mercoledì 10 marzo 2010

Etimologia di "finestra". Appunti alla posizione di Massimo Pittau.

A me sembra che il metodo seguito da illustrissimi studiosi, per quanto riguarda la ricerca dei significati d'origine delle parole, riveli spesso criteri d'impostazione unilaterali. Massimo Pittau, ad esempio, a proposito del lat. fenestra ‘porticina, finestra’ sostiene che (cfr. la sezione di italianistica nel suo sito internet) «il significato originario di fenestra fosse quello di ‘nicchia o edicola sacra, larario’» anche sulla base della voce dialettale fan-estra e del fatto che la variante abbreviata latina festra significava ‘porticina’ ma anche ‘finestrella di sacrario’. Noto, in queste osservazioni, un gran desiderio di pervenire ad un significato il più circoscritto possibile della parola in questione, come se si fosse, anche inconsapevolmente, spinti a credere che le radici dei vocaboli siano state create dall’uomo onomaturgo con l’intenzione precisa di esprimere quel significato particolare e non altro. Ma, «contrariamente all’idea falsa che noi facilmente ce ne facciamo –non mi stancherò mai di ripetere il pensiero di Ferdinand de Saussure che corrisponde totalmente alla mia visione delle cose - la lingua non è un meccanismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere » (cfr. F. de Saussure, Corso di linguistica generale,Universale Laterza, 1976, p. 104 ).
Il Pittau riporta la parola fenestra all’etrusco e precisamente a fanu ‘tempietto, cappella mortuaria’, da cui si ebbe il lat. fanum ‘tempietto, cappella, sacrario’. Io non credo che l’idea di ‘finestra’ sia in qualche modo un derivato diretto di quella di ‘tempietto , sacrario’ ma che ambedue facciano capo semmai all’idea più generale ed anteriore di ‘passaggio, attraversamento’ come è dimostrato anche dal suo significato di ‘porticina’, idea che poteva trapassare facilmente a quella di ‘(luogo, locale) di attraversamento’ che, si badi bene, poteva tradursi certamente in quella di ‘corridoio’ ma anche in quella di ‘locale’ tout court , cioè di ‘vano’, splendido vocabolo quest'ultimo, che ci può ben illuminare sulla dinamica della formazione ed evoluzione dei significati. Un termine come andito, ad esempio, originatosi dal verbo andare, attenua il significato del verbo già quando passa a indicare il ‘locale di passaggio’ ma lo annulla del tutto nel significato di ‘bugigattolo, sgabuzzino’, tanto che suderemmo veramente le proverbiali sette camicie se dovessimo ricondurlo ad un verbo di movimento senza l’ausilio prezioso del verbo ‘andare’ nel caso in cui questo fosse scomparso, cosa possibilissima, dalla lingua. Un invaso, anch’esso prodotto dal verbo di movimento (più o meno impetuoso) del latino invadere, oggi nel linguaggio tecnico-burocratico ha il significato di ‘bacino, depressione del terreno, conca’ venendo a confondersi con l’it. vaso, lat. vas, vas-um ‘vaso’ la cui origine, considerata oscura, credo possa essere illuminata proprio da questo in-vaso. Insomma, partendo da un’idea di movimento si può arrivare, secondo me, all’idea di ‘spazio (vuoto), cavità (a fondo cieco o meno), stanza, vano’. Se prendiamo, ad empio, il lat. spati-um 'spazio, estensione, passeggiata ecc.' e il lat. spati-ari 'passeggiare, camminare, andare e venire, estendersi' siamo portati a pensare che il verbo derivi dal sostantivo, e può anche essere vero, ma difficilmente ci fermiamo a riflettere che l'idea fondamentale dei due termini, la quale molto probabilmente ha generato tutte le altre, è proprio quella di 'movimento' che facilmente si concretizza in quella di 'passeggiata, estensione (in lungo, in largo, in altezza o anche nel 'tempo': cfr. il ted. spaet 'tardo, tardivo'), viale, piazza, spazio'. Lo 'spazio', quindi, mi preme sottolinerlo, anche nella sua accezione di 'interno di un locale' (prossima a trasformarsi quindi in 'locale, stanza' tout court) non è tale perchè esso si presta ad essere attraversato, come avevo supposto più sopra, ma perchè è esso stesso un diretto derivato dell'idea di andare, procedere , estendersi. Il vocabolo vano, come dicevo più sopra, presenta in italiano significati che in effetti corroborano il precedente ragionamento. Come aggettivo significa infatti ‘vuoto, cavo, inconsistente, ecc.’, come sostantivo significa 1) ‘cavità, rientranza ricavata da un muro’, 2)’ambiente, locale, stanza’, 3) ‘spazio vuoto, alloggiamento’. Le espressioni italiane vano di una porta, vano di una finestra, inoltre, fanno intravedere la possibilità che la parola vano nasconda dentro di sè anche un originario significato di ‘passaggio, via' andato perduto in latino e in italiano ma riaffiorante probabilmente nel siciliano van-edda ‘viuzza, vicolo’ e nel greco baín-ō ‘ vado, vengo, cammino, passeggio’ che presenta una variante arcaica básk-ō ‘vado, vengo’. Con quest’ultimo verbo credo debba essere connesso il termine dialettale vasca, diffuso in molte parti d’Italia, col sign. di ‘passeggiata, struscio’. Nel dizionario del De Mauro ne ho trovata una spiegazione che non condivido: la vasca ‘passeggiata’ sarebbe un’estensione scherzosa del percorrere a nuoto più volte la lunghezza di una piscina. Anche nel mio paese, ma soprattutto in altri vicini, si adoperava il termine nel senso di ‘passeggiata’, ma, nel contempo, la vasca nelle nostre parlate non corrispondeva esattamente anche ad una piscina di cui peraltro non esisteva nemmeno il nome. Essa era un recipiente, generalmente di legno, usato solo per la pigiatura dell’uva e noto anche nella forma vaschia. Nei tempi andati, e giù giù fino ai secoli scorsi, non si sarebbe incontrata una piscina nella Marsica nemmeno se si fosse camminato per decine e decine di chilometri. Al massimo, nelle campagne si incontrava qualche malandata pëschèra, una piccola vasca di raccolta delle acque di qualche sorgente, magari costruita in muratura, per scopi di irrigazione. Io d’altronde penso che il termine vasca, più che richiamare il lat. *vasca (var. di vas-cula pl. di vas-culum, dim. di vas ‘vaso’) con cui si sarà certamente incrociato, abbia qualche rapporto col basco vasca ‘recipiente’ e con l'ingl. bask-et 'cesto'. La strada percorsa dalle parole è solitamente molto lunga e va a perdersi nella preistoria dove esse possono riannodarsi insieme e dove sarebbe possibile vedere come i termini relativi al movimento vadano a combaciare sovente anche con quelli relativi alle cavità come una vasca. A proposito del sopra citato siciliano van-edda 'viuzza, vicolo' e della sua probabilissima connessione con il termine vano 'stanza' mi sembrano illuminanti i due toponimi dell'Etna Grotta delle Van-ette e Grotte delle Van-elle. Vale la pena riflettere anche sugli altri significati che i derivati dalla radice vas hanno assunto come quello di vascèllo (dal diminutivo lat. tardo vasc-ellum) 'botte,botticella' e 'nave', e di abruzzese (cfr. vocab. di Domenico Bielli, più sotto citato) vasca ' casa (di campagna abitata da un contadino che è a podere)', significato molto interessante perchè conferma la mia idea che il concetto di 'casa' è in genere derivato da quello di 'cavità, grotta'. Per vasca 'passeggiata' forse bisogna appuntare lo sguardo sull'aggettivo lat. vascus, a, um 'trasversale', nel senso che vasca ne potrebbe condividere il probabile significato di fondo, cioè quello di 'attraversamento' . Forse il vocabolo italiano che meglio esprime il connubio tra l'idea di 'movimento' e quella di 'cavità, nicchia' è rientranza la quale ha le radici, per così dire, immerse nel 'movimento' del verbo ri-entrare e tutto il corpo del suo significato ben saldo nella stabilità di una 'cavità'. Ma si potrebbe citare anche il vocabolo recesso nel significato anatomico di 'piccola cavità' anche se il suo valore etimologico simile a quello di retrocessione è meno presente nella coscienza del parlante medio.
Tornando al significato di fenestra/finestra mi pare che non si possa fare a meno di notare che la succitata radice di vano assomiglia oltretutto moltissimo a quella di etrusco fanu ‘tempietto’ (di cui potrebbe essere una semplice variante) posta all’origine di fenestra e, nel contempo, mi pare anche che non si possa evitare di allargare il discorso ad un nutrito numero di toponimi costituiti dal termine finestra, i quali, secondo me, sono da considerare come parlanti. Essi si riferiscono a passi montani e pertanto, data anche la loro ricorsività, si deve dedurre che il loro significato, in qualche lingua a noi sconosciuta, prelatina e preetrusca, fosse appunto proprio quello di ‘passaggio, passo, via’, che sta subito dietro, come abbiamo visto, a quello della parola fenestra ‘porticina, finestra’ (basti pensare al termine portella 'piccolo valico montano'). Essi sono: Colle di Finestra (fra Piemonte e Francia), Colle delle Finestre (Parco naturale Orsiera-Rocciavré, Piemonte), Passo di Finestra (Dolomiti bellunesi), Col Fenêtre (tra la Valle d’Aosta e la Svizzera), Varco della Finestra (monti Picentini –Campania). Una Via delle Finestre ho scoperto, diversi anni fa, nel paesino di Stiffe-Aq, presso le famose grotte. Probabilmente anche il Finster-műnz-pass, tra la bassa Engadina e l’Austria, deve essere della partita, anche se la radice si è incrociata con ted. finster ‘oscuro’, sicchè il significato di superficie del toponimo ora corrisponde a Passo della Moneta o Medaglia o Zecca oscura, espressioni senza molto senso. Non si può assolutamente pensare, come pure fanno i linguisti, che un nome del genere non debba significare quello che già è preannuciato nell’appellativo geografico che lo precede, cioè passo, colle (col sign. di 'passo'), varco. Allora la questione si fa più complessa eppure più chiara, a mio parere. Siccome la voce finestra ricorre non solo in questi odonimi della zona alpina ma anche in zone dell’Italia centro-meridionale e forse anche altrove, nutro la ferma convinzione che non possiamo discutere sulla sua origine se la costringiamo nell'ambito della lingua etrusca dove, del resto, non presenta il significato di passo, via : essa evidentemente circolava anche altrove e forse, data la sua radicatezza come odonimo, già prima della formazione della nazione etrusca, e doveva essere appartenuta a parlate preetrusche e preitaliche, anche di aree distanti dall'influenza etrusca, le quali d’altronde potevano essersi influenzate a vicenda, chissà quante volte mescolando il fiato, la lingua, gli usi e costumi. Anche il greco phan-opt-es 'finestra, apertura, buco, casetta' ribadisce col primo elemento la presenza della radice (o di una sua variante presente anche nel ted. Bahn 'via, cammino') di fan-estra. Il secondo elemento deve essere inteso come ampliamento di gr. opé 'apertura, buco, caverna'. Il significato di 'casetta' riconferma la mia idea dell'eguaglianza cavità/casa. Il greco met-ope 'metopa' è da intendere, a mio avviso, come cavità, rientranza in ambo i membri. Il membro meta- che nel greco storico significava 'tra' doveva aver avuto anche il significato di 'interno, cavità'. Esso a mio parere ricompare in gr. méth-odos 'via (per raggiungere qualcosa), indagine, metodo', gr. mét-all-on 'fossa, cava, miniera' e forse nel lat. se-mita 'sentiero'.
Quanto alla porta Fenest-ella che si apriva nelle mura di Roma, dopo tutto quello che è stato osservato più sopra, non posso non concludere che essa indicasse molto probabilmente se stessa, cioè la porta, il passaggio senza peraltro il valore diminutivo acquisito successivamente. Il Pittau, fedele alla sua idea circa il significato originario di fenestra, dichiara che quel nome sarà derivato da una piccola edicola sacra di cui essa sarà stata probabilmente fornita, secondo un uso che poi si affermerà nelle città murate di tutta Europa.
Ma Ovidio e Plutarco ci hanno tramandato anche la leggenda che questa porta sarebbe stata chiamata così perchè essa aveva una piccola finestra attraverso la quale la dea Fortuna passava quando si recava dal suo amato Servio Tullio. La leggenda aggiunge anche che presso la porta esisteva anche un talamo della Fortuna. Ora, non può passare inosservato il fatto che la leggenda è basata tutta su ‘concetti’ che possono ricavarsi, secondo tutto il ragionamento precedente, da quello di ‘porta, finestra’, cioè il concetto di ‘passaggio’ e quello di ‘camera (nuziale)’ o di ‘letto(nuziale)’: la radice di greco-latino thal-am-us è la stessa di greco thól-os ‘volta, casa a volta, edificio rotondo’, ted. Tal ‘valle’, radice che ha prodotto la leggenda del talamo come avrebbe potuto ugualmente bene produrre quella di una edicola sacra finendo col dare, in tal caso, indebita ma inoppugnabile sostanza alla supposizione del Pittau che avrebbe ricevuto così, senza possibilità di metterlo in dubbio, il crisma della verità indiscutibile e inattaccabile. La radice, a mio parere, è una variante di quella sottostane al lat. dolium 'vaso, botte', it. dolio 'mollusco con conchiglia bianca e globosa', a. slavo dolu 'voragine, cava, fossa, buca'. Altra variante deve essere la radice della voce tijje (da *tille) 'ascella' del dialetto di Trasacco-Aq, la quale richiama l'ingl. till 'cassetto' (cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà Q-Z, Centro Studi Marsicani, Avezzano-Aq, 2002, sub voce). Diventa allora del tutto evidente la possibilità che Servio Tullio c'entri nella storiella come i cavoli a merenda, andando il suo nome a combaciare con quello di lat. doli-um e gr. thol-os. Queste mie considerazioni ricevono maggiore forza dal nome del locale sotterraneo (una cavità, dunque) dell'antichissimo carcere Mamertino scavato alle radici del Campidoglio, che era noto come Tullian-um e veniva fatto dalla tradizione risalire ora a Servio Tullio, ora a Tullo Ostilio, ora ad Anco Marzio. Ma c'è di più: Eutropio tramanda che Servio Tullio scavò fossati intorno alle mura di Roma (fossas circum murum perduxit) le quali -egli dice- erano state invece già costruite da Tarquinio Prisco diversamente da quanto asserisce un'altra tradizione. A me sembra, quindi, che anche i nomi dei supposti re di Roma siano entrati nel tourbillon degli incroci delle parole. A questo punto debbo pensare che anche la parola fortuna abbia qualche relazione col concetto di ‘portare’ sia che essa debba essere intesa proprio come il ‘portato(della sorte), ciò che arriva, capita’ dal verbo latino ferre ‘portare’, medio-passivo ‘portarsi, muoversi, scorrere’, sia che debba intendersi come una sorta di variante della parola portus dal significato di ‘passaggio, attraversamento’ come nella rispettiva forma tedesca Furt ‘guado’, ingl. ford ‘guado’. I due concetti di 'portare' da un lato e di 'passaggio, andata' dall'altro, si ritrovano uniti anche nel verbo russo khodìt' 'andare, camminare, portare'. E non dovrebbe stupire nemmeno, per fortuna intesa eventualmente come 'passaggio', il trattamento tipicamente germanico della occlusiva labiale p- trasformata in spirante sorda f-, perchè si incontrano talora delle parole con lo stesso trattamento germanico anche da noi come il dialettale fésele ‘soffitta, sottotetto’ (a Rocca di Botte-Aq) corrispondente a pésëlë ‘sottotetto,solaio in legno di una stalla'(ad Aielli-Aq ed altrove); l’abruzzese filuccónë (cfr.Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla Edit., Cerchio-Aq , 2004) per il normale piluccone, scroccone; abruzz. fischë ‘macigno’ di fronte alla forma più comune peschë, pesco, vitale anche come toponimo (Pesco-costanzo, Pesco-sansonesco, Pesc-asseroli, Pesco-rocchiano,ecc.); cafùrchjë ‘cesto capovolto per imprigionarvi un capretto’ (ad Aielli-Aq) di fronte a capùrchju (a L’Aquila e dintorni). Non sarà un caso se a Roma, accanto al tempio del dio Port-unus sulla sponda del Tevere, esisteva ed esiste tuttora il tempietto della Fort-una Virile e se, all’altezza degli orti di Cesare, si incontrava, sempre nelle vicinane del Tevere, il tempio della Forte Fort-una. L’appellativo Forte qui non corrisponde all’aggettivo it. forte ma al sostantivo lat. fors, gen. fort-is ‘sorte, fortuna’ corradicale con fort-una. La città di Fanum Fortunae (odierno Fano nelle Marche) potrebbe aver tratto il nome non dai Romani ma da qualche toponimo precedente: andrebbe benissimo un guado o ponte sul fiume Metauro.
Allo scopo di ribadire la connessione intima tra il concetto di ‘porta’ e quello di ‘finestra’ è utile fare alcuni esempi. In greco thýra vale ‘porta’ e thyrís, íd-os ‘porticina, finestra, apertura’. La radice è la stessa del ted. Tűr ‘porta’, ted. Tor ‘porta (di città)’, ingl. door ‘porta’, e ritorna talora in termini come got. auga-dauro ‘finestra’, anglosassone eag-dura ‘finestra’: il sign. letterale sarebbe ‘porta dell’occhio’, un po’ forzato, come si vede. Sembra di trovarci di fronte ad un popolo che non abbia nel suo vocabolario un concetto così semplice e comune come ‘apertura’, entro cui abbiamo visto che rientra una finestra, e perciò deve ricorrere a insolite metafore quasi poetiche per farlo. La semplice verità dovette essere quella, invece, di un composto tautologico con il significato di ‘apertura, passaggio’ in ambo i membri. La parola occhio ritorna nell’ingl. wind-ow ‘finestra’, dal nordico vind-auga che, altrettanto poeticamente, vuol dire ‘occhio del vento’ e sembra strizzare l’occhio allo sp. ventana ‘finestra’. Ma noi che prosaicamente non ci lasciamo incantare da simili smancerie svenevoli, cui si lasciano andare spesso i vocaboli irretiti nel grande gioco della loro storia millenaria e degi svariati incroci, corriamo invece col pensiero, per spiegare la componente vind-,vend-, allo scozzese wynd ‘viottolo’, all’ingl. vent ‘piccola apertura, passaggio’, ingl. to wend ‘andare, procedere’, alla voce dialett. venta (Trasacco-Aq) ‘ spaccatura, fessura, genitale femminile’ per non parlare delle molte strade del Vento, sparse in tutta Italia, per le quali però i linguisti non si azzarderebbero mai a firmare interpretazioni che vadano al di là dell’ovvio significato di superficie arricchito magari di qualche valore metaforico, perchè non le valuterebbero nemmeno un baiocco, anche se si trattasse di una via come Vasche del Vento (San Giacomo-Aq) il cui primo appellativo Vasche abbiamo conosciuto più sopra nel significato di ‘passaggio, passeggiata’, ma, anche se dovesse riferirsi a delle cavità naturali o artificiali, trascinerebbe nell'ambito del suo significato quello di Vento . La voce anglosassone eag-thyr-el ‘finestra’, letteral. ‘buco dell’occhio’ ci potrebbe convincere che anche dietro tutte le parole che, come abbiamo visto, hanno la stessa radice dell’ingl. door 'porta', il quale potrebbe esserne una variante nonostante il parere contrario dei linguisti, dorme il signif. di ‘buco, perforazione’: il dialettale inglese thir-l, infatti, ha proprio questo valore e si riallaccia a tante radici indoeuropee dello stesso significato come il lat. tr-ans ‘oltre, attraverso’ la cui radice tr- è ritenuta diversa, appunto, da quella simile di ingl. drill ' forare, trapanare' e da quella di door 'porta', perchè gli studiosi, a mio modestissimo avviso, sono attratti nella loro ricerca, molto più da ciò che individualizza e separa che da ciò che collega ed unifica . Per spiegare la componente –auga ‘occhio’ come 'finestra' basti a questo punto la considerazione che la sua radice indeuropea OK (cfr. lat. oc-ulus ‘occhio’) va a combaciare col serbo-croato oko ’occhio’ ma anche con serbo-croato ok-no ‘finestra’: a mio avviso è l’idea di ‘rotondità, cavità (compresa quella dell’orbita e del bulbo oculare)’ che, come abbiamo visto sopra, può facilmente accompagnarsi a quella di ‘perforazione, attraversamento, buco’. Il gr. para-thyris 'finestra laterale', il gr. para-thyr-on 'finestra', mantenutosi nel greco moderno para-thyro 'finestra', mostrano in fieri l'influsso della preposizione parà 'presso', che ha costretto il primo termine ad assumere la specificazione di laterale. La preposizione parà conteneva però nel greco antico anche il significato di oltre, aldilà, lungo facendo supporre che essa, come diversi studiosi pensano, potesse compararsi con il greco poros ' passaggio, guado, canale, ecc.', con il lat. per 'attraverso' e con diverse altre radici indoeuropee. Sicchè io sono del parere che essa dovesse avere qui il significato di 'passaggio, apertura, finestra' come quello dell'altra radice omosemantica sopra analizzata, costitutiva della parola. Che le cose stiano veramente così viene confermato, lasciando da parte i toponimi che concedono sempre la possibilità di dissentire a chi non è dello stesso mio parere, dalla impagabile voce abruzzese para-sacche 'fora-sacco' (cfr. vocab. del Bielli), denominazione di piante del genere Bromo le cui spighette a forma di lancia penetrano nella pelle, nelle orecchie o nella mucosa boccale degli animali lacerandone i tessuti e provocando gravi disturbi. La componente fora- è come la traduzione, in un idioma affine, della componente para-, la quale, quindi, non può essere che la preposizione greca di cui sopra, legata al significato di attraversamento, penetrazione. Per somma ironia del destino il significato di superficie del termine para-sacche allude a qualcosa che, invece di lacerare i sacchi, dovrebbe proteggerli! Il che non ha senso alcuno e nel contempo getta un'ombra di dubbio anche sul significato di -sacche. La piantina in questione viene chiamata anche orzo selvatico e tira-sacco, denominazione quest'ultima altrettanto rivelatrice giacchè la componente tira- deve essere una reinterpretazione della sopra citata radice di lat. tr-ans 'attraverso', lat. in-tr-are 'entrare', lat. ter-ere 'sfregare, tritare', lat. tere-bra 'trivella, trapano, tarlo'. Non credo affatto che questi termini siano di ascendenza medievale, ma che essi ci giungano da molto più lontano. La componente -sacco probabilmente non si riferiva in origine al recipiente che conosciamo, dove difficilmente ne venivano inseriti i covoni , ma costituiva una variante della radice di lat. sec-are 'tagliare, segare, attraversare, fendere' comparente in ant. alto ted. sahs 'coltello' e nel lat. sac-ena, sc-ena 'scure sacrificale'. I termini in questione indicano solitamente le spighette della pianta o le penetranti ariste. Quest'analisi di tira-sacco risulta essere per me una formidabile conferma di quanto avevo già teorizzato negli articoli Etimo del toponimo Trasacco e Le dediche alla dea Vittoria in epigrafi provenienti dal territorio di Trasacco raccolti nel mio libro Meditazioni linguistiche, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2007, pp. 23 segg. e pp. 108 segg. In breve in essi sostengo che il paese di Trasacco-Aq trae il suo nome dal fatto che in quel punto, prima del prosciugamento del lago del Fucino, esisteva un servizio di traghetto che collegava col punto di approdo nella sponda opposta chiamato La Stanga. L'idea di passaggio, attraversamento è da preferire, pertanto, a quella che lega l'etimo del paese all'espressione medievale con cui esso era noto: Trans-aquas, 'al di là delle acque' rispetto alla direttrice della Tiburtina-Valeria, dunque, nonostante la semplice ma importante osservazione che gli abitanti del luogo, ai quali probabilmente deve risalire l'assegnazione del nome, lo avrebbero visto al di qua delle acque. Per quanto riguarda la radice para connessa col significato di 'apertura, foro' c'è da notare, infine, che il vocabolario del Bielli riporta i due lemmi par-chiole/ pare-cchiole con il significato di 'spazio nell'ordito prodotto dalla rottura di un filo': si tratta, dunque, sempre di uno stesso significato ruotante intorno al concetto di 'squarcio, fessura, vuoto, ecc.'. L'elemento -c(c)hiole rappresenta un suffisso che contiene il doppio diminutivo latino -cul-ulus. In questo modo anche il gr. para-sitos 'parassita', che all'origine designava il funzionario cultuale che aveva il compito di dividere la vittima sacrificata fra i commensali, potrebbe trovare la giusta etimologia di 'taglia-cibo', e uscire così dalle secche della mai contestata etimologia che mette insieme alla meglio, con risultati non troppo soddisfacenti, il gr. para 'presso' e il gr. sitos 'grano, cibo'. Questo etimo potrebbe spiegare a mala pena il significato di 'commensale' ma lascerebbe fuori, a mio avviso, quello primitivo di 'trinciatore di carne, scalco'. La radice compare anche nel serbo-croato para-ti 'sdrucire (cfr. il citato abruzz. pare-cchiole) , sventrare' e, forse, nella voce abruzzese (cfr. il Bielli) para-ture 'interiora di agnello o capretto' ma spesso solo 'interiora'. Se le cose stanno così, sarebbe bene che uscisse dalle nebbie anche l'etimologia dell'antico italiano sparare 'tagliare per il lungo (il ventre di un animale per toglierne gli intestini)' fatto derivare solitamente da un *ex-parare (dal lat. parare 'preparare') senza che nessun etimologo accenni, che io sappia, a quest'altro filone interpretativo più calzante e aderente alla realtà.

domenica 7 marzo 2010

Guaglione

Il napoletano (e non solo) guaglionë ‘ragazzo, adolescente’ ha dato e dà tuttora filo da torcere ai linguisti che hanno proposto varie soluzioni, a mio avviso poco convincenti, per il suo etimo, fino a quella che rinvia alla serie onomatopeica guagua riferita a bambini piccoli e incrociatasi col lat. ganeo,-onis ‘frequentatore di taverne, crapulone’. Io penso che, vista anche la difficoltà interpretativa che essa presenta, la parola attinga la sua linfa vitale da strati preistorici molto lontani nel tempo e che la sua radice sia quella presente nella prima componente della voce cagli-andrë ‘fanciullo’ del dialetto di Villapiana-Cs.
A dir la verità l’etimo più accettabile mi è parso quello prospettato in un blog a firma di Raffaele Bracale, il quale, dopo aver passato in rassegna le principali proposte al riguardo, individua nel basso latino galione(m) ‘giovane mozzo, servo sulle galee’ l’origine del napoletano guaglione, che nel mio paese di Aielli-Aq suona uajjólë.
A mio avviso la parola appena citata cagli-andrë del dialetto villapianese apre una finestra insperata per l’individuazione dell’etimo di guagliónë. Essa ha tutta l’apparenza di un composto di tipo greco *kalli-anér, -andrós il quale però, stando al significato superficiale, dovrebbe significare solo ‘bell’uomo’. Ora, prima di arrivare alla mia proposta, è molto importante riflettere che spesso, in diverse parole, il significato di ‘fanciullo, figlio, giovane animale’ si trova abbinato a quello di ‘rampollo, pollone’ come nel gr. móschos ‘ramo, rampollo, giovane uomo o animale, vitello, rondinino’, lat. pullus ‘pollone, germoglio, puledro, pulcino’, ingl. scion ‘pollone, prole’, ingl. offspring ‘pollone, prole’, ted. Sprőssling ‘pollone, figlio’, fr. rejeton ‘pollone, prole’, gr. kóros ‘fanciullo, figlio, stelo, giunco’, lat. nepos,-otis 'nipote, discendente, rampollo di animale, germoglio' a cui si appaia il lat. nepeta 'nepitella, calaminta' nonchè nept-unia' specie di erba' ecc. Faccio osservare, nel frattempo, che la prima componente di cagli-andrë ‘ragazzo’ mi sembra accostabile a termini come kala-mínthe ‘calaminta, nepitella’: non ho segmentato la parola in kalam-ínthe come taluno fa richiamandosi al gr. kálam-os ‘canna’ seguito dal suffisso cosiddetto mediterraneo –inthe, perché la nepitella è un’erba aromatica dal forte odore di menta (gr. mínthe) e quindi è probabile che il suo nome greco includa in sè il nome della menta. Comunque la prima componente kala- deve essere la stessa di quella ampliata di kálam-os ‘canna’, di kalám-e ‘ stelo, gambo, paglia’, e di altri fitonimi. La componente –andrë di cagli-andrë , se la mettiamo in rapporto con la relativa parola greca, significa ‘uomo’ ma anche ‘maschio’ di qualsiasi età. Motivo per cui l’intero termine cagli-andre ‘ragazzo’ verrebbe a configurarsi, a mio parere, come un composto tautologico nel caso in cui alla prima componente diamo il significato di ‘fanciullo, figlio’ secondo la frequente corrispondenza tra il concetto di 'vegetale' e quello di ‘fanciullo, figlio’. Ma quasi sicuramente anche la seconda componente è partita con un valore di ‘vegetale’ se il gr. kóri-on equivale a gr. korí-andr-on ‘coriandro, coriandolo’, un’erba delle ombrellifere (cfr. il succitato gr. kór-os ‘fanciullo, stelo), e andr-áchne significa ‘porcellana (specie d’erba), fragola selvatica’. Io sostengo, in effetti, che il significato che si nasconde dietro queste radici di fitonimi è quello di ‘essere vivente’, concetto che abbraccia non solo tutte le piante ma anche tutti gli animali, compreso l’uomo. Ne sarebbe una conferma il termine greco cál-andros ‘sorta di allodola’ molto simile a cagli-andrë 'ragazzo'. L’espressione omerica kallí-pais theá , riferita a Persefone, non significava pertanto agli inizi ‘la giovane e bella dea’ ma semplicemente ‘la giovane dea’, avendo qui kallí- lo stesso significato di –pais ‘fanciulla’, a mio parere.
Dati questi presupposti il napoletano guaglionë potrebbe essere stato un ampliamento di cagli- (kalli-) con l’aggiunta del suffisso –onë, non necessariamente un accrescitivo.
Precedentemente dicevo che il basso lat. galione(m) mi sembrava, tra le altre, una proposta accettabile: solo che il termine, a mio avviso, doveva esistere già da molto tempo col significato generico di ‘ragazzo’, prima che entrasse nelle galee ad indicare specificamente il mozzo, come in qualche modo dimostra la presenza di cagli-andrë nel dialetto di Villapiana. E questo suo uso marinaresco dovette causare la sonorizzazione della labiale sorda iniziale di un originario *calione(m) per influsso del nome di galea, trasformandolo così in galione(m) con contemporanea rietimologizzazione del termine, quasi indicasse il ‘ragazzo della galea’ (cfr. lat. calonem 'garzone, servo'). Successivamente si sarà avuta la trasformazione della velare sonora in labiovelare sonora (gu-), sulla scia di qualche altro influsso da identificare, molto probabilmente quello delle parole trattate con pronuncia longobarda come guanto, guado, guasto provenienti da forme con fricativa sonora iniziale v-.

Invito il lettore a consultare l'altro articolo del 5/5/2018, scritto otto anni dopo, il quale , oltre a riportare integralmente quanto sostenuto sopra, aggiunge altre osservazioni alla luce di interessanti scoperte sopravvenute. Grazie.

sabato 6 marzo 2010

"Camorra" deriva da "Gomorra"? Appunti alla posizione di Massimo Pittau

L’illustre linguista Massimo Pittau, in un sito Internet facilmente reperibile se si cerca il suo nome, pensa effettivamente che l'appellativo camorra, indicante la ben nota organizzazione criminale napoletana, sia da collegare con il nome della famosa città biblica che, insieme a Sodoma, venne distrutta da Dio con una pioggia di zolfo e fuoco, perchè tutti i loro abitanti, nessuno escluso, erano immersi nel vizio della omosessualità. L’accostamento tra i due nomi (che al Pittau appare del tutto chiaro tanto da meravigliarsi del fatto che nessuno prima di lui lo avesse mai proposto, viste anche le più o meno impraticabili proposte espresse da altri linguisti al riguardo, che ruotano sostanzialmente intorno alla voce meridionale-napoletana morra ‘mucchio, gruppo, gregge, branco, banda, ecc.’ fatta precedere da un prefisso intensivo ca- da catà-) a me pare piuttosto aleatorio e più ascrivibile ad una casuale somiglianza fonica che ad un solido legame giustificabile in base a rigorosi criteri che non lascino il benchè minimo spazio per una critica onesta e sensata. Riconosco alla sua posizione il coraggio di chi vuole abbandonare le insostenibili ipotesi degli altri linguisti, ma nel contempo non posso accettare il criterio in base al quale egli sostanzialmente giustifica la sua proposta perchè, in tal caso, il termine camorra verrebbe ad essere estratto a viva forza (come un dente sano da un malaccorto dentista) dal contesto di termini corradicali in cui esso, a mio avviso, si trova ben inserito. Il gentile lettore mi perdonerà se, per amore di brevità, rimando l’analisi del termine in questione all’ultimo mio post del mese di febbraio intitolato Il romanesco ecc. “sgamare”..., oltre ad invitarlo a leggere l’articolo di Pittau sopra accennato.
Egli, in breve, sostiene che il passaggio da Gomorra a camorra sia avvenuto per traslato, attraverso il significato intermedio di «vizio, malaffare, malavita, delinquenza». A me sembra una bella forzatura mettere insieme il vizio così specifico della sodomia o, più in generale, della lussuria (al quale solamente fa riferimento il brano biblico) con tutti gli altri vizi dell’umanità, che possono allignare d'altronde più o meno diffusamente in tutti gli strati sociali, come il malaffare, la sopraffazione, l’imbroglio, ecc. e che non costituirebbero, in fondo, una caratteristica esclusiva della organizzazione camorristica, a tal punto da far scattare un automatico riutilizzo del nome della città biblica al fine di addossarlo all'organizzazione malavitosa che presumibilmente doveva già averne uno, a meno che non si voglia pensare che questa operazione si sia verificata proprio nel preciso momento in cui essa andava nascendo o acquistando forza . Se il termine camorra riguardasse una banda di pedofili allora sì che la connessione sarebbe inattaccabile! Per questo motivo, ma soprattutto per il fatto che, secondo me, la parola è ben inseribile, come ho già detto, all’interno di un nutrito gruppo di termini (cfr. il mio post più sopra citato) derivabili da una stessa radice, profonda e diffusa, non credo si possa accettare la proposta, per quanto coraggiosa, del Pittau in merito all’annosa questione dell’origine dell’ appellativo camorra.
Nel mio paese, come in tanti altri, la parola camorra non designava in genere nel linguaggio corrente l'organizzazione criminale corrispondente ma semplicemente un atto di frode, di imbroglio,di indebito e truffaldino guadagno. Il termine doveva essere uno dei molti riferibili a simili comportamenti come quello di imbroglio, truffa, raggiro, ruberia, carognata. Sicchè io penso che sia più naturale vedere nel termine camorra una normale designazione, agli inizi, di ogni azione furbesca o ladronesca prima che nascesse l'organizzazione la quale, con un processo altrettanto naturale, avrà continuato a ricevere quel nome che la designava probabilmente già prima che si formasse le ossa come organizzazione. Nessuno, prima di Pittau, aveva supposto la connessione fra i termini camorra e Gomorra, nè a livello popolare nè a livello dotto. Il libro Gomorra, noto bestseller di Roberto Saviano, in cui si parla della natura e delle attività della camorra, credo che non faccia testo al riguardo, vuoi perchè esso è posteriore (o forse è l'inverso?) all'articolo di Pittau, vuoi perchè la strada che porta al titolo di un libro da parte di un artista, o aspirante tale, è a mio parere solitamente ben diversa da quella battuta dalla lingua di tutti i giorni. Roberto Saviano avrà dovuto perlomeno sostare un po' a riflettere su quale fosse il titolo migliore per un libro sulla camorra e in quel frattempo avrà chiamato a raccolta, confrontandole, anche inconsciamente, tutte le sue conoscenze linguistico-letterarie accumulate nella sua vita, lasciandosi probabilmente alfine trascinare anche dal vezzo giornalistico in voga nei nostri tempi di avvicinare due termini fonicamente simili per ricavarne un effetto di sicura presa sul pubblico . La lingua lasciata a sè stessa difficilmente fa di queste operazioni come dimostra il fatto che in tanti secoli a nessuno sia mai venuto in mente, prima di Saviano e Pittau, di poter collegare e confondere la perdizione lussuriosa degli abitanti di Gomorra con la ferocia belluina e fraudolenta della camorra, nonostante la contiguità fonica dei due termini.
Quanto alla variante gamorra, dal Pittau ritenuta una "chiara e forte conferma della connessione dell'appellativo camorra col toponimo biblico Gomorra", non posso non sottolineare, con un senso di stupita e triste meraviglia, che l'esimio ed espertissimo studioso (non un linguista dilettante come me) glissa completamente sull'altra ed alta probabilità che questa pretesa connessione debba essere spiegata diversamente, nel senso cioè che essa sia soltanto una chiara e forte spia dell'incrocio di un preesistente appellativo camorra con il toponimo in questione noto, nella giusta pronuncia, lippis et tonsoribus per il suo ricorrere nelle prediche religiose e, per questo, difficilmente trasformabile in *Gamorra, come del resto è ribadito in qualche modo dal caso della variante gomorrèa (influenzata da Gomorra) per gonorrèa da lui citato, e di cui condivido la spiegazione.

domenica 28 febbraio 2010

Il romanesco ecc. "sgamare" 'intuire, scoprire, capire il gergo'. Appunti alla posizione di Ottavio Lurati.

La proposta di Ottavio Lurati circa l’etimo di sgamare, giovanilismo romanesco, ma ora diffuso in tutta Italia, è certamente molto articolata e meditata anche se mostra secondo me qualche punto debole che mi permette di inserirvi quasi furtivamente queste mie osservazioni che mirano ad un’altra proposta. Chi volesse leggere il testo del Lurati, che fa parte del discorso di ringraziamento per la vincita del Premio Galilei 2003, può, cercando in Internet il suo nome, trovarlo sotto il titolo John A. Davis.
Scartata la derivazione da lat./it. squama (da cui si sarebbe formato, secondo alcuni, il verbo sgamare col sign. di ‘spulare il grano’) per la inverosimiglianza della cosa e per la scarsa vitalità gergale del termine squama, egli appunta l’attenzione sulla voce calmo nel senso di ‘gergo’(diffuso, antico e radicato) e fa derivare il verbo in questione proprio dal sign. dell’aggettivo calmo ‘quieto, pacato, tranquillo’ e quindi ‘segreto’, concetto che ritorna ad esempio in espresioni simili come fare qualcosa alla chetichella ’ cioè ‘in silenzio, di nascosto’, locuzione che parte da quieto, cheto. La voce riaffiorerebbe nel veneziano cal(u)mar ‘fare qualcosa in segreto, conseguire alla chetichella, di sotterfugio, rubare’, venez. calumarse drio a uno ‘seguire uno in segreto, pedinarlo’, venez. dar una cal(u)mada ‘ compiere un furto’ ma anche nel tipo ingalmire ‘parlare in gergo’ del Canton Ticino, Crealla (Piemonte), Bologna’. Da un tipo simile (s)galmare (Lurati non ne dà però dei riscontri) ‘parlare il calmo, il gergo, capire’ si sarebbe passati a sgamare (variante dell’Italia centrale). Si richiama il fenomeno dell’assimilazione «cui inclinano tante parlate centrali e meridionali» e si portano gli esempi di it. almeno>napol. ammeno, romanesco palma, la pianta, che dà pamma, il caso di *tolre/togliere/torre, il messinese sòddu ‘soldo’, lucano merid. upp ‘volpe’. Può considerarsi veramente insignificante il fatto che nessuno di questi esempi esibisca una consonante scempia lì dove è avvenuta l’assimilazione? In effetti a me sembra che nel centro-meridione sia la norma il raddoppiamento di una delle consonanti in casi del genere e in specie nel nesso –lm-, se si astrae dal romanesco che pronuncia scempia la -r- geminata e da alcune parlate come quella del mio paese di Aielli dove il nesso –lt- dà talora la sola –t- come in vòta ‘volta’, cótë p. pass. ‘colto’, futë ‘folto’ e il nesso –ls- dà talora –z- come in puzë ‘polso’, arcaico vuzë per it. arc. volse=volle . La forma sgamare, pertanto, potrebbe non essere il prodotto di un’assimilazione e rimandare ad altra radice che io individuerei nel dialettale (abruzzese, laziale, marchigiano, campano, pugliese, siciliano) cama ‘pula, loppa’, nel siciliano (a Francavilla) anche ‘velo che si forma sulla superficie del latte bollito’, cosa che quindi fa capire che il significato d’origine della radice doveva essere quello di ‘copertura,velatura, avvolgimento’ e simili. E allora essa doveva anche coincidere con quella di it. cam-er-ella ‘pula, loppa’, termine che è un semplice ampliamento del precedente, riscontrabile anche nel gr. kam-ára ‘camera, volta’, lat. cam-era(m) ‘volta’, lat. cam-ella(m) ‘tazza’ (considerata diminut. di cam-era(m) ma probabilmente lo era di una forma base *cama), lat. cam-ur ‘curvo, arcuato’, got. ga-ham-on ‘coprire’, ted. Himm-el ‘cielo’, ted. ge-heim ‘intimo, segreto, nascosto, occulto’ (che è fatto derivare, credo, dal ted. Heim ‘casa, patria’: ma, se ci si riflette, l’idea di casa non dovrebbe essere diversa da quella di cam-era, affine a sua volta a quella di ‘cavità, grotta, capanna’), it. cam-ice (prob. dal gr. biz. kam-asos' tunica'), it. cam-icia (dal tardo lat. cam-isiam, prob. di orig. celtica), it. gam-urra (anche camùrra, camòra, camòrra) ‘antica sopravveste femminile’, fatta derivare dubitativamente dall' arabo humur, pl. di himar 'velo da donna' . La camorra, ben nota associazione criminale di stampo mafioso, credo sia debitrice della sua denominazione alla precedente radice, che ben si adatta a designare la frode, il sotterfugio, l' agire coperto, il raggiro, l'imbroglio e la segretezza in cui essa opera. La radice, poi, è talmente profonda e diffusa da giustificare almeno la supposizione di un latino volg. *ex-cam-are ma non col senso specializzato di ‘spulare, togliere la pula (dal grano)’ come nell'abruzzese scamare, bensì con quello, probabilmente originario e più generico, che doveva essere ‘scoprire, togliere il velo, la copertura’, il quale facilmente trapassa a quello assunto da sgamare il cui valore, nel vocab. del De Mauro, è: 1) adocchiare di nascosto 2) notare, intuire, scoprire qcs. di volutamente nascosto o taciuto 3) cogliere sul fatto, beccare. Così verrà ad essere altrettanto facilmente spiegato l’altro significato di sgamare riportato dal Lurati, ossia ‘fuggire, sfuggire’. Egli lo spiega, a mio parere piuttosto artificiosamente, asserendo che «L’idea era quella dell’intuire con rapidità la malaparata e di sottrarsi destramente al pericolo che stava giungendo. Nell’un caso (capire al volo le allusioni che erano destinate ad altri) e nell’altro (sfuggire, sottrarsi destramente a uno) stava l’idea di base del farla in barba all’interlocutore. Affiorano materiali gergali che presentano non poche volte la processualità semantica: ‘capire al volo’, sottrarsi a un tizio, al poliziotto per esempio o al pericolo, (s)fuggire».
Per me, invece, lo sgamare nel senso di ‘(s)fuggire’ è semplicemente lo stesso verbo che ho proposto sopra ma usato intransitivamente, cioè un uscire dal guscio, uno sgusciare appunto (come vuole il significato generico di cama ‘involucro’), verbo quest’ultimo che talora assume proprio il senso di ‘sfuggire rapidamente e di soppiatto’. Le parole di Lurati mi pare che si dibattano nell’impossibile tentativo di enucleare da uno stesso termine due significati fondamentalmente inconciliabili tra loro come ‘scoprire, capire’ da un lato e ‘(s)fuggire’ dall’altro, se messi a contatto soltanto tramite la non necessaria connotazione, a mio avviso, dell’agire furbesco. Del resto i linguisti non recalcitrano dinanzi a simili operazioni che definirei di superfetazione interpretativa come quella che coinvolge il dialettale centro-meridionale nchianà, acchianà ‘salire’, spiegato come se si trattasse di un ‘arrivare al piano’ dopo una salita (cfr. Cortelazzo-Marcato I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, s.v. chiàna). Anche qui essi introducono una idea di troppo, quella di ‘arrivare’ che sfortunatamente non si può estrarre da quella di ‘pianura’ e che avrebbe potuto prestarsi ad indicare anche l'azione opposta dello scendere, dato che dopo una discesa ugualmente si 'arriva al piano': a me sembra assurdo e complicato un neologismo del genere e pertanto sposto alla preistoria la formazione del termine in questione che, così come lo si intende , non risponde per niente alle capacità dell'uomo onomaturgo il quale, contrariamente all'idea che facilmente ce ne facciamo, non era a corto di mezzi adatti ad esprimere le differenze di questi significati basilari di movimento in salita o discesa attinenti all'idea fondamentale e primordiale di spazio e non era costretto, quindi, a ricorrere, per esprimere un 'movimento verso l'alto', all'idea quasi opposta di 'piano' per di più soggetta a fraintendimenti. E inoltre ai linguisti sfugge, cosa gravida di conseguenze, che a Buccino, un paese del salernitano, acchiàna significa ‘in salita’, locuzione avverbiale sostanzialmente modale e di stato che esclude ogni comoda intromissione abusiva nel suo seno di un verbo di movimento come arrivare e di conseguenza inchioda a cercarne l'etimo nell’ambito della sua quiete e della sua pace. Non resterebbe, allora, che prendere atto che le interpretazioni più semplici, immediate, dirette sono spessissimo da preferire a quelle fatte di circonlocuzioni più o meno divaganti, e rassegnarsi a dare il giusto significato alle decine di oronimi italiani formati da quell' appellativo (Piano), che attendono invano giustizia da migliaia di anni nonostante la testimonianza a loro favore del termine serbocroato plan-ina ‘montagna’ e della locuzione sopra citata. Ma abbandonare le proprie convinzioni maturate in anni di sudati studi alla lucerna, e basati su una tradizione lunga e gloriosa, significherebbe provare una delusione altrettanto cocente della mancata giustizia per i monti. Tutto sommato, quindi, per non provocare e diffondere panico è meglio non sconvolgere il sonno delle quiete acque stagnanti: la quantità di gioia che proverebbe qualcuno non compenserebbe minimamente la enorme quantità di delusione di molti altri.
Una ulteriore conferma della validità della mia etimologia di sgamare può derivare dall’analisi delle voci come camuffare, sgamuffare, correnti in molte parlate italiane e che il Lurati interpreta come ampliamenti, attraverso il suffisso –offa, della base sgamare ‘capire’(proveniente secondo lui da sgalmare, come abbiamo visto), di cui ripetono l’esatto significato. «Al verbo – afferma il Lurati- venivano poi fatte percorrere delle applicazioni contestuali che lo portavano ad essere usato nel significato di ‘capire al volo’, ‘interferire col pensiero di un altro’, ‘imbrogliare l’altro’ ecc. Infine, ‘mascherare una cosa, un imbroglio’, ‘celare’: il significato che ci è noto dall’uso corrente e che è più vulgato. Ma la matrice era gergale ed era quella di calmo/calmare/sga(l)mare». A mio parere la connessione, con questi ultimi termini, delle due forme camuffare, sgamuffare ‘nascondere, coprire, mascherare’ è da scartare, come ho già detto, perchè le considero come un semplice ampliamento (comunque problematico esso stesso, perchè io tendo, per principio, a vederlo come un’aggiunta di una radice omosemantica) della base cama ‘pula, involucro’ di cui sopra anche quando esse presentano i significati figurati di ‘scoprire, capire, capire al volo, ecc.’. Se dovesse fare difficoltà il camuffare ‘scoprire, capire’ senza la –s- privativa iniziale da lat. ex-, si potrebbero ricordare le due forme it. pelare/spelare dall’identico significato.
Resterebbero ora da spiegare le restanti voci con la –l- non assimilata fatte derivare dal Lurati sempre dal termine calmo ‘gergo furbesco’ e, per quanto mi riguarda, da tenere ben separate dalle precedenti senza la -l- . Io le farei dipendere tutte dalla forma veneziana cal(u)mar ’fare qualcosa in segreto, ecc.’ sopra citata, e considererei la -u- non una sorta di vocale anaptittica ma parte integrante della radice, la quale dovrebbe corrispondere, anche se non ne sono certo, al gr. kálymma ‘velo, copertura, oscurità’, tutti significati che andrebbero a fagiolo per ricavarne gli altri di cui essa si carica nei vari contesti. Ma non rifiuterei un influsso del lat. cl-am ‘di nascosto’, da avvicinare a lat. cel-are ‘nascondere’ nè un suo accostamento al lat. calumnia ‘calunnia, raggiro’ da calvi ‘ingannare, raggirare’.
Il verbo greco kalýptō, da cui deriva il precedente kálymma ‘velo’, ha essenzialmente l’unico significato di ‘coprire, avvolgere, nascondere’, ma l’altro verbo greco kléptō, che presenta la stessa struttura consonantica ma un gioco vocalico diverso, sembra essere comunque una variante del primo se si tiene presente la sua accezione di ‘nascondere, occultare’, appunto, oltre a tutte le altre che combaciano in pieno con quelle del venez. cal(u)mar sopra citato, ossia ‘rubare, fare qualcosa in segreto, di soppiatto, abbindolare, ingannare’.
L’abruzzese calima, calimë ‘foschia afosa’(cfr. I dial. ital., cit.,s.v. calìna) ci offre l’occasione per interessanti osservazioni. Esso dovrebbe risultare dall’incrocio e sovrapposizione di due radici, una col significato essenziale di ‘velo, velatura, foschia’ da accostare al citato gr. kálymma e l’altra con quello di ‘calura, afa’ da avvicinare al lat. cal-ere ‘essere caldo, ardente’, al napol. calimma ‘tepore, calduccio’. La variante abruzzese calìna ‘foschia afosa’ ma anche, soprattutto al plurale calìnë, ‘scintille del fuoco, allucinazioni’ mostra in filigrana la stessa alternanza semantica velo, foschia/calore, ardore. E pertanto non posso condividere il parere della Marcato, estenditrice della voce in questione nel dizionario citato, che presuppone un latino parlato *calina ‘calore’ per le due accezioni. A me pare assolutamente chiaro che il significato di ‘foschia’, incluso nel termine insieme all’altro, debba essere tratto dal lat. cali(g)ine(m) ‘caligine, nebbia, offuscamento, foschia’, attraverso il fenomeno della totale lenizione della –g- intervocalica attestato in tante parole dialettali abruzzesi e anche nelle voci fullìne,fullìnie ‘fuliggine’(cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, ristampa di Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004). Ad Aielli-Aq, il mio paese, il termine suona (suonava) fijjìna con palatalizzazione della liquida laterale alveolare. Anche lo spagnolo calina ‘caligine, nebbiolina’ credo debba avere la stessa origine. Il supposto latino parlato *calina può allora giustificare solo gli altri significati di ‘afa, calore, scintilla’. Che il suddetto fenomeno della lenizione ci sia stato è definitivamente dimostrato dalla forma abruzz. f. sing. calìe (cfr. D. Bielli) ‘ caligine’, chiaramente proveniente dal nominativo lat. cali(g)o ‘caligine’, nonchè dall'altra voce calienà (cfr. D. Bielli) 'vedere confusamente come in nebbia' che richiede un lat. *cali(g)in-are, ampliamento di lat. calig-are 'essere oscuro, tenebroso, non vederci chiaro, ecc.', termine gemello dell'altro calunie (cfr. D. Bielli) 'caligine, delle giornate afose' incrociatosi con it. calura. Ma il bello è che anche la voce calìe presenta altri significati tra loro inconciliabili cioè 1) ‘vigore, lena’, 2) ‘guasto, apertura in una siepe’, 3) ‘smottamento’. Ora, il primo credo possa essere messo in rapporto, nonostante qualche apparente difficoltà, col calabrese calima ‘calma, temperamento, alimento’ (cfr. I dial. ital., cit.), che ne sarebbe un ampliamento. La calma, infatti, mi sembra qui l’attributo di chi domina con forza e costanza i suoi stati d’animo e le sue passioni, e può essere essa stessa, quindi, epifania diretta di una forza interiore . L’ alimento è l’altra faccia del vigore che fa crescere gli esseri viventi. Il secondo e terzo significato, apparentemente irrelati, credo che trovino, invece, un punto in comune nel greco khaláo ‘allentare, abbassare, cedere, aprirsi’ da cui l’it. cal-are; cfr. anche gr. khál-asma ‘interstizio, spazio vuoto, apertura, crepatura’.
Il termine gergale calmo ‘gergo’ che Lurati, senza tentennamenti deriva dall’aggettivo it. calmo, anche se ne dà una spiegazione per il vero abbastanza consequenziale, a me sembra tuttavia che si presti anche ad altra interpretazione, diversa e forse più convincente anche di quella da me data più sopra che ne fa seguire il destino di venez. cal(u)mar, se lo si collega con il lat. carmen ‘canto, suono, poesia, formula magica, incanto, testo,ecc.’ per via del facile e diffuso scambio l/r seguiti da consonante, ma soprattutto perchè si incontrano in abruzzese diverse voci chiaramente legate ad esso come ciarmà ‘aggirare, ingannare’, ciarmatare ‘ciurmatore, ciarlatano’, ciarme ‘parlare insinuante, al fine di ingannare’ tutte influenzate nella pronuncia dal francese charme ‘incanto’, se non derivate direttamente da esso. E’ un fatto, però, che si incontrano in abruzzese anche altri termini legati ai precedenti ma con significato un po’ diverso come ciarmarécce ‘cicaleccio, bisbiglio, passeraio’ , ‘nciarmà ‘barbugliare (degli ubriachi), incantare’ e infine l’aiellese ‘ngiarmuttà ‘dire parole incomprensibili, farfugliare’ (forse incrociato col lat. mutt-ire ‘borbottare’). La mia idea è che questi significati, che insistono sul ‘risonare, rumoreggiare, cicalare, parlare in modo confuso’, non sono da considerare per forza uno sviluppo successivo del significato di ‘formula magica’ (e per questo oscura) incluso nel lat. carmen, ma che essi lo hanno affiancato fin dall’origine nei dialetti, come secondo me sta ad indicare l' altro suo significato di suono che è d'altronde quello del suo etimo corrente *can-men (cfr. lat. can-ere ‘cantare’). Così il lat. carmen dovette fin dagli inizi indicare un linguaggio particolare ed oscuro, un gergo, appunto, arrivato fino a noi nella veste di calmo vicina a quella originaria, ma un po' lontana, nella pronucia, dalle forme influenzate dal francese charmer riguardanti in genere solo il significato di ‘incantare, ammaliare, imbrogliare’ diffuso mi pare in tutta Italia. In Abruzzo l’influenza si è estesa anche alle forme avvicinabili a calmo per il significato.
Il verbo antiquato ciurmarsi ‘ubriacarsi’, derivato come il verbo ciurmare ’raggirare’ dalla forma ciarmare per influsso di it. ciurma, nasconde a mio avviso, dietro la facciata, il greco khárma ‘gioia, piacere’, termine del tutto adeguato a significare l’eccitazione e l’ebbrezza date dal vino, concetti abbastanza diversi da quello di malia, incanto. Ecco perchè l’abruzz. ‘nciarmà sopra citato, che doveva avere inizialmente solo il significato di ‘incantare, farfugliare’ ne acquisisce anche l’altro, come valore aggiunto, di ‘farfugliare degli ubriachi’: l’incrocio con altro verbo poi caduto in disuso o trasformatosi nel ciurmarsi ‘ubriacarsi’ di cui sopra, ha determinato l’ampliamento del suo significato.
Infine ritorno sul calabrese calima ‘calma, temperamento, alimento’ perchè credo di poterlo proficuamente confrontare con una voce ricorrente (un tempo) nella parlata del mio paese, e cioè con il verbo pronominale scalmàsse<*scalmarse ‘ perdere vigore, vapore, qualità, temperamento’, detto ad esempio del vino lasciato in una bottiglia o fiasco senza turacciolo: l’anima tutta del vino si sarebbe volatilizzata attraverso la bocca del collo priva di tappo. Questo significato è in perfetta armonia con quelli del termine calabrese che parla di temperamento e calma, la quale ultima deve essere vista, allora, in questo contesto come la qualità di chi riesce attivamente a temperare e dominare i suoi istinti e non come riflesso magari di una indole placida, apatica, inerte . L’altro suo significato di ‘alimento’ depone a favore di questa analisi. E mi viene allora anche il sospetto che l’etimologia corrente dell’italiano calma non sia corretta perchè il termine da cui esso è fatto derivare, il tardo latino cauma ‘forte calore’ dal gr. kaûma ‘ardore (del sole)’ può legittimamente rendere conto solo del ‘caldo’, appunto, non anche della quiete di tutti gli elementi della natura che spesso lo accompagna (calma), la quale mi pare possa trarre alimento, invece, proprio dall’antichissima voce calabrese cal(i)m-a, che fa il paio con quella dell’aiellese s-calm-àsse. Anche l’adagio popolare la calma è la virtù dei forti conferma questo antico nesso tra la forza e la calma. Ma quanto sia difficile a volte tracciare confini netti tra una forma e l'altra ce lo fa pensare l'abruzzese (cfr. Bielli) scalemarse 'scalmanarsi' , significato che indica un 'agitarsi, sudare (per calore o altro )' - e si spiega come un 'perdere la calma' - ma che sconfina anche nel campo semantico del 'calore' e della 'sete', come nell'abruzzese (cfr. Bielli) scalemarìe 'gran sete'. La radice sembrerebbe così riavvicinarsi all'idea di 'calore' che abbiamo scartata come etimo: ma questo non è sufficiente a farci cambiare idea sul percorso che ne abbiamo tracciato perchè l'idea del 'calore' è qui secondaria e favorita anche dall'incrocio di cal-ma con la radice di cal-ore. La spiegazione etimologica di tutti questi termini a mio avviso potrebbe avvitarsi ancora su se stessa quando si riflette che la forza che controlla le pulsioni dell'istinto, cioè la calma, è identica a quella che alimenta le stesse pulsioni e lo stesso calore. Tutto si tiene. Ma questa è un'altra storia, poco digeribile per i più.

martedì 16 febbraio 2010

I nomi composti tautologici che sfuggono ai linguisti

Sempre spigolando qua e là dal libro Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera di Remo Bracchi, si possono fare osservazioni di notevole interesse. A p. 295 egli cita alcuni termini dialettali dell’area della Valtellina per ‘testicoli’ come livign(ese) balùsc’tri, tart(anese) balaǘstri che richiamano il mil(anese) romp i balauster ‘rompere i corbelli’, bres(ciano) balaöster ‘testicoli’, ecc. e suppone che queste voci siano una deformazione di bàla ‘testicolo’ che viene indirizzata verso il termine balaustra per ragioni eufemistiche. Io invece penso, per i motivi che dirò più sotto, che tra la bala e la balaustra ci sia una distanza quasi incolmabile se non interviene anche qualche altro fenomeno a favorire la presunta trasformazione. Un identico problema si profila a proposito di porta e portoghese nell’espressione idiomatica fare il portoghese che, secondo il linguista Ottavio Lurati, si sarebbe formata scherzosamente partendo dall’altra espressione entrare a pporta rotta (entrare a spettacolo iniziato) in uso nell’ambiente teatrale romano. Cfr. per una disamina più esaustiva l’altro mio articolo Fare il portoghese presente nel blog.
Subito dopo, il Bracchi cita il borm(iese) döi de agósc’t ‘testicoli’, albos(aggese) i du d’agóst ‘testicoli’ , ven(eto) de agosto ‘testicoli’. Ho trovato l’espressione anche ne I dialetti italiani , UTET, 1998, dove si elencano le varie spiegazioni date, tutte più o meno inattendibili, come riconosce lo stesso estensore della voce, M. Cortellazzo. Esse sono: l’influsso del mese sull’organismo; un doppio senso congusto’ ;la sovrapposizione di due palle nel numero 8, che indica il mese;e, infine, la piacevolezza del comando dato [da Napoleone] ai soldati francesi dai calzoni attillatissimi di sistemareles deux à gauche’ (i due a sinistra). C’è però anche da notare che in quel giorno, in quasi tutto l'arco alpino, si celebrava tradizionalmente la festa degli uomini durante la quale si infiocchettavano con un nastro gli organi genitali, riprodotti col legno o con altro materiale, e si portavano in giro dappertutto: sicchè non mi sembra fuori luogo pensare che agosto dovesse significare in epoca preistorica proprio ‘testicolo’, organo importante per la mentalità primitiva che poteva essere fatto oggetto di venerazione e essere portato in processione come avveniva per le famose feste greche delle falloforìe, dove erano gli organi genitali maschili, i falli appunto, ad essere oggetto di venerazione, come simboli di fertilità. La festa degli uomini, per le sue caratteristiche pagane e precristiane, risaliva certamente alla preistoria, anche se la fissazione della data al 2 agosto sarà avvenuta successivamente alla riforma giuliana del calendario, e a quella in cui l’antico mese sestile prese il nome di Augustus (8 a.C.), in onore del grande imperatore. In internet ho trovato la pagina di un tale che attesta l'espressione le due (palle) di Augusto, variante dell'altra di cui si discute, usata nel suo paese in provincia di Torino: l'espressione conferma, come ho sostenuto più sopra, che bisogna partire, per spiegare tutta la faccenda, dal significato originario di 'testicolo' del termine agosto, di cui potrei tentare anche l'etimo ma preferisco non farlo e tiro solo in ballo l'espressione sant'Agost-ino che indica una varietà di olive coltivata nelle province di Bari e Foggia. E in effetti, tornando alla voce balaùstro ‘testicolo’, mi pare necessario supporre che essa debba essere considerata il risultato della saldatura dei due termini per ‘testicolo’ citati dal Bracchi, ossia bal(a) + a(g)usto combaciante perfettamente con la radice greca di balaùstro (gr. balaústi-on ‘fiore e frutto del melograno’), risultato che si sarebbe senz'altro raggiunto anche attraverso la sola l'etimologia popolare. La caduta della velare sonora intervocalica è un fatto normale in molti dialetti come in quello del mio paese di Aielli (aùstë=agosto) per non parlare del francese août ‘agosto’. Sarebbe così dimostrato che non si può parlare di deformazione della sola base bala ‘testicolo’, bensì del concorso di due termini omosemantici nella formazione del composto bal-aùst(ri) ‘testicoli’. Sarebbe stato più naturale deviare il termine interdetto verso la parola bal-estra, ad esempio, che indica uno strumento effettivamente soggetto a rotture molto più facilmente di un balaustro, il quale deve temere solo l'usura del tempo. Nel mio paese il termine balaustro non esisteva nemmeno, trattandosi di un elemento architettonico considerato di lusso diffuso essenzialmente nelle città: da noi esisteva solo il termine palalùstra (balaustra), evidente neologismo, riferito al parapetto della piazza principale del paese costruito negli anni del fascismo, con riquadri contenenti raggi a stella in cemento, che davano l'idea impropria di una balaustrata. Anche la motivazione dell' eufemismo non mi pare pertanto ammissibile. O, piuttosto, si dovrebbe dire che il composto, nato senza alcun intento eufemistico, lo è diventato casualmente, involontariamente (Saussure è grande!) nel più recente strato linguistico. Quasi le stesse cose, vedi caso, sostengo a proposito del portoghese di cui sopra.
Interessantissima mi pare la nota 172 della stessa pagina 295, in cui si afferma che il LEI (4. 673) classifica ora il milanese balaùster m. pl. ‘masserizie’ sotto la base *bal(l)- ‘corpo di forma tondeggiante’. Siccome mi sembra impossibile che il concetto di ‘masserizia’ possa essersi sviluppato direttamente da quello del balaùster ‘testicolo’, è allora da concludere che i due concetti si sono evoluti in tempi remoti da uno precedente e più generale di ‘rotondità, corpo rotondeggiante’, di qualsiasi grandezza. Se è giusto questo etimo di balaùster 'masserizie' la necessità di ricorrere alla deformazione eufemistica di bala, per spiegare i bala-uster 'testicoli', viene di conseguenza a sfumare. Anche i corbelli, usati per 'testicoli', mi sembrano uno pseudoeufemismo ossia un eufemismo involontario. Il significato di lat. corb-em, in effetti, non va oltre il concetto di 'cesta', recipiente fatto di vimini, il che francamente non quadra molto col significato di 'testicolo' che dovrebbe sostituire. Diversi altri termini potevano prestarsi meglio a sostituire eufemisticamente il concetto di 'testicolo', come globo, globulo, sfera, coppa, coppetta, borchia, ecc. Di conseguenza vedo operante, dietro il lat. corb-em 'cesta', il concetto più generico di 'rotondità, curva' rintracciabile anche nel gr. kyrb-is 'tronco piramidale ruotante, su cui venivano scritte le leggi ad Atene', nel gr. krob-ylos (con metatesi) 'nodo di capelli sulla sommità della testa' oltre che nel lat. curv-us 'curvo'. Pertanto, se non ci si lascia incantare dal significato d'arrivo del latino corb-em 'cesta', non sarebbe proprio uno sproposito supporre in epoche lontane un suo significato diretto di 'testicolo, palla', che poi è andato perduto, come succede spesso nella storia delle lingue, ma è rimasto nascosto sotto quello di 'cesta, corbello', che ha avuto il sopravvento e che ha causato lo pseudoeufemismo di cui si parla. Le parole, viste diacronicamente, mostrano via via in filigrana, a seconda dei contesti e gli strati linguistici in cui vengono a trovarsi, un tessuto vario, cangiante, trascolorante non solo per l'influenzarsi, incrociarsi e sovrapporsi a vicenda ma anche, a mio parere, per il loro diramarsi da un significato generalissimo d'origine. Come risulta per i nomi dei piccoli animali (cfr. l'articolo I nomi dialettali dei piccoli animali...) non si può fissare un significato unico e specifico per i vari concetti che, a mio parere, sono tutti intercambiabili e sostituibili, essendo fatti della stessa iridescente materia. La lingua ci fa credere che le parole siano nate per questo o quel concetto, ma si tratta in effetti di una fatale impressione causata dalla nostra condizione di dover solitamente osservare le parole come se fossero fotogrammi isolati e fissati per sempre, senza poterne cogliere agevolmente le piccole, vicendevoli differenziazioni man mano che si succedono nei secoli, e per di più senza poterli coinvolgere in un rapido movimento suscitatore dell'illusione cinematografica la quale ne confermerebbe la validità delle concatenazioni , nonostante i salti semantici, spesso giganteschi per un occhio poco educato, che possono immediatamente distanziare nella pratica della lingua due termini corradicali, come ad esempio il lat. curv-am 'curva' e lat. corb-em 'cesta'. Date queste premesse mi azzardo a dare una spiegazione di testicoli diversa da quella canonica che li considera animisticamente 'testimoni' dell'atto sessuale: cfr. lat. testi-culu(m) dim. di test(em) 'testimone, testicolo'. A me pare che il termine inizialmente dovette essere imparentato con lat. testa, prima 'guscio di tartaruga, conchiglia' e poi 'vaso di terracotta, coccio, ecc.' (una rotondità, dunque). Man mano che la cultura animistica cedeva il passo ad una visione più razionale delle cose, il termine testa generico per 'guscio' dovette laicizzarsi molto prima di quello simile o identico per 'testicolo' il quale, per la sua enorme importanza procreativa e per le molte leggende e storielle a cui dovette folcloristicamente dar vita, continuò ad essere considerato come 'essere vivente' e quindi era più credibile in qualità di testis 'testimone' che come semplice 'rotondità': a questo punto il termine per 'testicolo' dovette confondersi fatalmente con quello molto simile per 'testimone'.
La questione diventa ancora più intrigante se si introduce l'altro termine volgare per 'testicolo' ossia coglione, da lat. volg. coleone(m), class. coleus 'testicolo', considerato di etimo incerto, anche se a me pare appartenere alla famiglia di gr. kole-os, kole-on, kule-on 'fodero, guaina', gr. kol-on 'budello', lat. culleu(m), culeu(m) 'sacco', serbo-croato kola-ti 'circolare', kolo 'ballo a tondo', tutti concetti che fanno capo a quello di 'avvolgimento, rotondità, cavità'. Seguace fedele del principio della casualità ed automatismo originari delle forme linguistiche, come voleva il Saussure, considero pertanto la parola testi-culu(m) 'testicolo' un falsissimo diminutivo, e credo che l'elem. - culu(m) sia imparentato con i precedenti termini. Si tratta, insomma, di un semplice nome composto di due membri tautologici per 'testicolo'. Non è difficile notare di straforo come il lat. culu(m) 'ano' sia anch'esso del gruppo delle 'rotondità, cavità' come ci aiuta a capire anche lat. cul-ullu(m), cul-illa(m) 'grossa tazza', nonostante i suffissi qui usati siano normalmente di valore diminutivo, ma anch'essi allora non ce la raccontano giusta la loro origine e la loro storia.

giovedì 11 febbraio 2010

Come intendere l'animismo attraverso i suoi riflessi nelle parole

Per tentare di capire come vada inteso l’animismo che traspare in alcune parole dialettali, riporto un brano del libro di Remo Bracchi Nomi e volti della paura nelle valli dell’Adda e della Mera, p. 29.

« Al ‘vento freddo del nord che spira in primavera’ è stato assegnato nel Surselva il nome inquietante di mazzacàuras, ossia di ‘ammazzacapre’ (NVS, 154), che trova un lontano riscontro nel laz. (Vico) scortëcacàprë ‘vento freddo di tramontana’ (Jacobelli, 236) e nel fogg. (S. Marco in Lamis) scorciacràpe ‘grecale, vento impetuoso e molto freddo proveniente da nord-nord-est’ (Galante,706), a Trinitapoli scörciacröpe ‘scortica capre,vento freddo e secco’ (Elia, 727), con l’analogo pelajàtte ‘vento molto freddo’ (Galante, 563), contrassegno di un antico sostrato culturale, di riecheggiamento animistico ».

Mazza-càuras sembrerebbe proprio un composto costruito apposta per il concetto che esprime, contraddicendo il principio più volte da me ricordato (cfr. gli articoli I nomi dei piccoli animali... e Fare il portoghese) ma vi sono almeno due indizi che ne mettono in dubbio la validità. Primo, perchè il vento dovrebbe ammazzare solo le capre tra i numerosi altri animali che dovrebbero subire la stessa sorte impietosa? Secondo, e più cogente indizio è il fatto che in latino si conosceva il vento Caurus o Corus, il quale dovrebbe qui rompere così la solidità del sigillo che marchia univocamente il significato del composto verbo-sostantivo: l’elem. –càuras non avrebbe indicato, all'origine, le ‘capre’ come invece fa oggi nel dialetto del Surselva (Grigioni) ma sarebbe il camuffamento (non troppo riuscito stavolta) proprio del Caur-us, vento freddo di nord-ovest, corrispondente all’attuale Maestrale. Il quale ultimo, etimologicamente, si scompone in magis-tr-alis, con l’elem. mag-is che riporta all’idea di ‘grandezza,forza’ (cfr. gr. még-as 'grande, forte, ecc.'), quella forza costitutiva in questo caso (sempre a mio parere), non del ‘vento freddo del nord’, come pure parrebbe evidente, ma del concetto stesso di ‘vento’, specializzatosi poi ad indicare quel vento particolare. Il vento è qualcosa di animato e non per nulla in greco esso suona ánemos ‘vento’ corrispondente ai lat. anima, animus. L’elem. Mazza- , oltre a richiamare l’altro composto dialettale mazza-morello (con molte varianti) ‘incubo, spirito, folletto’ ma anche ‘vortice di vento’, potrebbe essere il risultato di un ampliamento della sopra citata radice mag- incrociatasi con lat. mact-are 'uccidere' e con it. ammazzare . Ma potrebbero darsi anche altre soluzioni come quella di richiamare il ted. Matz, nome di svariati uccelli, o il ted. Mut 'animo, coraggio', got. moths 'coraggio, ira', da una radice *mat: si pensi alla furia di certi venti invernali. Una riflessione oltremodo interessante è la seguente. L’elem. –càuras, nel significato di 'capre', potrebbe essere sì voce dialettale, ma non proveniente direttamente dal lat. capras, bensì da una lingua preistorica con almeno quel termine comparabile con il latino. Perchè il Caur-us e la capr-a sono termini intercambiabili per esprimere la medesima cosa: essere vivente, animale (cfr. ted. Hauer 'porco, cinghiale', da *Kauer, simile al gr. kapr-os 'cinghiale' e lat. capr-a). Così l’uomo primitivo li sentiva e li rappresentava nella lingua.
Mi sembra che il Bracchi, quando più sopra parla di ‘riecheggiamento animistico’, non intenda il fenomeno così come l’ho descritto ma solo nel senso che questi nomi di venti, intesi paurosamente come vuole il loro significato di superficie, attribuiscono a questi fenomeni atmosferici un comportamento simile a quello di esseri viventi. Ma qui si annida l'errore! gli etimi, se rettamente intesi, ci dicono che l'uomo primitivo considerava queste entità non simili ad esseri viventi ma esseri viventi a tutti gli effetti.
La forma scortëca-caprë la riterrei composta di tre elementi, (s)cor-tica-capre. Il primo è sempre il nostro Caur-us o Cor-us, il secondo –tica- è da collegare al ted. ziehen ‘tirare’ imparentato col lat. duc-ere ‘condurre, trarre’ (cfr. del resto l’espressione ted. es zieh-t = c’è corrente d’aria, ted. Zug 'corrente d'aria'). Se teniamo presente che il ted. Ziege significa ‘capra’, quindi un’altra anima, ci accorgiamo di avere a che fare con un composto tautologico trimembre per ‘capra’, come succede per alcuni termini greci quale kolo-kordó-kola ‘interiora’ i cui tre membri singolarmente hanno sempre lo stesso significato. La forma scorcia-cràpe presenta forse un’abbreviazione nel primo membro rispetto alla precedente, con influsso di it. scorza, da lat. scortea 'pelliccia'.
Il sintagma pela-jatte 'vento molto freddo' dovrà essere risolto con lo stesso ragionamento: –jatte (gatto) è quel soffio vitale ripetuto anche nell’elem. pela-, una probabile variante di lat. fl-are ‘soffiare’, ingl. bl-ow ‘soffiare’. La radice ricompare, in forma un po’ diversa, nel diffuso dialettale fil-ipp-ina ‘spiffero, vento freddo’. Un chiaro indizio del valore della componente -ipp- ci è fornito dal nome Ippote, padre di Eolo, signore dei venti, e dal termine lat. hipp-alus 'vento dell'ovest'.
L'idea di 'vento' coincide nel profondo con quelle di 'soffio, spirito, vapore, nuvola, nebbia,ecc.' e per questo motivo io vedo il pela-jatte precedente strettamente collegato con i vari termini citati dal Bracchi a p. 62 come gatina, (a Grosio) 'nebbia condensata, brina che imbianca gli alberi' (alla lettera 'gattina, micetta'), gatina (a Tresivio) 'nuvola', gatina (a Teglio) 'nebbia che si alza dalla valle verso sera e annuncia un peggioramento del tempo'. Il Bracchi pensa naturalmente che questi nomi siano stati coniati dalla fantasia dei valtellinesi ed abbiano un senso traslato oltrechè un sentore di animismo, non giustamente inteso, come abbiamo già visto.
Interessante è anche l'etimo della parola zebra, messa in relazione col vento Zefiro, inizialmente vento freddo del nord, poi vento primaverile dell'ovest. Correva nell'antichità la leggenda delle cavalle fecondate da Zefiro, come dimostra anche il v. 150 del l. XVI dell'Iliade, il quale afferma che i cavalli Xanto e Balio di Achille erano stati generati a Zéphyros dall'arpia Podarge. Ora sta prendendo piede l'etimo che deriva zebra da un lat. parl. *ecifera(m) per il class. equifera(m) 'cavalla selvaggia' attraverso lo sp. zebra. Debbo riconoscere che questa è una buona etimologia anche se, in ottemperanza al principio secondo cui quanto è stato elaborato in antico in termini di folclore e mito trae origine prioritariamente da qualche base linguistica (v. l'articolo I nomi dei piccoli animali, insetti...), non posso accettarla e credo che sia esistito da qualche parte un nome dialettale di animale corrispondente, all'origine della leggenda. Lo dimostra in qualche modo il nome simile di zeba 'capra' giudicato mediterraneo.

mercoledì 27 gennaio 2010

I nomi dialettali di piccoli animali, insetti, uccelli come specchio delle paure da essi suscitate nell'animo umano?

Il modo solito di spiegare i nomi dialettali degli animali da parte dei linguisti mostra, secondo me, alcuni punti deboli che è molto interessante analizzare. Prima di tutto sarebbe assolutamente necessario, come punto di partenza, acquisire il convincimento che i nomi composti da due o più elementi ripetono tautologicamente lo stesso concetto relativo all’animale designato, anche quando i significati di superficie sembrerebbero negarlo. Dinanzi a un nome sardo del pipistrello come passera tolta o passali toltu non si può pensare che il significato di superficie di 'passera/o storta/o' possa essere preso per buono, se non altro per la stranezza stessa del significato che vorrebbe contrabbandarci l’idea che il pipistrello è come un passero dalle forme distorte, storpiate. Non si può pensare che qualcuno abbia inventato su due piedi una definizione improbabile come questa abbandonando per di più anche l'eventuale nome precedente dell'animaletto. In realtà mi sembra molto più naturale supporre in primo luogo che sotto il presunto aggettivo tolta ‘torta’ si nasconda invece un altro nome d’uccello corrispondente al lat. turdus ’tordo’, che in alcune zone della Sardegna suona tuldu, molto vicino a toltu ‘torto’ ( cfr. alcune forme pugliesi per 'pipistrello' come turtu-vagghia, turtu-egghia) , ma con ciò avremmo ancora una definizione poco chiara per il "pipistrello", perchè essa esibisce due nomi di uccelli che poco hanno a che fare con l'animale e che, anzi, sembra costituire un problema più grave rispetto alla precedente, tanto è vero che anche l’etimologia popolare ha preferito la prima definizione alla seconda, che pure era quella che essa si trovava davanti prima di intervenire per cambiarla. Il fatto è che, secondo me, il raddoppiamento di nomi era un meccanismo che la Lingua si trascinava da epoche primordiali, quando essa aveva bisogno di raddoppiare, triplicare, quadruplicare i monosillabi iniziali per differenziare le parole tra loro e facilitare la loro funzione distintiva, essenziale per una efficace comunicazione tra i membri di una comunità parlante. Questo è il motivo per cui ancora oggi, soprattutto in lingue germaniche, abbiamo dei termini composti i cui componenti presentano separatamente sempre lo stesso significato prodotto dal loro insieme come Gockel-hahn ’gallo’, Giebel-zinne ‘pinnacolo’, Senke-grube ‘pozzo nero’. Molti di questi termini tautologici, incorsi successivamente nel meccanismo dei composti germanici formati da un determinante e un determinato, si sono prestati a cambiare il significato del primo membro (determinante) ogni volta che questo andava a coincidere, nel significante, con altro termine dal significato diverso generando così i diffusi composti germanici caratterizzati da determinante + determinato. E’ il caso, mi sembra, di ted. Kriegs-hafen ‘porto militare’, letter. ‘porto (-hafen) di guerra (Kriegs-)’, che nel primo elemento credo nasconda un termine come l’ingl. creek ‘piccola baia, insenatura’, dato che un porto militare resta tale anche in tempo di pace e pertanto non giustifica a pieno un suo nome centrato sulla guerra ; di ingl. crow’s nest ‘coffa’, letter. ‘nido del corvo’ il cui primo elem. crow 'corvo' nasconde il significato del secondo elem. di ted. Mast-korb ‘coffa’, letter. ‘cesta (-korb) dell’albero(Mast-)’. Qui bisogna trarre in ballo i lat. corb-is ‘cesta’ e corv-us ‘corvo’, imparentati con i rispettivi termini tedesco (korb) e inglese (crow) e facilmente confondibili tra loro, per capire cosa possa essere avvenuto nella probabile espressione inglese *corb-nest con valore originariamente tautologico (cesta, cavità, nido) dei due elementi: la trasformazione del significato del primo (cesta) in quello del termine simile subentrante crow (da lat. corv-us) 'corvo' . Ora, tornando a passera tolda ‘pipistrello’ e riflettendoci un po’ sopra in base a questi meccanismi di formazione delle parole, dobbiamo trarne la conclusione che un nome simile trova la sua giustificazione solo se si suppone che le due componenti non avessero i significati che esse mostrano in latino e cioè ‘passero/a’ e ‘tordo’, e che quindi esse furono usate in questo caso per indicare il pipistrello già nella lontana preistoria. Bisogna anche pensare che, all’origine, queste componenti avessero un unico significato generico di ‘volatile, uccello’ e, più in profondità, quello di ‘essere vivente, animale’ successivamente specializzatosi a designare animali diversi. Per questi motivi non posso accettare le spiegazioni che solitamente i linguisti danno per simili nomi, ricorrendo a motivazioni di natura psicologica o superstiziosa o culturale-ideologica. Remo Bracchi (i), dinanzi al senso di perplessità che taluni di questi nomi (provenienti dalla valle dell'Adda e della Mera), come quelli relativi alla libellula o cavalocchio spesso generano nella mente dell' etimologo, recide il nodo gordiano affermando che “ la forma a chiodo del corpo, la rapidità fulminea del volo, la sagomatura delle ali a lame vibranti, l’imprevedibilità degli spostamenti nell’aria ha colpito incisivamente la fantasia degli antichi, che hanno attribuito all’innocente bestiola un potere demoniaco...” e così si toglie bellamente d’impaccio con una certamente accattivante riflessione anatomo-eto-psicologica che sembra essere inconfutabile ma che invece, a mio parere, mostra tutti i segni di una aleatorietà di fondo se non di una vera e propria improbabilità: tutte le volte, infatti, che io e mio fratello ci imbattevamo nell'insetto in campagna, negli anni lontani della fanciullezza, restavamo estasiati dinanzi alla sua suprema eleganza di forme e di movimenti , per nulla intimoriti da esso, anche perchè nel nostro dialetto non esisteva, che io sappia, un suo nome specifico e questo ci impediva di essere vittima del pregiudizio indotto proprio dai nomi del tipo cavaöc’ ‘cavaocchi’, mazzacavàls ‘ammazza cavalli’, caballito del diablo ‘cavallino del diavolo’ che il Bracchi cita per la libellula. Nomi simili hanno naturalmente generato dicerie sulla pericolosità dell’insetto e forse un senso sconsiderato di timore presso la gente la quale, però, non poteva non restare comunque ammirata dell’animaletto che sapeva, per esperienza, innocuo in fin dei conti. Esiste dunque un enorme iato tra la bellezza e la innocuità della libellula da un lato e i nomi minacciosi che essa talora porta dall’altro, che non può essere colmato partendo comodamente dai significati di superficie di detti nomi. Anche perchè il tipo cavaocchi interessa non solo gran parte dell' Italia del nord ma anche ampie zone dell'Italia centrale, il che impedisce di pensare che l'espressione, formatasi magari miracolosamente in una comunità, si sia poi diffusa in un'area così vasta, nonostante l'incredibilità del significato che proponeva per la libellula; e non si può d'altronde assolutamente ammettere che l'improbabile meccanismo paurosità-nome sia scattato ripetutamente come qualcosa di automatico, e non invece di eccezionale, nelle numerose zone interessate. Una spiegazione più razionale e naturale al tempo stesso la si può ottenere inserendo questi nomi negli schemi dei composti sopra accennati. Allora sì che potremo liberarci dall’ossessione subdolamente indotta dai significati di superficie ritenuti in genere di origine medievale, al massimo dell’evo antico, come se la gente di campagna fosse un’invenzione piuttosto recente e non avesse sudato e sofferto lavorando la terra o allevando pecore fin dalla preistoria, dalla quale avrà portato con sè tanti nomi di insetti, animaletti, i quali, proprio per la loro mancanza in genere di ogni valore economico e commerciale, potevano sfuggire alla pressione della omologazione linguistica che inevitabilmente si verificava ad ogni cambio di civiltà per gli altri animali per i quali soprattutto si doveva avvertire l'esigenza di adottare i nomi ufficiali circolanti in un più vasto territorio. I nomi della libellula o della mantide, invece, potevano continuare a vivere indisturbati, diversi magari da comunità a comunità, attraverso strati linguistici successivi, non solo perchè essi erano di nessun interesse pecuniario ma anche perchè i nomi rispettivi nelle nuove lingue dominanti probabilmente, per le medesime ragioni, erano poco conosciuti da chi era costretto ad apprenderle alla meno peggio per necessità . E' naturale poi, a mio parere, che i nomi provenienti da strati linguistici precedenti andassero ad incrociarsi con quelli dell'ultimo strato e producessero quegli effetti e riverberi che agli occhi dell'osservatore moderno possono sembrare di natura totemica (si pensi ai nomi nonno, padre per alcuni animaletti) o tabuistica ( focu e fiamma per la 'volpe' in Sardegna ma anche, in definitiva, il tipo cava-occhi per la 'libellula' che potrebbe sostituire il vero nome tabuizzato) o altro. Io sono fermamente convinto, invece, che in questi casi tutto ciò che è inteso come genericamente culturale ha un'origine prettamente linguistica. Gli uomini del lontano passato, ad esempio, che si ritrovavano nel loro vocabolario un nome per il 'picchio' significante letteralmente 'nonno', erano naturalmente spinti ad adorare l'uccello come tale, visto che d'altronde per la mentalità primitiva tutti gli esseri viventi e persino le cose del mondo inorganico erano sacre e divine. Sotto quest'angolo visuale perde la sua forza, a mio avviso, anche l'approccio magico-religioso con cui si cerca (v. Mario Alinei) di spiegare questi nomi: sono al contrario i nomi stessi, provenienti dalla preistoria e incappati negli incroci di cui sopra, che alimentano e sostengono la mentalità magica. A mettere in dubbio il ragionamento di Bracchi e quelli simili di altri linguisti basterebbe la semplice osservazione che in Sardegna si incontra, per la libellula e la mantide, un nome come caddu de Deu ‘cavallo di Dio’ che di certo avvalorerebbe il mio ragionamento sulla bellezza della libellula, se non vi si opponesse il fatto che il sintagma indica anche la 'mantide', che non è animale ugualmente affascinante e veloce, e il fatto che si incontra anche l’altro sintagma dal significato opposto cabaddu de dimonio, sempre per la libellula e la mantide, la quale ultima non mi pare possa suscitare, per la sua lentezza nei movimenti, nemmeno la spaventosa pericolosità attribuita alla libellula. Come si può agevolmente vedere, seguendo i suggerimenti e il metodo di questi illustri studiosi, non riusciremo a trovare una soluzione valida per tutti i casi, contravvenendo pertanto ad uno dei princìpi fondamentali per ogni teoria secondo Einstein: non contraddire mai i fatti empirici e assicurare una applicabilità la più vasta possibile. Oltretutto mi pare che essi non traggano le dovute conseguenze da quanto la recente ricerca in Europa (cfr. l' Atlas Linguistique Roman, IPZS, Roma), ma soprattutto nell'area romanza, ha potuto stabilire sui nomi dialettali dei piccoli animali, i quali risultano avere in genere motivazioni e nomi ricorrenti e intercambiabili per tutti, come dimostrano i due esempi più sopra addotti, indipendentemente dalle loro caratteristiche o dalle loro funzioni e comportamenti, veri o fantasiosi che siano. Al punto tale che non può individuarsi un nome specifico per ogni animaletto, essendo i vari nomi distribuiti secondo percentuali quasi prevedibili per ogni animaletto preso in considerazione. Da questo fatto statistico incontrovertibile secondo cui non pare sia mai esistito, all'origine, un nome particolare, esclusivo di un animale(tto) contrariamente all'idea che oggi noi facilmente ci facciamo sulla natura individualizzante della nominazione, emerge a mio parere la constatazione che in verità ogni nome conteneva solo un significato generale che comprendeva virtualmente tutti gli animali: il che comportava che esso, col passar del tempo e sotto la spinta dell'esigenza chiarificatrice della comunicazione, si specializzasse qui in un modo e lì in un altro, provocando così, con i successivi incroci, tutti quei giochi che sappiamo i quali hanno alimentato, se non generato, i vari fenomeni (totemismo, tabuizzazione, magia, ecc.) con cui i linguisti oggi, dopo aver abbandonato l'approccio scherzoso-fantasioso, cercano di dipanare il problematico (se non si è acquisita la convinzione del significato generico originario) groviglio della nominazione animale e vegetale nei dialetti, e non solo. L'errore che si commette è quello di credere che la cultura in genere sia la causa e l'origine di determinate credenze, comportamenti e nomi, e non si riflette nemmeno un po' che non esiste a mio avviso fattore culturale più potente, per l'uomo preistorico, della stessa parola che egli usa, per di più coinvolta nei magici, incredibili, mitopoietici seppure automatici riverberi di cui è capace, col favore del suo indefinito significato originario, della sua continua circolazione a partire dal Paleolitico almeno fino all'invenzione dell'agricoltura, e degli incroci e sovrapposizioni inevitabili con parole omofone. A tal punto che anche oggi, nel pieno della mentalità tecnologico-razionale, i fenomeni di sovrapposizione e reinterpretazione non sono rari. Nella città canadese di Mississauga, Ontario, dove vive una nutrita colonia di miei compaesani aiellesi, le famose Niagara Falls 'Cascate del Niagara', vengono pronunciate Negre Fosse da chi è poco inglesizzato, e intese come tali. D'altronde che le cascate siano delle "fosse" nessuno può negarlo. Se siano anche "negre" poco importa: del resto perchè dubitare di un aggettivo o di un nome che tutti ripetono allo stesso modo? Cfr. anche l'articolo di questo blog intitolato Origine degli agionimi relativi ai centri abitati... Perchè mai allora la linguistica ufficiale, che insiste oggi tanto sul totemismo o la tabuizzazione per spiegare l'origine dei nomi degli animaletti, sembra per lo meno poco attenta a questo naturale, potente e diffusissimo fenomeno della reinterpretazione etimologica e della sovrapposizione di termini che dovette operare a pieno regime soprattutto nella preistoria, per cui è sostenibilissimo che la gran parte dei nomi degli animaletti giunti fino a noi attraverso i dialetti e che sembrano essere formati di radici di lingue storiche rimandano in realtà a strati linguistici preistorici in cui quelle radici avevano significati diversi da quelli attuali? L’unica strada per tirarci fuori dal pantano è quella di cercare all’interno degli stessi sintagmi quei significati profondi che abbiamo visto, ad esempio, per passera tolta ‘pipistrello’ e che fanno dissolvere, come neve al sole, tutte le difficoltà derivanti dai significati apparenti di superficie. Fino a prova contraria, infatti, il cavallo è un ‘animale’ costituito appunto da un' anima, una forza vitale che ne permette l’esistenza (cfr. in questo blog Parole sarde del Duls, s.v. Impoddile e Caddu). Anche il greco daimon ‘spirito dei trapassati, dio buono o cattivo’ mi pare molto vicino al concetto più generico di ‘anima, animale, essere vivente’. Il "demonio" è poi uno spirito dalle mille risorse che sa ben camuffarsi in barba ai linguisti e prendere le false sembianze, ad esempio, del timone di un carro a Campegine (Reggio Emilia) nel cui dialetto timon-sen significa ‘vespa’, la quale, a detta dei linguisti, avrebbe preso il nome dal timone dei carri un po’ ricurvo in uso nella zona e simile al corpo piegato dell’imenottero, ignari ahimè delle strabilianti abilità trasformistiche del demonio che in Francia si presenta nelle vesti di una affascinante demoicelle 'libellula' (cfr. ingl. damsel-fly 'libellula'), dal latino parlato *domni-cella 'signorina', assonante con un sottostante probabilissimo *daemoni-cellum 'piccolo demonio'. Del resto anche in Italia sotto il nome di damigella sono compresi diversi insetti volatori. La costituente –sen del campeginese timon-sen, proveniente da –cino, è un apparente suffisso diminutivo (cfr. nel blog, Parole sarde del Duls, s.v. Caddu). Il catalano espia-dimon ‘libellula’ citato dal Bracchi deve quindi trovare una spiegazione diversa da quella apparente di ‘spia diavoli’. Io suppongo che la prima costituente si sovrapponga alla prima di un sottostante *speca-dimon da comparare, per il significato, col greco sphêk-s ‘vespa’ anche se ha seguito l'evoluzione della radice spek di it. spiare. Così stando le cose, nell' appellativo Deu del sintagma caddu de Deu sopra citato bisogna vedere non il Dio della religione ma il demone o l'anima che vivifica ogni animale dandogli anche il nome; e in effetti l'etimo di lat. deus richiama un'idea di luce (cfr sscr. div, diu 'rilucere', sscr. deva 'dio', lingua zingara devel 'santo', devla 'Maria, madre di Gesù) molto vicina, a mio parere, a quella di anima, appunto. Ed è quindi probabile che l'appellativo dia-volo, che costituisce il nome di tanti animaletti in Europa, esistesse prima della diffusione del Cristianesimo, il quale dovette appropriarsi di un termine che indicava già questi spiriti della natura e, con il concorso del greco dia-bolos 'calunniatore', ne fece uno dei tanti nomi di Satana. D'altronde mi sembra molto improbabile che il termine dia-bolos, di per sè privo di qualsiasi valore religioso e spirituale, abbia potuto assumere improvvisamente un significato così importante nel Cristianesimo, senza un qualche riscontro in tal senso nel folclore greco o mediorientale. Quasi sempre i nomi indicanti lo spirito maligno designavano precedentemente o contemporaneamente lo spirito benigno o lo spirito in genere, nelle varie civiltà. Azzardo la supposizione che lo spirito in questione fosse quello del dio semitico Baal, Bel di cui si parla anche nella Bibbia, fatto precedere dalla nota radice diu (cfr. Zeus 'Giove') 'luminoso, divino' come nel lat. dius, divus ' divino', sì da formare in qualche parlata greca il sintagma *dio-bal-os , interpretato per etimologia popolare e relativa metatesi come dia-bolos. La radice di Bel ci riconduce alla nozione di 'anima, spirito' se esso forma il composto bel-zebù (diavolo) derivato da Bel-zebub, nome di un 'dio (filisteo) signore delle mosche' secondo l'etimologia corrente, la cui prima componente, all'origine, doveva avere, invece, lo stesso significato di 'mosca' della seconda in questo caso (cfr. i citati nomi sardi bella-casu, ball-an-casu 'farfalla'). Che il termine dia-bolos, con altri significati circolasse comunque prima del Cristianesimo è a mio avviso dimostrato da toponimi come Passo del Diavolo (Gioia dei Marsi-Aq) e dai tanti Ponti del Diavolo diffusi in tutta Italia ed oltre, in cui appare la nozione di 'passo, passaggio' la quale si ritrova nel verbo greco dia-ballo che significa ' condurre al di là, passare, trafiggere, calunniare', ma non nel suddetto derivato dia-bolos che significa solo, metaforicamente, 'calunnioso, calunniatore'. E' quindi da presumere che questo significato di 'passaggio, ponte' dei toponimi fosse stato introdotto da qualche preistorica parlata greca o apparentata col greco. La locuzione prega-dio 'mantide' rivela, secondo me, nella prima componente metatesizzata una parentela con il franc. perce-oreille 'forbicina', con lat. perca 'pesce persico, (franc. perche)' e con il regionale perc-accia 'becc-accia': non si tratta qui di banale confusione di nomi perchè becc-accia rimanda al tipo citato beca-oc per la 'libellula'. Non credo pertanto che il nome della becc-accia sia derivato dal suo becco, e la seconda componente -accia non può essere un non meglio identificato suffisso peggiorativo, ma ha qualcosa o molto in comune con il tardo lat. acceia che ha dato come esito la forma acc-eggia' beccaccia'. La metatesi di prega-dio, naturalmente, sarà stata favorita dalla fama di religiosità che l'animaletto si portava dietro a partire almeno dal suo nome greco mantis 'profeta, ispirato': il genitivo di questo nome è manteos, non mantidos come vedo in diversi dizionari, anche etimologici, che a quanto pare si copiano a vicenda. Al plurale compare la forma mantid-es, la quale presuppone per la verità anche una rispettiva forma singolare mantid-, caduta evidentemente in disuso. La forma italiana mantide è quindi un portato del nome scientifico di questi animaletti, e cioè lat. Mantidae . Così, un nome composto come *perca-dio che inizialmente aveva un valore generico di 'animal(etto)' trova fortuitamente, in virtù del meccanismo automatico della lingua già messo in rilievo dal Saussure (cfr. l'articolo Fare il portoghese), la sua collocazione precisa nel lessico assumendo, quasi per caso ma molto opportunamente per la lingua, il significato di 'mantide'. Ribadisco quindi, con le stesse parole del Saussure nella traduzione del De Mauro, che " contrariamente all'idea falsa che noi volentieri ce ne facciamo, la lingua non è un organismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere (il corsivo è mio)". Dell'esistenza della suddetta radice perc-, preg- per la mantide costituisce un forte indizio il fatto che nel folclore nordico la libellula era ritenuta simbolo della dea dell'amore Freya, Friga la cui radice presuppone un precedente *Priga, *Prega, uguale a preg-. Da ciò si ricava l'importantissima, a mio parere, osservazione, che voglio ribadire ancora una volta, e cioè che questo metodo collega a vasto raggio cose diverse apparentemente distanti tra loro, come voleva appunto il grande Einstein per la validità di ogni teoria. A questo punto vale la pena parlare della bella serie di nomi sardi per la 'mantide' del tipo sega-manu, sega-pedes, sega-didus, sega-sega-didos, sega-poddighes, mutza-manu, serra-manu, ecc. che ribaltano la religiosità dell'animaletto facendone un impietoso demone che mozza mani, dita, piedi. Per la componente sega- si guardi il nome regionale siga (sia) degli uccelli del genere Emberiza, ribadito nell'altro nome fara-sega 'Emberiza citrinella', l'emiliano sgh-èt 'rondone', ravennate sgh-itt-òn 'rondone', ingl. sk-immer 'libellula saturata', letter. 'schiumarola', la cui seconda componente rimanda al ted. imme 'ape'. Molto interessante la componente -manu la quale dovrebbe richiamare i latini dèi Mani, le anime dei morti il cui etimo corrente (da manus 'buono') considero errato. Naturalmente la radice interessa anche il ted. Mann 'uomo' in qualità di essere vivente come il lat. mannus 'cavallino'. Ma il fatto più interessante, a mio avviso, succede quando la medesima radice si incontra con la seconda componente del suddetto sardo sega-did-us e forma proprio il nome di origine greca man-tide (letter. 'profeta,invasato,ispirato, pieno di forza ' come fatta di spirito era la farfalla secondo uno dei suoi nomi sardi, cioè ispiritu), nome che a sua volta viene fatto derivare dalla stessa radice di gr. ménos 'animo, forza vitale, ardore, ira, ecc.' e di gr. main-omai ' infurio, sono in preda ad agitazione, ecc.'(radice man-): il significato di 'indovino, profeta' relativo alla 'mantide' ne sottintende quindi uno più profondo che andava benissimo eventualmente anche per 'animale'. In sardo didu, did-one, tud-one significano 'colombaccio, colombo selvatico'. E' il caso di ricordare il collegio sacerdotale dei Titii sodales i quali secondo Varrone traevano auspici dalle titiae aves, probabilmente colombi selvatici. Da ricordare anche ingl. tit-mouse 'cinciallegra' il cui secondo componente richiama direttamente l'ingl. mouse 'topo', lat. mus 'topo' apparentato col ted. Meise 'cinciallegra' e col franc. més-ange 'cinciallegra'. Si incontra, nell'area dialettale tedesca, anche Tuud=Tod 'morte' per designare la 'falena'. Risparmio al gentile lettore le spiegazioni delle altre componenti dei nomi sardi per 'mantide' anche perchè mi preme sottolineare che non è sufficiente dire che il nome della man-tide sia ampliamento della radice man- : l'ampliamento, prima di acquisire solo una mera funzione grammaticale utile a distinguere magari un sostantivo da un verbo, era stato causato dal meccanismo della ripetizione tautologica rispetto alla radice precedente e poteva esistere anche indipendentemente da essa come a mio parere dimostra il sardo tidu 'colombaccio'. Il tipo cava-öc’ sopra citato presenta delle varianti come caval-occhio, cavall-occhio le quali evidenziano un’interferenza del tipo "cavallo" di cui sopra . Le diverse altre forme per la libellula come schita-öc’ ‘schizza occhi’, piza-öc’ ‘becca occhi’, fura-öc’ ‘infila occhi’, catsch-egls ‘caccia occhi’ potrebbero surrettiziamente indurci, in effetti, nell’errore di considerare questi sintagmi, con la loro costante attenzione per così dire occhio-centrica, come il prodotto della volontà cosciente del locutore che, su un piano di sincronia, assegna un nome all’animale sotto la spinta di reali o presunte impressioni di pericolosità causate dall’animaletto. Ma già la voce bergamasca scana-occ 'libellula' che letter. significa 'scanna-occhi' dovrebbe metterci in allerta se non altro per la coppia male assortita verbo-sostantivo. Il verbo scannare si dovrebbe usare, infatti, in riferimento ad esseri viventi non agli occhi. Allo stesso modo non riesco a capire come il pesce scanna-cavaddu (pagro) possa compiere sui cavalli l'operazione espressa dal suo nome dialettale. Se si riflette inoltre sulla possibilità che la parola occhio nascondesse in questo caso un nome per la ‘libellula’, si dovrebbe di conseguenza spiegare la cosa diversamente, e ritenere che essa fosse magari andata ad accompagnarsi, come ultima arrivata, alle altre parole che di paese in paese indicavano già da molto tempo la libellula, formando così un normale composto tautologico i cui membri andrebbero però disposti su un piano diacronico. Noi che guardiamo a distanza di millenni questi nomi tendiamo a proiettarli tutti su di uno stesso piano sincronico, cadendo così in inevitabili errori di prospettiva. In effetti la componente -occ oppure –öc oppure –egls potrebbe nascondere una forma aùcchio ‘gufo’ (Castellafiume-Aq) derivante da un latino parlato *avi-culus, lat. avi-cula ’uccellino’ e presente anche in caccia-uócchië ‘pipistrello’ (Montebello sul Sangro-Ch), la cui prima componente caccia- richiama il catsch-egls nonchè il cacia-cavàl ‘libellula’, citati dal Bracchi. Ma questo caccia- come si spiega? Esso secondo me è l'ampliamento in -ia di una radice kak- alla base di regionale caca-viola 'calandrella', regionale cacca-sciarra 'culbianco', regionale caca-ciarri 'canapino maggiore', di ungher. kakas 'gallo' (cfr. franc. coq 'gallo'), ungher. kaksa 'anitra', regionale cagi-ana 'pavoncella', oppure si tratta di reinterpretazione popolare, con qualche aggiustamento paretimologico, del secondo elem. di fora-casciu (L’Aquila) ’pipistrello’, letter. ‘buca cacio’, e di molti nomi sardi per la ‘farfalla’, come bella-casu, ballan-casu, caba-casu di cui rendo conto nel succitato articolo di questo blog Parole sarde del Duls. C'è da osservare, comunque, che non è improbabile, per aùcchio 'gufo', una sua derivazione da una forma * av-ucchio composta dal lat. av-is 'uccello' e dalla radice dell'ingl. owl 'gufo, civetta' comparente nell'antico norreno ugla 'gufo', nonchè nel tardo lat. ul-uc-us 'allocco'. Allora assumerebbe un altro profilo il tipo cava-occhio 'libellula' che verrebbe ad essere così la copia perfetta dell'ingl. hawk 'falco', dato che hawk stesso, con normale passaggio della velare sorda iniziale k- a spirante glottidale h-, deriva da precedenti forme haf-oc (antico inglese) e hab-uh (antico alto tedesco) in cui non è difficile riconoscere anche l'etrusco capu 'falco' seguito dalla radice uk in questione. E in effetti in alcune parti degli USA è diffuso il sintagma skeeter hawk 'libellula' letter. 'falco delle zanzare' in cui l'elem. hawk a noi appare ora come metafora per 'libellula' ma la verità è che lo è diventato solo involontariamente per i motivi che sappiamo e proprio per questo non può servire a giustificare la falsa idea che essa sia il portato di una civiltà magicamente o tabuisticamente orientata. Più che una forma accorciata di (mo)squito 'zanzara' a me pare che skeeter dovesse, già prima di incontrarsi con mosquito, riferirsi a qualche insetto volatore se non proprio alla libellula, considerato anche che quest'ultima, essendo di abitudini diurne, dovrebbe avere poco a che fare con le 'zanzare' che operano di notte, a meno che non le agguanti mentre esse riposano di giorno: sta comunque di fatto che la locuzione mosquito hawk designa non solo la libellula ma anche la crane fly 'tipula' che in effetti non si nutre di zanzare. La radice skeet indica un movimento veloce o schizzante e si ritrova forse nel lituano skete 'libellula', nel primo elemento del citato schita-oc' 'libellula' letter. 'schizza occhi', nell'emiliano sghèt 'rondone' e nel ravennate sghitt-òn 'rondone' nonchè nel secondo elem. di a. oland. boter-schijte 'farfalla' letter. ' escremento (simile al) burro (boter)' oppure 'caca-burro' che non hanno quasi senso alcuno, a meno che non si voglia ciecamente credere, come fanno alcuni, che la nominazione dell'insetto tragga origine dal colore dei suoi escrementi, che probabilmente nessuno dei nostri antenati preistorici, prima dell'avvento dei moderni zoologi, aveva notati ammesso che l'insetto li faccia (pare di no!). Le storielle che inevitabilmente accompagnano questi tipi di sintagmi scompaiono come d'incanto non appena si cita un altro nome dialettale olandese che presenta i due elementi capricciosamente invertiti schijte-boter 'farfalla' in cui dovrebbe essere il burro ad assumere il colore o la sostanza degli escrementi ma con qualche difficoltà in più nel dover connettere il burro con l'insetto, quel burro che ricompare ancora più stravagantemente nell'altro sintagma olandese butor-kapelle 'farfalla' in una inspiegabile e difficilissima convivenza con la cappella, per la quale mi piace qui solo accennare ad una probabile parentela con la nostrana abruzzese luce-cappella 'lucciola' nonchè col surselvese speila-cavèls 'libellula', letter. 'pela capelli'. A distoglierci dall'ossessione del burro, però, ecco farsi innanzi un altro nome per la 'farfalla' chiamata, in una canzoncina per bambini della città tedesca di Luebben nel Brandeburgo, Kettel-boeter, cioè 'riparatore (boeter) di caldai, calderaio' in cui assistiamo all'ennesima pirotecnica trasformazione del significato dell' elem. boter, butter ( per 'calderaio' ricorrono nell'area tedesca anche forme come Ketel-buter, Kettel-boter). L'elem. Kettel- credo richiami il nome regionale italiano gatula per il lepidottero chiamato volgarmente 'cavolaia'. Ma siamo sicuri di essere nel pieno possesso delle nostre facoltà? Vogliamo forse abdicare completamente alla razionalità del nostro cervello lasciandoci docilmente menare per il naso da queste scatologiche e bizzarre stravaganze semantiche da illusionista che riescono a camuffare del resto solo la superficie di nomi provenienti da tempi remotissimi, carichi di storia e preistoria e gelosi della loro natura profonda? La delicata, vaporosa bellezza della farfalla e del suo lirico volo ridotta a merdosa schifezza! Io non ci sto, e penso, da modesto e sano realista, che l'elem. -schijte qui ripeta semplicemente il significato dell'olandese -vliege e l'inglese -fly ' mosca' nei rispettivi sintagmi boter-vliege 'farfalla' e butter-fly 'farfalla' dove gli elem. boter, butter-, letter. 'burro', richiamano semmai il franc. butor 'tarabuso', ingl. bittern 'tarabuso' e ingl. bot-fly 'assillo, estro' non certamente la storiella (come poteva mancare?) che le farfalle, o streghe in quella veste, ruberebbero il burro o il latte lasciati incustoditi. L'unico dato scientifico, risultante da questi ultimi esempi, è il ricorrere dei significanti boter, butter (burro) sempre in rapporto allo stesso referente (la farfalla), cucinati in salse diverse composte anche da altri ingredienti che inevitabilmente si mescolano con essi alterandone i sapori originari, rintracciabili comunque nel retrogusto lasciato nel palato e attraverso il mio metodo di analisi, garantiti proprio dalla suddetta ricorsività dei significanti, la quale, se non può essere giustificata, come abbiamo visto, dalla insostenibilità dei significati di superficie, nè può essere fatta passare come pura coincidenza perchè ciò contrasterebbe con la consistente frequenza delle occorrenze, trova allora la sua ragione profonda nella solida persistenza, al di là delle mutevoli apparenze, del significato d'origine soggiacente a quelli che di volta in volta abbagliano i nostri occhi. Un sosia dei termini -vliege ( pron. flighe), -fly compare nel catalano plega-mans 'mantide' con l'occlusiva sorda p- passata poi normalmente nel germanico a fricativa sorda f- : la man-tide qui, se non ci illuminasse il significato risolutore di oland. vliege 'mosca', ingl. fly 'mosca', ted. Fliege 'mosca', esatti corrispondenti di questo plega-, tornerebbe a tormentarci il cervello perchè saremmo incerti se riferire la locuzione alle mani dell'insetto, in realtà le zampe anteriori raptatorie, piegate (ma sarebbe stato meglio dire congiunte) nel presunto atto di preghiera dell'animale, oppure alle mani di un malcapitato, piegate dall'insetto non si capisce in che senso, se per semplicemente giocarci oppure storpiarle, col desiderio di compiere azioni simili a quelle delle "efferate" mantidi sarde dai proibitivi nomi come mutza-manu, di cui sopra . Mi permetto inoltre di pensare che il verbo italiano schizz-are non sia una voce onomatopeica, come sostengono in coro -mi pare- quasi tutti i linguisti, che non vedono il suo rapporto con le rispettive componenti dei nomi degli animaletti sopra citati del tipo schita-oc 'schizza-occhi', i quali durante la preistoria attinsero, invece, alla stessa forza contenuta nel verbo schizzare per dar corpo alla loro forza vitale, l'anima. Ed è almeno probabile che il più sopra menzionato ingl. amer. skeet 'muoversi velocemente, far schizzare (liquido o altro)', variante a mio avviso di ingl. amer. scoot dagli stessi significati, si riallacci all'ingl. shoot' sparare, tirare, lanciare'. Il ricorso all'onomatopea è spesso indice dell'impotenza in cui si trova costretta la ricerca etimologica tradizionale. Da non dimenticare l'altro sintagma, diffuso negli USA, snake feeder 'libellula', letter. 'nutritore dei serpenti' in cui snake 'serpente' richiama pari pari il ted. Schnake 'zanzara' e feeder 'nutritore' richiama, a mio avviso, niente meno che il sardo logudorese padre 'libellula' riallacciandosi anche alla seconda componente di lat. acci-piter 'sparviero' nonchè al regionale pietro marinaro 'martin pescatore'. Snake doctor 'libellula',letter. 'dottore del serpente' riceve qualche lume, non dalla credenza popolare (riflesso automatico del nome) che l'insetto curerebbe i serpenti, ma da ingl. doctor 'mosca' anche se 'artificiale', usata come esca dai pescatori con la lenza . L'altra denominazione per la libellula, l'ingl. hawk moth 'atropo', letteralmente 'falena (moth) falco (hawk)', mi pare che non sia all'altezza di quell' hawk, a meno che non si intenda il termine come sopra, cioè come equivalente in questo caso a moth 'falena'. Il tipo caba-casu credo possa essere accostato al diffuso cava-öc’ ‘libellula’ col primo elem. che richiama il sardo cau ‘gabbiano’ dal lat. gavia ‘gabbiano’ nonchè altro nome sardo per ‘farfalla’ e cioè ballan-cau diverso dal precedente ballan-casu. Ma si incontrano anche i nomi regionali cav-azza 'gabbiano argentato', cav-etta 'gracchio', caval-onghia 'cincia mora', pronta a tarsformarsi quest'ultima, appena le si dia l'input, in *cava l'unghia! a meno che cavalonghia non sia un'errata trascrizione di una forma già intesa al livello popolare come cava l'onghia da un precedente *cavalocchia, femminile del citato cavalocchio 'libellula' . Il tipo beca-öc’ ‘becca occhi’ va risolto con l’emiliano bega ‘ape’. Il tipo beśa-cavàl ‘ libellula’ trova spiegazione non nel verbo beśà ‘ (far) correre all’impazzata e saltare delle mucche al pascolo’ ma nel termine romagnolo besa ‘biscia’ dal lat. bestia. Il tipo mazza-cavàls ‘ ammazza cavalli’ richiama nomi come ceca-matté ‘pipistrello’ (Collelongo-Aq) , ted. Matz, che designa vari uccelli,l'imolese maza-peder 'incubo notturno', che richiama anche il citato ingl. feeder 'nutritore', e il noto termine dialettale mazza-morello 'spirito folletto' nonchè il regionale mazza-cani che designa il 'piviere dorato', per niente minaccioso per i cani. La componente -cani richiama il franc. cane 'anatra femmina', franc. can-ard 'anatra' , il regionale it. can-arella ' anas querquedula', regionale can-one 'quattrocchi' e, secondo me, ted. Hahn 'gallo', il quale non va riportato, quindi, alla radice di lat. canere 'cantare'. E via di questo passo. Se il Bracchi dinanzi al sintagma galina del bobò (a Talamona) 'libellula' si accontenta del significato di 'gallina del diavolo' io non posso passare sotto silenzio l'ingl. gallin-ipper 'libellula', in cui il secondo elemento richiama il gr. ippuris 'specie di insetto, tipo di pesce'. Per il bobò, che solitamente ha il significato di 'insetto, coleottero', basti il lat. bubo, onis 'gufo'. Anche l'ingl. drag-on-fly 'libellula' potrebbe avere dei sosia, magari ben camuffati, oltre che nell'ingl. drake 'maschio dell'anitra, ingl. drake 'insetto usato come esca, efemera', anche in tira-olhos, uno dei termini portoghesi per 'libellula', letter. 'tira-, strappa-occhi' definizione che ci riporta, con il secondo costituente, alle numerose forme più sopra citate, e, con il primo, ad un probabile originario latino *tra(g)h-oculos, dato che i due verbi tirare e trarre (da lat. trah-ere) praticamente si equivalgono semanticamente nelle lingue romanze, nonostante il complicato (forse dai linguisti) e irrisolto problema etimologico di tirare. Va da sè che io considero della stessa partita di ingl. dragon- il gr. drakon 'drago, serpente' e gr. tragos 'capro'. A conclusione di questa breve rassegna di nomi voglio esprimere il massimo rispetto per i punti di vista completamente diversi dei linguisti ma nel contempo mi augurerei che essi prestassero maggiore attenzione a questo problema delle sovrapposizioni dei nomi e del pirotecnico trascolorare dei significati allorchè si passa da una civiltà ad un'altra, problema di fondamentale importanza per la Lingua che mi pare di aver esposto con considerazioni almeno degne di qualche interesse. Verrà mai il giorno in cui la libellula potrà dispiegare liberamente tutta la sua aerea grazia di "aligero folletto" dal volo schizzante, beata nella sua vivace animalità, e non sarà più intristita da simili interpretazioni denigratorie di alcuni suoi nomi, così come è avvenuto per l' upupa, l' ilare uccello calunniato /dai poeti di montaliana memoria, che però aveva mantenuto il suo nome antico, nonostante le diffamazioni che avrebbero dovuto cambiarglielo secondo i modi descritti dai linguisti per la libellula?

(i) Remo Bracchi, Nomi e volti della paura nelle valli dell'Adda e della Mera, Max Niemeyer Verlag, Berlino, 2009, p. 159.