lunedì 10 febbraio 2020

L’aiellese-abruzzese-meridionale fainèlla ‘carruba’ ed altro.


  L’etimo della parola in epigrafe mi è apparso finalmente chiaro leggendo la voce nel Vocabolario dialettale di Gallicchio-Pz online[1]. Infatti sotto il lemma fašënéllë (fascënéllë) si dà il significato di ‘baccello di fave, ceci, ecc.’insieme a quello di ‘carruba’, frutto del carrubo che si dava agli animali.  Ora, la forma faš-ën-éllë dovette essere preceduta dalla forma *fac-ënéllë se, sempre in quel dialetto, faš-éllë ‘favilla, scintilla’ presuppone un precedente *fac-éllë  dal lat. fac-e(m) ‘fiaccola’. 

    La forma dialettale fainèlla deve rimandare a un precedente *fag-inèlla, attraverso la normale caduta della velare sonora –g- come avviene, tra i tanti casi, nell’aiellese fraula ‘fragola’< lat. frag-ul-a(m), diminutivo di lat. frag-u(m) ‘fragola’, e nel nome stesso del paese di Aielli, da Ag-ell-u(m) che nel nostro dialetto suona appunto Aéjjë, mentre nella forma ufficiale italiana la velare sonora –g- si è trasformata nella semivocale palatale -i-.

    La fainèlla  è dunque una siliqua cioè un baccello, tanto è vero che in Plinio il termine siliqu-a(m) vale anche ‘carruba’.  Di siliqua abbiamo parlato abbastanza in un articolo precedente.   A me ora preme far notare che la radice  del gallicchiese faš-ënéllë <*fac-ënéllë  sopra citato è la stessa del gr. phak-όs ‘lente, lenticchia’.  

   Nell’articolo del mio blog (agosto 2017) intitolato Le lingue europee hanno talmente mescolato il fiato in passato […]  ho riflettuto a lungo sulla voce vacca che in alcune espressioni del dialetto di Gallicchio vale ‘cavità’, concetto equivalente a quello di it. bacc-ello che in questo significato non è derivabile dal lat. bac-ill-u(m) ‘bastoncino’ ma è accostabile, semmai, all’ingl. bag ‘borsa’ come ho mostrato in quell’importante articolo.  La fainella in vari dialetti centro-meridionali si presenta anche nelle forme vainella, guainella da cui si può arguire che anche il lat. vag-in-a(m) ‘vagina’ fa parte del gruppo, in quanto cavità o avvolgimento.  Nel dialetto di Trasacco-Aq[2] la voce vajàna, femm. sing.,  indica tutti i baccelli dei legumi in genere, compresa la paglia e la pula che residuavano nell’aia dopo la battitura.  Il Lucarelli, autore del libro citato, aggiunge che il termine vajana in molte regioni italiane indica il sesso femminile.  Se questo è vero, allora mi sembra che esso abbia qualcosa da spartire con la radice di lat. vag-in-a(m) ‘vagina’, nel senso di cavità o involucro.  La parola potrebbe essere l’esito di un precedente *vag-ana > vajana, come avviene ,ad esempio, per il dialettale pajà ‘pagare’ da *pagàNon condivido pertanto il parere espresso ne I dialetti italiani[3] dove si dice che il dialettale vajana ‘baccello’ continua l’espressione latina (faba) Bajana ‘fava proveniente da Baia’.

  Ne deduco l’importante osservazione che, a mio parere, bac-, vac-, fac- sono tutte varianti tra loro indifferenti col significato generico di “cavità, involucro” e che quindi certe sottigliezze, su cui i linguisti basano a volte le loro considerazioni restrittive, non hanno veramente ragione di esistere.  La Lingua, nel corso della sua lunga esistenza, ha potuto in genere eliminare con comodo le forme che, per diversi motivi, erano magari già cadute in disuso, ai suoi margini,, così da potersi mostrare a noi buon ultimi con un volto pulito, senza sbavature, ma non sempre ci riesce.

  Da quanto ho detto si conferma altresì l’assunto del mio metodo linguistico, secondo cui una volta stabilita la natura o caratteristica  essenziale dell’oggetto indicato da una parola, si può affermare, con pochissime possibilità di errore, che l’etimo  deve indicare quella natura essenziale, e quindi noi  non dobbiamo lasciarci ingannare e fuorviare da significati più o meno vicini a quello.  Il procedimento per arrivare all’etimo di fainella (basandosi sul significato profondo della parola, al di là delle sue specifiche apparenze) sarebbe dunque questo: fainella > legume > baccello > cavità  (rotondità).  La fainella  è un legume, lat. legu-men ‘legume’, termine che non è da mettere in rapporto, come generalmente avviene, col verbo lat. leg-ĕre ‘raccogliere’ anche se ne è stato influenzato, ma semmai col gr. lek-ánē ‘piatto, catinella’, gr. lék-os ‘scodella’, in quanto cavità.  Il suo etimo pertanto sarà condiviso anche da tante altre parole che indicano qualcosa di cavo, fondo, tondeggiante.  

   Il bello è che  ad Aielli-Aq circolava anche la voce sciuscèlla per carruba, voce d’origine napoletana credo.  Ma ancora più strano ed interessante è che ad Aielli la sciuscèlla indicava anche una ciabatta o scarpa malandata.  Ho trovato tanti termini con radici di origine germanica nei nostri dialetti che non posso non azzardare di affermare che sia il valore di carruba, sia quello di ciabatta  di questo strano termine sciu-scèlla, con radice raddoppiata, debbono avere la stessa radice di ted. Schuh ‘scarpa’ e ingl. shoe ‘scarpa’ in quanto ‘copertura, avvolgimento, cavità, protezione’. La radice è quella di ingl. sky ‘cielo’, in quanto cavità, volta (celeste), lat. ob-scur-u(m) ‘oscuro’, sost. it. scuro, imposta cieca delle vecchie finestre.  Nel dialetto di Avellino la voce sciu-sciùli  significa ‘trucioli di legno, di forma arricciata’[4]: è evidente il valore di fondo di rotondità, avvolgimento.  In quello di Avigliano-Pz  sciuscë significa ‘gonna lunga pieghettata’, quindi una copertura, avvolgimento, rivestimento.

   A risentirci  presto.


[2][2] Cfr.  Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.

[3] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998.

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