domenica 15 dicembre 2019

La farfallina col nome scientifico di Amata phegea


                        


    Non sono riuscito ad appurare donde il Linnaeus abbia tratto questo  nome. A volte il grande naturalista svedese dava la solita veste latina a nomi dialettali o regionali della pianta o dell’animale da classificare. Sta di fatto che una farfallina del genere dei lepidotteri, molto diffusa un tempo nelle campagne, si ritrovi con questo nome scientifico, che presenta il nome proprio Amata, dal verbo amare, e un secondo nome apparentemente anch’esso latino, ma di derivazione greca: potrebbe trattarsi del patronimico di Alfesibea, figlia di Fegeo, ma non sono riuscito ad individuarne una connessione. Ma lasciamo stare.

    La cosa, in qualche modo singolare, è che il nome Amata conferma quanto avevo osservato sull’insetto (il quale  in diversi dialetti porta il nome di Marietta), e sull’appellativo puttana con cui esso viene chiamato a Trasacco-Aq. Per farla breve (ma si consiglia caldamente di andare a leggere l’articolo “Puttana”: etimo. Incredibile! presente nel mio blog, alla data del 1/3/2019)  la farfallina col suo appellativo puttana veniva messa in collegamento con i concetti di “farfalla” e di “amatrice”.

    Ma il bello è che anche l’appellativo Mari-etta è collegabile a sua volta all’idea di “amare” e simili. Tutti sappiamo, infatti, che il nome personale Maria ci viene dall'aramaico Mary-am (ebraico Miry-am), forme messe in rapporto con l'egizio mrj 'amare'. E siamo così ritornati al concetto dell’ amore. A questo punto non è affatto cervellotico supporre come primo significato di lat. mere-tric-e(m) quello di 'amante, amatrice' sul quale è andato a depositarsi successivamente il significato latino di 'colei che guadagna soldi (mediante rapporti amorosi)', dal verbo lat. mer-ēre ‘meritare, guadagnare’. Invece il termine andrebbe spiegato, invertendo i concetti, come 'colei che fa l'amore (mediante compenso)'. Mere-trice è comunque un nome che attenua la crudezza del precedente ama-trice che forse veniva già usato in qualche parlata nel senso di ‘una donna cui piace fare l’amore’, una donna ‘vogliosa’, e quindi piuttosto dissoluta. Il fatto dimostra quello che ho sempre asserito, cioè che le parole vanno dritte al significato di fondo, che in questo caso è la ‘brama d’amore’ e che pertanto non bisogna mai accontentarsi di significati etimologici superficiali, secondari, collaterali anche se in qualche modo accettabili.

   Ma debbo ancora finire. In qualche dialetto, come si può vedere in internet, la farfallina è chiamata Maria filogna. Cosa mai significherà questo filogna? Ho scoperto che il termine ripete tautologicamente il significato suddetto di ‘che desidera far l’amore’. Esiste infatti l’aggettivo greco phíl-eun-os ‘che ama il piacere del talamo, dell’amore’, composto dalla radice di phíl-os ‘amico, amante’ e dal gr. eunḗ ‘letto, giaciglio, letto nuziale, amplesso amoroso’. Ma sta di fatto che anche questa seconda componente eunḗ è in rapporto, secondo tutti i linguisti, con una radice ven-, van- presente anche nel lat. Ven-us, eris, cioè Venere, la dea dell’amore romana. Sicchè, a mio parere, il gr. phíl-eun-os, non va inteso come ’amante del talamo, letto’ composto di due radici di significato diverso, ma come composto tautologico di due radici omosemantiche, dello stesso valore, e cioè come se si avesse nel primo membro il senso di ‘voglioso (d’amore)’ e nel secondo ugualmente ‘voglioso(d’amore)’ o simili. Non si scappa.

   D'altronde io sono convinto, da lunga pezza, che lì dove ci sono dei composti, inizialmente si aveva una tautologia, anche nelle lingue germaniche. Il termine fíl-eun-os poteva essere quindi anche in greco una reinterpretazione di una forma precedente che poteva suonare, per esempio, *phíl-un-os oppure *phíl-on-os col significato di ‘voglioso d’amore’. Da esse si poteva passare facilissimamente ad una forma dialettale *philόne-os, o *philoni- os (specialmente nei dialetti italiani dove quell’aggettivo poteva essere presente) propedeutica a quella di filogno, femm. filogna. E così siamo arrivati al capolinea, avendo compreso che nel nome dialettale della farfallina Maria filogna si ha una mera tautologia che insiste sempre sul significato di ‘amatrice’. Caratteristici, poi, sono gli accoppiamenti di questi lepidotteri, ben presenti nel web, in cui il maschio e la femmina risultano come saldati insieme, uno a destra e l’altro a sinistra, attraverso i rispettivi deretani in modo da formare una sorta di bastoncino o stelo o filo alato alle due estremità. Lo stesso stelo, dunque, che da ragazzi ci divertivamo ad inserire nel di dietro della povera farfallina.

    Per far scomparire in qualcuno ogni eventuale e legittima ombra di perplessità, ricordo che nei nostri dialetti e nella nostra lingua italiana sono presenti le due radici costitutive della parola composta fil-ogna : una ricorre nel verbo fil-are, usato colloquialmente nel significato di ‘amoreggiare’ e l’altra, a mio avviso, nel verbo dialettale pronominale vënir-sënë ‘venirsene’ (vēnìssënë) quando è usato nel significato di ‘raggiungere l’apice del godimento’, in un rapporto sessuale.


giovedì 12 dicembre 2019

L’espressione ‘spezzare una lancia a favore di qualcuno’.




   La spiegazione che solitamente si dà della espressione in epigrafe si rifà ai tornei cavallereschi medievali in cui, al primo scontro dei cavalieri, qualche asta poteva rompersi sotto l’urto dei due combattenti: spezzare quindi una lancia,  a favore di qualcuno che magari non poteva  difendersi da sé, passò a significare ’prendere le difese di qualcuno’  schierandosi apertamente  a suo favore.

   Questo mi sembra, però, un modo indiretto di spiegare il significato di un termine o di una espressione, a parte la considerazione che ben spesso le lance non si spezzavano.  Questa mia idea, poi, viene rafforzata, come vedremo, dal fatto che nel vocabolario di Domenico Bielli il verbo spëzzà assume anche un significato particolare, quello di ‘innalzare, crescere’[1] il quale non può ricondursi al normale significato che il verbo solitamente ha anche nei dialetti, quello cioè di it. spezzare. 
                  
    Una prima mia supposizione, come ho sostenuto altrove, è che in questo caso il verbo possa nascondere la radice del tedesco spitz-en ‘aguzzare, affilare’ e che quindi l’espressione significhi ‘affilare una lancia’, nel senso dell’espressione italiana affilare le armi, cioè essere pronti a combattere per difendere qualcuno. Ma anche la nozione di ‘difendere qualcuno’ mi sembra di troppo, e credo che essa si sia intrufolata successivamente, quando si cominciò a spiegare la frase col fare riferimento, appunto, alla magnanimità del cavaliere medievale che spesso, come sappiamo, prendeva le difese dei deboli.  A mio parere l’espressione, invece, doveva avere un senso compiuto già di per sé, senza riferimento ai tornei, prima che si cristallizzasse nell’uso attualmente in auge, apparentemente legato ad essi. 

  Le lance spezzate, poi, nel medioevo erano dei soldati scelti, coraggiosi, i quali   costituivano la guardia del corpo di un sovrano, di un nobile o di un potente.  Mi pare piuttosto artificioso riportare l’espressione, anche qui, al rompersi delle lance nei tornei.  Suppongo, pertanto, che dietro spezzate si nasconda un latino speci-at-u(m), aggettivo che però presenta solo il significato di ‘conformato’ dal lat. speci-e(m) ’ aspetto, forma, specie, ecc.’. Ma l’avverbio corradicale speci-at-im ha il valore di ‘in particolare’ rivelando quindi la stretta somiglianza con lat. speci-al-e(m) ‘speciale, particolare, selezionato’.  Una lancea *speciata  poteva essere dunque, nella tarda latinità, un ‘soldato scelto, armato di lancia’.   L’espressione, passando all’italiano, dové assumere la forma di  lancia *speziata (come l’it. spezia < lat. speci-em), diventando quindi  lancia spezzata , per l’inevitabile influsso dell’altra espressione spezzare una lancia, di cui sopra. 

   Ritornando al significato di it. spezzare una lancia    si debbono fare, a mio avviso, altre considerazioni.  A me pare, infatti, che dietro il verbo spezzare possa esserci una radice simile a quella del verbo ingl. speed ‘accelerare, affrettarsi, passare velocemente, sfrecciare’ ma anche ‘emettere, scaricare, lanciare’ come nell’espressione to speed arrows ‘scagliare, lanciare frecce’.  Sempre lo stesso verbo in inglese presenta il significato di ‘far prosperare, far avanzare’ che non può non essere messo accanto all’abruzzese spëzzà  (vedi sopra) nella frase A’ spëzzàtë la vitë [2] ‘E’ cresciuto, sviluppato’, letteralmente ‘ha sollevato, accresciuto il suo corpo (vitë), la sua persona’.  A mio avviso il verbo speed, nel significato di ‘scagliare’ è simile anche all’ingl. spit ‘sputare’ e al’ingl. spit ‘spiedo’, ted. Spiess ‘spiedo, lancia, asta’. Lo spiedo,  oltre ad infilzare le carni, poteva servire da arma da urto o da lancio, come la lancia, appunto.

  Allora l’espressione in questione spezzare una lancia poteva benissimo significare semplicemente ‘scagliare una lancia’ per difendere se stesso o altri, o per semplice divertimento, senza alcun riferimento ai tornei cavallereschi.




[1] D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004.

[2] D. Bielli, cit.

martedì 10 dicembre 2019

Le sviste di personalità eminenti in linguistica (2)


                
 Pubblico il seguente articolo che fa parte, fuso con altri, dell'ultima pubblicazione su Quaderni di Semantica 2019, la rivista internazionaledi linguistica  diretta da Francesco Benozzo: un grande uomo, candidato da più anni al premio Nobel per la letteratura, ma grande anche perchè ha consentito la pubblicazione di questo mio scritto, nonostante la mia critica negativa di sue idee condivise con il compianto Mario Alinei, altro fuoriclasse della Linguistica. Inoltre quando gli feci leggere l'articolo che ora ripubblico, si espresse con una sola parola: Stupendo!

In esso, in effetti, evidenzio in una forma chiara e semplice i principi fondamentali della mia linguistica, la quale vuole che una radice abbia un significato di fondo molto generico che può dar vita a molti altri significati specializzati. Vi viene  dimostrato, ad esempio, che dalla voce calina 'scintilla' si passa a quella di caglin-ella 'lucciola' e che il lat. gallin-a(m)'gallina' sfrutta lo stesso concetto di 'luce, anima, vita' indicando essa appunto un 'essere vivente': questo era il significato originario del termine in questione. Quindi è presumibile che tutti, o quasi, gli altri nomi specifici degli animali, in ogni lingua, provengano da un significato generico originario di 'animale'. Stupendo! La Lingua sfrutta al massimo un principio di economia; con un solo concetto iniziale, quello di 'anima, vita, ecc.' dà vita a tutti gli altri, come ho spesso fatto notare in diversi miei articoli. Ecco l'articolo:  

   Le sviste di personalità eminenti in linguistica                             

 

     Succede talvolta che anche personalità di spicco commettano errori che saltano agli occhi, suggestionate da una loro idea circa particolari fenomeni primitivi come la magia ad esempio, e non conoscendo a fondo i valori di una determinata voce dialettale presa in considerazione a sostegno di quella idea. Io ho sempre pensato che se un ricercatore avesse la ventura di conoscere capillarmente[1], non dico i dialetti di tutta l’Italia, ma anche solo quelli di una determinata regione, eviterebbe di commettere certe sviste e sicuramente molti fenomeni linguistici, anche rilevanti, potrebbero essere visti sotto una luce molto diversa.

   Ad esempio nel DESLI (Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana), scritto da M. Alinei e F. Benozzo, famosissimi linguisti, a pag. 89 si afferma, in una visione magica di certi fatti linguistici, che: «Sono numerosi i nomi dialettali delle scintille che fanno riferimento alle loro virtù magiche: in Abruzzo si chiamano calenn, cioè ‘calende’, dal latino arcaico kalendas ‘primo del mese, primi giorni del mese’: nei primi giorni dell’anno, infatti, si traevano gli auspici, con la stessa funzione divinatrice attribuita alle scintille; in diversi dialetti centro-meridionali si chiamano vecchie []; nel mantovano e nell’Appennino modenese e bolognese si chiamano streghe (strie, strèie, striàcce); in diversi dialetti si chiamano pulcini, pulci, piccoline, belline, carine, amichette […]; in alcuni dialetti alpini, infine, prendono il nome di occhi del diavolo». 

   Agli autori di questo brano doveva sfuggire,  a mio avviso, il termine calina ‘scintilla’ ancora vivo a Collelongo-Aq, paese della Marsica e presente anche nel dialetto di Pisoniano-Rm, sempre col significato di ‘scintilla’[2].  Ora, mi sembra del tutto naturale far derivare la forma calenn ‘scintilla’, meglio scritta calènnë (Introdacqua-Aq), da una precedente calina, piuttosto che da un presunto lat. kalendas ‘primo giorno del mese’.  Infatti abbiamo diversi altri termini abruzzesi, a seconda delle parlate, che evidenziano questo passaggio. Cfr. abr. carg-ènë < carg-ìnë < carrac-ìnë ‘fico secco’ (lat. caric-a(m) ‘fico secco’) nonché abr. capr-égnë, crap-égnë < capr-ìnë, crap-ìnë ‘caprino, puzzo di capra’[3].  La /a/ finale in alcune parlate abruzzesi diventa vocale evanescente /ë/.  La doppia /n/ di cal-ènnë si può spiegare in diversi modi: raddoppiamento della sillaba postonica, incrocio con un probabile verbo dialettale *cal-ent-are ‘scaldare’ o addirittura con lo stesso dialettale cal-ènnë [4]‘calende’.  O forse, tagliando la testa al toro, era  proprio il lat. kal-end-as ‘calende’ che, all’origine, doveva indicare direttamente la luna (in quanto luminosa) del nuovo mese, allorchè il calendario era basato sul ciclo astronomico del nostro satellite. Quindi il suo etimo non rimanda alla radice del  verbo lat. cal-are’chiamare’, come vogliono i più, ma, semmai, a quella dell’ingl. glint ‘scintillare’, ingl. dial. glent ‘scintillare, brillare, muoversi velocemente’, ted. glӓnz-en ‘brillare, risplendere’. Interessante l’espressione Diòs khalin-όs usata da Eschilo nel verso 672 del Prometeo, che letteralmente vale ‘la briglia di Zeus’ e che viene  intesa figuratamente come ‘forza di Zeus’: ma alle origini la locuzione doveva indicare, a mio avviso, l’essenza medesima di Zeus, la luce del giorno, racchiusa del resto nel nome stesso del dio. Naturalmente non si può del tutto trascurare la radice del lat. cal-ere 'essere caldo, ardente', radice diffusissima nell'ambito indoeuropeo.

 

  Che il valore etimologico di calina fosse quello di ‘scintilla, luce, fiamma’ lo conferma secondo me anche un’altra voce, ad essa strettamente connessa, del dialetto di Pisoniano-Rm  che suona caglin-ella ‘lucciola’, cioè gallin-ella: anche questo coleottero era stato magicamente visto come una gallina? e insieme alle Gallinelle del cielo, cioè le Pleiadi che più naturalmente potrebbero trarre  il nome dal loro essere ‘splendori, stelle? Io sono convinto, poi, che la voce gallinella ‘lucciola’, prima di impadronirsi, mediante incrocio, della provvidenziale luce espressa da calina ’scintilla’, avesse il significato di ‘animaletto’, come ho spiegato anche nei precedenti articoli riguardo ad altri casi.  In effetti la gallinella, nei dialetti indica diversi coleotteri, come la gallinella del Signore ‘coccinella’ la cui specificazione naturalmente andrebbe spiegata come uno dei tanti nomi  per ‘coccinella’, ma lascio il compito ad altri o a mie future ricerche, anche per non allontanarmi troppo dall’argomento. La gallinella, inoltre, è il nome di diversi uccelli come la beccaccia, il croccolone e molti altri. Anche questi vittime della magia? No! Si dirà, però, di essi che sono simili a piccole galline, senza lontanamente supporre che potrebbe essere il contrario, cioè che è la gallina a somigliare ad altri pennuti o uccelli. E’ evidente, allora, che il lat.  gallin-a(m) ‘gallina’, appartenendo ad una lingua dominante, ha finito col soppiantare tutte le altre voci simili, sparse nei vari dialetti dell’Italia, contemporanei o precedenti ad esso, ed è così diventata la misura di tutte le altre, subordinando e allineando  i diversi valori, che esse avevano, al suo unico significato di ‘gallina’.  Secondo me, poi, il suo valore profondo di ‘anim-ale’ si presterebbe molto ad indicare anche quello di ‘soffio, spirito, scintilla’[5]. Una radice simile a quella di gallin-ella, nel significato di ‘luce, splendore’, si ritrova nel gr. gal-ḗnē ‘bonaccia, calma di venti’ che richiama il gr. gel-ân ‘ridere, splendere’ e il lat. galen-a(m) ‘galena’, minerale dalla lucentezza metallica.  Bisogna allora cominciare a pensare che il senso della magia dell'uomo primitivo si sia generato, o perlomeno rafforzato, proprio attraverso i numerosi incroci di questo tipo avvenuti tra le parole attraverso i millenni, e che quindi la magia non sia l’origine di certe denominazioni. Naturalmente non fa nessuna difficoltà a quanto da me supposto il fatto che a Pisoniano-Rm ricorre anche la voce calina 'scintilla'. Qualcuno potrebbe obbiettare che in quel dialetto la voce calina  è rimasta ad indicare la 'scintilla' appunto, e non la lucciola (gaglinella).  Ma è quasi sicuro che la gaglinella 'lucciola' o la stessa calina 'scintilla' siano entrate in quel dialetto in tempi diversi: ogni lingua o parlata è sempre costituita da apporti provenienti dalle lingue o parlate vicine a loro volta in continua trasformazione.  

     Ora, se nei dialetti fosse andata perduta la voce calina ‘scintilla’, di certo avrei trovato grande difficoltà nello spiegare l’etimo di dial. gaglinella ‘lucciola’ e i linguisti avrebbero potuto gongolare in cuor loro, potendo  rimanere attaccati alla loro convinzione relativa alla magia.  Inoltre l’arco dei significati abbracciato dal termine gallinella, e cioè coccinella nonché vari altri esseri alati, mi conforta nell’idea che il suo significato originario non riguardasse questo o quell’animale, ma l’animale in genere, variamente poi specializzatosi.  Anche in greco abbiamo il termine galé-ē ’donnola, martora’ e persino ‘gatto’ , la cui radice è la stessa, a mio avviso, del citato gr. gal-nē ‘bonaccia, serenità’.  La forza e la vivacità della scintilla è paragonabile a quella del soffio vitale, cioè l’anima, concetto che quindi, a mio avviso, è alla base non solo di quello del termine  animale, ma di ogni termine indicante i numerosi animali particolari.  Ciò detto deve risultare lampante la connessione calina ‘scintilla’ > gaglinella ’lucciola’> gallina, nome della gallina e di vari altri animaletti e animali, in quanto dotati della vivace scintilla dell’anima.  In fondo non c’è nessuna differenza tra la gaglinella ‘lucciola’ e la gallina volatile: solo che si dà il caso che nella gaglinella la sua animalità va a combaciare con un termine che indica proprio la luce, mentre nella gallina la sua animalità non ha avuto la stessa casuale coincidenza, e pertanto il suo nome può risultare oscuro agli occhi di chi, oggi, cerca di risalire alla sua origine.

    Il lat. galli-cini-u(m) ‘canto del gallo’, ma più spesso ‘alba’, come lo intendiamo? E’ formidabile e camaleontica la Lingua! Come una gall-ina poteva prestarsi a indicare una lucciola così il galli-cini-u(m) avrebbe potuto indicare direttamente la debole luce dell’alba, perché la componente –cini-u(m) dovrebbe rispondere all’aiellese cën-ìca ‘scintilla’[6] e al secondo termine dell’espressione  gr. Hēphaístoio  kýn-es[7], letter. ‘le cagne di Efesto (Vulcano)’, cioè le ‘scintille’.  

    Per altri nomi delle ‘scintille’ citati nel brano di cui sopra mi limito a fare brevi cenni rimandando ad altro tempo una trattazione più ampia.  La parola strega l’abbiamo già incontrata, col significato di ‘fuoco’, in altro mio articolo intitolato Il termine “strega” e i suoi riflessi in lingue germaniche […].  La parola pul-cino per il secondo membro richiama, a mio avviso, la seconda componente di lat. galli-cini-u(m) sopra citato; la prima componente pul-  richiama il gr. poli-ós ‘grigio, bianco, chiaro’ e qualche epiteto esornativo relativo all’aurora[8]. Per il primo membro della voce bell-ina si può pensare, tra i tanti, alla festa di Bel-taine ‘fuoco di Bel’, cioè del dio celtico Bel o Bel-eno, termine il cui etimo vale ‘brillante’. Cfr. anche serbo-croato bijel ‘bianco’ e ingl. bale-fire ‘falò’, composto tautologico, se in inglese fire significa ’fuoco’. L’appellativo car-ina è da connettere col primo membro di gr. khar-opós ‘dagli occhi (-opós) brillanti (khar-)’.   Per picc-oline va senz’altro citato il gr. pygo-lampís ‘lucciola’ che letteralmente suona più o meno ‘ lucetta di dietro (pygḗ=natica)’: ma ormai lo sappiamo, non nascono così le parole, non ci si siede a tavolino e si descrive il referente dettagliatamente! I nomi riciclano materiale preesistente senza l’intervento della volontà di descrivere ex novo il referente da parte dell’uomo. Allora anche il nome di una famosa statua romana (II sec. d. C.) nota come  Venere o Afrodite Calli-pigia faceva riferimento, all’origine, alla singolare bellezza della dea (espressa tautologicamente  col concetto di “luminosità”) più che a quella delle sue natiche. Anche per gli occhi del diavolo mi limito a citare l’igl. devil-fire ‘fuoco fatuo’ o ‘fuoco di sant’Elmo’. L’ingl. devil vale ‘diavolo’. La parola meriterebbe qualche spiegazione ma ho deciso di fermarmi qui.  Spero di essere stato convincente.

     Oggi 5/09/2021 ho scoperto che il nome della lucciola alla Mortola e in val Bevera nella zona di Ventimiglia-Im. è gaglinàira  simile alla gaglinella ‘lucciola’ di Pisoniano-Rm di cui ho parlato sopra.

 

 

  

 

 



[1] Con “capillarmente” intendo dire ‘tutti i vocaboli dialettali di ogni paese, cosa difficilissima.

 

[3] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. D.Bielli, cit.

 

[5] Una simile variazione di significato si nota nel lat. aura(m) ‘aria, soffio’ ma anche, in Virgilio, ‘luce, scintillio’.

 

[6] Veramente ad Aielli le scintille del focolare erano chiamate paréndë ‘parenti’. Le cën-ìchë erano quelle che uscivano, non so, dal tubo di scarico di una trebbiatrice a vapore, non ancora elettrica.  Esse insomma designavano tutte le scintille che volavano via da un fuoco all’aperto, resistendo per qualche tempo.  Il termine si ritrova anche in altri paesi marsicani col significato di ‘brace leggera, diventata quasi cenere’ e simili: si nota l’influsso di lat. cinis, eris ‘cenere’.

 

[7] Espressione del commediografo Alessi ( IV sec. a.C.).

 

[8] Cfr. le voci impoddile, impuddile ‘alba,gallicinio’ nell’articolo Parole sarde del DULS nel mio blog (giugno 2009).


     

  

martedì 3 dicembre 2019

«Esci, Cataldo il rosso!».




    Si tratta  dell’invito rivolto alla statua di san Cataldo dal sindaco di Taranto, perché si muova dal Cappellone in cui si trova nel Duomo della città e si faccia portare in processione, durante la suggestiva cerimonia de U pregge di cui abbiamo parlato nel precedente articolo del blog, dal titolo L’abruzzese “preggë”.

   Ora, ho visto in un post che solitamente il colore rosso viene inteso come riferito ai capelli di san Cataldo proveniente dall’Irlanda, dove il numero di chi possiede capelli rossi si aggira intorno al 30%.  Ma a mio parere questa spiegazione si rivela piuttosto posticcia, data la leggendarietà di moltissime  notizie che riguardano la figura di san Cataldo di Taranto, oltre naturalmente al fatto che comunque il 70% circa degli irlandesi non ha capelli rossi.  Ma il motivo principale, a pensarci bene, per cui l’interpretazione in tal senso del rosso è da scartare, nella perentoria ingiunzione rivolta dal sindaco al Santo, scaturisce dal fatto che essa mi sembra pur tuttavia alquanto risibile perché troppo confidenziale, mettendo in rilievo questo presunto tratto fisiognomico e non sottolineando, ad esempio, la sua santità, come sarebbe stato naturale nell’ambito di una cerimonia austera, in presenza delle più alte autorità civili e religiose. Il motivo di quel rosso deve essere, di conseguenza, molto più importante e profondo. 

   Il colore rosso, guarda caso, si ripresenta nella caratteristica mozzetta rossa con bordi dorati, cioè una mantellina rossa, indossata dai membri della confraternita di san Cataldo, durante la processione, oltre al cingolo rosso allacciato alla vita.  L’ora in cui la statua, una volta uscita dal Duomo e raggiunta la banchina del molo sant’Eligio, è in genere quella prossima al tramonto, quando l’orizzonte ad occidente, se il cielo è libero di nubi, si carica del colore rosso del sole calante.   Una crocetta aurea , secondo la leggenda, fu rinvenuta nel 1071 su di un corpo di una tomba ritenuta di san Cataldo con la scritta Cataldus, aggiunta con tutta probabilità successivamente. 

   Secondo me tutte queste notizie concorrono a farci supporre che in realtà questo Cataldo fosse il nome, o uno dei nomi, di un’antica divinità del Sole. Alla luce di ciò acquisterebbe un nuovo sapore l’invito del sindaco a Cataldo: Esci, Cataldo il rosso. Il suo significato, in origine, doveva essere: Esci, o Sole rosso (oppure Sole splendente), senza alcun accenno al superfluo e marginale ‘rosso’ dei capelli di Cataldo, ma semmai al colore dell’astro diurno, magari all’ora  dellAur-ora, voce imparentata col lat. aur-u(m) ’oro’  o a quella del tramonto: due momenti cruciali del corso del sole.  Molto probabilmente le popolazioni primitive, considerando il Sole come un dio, erano soliti pregarlo perché continuasse ogni giorno a rinascere, dopo il suo tramonto.  Bastava, ad esempio, che lui, il dio, non volesse, perché il buio regnasse in eterno tra gli uomini. L’ingiunzione potrebbe anche significare direttamente Sorgi, o Sole rosso, invocazione rivolta al dio del sole perché tornasse a risorgere, dopo il tramonto.  In latino il verbo exire ‘uscire,ecc.’   significa anche ‘sorgere, apparire (detto degli astri)’ in Ovidio ed altri.
    Anche l’argento in lamine che ricopre la statua attuale, come quelle precedenti di cui si ha notizia, è un metallo che può alludere al Sole: basti pensare all’epiteto, già omerico, di argyro-tόks-os ‘dall’arco d’argento’ riferito ad Apollo, dio del sole.  Il quale, guarda caso, aveva la sede sul monte Elic-ona in Beozia, insieme alle Muse. Si faccia attenzione al fatto che la prima componente di Elic-ona  va a combaciare, o quasi, con Eligi-o, il nome con cui è indicato il molo di sant’Eligio, nelle cui vicinanze si trova  la sorgente sottomarina di acqua dolce chiamata Anello di san Cataldo, della quale parlerò più sotto.     
   La questione è questa: in greco la voce hélik-s  significa ‘avvolgimento, spira, elica’ ma in alcuni composti assume il valore di ‘brillante, splendente’ (forse dalla radice di gr. sélas ’splendore’ da cui anche gr. selnē ‘luna’, con la normale caduta del sigma iniziale) come in helico-stéphan-os (Bacchilide) che significa ‘dal diadema brillante (hélico-)’.  Guarda caso, anche sant’Eligio di Noyon in Francia era un orafo, un lavoratore quindi dell’oro e di altri metalli preziosi, che poi divenne vescovo, vissuto tra il Vi e VII sec. d. C.   A parte la veridicità di questi Santi dell’alto Medioevo, il nome di Eligio doveva risalire quindi ad una voce dal valore di ‘luce, luminosità’ ed è poco credibile la proposta di chi lo fa derivare dal verbo lat. elig-ĕre  ‘scegliere’ e quindi ‘Eletto’.

   Ma c’è un altro fatto che fa ben capire come i toponimi, che possono essere nati anche migliaia e migliaia di anni fa, raccolgano i vari significati di parole formalmente uguali o simili che sono arrivate nei paraggi nel corso della loro lunghissima vita e con esse possono dar vita ad aneddoti vari.  Si racconta, infatti, che quando san Cataldo giunse a Taranto di ritorno dalla Terra Santa il mare Grande era in preda ad una spaventosa tempesta che il Santo calmò gettando in acqua, proprio nei pressi del molo Sant’Eligio, il suo  anello pastorale il quale, caduto nel fondo, fece sgorgare una sorgente d’acqua dolce, la cui presenza è desumibile anche dal movimento dell’acqua in superficie che causa il formarsi di cerchi concentrici, sorgente  chiamata anche oggi Anello di san Cataldo oppure Citro di san Cataldo. E’ probabilissimo, quindi,  che la spaventosa tempesta della leggenda sia, appunto, il fantasioso ampliamento  della realtà del ribollire in superficie  delle acque della sorgente.  La voce tarentina  citro indica una sorgente sottomarina: il termine è di ascendenza greca; famosi nell’antichità erano i Khýtroi (Chitri), sorgenti calde alle Termopili. In greco  khýtr-os vale ‘pentola’, ma evidentemente in tempi più antichi la parola indicava anche la ‘sorgente’, dalla radice del verbo khé-ein ‘versare, fare scorrere’.  

    Ora, a me pare chiaro che il concetto di “anello” possa essere perfettamente espresso anche dalla suddetta parola greca hélik-s ‘avvolgimento, spira, elica’ che però, storicamente, non aveva in Grecia il significato precipuo di ‘anello’.  Questo è un indizio che il termine in questione fosse in loco già dal periodo preistorico, portato dalle diverse ondate di popoli indoeuropei.  Persino nella mia Marsica si incontrano tante radici greche che, come ho mostrato in altri articoli del mio blog, non possono farsi risalire ai contatti  avuti tra gli antichi pastori marsi e le popolazioni dell’Apulia attraverso la transumanza.   Comunque mi pare assodato che tutta la saga di san Cataldo ha origini non cristiane ma pagane, forse addirittura preistoriche, proprio per questi riscontri linguistici che coinvolgono il gr. hélik-s ‘avvolgimento, spira’.

     Resta da interpretare il nome Cat-aldo, che si sarà senz’altro incrociato con diverse radici. Per farla breve, però, secondo la mia interpretazione di tutta la saga, esso dovrebbe essere un termine tautologico, cioè formato da due componenti con lo stesso significato, per intenderci come l’it. gira-volta.  La prima componente dovrebbe essere costituita dalla radice di ingl. hot ‘caldo, bollente’, ant. ingl. hat ‘caldo, bollente’, ingl. heat ‘calore’, ant. ingl. had-or ‘brillante, chiaro’.  La seconda componente –ald dovrebbe essere la prima radice di lat. alt-are ‘altare’ messo in connessione da diversi linguisti con il verbo ad-ol-ēre ‘bruciare, far bruciare, o far fumare’, in riferimento alle vittime da sacrificare.  La seconda componente di lat. alt-are, cioè are, è da collegare al lt. ar-a(m) ‘altare’, la cui radice è quella di ar-id-u(m) ‘arido, secco’ e di lat. ard-ēre ‘ardere, bruciare’.  

    Io non pretendo di avere sempre la verità in mano in queste scorribande nel lontanissimo passato di una tradizione religiosa, ma una cosa è certa: le notizie leggendarie che si affollano intorno ad una festa o un santo sono di una utilità impareggiabile, perché da esse può emergere, con questo metodo che mi pare molto proficuo (sebbene anch’esso possa talora incappare in qualche trabocchetto non previsto), la verità che giace al fondo.  Ripeto, la connessione tra gr. hélik-s ‘spira, avvolgimento’ e il molo Sant’Eligio, presso cui sarebbe caduto l’anello del Santo, è troppo evidente e stretta per essere casuale.  Naturalmente nessun anello cadde in quelle acque, non siamo così creduloni; ma vi cadde certamente nella leggenda perché il nome di Eligio (o simile), già presente da epoche immemorabili in quel luogo ad indicare non solo i cerchi concentrici che si formavano sulla superficie acquea, ma anche il vicino molo ,  andò a combaciare con quello di sapore greco con il significato di ‘avvolgimento, curva’, e probabilmente proprio di ’anello’ in qualche parlata locale. Anche nella città di Capua si trova una chiesa dedicata al Santo,con un arco adiacente chiamato anch'esso di Sant'Eligio.  Può sembrare strano, ma io penso che il nome della chiesa derivasse proprio da quest'arco, ritenendo realistica la supposizione di alcuni studiosi che pensano che esso rinchiudesse un'antica porta della città di età classica e forse preclassica. In una lingua precedente a quella latina, una parola similissima a quella di Eligio indicava insomma   proprio l'arco, il quale  corrisponde al concetto di "curva, cerchio".

    PS. Scusate, ma mi sono ricordato proprio ora, ed è stato come un fulmine a ciel sereno, che in latino il dio Giove, capo di tutti gli dei e padrone del cielo diurno (la radice del suo nome, col valore di ‘luce, luminosità, giorno’ si ritrova in molte lingue indoeuropee, compreso il gr. Zeύs) aveva anche l’epiteto Elici-us che è quasi la fotocopia del nome Eligio, di cui si è parlato sopra.  I linguisti, in genere, derivano l’epiteto   ab eliciendis fulminibus, espressione latina secondo cui il termine deriverebbe dal lanciare, far scaturire i fulmini’. Giove era anche signore delle folgori, che sono sempre un fenomeno luminoso. Da taluni moderni, l’appellativo Elici-us, è inteso come ‘colui che manda la pioggia’. C’è sempre di mezzo la radice del verbo lat. elic-ĕre ‘trarre fuori, lanciare, far scaturire’.  Per me andrebbero bene ambedue i significati, l’uno riferito alla luce o folgore e l’altro riferito all’acqua, che potrebbe essere intesa come quella fatta scaturire da san Cataldo nel fondo del mare, presso il molo di Sant’Eligio: in effetti la tradizione popolare attinge a simili coincidenze per dar vita alle sue leggende.  Ma io ho già espresso il mio parere: l’appellativo di cui si parla aveva inizialmente il valore di ‘splendore, luminosità’. Nella mitologia greca, infine, Elice era una delle ninfe che nutrirono Zeus fanciullo nell’isola di Creta e che fu trasformata in una delle stelle dell’Orsa Maggiore.

   In greco esisteva un altro appellativo di Zeus che era Katai-bt-ēs  inteso come ‘colui che scende giù (con fulmini e tuoni)’, dal verbo kata-baín-ein  ‘scendere, fare scendere, approdare, abbattere, buttare giù’.  La preposizione gr. kataí è una variante poetica di katá giù, sotto, verso, ecc.’.  Anche qui io credo che il significato originario dell’epiteto fosse quello di ‘luce, luminosità’. Della radice cat- ‘luminosità’ ho già indicato l’ingl. heat ‘calore’, ant. ingl. hat ‘caldo, bollente’, ecc.; la radice di -bat-ēs è forse quella del scr. bha-ti ‘luce’[1]. Ma quello che mi preme sottolineare è il fatto che l’epiteto Katai-bát-es, in una probabile pronuncia dialettale tarentina in epoca seriore,  sarebbe potuto essere *Kata-vàtë oppure Katà-vatë > Catà-vete , andando a combaciare col nome dialettale di  Cataldo, che vedo scritto Cat-avete in alcuni post.  E’ vero che normalmente, ad esempio, l’aggettivo latino alt-u(m) ‘alto’, simile alla seconda componente di Cat-aldo, in molti dialetti centro-meridionali dà come esito àvëtë o àutë (persino nel mio paese di Aielli-Aq, ad esempio,  è ancora in auge la forma àvëtë, e l’espressione italiana sono salito diventa so’ sàvëtë, dal partic. passato latino salt-um ‘salito’, del verbo lat. sal-ire ‘salire’), ma nel caso di questo epiteto, ammesso che fosse presente a Taranto nell’antichità, potrebbe essersi verificato il suo clandestino e perfetto  camuffamento sotto il nome dialettale di Cataldo, diffusosi a quanto pare diversi secoli d. C. 

    L’epiteto, inoltre, potrebbe aver dato vita ad altri tratti della saga di san Cataldo, come quello del suo approdo in una zona del Mar Grande o nella marina di San Cataldo a Lecce, dato che il verbo kata-baín-ein significa anche approdare, scendere dalla nave.  E non solo! uno dei significati del verbo, infatti, è ‘abbattere, buttare giù’ e potrebbe quindi essere alla base della credenza che san Cataldo, per far calmare una spaventosa tempesta, avesse buttato il suo anello, andato a finire nel fondo del mare, cioè sotto la sua superficie.

  In greco, guarda caso, l’epiteto katai-bát-ēs era usato anche per l’Acheronte, uno dei fiumi infernali.  Ed è un appellativo appropriato con il suo significato di ‘discendente’, visto che si tratta di fiume sotterraneo come suggerisce la preposizione katái ’sotto’.  Esso, inoltre, si adatta a pennello ad indicare la sorgente sottomarina di san Cataldo di cui sopra e, per finire, potrebbe anche alludere alla figura del sole calante ad occidente.

   Per dirla tutta, secondo il mio metodo di lavoro e un principio basilare della mia linguistica, un flusso d’acqua e d’ogni altro liquido, fosse esso un rigagnolo o un fiume possente,  nella mentalità dell’uomo onomaturgo equivaleva ad ogni flusso luminoso, il quale, sotto forma di raggi, si diffondeva da un punto luminoso attraverso lo spazio fino a colpire i nostri occhi.  Quell’uomo naturalmente non poteva parlare di fotoni e quanti di luce, ma ben immaginava che la luce si propagasse come onde nel mare. Nella mitologia greca Eliconio era epiteto di Poseidone, dio del mare e signore di Elice, città dell’Acaia.  Pausania, geografo greco, forse di origine asiatica, vissuto  probabilmente nel II sec. d. C. (ma cominciò ad essere citato non prima del VI sec. d.C.), ci tramanda che la città di Elice fu distrutta da un terremoto e dalle enormi onde di un concomitante tsunami nel 373 a.C.  Pausania, geografo greco, forse di origine asiatica, vissuto  probabilmente nel II sec. d. C. (ma cominciò ad essere citato non prima del VI sec. d.C.), ci tramanda che la città di Elice fu distrutta da un terremoto e dalle enormi ondate di un concomitante tsunami nel 373 a.C.[2] che ne avrebbe inghiottito i restiIo suppongo, piuttosto, che egli prendesse per vera una tradizione leggendaria nata intorno al nome della città di Elice. In mare, in effetti, non sono stati rinvenuti resti di città.


Mi sono occupato linguisticamente di qualche altro Santo o figura mitica, ma rispondenze così numerose e perspicue, tra le parole fondamentali della tradizione leggendaria arrivata fino a noi e quelle di lingue varie dell’ambito indoeuropeo, come le rispondenze relative a san Cataldo, credo che non le abbia mai incontrate.



[1]  Dico “forse”  perché in greco questa radice ha  dato forme  come  il verbo phaín-ein ’splendere, rilucere, apparire’, che noi pronunciamo come se all’inizio ci fosse la fricativa sorda –f-, mentre la pronuncia classica greca era quella di una labiale sorda aspirata, più vicina alla sonora –b-. Va con sè, poi, che quando interviene un incrocio l’etimologia popolare fa miracoli, nel senso che  stravolge, a volte quasi completamente, la parola d’origine come avviene, ad esempio, nel ted. Trampel-tier  ‘dromedario’ dal latino d’origine greca dromedari-u(m), inteso come se fosse ‘animale (Tier) che scalpita (trampeln)‘ mentre in greco dromas  significava 'corridore', cioè '(cammello) veloce'.



[2] Pausania, VII, 24,6.