare in un altro in apparenza del tutto diverso! A proposito delle note espressioni omeriche come ménos Alkínoio ‘la possa di Alcinoo, la persona di Alcinoo, Alcinoo’, che secondo me sono una dimostrazione del passaggio in fieri del termine ménos dal significato generico di ‘spirito vitale’ a quello di ‘uomo’ tout court si rimanda al post Fonte della Vita e fonte Vipera... Anche l’Aurora secondo Euripide (cfr. Oreste, 1004: monó-pōlon...Aō) aveva, poveretta, un cocchio trainato da un solo cavallo (põlos ‘puledro, cavallo’), anche se Omero ne indica due, Lampo e Fetonte (Splendente), i cui nomi sono già tutto un programma, ma per un’analisi più accurata delle due componenti di monó-pōlon si veda il post Parole sarde del Duls.
Nessuno, che io sappia, ha mai notato la presenza di stupefacenti coincidenze tra il nome della dea Ecate ed altri a lei connessi. Le feste in suo onore venivano celebrate in Grecia il trigesimo di ogni mese, in greco tri-ekás, tri-ekád-os ‘trenta del mese’, il cui secondo membro, combaciando col nome della dea, evidentemente determinò la fissazione della solennità in quella data. Ma l’intero nome, così inteso, andava a corrispondere anche ad un altro raro epiteto di Ecate, ossia tri-sélenos, inteso come ‘nata nella terza notte’ da G. Gemoll nel suo famoso dizionario per i licei, ediz. Sandron, Firenze, 1922. Per la verità l’epiteto si accompagnava anche ad Eracle, divinità complessa ma molto probabilmente di origine solare. Egli sarebbe nato come frutto dei teneri amplessi che avvinghiarono, in una notte artificialmente prolungata fino a raggiungere la lunghezza di tre, l’infedele Zeus e la mortale bellissima Alc-mena. Il sentore della presenza di Ecate si avverte anche in qualche festività dell’antica India come l’ Ekadasi ‘Undicesimo’, un particolare giorno di digiuno della tradizione vedica durante il quale più intenso si faceva il ricordo di Krishna, divinità suprema ! La ricorrenza cadeva appunto l’undicesimo giorno della luna crescente e della luna calante e il nome mi sembra un clone delle Ecatesie, feste celebrate in molte città greche in onore di Ecate.
A questo punto è importantissimo, a mio avviso, notare che tutto il bagaglio tradizionale di feste, ricorrenze, usanze religiose, racconti , aneddoti, e il mito stesso sono un effetto provocato dall’incrocio delle parole attraverso i millenni: non si può sostenere a cuor leggero che sia avvenuto il movimento inverso, che cioè, ad esempio, l’epiteto tri-sélenos sia stato attribuito ad Eracle in conseguenza della lunghissima notte di cui sopra, ma è molto più naturale pensare che esso fosse un antico trasparente termine di una divinità solare o lunare. D’altronde la componente tri- si ripresenta anche in lat. Tri-via, epiteto di Diana o Ecate venerata nei trivi, in lat. septem tri-ones ‘sette buoi’, cioè le stelle dell’Orsa, oltre che in gr. Tri-ópios, epiteto di Apollo nella città di Cnido in Caria, che, vedi caso, non ha acquisito un valore particolare per il semplice motivo che la radice si prestava a formare il significato di ‘dalla triplice voce’ o ‘dalla triplice vista, dai tre occhi’, significati troppo distanti dalla tradizione antichissima del dio Apollo che ne faceva un essere dall’aspetto normale. Ma Artemide, dea per molti versi simile a Diana o Ecate, aveva anche l’applellativo di tri-klãria ‘che per tre volte assegna le sorti (klãros)’, che aveva probabilmente una sua giustificazione perchè ad esempio Apollo, a Delfi, traeva a sorte, per mezzo dei suoi sacerdoti, l’ordine degli interroganti (cfr. Euripide, Ione, v. 908). Ma anche qui bisogna credere che l'uso sia scaturito dal nome e che dietro il secondo membro – klãria dorma una radice uguale a quella di lat. claru(m) ‘chiaro, squillante, lucente’. Il gr. Klários, epiteto di Zeus ed Apollo, divinità che avevano un culto nella città di Claro, nella Ionia, definita non per nulla aigláessa ‘splendida, luminosa’ nell’inno omerico ad Apollo (v.40). Infine anche le Trie (Thriaí), le tre nutrici di Apollo che insegnarono ad Ermes l’arte di predire il futuro osservando la disposizione dei sassolini (cfr. gr.thri-aí ‘sassolini, pietruzze) in un catino pieno d’acqua, debbono far parte di questa fantastica girandola che si avvita su sè stessa, e che dovrebbe richiamare l’attenzione di chi indaga. Non costituisce quindi un problema che la dea fosse chiamata anche tri-forme. Naturalmente la componente tri- è andata a coprire una precedente radice per ‘luce, fuoco’. Non ricordo se in norvegese o svedese dialettali si incontra una radice tir o tira per ‘stella’, comunque possiamo attingere al sscr. tara ‘stella’ probabilmente dalla radice tri ‘attraversare’ con l’idea del movimento che ben si attaglia all' irraggiarsi della luce. Il gr. tér-as ‘ astro, stella, presagio, mostro’ accompagnato da gr. teír-os (usato solo al pl.)‘ segno celeste, astro, costellazione’ e da quella che considero una variante, sia nella forma che nel significato, cioè gr. thér-os ‘estate, stagione calda’, gr. therm-ós ‘caldo, ardente, infocato’ sono più che sufficienti a spiegare il valore luminoso di tri-. Se si fa attenzione si nota che l’inverso di gr. tér-as dà gr. as-tér ‘astro, stella’, cfr. ted. Oester-reich 'Austria' letter. 'territorio orientale (Oester-)' . Non condivido, infatti, l’etimologia corrente di quest’ultima parola che viene collegata al ted. Stern ‘stella’, ingl. star ‘stella’ da (a)stér perchè preferisco per questi termini tirare in ballo il sscr. stri ‘ spargere’ che mi pare simile al lat. stern-ere ‘stendere, spandere’ e financo al lat. sidus, sider-is ‘stella’, oltre che all’ingl. strew ‘sparpagliare, spargere’. Pertanto io penso che l’espressione omerica (cfr. Il. XXIII, 177) relativa al fuoco che Achille appicca alla pira di Patroclo, e cioè pyrós ménos...sidēre-on, letter. ‘la forza (ménos) ferrea (sidēre-on) del fuoco (pyr-ós)’ non vada intesa come ‘la forza indomabile, implacabile del fuoco’ dando un senso figurato a ‘ferrea’, ma come ‘la forza luminosa del fuoco’, credendo che sotto l’aggettivo sidēre-on operi in questo caso la radice di lat. sidere-u(m) ‘sidereo, scintillante, lucente’ e non quella di greco sídēre-os ‘ferreo, duro, crudele’. Se vogliamo mantenere il senso di ‘durezza, ostinazione’ dobbiano vederlo come specchio dell’indole profonda della fiamma o del fuoco che, come dicevo più sopra, è tutta nella pertinace, incontenibile, irrefrenabile vitalità e mobilità degli stessi e non implica un nostro giudizio morale sulle eventuali conseguenze, talora nefaste, degli incendi. E’ vero che il senso figurato potrebbe anche essere accettato, ma nel contempo non si può negare che l’altro è più naturale e non suscita, a ben riflettere, quel sottile stridore che mi sembra di notare nella volontà di indicare una qualità del ‘fuoco’ ricorrendo all’idea di ‘ferro’, ben presente nell’aggettivo in questione, anche nella coscienza del locutore medio. Abbiamo visto che ménos è termine generico per qualsiasi tipo di ‘forza, vitalità’, compresa quella della luce lunare, ed è proprio questa luminosità che l’aggettivo sidēre-on voleva all’origine sottolineare. Il lat. sider-is coinvolge altri termini interessanti come lat. con-sider-are ‘considerare, osservare’, lat. de-sider-are ‘desiderare’, it. as-sider-are per i quali, va da sè, non mi soddifano le solite proposte, ma ne rimando l’interpretazione ad altra occasione. La forma sider-is a mio avviso può benissimo essere variante della radice di ted. Stern ‘stella’ alla quale si potè arrivare forse del tutto naturalmente se l’accento tonico si fosse spostato, per qualche motivo a me ignoto, dalla terzultima alla penultima, con successiva normale caduta della vocale -i- e trasformazione della dentale sonora in sorda –t-, per assimilazione alla spirante sorda –s-. Qualcosa di simile è accaduto, per l’accento, tra il lat. luna ‘luna’ da *lùcna e lat. Lucìna , dea della luce, ed epiteto di Diana e Giunone, divinità lunari. Forse di lat. sider-is esisteva una variante con la –e- lunga sidēr-is, come nel termine greco ad esso da me collegato, e per la legge della penultima l’accento andò a posarsi su di essa. Per la difficoltà rappresentata dal fenomeno del rotacismo della sibilante –s-, presente ancora nel nominativo, si potrebbe prospettare la seguente soluzione. La parola in origine presentava una radice non con la sibilante ma con la liquida –r-: la forma non rotata del nominativo sarebbe solo la conseguenza di un fenomeno analogico, di allineamento con i tanti altri termini come vellus, veller-is; vulnus, vulner-is; opus, operis ecc. D’altronde io sono propenso a credere che il fenomeno del rotacismo sia in gran parte dovuto o per lo meno sia stato innescato da semplici sostituzioni di radici simili già ad esso preesistenti e non presupponga, quindi, la trasformazione automatica della sibilante in liquida alveolare, giacchè esso non coinvolge ogni –s- intervocalica, ma presenta diverse eccezioni, non sempre, o difficilmente, spiegabili. Il termine lat. aura ‘soffio, aria’ di provenienza greca (aúra) presenta, ad esempio, anche il significato di ‘scintillio’ (cfr. Virgilio, Aen., VI, 204) nell’espressione aura auri ‘scintillio dell’oro’, di ‘eco’, di ‘vampa (del sole)’, il che mi fa pensare che circolasse anche una radice con la –r- oltre a quella con la –s- di ausom ‘oro’, attestata presso i Sabini. E infatti i vari significati sopra indicati di aura in latino costringono a pensare che i concetti di ‘aria’, ‘luce’, ‘eco’ rientrano tutti in quello sovraordinato di ‘emanazione’. E non è un caso che il titano Astreo, il cui nome ridesta l’idea di ‘luce’, generasse da Eos i Venti, che più frequentemente sono detti figli di Eolo (gr. Aíolos), il cui nome è veramente tutto un programma se si compara con l’aggettivo gr. aiólos ‘agile, veloce, astuto, cangiante, scintillante’, cosa che conferma quello che dicevo testè sulla corrispondenza segreta (ma non tanto) tra concetti che possono a prima vista sembrare poco o molto diversi tra loro. Il greco aúri-on ‘di mattina’ è una garanzia, insieme al lat. aur-a ‘scintillio’ di cui sopra, che il lat. aur-ora ‘aurora, alba’ possa fare a meno del rotacismo che la vuole derivata da un precedente *aus-osa. Il gr. aúra aveva anche il significato specifico di ‘brezza del mattino’ con questo valore aggiunto di mattino che quindi, data la circolazione di una radice sosia col valore di ‘luce, alba’, non era assolutamente immotivato. Si direbbe che nulla è senza spiegazione nella lingua. A conclusione di questo articolo, una volta per me assodato che le parole sono legate a filo doppio da rapporti profondi di sinestesia, mi pare bello leggere il famoso sonetto Correspondences, tratto dalla raccolta Les fleurs du mal, di uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, Charles Baudelaire.
La Nature est un temple où de vivant piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.
Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfumes, les couleures et les sons se répondent.
Il est des parfums frais comme de chairs d’enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
-Et d’autres, corrompus, riches et triomphant,
Ayant l’expansion de choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens.
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.
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