martedì 4 febbraio 2020

L’aiellese “nònna” e l’aiellese “nnunnà”.




   Ne mio dialetto di Aielli-Aq ai tempi andati si diceva: te’ la nonna (tiene la nonna)  volendo indicare una persona facile ad addormentarsi, magari per pochi minuti, per poi risvegliarsi.  La parola corrisponde all’it. nona, dall’etimo incerto, che designa una malattia analoga o uguale all’encefalite letargica, che causa apatia e sonnolenza. 

   Il significato è confermato dal verbo dialettale marsicano nnunnà che significa ‘cullare un bambino in braccio o nella culla, per farlo addormentare’. Riappare quindi il sonno, sebbene quasi come intento secondario rispetto a quello di cullare.  Ora esiste in latino il verbo *nu-ĕre ‘accennare col capo’ (cfr. it. annuire < lat. ad-nu-ĕre), copia esatta del gr. ne-ein ‘accennare col capo, dir di sì’).  Non è cosa straordinaria supporre un raddoppiamento della radice /nu-/ nel latino volgare, per un verbo *nun-are, con lo stesso significato di ‘accennare’ che, badate bene, all’origine evidentemente poteva indicare non solo il movimento del capo, ma anche quello impresso ad altra parte del corpo o ad altra cosa, come, ad esempio, la cima di un albero  fatta oscillare dal vento. Il latino in questo caso, infatti, usava il verbo nut-are ‘far cenni con la testa’ ma anche ‘oscillare, ondeggiare, esitare’, verbo con la stessa radice di *nu-ĕre ‘accennare col capo’ suddetto.  E’ a questo punto facile ricordare che nel nostro dialetto accënnà significa anche ‘chinare il capo’, detto di chi, magari seduto, mostra in quel modo di stare per cadere nelle braccia di Morfeo.  Da quanto detto si ricava che l’italiano ninna, l’it. nanna, l’it. ninn-are ‘cullare un bambino con l’accompagnamento di una nenia per farlo addormentare’ non sono nate affatto come voci fonosimboliche e bambinesche: sono varianti di aiellese nnunnà ‘cullare’, naturalmente incrociatesi con altre radici simili, come quella per ‘addormentarsi’ e per cantare monotonamente una nenia< lat. neni-a(m) ‘canto lamentoso, canto monotono‘, la quale è considerata dai più onomatopeica (è troppo semplice e comodo!) quando può vantare una radice na- per ‘gridare, lamentarsi’ nel sanscrito. In greco ci sono vari termini come nēnía ‘nenia’, gr. nēní-at-on ‘pianto’, ecc. Il ted. nenn-en ‘chiamare’ è a mio avviso un modo, diciamo così, prosastico di modulare la stessa voce che canta in nenia, anche se monotonamente. Ho affermato e spiegato altre volte che l’onomatopea per me non esiste all’origine del linguaggio.  Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché questa radice ne,na raddoppiata debba considerarsi onomatopeica in questi casi mentre il gr. nē-né-ein ‘accumulare’ non è onomatopeico, pur essendo una radice raddoppiata molto simile, esistendo il semplice -ein ‘accumulare’.  L’inglese di ambito dialettale ninny-watch ‘agitazione, movimento, disturbo’, con la variante  nunny-watch, debbono per il primo costituente riferirsi alla radice in questione; per il secondo costituente essi rimandano a mio parere all’ingl. wag ‘agitare, dimenare, scuotere (il capo)’, ted. wack-el-n 'barcollare, tentennare', ted. Waage 'bilancia'.

   Nel Veneto nono vale ‘nonno’, ma anche ‘rimbambito, addormentato’. E gli esegeti si precipitano a spiegare che quest’ultimo significato promana da quello di nonno, come del resto pensa la gente comune di quella regione: se così fosse si potrebbe trovare molto da ridire sulla mancanza di rispetto per il nonno da parte dei veneti. Ma così non è e non era! Si era solo verificato un semplice incrocio tra la parola per ‘addormentato, dormiglione ’, caduta poi in disuso in quel dialetto, e la parola per ‘nonno, nonna’, patrimonio antichissimo di molte lingue occidentali. E quando una parola scompare, come avviene purtroppo per le persone, tutto il bene e il male dello scomparso tende a ricadere  sugli eredi, legittimi o illegittimi che siano. Sempre in Veneto l’espressione avere la malattia della nona ‘avere la malattia letargica suddetta’ è intesa come se fosse ‘avere la malattia della nonna’[1].   Nel veneto nono vale anche ‘libellula’[2]. Con una osservazione che per me ha del bizzarro, si fa derivare il nome dal fatto che quando piove l’ elegante libellula di venterebbe come paralizzata e ferma pendente da un rametto, come intontita e addormentata.  Per dare il nome all’animale, insomma, l’uomo primitivo ha dovuto attendere la pioggia, che d’estate è piuttosto scarsa, poi come un meticoloso zoologo è andato a scovare l’animaletto da qualche parte per mettergli così il suo giusto nome. Ma se per tutto il tempo aveva avuto agio di  di vederlo volare elegantemente un numerose  volte!  A questo punto è di certo più scientifico, per appurare l’origine del nome, gettare giù qualche nome simile di volatile come toscano nana ‘anatra domestica’, ingl. nene ‘tipo d’oca’ da una voce hawaiana, e ingl. nun riferito a diversi tipi di uccelli.  Anche l’italiano regionale  nonna indica alcuni uccelli, tra cui l’airone cenerino e il saltimpalo. E’ certamente singolare che una presumibilmente simile radice ricorra in diversi paesi del mondo per indicare vari tipi di uccelli.  Io suppongo che essa contenga il significato di ‘agitare’ riferito al movimento delle ali: quindi, uno dei suoi significati iniziali poteva riguardare gli alati o volatili in generale. 

   La Nona era in latino anche il nome di una delle Parche, le divinità che come tutti sanno (lo spero) presiedevano alla vita e alla morte degli uomini, tanto è vero che una di esse si chiamava proprio Morta. Ora, ognun sa che in certo senso  il Sonno è parente della Morte.  In greco Hýpn-os ‘Sonno’ era figlio dell’Erebo e della Notte, e fratello di Thánat-os ‘Morte’.  Però successe che Il nome Nona della Parca si sovrappose al numero ordinale femminile latino nona ‘nona’ e passò a significare una divinità protettrice degli ultimi mesi di gravidanza.

   L’aiellese “nònna” e l'aiellese “nnunnà” meritano senz’altro un primo piano! E così sia!






[2] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998.

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