mercoledì 9 gennaio 2013

Etimo della voce meridionale cafone 'zappaterra, contadino, persona zotica e incivile'


    

Il vocabolo è considerato di etimologia incerta o addirittura sconosciuta, e non è un caso, quindi, se su di esso circolano proposte a dir poco fantasiose, anche se agganciate a qualche dato storico o qualche circostanza particolare che a ben vedere risultano però poco pertinenti.  Qualcuno ricorre, ad esempio, al nome di Cafo, genit. Cafonis, centurione di Marco Antonio più volte citato da Cicerone che avrebbe ottenuto, come veterano di Cesare, delle terre in Campania in modo poco cristallino e che si distingueva per i suoi modi non proprio da gentleman.  Il DELI[1] accortamente prende le distanze da proposte etimologiche del genere e invita a cercare  piuttosto nell’ambito dei seguenti termini meridonali di probabile origine osca:  cafà ‘cavare’, cafuni ‘precipizio’, ‘solco profondo’, cafone ‘cavità’ (evidente è il rapporto col lat. cavu(m) ‘cavo, cavità’).   Il cafone potrebbe essere allora il nome osco dello ‘zappaterra’ o estensivamente del ‘contadino’ che inizialmente non aveva nessuna accezione spregiativa.  Quando esso fu costretto ai margini della lingua dai nuovi nomi introdotti dal latino, come colonu(m) ‘colono, contadino’, agricola(m) ‘agricoltore’ ecc., dovette assumere una coloritura di subalternità rispetto alla nuova lingua dominante, cosa che avviene molto di frequente come ho potuto constatare nei miei studi, e passo’ a designare magari chi, tra i contadini, si trovava in un gradino inferiore di povertà e precarietà attirando su di sé tutti i pregiudizi e le negatività che di solito le classi  superiori riservano agli ultimi, che certamente non possono essere di bell’aspetto, eleganti  o di modi raffinati.  Alla luce di quanto detto bisognerebbe allora rovesciare il ragionamento che si fa a proposito del centurione Cafone(m): questo nome personale latino non può aver dato origine alla voce “cafone” ma semmai essa stessa ha tratto origine dalla rispettiva voce osca per ‘contadino’. 

Nonostante tutto qualcuno potrebbe pignolescamente ritenere un po’ forzato l’accostamento tra il concetto di “zappatore” e quello di “scavatore”, ma in questo caso è la nostra mentalità moderna, sempre più analitica e specialistica, a crearci qualche problema semantico che sfuma come neve al sole se consideriamo, ad esempio, i significati di lat. fod-ere che sono quelli di ‘scavare’ e di ‘zappare’, ripetuti nel lat. fossore(m) ‘zappatore, aratore, becchino’.  Anche il greco, del resto, ci offre due voci parallele skaph-éus e skap-an-éus ‘scavatore, contadino’ che onomasiologicamente ci confermano da quale concetto generico può scaturire quello di “contadino”, cioè da quello espresso, appunto, dal gr. skáp-to ‘io scavo’, identico a quello della  radice caf- di caf-one: si potrebbe sostenere che la radice caf- sia la stessa di (s)kap- ma non è necessario farlo.  Francamente non capisco la proposta, avanzata anche da linguisti famosi[2], che consiste nel chiamare in ballo una pronuncia dialettale osca di lat. cab-o, genit. cab-onis ‘cavallo castrato’ incrociatosi, a loro dire, con lat. cap-o, genit. cap-onis ‘cappone’. Ma dove andrebbe a parare una simile supposizione?  L’idea del “cavallo castrato”  dovrebbe forse metaforicamente suscitare quella di “cafone”?  Mah!!! La verità è che, quando non si hanno tra le mani radici credibili, si va a pascolare abusivamente in prati rigogliosi di fantasia!  Piuttosto, suscita qualche interesse l’annotazione, presente anche nel DELI, che Devoto fa collegando le due parole al verbo greco kóp-to ‘io colpisco, taglio’ visto che esse indicano due animali castrati, e rafforzando così l’etimo dato per il termine meridionale cafà ‘scavare, cavare’ e gli altri sopra elencati, tutti formalmente simili alle due parole di cui si parla.  Ne deriva che l’idea di “cavità, fosso, solco” è una diretta emanazione di quella di “colpire, tagliare, penetrare” che sta dietro anche a quella di ‘zappare’.

Nel dialetto di Trasacco[3] ricorre, accanto alla voce caf-onë, quella di caf-órchië dal medesimo significato.  Ora, il termine simile caf-úrchië, sempre a Trasacco, significa ‘divisorio di canne o frascame che nella stalla delimita uno spazio dove tener separati, per il divezzamento, agnellini e capretti’. Ad Aielli il caf-úrchjë non era altro che un cestone di vimini che solitamente veniva rovesciato su un agnello o capretto per immobilizzarlo e farlo ingrassare.  La voce si ripresenta anche nel Vocabolario Abruzzese del Bielli[4] col significato di ‘buco, caverna, bugigattolo’: risulta a questo punto chiaro che il significato generico della parola doveva essere quello di ‘cavità’  e si riconferma, così, lo stretto rapporto, più sopra evidenziato, tra il concetto di “cavità” e quello di ‘zappatore, coltivatore’. Un uguale intimo rapporto è attestato, ancora, tra i due termini italiano-dialettali di gravina ’piccone a zappa’ e di gravina ‘vallone, crepaccio’[5].  Con caf-úrchjë si ha, a mio avviso, un composto tautologico (i linguisti li hanno pochissimo studiati) in cui anche il secondo membro –úrchjë può nascondere i due significati fondamentali, uno di ‘cavità’ (cfr. lat. orc-am ‘grosso recipiente’, da accostare al gr. hýrkhe ‘vaso, orcio; lat. urce-um ‘orcio’; lat. orc-ulam ‘orciuolo’ che dovrebbe essere all’origine di -urchjë) e l’altro di ‘pressione, colpo, taglio’ del  lat. urg-ere ‘incalzare, premere, schiacciare’ la cui forza (cfr. sscr. urjà-s ‘pieno di forza’) si ripresenta, a mio parere, nel gr. org-é ‘impulso, istinto, eccitazione, furore’, nonché nel gr. (w)é rg-on ‘lavoro, opera, occupazione, fatica, ecc,’, ingl. work ‘lavoro’ e in altre diverse parole germaniche che presentano una radice variamente alternante werg-, wrek-. 

E’ appena il caso di far notare che il termine caf-one, nel significato di ‘contadino’, si allinea per la componente –one, con i numerosi nomi latini come capo, cap-onis ‘cappone’; glutto, glutt-onis ‘ghiottone’; lurco, lurc-onis ‘ingordo’; ganeo, gane-onis ‘crapulone’, vespillo, vespill-onis ‘becchino’ ecc.  Questa componente –one rispunta in vari termini italiani, con varie sfumature di significato, compreso quella accrescitiva e peggiorativa.  La proposta etimologica che segue le orme dello scomparso semitologo Giovanni Semerano e che fa derivare il termine da accadico kabû ‘stalla’ e accadico enu ‘signore’  (caf-one= signore della stalla o degli armenti) è a mio avviso da scartare per vari motivi non ultimo quello rappresentato dal fatto che l’etimo che abbiamo sopra individuato indica molto più direttamente il referente: il cafone non è tanto un ‘signore di armenti’ quanto un ‘contadino, un lavoratore della terra, uno zappaterra’.

I cafoni di Silone possono quindi fregiarsi orgogliosamente di questo blasone di genuina nobiltà del loro nome che ne rivendica l’origine di forti e degni lavoratori della terra, rispettati dalle comunità contadine dei primordi, prima che la loro condizione venisse considerata inferiore e spregevole dai soliti ceti emergenti della società, magari altezzosi e abili nel raggiro, che ben spesso lucravano parassitariamente sulla loro fatica.  Ahimè!!! nonostante le condizioni e i tempi molto mutati, la storia umana mi pare amaramente ripetersi, stante oggi, a fronte dell’impotenza angosciosa e disorientata della gente comune, la voracità oscena e mai sazia di parte considerevole degli attuali ceti dirigenti, in specie di quello costituito dal variegato becerume politico e parapolitico di basso profilo morale che brulica sempre più numeroso e spudorato nei nostri paesi e città, impaziente di imbrattare, coi suoi pasti immondi, la bella provincia italiana, e che, dietro la cortina fumogena delle parole passe-partout di democrazia equità giustizia con i loro annessi e connessi, di cui si riempie la bocca incontenibile nella foga logorroica dello stereotipato politichese del momento, è compulsivamente intento, senza coscienza alcuna da parte sua e senza più speranza dalla nostra, alla rapina occhiuta del bene comune.  Senza speranza, dicevo, perché le orde di politicanti calano nella bella Italia non già dalla luna ma ogni giorno, come api bottinatrici, sciamano dalle nostre case dove la sera rientrano carichi di glorie furfantesche all’abbraccio amorevole e complice dei propri famigliari.

 Solo ahimè i popoli nordici, in specie scandinavi, sembrano essere immuni o perlomeno poco attaccabili dalla vecchia tabe che imputridisce la vita pubblica degli altri.  Per essi, tanto tempo fa, scrissi questa poesia. 
          
                                                  L’amore di una terra


                                                  Non so
                                                  da quali lontananze
                                                  dello spirito
                                                  mi tormenta la nostalgia
                                                  d’una terra
                                                  che non ho mai vista
                                                  e che mi sembra di conoscere
                                                     come le quattro rocce
                                                     del mio paese;
                                                     il desiderio di una terra
                                                     tuffata in acque gelide,
                                                     della nordica Scandinavia
                                                     dai magici villaggi
                                                     avvolti nella neve,
                                                     dai piani bianchi e desolati,
                                                     e le fiancate di monti
                                                     irti di pini irrigiditi,
                                                     sotto un freddo cielo triste
                                                     come la mia anima.

                                                     Mi piacerebbe vivere
                                                     in mezzo a voi
                                                     popoli della Norvegia e della Svezia,
                                                     discreti e silenziosi
                                                     come la neve che vi circonda,
                                                     scoprirmi figlio
                                                     d'una patria comune.

                                                

                                         












[1] Acronimo di Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di M. Cortelazzo e P. Zolli, Zanichelli editore 2004, Bologna.

[2] Cfr. G. Devoto, Dizionario Etimologico, Edizione CDE spa 1984, Milano.

[3] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo 2003, Avezzano-Aq.

[4] Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore 2004, Cerchio-Aq.

[5] Il termine it. gravina ‘piccone a zappa’ nel dialetto del mio paese di Aielli è in realtà sinonimo meno usato di picchë ‘piccone’.  La gravina ‘vallone, burrone’ rimanda al pugliese grava ‘inghiottitoio’ dei terreni calcarei delle Murge.  I linguisti rinviano questa voce ad una non meglio identificata radice prelatina.  A me pare innegabile anche il rapporto col ted. Grab ‘tomba’, ted. grab-en ‘scavare, incidere, intagliare’, ingl. grave ‘tomba, fosso’, ecc.  Il dialettale trentino veneto friulano grava (cfr. Cortelazzo-Marcato I dialetti italiani, UTET, 1998) ‘ghiaia, ghiaieto’, laziale rava ‘grossa pietra’, abruzzese gravare ‘brecciaio nei canali montani’, abr. gravate, ravate (vocab. del Bielli) ’materiale sassoso e ghiaioso portato dalle acque che scendono dai monti’, aiellese rava ‘grossa pietra, roccia’ sono voci che, anch’esse, attingono al concetto di “cavità”,  espresso qui da quello affine di ‘rotondità’ come ho spiegato nell’articolo I Ciclopi e il concetto di rotondità del giugno 2009, presente nel mio blog di Meditazioni linguistiche. Anche un buco, una fessura rientrano nel concetto più vasto di “cavità”. L’abr. grav-ïule ‘viticci della vite’ ma anche ‘ravioli’ fa piena luce sull’etimo di quest’ultima parola considerata addirittura di origine oscura dal DELI.  I due significati attingono a piene mani al concetto di “avvolgimento, involto, involucro”, altro tipo di “rotondità” se non si vuole chiamare in ballo anche il lat. grav-idu(m) ‘carico, pieno, pesante, pregno, rigonfio’ con riferimento ai vari ingredienti con cui i ravioli si riempiono e rigonfiano.  Oppure si possono vedere i ravioli sotto l’aspetto del corpo, corpuscolo, tocco, piccola massa ecc. che è la stessa cosa.   In effetti l’abr. grav-ïule ’ravioli’ sopra citato si presenta come diminutivo di grava ‘pietra, ghiaia’ o del termine della fisica grave ‘corpo soggetto a gravità’.  Gli altri nomi con cui si indicano i ravioli o simili prodotti culinari in varie parti d’Italia confermano la tendenza a nominarli per quello che sono: sostanzialmente rotondità, appunto, rigonfiamenti.  In Piemonte si hanno gli agnolotti o agnellotti, nomi vicini a quello di anolini nel Piacentino che rimanda al lat. anulu(m) ‘anello’ con pronuncia palatale della nasale –n-, in Liguria si hanno i pansoti o pansotti dal dialettale pansa ‘pancia’, in Emilia e Lombardia ci sono i tortelli che diventano tordelli nella Toscana settentrionale. Il cremonese mar-ubino deve quindi fare i conti con la radice prelatina mar-, marr- ‘pietra’ da cui it. marrone ‘castagna’, abruzz. marrë ‘noce grossa con cui si tira alle cappe, nel gioco del nocino’,  abruzz. marrë ‘interiora di agnello avvolte negli intestini’, sicil. (a Gela-Cl) marr-éddra ‘matassa, complotto, fatto intricato’ e marr-iddru ‘imbroglio’.  

mercoledì 2 gennaio 2013

La voce BBUVE 'ferita, vescicola, eruzione cutanea, sfogo' del dialetto lucano di Gallicchio-Pz ma circolante ampiamente anche altrove, conferma che la legge di Grimm o rotazione consonantica andrebbe rivista




La voce  lucana bbùvë[1] corrisponde esattamente a quella di bua, buva ‘ferita’ presente nei nostri dialetti marsicani nel linguaggio cosiddetto infantile, usato sia dai bambini che dagli adulti che parlano con loro. Ad Aielli essa ha il significato di ‘ferita, sfogo’ mentre nei vocabolari italiani in genere appare col significato di ‘male, dolore, disturbo, malattia’, il quale ricompare, accanto all’altro, anche nel dialetto del non lontano paese di Trasacco[2].

I vocabolari, come al solito, si precipitano a sostenere un’origine onomatopeica della parola che, secondo il Devoto-Oli, sarebbe addirittura una “onomatopea elementare, fissata in un mugolio doloroso”: è forse vero che la parola bue, di simile struttura,  trae origine dal muggito dell’animale? Chi ci dà tanta ingiustificata sicurezza?  E così si seppellisce per l’eternità ogni ulteriore riflessione sul termine che invece ha una forza rivelatrice e rivoluzionaria senza pari, rispetto ai soliti schemi elaborati dai linguisti.  Ripeterò fino alla nausea che le parole considerate scherzose, infantili, eufemistiche e quant’altro (come fetta ‘piede’ del post Il lino delle fate […]) sono in realtà spessissimo, non il frutto della intenzionalità dell’homo loquens che a volte cercherebbe di addolcire la pillola o sarebbe in vena di scherzare, ma il risultato involontario di un decadere di quelle parole dallo status di membri di diritto del normale linguaggio ufficiale di una comunità, decadenza che può verificarsi per vari motivi, connessi comunque all’apparizione in quel linguaggio di termini omosemantici che vi acquistano maggiore influenza e rispettabilità, e salgono quindi all’apice della gradevolezza, oscurando gli altri dello stesso significato. I quali, per poter continuare a vivere, si adattano a svolgere funzioni marginali e particolari nella semiclandestinità, sperando magari che un colpo di fortuna li riporti un giorno a galla a godere la piena luce del sole.

Ora, a me sembra molto chiaro che il significato di ‘eruzione cutanea, sfogo, vescicola’ di lucano bbùvë connette il termine con la notissima radice di gr. phý-o ‘faccio crescere, creo, sono generato, sono per natura, ecc.’ in quanto ‘escrescenza, vescicola, eruzione’ che sono tutti concetti affini a quello fondamentale della radice, la quale indica la ‘forza della natura’ che dà vita alla vegetazione come attesta anche il gr. phyt-ón ‘vegetale, pianta, albero’ ma anche ‘ creatura, figlio, tumore, ulcera‘ [3].  Il concetto di “ferita, ulcera” dovrebbe essere nella fattispecie il risultato di questa forza della natura che erompe lacerando il tessuto della pelle. Da citare anche il gr. phŷ-ma ‘escrescenza, tumefazione, ascesso’, gr. phý-sis ‘natura, forza della natura, forze’.  Secondo i linguisti la radice base di queste voci sarebbe BHŪ, BHEWĒ : da essa deriverebbero varie forme verbali come lat. fu-i ‘fui, sono stato’, lat. fi-o ‘divento’, lat. fu-turu(m) ‘futuro’, ingl. to be ‘essere’, ingl. to bu-ild ‘costruire’, danese byld ‘foruncolo’, ted. bau-en ‘costruire, coltivare’, sscr. bhu ‘essere, far essere’, bháva-ti ‘è, diventa’.

 Da questo quadro emerge il fatto che parole in circolazione in Italia come la citata bua ’ferita’ presentano, tranne quelle latine, la labiale sonora iniziale come le forme germaniche corrispondenti: ne consegue, quindi,  che anche nell’antichità  dovettero incontrarsi su suolo italico parole appartenenti  a questa radice ma che presentavano un trattamento della sonora aspirata iniziale diverso da quello latino e uguale a quello germanico.  Pertanto sarei propenso a credere, come ho già rilevato nel post precedente La Madonna della Libera […], che le forme latine in fricativa sorda f- (che secondo la legge di Grimm[4] sarebbero derivate dall’aspirata originaria bh-) siano in realtà una sorta di varianti coesistenti con le altre da remotissimo tempo. Se c’è stata trasformazione, essa è avvenuta veramente in epoche lontanissime della preistoria. Lo schema della rotazione consonantica (o Lautverschiebung) previsto da quella legge può a mio parere continuare ad essere considerato valido ma con la consapevolezza, da parte dello studioso, che non di effettiva trasformazione consonantica si tratta, bensì di una più normale sostituzione di varianti, causata forse dalla libera inclinazione di ogni lingua o della parlata delle classi dominanti ad adottare questa o quella forma omosemantica. 

Se ben si riflette si può capire anche il motivo per cui la voce bua, buva (anche bubù [5]) è finita nell’ambito del linguaggio bambinesco. In verità essa aveva dato vita anche a termini col significato di ‘bambino, ragazzo’ come ingl. boy ‘ragazzo’, ted. Bube ‘ragazzo’, allo stesso modo in cui la radice greca corrispondente aveva sviluppato, molto naturalmente del resto, il significato di ‘creatura, essere vivente, figlio’ nel gr. phyt-ón, come abbiamo visto.  Ma la cosa è confermata dal composto tautologico gr. boú-pais ‘giovane fatto’, in cui, come ho più volte mostrato in altri casi, i due membri debbono avere lo stesso significato iniziale.  Quindi se -país significa ‘ragazzo, giovane’ l’altro membro boú- deve significare la stessa cosa.  Questo cosiddetto prefisso bou- che precede anche diversi altri termini, viene comunemente inteso come rafforzativo con l’idea di “grande, immenso”, ma che in questo caso esso significhi ‘ragazzo’, cioè un essere in crescita, ce lo conferma anche, a mio avviso, lo spartano boû-a ‘divisione dei fanciulli dai sette ai diciotto anni’.  La radice ricompare nell’altro composto tautologico gr. bou-kólos ‘pastore (-kólos) di buoi (bou-), bifolco’ che sembra un nome creato apposta per questo tipo di pastore.  Ma noi, che non abbocchiamo più a simili esche, pensiamo che in questo caso bou-  non stia per boû-s ‘bue, vacca’ ma contenga dentro di sé lo stesso significato di ted. bau-en ‘coltivare, costruire’ < a. a. ted. bu-an ‘coltivare, abitare’, danese bo ‘abitare’, significati che riconducono speditamente a lat. col-ere ‘coltivare, abitare, venerare’ e a –kól-os, 2° membro tautologico del composto. Il significato originario del composto doveva essere quello generico di ‘coltivatore, allevatore’ ma finì fatalmente per specializzarsi nel senso di cui sopra, data la presenza in greco del termine omofono boû-s ‘bove’ che andava a sovrapporsi al 1° membro, e la scomparsa, nella coscienza del parlante, del significato originario della radice bou- che è, in questo caso, variante della radice di gr. phý-o sopra analizzata.  Anche per il greco, allora, risulta un po’ stretto lo schema delle trasformazioni consonantiche nelle lingue del gruppo arioeuropeo, schema che prevede per le labiali sonore aspirate (bh) indoeuropee la trasformazione in labiali sorde aspirate (ph) per la lingua greca. 

A me sembra così di poter asserire, limitatamente agli esempi riportati, che forme non rispondenti ai canoni ufficiali delle trasformazioni consonantiche, fossero presenti, benchè in fase di decadimento, anche nella lingua greca, e che la loro coesistenza con le altre forme ufficiali non possa essere messa in dubbio: ciò toglie ad altre lingue, dove esse ricorrano, la possibilità di rivendicarle come esclusivamente proprie.


                                                         Viva la Libertà! 





[1]  Cfr. sito web Dizionario di Gallicchio. L’autrice M. G. Balzano lo ha compilato con professionalità e precisione.  Sotto la voce bbùvë sono elencati degli esempi da cui si evince che la parola non è affatto bambinesca in quel dialetto, tanto più che la Balzano, solitamente attenta, non ne evidenzia tale accezione.
 
[2] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, s. v.  Da tener presente anche il lat. boa(m), bova(m),boba(m) ‘serpente boa’ ma anche ‘roseola, eruzione cutanea’; marchigiano (a Fabriano) bo(v)a ‘enfiatura’ (cfr. I dialetti italiani, UTET, Torino  1998). 

[3] Cfr. G.Gemoll, Vocabolario greco-italiano, Edizioni R. Sandron, Firenze, ediz. 23.ma.

[4] La legge di Grimm riguarda specificamente le presunte trasformazioni in germanico delle consonanti dell’indo-europeo, ma di riflesso coinvolge anche le corrispettive trasformazioni in altre lingue del gruppo.  Faccio notare che anche in latino ricorrevano forme in labiale sonora al posto di quelle canoniche in fricativa sorda, come dimostra la parola boa(m),bova(m),boba(m) ‘roseola’ citata alla nota 2. A Trasacco si incontrano (Cfr. l’opera di Q. Lucarelli, citato alla nota 2.)   fëccùtë e pëccùtë con lo stesso significato di ‘profondo, cupo’.

[5] Cfr. T. De Mauro, Dizionario della lingua italiana, Paravia B. Mondadori Editori, Milano 2000. Nell’inglese dialettale si incontra la voce boo-boo ‘leggera ferita, contusione, graffio’.  Essa viene usata soprattutto per i bambini, dice il vocab. Merriam-Webster.  Non si esclude del tutto, quindi, un suo uso più generico, confermando così la mia tesi sull’originaria serietà di questi termini.

martedì 25 dicembre 2012

Cerere, Libero, Libera, antichissime divinità della natura e delle messi. Loro straordinario legame con voci dialettali abruzzesi, sarde e meridionali.


Questo testo è stato da me recuperato dopo averlo sbadatamente eliminato dalla sua collocazione nel mese di novembre   


Le Fate del precedente post, con il delicato  riflesso dei loro fili argentei, mi hanno fascinosamente incantato ed attratto nel mondo mitico e primordiale dell’agricoltura abitato da tante altre splendide figure, protagoniste di vicende belle e tristi nello stesso tempo, come bella e triste è  spesso la vita. 
Credo che tutti conoscano il mito di Proserpina (anche se, in tempi di economicismo dilagante e di conseguente arretramento della cultura classica la quale certo non sembra possa mai arrivare ad influenzare le Borse, questo può essere solo un pio desiderio), la giovane chiamata anche Libera e grecamente Kore, la bella figlia di Cerere, la dea della natura e in particolare delle messi, prima verdeggianti e poi bionde, le quali, si sa, hanno tratto da essa il nome di cereali, vivo e vegeto ancora ai nostri tempi.
 Proserpina un giorno coglieva lieta fiori variopinti nell’amena terra di Enna in Sicilia, presso il lago di Pergo, quando improvvisamente dal suolo emerse Plutone, dio dell’Ade, che rapì, tra le grida, la fanciulla caricandola sul suo carro splendente e portandola con sé per farne la regina dell’Averno.  Grande fu lo strazio della madre Cerere che ebbe pace solo quando ottenne da Giove che la figlia permanesse un terzo dell’anno negli Inferi e gli altri due terzi li passasse sulla terra.
Linguisticamente l’appellativo di Libera è certamente problematico, a tal punto che né gli antichi né i moderni credo ne abbiano dato una interpretazione perlomeno sostenibile, a meno che non lo si intenda come legato al presunto etimo del nome del suo compagno Libero, antico dio italico dell’agricoltura, figlio di Cerere anch’esso, identificato poi con Bacco, il Dioniso dei Greci.  In questo caso l’epiteto di Libero potrebbe essere giustificato dal fatto che il vino, sua invenzione, dona all’uomo ebbrezza e libertà di comportamento, ma questa spiegazione lascia sempre un certo retrogusto di insoddisfazione, data la sua banalità.  Le tre divinità della fertilità, che in qualche modo si contrapponevano alla triade capitolina, ebbero fin dagli inizi una connotazione campagnola e plebea, e un grande tempio sull’Aventino (496 a.C.) su prescrizione dei Libri Sibillini.
 I Liberalia nell’antica Roma erano una festività che si teneva il 17 marzo in onore di Libero e Libera, in cui la cerimonia più importante era quella che segnava il passaggio, da parte dei ragazzi, dall’età della fanciullezza a quella della pubertàe della maturità, quando essi indossavano la toga virile simbolo dell’avvenuto ingresso nella società civile dei grandi.  Il fatto di essere pubere o impubere era talmente importante per l’adolescente che il pater familias, almeno nei tempi più antichi, procedeva ad una diretta inspectio corporis ‘esame fisico’ per accertarsi della presenza nel suo corpo dei segni esteriori della maturità.  Ora, a me pare di scorgere un sottile ma tenace filo di collegamento tra il nome di Libero e quello latino di libero(s) ‘figli’, in quanto questa divinità era protettrice non solo dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento (frutti e animali) ma anche di quelli umani, come i figli appunto.  Pertanto sono incline a cercare per il lat. libero(s) un etimo senz’altro diverso da quello solito, dato per scontato sia dagli antichi che dai moderni: i libero(s) ‘figli’ costituirebbero, a detta degli studiosi, la parte “libera” della famiglia che si contrapponeva ai servi ‘schiavi’.  A voler essere pignoli, però, anche i genitori dei figli “liberi” erano parte libera della famiglia ma senza avere quella denominazione. A nessuno è venuto mai in mente, poi, la considerazione (visto che le parole raramente nascono per indicare i concetti di cui si caricano solo nella loro lunga storia, come ho ribadito più e più volte) che probabilmente i figli degli schiavi non poterono continuare a fregiarsi (da quando?) dello stesso nome di libero(s), che precedentemente forse avevano anche loro, solo a partire da una certa data in poi (da quando?) nella lunga storia di un popolo e della sua lingua: se fosse rimasto infatti quel nome anche per loro, si sarebbe verificata una brutale contraddizione in termini, data l’esistenza in latino (da quando?) dell’aggettivo parallelo libero(s)‘liberi’ a cui inevitabilmente sarebbe stata connessa la parola: ma essi erano di fatto schiavi perché figli di schiavi!
 Ora, se gli antichi non avevano gli strumenti per sventare le insidie e le trappole messe in opera, per così dire, dalla Lingua stessa, per i moderni non è bello schermirsi dietro la medesima attenuante.  In effetti in questo caso la parola dovette subire il solito processo di specializzazione che restringeva il suo significato, precedentemente più ampio, ai soli figli degli uomini liberi.  La parola poteva, infatti, anche provenire da epoche primitive in cui non esisteva ancora l’istituto della schiavitù, o poteva essere un prestito antico da una comunità limitrofa a quella latina in cui non esisteva, magari, l’aggettivo latino liberu(m) ’libero’ con cui essa fu costretta a fare i conti solo dopo l’ingresso nella nuova comunità di parlanti, per continuare a vivere  senza creare contraddizioni. Il suo uso storicamente attestato, infatti, che includeva anche i ‘piccoli degli animali’, è già un forte indizio in tal senso. E dobbiamo sempre ricordarci che ogni lingua non è mai il risultato di un’operazione svoltasi in uno stesso luogo e in uno stesso torno di tempo: anzi, usando un’espressione non tecnica ma che rende bene l’idea, si può senz’altro asserire che non c’è istituzione umana più bastarda di quella rappresentata dalla Lingua che, fin dalle origini, fu il punto d’incontro di rivoli innumerevoli provenienti da ogni direzione, checchè ci possa suggerire il cieco orgoglio umano che tende sempre a innalzare muri divisori tra gruppo e gruppo, popolo e popolo, razza e razza. Ma vogliamo renderci conto una volta per tutte che persino con gli scimpanzè condividiamo il 99% del patrimonio genetico[1], e che è finito il tempo in cui i preti di campagna, e non solo, allibivano inorriditi alla sola idea della possibilità della derivazione dell’uomo da un antenato comune con le scimmie?
 Ora, quello che secondo me dà il colpo di grazia alla vecchia etimologia di libero(s)sono alcune voci dei dialetti abruzzesi come il cerchiese lìvërë dë tumènda , con la variante làvërë, [2]‘batuffolo di stoppa (tumènda)’, trasaccano jìvië [3] ‘stoppa filata e raffinata, pronta per la tessitura’, da *livëlë con palatalizzazione della laterale –l-, come attestano i vari abr. lìvele, lévule, lèvïe [4], varianti della forma cerchiese per alternanzar/l,  dai significati uguali o simili ai precedenti. A questi va aggiunto, secondo me, il sardo logud. lèppere che significa ‘lepre’ ma anche ‘pube’ ( lat. pubem ‘peli’) la cui radice rispunta, a mio avviso, nel campidanese lepp-erangiòlu ’ragnatela’[5]. Quello che a me sembra una naturale ma linguisticamente importante, oltre che stupenda, conseguenza è presto detta.  Il dio italico Liber ’Libero’, infatti, non può che essere l’ipostatizzazione del concetto di “filo, stelo, erba, grano, crescita, ecc.”  espresso da questa radice, e di quant’altro possa rientrare in esso, compresi i cuccioli degli animali e degli uomini (liberos): in altri post ho puntato l’attenzione proprio sul ricorrente rapporto, nelle lingue, tra il concetto  di ‘pollone, piantina’ e quello di ‘cucciolo, figlio’. Lo stesso fatto che Libero e Libera erano considerati figli di Cerere sta ad indicare, a mio avviso, che questi nomi avevano tra i significati originari anche quelli di ‘figlio’ e ‘figlia’. Un’altra bellissima conseguenza scaturisce dalle considerazioni precedenti: i termini dialettali laòre, laùre, lavùre, labòre, liòriecc. ‘cereali, grano, frumento, ecc.’, diffusi soprattutto in Sardegna ma anche in alcune zone del Meridione d’Italia, sono la fotocopia dei cerchiesi làvërë e livërë ‘batuffolo (di stoppa)’ in quanto ‘insieme di fili’.  Tutti i linguisti, compreso il grande G. Rohlfs, non hanno potuto fare altro che rimandare, per queste voci, al lat. labore(m) ‘lavoro’, termine con cui certamente è avvenuto l’incrocio, che ha causato lo spostamento  in avanti del loro accento tonico ed aggiunto all’antico e prioritario significato di ‘stelo, peluria (del grano appena spuntato), filo, erba, cereali, messi’ quelli di ‘aratura, seminagione, ecc.’ attualmente compresenti in genere con l’altro[6]. La forma originaria della voce laòre non doveva essere diversa da quella del lat. lauru(m)‘alloro’ che è pur sempre una “pianta”, concetto in cui rientra quello di “escrescenza, vegetazione, erba”. L’espressione latina vite(m) labr-usca(m), lambr-usca(m)‘lambrusca’ (rum. leur-usca) o simili (non possiamo credere che ci sia arrivato tutto il patrimonio lessicale del passato!) può spiegare il passaggio del dio Libero, da protettore generico  di ogni forma di vegetazione e di vita, a dio specifico della vite e del vino.  Anche per il toponimo storico-geografico di Terra di Lavoro, una parte della Campania felix, così chiamata per l’abbondanza dei prodotti agricoli, bisogna pensare ad un’etimologia consona al suo simbolo costituito da cornucopie stracolme di frutti dei campi.  In antico era nota come Leboriae[7], parola molto vicina a quella di Libero, dio della fecondità.  Ma non bisogna scartare nemmeno l’ipotesi che all’origine il nome si riferisse alla caratteristica geomorfica del terreno pianeggiante e che pertanto esso potesse richiamare il gr.leur-ós ‘ampio, disteso, libero’.  Aggiungerei a queste parole il siciliano laur-india ‘granturco’[8] e il sardo gallurese lara di ragnu ‘ragnatela’  il cui primo termine lara significa, sempre in gallurese, ‘velo trasparente’ e deve provenire da una forma *laura o *labra  strettamente legata alle forme citate laòre, laùre, ecc. per ‘cereali’, al cerchiese lavërë ‘batuffolo di stoppa’ e quindi ai significati di ‘steli, fili, insieme di fili, tessuto’.  In effetti anche gallurese laru vale ‘lauro, alloro’.
 La lingua sarda non è in fondo così lontana dai nostri dialetti come l’apparenza indurrebbe a credere.  Ricordo che quando sentivo i Sardi parlare nel loro idioma del Sarrabus, a Villaputzu-Ca dove molto tempo fa ho insegnato per un paio d’anni, oltre a restarne affascinato, data la mia naturale attrazione per ogni loquela, mi sembrava nel contempo di essere caduto nel bel mezzo di un popolo barbaro, dagli accenti molto lontani dai miei.  Poi, pian piano mi resi conto che in effetti molte loro parole non mi erano così estranee perché di ascendenza latina o greca.  Il sardo logud. e nuor. livrìa ‘ragazzaglia, bambinaglia’ conferma il significato di ‘bambino, ragazzo, rampollo’ della radice.
E’ quasi incredibile ma, a mio parere, i fatti stanno lì a dimostrare che i termini con cui veniva indicata la toga virile stessa alludono tutti al concetto di ‘peluria’ (quella del pube e della prima barba) al di là dei significati di superficie.  La toga libera, infatti, che inviterebbe a trovare un etimo ruotante intorno al concetto di “libertà” [9], non può invece che riferirsi, per quello che abbiamo detto più sopra sul dio Libero, all’età della pubescenza, cioè dell’apparizione dei primi peli nel ragazzo.  La toga pura non è la toga priva degli ornamenti della pretesta (la toga che portavano i fanciulli ornata da un bordo rosso) ma di nuovo una toga alludente alla pubescenza se si tiene presente l’ingl. fur ‘peluria, pelliccia’ e l’aiellese, cerchiese pirë ‘pelo’ che, è vero, potrebbe rientrare nel gioco dell’alternanza r/l, alternanza che però va spessissimo risolta, a mio avviso, nel senso di una diversità originaria delle due forme[10].  Ancora più incredibile, ma per me veritiera (dati questi precedenti), la considerazione che la stessa denominazione di toga virile  non debba trarre origine dal suo indicare  l’ingresso dei ragazzi nel mondo degli adulti (da lat. virum ’uomo fatto’) ma sempre dal fatto più concreto e diretto che essi entrano nella pubertà: cfr. ingl. wire ‘filo metallico’, specializzazione di un significato più generico come mostra il termine plumb wire ‘filo a piombo’ e il composto wire-haired  ‘a pelo ruvido’ detto del fox terrier, in cui si ha comunque già una specializzazione del significato, forse dovuta all’influsso di quello di wire ‘filo metallico’.  L’it.birillo deve avere un qualche rapporto con la radice in questione, come certamente le varianti abr. pire ’piolo, grosso bastone’, pir-òle[11] ‘cavicchietto per tendere le corde del violino’, it.pir-one ‘cavicchio, perno’, friul.pìre[12]‘farro piccolo’, sloveno pira, pir [13]‘farro piccolo’, gr. pyr-ós ‘grano, fru-mento’[14].  Del resto anche il signif. di lat. viru(m) ‘uomo forte, uomo fatto, adulto’ poco risponderebbe alla realtà di adolescenti, anche se non più imberbi, tra i 14 e i 18 anni che prendevano la toga virile, benchè in effetti con questa cerimonia entrassero nella categoria degli uomini.
Libera, l’altro nome di Proserpina o Kore, per la quale ultima rimando al post Le Procaristeriedell’ottobre 2009,   era dunque uno dei diversi nomi che dovevano indicare la divinità femminile del rigoglio della Natura a primavera come ad esempio la stessa Cerere.  L’etimo di Proserpina mi sembra scontato se il lat. pro-serp-ere indica anche lo ‘spuntare, germogliare’ dei vegetali, oltre allo ‘strisciare avanzando’.  Quello di Cer-ere, allotropo di Kore, di cui parlo sempre nel post citato, è da ricondurre a forme simili al gr. kór-os, con varianti, che significa oltre a ‘fanciullo’ anche ‘rampollo, stelo, giunco’ secondo la ratiodi cui abbiamo parlato.   Nei dialetti centro meridionali la carus-ella (cfr. lat. Ceres‘Cerere’) è un tipo di grano con scarse ariste, il che ci potrebbe fuorviare nella individuazione del suo giusto etimo, a causa dell’incrocio col dialettale carus-are ‘rapare a zero, tosare (le pecore)’.  Ma l’it. carosella ‘finocchiella’ ci riporta sulla retta strada e ci dice che questi significati sono solo una specializzazione di quello più generico a monte che li comprende tutti, specializzazione che confonde le nostre menti, se non sono diventate immuni a simili inganni di prospettiva.  Le voci dialettali centromeridionali come trasaccano carusë[15] ‘ragazzo con la testa rasata’ ma anche ‘cavalluccio, somarello matto’ , abr. carósë [16]‘tosatura di capelli’ ma anche ‘puledra’, siciliano carusu ‘ragazzo, fanciullo’, voci che in diversi dialetti ritengono, appunto, anche il sign. di ‘puledro’, non possono essere associate al diffusisssimo verbo carus-are di cui ho parlato sopra.  Si tratta della solita sovrapposizione di termini che non può assolutamente guastare il meraviglioso armonico rapporto tra il concetto di ‘filo, grano’ e quelli di ‘puledro, cucciolo di animale’ e di ‘cucciolo umano, figlio, ragazzo’ espressi tutti dalla stessa radice car-us-.  Anche i termini come it. cors-iere (cavallo da corsa e da combattimento), ingl. horse ‘cavallo’, a. frisone hars’cavallo’,  ted. Ross ‘destriero’ e persino l’aggettivo dell’espressione cane corso[17] appartengono a questa famiglia, diversamente da come pensano tutti i linguisti che ne additano soddisfatti come etimo, per il sign. di ‘cavallo’, la radice del verbo lat.curr-ere ‘correre’.  Insopportabile! perché non si accorgono di essere caduti nella trappola della individuazione di un etimo in base alla sua indicazione di funzioni del referente  più o meno marginali.
I Liberalia, in base a quanto siamo venuti osservando, si rivelano quindi come una delle tante feste della Primavera che con nomi diversi erano celebrate presso tutti i popoli antichi, presso ogni grande o piccola comunità agreste; feste che dovevano rinsaldare il vincolo tra tutti i viventi, vegetali, animali e uomini, anch’essi parte del gran concerto della Natura, e che qui, nei Liberalia, con le cerimonie centrali che sottolineavano con gioia la realtà dei ragazzi divenuti puberi[18], si sentivano partecipi della stessa sorte dei teneri fili del grano in erba che  assicurava loro la sopravvivenza per il presente, attraverso il successivo raccolto delle messi, mentre la persistenza del loro nome nel futuro veniva garantita dai propri rampolli divenuti, con la raggiunta pubertà, uomini a tutti gli effetti.
Beate le antiche età, soprattutto quelle più remote! in cui gli uomini avvertivano profondamente  (perché era la lingua stessa che usavano e che non aveva ancora completamente coperto i significati originari delle parole a dichiararlo) di essere integrati in una vasta rete di rapporti che teneva insieme divinità, uomini, animali, vegetazione fino all’ultimo filo d’erba, e anche territorio, conosciuto a menadito e sotto la protezione delle divinità locali, piccole e grandi, che popolavano i monti, le valli e le fonti, rete che permetteva loro di superare le difficoltà della vita, che pure erano tante, con uno stato d’animo forse più pacato e virilmente fiducioso, perché le loro radici erano saldamente immerse nel grembo della Terra Madre che respirava all’unisono con i loro cuori. Ebbene la Lingua, come abbiamo visto, ha registrato e trasmesso stupendamente fino a noi questa ancestrale e armoniosa visione animistica della realtà.  Di animismo in generale avevamo già letto e sentito parlare da parte degli studiosi, ma davvero straordinario e sorprendente è riscontrarlo di mito in mito, di parola in parola, magari  in quelle dei nostri dialetti.
La mia fanciullezza e adolescenza si è svolta tutta entro un quadro del genere: contadini al lavoro nei campi, molti animali nelle stalle o sparsi nella campagna e nei pascoli, stradine e sentieri dove, mentre seguivo la mia asina Carmela che procedeva lenta, ritornando al paese che si stagliava severo in lontananza come in una tela di un macchiaiolo dell’Ottocento, sotto il peso di qualche sacco di patate o quello di un certo numero di manóppjë di grano o di tórzë[19] di frasche, improvvisamente poteva spuntare strisciando, facendomi lì per lì rabbrividire, un lungo pasturavàcchë dalla pelle striata, o frullare via dalle siepi una frattaròla o una cràstëla, tra lo stormire ora piano e appena avvertibile, ora più franco e sonoro, delle foglie dei pioppi, degli olmi, dei cerri sulle cui cime andava spesso a posarsi il volo bianco e nero di una ciciaccòva[20]. Le antiche divinità agresti erano, è vero, scomparse da gran tempo, non c’era più nemmeno un’ombra di possibilità di scorgere, oltre il recinto d’un orto, la rude immagine lignea di Priàpo lascivo o quella più gentile di Pomona dalle forme abbondanti: esse avevano lasciato il posto a qualche malandato e improbabile spaventapasseri, a streghe e stregoni, ad esseri non meglio identificati che, soprattutto di notte e in punti determinati, potevano far sentire la loro presenza, più spesso paurosa e malefica che benefica. 
Ora, con la modernità  che ha portato con sé una rivoluzione epocale a cui può stare a fronte solo l’invenzione dell’agricoltura (guarda caso!) avvenuta dieci-quindicimila anni fa nella Mezzaluna Fertile del vicino Oriente che però non scombussolò totalmente il rapporto uomo-natura rispetto alla precedente società di cacciatori e raccoglitori, circolano vetture per le strade ma quasi più nessuno circola nelle campagne abbandonate e nemmeno in paese, divenuto sempre più vuoto di uomini ed animali, soprattutto nei lunghi mesi invernali.  L’ultimo straziante raglio dell’ultimo asino, l’ho udito un paio d’anni fa.  Ha vinto la modernità rombante, incontenibile, chiassosa, metropolitana che sa di fabbriche, macchine, velocità, telefonini, tutte cose che possono essere buone, per carità, e spesso lo sono, ma che forse in cambio chiedono troppo, il respiro e l’anima dell’uomo, una volta laceratasi quella rete che lo teneva in stretta simbiosi con la Natura dal ritmo lento, ampio, serenatore e solenne.
Con il cuore gonfio di questi umori un po’ nostalgici, ma soprattutto dolenti, insofferenti e ribelli, scrissi già molti anni or sono questa poesia dedicata allo sfortunato poeta russo Esenin e a tutti quelli cui come a lui “morire non è nuovo sotto il sole, ma più nuovo non è nemmeno vivere”.

                                             A Sergio Esenin


                         O Sergio Esenin, qualcuno si sfama
                         col tuo pane impastato di rancore
                         e dei versi le rosse bacche serba
                         dentro un bianco cofano di cristallo;
                         e spremerà la loro asprigna polpa
                         per un decotto soltanto a lui noto
                         che caccerà dall’anima il catarro
                         accumulato da un selvaggio vento
                         che lacera la vita come panno.

                         O Sergio Esenin, tu non fosti l’ultimo
                         poeta contadino!  Se mi versi
                         nel bicchiere un po’ di vino, che scaldi
                         il petto come sole meridiano,
                         sentirai un rozzo canto campagnolo 
                         odoroso di menta e di reseda
                         celebrare la tua celeste Russia
                         di betulle, di aceri e di capanne
                         che so d’amare quanto la mia terra.

                          Insieme noi a raccolta chiameremo
                          le poche mucche al pascolo nei prati
                          che subito al richiamo accorreranno
                          e nelle nostre mani carezzanti
                          la bava, tra i muggiti, coleranno
                          del dolore: chiederanno giustizia
                          per l’aratro schernito dal trattore,
                          per i piccoli sottratti alle poppe
                          dalla mano impietosa del mercante.

                          Insieme noi a raccolta chiameremo
                          ancora i radi branchi di cavalli
                          nascosti nelle valli in mezzo ai monti
                          che lugubre un rimbombo ululeranno
                          di tamburi ossessionanti, battuti
                          dai batacchi di piedi tempestanti:
                          dalle loro acquose pupille nere
                          berremo tutta la disperazione
                          di quella razza fiera in estinzione.

                           Insieme noi a raccolta chiameremo
                           ancora i pochi greggi latitanti
                           e dalle loro bocche ascolteremo
                           la triste nenia che li tiene in vita;
                           usciranno anche i porci dalle stalle
                           scardinando la porta che li chiude;
                           i somari, annusata la rivolta,
                           coi denti spezzeranno la cavezza
                           e il giorno tremerà del loro grido!

                           Insieme tutti quanti marceremo
                           lungo le larghe strade nazionali,
                           saremo cento, mille e più di mille
                           nessuno ormai fermare ci potrà;
                           gli artigli adunchi di feroci galli
                           a chi s’oppone caveranno gli occhi,
                           tra la maciulla delle nostre zampe
                           stritoleremo la città di ferro
                           nemica della nostra umanità.

                           O Sergio Esenin, più non moriremo!


Sono certo che tra il discreto numero di persone che leggono questi miei post, c’è qualche linguista di professione. Mi farebbe molto piacere sentirne il parere,  di qualunque tenore esso fosse, specie su quest’ultimo post, ma non credo che ciò succederà mai.  In Italia purtroppo per essere non dico riconosciuto e apprezzato (se del caso), ma semplicemente per essere ascoltato (e credo di averne acquisito almeno il diritto, con la mia dedizione senza limiti alle parole, che dura da diversi decenni e che, a mio parere, ha ottenuto risultati non trascurabili) bisogna che qualcuno ti appiccichi una coccarda sul cappello e ti includa in questa o quella consorteria accademica di cui dovrai adottare i vezzi, i pregiudizi, i tecnicismi e persino un certo modo di scrivere, altrimenti  nessuno ti degnerà di uno sguardo.  E pensare che ringrazierei molto anche chi avesse un’idea opposta alla mia e stroncasse, con argomenti credibili, i miei articoli. Too bad!!!
                                             






[1] L’80% lo condividiamo con un verme di 1 mm, il Caenorhabditis elegans, e il 50% con la comune banana. Il che significa che la Vita è paragonabile ad una sorta di piramide il cui apice è rappresentato dall’uomo. La metafora, però, è in certo senso fuorviante perché induce a pensare che la Vita sia stata un processo lineare che ha condotto direttamente all’uomo, quando invece si è avuta una evoluzione estremamente incerta, casuale, imprevedibile. Naturalmente non voglio assolutamente liquidare, con due parole, la questione della spiritualità dell’uomo che richiede ben altre riflessioni e considerazioni che potrebbero, almeno in linea teorica, anche aprire la porta a dimensioni diverse da quelle del cosiddetto riduzionismo biologico.
.
[2] Cfr. F. Amiconi, Tradizioni popolari marsicane: il dialetto cerchiese, Museo civico di Cerchio-Aq, anno VII 2004, Quaderno 57, sub voce.  

[3] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà F-P,  Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, s.v.

[4] Cfr. D.Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio 2004, s.v.  Alla base di questi termini deve porsi qualche variante con labiale sonora della voce cerchiese lippë‘filo, pelo’, trasaccano lippë ‘filo d’erba o qualsiasi coltura dallo stelo esile’, trasaccano leppa ‘filo minuto d’erba o di paglia;  stecchi che restano attaccati alla fibra della canapa, dopo la gramolatura’ oltre che ‘striscia di carta o di stoffa; stringa’; fr. livrée ‘pelame, piumaggio, lanugine (di certi animali)’ oltre che ‘livrea’: quest’ultimo significato deve essere specializzazione di uno precedente di ‘pellicia, mantello, toga, abito’, con movimento inverso rispetto a quello sotteso al suo etimo corrente che parte dal supposto significato originario di ‘(divisa) consegnata (alla servitù)’, dal p.pass. del verbo livrer ‘consegnare’. Le parole sono sempre in cerca di specializzazioni e, appena possono, cambiano significato.  Segue ancora tras. leppë ‘bordo, piega degli abiti, orlo’, in altri termini una specializzazione del prec. leppa, varianti di tras. lappë ‘piega che forma il bordo degli abiti, orlo’. E’ inevitabile il confronto con l’ingl. lap ‘falda, lembo ripieghevole’, ingl. lip ‘labbro, orlo, bordo’, ted. Lappen ‘pannicello, cencio, straccio’. Queste parole dialettali mi sembrano di stampo germanico con il gioco dell’apofonia tipico di quelle lingue.  Ma anche qui, più che di apofonia, io parlerei di varianti originarie esistenti prima indipendentemente, e poi avvicinatesi a dar vita a quei rapporti che solo in apparenza sembrano generati dall’apofonia, cioè dalla presunta trasformazione del suono della vocale radicale. Naturalmente non si può credere che le voci trasaccane siano state portate da qualche ondata di invasori germanici nel medioevo. Esse vivevano sul nostro suolo marsicano da tempi remotissimi come dimostrano i significati interdipendenti di ‘filo d’erba o paglia, stringa, striscia di carta o di stoffa’ di tras. leppa,  dei quali quello di ‘striscia’ si è già avviato a diventare ‘falda, bordo, piega’. Anche l’it. lippa, gioco i cui strumenti essenziali sono due bastoni, uno più piccolo e appuntito alle due estremità, non può che essere un derivato di questa radice col valore generico di ‘stelo’ e quindi di ‘bastone, mazza’.

[5]  Ricorrono, sempre in campidanese, le forme lappa de arrangiolu (lat. araneolum ‘ragnetto’) ‘ragnatela’ o semplicemente lappa ‘ragnatela’. Mi pare incontestabile che queste radici sono le stesse di quelle abruzzesi elencate nella nota precedente nel loro valore essenziale di ‘stelo, filo’.  Per campid. lepp-erangiòlu si può legittimamente supporre una forma lepper-angiòlu, proveniente per semplificazione (aplologia) da un precedente *lepper-arangiòlu

[6]Adesso, col senno di poi, constatiamo che i Sardi, con l’arrivo dei Romani, mai dismisero l’uso di questi antichissimi nomi di cereali (laòre, liòri) con l’intenzione di sostituirlo con un termine latino, labore(m) ‘lavoro’, che con essi aveva solo un piuttosto vago rapporto.

[7] Plinio, Nat. Hist., XVIII, 11.

[8] Cfr. M.Cortelazzo-C.Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino 1998. Le varianti ivi riportate laurìnnia, raudìnnia, raudìndia, piuttosto che confermare l’ipotesi da nessuno messa in discussione che l’etimo di queste voci sarebbe ‘grano d’India’, mi spingono a pensare che doveva esistere, precedentemnte, una forma *laurinja, normale svolgimento di laurino, forma aggettivale riferita non ad un tipo di grano ma ad un arbusto detto erba laurina.  Ora è molto facile che un possibile tipo lessicale *laurinja, laurinnja riferito al ‘grano’, sotto la spinta dell’esigenza di dare un nome a nuove granaglie provenienti dall’estero, desse vita, per etimologia popolare, ad una forma come la citata laur-india, specializzazione per ‘granturco’. Lo stesso fenomeno potrebbe essersi verificato per il termine dindo ‘tacchino’ e simili, animale importato dal Nord-America.  Il fatto è che il termine sembra derivare dall’espressione gallo d’India, già usata però per indicare la ‘gallina faraona’, nota ab antiquo.  E’ presumibile, quindi, che si siano avute, a partire dalla voce gallina, forme come *gallinja, *gallinnja, *gallindia propedeutiche all’interpretazione gallo d’India, che ha dato vita alle abbreviazioni dialettali dindo, dindio, ecc. Nel dialetto di Gallicchio-Pz (cfr. relativo sito web) la voce fichëlìnë ‘fico d’India’, che formalmente è solo un doppio diminutivo di fico (cfr. dimin. lat. ficulam ‘piccolo fico’), si è trasformata in un aperto ‘fico d’India’, appunto: la trasformazione di significato non è stata qui sufficiente a modificare il diminutivo di partenza fichëlinë in fichëlìnjë e poi fichëlindië per adattarlo al nuovo significato.

[9]  Ovidio stesso (Fasti, III, 771 ss.) si chiede perché la toga libera si riceveva il 17 marzo, giorno sacro a Libero. Le sue varie risposte non potevano non ruotare intorno ai valori saputi di lat. liberu(m) ‘libero’.  Ma anche gli studiosi moderni, dopo alcuni secoli di studi linguistici, a quelle domande non sanno dare una risposta fondamentalmente diversa da quelle di Ovidio, anzi taluni sono rassegnati alla impossibilità di trovare una spiegazione valida al problema, come D. Sabbatucci il quale sostiene: «Naturalmente sono domande destinate a restare senza risposta, o si risponde ad esse con vaghe congetture» (cfr. D. Sabbatucci, La religione di Roma antica dal calendario festivo all’ordine cosmico, Milano 1988, p. 104).  Tutto ciò significa, a mio avviso, che la linguistica non ha sostanzialmente ancora fornito all’uomo moderno gli strumenti adatti a penetrare almeno un po’ più a fondo nella verità degli antichi usi, miti e divinità. Il problema dei problemi è rappresentato, come ho detto più volte, dalla estrema elasticità del significato di una parola, caratteristica che se da un lato permette di collegare tra loro svariate categorie di termini, dall’altro finisce con lo scombussolare gli schemi e i metodi tradizionali degli studiosi, che per questo, credo, mussant.  Prima di scoprire le due parole del lessico cerchiese legate al lat. libero(s) ‘figli’ io già supponevo che l’etimo della parola latina dovesse essere legato al concetto di ‘rampollo, pollone, stelo’ e non a quello di ‘libertà’ ma non avevo ancora uno straccio di radice che me lo confermasse.   Ciò significa che il mio metodo, sia detto senza alcuna iattanza, deve essere quello giusto.  Un’altra verità, che mi si rivela ogni giorno più solida, è che le parole, liberate da tutte le incrostazioni accumulatesi nei secoli e millenni, puntano dritte alla natura fondamentale del referente, e che quindi è senz’altro fuorviante lasciarsi accarezzare da altri concetti che hanno rapporti casuali e superficiali con essa, anche quando il loro significato sembra del tutto appropriato al referente, pur senza coglierne l’essenza.

[10]  Negli stessi paesi di Aielli, Cerchio e altrove ricorre la forma firë per ‘filo’ che, ribadisco, mi sembra un errore considerare derivata da lat. filu(m) ‘filo’. Essa mi sembra più simile ad ingl. fur ‘peluria, pelliccia’, lat. fer-ula(m) ‘bacchetta, ramoscello, germoglio di vite’, ingl. fir ‘abete’, lat. piru(m)’pero’, lat. far ‘farro, spelta, grano’ di cui si parlerà più sotto nell’articolo, francoprovenzale far-bela, fer-bela‘frangia, falpalà’, ingl. fur-bellow ‘falpalà’, lat. far-faru(m), far-feru(m) ‘farfaro’ (con radice raddoppiata), un tipo d’erba, fr. foarre, fouarre ‘paglia difru-mento’.  Il fru- di lat. fru-mentu(m)  trova  riscontro, a mio parere, nell’umbro fri delle Tavole Iguvine inteso come ‘le messi’.  Non credo che esso sia un accorciativo di lat. fruges ‘prodotti, cereali’: semmai è quest’ultimo ampliamento dell’altro. E non credo che c’entri, almeno direttamente, il verbo lat. frui‘godere, fruire’, come si sostiene. Il suffisso –mentu(m), comune a tante parole, qui, in funzione tautologica, credo corrisponda per il significato al lat. mentu(m) ‘mento’, lat. ment-ula(m)’pene’, lat. menta(m) ‘menta’ col valore di fondo di ‘escrescenza, protuberanza’.

[11] Cfr. D. Bielli, cit.,s.v.

[12]  Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato, I Dialetti Italiani, cit., s.v.

[13] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato,  I Dialetti Italiani, cit.,  s. v. pìre. La Marcato riporta anche le forme friulane pire-fàre, pire-spèlte per la stessa pianta in cui lei suppone  che le voci fare e spelte, che significano ‘farro’, servano a rinverdire il signif. di pire divenuto oscuro.  Ma a me pare che si tratti semplicemente di due splendidi esempi di composti tautologici.  I linguisti li hanno poco studiati.  Anche il diminutivo latino fur-unculu(m) ‘getto della vite; foruncolo’ è ora che la smetta di nascondersi sotto la veste del ladruncolo (lat. fur-em ‘ladro’) che ruberebbe la linfa alle piante, e si rassegni a far parte di queste radici per ‘filo, pollone, germoglio, tralcio’ che facilmente diventano ‘escrescenze cutanee’ più o meno purulente nelle varianti dialettali marsicane pura, purélla, përélla, purijjë.  Il lat. ferv-unculu(m), forma parallela di fur-unculu(m), è più vicina all’idea base dei due termini, con il suo richiamo al verbo ferv-ere ‘fervere, bollire, ardere’.

[14]Fanno parte della serie anche le voci, registrate dal Bielli, come vurë che, oltre a ‘borea’, significa ‘vigore, forza della terra’ (con allusione alla forza della vegetazione), vurrë ‘vivace’, termine che presuppone una variante *virrë ‘vivace’ se questo stesso è attestato nel Bielli col significato di ‘bizze, capricci dei bambini’.  Sono certo che frugando tra i lessici dei dialetti si potrebbe incontrare un *biro, *viro col significato di ‘bambino, ragazzo’, termine che entrerebbe in contrasto, per la nostra mentalità, col lat. viru(m) ‘uomo fatto, eroe’, benchè la radice sia, a mio avviso, la stessa: si tratta sempre della stessa ‘forza’ della natura che, di parlata in parlata, si concretizza nell’uno o nell’altro modo. L’italiano borra  proviene da un tardo lat. bura(m), burra(m) ‘stoppa, imbottitura’, variante dell’altra radice con labiale sorda.  Il Pianigiani, nel suo dizionario presente in rete, attesta che il termine borra era usato anche col valore di ‘forza fisica e psicologica’,  confermando quindi il significato di ‘vivace’ delle voci abruzzesi sopra citate.   Solo che lui trae questo significato da un supposto uso metaforico del termine.  La realtà è che la radice aveva in sé ab origine il significato di ‘forza’, in questo caso della Natura, che faceva spuntare erbe, piante e tutto il resto.

[15]  Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq  2003, sub voce.

[16]  Cfr. D. Bielli, cit., s.v.

[17]  La radice prima di questi termini per ‘cavallo’ è rappresentata, a mio parere, dalla voce khar ‘asino’ dei dialetti iranici del Pamir, e sono convinto che le espressioni arri qua, arri là, rivolte nel mio paese ai soli somari come incitamento a procedere in una direzione o nell’altra, nasconda sotto la voce arri  un precedente *harri proveniente dal suddetto khar ‘asino’.  Ma dovrebbe esserci dietro anche una radice per 'andare, procedere'.

[18]  La festa consisteva anche in una processione alla cui testa svettava una pertica con sulla sommità un vistoso fallo, simbolo di fertilità e fecondità presso molte delle antiche civiltà mediterranee.  Ma è da aspettarsi che i concetti stessi di “pertica” e “fallo” fossero in stretto rapporto con quello di “germoglio, pelo, filo, stelo, cereale, figlio” o di “turgore” della primavera, che è la stessa cosa.  Finita la processione, una virtuosa e rispettata matrona poneva una corona sul fallo.  A me pare molto credibile che le odierne Madonne della Libera diffuse un po’ in tutta l’Italia centromeridionale continuino la tradizione antichissima legata alla dea pagana Libera. Naturalmente tutti gli aspetti sessuali e sensuali di quella festa non potevano che scomparire nella nuova temperie spirituale, a volte fortemente sessuofobica, del Cristianesimo.  Ma l’immagine della Madonna della Libera, come appare in un antico quadro conservato nel santuario di Rodi Garganico, mi sembra che abbia mantenuto qualche tratto inconfondibile che la lega al passato: essa non solo presenta la Madonna col bambino Gesù, come la maggior parte delle Madonne della Libera (sottolineando così la sua funzione di procreatrice), ma raffigura il bambino mentre gioca con una colomba trattenuta da un filo.  Ritorna il concetto di “filo” che è alla base delle latine Liberalia.  Anche le due croci impresse una sul collo e l’altra sul palmo della mano destra dovrebbero rimandare al gr. króke ‘filo, trama’. La crocetta è un’ottima erba da foraggio. Si incontra anche l’abruzzese cròcchiele ’parte di un gomitolo, che si stacca dall’intero in forma di matassina; gretola della rocca’ (vocab. del Bielli) derivante da un precedente *croc-ula.  La colomba peraltro era uccello sacro a Venere, dea dell’amore e della fecondità: naturalmente questo simbolo si incrocia qui con quello di origine biblica che rappresentava la pace, la serenità, la bontà, il bene. La stessa dea Libera, secondo quanto leggo in un sito internet, era considerata vergine e generò un bambino, che divenne suo paredro. Sta di fatto comunque che sotto il titolo di Madonna della Libera la Chiesa Cattolica venera la Madonna in quanto madre di Gesù.

[19]  Le torzë sono i fasci di frasche legati da una ritortola,  i manóppjë sono i covoni.

[20] In italiano la ciciaccòva corrisponde alla gazza; il pasturavacchë è il serpente cervone, la frattarola è ilforasiepe, la crastëla corrisponde all’averla? Numerose sono le varianti abruzzesi di ciciaccòva quali cicciacòlla(Avezzano), cicciaccòra (Cerchio), ciacciacólë e il semplice colë (vocab. del Bielli).




I seguenti commenti, anch'essi recuperati, vanno letti in successione a partire dall'ultimo in fondo.




Una "critica…sull'impostazione generale" , come indicata da Angus Walters, non ė il caso di farla. Piuttosto, io farei riferimento ad uno sbalzo paradigmatico linguistico-culturale da farsi nell'ambito della teoria della lingua per poter dialogare con la stesura linguistica del Maccallini. Ma io temo che la sua visione non oltrepassi i limiti cronologici dell'inimitabile autore, anche se scripta manent. su Cerere, Libero, Libera, antichissime divinità della natura e delle messi. Loro straordinario legame con voci dialettali abruzzesi, sarde e meridionali.
Anonimo
il giorno 11/12/12
Caro Angus, io sarei molto grato all'Anonimo se volesse in qualche modo, anche via email, svelarmi la sua identità, ma sono convinto che egli abbia un valido, anche se effettivamente molto strano, motivo per non farlo. Pietro Maccallini su Cerere, Libero, Libera, antichissime divinità della natura e delle messi. Loro straordinario legame con voci dialettali abruzzesi, sarde e meridionali.
in risposta a Caro amico Pietro, anch'io, sotto l'anonimato, un paio di volte ho commentato brevemente il tuo blog. Ma ora mi accorgo che non sono l'unico a farlo; e vorrei sapere se il Signor Anonimo che scrive ora e' un linguista di professione, perche' io, non meno di te, sono curioso di sapere se questo Anonimo ha qualche critica da fare sull'impostazione generale della tua teoria della lingua. Io, come sai, non sono un "professionista" in linguistica; ma i miei studi universitari mi hanno inoltrato abbastanza bene negli oscuri meandri della linguistica moderna. In tal modo, si potrebbe condurre una discussione a tre. Angus Walters, da Angus Walters.
il giorno 08/12/12
Caro amico Pietro, anch'io, sotto l'anonimato, un paio di volte ho commentato brevemente il tuo blog. Ma ora mi accorgo che non sono l'unico a farlo; e vorrei sapere se il Signor Anonimo che scrive ora e' un linguista di professione, perche' io, non meno di te, sono curioso di sapere se questo Anonimo ha qualche critica da fare sull'impostazione generale della tua teoria della lingua. Io, come sai, non sono un "professionista" in linguistica; ma i miei studi universitari mi hanno inoltrato abbastanza bene negli oscuri meandri della linguistica moderna. In tal modo, si potrebbe condurre una discussione a tre. Angus Walters su Cerere, Libero, Libera, antichissime divinità della natura e delle messi. Loro straordinario legame con voci dialettali abruzzesi, sarde e meridionali.1 risposte.
il giorno 08/12/12
Gentilissimo Signor Anonimo, innanzi tutto La ringrazio per il Suo apprezzamento della poesia dedicata ad Esenin e del mio lavoro di etimologo. Se Lei non ha rivelato la Sua identità, avrà i suoi buoni motivi anche se un po' però me ne dispiace. Quanto al consiglio di dedicarmi alla poesia non è detto che non lo seguirò, anche perchè penso di aver ormai esaurito il compito di corroborare l'idea che sin dall'inizio mi ero via via formato sulla Lingua: un solo concetto, quello genericissimo di "vita, forza, spinta' è all'origine del vasto oceano rappresentato dalle parole di tutte le lingue dell'uomo. Un'idea che, a mio avviso, è destinata a sconvolgere o raddrizzare gli attuali approcci a diverse discipline, da quella antropologica a quella delle neuroscienze cognitive. Questo mi ha spinto ad essere tenace come un mulo nei miei studi, nonostante la sotanziale indifferenza dei linguisti. Cordiali saluti Pietro Maccallini su Cerere, Libero, Libera, antichissime divinità della natura e delle messi. Loro straordinario legame con voci dialettali abruzzesi, sarde e meridionali.
il giorno 04/12/12
Caro Maccaliini, come ampiamente evidenziato da Suo inno al noto poeta russo qui incluso, Lei non ė solamente un bravissimo etimologo, ma anche un poeta di grande potenziale. Dopo aver seguito e gustato il contenuto del Suo blog, io Le consiglio di dedicarsi alla poesia, piuttosto che alla linguistica, alla quale pochissimi sono gli interessati oggigiorno.   su Cerere, Libero, Libera, antichissime divinità della natura e delle messi. Loro straordinario legame con voci dialettali abruzzesi, sarde e meridionali.