mercoledì 1 giugno 2011

Paralipomeni dell'articolo sulla Pasqua con lunga coda a sorpresa su "bascula", "bilancia" e altre simili bazzecole

In questi giorni ho continuato a riflettere sulla possibilità di interpretare qualche piccolo brano del racconto biblico sul passaggio del Mar Rosso nel modo che ho mostrato, cioè indovinando le risonanze semantiche di una radice che, in quanto tenuta in vita per millenni nel racconto della tradizione, ha potuto aggregare intorno a sé molte parole attratte dall’affinità dei significanti. E così, con l’aiuto dei dialetti, si possono fare scoperte mozzafiato riguardanti non solo l’idea di passaggio ma anche altri campi semantici, nei quali si entra con la furia di certi acquazzoni estivi che, tramutatisi improvvisamente in grandine, si abbattono impietosi sugli orti e i coltivi dei linguisti.


Mi ha ispirato in questo caso l’italiano arcaico e dialettale peschio che ha diversi significati: ‘paletto, chiavistello, serratura, toppa (1) della serratura (a Luco dei Marsi-Aq), rupe, sasso’. Nel significato di ‘altura, colle, monte’ ricorre in molti toponimi, soprattutto abruzzesi, come Pescocostanzo, Pescocanale, Pescosansonesco, Pescasseroli, ecc. Nel dialetto di Castellaffiume il termine significa esattamente ’luogo alto e ripido’ (2), cioè una sorta di dirupo, di parete scoscesa, quasi verticale. Linguisticamente il termine peschio presuppone un latino parlato pesc-ulu(m), pesclu(m), variante di pessulu(m) ‘chiavistello’, il quale, solo perché appartenente al latino classico, non può essere considerato come origine dell’altro: potrebbe essere il contrario, o si tratta piuttosto solo di varianti coesistenti da lungo ordine di anni. Si incontra anche la variante pestulu(m) da cui la forma senese pestio ‘chiavistello’, spagn. pestillo ‘chiavistello’.

Il significato di ‘buco’ inerente a quello di ‘toppa della serratura’ si ritrova a mio parere anche nell’altro termine abruzzese, simile al precedente, pisc-óla, pësc-óla, pisc-ólla, ecc. ‘pozzanghera’, in cui deve essersi verificato un incrocio con un termine per ‘acqua’, ma anche in toponimi come la grotta Pesco del Diavolo a levante di Leuca (Salento) dove la specificazione ripete tautologicamente il primo significato: esistono vari Passi (o ‘ponti’) del Diavolo in cui il diavolo non c’entra nulla se non perché il termine ha la stessa radice di gr. dia-bállō ‘io attraverso, passo (faccio passare) oltre’ usata però nel senso figurato di ‘calunniare’. Un altro bel toponimo è quello delle gole selvagge del Pesco Rosso nel Molise le cui pareti sono ‘rosse’: qui evidentemente si incontrano i due significati di ‘buco, passaggio’ e di ‘luogo alto e ripido (parete)’, presente quest'ultimo nel dialetto di Castellafiume-Aq. A questo punto non ci resta che richiamare alla mente l’ebraico pesach ‘passaggio’, trasformarlo legittimamente in un pesch-, parallelo a pascha' Pasqua', sfruttando l’estrema mobilità, nelle lingue semitiche, delle vocali all’interno della parola, e come d’incanto ci ritroveremo a contatto col precedente termine pesco, che certamente ci tornerà utile a spiegare le due “pareti (muri) di acqua” che secondo il racconto dell’Esodo si innalzavano a destra e a sinistra degli Ebrei in marcia attarverso il Mar Rosso. Nel dialetto del mio paese si usava l’espressione pijjà nu péscë ‘prendere un pesce’ per ‘bagnarsi fino alle ossa’, quando uno non aveva potuto ripararsi all’arrivo della pioggia o di un acquazzone: il pesce qui coinvolto dovrebbe essere stato quindi termine per ‘acqua, pioggia’ che si ritrova in idronimi come fiume Pesc-ara, torrente Pesch-iera, ecc., ed è forse variante di irlandese uisce ‘acqua’.


Il significato di ‘paletto, chiavistello, catenaccio’ relativo a peschio collega a mio parere questo termine col trasaccano pasqu-alótte (3): « “Pasqualotto”; è così chiamato il supporto della tavola da stiro con il quale si stirano le maniche delle camicie infilandovele dentro. Ha la stessa conformazione della tavola grande alla quale è applicato, ma molto più piccolo». Con queste parole definisce l’oggetto Quirino Lucarelli, facendo capire che si tratta di un’asse di legno, molto simile ad un paletto squadrato, ad una spranga. Mi tornano allora in mente le parole con cui Alfredo Cattabiani, parlando del passaggio del Mar Rosso, indica il fatto che «Yaweh era saltato oltre le case o le tende degli Israeliti, i cui stipiti e architravi o paletti (il corsivo è mio) erano stati segnati dal sangue del primo nato del gregge»(4) . Immagino che le parole ebraiche di questo episodio dell’Esodo, esprimenti il concetto di ‘stipite’ ed ‘architrave’, possano contenere anche altri significati come ‘palo, trave’. Avviene lo stesso per l’it. stipite, dal lat. stipite(m) ‘albero, tronco, palo, bastone’. Balza allora evidente agli occhi la somiglianza tra la radice di pasqu-alóttë ‘paletto’ e quella di Pasqua, attraverso però il significato del sopra descritto peschio ‘paletto’, il quale si configura come una variante del termine trasaccano, e spiega così anche l’origine dell’episodio biblico suddetto: la radice della parola Pasqua si era incrociata, in tempi lontanissimi, con altra simile che però significava ‘paletto’. Il Lucarelli, nella spiegazione del termine, fa capire che propende, come fanno spesso anche i linguisti in questi casi, per una etimologia che chiami in causa il nome personale Pasquale, usato scherzosamente ad indicare l’oggetto. Lungi da me un atteggiamento simile, che chiude a doppia mandata il problema, mettendoci definitivamente un macigno sopra. La lingua è più severa ed essenziale di quello che sembra, essa indica quasi sempre direttamente l’oggetto da esprimere senza ricorrere ad espedienti metaforici o metonimici, senza fronzoli più o meno ornamentali. Basta scavare sotto la superficie per trovare l’osso duro.

Nel libro citato del Lucarelli si incontra la strana voce piscë che, oltre ad indicare l’ urina, come avverbio significa ‘in bilico’ (detto, ad esempio, di moneta che, cadendo, rimane dritta nel gioco di testa o croce) e che fa il paio con le due altre espressioni trasaccane pëscujjènnë ‘indugiando, in modo indeciso, dubbiosamente’ forma di gerundio avverbiale tratta dal verbo pëscuijjà ‘guazzare, battere i piedi in una pozzanghera come di solito fa un bambino’, denominale da pëscóla ‘pozzanghera’ di cui abbiamo già parlato. Simile è l’avverbio pëscujjùnë ‘in modo imbrattato, in modo indeciso, dubbioso’. E’ chiaro che il significato di ‘pozzanghera’ non può aver dato origine a quello così diverso di ‘dubitare, dubbio, incertezza’. Allora, secondo me, bisogna guardare alle forme bìscolo (veneto, lombardo), bìscul, vìscol, bàscule (friulano) ‘altalena, dondolo’(5) le quali differiscono dalle precedenti essenzialmente per la labiale sonora iniziale b-.


Ma la cosa più interessante è notare che la forma friulana bàscule richiama la bascula ‘bilancia (per grossi carichi)’ fatta derivare dal francese bascule, il cui etimo proverrebbe secondo i linguisti da fr. bas ‘basso’ e cul ‘culo’, perché nel gioco dell’altalena il sedere andrebbe alternativamente a battere al suolo. Tanto è vero che il termine viene fatto discendere da bacule, deverbativo di baculer (sec. XV) ‘punire facendo battere (fr. battre) le natiche (fr. cul) contro il suolo’ in cui si sarebbe poi inserito bas ‘basso’. La definizione l’ho tratta dal dizionario Webster, s.v. bascule. A dire il vero a me questa spiegazione è sembrata un po’ artificiosa: il verbo baculer ’battere il sedere’ potrebbe essere venuto direttamente dal lat. baculum ‘bastone’; in effetti il corrispondente verbo italiano bacchiare, oltre al significato di ‘percuotere i rami di un albero con una pertica per farne cadere i frutti’, ha anche quello conseguenziale di ‘far cadere i frutti per terra’. Sul verbo si è poi esercitata l’etimologia popolare ricavandone i significati di cui sopra. Infatti a me pare che sotto il fr. bascule ‘altalena, bilancia a bilico’ bisogna scorgere lo stesso fr. bâcle ‘spranga, sbarra, stanga (per chiusura di porta)’ la cui –â- con l’accento circonflesso garantisce che precedentemente la parola era *bascle, molto simile alla radice di trasaccano pasqu-al-óttë ‘paletto’, variante di lat. pesclu(m) ‘peschio’. Nella parola bascule è stata proprio l’etimologia popolare ad evitare la scomparsa della –s-. Che cosa ci entrerebbero, però, tutti questi pali, sbarre, spranghe con la bascula ‘bilancia, altalena’? Ma è semplice! Spesso la bilancia viene indicata proprio dal suo giogo (in bilico) su un fulcro o perno: cfr. lat. iugum ‘giogo, bilancia’, gr. zyg-ón ‘giogo, bilancia’, gr. stathmós ‘pilastro, stipite, bilancia’, gr. zygó-stathmos ‘bilancia’(composto tautologico). Il lat. trutina ‘ago della bilancia, bilancia’ di ascendenza greca prende il nome dall’ ago che segna il peso e che comunque è sempre una ‘punta, puntello, asticella’. Purtroppo la forma mentis che ci ritroviamo ora, e che ci induce spesso in errore quando si tratta di individuare un etimo, è quella di chi è abituato, dalle parole da tanto tempo specializzatesi, a rintracciare un significato che sia altrettanto specializzato, preciso, esatto, andando praticamente contro la naturale corrente della Lingua che si è mossa dal generico per arrivare allo specifico (la vicenda di fr. bas-cule ‘altalena’ insegni!). Soffermandoci ancora su bascula, notiamo che già Ottorino Pianigiani (1845-1926), famoso magistrato linguista, nel suo dizionario etimologico, presente in rete, metteva in guardia contro l’etimo che derivava la parola dal francese, data la presenza dei friulani bascli, bascul ‘altalena’. Evidentemente i linguisti provano, tanto per scherzare, sentimenti filogallici o hanno calcolato che le voci friulane sono posteriori alla data della prima attestazione del termine bascula in italiano (1890), cosa difficilissima da provare.

Una volta assodato quanto sopra si fa strada nella mia mente il sospetto che anche l’it. bilancia non la racconti molto giusta quanto al suo etimo, accettato credo da tutti i linguisti. Essa deriverebbe dal tardo lat. *bi-lancia(m), strumento formato o munito di due (lat. bis) piatti (lat. lance(m)’piatto’) come a volte sono le bilance. Ma io ho l’impressione che anche in questo caso, come in quello di bi-dente (cfr. l’artic. L’italiano “bidente”… dell’aprile 2010), il termine bi-lancia non sia stato coniato improvvisamente dal nulla, data la sua natura descrittiva più che direttamente indicativa, senza l’appoggio di una base più semplice e sia invece la reinterpretazione di un precedente termine che va segmentato in bil-ancia, il cui primo membro coincide con quello, ad esempio, di bili-dente ‘bidente’ (a Pescina-Aq): l’elemento bili- ha lo stesso valore di ‘dente’ del secondo membro, e quindi poteva significare anche ‘punta, perno, stanghetta, birillo, tronco (cfr. gallico bilia ‘tronco’), ecc.’, tutti concetti adatti ad esprimere il ‘giogo’ della bilancia’ o anche il ‘perno’ o la ‘cerniera’ su cui essa oscilla. Ricordiamo il toscano billi ‘gioco dei birilli’, il sardo nuorese bill-illa, bill-edda ‘piccolo pene’, ligure bel-ìn ‘membro virile’, fr. bill-ette ‘piccolo ceppo, bastoncino’, fr. bill-ard , inizialmente ‘stecca da biliardo’, ingl. bill ‘becco, punta, promontorio’, ingl. billy ‘manganello’ (non mi passa nemmeno per la testa l’idea, tanto cara ai linguisti, di derivarne l’etimo da Billy, diminutivo di William ‘Guglielmo’), serbo-croato biljka ‘pianta’, ucraino byl ‘stelo d’erba’, gr. bél-os ‘dardo, giavellotto, spada, pungiglione’, gr. bel-ónē ‘ago’, ecc. Con molta probabilità, allora, l’elemento appartiene a questa vasta famiglia di cui dovrebbe far parte anche l’italiano bil-ico, dell’espressione in bil-ico che, a mio avviso, richiama lo spagn. en vilo ‘in bilico, col fiato sospeso’. L’etimo che solitamente si dà per bilico è quello di (om)-belìco, il punto centrale di un corpo che generalmente è quello che tocca un altro corpo su cui bilica. A me questa pare un’altra etimologia un po’ infelice che comunque lascerebbe fuori il corrispondente termine spagnolo che potrebbe riallacciarsi anche all’ungh. villa ‘forchetta’. E non è da considerare affatto cervellotico nemmeno l’accostamento del ted. billig ‘equo, giusto, ragionevole, a buon prezzo’ al termine in questione, perché i suoi significati collimano tutti con un eventuale significato originario di ‘in equi-librio, equilibrato’(6) . La radice, manco a farlo apposta, si ritrova in voci abruzzesi (7) come scianna-vèllë ‘altalena’ (scritta çanna-vèlle dal Bielli, per distinguere il suono della fricativa palatale sci-, sce-, più marcato, da quello della fricativa palatale ç- , “più tenue e dolce”, come lui si esprime. Si tratta in effetti di pronuncia scempia o doppia dello stesso fonema), vell-arë ‘altalena’ (a Rivisondoli-Aq). Il primo costituente di scianna-vèllë corrisponde a quello di abr. sciannë ‘zana, culla’(da a.a.t. zaina ‘cesto’) ma anche a ted. Zain ‘verga’. Interessanti le altre voci simili come scianna-nùculë ‘altalena’ il cui secondo membro dovrebbe derivare, per metatesi, dal tardo lat. cunula(m)’culla’, ma è più probabile che sia variante del meridionale naca ‘culla’ (si incontra, infatti, nel sito internet DeScrivendo una poesiuola: Bella la nicula nacula / fatta di sole e di luna / ci si dondola e si gongola coi tuoi versi… Allora diventa chiarissimo l’it. nicchiare ‘tentennare, esitare, titubare’, da *nicul-are, *nicl-are , per il quale si fanno invece supposizioni le più varie e fantasiose, e contemporaneamente si spiega perché il lat. nuc-em ‘albero del noce, noce’ —estraibile dal secondo elemento di scianna-nùculë— nasconda nel suo interno, come ogni altro nome specifico di albero (la stessa cosa avviene per gli animali) e come ho sostenuto con forza in altri articoli, il valore generico di ‘albero, tronco, palo, stanga’, concetto che in questi casi vediamo connesso appunto con quello di ‘giogo della bilancia’); scianna-vìculë ‘altalena’ il cui secondo costituente si riallaccia all’ingl. weigh ‘peso’; a. norreno vaga ‘culla’; ted. Wiege ‘culla’; ted. Waage ‘bilancia’; ted. Ge-wicht ‘peso’; ingl. wiggle ‘dimenarsi’; ted. Woge ‘onda’; it. meridionale voca, voga ‘altalena’; it. tra-bucco (tra-bocco, tra-vocco) macchina da pesca tipica delle coste abruzzesi chiamata tecnicamente bilancia, costituita da due antenne di legno ancorate ad un pontile, che sostengono una grande rete; fr. tré-buch-er ‘inciampare, barcollare, cadere, tra-boccare (di peso, bilancia)’; it. tra-bocchetto; it. tra-bocco ‘macchina da guerra simile alla balista, per lanciare proiettili’; it. bac-ula ‘trabocchetto situato anticamente dinanzi alle porte di una fortezza’. L’elemento –bucco, -bocco, -vocco, vac- richiama il provenzale buc ‘busto, tronco’, ted. Buche ‘faggio’, ingl. beech ‘faggio’, ingl. bough ‘ramo’, lat. bac-ulu(m) ‘bastone’, gr. bák-tron ‘bastone’, spagn. viga ‘trave’ (cfr. sardo nuorese-logud. fache ‘ramoscello che si brucia alla bocca del forno’ che richiama lat. fagu(m) ‘faggio’, incrociatosi con lat. face(m) ‘face, fiaccola’). L’elemento tra- è tautologico rispetto all’altro e, a mio avviso, richiama l’ingl. tree ‘albero’, germanico tra ‘albero’ (cfr. abr. scian-drë (8)altalena’ il cui primo elemento rimanda al tipo scianna- già incontrato). Il meridionale voca, voga sopra citato, quindi, non può assolutamente, per il suo stretto rapporto con i termini precedenti e con l’elemento abruzzese –vìculë ‘altalena’, essere spiegato come derivante da un greco parlato *baukân ‘dondolare’, come alcuni affermano (9) . Lo stesso italiano voga si configura allora come una ritmica oscillazione di remi, come se si trattase dei bracci di una bilancia. Si incontra in Abruzzo anche scianna-fìcura ’altalena’, per incrocio di –vìculë con fìcura ‘albero del fico, fico, fichi’. Ma è più probabile che dietro la componente -fìcura agisca l’idea generica di ‘palo’, come per -nucula. D’altronde essa si ripresenta, insistente, anche in abruzz. sciáncula-ficura ‘altalena’ il cui primo membro abbiamo la fortuna di poter individuare nei vari abruzz. scianculїà, sciancujà, scianchїà ‘trimpellare, vacillare (degli zoppi)’, significato che fa proprio al nostro caso. Formalmente esso si presenta come ampliamento dei precedenti scianna-, scian-. Che l’elemento -vèllë non sia da considerare un risultato di un precedente *wi(ks)lom dalla radice di –viculë ‘altalena’ (cfr. lat. velum ‘vela’ fatto derivare da *wekslom come fa pensare il diminutivo lat. vexillum ‘vessillo’) mi pare che lo attesti anche la stabilità della radice vel(l)-, bel(l), bil(l)-, in tutti i vari esempi su riportati. Il ted. Welle ‘onda’ può spiegare l’ altalena, e la stessa radice, che significa anche ‘rullo, cilindro’ può arrivare ad indicare anche un’ escrescenza (cfr. aiellese cucca-vèlla ‘gallozzola’), un tronco, palo, una pianta come in ted. Well-baum ‘albero da fusolo’ (così traduce il mio vocabolario, ma probabilmente si tratta di ‘palo’ —cfr. ingl. beam ‘trave, giogo della bilancia’, ingl. boom ‘braccio della gru, boma’, ted. baum-eln ‘ciondolare, penzolare’—): l’elemento Well- non può qui significare ‘onda’ ma deve avere tautologicamente lo stesso valore di ‘fusolo’, cioè ‘palo’ che si conficca sul fondale di una laguna per la mitilicoltura. Cfr. abruzzese véllë (10) ‘sala, pianta palustre le cui foglie lunghe e strette servono ad impagliare segge, rivestire fiaschi, ecc.’. Il termine bilico, nel suo aspetto ondoso, si ritrova, a mio parere, tale e quale anche nell’ingl. billow ‘ondata’, che si confronta con m.a.t. bulge ‘ondata’, m.b.t. bülge ‘ondata’, ingl. bulge ‘escrescenza, protuberanza, rigonfiamento’, dan. bölge ‘onda’, ingl. bilge ‘gonfiarsi, rigonfiarsi’; nel suo aspetto arboreo riaffiora nell’ingl. willow ‘salice, battitoio, mazza (non perché fatta di legno di salice!)’, dal m.ingl. wilghe ‘salice’, in cui esso combina l’idea di ‘flessibilità’ con quella di ‘palo, albero’ di ingl. balk ‘trave’: ma nel verbo to balk ‘tentennare, titubare’ riaffiora la natura ‘ondivaga’ della radice che significa anche ‘ostacolare, bloccare’ come to bilk ‘ostacolare, imbrogliare’. Cfr. i seguenti termini tratti dal vocab. del Bielli: valëc-arèllë ‘altalena che si fa con due travi (cfr. ingl. balk ‘trave’) di cui la superiore a bilico’; vàlëchë ‘gualchiera, oscillazione’; valëchїà ‘muovere con movimento di altalena (es. nem pòzzë valëchїà lu vraccë ‘non posso muovere liberamente il braccio’. Stupendo l’epiteto Eliconio (gr. Helikónios) di Poseidone, dio del mare! da una radice (w)elik- che in questo caso resuscita il concetto di ‘onda’, anche nel senso di rotondità, protuberanza, rigonfiamento della terra (cfr. il monte Elicóna, sacro ad Apollo e alle Muse) oltre a quello di salice e di elica. Cfr. i nomi dei fiumi Elic-ona e Belic-e in Sicilia con trattamento diverso della semivocale iniziale w- : nel primo essa cade, nel secondo si trasforma in labiale sonora. I significati delle radici oscillano a 360° trascolorando rapidamente e radicalmente con l’indeterminazione tipica delle particelle subatomiche; non ci inganni —pena l’impossibilità di metterli veramente a nudo— la loro relativa fissità con cui ci sembrano ben installarsi in questa o quella parola, in questa o quella lingua! Ad Osimo nelle Marche si incontra il bel termine sdìngola per ‘altalena’ che, con ogni evidenza, appartiene alla famiglia germanica di ted. Stengel ‘stelo’, ted. Stange ‘stanga, pertica, palo’, ingl. sting ‘aculeo, pungolo, stimolo’ che combina l’idea di ‘stelo, puntello’ con quella preponderante di ‘puntura’. Sembra di stare a parlare di dialetti germanici, non italiani! Molti di essi difficilmente sono dovuti alle invasioni barbariche dell’alto medioevo, e allora bisogna considerarli provenienti da strati linguistici preistorici: -vìculë ‘altalena’, ad esempio, ha la stessa radice di lat. via(m) ‘via’, (da *weghya), ted. Weg ‘via’, ingl. way ‘via’, dall’idea di ‘movimento, trasporto’ di lat. veh-ere ‘trasportare, andare a cavallo, in vettura, ecc.’ che subito trapassa a lat. vect-em ‘leva, sbarra, stanga, mazzeranga, chiavistello’. Non bisogna però pensare che questo termine abbia la motivazione profonda nel movimento che, come leva, imprime negli oggetti spostati o sollevati, ma solo nella spinta, diciamo così, interiore che fa crescere un arbusto o una pianta (cfr. ted. Trieb ‘spinta, impulso, istinto, germoglio, rampollo’). La nominazione chiama, per così dire, le cose col loro nome non in base alla funzione che svolgono ma in base a quello che sono. Un principio, questo, che farà scoprire diverse false etimologie.

Per il costituente –ancia è utile il confronto con il toscano bici-angola, bisci-angola ‘altalena’(cfr. laziale incon-ica ‘altalena’) per il cui primo costituente bisci- (corretto in bici-) bisogna ricordare il sopra citato altoitaliano bìscolo ’altalena, dondolo’, trasaccano piscë ‘in bilico’, ecc. Anche il gr. phál-anx è molto interessante con i suoi significati di ‘tronco, fusto, braccio della bilancia (cfr. ted. Waage-balken ‘giogo della bilancia’, il cui 2° elemento però combacia meglio con la voce abruzzese sopra citata valec-arèlle 'altalena' : questi termini composti hanno un'origine tautologica, e il loro significato iniziale oscilla tra quello di 'giogo, palo' e quello di 'bilancia' o altro), cilindro, rullo, fila di alberi, falange, falangina , falangetta, ecc.’ e con i sui riflessi latini phalangae, palangae ‘rullo, pertica, stanga’. In abruzzese vëlàncë, vëlàncëlë, oltre a ‘bilancia’, significa anche ‘ mazzacavallo, sorta di legno in bilico usato per cavar l’acqua dai pozzi negli orti’ (11). Il termine mazza-cavallo non va inteso come ‘palo a cavallo’: è un composto tautologico per ‘palo, bilico’. Il secondo membro –cavallo rimonta alla radice gallica di giavellotto presente anche nel lat. gabalu(m) ‘forca’, ted. Gabel ‘forchetta’, ingl. gaffle ‘leva d’acciaio per piegare la balestra’, ingl. gable ‘timpano, frontone (per la sua forma a punta)’. Nel mio dialetto di Aielli cavallìttë era il termine per ‘altalena’.

Curioso il see-saw ‘altalena’ inglese che però si dovrebbe spiegare anch’esso come composto da due varianti della stessa radice *seg-sag col valore di ‘palo, bastone, ecc.’: cfr. abruzzese zìcchië (da *zic-ulum) ‘bastoncello a cui si batte nel gioco della lippa’, abruzz. zucch-éttë ‘piccolo pezzo di legna da ardere’, termini (12) che a mio avviso si debbono paragonare a gr. zyg-ón ‘giogo, architrave, antenna, laccio, vincolo’, gr. sŷk-on ‘fico’, a. fr. sëku ‘sambuco’, abr. zòca ‘funicella’, it. soga ‘correggia, fune’, da tardo lat. soca ‘fune’. La spia che conferma questa mia supposizione è l’espressione francese (ma ricorrente anche in altre lingue) faire des zig-zags ‘barcollare’, significato che ci riporta diritto alla ‘altalena’ e al suo ‘dondolare’ il quale si configura, appunto, come una sorta di movimento a zig-zag. Ma lo zigo-zago del ritornello di un noto canto popolare credo che alluda al ‘membro virile’ (E con lo zigo-zago, morettino vago, tu m’hai rotto l’ago…). Aggiungo ora qualcosa di qualche interesse, d’altronde già spiegato in altri articoli come in quello dal titolo Etimo di “chicchirichì”…(giugno 2009) . Il termine zig-zag non è affatto onomatopeico come tutti si affrettano a spiegare, esso potrebbe derivare proprio da un termine per ‘altalena’ e simili, idea che, come sappiamo, solitamente rinvia ad un concetto di ‘palo, stanga, traversa, ecc.’ oppure di ‘onda ‘ e simili. Ribadisco che l’onomatopea non esiste, almeno alle origini, nella lingua, la quale nasce da un’urgenza conoscitiva e non imitativa. E’ chiaro che questi termini, composti tautologicamente da due significanti uguali o simili scanditi in rapida successione (cfr. tic-tac, toc-toc, din don, ecc.), rafforzano nella nostra mente, una volta perdutosi il loro significato originario, una sensazione ritmica, sonora o iconica (cui essi erano comunque legati secondo il modo arbitrario di tutti gli altri significanti) che spinge surrettiziamente a considerare queste espressioni come copie dirette del fenomeno rappresentato senza l’interferenza dell’arbitrarietà del segno.


A conclusione di questa cavalcata sulle bilance credo sia utile riassumere tutto quanto riguarda gli stretti rapporti che intercorrono tra significati diversi, con un altro esempio relativo all’ingl. swing ‘dondolo, altalena, cambio, sbalzo (di umore), ecc.’. A mio avviso non è un caso se si incontrano monti come il Wieder-schwing (in Austria non lontano dal lago Weissensee) il cui significato apparente dovrebbe essere qualcosa come ‘ri-oscillazione’ o ‘spinta all’indietro’ che chiaramente non ha senso alcuno. A me salta all’occhio il fatto che si tratta di un composto tautologico il cui secondo membro ha certamente a che fare con la radice di ted. schwing-en ‘agitare, sventolare, vibrare, oscillare’ ma nel senso che è adombrato nel significato di ‘sbalzo (di umore)’ sopra accennato, riferito qui a tutt’altro (si fa per dire) balzo o ondeggiamento, quello del monte che si eleva o si slancia al di sopra delle terre circostanti. Il primo membro credo possa essere la reinterpretazione di un termine come a. a. ted. vida ‘salice’, a. norreno vithr ‘salice’, ingl. withe, withy ‘vimine’, ma comunque non voglio sostarvi più di tanto. Per quanto riguarda le possibilità vegetali della radice basta ricordare l’ingl. swingle ‘scotola’ , cioè una stecca di legno o ferro usata per maciullare la canapa. Il nome inglese è la fotocopia, guarda caso, della voce aiellese svìnghjë ‘pollone, ramicello flessibile’ —da *sving(u)lë—, ora forse in disuso e che non ho riscontrata in altri dialetti viciniori. E non è per nulla da credere che questa stecca e rampollo traggano il nome dal fatto di essere l’una agitata (per battere) e l’altro flessibile: l’agitazione o la spinta (da cui deriva l’idea di ‘oscillazione’ e ‘torsione’) le hanno al loro interno, come forza che fa spuntare e crescere la pianta . L’inglese swingle-bar (-tree) ‘bilancino’ chiarisce molto bene, a mio parere, con i suoi due membri tautologici con cui viene indicata la traversina di legno a cui si attaccano le tirelle di un animale di rinforzo, che anche l’italiano bil-ancino va interpretato come ‘traversa’, per quello che effettivamente e essenzialmente esso è, non come ’oggetto somigliante ad una bilancia’ oppure ‘oscillante come una bilancia, quando non è sottoposto a trazione’. Così i significati di ted. Schwengel sono tutti rispondenti alla natura degli oggetti che indica, e cioè: 1- battaglio, non tanto perché serve a battere come vuole apparentemente anche il termine italiano il quale andrebbe confrontato con ingl. bat ‘bastone’, quanto perché esso è una sorta di ‘manganello’; 2- bilancino di carrozza per i motivi or ora detti; 3- mazza-cavallo che abbiamo già spiegato sopra; in 4- pendolo sembra prevalere l’idea dell’oscillazione ma comunque l’ asta del pendolo è lì a reclamare la sua presenza e la sua spiegazione. Il tedesco Scwingel, infine, è un termine botanico per ‘festuca’, un tipo di erba caratterizzata da uno stelo abbastanza sviluppato. Si deduce da questo facilmente che nessuno dei significati specifici di superficie di una radice può arrogarsi il diritto di primogenitura rispetto ai significati degli altri, a meno che non esibisca il significato genericissimo che secondo me è all’origine di tutte le radici: quello di forza, spinta, movimento, e simili. Così stando le cose, se si tratta di individuare l’etimo di un termine problematico, io penso che non si sbaglia quasi mai se si presta orecchio proprio al suo significato essenziale per individuare quello originario. Il caso di it. nicchiare sopra spiegato ci insegna che se si fosse partiti con l’idea di dover trovare sotto di esso un termine col significato di ‘tentennare, oscillare’ non si sarebbe, in effetti, affatto sbagliato. Succede invece normalmente che si vada a trovare la ‘spiegazione’ in posti e parole molto distanti e meno probabili.


Più sopra ho usato l’aggettivo letterario ondi-vago ‘che vaga nel mare, di opinione mutevole, incerta, dal lat. undi-vagu(m), che merita alcune riflessioni. A me pare evidente che il 2° elemento –vago mostra la stessa natura di ondi-, cioè ‘onda’(cfr. fr. vague ‘onda’, ecc.) e che non si debba vagare nell’ignoto —miseria della scienza etimologica tradizionale!— per trovare l’origine di lat. vag-ari, vag-are ‘vagare, errare’ e di lat. vac-ill-are (tosc. vag-ellare) ‘vacillare, tentennare, barcollare’, il quale ultimo ha il suo quasi sosia vegetale in lat. bac-illu(m) ‘bastoncino’ . La sua radice vive della natura stessa dell’ onda, la quale si gonfia e va, che è già un modo di ‘vagare’. La parola nacque forse col significato (13) di ‘vagante, navigante, in movimento , oscillante, mutevole, incerto’ specializzatosi poi, per la presenza di lat. unda(m) ‘onda, acqua’ ad indicare solo il movimento sull’acqua del mare. Le parole non nascono a tavolino nella mente di chi rifletta sui fenomeni da esprimere dandone una definizione dettagliata e razionale. Esse rampollarono nella mente del nostro antenato preistorico che, svegliatosi dal sonno dell’inconsapevolezza, era riuscito a malapena ad agguantare, coi suoni a sua disposizione, un unico concetto che aveva elaborato nella sua mente, attraverso una lunga evoluzione, guardando la Natura intorno a sé e dentro di sé, cioè quello generico di ‘forza, vita, movimento’ e simili (parole che noi usiamo però già in una forma specialistica), che cercava di variare nei mille e mille modi della combinazione dei suoni che riusciva ad emettere, per ottenere prodotti che, almeno nella loro forma esteriore, si distinguessero l’uno dall’altro, dando il via a tutta la mossa, ondulata, cangiante e vastissima superficie del mare magnum delle lingue, le quali non potrebbero servire a comunicare se non riuscissero a distinguere in qualche modo una parola dall’altra, un significante dall’altro, trascinandosi inevitabilmente con sé la differenziazione del nucleo originario indifferenziato del significato.

L’aggettivo latino undi-sonu(m) ‘risonante per le onde’ è anch’esso, inizialmente, una tautologia: non per nulla, anche secondo la fisica, il ‘suono’ è un’onda, cioè qualcosa di vivo e mobile che esce dalla bocca del parlante (si ricordino le épea pteróenta ‘parole alate’ di Omero, ma anche noi diciamo, in qualche espressione, che le parole volano). In inglese sound significa ‘suono’, oltre a ‘canale, stretto’ ma nell’antico inglese sund significa ‘nuoto, capacità di nuotare, stretto, mare (concetti che mi pare ruotino intorno a quello di ‘movimento’)’: quest’ultimo significato, cioè mare, credo possa riconciliare il ‘suono’ con l’ ‘onda’. Si può dire, insomma, che il suono è l’altra faccia dell’onda, e viceversa. Il rio Sonno di Castellafiume-Aq, con il rio Ro-sogno di Morino-Aq, quindi, non penso che rimandino all’idea di ‘sonno’ ma a quella di ‘suono’, come sinonimo di ‘onda’. Anche il lat. voc-e(m) ‘voce, suono, parola’ ha il suo sosia ondoso nel ted. Woge ‘onda, flutto’ e quello sonoro nel fr. vogue ‘fama, reputazione, successo’, preesistente evidentemente al voix ‘voce’ di derivazione diretta dal latino. Anche il vag-ire e i vag-iti sono della famiglia, ma i primi vagiti di un’arte ritornano all’idea profonda di ‘movimento, mossa, inizio’. E così spero di aver sottratto definitivamente all’onomatopea tante parole che i linguisti non sanno sistemare se non in questo modo.



Anche l’espressione familiare suonarle ‘darle di santa ragione’ credo non faccia un riferimento figurato all’onda sonora emessa da chi suona uno strumento ma alla più pesante onda del mare, in quanto forza che si abbatte con più o meno slancio sulla spiaggia o, più semplicemente, all’ onda costituita dai pugni, sberle e calci che si abbattono sul malcapitato. Per questo motivo l’aggettivo "santa" dell’espressione di santa ragione mi suona sospetto, ma lascio volentieri ad altri il divertente compito di stanarlo dal suo covo. Mi comincia a ciondolare il capo, e a ragione.




Grazie a Dio mi sento sempre più un agnostico, anche linguisticamente, nel senso che mi fido ormai poco del modo di procedere della linguistica, diciamo così, ufficiale e tradizionale.







Note


(1) Cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq 2006, p. 127.

(2) Cfr. Dante Di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2007, p. 216.

(3) Cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, p. 543.

(4) Cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Mondolibri S. p. A., Milano 2004, pp. 167-68.

(5) Cfr. M. Cortelazzo/ C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998, p.80.

(6) Anche il lat. iustu(m) 'giusto' ha molto probabilmente a che fare con la 'bilancia' se si pensa che la sua forma arcaica , attestata dall'iscrizione del cosiddetto Lapis niger del foro romano, è iovest-(da *ioves, *ious, ius 'diritto'): il che mi dà l'opportunità di citare il termine juve 'giogo' del mio dialetto di Aielli e di altri paesi della Marsica, il quale, quindi, più che corruzione di lat. iugu(m) 'giogo', è da considerare una sua variante originaria. In effetti dovrebbe pur dire qualcosa il fatto che la dea latina Iustitia 'Giustizia' veniva rappresentata con una bilancia in mano. Nel Vocabolario abruzzese di D. Bielli, più sotto citato, la prima definizione che si dà di juste è 'giusto, di peso' ( es. vojje lu juste 'dammi il peso giusto'). Vi è registrata anche la voce jove 'giogo'. Che questa forma sia da considerare variante e non corruzione di lat. iugu(m) 'giogo' è in qualche modo dimostrato anche dal suo ritrovarsi in aree relativamente lontane da quella abruzzese come quella lucana: cfr sciùve 'giogo' nel dialetto di Gallicchio-Pz, parola in cui la semivocale iniziale si è spirantizzata ( ed io che da ragazzo pensavo che si trattasse di una voce solo del mio dialetto di Aielli!).

(7) Cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.

(8) Cfr. Domenico Bielli, cit.

(9) Cfr. M. Cortelazo/ C. Marcato, cit., s.v. vozzica, p. 468.

(10) Cfr. Domenico Bielli, cit.

(11) Cfr. Domenico Bielli, cit.

(12) Cfr. Domenico Bielli, cit.

(13) Bisogna pensare che la radice di lat. unda(m) 'onda', nonostante i linguisti accostino la parola alla radice wud, wad, wed 'acqua', si allinei piuttosto con quella di it. and-are, di etimo molto incerto. Nel vocab. del Bielli, sopra citato, è riportata l'espressione annècche 'vieni qui, vieni oltre, avvicìnati, avànzati, appressati' che si deve segmentare in ann-ècche perchè il 2° membro è la voce dialettale per 'qui' e il primo membro deve essere il prodotto della usuale assimilazione progressiva dell'originario and-, ma col significato di 'venire' invece che 'andare', come succede spesso con questi verbi di movimento. L'origine di and-are è a mio avviso da rintracciare nella parola che il Pianigiani giudica invece più fantasiosa a questo scopo, cioè l'arabo anada 'andarsene, partire'. Credo possa essere di aiuto anche la voce aiellese anda 'filare d'erba falciata e lasciata per alcun tempo a seccarsi al sole' col suo derivato, falsamente accrescitivo, andòne (Trasacco-Aq, Rocca di Botte-Aq) dallo stesso significato. Durante la falciatura, insomma, si forma via via sul terreno una sorta di nastro d'erba che segue la direzione e la mano del falciatore, nastro che va ad affiancarsi a quelli successivi componendo nell'insieme un disegno a mo' di strisce zebrate che rigano il campo. L'idea che agisce sotto la superficie è perciò quella di 'andamento, corso, corsia, sfilata, sfilza, ecc.'. Lo stesso termine ricorre, con significato appena diverso e in forma maschile (ande 'fascia di terreno delimitata in occasione di alcuni lavori campestri come la mietitura') nel dialetto lucano di Gallicchio-Pz. Il che dimostra la sua vetustà. Citerei, a rinforzo dell'idea, anche l'ingl. end 'fine' ma nel significato di 'filo dell'ordito' e l' espressione for days (months, years) on end 'per giorni (mesi, anni ) e giorni (mesi, anni)' che si capisce bene se si dà al termine end il significato di ' fila, serie, successione'. E' così possibile che anche ingl. and 'e', ted. und 'e' siano da considerare come connettivi che 'mettono in fila, uno dietro l'altro' o che 'aggiungono o congiungono insieme' due o più termini o frasi nella catena del discorso. La radice, infine, riappare in combinazione con altra ancora nei termini dialettali abruzzesi (v. Bielli) come vall-ànze, vall- ènte 'spinta, rincorsa', il cui 1° membro corrisponde al ted. wall-en (ma se ne potrebbero indicare altri, vicini e lontani) 'ondeggiare', ted. well-en 'ondeggiare'. I secondi membri erano, inizialmente, elementi autonomi, come mostra lo stesso it. and-are. Un altro caso interessante, riguardo alla stessa radice -and / -end, è quello della preposizione abruzzese fin-ànde, fin-ènde, sin-ànde, sin-ènde, zin-ànde, zin-ènde 'fino a' con la ripetizione tautologica dello stesso concetto di 'fine'.


Oggi, 5 giugno 2011, ho avuto la prova che und in gotico ( con le rispettive forme anglosassoni, frisoni e sassoni) significava 'fino a', cosa che conferma tutte le mie osservazioni finali dell'articolo precedente, nonchè, se tutto si tiene, lo spirito dell' intero articolo. La notizia l'ho trovata nel libro di Paolo Ramat, Introduzione alla linguistica germanica, il Mulino, Bologna 1988, p. 156, par. 4.1.1.





Possit me Fortuna iuvare aliquando tandem, etsi numquam me in vita mea audacem ostendi, quemadmodum ea vult; atqui nunquam inter eos fui qui quod sentiunt, invidiae metu, dicere timeant (Possa la Fortuna finalmente favorirmi, anche se nella mia vita non mi sono mai comportato da audace, come essa vuole ; eppure non sono mai stato tra quelli che non osano dire ciò che pensano per paura d'impopolarità).

martedì 17 maggio 2011

Intermezzo poetico, un poco triste

Fràtëmë

Senza ‘ttë uardë ajju quatrë appisë alla parétë
chë të facìttë tu quand’ivë giovanë i béjjë
sta’ sembrë déndr’a mmi: të védë nda stassàmm’ a mmètë
u quandë la sera rësallavàmmë pë lla costa ad Aéjjë.

Mo è tandë témbë chë stenghë solë, sembrë più solë,
i nën tira n’alëtë dë véndë pë rranëmà stu célë
ammussìtë; mo chë purë fijjëtë së n’è itë, senza sòlë
më parënë a vvòtë lë jurnatë, i amarë nda u fèlë.

Oh, së ppë ‘nna vòta sòla të putéssë rëvëdé
lochë addó të truvë i sëndìttë ridë, i nnó piagnë!
së, chë ‘nnë mumendë solë, putéssë sapé nda è

la vita, së cë sta, dóppë mórtë, u së ju ranghë
ch’alla tela n’acchiappa tuttë quandë, nda lë moschë,
në së surpa purë l’alma chë llë sanguë!





Mio fratello

Senza che ti guardi nel quadro appeso alla parete,
che ti facesti da te quando eri giovane e bello,
stai sempre dentro a me: ti vedo come se stessimo a mietere
oppure quando la sera risalivamo su per la costa ad Aielli.

Ora è da tanto tempo che sto solo, sempre più solo,
e non tira un alito di vento a rianimare questo cielo
immusonito; ora che anche tuo figlio se n’è andato, senza sole
mi sembrano a volte le giornate, e amare come il fiele.

Oh, se per una volta sola ti potessi rivedere
lì dove ti trovi e sentirti ridere, non piangere!
Se, in un solo momento, potessi sapere come è

la vita, se c’è, dopo che si è morti, o se il ragno
che ci acchiappa tutti quanti nella tela, come mosche,
ci si succhia pure l’anima col sangue!

venerdì 13 maggio 2011

La celebrazione della Pasqua (ebraica)si svolgeva in Abruzzo, e probabilmente altrove, millenni prima dell'avvento del Cristianesimo. Sbalorditivo !!!






In alcune parti dell’Abruzzo si registra l’usanza di andare a passà l’ácquë ‘passare l’acqua’  in occasione della scampagnata del lunedì successivo alla Pasqua.  L’espressione vale anche come sostantivo maschile (a Colonnella-Te) che indica comprensivamente la gita del lunedì dell’Angelo, nota altrimenti come pasquetta. Il linguista abruzzese Ernesto Giammarco[1] sostiene che l’espressione deriva appunto dal fatto che il lunedì di Pasqua era di rito attraversare, saltando, un ruscello.

Ora, chi mi segue negli articoli del  blog ricorderà che in molti casi simili ho mostrato come bisogni ragionevolmente pensare che siano il rito, la costumanza, il mito a dover essere spiegati dalle relative espressioni, normalmente generate da automatiche reinterpretazioni di sostrati linguistici precedenti,  e non il contrario, tanto che ormai io considero questo un metodo sperimentato, efficace ed insostituibile.  In mancanza di esso a mio parere si cade purtroppo in banalità interpretative che lasciano intatto, a pochi centimetri dalla superficie, il tesoro linguistico, e non solo, sottostante.  E’ come se si fosse muniti di un detector  inadatto a scoprire l’oggetto che si vuole trovare, ma di cui ci si fida ciecamente con la inevitabile conseguenza di chiudere di fatto negativamente e definitivamente la ricerca, abbagliati da quello che il detector rileva  e che peraltro sembra possedere tutti i crismi di una  verità self-evident. E’ superfluo dire che è stato per me un gioco facilissimo, oltre che gradevolissimo, scoprire anche in questo caso il luccicante tesoro a portata di mano se non di detector.  Naturalmente vorrei che chi la pensa diversamente al riguardo avesse anche la compiacenza di propormi un suo ragionamento altrettanto credibile, in modo che io possa rivedere il mio.

Scartata quindi la praticabilità della spiegazione del rito basandosi sul significato attuale dell’espressione che sembra essere l’immagine riflessa del rito, non resta che tentare la strada inversa di cercare, entro i limiti formali della stessa espressione, un significato più profondo che rovesci il rapporto suddetto facendo diventare il rito una naturale conseguenza di quella. 

A me che pure non sono un cattolico praticante, ma che comunque conosco qualcosa sulle origini della Pasqua cristiana, la quale per il nome rimanda a sua volta a quella ebraica, è balenato subito nella mente che sotto quella espressione si nascondesse il termine dell’antico ebraico pesach, pesah (aramaico pasha) da cui deriva il nome delle festività in questione e che significa ‘passaggio’ o meglio ‘saltare oltre’.  La Pasqua ebraica, come illustri studiosi affermano[2], era certamente una remotissima festività legata alla primavera (mese di Nisan) e probabilmente alla transumanza di tribù semitiche preistoriche già millenni  prima delle storicizzazioni della festa nei modi e nei fatti di cui narra la Bibbia, i quali ne fanno il ricordo a) del presunto passaggio del popolo ebraico attraverso il  mar Rosso, b) del passaggio di Yahweh  che punisce gli Egizi uccidendone i primogeniti maschi ‘passando oltre’ le case degli Ebrei marcate dal sangue dell’agnello pasquale, e c)del raggiungimento della libertà dalla schiavitù.

Passando ad altro, a me pare che sia molto verosimile che tribù semitiche nomadi, ancor prima forse  che si formasse il nome ebraico e avesse origine la storia di questo popolo, siano giunte da noi per espansione naturale, anno dopo anno, a partire dalla cosiddetta Mezzaluna fertile, portando con sé i propri usi, costumi e festività i cui nomi, col favore del caso e della impagabile tradizione, sono potuti talora  arrivare fino ai nostri giorni anche se i loro significati sono stati più o meno stravolti per l’incrocio con altre parole di strati linguistici successivi.

Il semitologo Giovanni Semerano, morto una ventina di anni fa, sosteneva che le lingue europee, lungi dal discendere dall’abbastanza congetturale ed astratto indoeuropeo comune, avessero stretti rapporti con antiche lingue semitiche dell’area mesopotamica di circa 5000 anni fa.  La sua visione a mio avviso va certamente corretta ma è indubbio che contiene molti aspetti veritieri, checché ne pensi la maggior parte degli studiosi.

A dire il vero avevo avuto sentore della presenza di parole semitiche nei nostri dialetti già nell’articolo intitolato Le categorie aristoteliche ostacolano la comprensione dei concetti generali all’origine del linguaggio (giugno 2009) a proposito di due parole del dialetto di Lecce nei Marsi- Aq  che mi sembravano mostrare un gioco di gradazione vocalica simile a quello che normalmente caratterizza le parole semitiche.  In alcune di queste lingue, come l’arabo, il gioco apofonico interno alla radice, costituita dall’impalcatura semantica delle consonanti, è sfruttato al massimo per piegarla a svolgere varie funzioni morfologiche.  La radice araba qtl  ‘colpire’, ad esempio, dà il perfetto attivo qatala, passivo qutila, imperfetto attivo ya-qtulu, passivo yu-qtalu.  Questi fenomeni si rintracciano più o meno cospicuamente in varie lingue arioeuropee in cui essi comunque erano in fase di decadimento come il greco, le lingue germaniche, l’antico indiano e anche il latino.

Ora, tornando all’espressione passà l’acquë di cui sopra, mi sembra che essa possa e debba essere agganciata alle parole ebraiche  pesach, pasach ‘passaggio, saltare oltre’  non solo per l’evidente somiglianza fonetica della espressione dialettale e del termine pas-ach, specie se si toglie l’articolo all’espressione abruzzese con concomitante  elisione di una delle due –a- (compiendo in sostanza l’operazione inversa rispetto a quella che aveva generato l’espressione), ma anche per la precisazione che Ernesto Giammarco dà dell’uso di passare, saltando, un ruscello come se fosse presente, nella coscienza di coloro che già nella notte dei tempi eseguivano dalle nostre parti questo rito, il significato (o uno dei significati) della radice che costituiva il nome della loro festa primaverile, celebrata anche con una danza cultuale da tutte le religioni semitiche, come del resto invitava a fare il significato del nome stesso della festa[3]. Se si vuole  essere pignoli bisogna notare anche la voce abruzz. acchë ‘acqua’, sovrapponibile perfettamente all’-ach di pas-ach ‘passaggio’[4].  A chi  nutrisse qualche dubbio circa la possibilità di sopravvivenza del rito e della relativa parola da un’epoca così lontana, ricordo che quasi sicuramente si trattava di una delle feste più importanti delle comunità primitive, e che almeno per gli ultimi duemila anni circa il rito ha potuto sopravvivere senza sforzo alcuno perché è rimasto agganciato alla festa cristiana della Pasqua e alla radice di questo nome.  Inoltre la tradizione della gita fuori le mura assurge secondo me a simbolo del nomadismo delle le tribù primitive, le quali, dopo la sosta del periodo invernale, riprendevano la marcia verso altre terre o magari, se erano divenute stanziali, verso pascoli montani. 

  E non è tutto.  Sintomi della presenza di questa radice si avvertono, a mio avviso, anche nella voce abruzzese pasahà[5] ‘girellare’ e nel dialetto di Trasacco-Aq dove l’espressione passà l’àcqua[6]  , oltre al significato letterale di ‘passare l’acqua’ significa ‘essere presuntuoso, arrogante’  con un passaggio semantico abbastanza rintracciabile che parte dall’idea originaria di ‘passare o saltare oltre’ per toccare quella di ‘eccedere’ ed arrivare all’ultima di ‘esagerare, esaltarsi, inorgoglir(si), in-superb-ire, ecc.’. Non è quindi da credere che quest’espressione trasaccana sia nata in riferimento agli emigranti che nei secoli scorsi si recavano in America o in Australia i quali, appropriandosi di essa, le davano un significato del tutto positivo esprimente l’orgoglio, l’esperienza e le capacità che avevano acquisito con il coraggio di abbandonare il luogo natio per cercare di fare fortuna altrove: l’antichità della corrispondente espressione indicante, anche se con significato alquanto diverso, il rito della scampagnata del lunedì dell’Angelo impedisce, a mio avviso, la praticabilità di simili scorciatoie esplicative. Del resto mi pare realistico immaginare il senso di orgoglio che doveva nascere e forse nasce ancora nell’animo degli ebrei quando celebrano la Pasqua, e meditano sulle grandi imprese e capacità di resistenza dei loro antenati che fuggirono dalla schiavitù dell’esilio e tornarono alla terra promessa, guidati da Mosè.
  
  Le parole sono molto più antiche di quanto talora si possa supporre.  Lo stesso inglese passage (mutuato dal francese) nel significato di ‘spostamento, scarto laterale (del cavallo)’  sembrerebbe resuscitare lo slancio contenuto nell’espressione rituale abruzzese di cui sopra.  Ma l’exploit  finale la radice semitica lo raggiunge nella passac-àglia o passag-àglio  o passag-allo ‘antico ballo popolare di probabile origine spagnola o italiana’  il cui etimo supposto è piuttosto banale ed infelice, a mio avviso, giacchè lega la parola alla sua veste  spagnola pasacalle intesa come composta di pasar ‘passare’ e calle ‘strada’[7]Passare per la strada, dunque, in riferimento a gente allegra e a suonatori di chitarra che accompagnavano chi andava a cantare la serenata alla sua bella, dato che la pura origine ballerina  della passacaglia era via via scaduta a favore di questa o quella usanza nei vari paesi in cui il termine si ritrovava.  Nel siciliano la sua variante passagagghi  indica ‘damerini che ronzano per le strade a corteggiare’ (con influsso di –gallo a quanto pare) oppure il semplice ‘viavai’,  ribadendo uno dei significati di fondo della parola, cioè quello di ‘passaggio, passeggio, passeggiatore’.  Ma l’altro antico significato di ‘ballo’, che è un saltare, lega il termine a filo doppio col pesach, pasach ‘saltare oltre’ di cui abbiamo parlato.  Si deve aggiungere ad esso solo un suffisso –alia, -ale o simili per ottenere il sostantivo che ha provocato la confusione etimologica, essendo d’altronde la sua radice semitica non propriamente a portata di mano mentre la calle ‘strada’  spagnola era lì in evidenza per portare fuori strada.

Ora, nel napoletano, passag-àglio significa ‘passero solitario’, cosa che riapre l’interessantissimo capitolo sulla estrema plasticità o elasticità dei significati delle radici, secondo il mio ormai sperimentato modo di vedere.  In effetti un significato probabile , ricavabile dalla Bibbia, dell’ebr. pesach, pascha (il valore di ‘salto’ attiene propriamente ad ebr. pesichà)  potrebbe essere stato ‘agnello’ in tempi lontani, significato che a mio parere non fu tratto per metonimia dal nome della festa ma che dovette costituire una sorta di variante semantica della stessa radice di quel nome, specializzatasi ad indicare gli esseri viventi, gli animali, esseri cioè dotati di anima, soffio, respiro e che vivono grazie al sostentamento fornito dal Sole e dal suo calore.  Un’altra radice simile alla precedente è il lat. passer ‘passero’ che secondo me alterna semiticamente con gr. psár, ion. psér ‘storno’. Nel dialetto di Castellafiume-Aq si incontra poi la singolare parola pasqu-arella [8]‘farfalla’ che aveva attratto naturalmente la mia attenzione da tempo e che ora posso capire in profondità, credo.  Essa per il significato richiama il gr. psykhé ‘farfalla’ ma anche ‘soffio, alito, anima, vita’, gr. psák-al-os ‘animale nato da poco, cucciolo’. 

  Le tre parole finiscono col coincidere non solo nel significato ma anche nel significante, se le si inquadra nell’ottica della spesso sbrigliata variabilità apofonica delle vocali all’interno di parole semitiche di cui ho parlato più sopra, che del resto vengono individuate semanticamente solo dalla nuda struttura consonantica.  E fanno anche indovinare con buona approssimazione quale dovette essere il significato originario del nome della festa primaverile: quello di forza, di luce, di calore vitale, di rinascita  e di gioia che la Natura e il Sole a primavera ricominciano ad offrire  ai poveri mortali infondendo in essi un rinnovato spirito di fiducia in sé e di slancio ottimistico verso la vita (cfr. ingl. Spring ‘primavera’, ma anche salto, balzo, significato che ci riporta onomasiologicamente  all’ebr. pesach ‘salto’, parola che indicava però anche la festa primaverile). E’ facile così collegare i due concetti e farne scoccare tutta l’energia, il turgore, lo slancio, l’impulso e l’ardore caratteristici del risveglio della Natura a primavera. Alla luce di queste osservazioni si può pensare, a mio avviso, che anche l’italiano arcaico pascóre ‘primavera’ unito all’aggett. provenzale pascor ‘di Pasqua’, da cui deriverebbe, potrebbe essere il risultato di un preesistente termine per ‘primavera’ incrociatosi con la voce Pasqua portata dal Cristianesimo. A questo punto il significato nascosto del nome della festa che più sopra individuavo con ‘buona approssimazione’, diventerebbe  certezza: primavera!

Che il racconto biblico relativo alla Pasqua ebraica si sia formato attraverso i millenni per accumulo lento ma inesorabile e continuo di incroci di termini di parlate e lingue varie che sono andati ad interferire e ad arricchire a mano a mano la narrazione partendo da un nucleo originario, ce lo chiariscono ormai anche le poche osservazioni da me fatte in merito alla festa: il suo nome stesso spiega perché i pastori eseguivano la danza  durante la sua celebrazione; perché la festa sia anche un memoriale del vero o piuttosto presunto passaggio del Mar Rosso, episodio a mio avviso (ma anche la stragrande maggioranza degli studiosi ne nega la veridicità) originatosi come corollario non solo del nome della festività ma anche dell’altro presunto (non esiste nessun documento storico che lo attesti) episodio dell’esilio degli Ebrei in Egitto e della loro fuga verso la Terra promessa; perché l’Angelo del Signore passò oltre le case o le tende degli Ebrei  portando la morte in quelle degli Egizi; perché – se si vuole prendere per buona la mia supposizione fatta più sopra-  un agnello veniva sacrificato in onore del Signore da ogni famiglia ebraica.

Sono andato per curiosità a rileggere il brano (Esodo, 19 ss.) del passaggio del Mar Rosso e sono stato attratto dal passo seguente:  «[...] e il Signore con un forte vento orientale fece ritirate il mare tutta la notte, rendendolo asciutto. Allora i figli di Israele entrarono in mezzo al mare all’asciutto […]».  Ho fatto le seguenti osservazioni:  1.  L’idea di ‘vento’ è inclusa in quella di gr. psykhé ‘soffio, alito, respiro’; 2.  L’idea di ‘asciutto’ è inclusa nel corradicale verbo greco  psýkh ‘io soffio, respiro, raffreddo, secco, asciugo’.  Persino l’idea di ‘notte’ si può abbastanza agevolmente ricavare dal gr. pséph-os ‘oscurità, tenebre’, se una pronuncia che mantenga solo il soffio dell’aspirazione nella labiale aspirata di questa parola (cioè *pséh-os) va ad incrociarsi con una pronuncia simile della velare aspirata nel sempre presente psykhé (cioè *psyh). Mi si obietterà che la Bibbia era scritta in ebraico. Rispondo asserendo che  alle origini lontane dell’ebraico, come abbiamo in qualche modo mostrato più sopra, potevano esserci state parole che condividevano la radice con quelle greche corrispondenti.

Naturalmente bisognerebbe conoscere l’ebraico per un’analisi più dettagliata e profonda di tutto il racconto, ma in ogni modo mi pare che la scampagnata del lunedì dell’Angelo o Pasquetta,  in uso in Italia e non altrove, si configuri proprio come uno spostamento, una trasmigrazione della comunità oltre i limiti del centro abitato, come avveniva quando le comunità preistoriche si spostavano a primavera per motivi di transumanza o di nomadismo.  Interessante sarebbe appurare se simili usanze, oltre che nei paesi abruzzesi di cui sopra donde avrebbero potuto diffondersi altrove, esistevano anche in altre località.  Una volta arrivato il Cristianesimo, la scampagnata, un tempo forse elemento centrale e rituale della ricorrenza preistorica, si secolarizzò trasformandosi in una gaia gita informale fuori porta. Ritornando, in chiusura, al brano del libro dell’Esodo mi chiedo perché mai il Signore fece spirare il vento per tutta la notte, se poteva all’istante aprire le acque e asciugarle ipso facto. Per rendere tutto più naturale  nascondendo la sua maestà?  E prendendo per buona questa considerazione che, pure, deve lasciare qualche spazio a tratti irrazionali e mitici del racconto, dovrei io forse non fidarmi delle scoperte del mio intelletto che, sia pure a fatica, ha modestamente rintracciato con qualche rigore scientifico una strada che conduce ad una soluzione del problema che a me sembra a dir poco altrettanto naturale e concreta?



 

   
 




[1] Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato,  I dialetti italiani,  UTET, Torino 1998, p. 323, s.v.

[2] Cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Edizione Mondolibri S.p.A, Milano 2004, p. 167

[3] Cfr. Alfredo Cattabiani, cit., p.  167

[4] Cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq  2004.

[5] Cfr. Domenico Bielli, cit..

[6] Cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, p. 545.

[7] Cfr. M. Cortelazzo/ C. Marcato, cit., p. 323.

[8] Cfr.  Dante Di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq  2007, p. 215.



lunedì 18 aprile 2011

The king's evil 'il male del re'

Fino all’inizio del sec. XVIII i monarchi di Inghilterra e Francia, dietro insistenza dei malati di quella che allora era volgarmente nota come the king’s evil ‘il male del re’, cioè la linfadenite cervicale, erano soliti toccare la parte malata caratterizzata da rigonfiamenti delle ghiandole linfatiche, perché era credenza comune che le mani del re avessero poteri soprannaturali e divini ereditati da Edoardo il Confessore, che secondo una leggenda li aveva ricevuti nientemeno che da san Remigio.

Potere delle parole! miseria dell’umanità sofferente e della linguistica! Ricordiamo infatti che ingl. king ‘re’ deriva da forme più antiche come a. ingl. kyning, a. a. ted. kuning, a. norreno konungr , contrattesi evidentemente in conseguenza di un forte accento iniziale che ha causato la chiusura e la caduta della vocale postonica non accentata e la riduzione delle due nasali in una, in buona parte delle lingue germaniche. Si dà il caso che il gr. kyn-ánkhē significa ‘collare di cane, angina canina, squinanzia’. L’it. arcaico squinanzia, uno della serie di malanni che fra Jacopone da Todi si augurava di avere come regalo dal Signore nella sua foga autopunitiva in espiazione dei peccati commessi, è un termine desueto per angina, la quale presenta diverse forme riducibili a quella comunemente nota come mal di gola con tosse. Una di queste forme, la cosiddetta angina rossa, provoca, tra gli altri sintomi, il gonfiore dei linfonodi del collo, andando così a confondersi con gli effetti del male del re di cui sopra, noto anche come scrofolosi, per via delle ghiandole ingrossate (lat. tardo scrofulae ‘ghiandole’). La scrofolosi, d’altronde, in senso lato contempla anche l’ipertrofia delle tonsilli e delle adenoidi.

Ora, ai sofferenti del passato, che dovevano lottare contro le loro malattie tra superstizione e scarsità di rimedi efficaci, e non potevano certamente capire che il ‘male del re’ oltretutto non colpiva generalmente i sovrani, come l’espressione letteralmente pure indicava, soprattutto perché i sovrani difficilmente venivano a trovarsi, per carenze alimentari, in condizioni di immunodepressione favorenti la malattia (di conseguenza la si intese per forza come ‘malattia (curata) dai re, malattia (sotto il potere) dei re’), va tutta la mia comprensione e solidarietà anche se tardive e inutili. La stessa cosa, a dirla tutta, non mi sento di affermare nei riguardi dei linguisti che continuano a credere che espressioni come quella del male del re si siano originate dalla superstizione sopra riportata e che di conseguenza il linguista non deve fare altro che prendere atto dell’uso, ingenuo quanto si vuole, ma del tutto spiegabile secondo i canoni della credulità solita delle masse popolari. E questo non si può purtroppo negare, anche se finora, tra i casi simili che mi sono capitati, non ne posso annoverare uno che si sia originato in questo modo, senza il preventivo o concomitante concorso di un termine che abbia innescato tutto il processo. Anche in questo caso a me sembra molto probabile che una parola come quella greca di kyn-ánkhē sopra citata, entrata molto per tempo nel sistema della lingua inglese, o annidatavisi fin dalla preistoria, abbia subìto lo stesso trattamento della molto simile parola kyning 're' sopra riportata, confondendo con essa il suo destino, una volta caduta in desuetudine come voce autonoma.

Si riconferma quindi l’assunto che vado ripetendo da tempo, che non è affatto il costume, l’usanza, la credenza a creare l’espressione ma è quest’ultima a dare l’avvio ad essi. La cosa forse ancora più interessante è che, secondo me, anche il greco kyn-ánkhē aveva reinterpretato un precedente termine per ‘oggetto circolare, rotondo’, specializzandosi così a designare il collare del cane giacchè il primo membro kyn- veniva a coincidere con quello indicante quest’animale nel greco storico, ma in una fase precedente esso doveva indicare tautologicamente lo stesso concetto di "collare" in genere, espresso dal secondo, anch’esso reinterpretato però in modo piuttosto goffo per un collare, se inteso come ‘strangola-cane’(non si può di certo immaginare che la gran parte dei padroni dei cani fosse una masnada di loschi maniaci strangolatori che ricorrevano a questo barbaro sistema per godersi perversamente i rantoli e le convulsioni dei loro malcapitati animali purtroppo sempre, allora come oggi, soggetti ai loro soprusi, anche se allora non c’era nemmeno il pericolo di essere denunciati e condannati) per via dell’altro significato di ‘angina’ che il composto aveva, da gr. ánkh ‘io strangolo’(cfr. lat. ang-ere ‘stringere, soffocare’). Ma precedentemente –ánkhē doveva attingere alla molto diffusa radice di gr. áng-os ‘vaso, cesto, utero’ o di gr. ánk-os ‘curvatura, gola di monte, convalle’ e significare ‘collare’. Il membro kyn-, lungi dal significare ‘cane’, doveva corrispondere al primo membro di gr. kyn-ûkhos ‘sacco di pelle, borsa, collare, guinzaglio’, il quale, per la verità, riserva anch’esso delle insidie perché il suo valore di superficie è ‘che tiene (-ûkhos) il cane (kyn-)’ ma il suo significato di ‘sacco di pelle’ non può tirare ancora in ballo la ‘pelle di cane’ di cui sarebbero stati fatti i ‘sacchi’, secondo la testardaggine di chi pensa che gli oggetti siano stati nominati dal materiale di composizione e non, come qui, dalla loro natura di "sacchi". A me pare che il lat. cuna(m) ‘culla’ possa essere un suo sosia in quanto ‘cavità, letto’ (cfr. it. cunetta), ma l’ingl. kink ‘attorcigliamento, cappio, nodo, gomito’ potrebbe spiegare alla perfezione tutto il composto kyn-ûkh-os ‘collare’, seguendo la stessa strada tracciata per ingl. king 're'. Ma il significato di ‘rantolo convulsivo (simile a quello della pertosse)’ dell’altro termine omofono ingl. kink fa pensare ad un possibile accostamento di quest’ultimo al sopra citato gr. kyn-ánkhē ‘angina, tosse canina, squinanzia’. Ultima notazione: i re inglesi, dopo aver toccato il malato, erano soliti donargli un angel, una moneta d’oro di 10 scellini del periodo elisabettiano, simile, nell’emblema che raffigurava l’arcangelo Michele che uccideva un drago, alla moneta anglo-gallica angelot risalente a diversi secoli prima. A me pare evidente, se si segue il solito metodo delle risonaze tra i termini, che qui l’ angelo sia un’eco della seconda componente della voce kyn-ánkhē, non ancora pienamente metamorfosata alla maniera germanica, e interpretata come ‘angelo (-ánkhē) del re (kyn-)’, che il re, quindi, cortesemente offriva: lo imponeva del resto il nome stesso del male!

Amen.

venerdì 1 aprile 2011

"Fischia-fròce"= fischietto, ovvero delle etimologie difficili per i linguisti che diventano inaspettatamente facili




Nel dialetto di Rocca di Botte-Aq si incontra la voce fischia-fròce che indica una sorta di strumento musicale rudimentale che «si ricava da un pezzo di legno, verde, de ficora o de castàgnu. Si libera la corteccia, per metà della sua lunghezza, avendo l’accortezza di mantenerla intatta e… lo strumento è fatto. Per suonarlo si reinserisce il bastone nella corteccia, fischiando all’estremità. Il suono cambia con il cambiare della profondità della parte vuota del bastone e secondo il movimento che viene impresso al bastone stesso» (1) . Si tratta quindi di una specie di fischietto primordiale la cui origine può perdersi veramente nella notte dei tempi.

E’ pacifico che fischia-, primo membro della parola, provenga da una forma da paragonare con quella latina di fistula(m) ‘fistola, zampogna, ecc.’ già incontrata nell’articolo precedente Parole illuminanti del dialetto di Scanno dove ho supposto che essa non derivi direttamente dal latino. Per il 2° membro –fròce ho subito pensato che si dovesse trattare di radice tautologica rispetto alla prima, stante anche la considerazione che in italiano la frogia , coi riflessi dialettali frocia, froscia, non è altro che uno dei due canaletti o cavità delle narici degli animali (talora anche degli uomini), in genere bovini ed equini , ma questa mia idea veniva subito raffreddata dall’etimo che spesso i linguisti propongono per la parola, facendola derivare dal lat. forfices ‘forbici’ attraverso una forma metatetica e sincopata froces, e supponendo il passaggio semantico da ‘strumento a forma di tenaglia che si applica alle narici dei buoi’ alla ‘parte del muso interessato’. Nel mio dialetto di Aielli, ai bei tempi andati quando portavo Cima e Bellina al pascolo, il termine suonava fruscéttё e mi dà l’impressione che sia esso a trarre origine dalle fròscё ‘froge’ e non viceversa. Ora, si dà il caso che una nutrita serie di vocaboli dei dialetti sardi offre la inaspettata possibilità di collegarli con la parola di cui si discute in una maniera molto acconcia e sorprendente. Naturalmente i linguisti che sono soliti far discendere tutto dal latino o dalle lingue che sono passate sul territorio della penisola troveranno forse le corrispondenze tra sardo e abruzzese inammissibili o inconcepibili, ma tutto diventerebbe normale se si riconoscesse che non c’è nessuna difficoltà di principio nel riportare molti termini dell’uno e dell’altro dialetto a radici preistoriche, come in questo caso. Osserviamo un momento i seguenti termini sardi: logudorese frischiare ‘fischiare’; log. friscias ‘bronchi’, cioè i canaletti ramificati che mettono in comunicazione la trachea con i polmoni (cfr. nuorese frischias ‘interiora’, cioè i condotti o canali rappresentati dalle budella); log. frisciolu ‘casseruola, padella’, cioè una cavità come le precedenti (la parola potrebbe essersi incrociata con log. frisciura 'frittura' e simili); log. frischiu, frisciu 'buco della serratura, toppa, lucchetto'; log. frisciada 'chiusura', log. frisciare 'inchiavare, serrare'; log. frusciu ’fischio, piffero’, il quale è, secondo me, il preciso sosia del 2° membro di fischia-fròce, che nella parlata aiellese ed in altre suonerebbe fischia-fròscё con la fricativa palatale sorda al posto della palatale; log. fruscella ‘catino’, un’altra cavità ; log. fruschiare ‘fischiare’, log. frusca ‘ascesso’, quasi la stessa cosa di it. fistola nel senso medico di cavità con pus. Da sempre provavo un certo cruccio di disagio dinanzi a parole abruzzesi come frёsc-èlla (Aielli), frisc-èlla (Cerchio, Rocca di Botte), fruscèlla (vocab. del Bielli), frosc-èlla (Luco dei Marsi, Castellafiume) ‘fiscella per la ricotta o il formaggio’, frisce 'vimini' (vocab. del Bielli), frisc-ule 'gabbia per spremervi l'uva infranta'(vocab. del Bielli) variante di vrisc-ule dallo stesso significato (vocab. del Bielli), perché la loro probabile, supponevo, derivazione dal lat. fisc-ella(m) ‘cestino, fiscella’ (cfr. lat. fiscu(m) 'cesto, cassa per denari, fisco'), mi sembrava, in fin dei conti, insoddisfacente; ed a ragione! giacchè, come ben vediamo, esse attingevano da radice diversa da quella di fiscella, presente in abbondanza nel sardo: cfr campid. frisceddu 'fiaschetta'. Allo stesso modo i termini sardi frischiare, fruschiare ‘fischiare’ sono diversi dall’italiano fischiare, perché derivanti da radice diversa da quella di fistula(m) e cioè frusc- (corrispondente a -froce, -froscё col medesimo significato). Dal concetto di cavità si estrae solitamente quello per cerchio, rotondità e così dello stesso gruppo deve essere considerato il log. frόsch-inu ‘curvo, storto’, log. frόsch-ina ‘fiocina, rampone’, così chiamata per via degli uncini che arpionano e che quindi non è da riportare a lat. fuscina(m) ‘fiocina’.


Date queste premesse è giocoforza notare come l’espressione dell’Italia centrale fresca per il volgare fregna ‘organo genitale femminile’ non può essere considerata eufemistica, come si affrettano a chiosare i vocabolari (cfr. romanesco fresc-accia considerata alterazione eufemistica di fregn-accia), considerato anche il dato di fatto che il termine è di uso normale nell’umbro e nel marchigiano. Allora esso deve essere stato spinto, in qualche epoca lontana, ai margini della lingua dal nuovo termine fregna, appartenente ad altro strato linguistico sostituitosi al precedente: sicchè l’antica parola, perduto il suo significato andato a confondersi nel frattempo con quello dell’aggettivo fresco, riappare tuttavia in questa nuova veste falsamente eufemistica, mantenendo sotto traccia il suo antico valore. L'etimo di fregna, praticamente ignoto ai linguisti, ha invece, a mio parere, qualcosa da spartire con le voci vregna, vregno 'vasca usata per abbeverare, truogolo', diffuse nei paesi della zona di Montereale-Aq, in area di influenza sabina ad ovest dell'Aquila. Il termine fregna, diffusissimo in Abruzzo, è considerato romanesco, dialetto in cui mi pare che non si incontra, come del resto in italiano, il nesso iniziale vr-, cosa che avrà contribuito alla sua trasformazione nel molto più frequente nesso fr-. Cfr. anche vrigne 'truogolo' nel Vocabolario abruzzese di Domenico Bielli che riporta anche la voce vrénne 'crusca, lentiggini', il cui significato profondo doveva essere quello di avvolgimento, rivestimento, copertura, da confrontare con ingl. bran (a. ingl. bren) 'crusca'.


Un altro caso etimologico spinoso, quello di frocio ‘omosessuale’ etichettato come “incerto”, mi pare che possa trovare la sua semplice ed elegante soluzione se si ricorre sempre alla solita radice nel significato del sopra citato log. frόsch-ino ‘curvo, storto’. Il romanesco frocio ‘omosessuale’ (aiellese fròscё ’omosessuale’) potrebbe trarre così la sua vera identità dall’idea di curvatura, rotazione, rovesciamento, inversione, e significare letteralmente ‘invertito, pervertito’: cfr. la voce sassarese fruschinà 'gironzare'. La stessa logica è sottesa all'ingl. kink 'nodo, gomito, perversione sessuale'.


Va da sé che, se le soluzioni di questi casi di cui ho parlato hanno più forza penetrativa e più verità di altre spiegazioni, allora bisogna dire a chiare note che gran parte dei quadri di riferimento della linguistica tradizionale ha fatto il suo tempo e deve essere abbandonata perchè oltretutto intralcia ed affrena una libera e genuina ricerca.

Note

(1) Cfr. Mauro Marzolini, "...me nténni?", Tofani editore, Alatri-Fr 1995, p. 249 e 368.


             
                            Conferme della  bontà di quanto sopra

1- Oggi, 26 luglio 2011, a diversi mesi di distanza dalla stesura di quanto sopra ho avuto la prova della bontà del mio ragionamento circa il valore di 'fischietto' e di 'organo sessuale femminile' del 2° componente del termine fischia-frosce 'zufolo'. Nel dialetto di Spinazzola-Ba la voce fraesca-jol (pronuncia approssimata frèsca-jolsignifica infatti: 1) 'fischietto metallico', 2) 'vulva' . Ora, non so quale sia il valore della 2° componente -jol, ma è bene per il momento contentarsi di questa formidabile conferma!



2- Oggi 11 agosto 2012 mi sono accorto che l'espressione italiana andare (mandare) al fresco trova la sua spiegazione nel significato di 'buco,cavità,cella' da attribuire, secondo quanto detto sopra, al termine fresco e non alla banale considerazione di qualche linguista che nelle prigioni del passato, spesso locali angusti e sotterranei, d'estate si stava al fresco: se così fosse la locuzione sarebbe stata creata ad hoc e per di più limitata ai mesi estivi.  Roba dell'altro mondo!


3- Oggi 5 maggio 2013 aggiungo un'altra perla a riprova delle mie tesi.  Nel dialetto lucano di Gallicchio in prov. di Potenza (cfr. sito in rete) la voce frésche significa 'favo, insieme di cellette esagonali delle api'. 

4-  Oggi 6 maggio 2013 mi sono accorto che il secondo membro del composto fraesca-jol ' fischietto metallico; vulva' corrisponde al gr. dià-bolos 'diavolo, calunniatore', dalla stessa radice di gr.dia-ballo 'trafiggo, porto attraverso, ecc.'.  Di esso parlo abbondantemente nel post  Il diavolo non vuole lasciarmi dell'agosto 2012 a cui rinvio.  La radice indica alcuni passi montani  nella Marsica e, un po' dappertutto, anche altri "passaggi" come i ponti.  Oltre al gr. dia-bolos bisogna mettere in conto anche il gr. di-aulos 'passaggio stretto; stretto di mare; canali delle narici', concetto che ben si adatta ai due signif. di 'fischietto' e di 'vulva' attraverso il gr. aulos 'canna, tubo, flauto,orifizio, ecc.'.  Alla forma -jol si arriva  attraverso una forma precedente non contratta *(d)jaul-os che poteva provenire sia da dia-bolos 'diavolo' che da di-aulos ' passaggio stretto; stretto di mare; canali delle narici'. Da -jol  si passa alle forme Ciolo, nome di una profonda insenatura della costa del Salento, e a ciole, giole, nome delle cornacchie e altri uccelli simili che in Sicilia, ma anche da noi nella Marsica, si chiamano ciàvele, ciàule riallacciandosi così al termine diavolo, che nel calabrese di Girifalco-Cz suona acciàvulu 'diavolo' con prefisso a- ricorrente anche in altre voci di quel dialetto.   Puntualmente rispunta il  buco della vagina accanto al diavolo in una leggenda  raccontata sotto la voce tiavele 'diavolo' da Quirino Lucarelli di Trasacco-Aq a p. 509 e seg. del suo Biabbà (Q-Z), ponderosa opera sul dialetto e le tradizioni trasaccane.  Un uomo molto malato e prossimo alla morte -scrive Lucarelli-  esprimeva le sue paure alla moglie, la quale lo rassicurò dicendogli che quando il demonio fosse arrivato egli doveva dirgli di essere disposto a dargli l'anima solo se sarebbe stato capace di trovare il buco della sua vagina.  Per farla breve, la moglie apparve al demonio tutta ricoperta di lunghi e folti peli dalla testa ai piedi, tanto che il diavolo non riusci nell'intento.  Ecco un altro bell'esempio di come nascono le storielle popolari tramandate di generazione in generazione.  La Verità è semplice e bella!!!

Della componente -jol si parla abbastanza anche nel post su Flavio Gioia del 5/8/ '15.




mercoledì 16 marzo 2011

Parole illuminanti del dialetto di Scanno

Apprendo, da uno scarno elenco di parole del dialetto di Scanno-Aq trovato in web, la strana parola cicirchieta ‘anello’ il cui significante richiama l’it. cicerchia dal lat. cicercula(m), legume nel passato molto diffuso nel centromeridione d’Italia, ma il significato di ‘anello’ sembrerebbe escludere di primo acchito ogni possibile contatto tra i due termini. Senonchè il mio metodo di lavoro, anche se poco ortodosso rispetto alla pratica e ai principi seguiti da illustri studiosi, mi aveva subito messo nella condizione di trovare un punto di contatto tra i due significati, in base alla semplice considerazione che cicer-cula(m), diminutivo di lat. cicer, eris ‘cece’, è letteralmente un ‘piccolo cece’, frutto che si configura cioè come una rotondità (non importa la grandezza: cfr. abruzzese chìchere 'gheriglio'), allo stesso modo in cui lo è un anello. Si ricordi, ad es., che il gr. kyklos vale 'cerchio, anello' ma anche 'globo, sfera'. A dire il vero l'anello di Scanno in questione, come ho scoperto dopo avere steso l'intero articolo, era decorato da granuli sferici di metallo , i quali, secondo la vulgata, avrebbero dato il nome all'oggetto perchè ritenuti simili a cicerchie, casomai a ceci . Io credo, al contrario, che l'ornamento dei granuli sia stato aggiunto quando l'antichissimo termine per 'anello', oscuratosi ormai probabilmente il suo significato etimologico , si incontrò col lat. cicerculam 'cicerchia' e, volendo trovare una giustificazione a questa sua nuova identità di superficie, ebbe buon gioco sull'inventiva degli antichi orafi di Scanno, pronti ad aggiungere quell'ornamento di false cicerchie all'anello, come il nome ormai suggeriva. Tutto ciò è convalidato: 1- da tanti altri casi simili di sovrapposizione di termini che hanno determinato la nascita di usanze, credenze e comportamenti diversi, ispirati ai vari significati via via accumulatisi su un termine originario (cfr. l'articolo Il vastissimo significato d'origine delle parole del novembre 2010 ; 2- dal fatto che il dolce cicerchiata, di cui si parlerà tra poco, manteneva solitamente la forma di una ciambella o anello in quasi tutta l'Italia centromeridionale, anche se costituita di palline di pasta; 3- da quello, soprattutto, che appare essere a mio parere il significato originario del secondo membro del termine vatta-cicirchie designante uno strumento a percussione della tradizione musicale abruzzese, di cui parlo nella parte finale dell'articolo e che significherebbe 'batti-cilindro': una rotondità dunque.

Ora, questo concetto di rotondità rispunta anche nella parola cicerchiate del Vocabolario abruzz. del Bielli, più volte citato in altri miei articoli, che significa ‘ciambella fatta di pallottoline di pasta con l’ovo, fritte e legate col miele’. Ognuno può vedere che l’idea di ciambella corrisponde esattamente a quella che sta dietro al concetto di anello. E anche questo dolce, diffuso non solo in Abruzzo ma in quasi tutto il centromeridione, tanto da essere noto anche in italiano come cicerchiata, mi sembra insistere sul concetto di rotondità che, si badi bene, potrebbe essere stato riferito, all’origine, anche alle ‘pallottoline di pasta’ di cui esso è composto, ma comunque si deve tener conto anche della sua costante vocazione all' anello . Non fa nessuna differenza se si incontrano varianti del dolce costituite da pezzettini di pasta magari cilindrici o di altra forma solo vagamente rotondeggiante, perché l’idea che opera all’ombra di questo nome sarebbe sempre quella generica di "massa, grumo, chicco, rotondità", fenomeno che mi pare di aver ben spiegato in articoli del mio blog come Le categorie aristoteliche ostacolano la comprensione dei concetti generali all’origine del linguaggio oppure I Ciclopi e il concetto di “rotondità” del giugno 2009.

A questo punto è importante riflettere sul fatto che, se è vero che bisogna ritenere altamente improbabile che dall’idea specializzata di cicerchia si possa attualmente passare a quella di anello oppure ciambella e simili, anch’esse specializzate (mentre, come abbiamo visto, è molto naturale vederle derivare tutte da una precedente idea più generica di rotondità), da ciò promana l’altra interessantissima considerazione che la parola scannese cicirchieta ‘anello’ non può in nessun modo essere considerata uno sviluppo di lat. cicercula(m) ‘cicerchia’, nemmeno per via metaforica: in altri termini si deve supporre che cicirchieta ‘anello’ fosse un termine presente nell’idioma di Scanno, o in qualche altro dialetto, già moltissimo tempo prima dell’arrivo delle legioni romane e della latinizzazione, anche se la parola latina cicercula(m) ’cicerchia’ nell’origine preistorica dovette pur avere stretti rapporti con esso. Anche in questo caso si constata che è la falsissima idea, come affermava il Saussure, che le parole siano nate per indicare i concetti che esse si ritrovano ad esprimere a far sì che gli studiosi non vedano in nessun modo i collegamenti che si possono invece stabilire tra due concetti che, pur essendo espressi da un unico significante, appaiono da un lato certamente distanti tra loro, se li si considera nella loro veste specializzata, ma dall’altro lato molto vicini e interdipendenti, se li si inquadra nell’ambito del concetto comune ad essi sovraordinato.

Mi rende un po’ triste la constatazione che, se si continua ad operare al di fuori del precedente inquadramento dei fatti semantici, non si arriverà mai, a mio modesto parere, alla verità che giace al fondo e rilutta ad apparire alla luce del sole, ben nascosta dai meccanismi stessi con cui i linguisti spiegano queste parole. Sia il dizionario italiano del De Mauro, infatti, sia quello di Devoto-Oli considerano la voce cicerchiata come derivante dall’idea di “cicerchia” per via della somiglianza delle palline di tali dolci ai semi della cicerchia. Ma, alla luce di quanto detto precedentemente, questa interpretazione rivela tutta la sua intrinseca debolezza, perché, oltretutto, lascia fuori da ogni spiegazione la ciambella o l'anello che il dolce di solito forma nonchè il termine scannese cicirchieta ‘anello’, se si assume che esso vada spiegato senza il ricorso alle metaforiche cicerchie che ne sono solo un ornamento. Esso, è vero, a voler essere “scientifici” fino all’inverosimile, potrebbe anche essere fatto derivare da radice del tutto diversa da quella di cicerchia, ma ciò andrebbe a cozzare con il dato di fatto che una teoria, secondo Alberto Einstein, è tanto più valida quanto più numerose sono le cose che collega e quanto più vasto è il suo campo di applicazione: in effetti in ogni sfera dello scibile si è potuto assistere, man mano che col passare degli anni le conoscenze sono aumentate, al collegamento di fenomeni considerati precedentemente tra loro separati. Pertanto il mio punto di vista che collega cicirchieta ‘anello’ a cicerchiata ‘dolce a forma di ciambella o anello’, direttamente attraverso quello che è secondo me il significato di fondo dei due termini senza ricorrere per via metaforica alle cicerchie che hanno tutta l'aria di un diversivo, mi sembra preferibile rispetto alla spiegazione solitamente data , anche solo sotto un profilo prettamente probabilistico. Infine, non posso condividere nemmeno lontanamente l’idea che il fenomeno semantico non debba rientrare, a causa della sua complessità e vastità, nell’ambito di una visione biologica e realistica, alla pari degli altri innumeri fenomeni del regno vegetale ed animale, che ci garantisca la possibilità di rintracciarne i meccanismi e i principi di fondo per ciò che attiene soprattutto all’origine delle parole. Il comportamento che, negli esempi precedenti, i significati risultano tenere, in parole dei dialetti e delle lingue viventi o del passato, ci apre in effetti una grande finestra, come abbiamo visto, sulla loro realtà e natura originarie. E allora il velo di tristezza di cui parlavo tende un poco a svanire, perché ad essa subentra la fiducia nella forza del cosiddetto pensiero divergente che, quando che sia, riuscirà infine a spuntarla sulle posizioni tradizionali. Un’ultima osservazione su cicirchi-eta o cicerchi-ata: se la parola non è di formazione medioevale e non deriva direttamente da lat. cicercula(m) ‘cicerchia’ ma risale ad un periodo imprecisato della preistoria, allora è impossibile pensare che il suffisso –ata debba inquadrarsi nell’ambito delle molte parole italiane che ne sono dotate. Probabilmente esso sarà stato un componente tautologico rispetto a quello o quelli che lo precedono, con lo stesso significato generico di ‘rotondità, pallina’. A voler essere completi bisogna ricordare che il dolce in questione è noto in diverse località anche come cicer-ata, termine che ripropone gli stessi identici problemi di cicer-chi-ata, nonché come struf(f)olo, parola che non può non essere, a mio avviso, in rapporto con la radice di gr. strophé ‘rivolgimento, giro, strofe’, gr. strόbos ‘vortice, cintura’, in riferimento alle ‘palline’ del dolce.

Altra voce molto interessante del dialetto scannese è scanafischia ‘fessura’ la quale va segmentata in scana-fischia come vedremo. L’elemento –fischia dovrebbe essere l’esito di un termine identico al lat. fistula(m) ‘ tubo, zampogna, canna, poro, ecc.’ (cfr. it. fischiare dal lat. tardo fistulari ‘suonare la zampogna’) ma col significato leggermente diverso di ‘fessura’, appunto, il quale in latino veniva espresso con altri vocaboli come rima(m), fissura(m), foramen. Anche in questo caso, quindi, è possibile pensare che il termine fosse presente nel dialetto di Scanno già prima della latinizzazione, come si capirà meglio con l’analisi di un’altra parola di cui parlerò fra poco. Esso qui forma un normale composto tautologico il cui primo elemento rispunta, secondo me, nell’it. scanna-fosso ‘fossato di scolo intorno ad un campo o casa; condotto murato tra due punti di una fortezza’ incrociatosi col verbo scannare, ma originariamente collegato strettamente con l’elemento scana- il cui significato doveva essere quello di ‘buco, cavità, fosso’ non troppo lontano, a mio parere, da quello di gr. skené, dor. skaná ‘tenda, tabernacolo, taverna, casa’. Anche il nome stesso di Scanno, paese che in passato non si trovava sul sito attuale ma in località Scano Vecchio come risulta da alcuni documenti, e il cui nucleo preistorico molto verisimilmente sorgeva intorno al Lago di Scanno, risale probabilmente alla stessa radice, col significato di ‘lago’ o ‘conca’ in senso geografico. Cfr. Valle di Scanna nel Trentino.

E così siamo arrivati al preannunciato bata-fischie ‘bastone’ in cui l’elemento – fischie, divenuto maschile, è da confrontare sempre col lat. fistula(m), specie nel significato di ‘matterello’ e di ‘canna’, il quale ultimo facilmente trapassa a quello di ‘bastone, pertica’: il matterello, nel mio dialetto di Aielli e in altri della zona, suonava cànnёrё, e non era fatto di canna ma di legno duro. L’ingl. cane vale sia ‘canna’ che ‘bastone’. Queste differenze di significati (bastone/fessura) espresse dallo stesso termine -fischia dimostrano che esso arrivò a Scanno, nella preistoria, in tempi diversi e da strati linguistici diversi. Una lingua è sempre un coacervo di influenze, stratificazioni e apporti vari e molteplici. L’elemento bata- dovrebbe corrispondere all’ingl. bat ‘bastone’, lat. batu-ere ‘battere’, it. vetta ‘bastone con cui si battevano le biade’.

Il più strano di tutti, in un certo senso, è il sintagma asena bandasema ‘fantasma’ da considerare alla pari di un composto tautologico. Come abbiamo visto le tautologie dovevano essere molto diffuse se si pensa anche ad un termine riportato dal Bielli come focafόche ‘fuoco’. Per spiegare il sintagma precedente a me pare che bisogna considerare il primo termine asena come deformazione, per l’incrocio col lat. asina(m) ‘asina’, del secondo elemento di band-asema il quale, però, sarebbe solo il suffisso del gr. phánt-asma ‘fantasma’ che, come phant-asίa ‘spettacolo, visione, apparizione, fantasia’, sarebbe più precisamente un derivato del verbo phant-ázō a sua volta ampliamento dell’aggettivo verb. phant-όs ‘visibile’, a sua volta proveniente da phaín ‘appaio, splendo’. Da diverso tempo, invero, avevo supposto che quelli che a noi appaiono come prefissi o suffissi furono, in una fase precedente della lingua, solo membri tautologici che col tempo si piegarono a diventare elementi esprimenti varie funzioni delle parole, spesso senza più un proprio valore lessicale ben definito, soprattutto per quanto riguarda i suffissi.

Non si può passare, infine, sotto silenzio la parola ceccia ‘getto d’acqua’ che sembra corrispondere esattamente alla radice del gr. kēkí (dor. kakí) ‘sgorgo, scaturisco, stillo’, gr. kēk-ís, îdos ‘umore, succo, spruzzo’ nonché (incredibile!) la voce uié ‘figlio’, poco diversa dal gr. hui-όs ‘figlio’, var. huié-os ‘figlio’. Altra parola interessante è 'ntruòsche 'intestino' in cui si individuano secondo me due membri: il primo corrisponde al gr. énter-on 'intestino, budello' ma anche 'sacchetto', con la normale caduta della -e- iniziale e di quella interna a causa dell'accento tonico sulla -o- successiva dittongata in -uò-, mentre il secondo si deve accostare al gr. oskhe 'sacca dello scroto', concetto che rientra in quello di cavità condiviso col primo membro, sicchè bisogna segmentare il termine in 'ntr-uòsche. Va sottolineato che termini come gr. énter-on 'intestino', lat. intes-tin-u(m) 'intestino' trovano secondo me la loro spiegazione non nel fatto che i loro referenti sono all'interno del corpo animale, come generalmente mi pare che si intenda, ma nel fatto che i referenti stessi sono degli "interni" o delle "cavità". A dire il vero non si può escludere per il primo membro una forma originaria da lat. *inter-us 'interno' (cfr. lat. intra 'dentro'), parallela a gr. énter-on 'intestino' (cfr. lat. intr-an-eum 'intestino' da cui it. entragno) anche se il secondo membro - uòsche fa propendere per l'ascendenza greca del composto. Ma quando si risale così indietro nel tempo ha ancora valore la distinzione geografica latino/greco almeno per certi vocaboli nati e sviluppatisi a stretto contatto di gomito?

Curioso il composto tautologico greco kolo-kordo-kola 'interiora' (Vocab. Rocci) o kolo-kordo-kala 'trippa' (Vocab. Gemoll) il cui primo e terzo membro sono da confrontare, a mio avviso, col gr. kol-on 'budello, salsiccia', gr. pl. khol-ad-es 'intestini', gr. sing. khol-as, ados 'cavità del fianco' (cfr. ted. hohl 'cavo, vuoto'), e il secondo col gr. khordé 'budello, salsiccia'. Come le sopra analizzate parole cicerchieta 'anello' , scanafischia 'fessura' ed altre non vanno considerate a mio parere un apporto della latinizzazione nel dialetto di Scanno, così queste parole (e probabilmente molte altre) di chiara natura greca, ma formanti talora composti non riscontrabili nel greco storico, difficilmente possono spiegarsi come prestiti travasati dalla lingua greca della Magna Grecia, ma, siccome si incontrano qua e là in Abruzzo anche idronimi e oronimi profondamente radicati nel terreno come la fonte Fiume 'Natolia (Anatolia: cfr. gr. anatolé 'sorgente') ad Aielli-Aq, si deve pensare più realisticamente alla presenza diretta sul territorio, anche prima del 1000 a.C., di popolazioni parlanti quella lingua o una affine.

Ho appreso or ora in un sito Internet la voce dialettale vattacicirchie 'batti-cicerchie' che indica uno strumento musicale a percussione della tradizione abruzzese (non delle mie parti) e che convalida, a mio parere, tutto quanto ho più sopra affermato sul significato di cicerchia e derivati. Lo strumento è composto da un cilindro con una pelle tesa su una delle due basi circolari. Attraverso un foro praticato al centro di essa viene mosso a stantuffo un bastone (mazza vattande 'mazza battente'), in genere una canna, che produce un suono particolare. E' uno strumento, quindi, simile alla più nota caccavèlla napoletana. Ora, la spiegazione che del nome si dà, ricorrendo all'omonimo strumento contadino usato per la battitura di tutti i legumi (non solo delle cicerchie), non è affatto soddisfacente perchè oltretutto essa darebbe conto solo del bastone dello strumento musicale, non costituito del resto di due elementi come quelli caratterizzanti anche la cosiddetta mazzafrusta, in italiano correggiato . Anche in questo caso, secondo me, l'interpretazione giusta è quella che tiene conto del significato originario di 'rotondità' espresso dalla voce cicerchia e applicato qui al cilindro che costituisce il corpo dello strumento. Sicchè un unico termine, che all'origine significava batti-rotondità, potè specializzarsi con molta naturalezza a designare da una parte lo strumento per la battitura di tutti i legumi (delle rotondità) e dall'altra lo strumento a percussione o frizione dal corpo cilindrico (una rotondità). C'è però un'altra possibilità: come la caccavèlla napoletana indica solo il recipiente che forma il corpo dello strumento, così il primo membro di vatta-cicirchie poteva essere, prima di incrociarsi col verbo lat. bat(t)u-ere 'battere',tautologico rispetto a -cicirchie e indicare il cilindro, da una radice simile a quella di ingl. boat 'barca', a. ingl. bat 'barca', ingl. vat 'tino, botte': cfr. aiellese vatta-vote 'cavità nel terreno scavata dal contadino per la raccolta e conservazione dell'acqua'. Del resto diversi altri nomi popolari dello strumento mi sembra che richiamino l'idea di 'cavità, recipiente' come cupa-cupa, cupello, cupellone (cfr. lat. cupa-m 'botte'); pignato (cfr. it. pignatta); puti-puti, puti-pù (cfr. fr. pot 'vaso, pentola', lat. pute-um 'buca, fossa, pozzo'); batta-foche , nel cui primo membro ritorna l'elemento di vatta-cicirchie, che però in questo caso accompagna il secondo membro -foche, il quale non può significare 'fuoco' ma rimanda all'abruzz. foca, fuca 'caverna, tana, avvallamento'; cute-cute (cfr. etrusco qutun 'brocca', gr. kytos 'vaso, brocca, cavità, circuito), ingl. hod 'secchio del carbone, vassoio', ingl. hood 'cappuccio, cofano', latino medioev. cota 'grotta, casupola', da confrontare col relitto mediterraneo cutia, cutina 'buca, cavità, pozza'; vurra-vurra (cfr. lat. tardo borra-m 'cavità dove ristagna l'acqua', it. borro, burrone). Pe' lla bella Majèlle, tutte sti tarramùte de nome me fo' veni' i votacére!

Credevo di aver terminato l'articolo ma sono felicemente costretto a continuare a snocciolare altri termini del dialetto di Scanno perchè ribadiscono i principi che sono venuto analizzando. Un tipo di orecchini lì chiamato circejje, è costituito in genere da un cerchietto di metallo prezioso a cui resta appesa una navicella a mezzaluna a sua volta ornata di ciondoli con perle. E' facile notare come gli oggetti componenti l'orecchino richiamino costantemente l'idea di rotondità o cavità espressa dal nome circéjje, dal lat. circellu(m) 'cerchietto'. Ma per la navicella c'è qualcosa in più se si riflette sul gr. kerk-ìs ' navetta, spola', gr.kérk-uros 'scialuppa'. Interessante è stato scoprire che esiste in Puglia un tipo di oliva chiamata cercella la quale, contrapponendosi all'oliva pizzuta (appuntita), dovrebbe quindi presentarsi come un globetto rotondo. Nella Marsica, e precisamente a Trasacco, le voci circéjje, cercéjje, cercélla, circélla, oltre al significato generico di 'orecchino', presentano quello di 'ricciolo, cerchietto ornamentale, nodo di lana non cardata' e, relativamente a cercélla, quello di 'tipico campanello che le capre portano talora attaccato al collo'. E' evidente che l'area semantica del termine così si allarga includendo anche la 'campana' la quale è, a tutti gli effetti, un'altra cavità o rotondità. Da notare che, inversamente, ad Aielli la campanella indicava anche un anello di metallo fissato al muro esterno delle case o delle stalle per attaccarvi momentaneamente gli animali da soma. Un'altra osservazione: come mai la cercella 'campanello' si trovava solo sul collo delle capre e non anche su quello dei buoi o delle pecore? Forse la ragione risiede nell'incrocio del termine con uno simile al lat. hircu(m) 'caprone', che fa pensare ad un precedente *kircu(m): cfr. abruzz. curce 'caprone' (vocab. del Bielli) che a Trasacco suona querce 'caprone'. Si può ben dire che i nostri antichissimi progenitori non lasciavano cadere le suggestioni promananti dalle parole, che dovevano loro apparire dotate di potere magico e di spirito divino. Un'attenzione molto particolare merita un altro anello chiamato a Scanno manine o manucce. Esso è una fede nuziale costituita da tre anelli con due mani che si avvicinano ad un cuore. Ora in veneziano, ad es., il manin è appunto una collana composta da fili d'oro usati anche come bracciale: la radice deve essere quella del lat. mon-ile 'collana' che si ritrova in molte lingue (cfr. il dizionario etimologico del Pianigiani in rete) e del sardo logud. man-iglia 'catena che si ribadiva al garetto con un anello', ma ora rivolgerei l'attenzione al termine toscano manine, manini 'viticci', i quali fanno riaffiorare il concetto di 'avvolgimento, ricciolo, anello', da tener presente per spiegare il sardo logudorese maninfìde 'anello nuziale'(gallurese manefidi), che non va assolutamente sciolto in mani in fede (come viene proposto da I dialetti italiani della UTET, Torino 1998), espressione che in italiano indica un simile anello con due mani che si stringono (ma la fede nuziale indicata dal termine sardo ha forma normale) e che ha tutta l'aria di una banalizzazione interpretativa, come mostrerò subito. Esiste in logud. inoltre anche la voce manin-fiore 'fede nuziale' che non dà affatto vita a mani che stringono un fiore! Il fatto è che anche manin-fide è, secondo me, una tautologia. Il primo membro lo conosciamo. Il secondo bisogna scovarlo sotto il valore di superficie di lat. fide(m) 'fede'. Il quale (cfr. il Pianigiani) secondo alcuni linguisti è da collegare al lat. foedus 'patto di alleanza, lega, ecc.' che a sua volta rimanderebbe al concetto di 'avvolgimento, legame, vincolo', e potrebbe dare spazio così all'idea di 'anello, nodo'. A me pare che si è di fronte ad una leggera variante, con fricativa sorda iniziale, di gr. ity-s, eol. wity-s 'cerchio della ruota, orlo dello scudo, arco delle sopracciglia, curva dell'amo, custodia, anello', gr. (w)itéa 'salice', lat. vite(m) 'vite (pianta e strumento perchè ambedue si avvolgono )', da lat. vi-ere 'piegare, legare, annodare, intrecciare'. Proprio in sardo si ha spesso il passaggio da fricativa sonora a sorda come nel logudorese fidi-alba 'vitalba' variante di logud. bid-alba, termine che reintroduce il concetto di "vite"; come nel nuorese fidea 'idea' dal gr. (w)idéa, accanto a nuor. bidea, videa, idea: la realtà linguistica dialettale, prima che intervenga l'azione omologatrice di un modello comune, è sempre molto mossa e variegata (questa ricchezza di forme purtroppo non è mai registrata dai documenti scritti pervenutici relativi a lingue dell'antichità, sicchè gli etimologi ora non possono non trovarsi spesso in condizioni di grande difficoltà, alla scarsa luce delle forme documentate, che possono perciò indurli in gravi errori) . La fede nuziale, simbolo degli sponsali, viene pertanto a configurarsi, a mio parere, come vocabolo in cui si incontrano due significati essenziali, scaturenti del resto l'uno dall'altro e strettamente interconnessi: il vincolo del matrimonio (cfr. l'espressione lat. vinculum fidei 'vincolo dell'impegno assunto') , rappresentato realisticamente dal nodo, per così dire, dell'anello e la fede reciproca, significato tratto dal precedente, solennemente promessa nella cerimonia che sancisce l'unione tra l'uomo e la donna. Non stupirà allora il fatto che nel tempio sul Quirinale di Semo Sancus, corrispondente a Dius Fidius, divinità minore dei giuramenti, dei contratti e alleanze, si conservavano anelli di bronzo (cfr. Livio, VIII, 20, 8), che il tetto del tempio avesse un'apertura rotonda, e che in un rituale per Fisus Sancius (omologo dei precedenti), descritto nelle Tavole Iguvine, l'offerente portava nella mano destra piccoli cerchi o dischi bronzei. Infine, non sarà forse un caso che la vera , altro termine per 'fede nuziale', e derivante dal lat. viriae 'braccialetto', trovi una certa corrispondenza con una vera 'fede' dell'area slava: cfr. serbo-croato veriga 'catena'. Mo pènze ca so' propia fenite!

venerdì 25 febbraio 2011

"Bicocca" ovvero della profondità vertiginosa delle parole

L’etimo molto discusso di it. bicocca ‘catapecchia, casotto di guardia, torretta su altura’ ci induce a pensare che forse sarebbe opportuno cambiare il tipo d’approccio al problema per cercare di individuare un percorso più sicuro e convincente. A volte un termine dialettale incontrato casualmente apre nuove porte non mai dischiuse.
Sfogliando il Vocabolario abruzzese del Bielli, infatti, mi sono imbattuto nella strana parola cucuficchie ‘camera, casa’ e, dopo un po’ di riflessione, ho provato a segmentare il termine in cucu-ficchie individuando in via suppositiva nel secondo componente –ficchie una leggera deformazione di un originario -*vicchie da lat. viculu(m) ‘vicolo’, ma originariamente ‘casa’, come sappiamo. Il primo componente cucu-, simile al componente –cocca di bi-cocca, riappare in altra voce riportata dallo stesso vocab. del Bielli, e cioè ba-cucche ‘piccola cosa; riparo di frasche, capanna, casupola’ sicchè non mi pare azzardato pensare che cucu-ficchie potrebbe configurarsi come il solito composto tautologico che ripete lo stesso significato di ‘casa, cavità, casupola’ nei due membri. Senonchè il problema si complica per la presenza nel vocab. del Bielli del termine cuvicchie/cuficchie ‘camera, casa’ che sembra essere un accorciativo-semplificativo per aferesi del precedente cucuficchie. Ma così non è perché cuvicchie non può essere altro che il lat. cubi-culu(m) ‘stanza (da letto)’ > dial. cuv-icchie e inoltre il cucu- di cucu-ficchie è ben solido e riconfermato, come abbiamo visto, dall’abruzzese ba-cucche e l’it. bi-cocca nonchè dal serbo-croato kucha 'casa', e pertanto è da scartare l’ipotesi che esso possa essere il risultato di una reduplicazione a fini espressivi della sillaba iniziale di cufi-cchie anche se, agli albori del linguaggio, la voce cu-cu sarà stata per forza una reduplicazione della medesima sillaba. A questo punto mi sono ritrovato a supporre che sarebbe stata provvidenziale all’origine una forma *bici-cocca, o *bico-cocca (da cui bi-cocca per aplologia) che avrebbe permesso di considerare il primo elemento bici- nient’altro che una variante di lat. vicu(m) nel significato di ‘casa’, come abbiamo visto sopra. Immaginate la mia sorpresa quando, andando a cercare il lemma bicocca nel Vocabolario illustrato della lingua italiana di Devoto-Oli, ho incontrato la variante arcaica o dialettale bicci-cocca o bicci-cucca la quale conferma bellamente la mia supposizione! Il significato di ‘piccola cosa’ per il citato ba-cucche si ritrova identico nello sp. bi-coca ‘bazzecola, bagattella’, forse scaturito da qualche perduto significato del termine riferito a frutti rotondeggianti come bacche o noci o chicchi, isolatamente di scarso valore.
Se così stanno le cose, si ha allora la conferma della più volte sottolineata formazione tautologica delle parole le cui parti possono facilmente scambiarsi il posto, essendo inizialmente elementi del tutto autonomi, indipendenti l’uno dall’altro. Per convincersene si osservi la seguente serie di parole abruzzesi riportate dal Bielli, e cioè balla-cucche ‘gallozzola’, palla-cucche ‘gallozzola' da un lato, e cocca-valle, cucca-valle dall’altro, con i componenti invertiti. La “gallozzola”, per chi non lo sapesse, è una pallina della grandezza di una noce che si forma nelle foglie della quercia, del cerro o piante simili, quando sono punte da qualche insetto parassita che vi depone le uova. Che questi componenti avessero all’origine un significato generico di ‘corpo rotondeggiante, protuberanza, bacca, ecc.’ ce lo ribadisce anche una parola del dialetto di Aielli, il mio paese, che suona cucca-vella, variante del precedente cucca-valle, e che significa ‘pigna (frutto conico dei pini)’. Si tratta, almeno relativamente all'elemento cucca, di antichissima radice cosiddetta mediterranea che può risalire al Neolitico o addirittura al Paleolitico e che, a mio avviso, ricompare anche nei ben noti termini dialettali cùccuma, cùcuma ‘pentola, casseruola’, i cui significati rientrano nel concetto di ‘cavità’, speculare di quello di ‘rotondità’. Basti pensare al sardo gallurese cuc-oni ‘cella’, trasaccano cucca (i) ’organo sessuale femminile’, abruzzese (vocab. Bielli) còchele ‘boccia,ciottolo, rotula’, abruzzese cocchie < *cocle < còchele (2)‘crosta del pane, corteccia del cacio, guscio di noce o mandorla o uovo, coccio’, tutti termini da confrontare, non derivare, col lat. cochlea/coclea di diretta ascendenza greca. In questo turbinio di voci correlate alla stessa base di partenza cuc(c)u- interessante è il termine trasaccano cuc-uzza (3) che non significa ‘zucca’ (la quale è chiamata invece checòccia o, nella forma diminutiva, cucuccétta o quequeccétta) come in altri dialetti, ma ‘cima, testa, cocuzzolo’ e anche ‘gallozzola della quercia’, termine che, nella forma base, abbiamo individuato più sopra nei composti balla-cucche e cucca–valle e che, quindi, ribadisce l’autonomia originaria dell’elemento cucche/cucca-. Le piccole differenze, anche di pronuncia, tendono spesso a diventare significative favorendo la specializzazione del precedente significato più generico in esse contenuto. Interessante è anche l’aiellese arcaico cucùle ‘membro virile’, il quale rimanda senz’altro all’idea di 'protuberanza, escrescenza' come chiaramente attestano altre voci dialettali quali cuculìtte (4) ‘mucchiettino, piccola sporgenza nel terreno a forma di monticello o calotta’ o come il trasaccano cucùjja (5) ‘gibbosità, ernia inguinale’ < *cuculla apparentati con lat. cucullu(m) ‘cappuccio’, significato oscillante tra quelli interconnessi di ‘punta, protuberanza’ e di ‘cavità’. Quest’ultimo forse si ripresenta nel trasaccano cucùle che, a detta di Lucarelli citato nelle note sottostanti, è una pianta selvatica che produce un fiore azzurro-violaceo, fatto a forma di campana, la quale rientra nel cocetto di ‘cavità’. “Il nome –afferma il Lucarelli- deriva dal fatto che se si coglie il suddetto fiore e lo si poggia sull’orecchio, come se lo si volesse ascoltare, si ha la sensazione di sentire il verso del cuculo, o almeno questo è sicuro di sentire colui che ascolta”. Potere delle parole! che così convincono noi, estremi fruitori delle loro forme superficiali provenienti dalla preistoria, a metterle istintivamente in rapporto tra loro anche quando sembrerebbe operazione improbabile, dando origine a racconti e credenze tendenti a giustificare tale rapporto. Anche in questo caso mi pare chiaro che è il semplice loro incrociarsi a dare origine alla credenza e non viceversa. Anche in questo caso, al di sotto del gioco di superficie, dorme i suoi profondi sonni una realtà effettuale la quale consisteva forse nel fatto che quel fiore campaniforme, e quindi la pianta, era chiamato nella preistoria proprio cucùle. Partendo da questa realtà non doveva poi sembrare tanto improbabile, specie per l’uomo preistorico, pensare che dentro quella cavità chiamata cucùle risonasse il verso dell'uccello chiamato in it. cuculo allo stesso modo in cui, appoggiando l’orecchio alla cavità di una conchiglia, si credeva da ragazzi di individuare, nelle naturali risonanze producentisi in essa, lo sciabordare delle onde del mare.
Cucùle, sempre nel trasaccano, significa anche ‘cornuto’ nel senso di marito tradito dalla moglie, ed esso deve trarre questo significato da quello di ‘punta, corno’, sempre dalla base cucu, cuccu, cocu ricorrente anche in altri termini con questo significato. Il calabrese còcula ‘glande del pene’ sembra sfruttare l’idea di rotondità piuttosto che quella di protuberanza, idee del resto interdipendenti. L’ingl. cock ‘gallo’ significa volgarmente anche ‘membro virile’ o anche ‘mucchio di fieno di forma in genere conica, cane (della pistola), beccuccio, rubinetto’ ma negli Usa, soprattutto nel Sud e nel Midland (cfr. vocab. Webster), significa ‘pudende femminili’, riallacciandosi così, come per miracolo, al trasaccano sopra citato cucca ‘organo sessuale femminile’ e al gallurese cuc-oni ‘cella’. E’ abbastanza ricorrente, inoltre, l’oronimo Monte Cuculo, Colle Cuculo da appaiare al nome del paese di Cocullo-Aq, situato su un colle, e famoso per la festa di San Domenico, protettore dai morsi di serpente.
Ritornando a bi-cocca si può notare come esso abbia trovato il modo di incrociarsi, per il primo componente, anche col lat. bi-, risalente a lat. bis ‘due volte’, nel termine piemontese e ticinese bi-cochìn (6) ‘berretto a due punte’ ma anche semplicemente ‘calotta, berrettino tondo’, significato che in questo caso doveva corrispondere, all'origine, a quello delle due componenti di bicci-cocca. La stessa cosa è avvenuta per l’it. bi-dente di cui esistono forme tautologiche dialettali quali bili-dente (Pescina-Aq), bel-dente, ecc. come ho mostrato nell’articolo, presente nel mio blog, L'italiano "bidente" ovvero le insidie etimologiche dell’aprile 2010. Nel significato di ‘casupola, bugigattolo, capanna’ la voce –cocca sembra ripresentarsi nell’ingl. hutch ‘gabbia, tugurio’, oland. hok ‘capanna, casupola’.
Nel dizionario etimologico di Ottorino Pianigiani, presente in rete, sotto la voce bicocca si sottolinea che essa indicava un fortino di tipo militare usato soprattutto a scopo di vedetta: sarà un caso ma nel vocab. del Bielli è riportata l’espressione A la bicche ‘in vedetta’ il cui sostantivo potrebbe essersi sovrapposto al primo elemento di bicci-cocca dando vita ad un composto di tipo germanico col significato di ‘casotto di guardia, di vedetta’. Questo è il motivo per cui sono propenso a credere che dietro un composto come l’ingl. hog-pen ‘porcile’, letter. ‘recinto (pen) per porci (hog)’, possa nascondersi un originario composto tautologico il cui primo componente richiamerebbe il sopra citato ingl. hutch oppure oland. hok ‘capanna, casupola’. A conforto di questa considerazione si può ricordare che il grande Saussure (7) affermava che la lingua non è un organismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere, contrariamente alla falsa idea che siamo soliti farcene. E in effetti essa, appena se ne presenti l’occasione, ricicla, riordina e dà un nuovo assetto normativo al materiale ricevuto dallo stato precedente, il quale soggiaceva a regole diverse venendo ad esprimere solo per caso nuove significazioni, perché era destinato a tutt’altro. L’etimo di bicche ‘vedetta’ potrebbe richiamare l’a.a.ted. wecc-an ‘eccitare, svegliare’, ingl. wake ‘veglia’, lat. vig-il ‘vigile, sveglio’, ingl. watch ‘guardia, sorveglianza’.


Note:

1- Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E, Avezzano-Aq, Grafiche Di Censo 2003, p. 554, s.v.
2- Si incontra la variante abruzzese còcchele 'baccello, guscio di semi' in M. Cortelazzo- C. Marcato, I dialetti italiani, Torino, UTET 1998, p. 153, s.v. còcula.
3- Cfr. Q. Lucarelli, op. cit., p. 558, s.v.
4- Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Avezzano-Aq, Grafiche Cellini 2006, p. 76.
5- Cfr. Q. Lucarelli, op. cit., p. 557, s.v.
6- Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, op. cit., p. 77, s.v. bicocà.
7- Cfr. F. de Saussure, Corso di linguistica generale, Bari, Editori Laterza 1976, p. 104, par. 3.