sabato 5 maggio 2018

Guaglione (seguito).


Per comodità del lettore avverto che la prima parte di questo articolo è la trascrizione di quello pubblicato  nel 2010.



Il napoletano (e non solo) guaglionë ‘ragazzo, adolescente’ ha dato e dà tuttora filo da torcere ai linguisti che hanno proposto varie soluzioni, a mio avviso poco convincenti, per il suo etimo, fino a quella che rinvia alla serie onomatopeica gua…gua  riferita a bambini piccoli e incrociatasi col lat. ganeo,-onis ‘frequentatore di taverne, crapulone’. Io penso che, vista anche la difficoltà interpretativa che essa presenta, la parola attinga la sua linfa vitale da strati preistorici molto lontani nel tempo e che la sua radice sia quella presente nella prima componente della voce cagli-andrë ‘fanciullo’ del dialetto di Villapiana-Cs.

A dir la verità l’etimo più accettabile mi è parso quello proposto in un blog a firma di Raffaele Bracale, il quale, dopo aver passato in rassegna le principali proposte al riguardo, individua nel basso latino galione(m) ‘giovane mozzo, servo sulle galee’ l’origine del napoletano guaglione, che nel mio paese di Aielli-Aq suona uajjólë.

A mio avviso la parola sopra citata cagli-andrë del dialetto villapianese apre una finestra insperata per l’individuazione dell’etimo di guagliónë. Essa ha tutta l’apparenza di un composto di tipo greco *kalli-anér, -andrós il quale però, stando al significato superficiale, dovrebbe significare solo ‘bell’uomo’.  Ora, prima di arrivare alla mia proposta, è molto importante riflettere che spesso, in diverse parole, il significato di ‘fanciullo, figlio, giovane animale’ si trova abbinato a quello di ‘rampollo, pollone’ come nel gr. móschos ‘ramo, rampollo, giovane uomo o animale, vitello, rondinino’, lat. pullus ‘pollone, germoglio, puledro, pulcino’, ingl. scion ‘pollone, prole’, ingl. offspring ‘pollone, prole’, ted. Sprőssling ‘pollone, figlio’, fr. rejeton ‘pollone, prole’, gr. kóros ‘fanciullo, figlio, stelo, giunco’, lat. nepos,-otis ‘nipote, discendente, rampollo di animale, germoglio’ a cui si appaia il lat. nepeta ‘nepitella, calaminta’ nonché nept-unia ‘specie d’erba’, ecc.  Faccio osservare, nel frattempo, che la prima componente di cagli-andrë ‘ragazzo’ mi sembra accostabile a termini come kala-mínthe ‘calaminta, nepitella’: non ho segmentato la parola in kalam-ínthe come taluno fa richiamandosi al gr. kálam-os ‘canna’ seguito dal suffisso cosiddetto mediterraneo –inthe, perché la nepitella è un’erba aromatica dal forte odore di menta (gr. mínthe) e quindi è probabile che il suo nome greco includa in sè il nome della menta.  Comunque la prima componente kala-  deve essere la stessa di quella ampliata di kálam-os ‘canna’, di kalám-e ‘ stelo, gambo, paglia’, e di altri fitonimi.  La componente –andrë di cagli-andrë , se la facciamo corrispondere alla relativa parola greca, significa ‘uomo’ ma anche ‘maschio’ di qualsiasi età.  Motivo per cui l’intero termine cagli-andre ‘ragazzo’ verrebbe a configurarsi, a mio parere, come un composto tautologico nel caso in cui alla prima componente diamo il significato di ‘fanciullo, figlio’ secondo la frequente corispondenza tra il concetto di vegetale e quello di ‘fanciullo, figlio’.  Ma quasi sicuramente anche la seconda componente è partita con un valore di ‘vegetale’ se il gr. kóri-on equivale a gr. korí-andr-on ‘coriandro, coriandolo’, un’erba delle ombrellifere (cfr. il succitato gr. kóros ‘fanciullo, stelo), e andr-áchne significa ‘porcellana (specie d’erba), fragola selvatica’. Io sostengo, in effetti, che il significato che si nasconde dietro queste radici di fitonimi è quello di ‘essere vivente’, concetto che abbraccia non solo tutte le piante ma anche tutti gli animali, compreso l’uomo.  Ne sarebbe una conferma il termine greco cál-andros ‘sorta di allodola’ molto simile a cagli-andrë.  L’espressione omerica kallí-pais theá , riferita a Persefone, non significava pertanto agli inizi  ‘la giovane e bella dea’ ma semplicemente ‘la giovane dea’, avendo qui kallí-  lo stesso significato di –pais ‘fanciulla’.

Dati questi presupposti il napoletano guaglionë potrebbe essere stato un ampliamento di cagli- (kalli-)  con l’aggiunta del suffisso –onë, non necessariamente un accrescitivo.

Precedentemente dicevo che il basso lat. galione(m) mi sembrava, tra le altre, una proposta accettabile: solo che il termine, a mio avviso, doveva esistere già da molto tempo col significato generico di ‘ragazzo’, prima che entrasse nelle galee ad indicare specificamente il mozzo, come in qualche modo dimostra la presenza di cagli-andrë nel dialetto di Villapiana. E questo suo uso marinaresco dovette causare la sonorizzazione della labiale sorda iniziale di un originario *calione(m) per influsso del nome della ‘galea’, trasformandolo così in galione(m) con contemporanea rietimologizzazione del termine, quasi indicasse il ‘ragazzo della galea’.  Successivamente si sarà avuta la trasformazione della velare sonora in labiovelare sonora (gu-), sulla scia di qualche altro influsso da identificare, molto probabilmente quello delle parole trattate con pronuncia longobarda come guanto, guado, guasto provenienti da forme con fricativa sonora iniziale v-.

Ho ripreso dopo molti anni questo articolo perché bisognava apportarvi qualche correzione e qualche precisazione. Ho scoperto che in napoletano esiste il termine gaj-aru ‘giovinetto’ insieme al termine gaj-ar-ellu ‘bimbo, ragazzo’[1].  Ecco dunque riapparire la radice della prima componente di cagli-andrë ‘fanciullo’ di cui sopra. E sì, perché in napoletano, come succede molto spesso nei dialetti della Marsica e altrove, la liquida /l/ si palatalizza trasformandosi in semiconsonante palatale /j/,  scritta talora con la semplice vocale /i/, o in liquida laterale /gli/, come nei vocaboli napoletani iuoglio ‘loglio’[2] (dal lat. loli-um), o juoglio, gliuglio, gliuoglio[3].  Caratteristiche sono le voci iaio ‘gelo’, ialo’gelo’ nella prima delle quali si è avuta la palatalizzazione della /l/, assente nella seconda.  La semiconsonante iniziale /i/ proviene dalla velare /g/ come nella parola abruzzese-napoletana jatta ‘gatta’, attraverso evidentemente una forma precedente (g)jatta < gatta, o come l’abr. jallë (anche vallë)<gallo.  Al napolet. ialo si affianca la variante  ielo ‘gelo’, presente anche nell’abruzzese. Mi viene in mente, per la /a/ di ialo la forma dell’aggett. ted. kalt ‘freddo’ della stessa radice di lat.gelu’gelo’.  Mi sono un po’ dilungato nell’esame di queste voci napoletane per acquisire una qualche dimestichezza soprattutto col trattamento di alcune consonanti, in specie la liquida /l/, in quel dialetto, esperienza che mi torna utile nel sostenimento della mia proposta sull’etimo di guaglione.

Ho letto il lungo e dotto articolo di Armando Polito[4] sull’etimo di guaglione nel quale egli critica la proposta sopra citata di Raffaele Bracale, facendo notare soprattutto che la presunta parola del basso latino (più precisamente medio-latino) galion-e(m) ‘giovane mozzo, servo sulle galee’ in realtà non esiste nel “Glossario della media ed infima latinità” del Du Cange. Quasi tutte le affermazioni che il Polito fa sono a mio modestissimo parere condivisibili, tranne due: 1) l’insistenza nell’accennare qua e là al fatto che il significato del termine guaglione non si limita a quello di ‘ragazzo, giovincello’ ma si estende ad abbracciare anche uomini di una certa età; 2) l’affermazione perentoria (a p.10, punto 3) “…il   passaggio a gua- presuppone un’iniziale va-/wa- e non ga-…” in cui critica la proposta di alcuni di far derivare guaglione dal lat. ganeon-e(m) ‘crapulone, nonché quella di p. 5 “… non si capisce per quale oscuro motivo ca- abbia dato gua- ed –l- si sia sviluppata in –gli-.”.

Ora, per quanto riguarda la prima affermazione c’è da notare che, in tutti i dialetti in cui compare la parola guaglione  e simili il significato di fondo resta quello di ragazzo o giovane, anche se essa, soprattutto per via del servizio, attività o mestiere esercitato, si estende anche a persone di età avanzata.  Del resto si sa, ad esempio, che presso i latini uno era considerato e chiamato giovane (lat. iuven-em) fin oltre i 40 anni. La seconda affermazione mi ha fatto sospettare che il Polito non avesse grande dimestichezza col dialetto napoletano, come del resto non ce l’ho nemmeno io. Solo che lui ha avuto, diciamo così, l’avventatezza di non andare a verificare in qualche modo la sua convinzione dell’impossibilità del passaggio fonetico da ga- a gua- nel napoletano anche perché aveva già in mente l’etimo da lui supposto per guaglione ( e cioè il termine medioevale balivo che assunse di tempo in tempo molti significati ruotanti intorno a quello di ‘persona investita di qualche autorità’, da quella di governatore a quella dell’umile banditore).  In verità ho potuto constatare, con l’aiuto di vocabolarietti in rete, che diverse sono le voci napoletane che attestano quel passaggio, come guance/it.gancio, guarzone/it.garzone, guarrese/it.garrese, guarnère/it.carniere, guatto/it.quatto (in cui il passaggio avviene dalla velare sorda del part. pass. latino coact-um)[5], gualla ‘ernia’ che molto probabilmente presuppone una forma di partenza *galla o *calla, simile al gr. kḗlē, dor. kálē ‘ernia, tumore, rigonfiamento’. Si potrebbe quindi ben sostenere per questo vocabolo, senza forzature, la trafila *calla>*galla>gualla inammissibile per il Polito. Il rafforzamento  della /l/ nel vocabolo potrebbe essere dovuto al fenomeno del raddoppiamento pretonico o postonico, molto frequenti nel napoletano e non solo, come in ommo ‘uomo’, in comme ‘come’, ammore ’amore’, cammisa ‘camicia’, cénnere ‘cenere’, chiammà ‘chiamare’, ecc. ecc.

 Diverse sono le voci napoletane che attestano il passaggio della velare sorda /c/ alla rispettiva sonora /g/ (da cui eventualmente spiccare il volo per forme in gua-) come groce ‘croce’, galappio ‘calappio’, gaviglia ‘caviglia’, gravone ‘carbone’, gresema ‘cresima’, guarracino, una sorta di pesce nero chiamato coracino, in cui si verifica il passaggio dalla velare sorda co- addirittura alla labiovelare gua-, ecc.

E’ vero che la forma palatalizzata -gli- deriva in genere da -li- o –le- ma non sempre. Spesso la doppia –ll- (senza la presenza delle vocali palatine /i/ ed /e/) genera in napoletano il suono palatale –gli- come in cagliozza< it. gallozza,  faglià < fallare, paglioccola (grumo di farina non ben mescolata)<*palloccola, diminutivo di it.palla, ecc. Le varie forme napoletane sopra citate derivanti dal lat. loli-u(m) permettono di dire che anche il lo- iniziale poteva trasformarsi in glio-, anche se in questo caso potrebbe adombrarsi un’assimilazione all’esito –gli- del seguente –li-. Nell’abruzzese del mio paese di Aielli la parola in questione suona jjójjë con le due /l/ originarie del latino trasformate in semivocali raddoppiate /jj/. Le chelï-èndrë, nel dialetto abruzzese, sono ‘le prime gemme degli alberi’[6] che ci riconducono quindi al regno vegetale dei getti, polloni, rampolli, ramoscelli’ i quali spesso condividono l’etimo con i rampolli animali ed umani.  Il lat. cali-endr-u(m) o cali-andr-u(m) indica una ‘capigliatura posticcia, ornamento femminile della testa’ cioè un insieme di capelli assimilabili alla peluria e ai getti del regno vegetale, concetto che ritorna nel gr. káll-unthr-on ‘rami’ o gr. káll-untr-on ‘scopa’, oggetto costituito da un manico ed un insieme di rametti di scopa; la parola può aver dato origine al lat. cali-endr-u(m) di cui sopra, ma secondo me non è certo. In greco la parola ha subito il forte influsso del verbo kallún-ein ‘abbellire’.

Ora, ammesso che la radice originaria di nap. guagli-one sia cal-, la stessa del primo elemento del calabrese cagli-andrë ‘ragazzo’, non c’è nessuna difficoltà teorica, in base alle considerazioni fonetiche più sopra fatte, che essa dia come esito la forma guagli-óne (visto che nel napoletano esiste anche gaj-aru ‘giovinetto’, una forma intermedia, per la sillaba iniziale, fra cagli-andrë e guagli-one). Per essa si può presumere un normale raddoppiamento pretonico della /l/ che ne provoca la trasformazione nel suono –gli- come abbiamo visto poco fa. Nel mio paese, e in genere nella Marsica, il termine è uajj-ólë o vajj-ólë (con forme metafoniche per il femminile e il plurale), le quali paiono diminutivi del nome che è alla base del napoletano guagli-one il cui suffisso –one non è accrescitivo ma assimilabile a quello di molte altre parole latine che escono in –on-e(m) e a quello di voci italiane come capro/capr-one, ladro/ladr-one, in cui il suffisso dà, o prova a dare, qualche sfumatura di significato in più alla parola di base a cui si unisce. In abruzzese si incontra anche un forma guajónë[7] ‘giovinotto, ragazza’ con la liquida /l/ palatilizzata ma non raddoppiata. La variante napoletana guagnóne non deriverà direttamente dal verbo napoletano guagnì ‘piagnucolare’, come voleva il Rholfs[8], ma sarà stata frutto dell’incrocio di guaglióne col verbo suddetto, che ha trasformato il significato in ‘colui che piagnucola’.

Da ultimo credo sia utile accennare al fatto che in napoletano esistono forme, antiche e moderne, come quaglia ‘ragazza rotondetta’, quagliòzza[9] ’ragazza formosa’, quagliòna[10] ‘ragazza’ che fanno presumere un incrocio della parola guagliona col nap. e it. quaglia.  Io propendo a credere che inizialmente si trattava di radice diversa da quella di gual(l)- , gal(l)-, cal(l)- di cui abbiamo parlato sopra la quale in fondo coincide con quella di lat. gall-u(m) ‘gallo’, gall-in-a(m)’gallina’.  Quest’altra, invece, andava a coincidere con radici simili a quella di lat. *coc-ul-a(m)’quaglia’, medio-lat. quagla[11] ’quaglia’  ingl. cock ‘gallo’, fr. coq ‘gallo’, fr. coc-otte ’gallina’ ‘ragazza o donna leggiera’, infant. ‘gallina’, serbo-cr. kok-ot ‘gallo’, serbo-cr. kok-oš ‘gallina’, ungher. kak-as ‘gallo’, gr. kikk-ós ‘gallo’, gr. kíkk-a ‘gallina’. Infatti abbiamo mostrato come i rampolli del regno animale coincidano con quelli umani e vegetali.  Inoltre la quaglia appartiene alla stessa famiglia del gallo e della gall-ina; che esistesse una parola appartenente a questo secondo ordine di radici in velare, è dimostrato, a mio avviso dall’ingl. cackle ‘fare coccodè’, ted. gackel-n ‘schiamazzare, far coccodè’, dall’abr. cach-ilï-à o cach-ëlëj-à ‘schiamazzare della gallina che ha fatto l’uovo’, ‘balbettare’, calabr. cacagliare, cacagghiare ‘tartagliare’[12], fr.arc. cacailler ‘chiocciare, far coccodè’.  Il significato della radice, il quale inizialmente doveva indicare un suono generico, assunse a mio parere quello di ‘coccodè’ perchè esisteva una parola uguale o simile per ‘gallina’, come succede sempre in casi del genere.  E non mi si venga a dire che le voci abruzzesi sono state prese di peso da quella inglese.

Dimenticavo il lat. cuc-ul(l)-u(m)’cuculo’, ingl. cuckoo ‘cuculo’, ecc.. Per poter convincersi che i nomi e i versi di questi uccelli non sono onomatopeici, prego di leggere l’articolo Etimo di chicchirichì ‘gheriglio della noce’ e la falsità delle onomatopee presente nel mio blog (/6/25/2009). Un forte indizio sul valore iniziale generico dei versi riferiti a questi uccelli è il fatto che in greco kokkú-sd-ein significa sia ‘fare chicchirichì’ riferito al gallo, sia ‘fare cuccù’ riferito al cuculo. I due versi non sono affatto sovrapponibili e quindi è lecito supporre che il significato di fondo della radice fosse quello di ‘suono’ o ‘rumore’, come espressione di una tensione o energia interiore che si manifestavano  attraverso la sonorità.  Il gr. kĩku-s significa proprio ‘forza, vigore, energia’ e gr. kikka-baû ‘verso della civetta e del gufo’ il cui secondo membro richiama, a mio parere, il gr. baú ‘verso del cane’. Però il gr. kikká-bē, che in Euripide vale ‘civetta, gufo’, etimologicamente va collegata, secondo me, con la serie cui appartiene il gr. kikk-ós ‘gallo’, più sopra citato, e il gr. kakká-bē ‘pernice’.  Tutte radici considerate onomatopeiche ma che lo erano poco e, quindi, solo per via convenzionale, perché inizialmente avevano a mio avviso il valore generico di “suono”, rafforzato dalla reduplicazione del segmento fonico, con o senza antifonia vocalica.  Le stesse radici avevano elaborato l’altro significato generico di “animale, uccello” che cercava pretesti per specializzarsi in questo o quell’animale  o in questo o quell’uccello che emetteva il presunto verso onomatopeico: le varie specie di pernice non fanno affatto kakká-bē!

Un altro caso molto interessante è quello costituito dal sicil. cucchigghiàta[13], calabr. cucugliàta, pugl. cucugghiàta ‘allodola ca(p)pelluta’, voci che vengono derivate dai linguisti da un latino parlato (alauda) *cuculleāta  ‘allodola che porta un cappuccio’, il quale farebbe riferimento al ciuffo di penne erettili sul capo dell’uccello che, se si vuole essere precisi, è appunto un ciuffo non un cappuccio.  In pugliese si ha anche la forma cocùgghia che però non è retroformazione da cucugghi-àta (cfr. anche spagn. cogujada ‘allodola cappelluta’), come pensano i linguisti, ma una voce femminile composta dalla stessa radice di lat. cucul(l)-u(m) ‘cuculo’ sopra citato, che in quel caso si era incontrato col verso cu-cu dell’uccello, in quest’altro, invece, col lat. cucull-u(m) ‘cappuccio’, fatti che determinarono lo specializzarsi nei due sensi diversi del significato iniziale e generico del termine, secondo me “uccello”.  In sardo logud. la voce cucc-ullia[14] (nuor. cucullia) ha il significato generico di allodola non di allodola cappelluta, e il primo membro del nome richiama il primo di sardo logud. cucca-pedra ‘allodola’. La finale –àta non rappresenta un suffisso latino femminile, simile a quello del part. passato della I coniugazione, ma a mio avviso adombra una seconda componente di un termine *cucull-ata, col significato di ‘allodola’; in qualche modo esso si può ricavare dal lat. al-aud-a(m) o ala-ud-a(m)‘allodola’ se nello spagn. moderno allodola suona al-ondra. Da quest’ultima voce, infatti, si ricava una prima componente al- se la seconda –ondra equivale alla seconda –andra di it. cal-andra (cfr. gr. kál-andr-os ‘sorta di allodola’). Del resto anche il greco ci offre la possibilità di ricavare la componente –all- da korud-áll-os ‘allodola cappelluta’, ampliamento della forma kórud-os  dallo stesso significato.

In sardo logud. si incontra la voce cucc-uda ‘upupa’[15] che può facilmente ingannare sulla sua etimologia che credo venga spiegata infatti come “(uccello) munito di cresta” dalla base cucca- che mostra spesso il valore di ‘cima, punta, cresta di monte’ in vari dialetti. In realtà il termine si inquadra nella serie cui appartiene il serbo-cr. kok-ot ‘gallo’ sopra indicata. Ancora nel logudorese esiste il vocabolo cucc-ol-adu ‘crest-ato’ che è ampliamento di quella base (normalmente si ha in sardo cucc-uru ‘cima, cocuzzolo’): anche se esso coincide col lat. cucull-u(m) ‘cappuccio, involucro di carta per incartarvi pepe (che evidentemente aveva la caratteristica forma a cuneo)’, di cui abbiamo parlato più sopra, qui il significato è quello diretto di “cresta” non quello metaforico di “incappucciato”. D’altronde, per mancanza di una visione più profonda ed ampia della Lingua, non si è ancora abbastanza capito, a mio parere, che i due significati di “cima, cresta” e “cappuccio” sono interconnessi, almeno in questo termine.  L’upupa, in sardo logudorese, mostra tra i tanti anche il nome di cuccu-baju, cuccu-vaju che condivide con quello dato all’allocco.  Il termine è quello del greco bizantino koukkou-bágia ‘civetta’ ma io non credo che le voci sarde ne derivino direttamente: basta osservare che altro nome logudorese dell’upupa è culu-baju con la seconda componente –baju che serve ad indicare l’upupa (ilare uccello calunniato dai poeti) diverso dalla civetta.

Il gentile lettore mi scusi se mi dilungo nell’analisi di qualche altro termine sardo per upupa, ma la cosa è davvero interessante. Uno di essi è laudaddeu[16] che non so se vada sciolto in ‘lode a Dio’ o in ‘loda Dio’ ma comunque ciò non ha molta importanza ai nostri fini etimologici. Già molti anni fa nell’articolo Parole sarde del DULS presente nel blog (23/6/2009) avevo asserito che espressioni come sardo caddu de Deu ‘cavalocchio,libellula’ ripetevano lo stesso concetto di “animale” nei due termini di cui si compone. Anche qui la voce lauda-ddeu deve ripetere lo stesso cliché, ma il membro iniziale deve essere il latino e sardo alauda ‘allodola’ che qui naturalmente prende il significato di ‘upupa’ non tanto perché i due uccelli hanno la cresta sul capo, quanto perché i nomi sono intercambiabili per via del loro significato d’origine molto generico. Qui è successo l’identico fenomeno dell’it. lodola, cioè l’errata discrezione della /a/ iniziale el termine, considerata parte dell’articolo femm. deter. la in italiano, e dell’articolo femm. deter. sa in sardo, sicchè quelle che erano s’alauda in sardo e l’al(l)odola in italiano sono diventate rispettivamente sa lauda e la lodola. La lauda si incrociò col termine omofono sardo per ‘lode’ vista la presenza del –ddeu successivo.  Le parole, lo sappiamo, non vedono l’ora di assumere un significato purchessia per giustificarsi sul piano della lingua in cui vengono a trovarsi. Infatti, a mio avviso, la stessa espressione, interpretata diversamente, ha dato origine all’altro termine sardo per ‘upupa’ saluda-ddeus che deve essere sciolta in ‘saluta Dio’ oppure in ‘saluto a Dio’. In realtà in questo caso si è avuto l’agglutinamento dell’articolo apostrofato s’ ‘la’ con sardo alauda ‘allodola’ che ha prodotto prima un *salauda e poi, per incrocio con sardo saludu ‘saluto’ o con una voce del verbo saludai ‘salutare’, la voce saluda-ddeus: la presenza del secondo membro –ddeu ha spinto il parlante a trovare un significato purchessia all’intera espressione in cui il senso originario del primo membro avrebbe creato qualche difficoltà di comprensione.  L’altra espressione sarda saluda su re ‘upupa’ che letteralmente vale ‘saluta il re’ è a mio avviso l’interpretazione erronea di un originario *s’alauda-sorex, il cui secondo membro, che in latino significa ’sorcio’, viene inteso e segmentato come so-rex> su-rex> su re ‘il re’ dal lat. reg-e(m) ’re’.  Naturalmente dietro il suo significato specializzato doveva esserci il significato generale di ‘animale’ o ‘uccello’.  Si pensi, ad esempio, che il sardo algherese crab-edu [17]‘alzavola’ (cioè un tipo di anatra) è molto simile al sardo crab-it(t)u ‘capretto’.

Se si riflette sulle parole che sto per citare, prese da diverse lingue e dal dialetto sardo, francamente non si riesce ad indicare quali siano le varianti o le forme metatetiche rispetto ad una radice d’origine, la quale evidentemente non lo era mai stato, perché esse già sussistevano da sempre, col significato generico di ‘animale’, insieme a quella radice considerata erroneamente capostipite. Ecco le parole: sardo crob-u’corvo’, sardo creb-u ‘cervo’, sardo algherese crab-u, crab-edu ‘tipo d’anatra’, sardo crab-a ’capra’, lat. capr-a ‘capra’, ted. Käfer ‘coleottero’,a.isl. hafer’capro’, gr. kápr-os ‘cinghiale’, a. a. ted. hrab-an= ted. Rabe ‘corvo’, ingl. raven ‘corvo’, ingl. crow ‘cornacchia, corvo’, lat. cerv-us ‘cervo’, calabr. cerv-iéllu ‘capretto’ (che a mio parere non è dall’ant.fr. chevrel ’capretto’), abr. cerv-ónë ‘grosso serpente’, it. lupo cerv-iero ’lince’[18], lat. corv-us ‘corvo’,gr. kór-ak-s ‘corvo’.  Come secondo me dimostra l’algherese crab-u ’anatra maggiore’, che condivide la radice con quella di sardo crab-u ‘capro’, non bisogna farsi ingannare dalle radici onomatopeiche supposte per diversi dei termini sopra elencati, nonché da quelle che fanno riferimento ad una idea di “corno” o ad altro per i restanti termini. 

 Un’altra osservazione moltissimo interessante si può fare sulla radice cerv-  che, secondo me, si ritrova anche nel ted. Kerb-tier ‘insetto’ (anche ted. Kerf ‘insetto’) che viene spiegato come un calco sul lat. in-sect-u(m)’insetto’ che per la verità i classici usavano solo al plurale insecta.  Come avevo notato anche nell’articolo Nomi di venti ovvero gli abbagli della linguistica del 1/5/2012, nel dialetto sardo campidanese si incontrano le voci cerpi-u e in-cerpi-u ‘insetto’ le quali fanno supporre (cosa che non avevo evidenziata in quell’articolo) che il termine tedesco sopra citato, con radice simile nel primo membro, non sia calco sul lat. in-sect-u(m) ‘insetto’ come si pensa[19] ma esistesse autonomamente già da molto tempo[20].  Il ted. Kerb-tier, sul piano della lingua tedesca, significa letteralmente ‘animale (-tier) con intagli (Kerb-)’ dal verbo kerb-en ‘intaccare’ allo stesso modo come viene inteso il lat. in-sect-u(m) che letteralmente vale ‘(animaletto) intagliato’ part. pass. del verbo in-sec-are ‘intagliare, incidere’, nomi che si riferirebbero al fatto che il corpo degli insetti è generalmente nettamente diviso in due o più parti. Il latino sarebbe calco del gr. én-toma ‘insetti’ e così la questione sembra chiudersi definitivamente senza alcuna possibilità di contraddirne la soluzione.  La quale non mi soddisfa almeno alla luce di uno dei principi cardinali della mia linguistica (di ascendenza saussuriana) secondo cui è vano credere che i nomi siano stati posti ai referenti con le significazioni di cui si caricano solo successivamente e che magari indicano questa o quella sua caratteristica, mentre il nomoteta iniziale della lingua, diciamo così, ha indicate le cose per quello che erano, anche se con concetti generalissimi. 

In base a queste mie convinzioni il primo componente di ted. Kerb-tier non va accostato al verbo suddetto, ma alla radice di lat. cerv-u(m) ‘cervo’ sopra citato insieme alle altre parole corradicali, nel suo significato primordiale che secondo me era quello di ‘animale’ prima che il termine si incrociasse col verbo kerb-en ‘intaccare’ e gli permettesse così di dar vita ad una parola che sembrava essere stata creata apposta per quegli animaletti col corpo segmentato. Lo stesso fenomeno deve essere avvenuto per il gr. én-tom-on ‘insetto’ che nel suo significato di parata vale ‘intagliato’ (dal verbo témn-ein ‘tagliare’) con sottinteso zǭ-on ‘animale’.  Non è azzardato, per gli stessi motivi, ipotizzare un termine arcaico, caduto poi in disuso, che suonasse *en-thum-on col significato di ‘essere vivente, animale’.  La radice di –thum-on corrisponderebbe a quella di gr. thum-ós ‘animo, anima, vita, spirito, coraggio, ardore, collera, mente, pensiero, ecc.’ a sua volta ampliamento del verbo thú-ein ‘mettere in rapido movimento, muoversi con impeto, agitare, infuriare, imperversare, sacrificare (sign. prim. far fumare), ecc.’. L’espressione erodotea én-toma poieĩn ‘fare sacrifici, sacrificare’ credo possa farci propendere per un’idea simile che vede in én-toma una copertura di un precedente *én-thuma con la radice usuale per indicare i sacrifici, piuttosto che indicare, secondo la lettera, lo spezzettameno o l’uccisione della vittima del sacrificio. Da non dimenticare i forti influssi di questa radice nel ted. dun-st ‘esalazione, vapore, fumo, nebbia’, ted. tumm-el-n ‘mettere in moto, agitare, affrettarsi’ e, a mio avviso, anche ted. Tümm-ler ‘delfino’ o ‘specie di piccione’ in quanto ‘esseri viventi, animali’ come l’ingl. tom-tit ‘cinciallegra’, uccello noto, oltre che col semplice tit, anche come tit-mouse in cui ritorna il falso ‘topo (-mouse)’, falso perché qui deve fare i conti non col ted. Maus ‘topo’, lat. mus ‘topo’, gr. mus ‘topo’ bensì col ted. Meise ‘cinciallegra’. Ma anche il topo non era altro che un piccolo animale.

E siamo giunti al lat. in-sect-u(m) ‘insetto’ che non so se sia il più facile o il più difficile dei tre. E’ chiaro che la sua spiegazione non va cercata tra le radici per ‘taglio, sezione’ e simili ma, a mio parere, bisogna andare ad interrogare il ted. Ein-sicht corrispondente all’ingl. insight  per appurare qualcosa.  I due sostantivi sono composti dalla preposizione ein- (in-) ‘in, dentro’ e dalla componente -sicht (sight) ‘vista’.  Insomma, si tratta di una visione che si spinge all’interno, una intuizione, una profonda perspicacia, una capacità di penetrazione caratteristica della mente di una persona intelligente.  Fin qui i significati della parola inglese e di quella tedesca coincidono, ma per quella tedesca ho rilevato un significato più particolare, non presente in tutti i vocabolari, che a prima vista sembra non essere in armonia con gli altri: impulso, istinto. Ora, basta notare che, volendo capire qualcosa di profondo si ha bisogno di una forte energia intellettiva, per cominciare a rendersi conto che, in realtà i due poli della penetrazione mentale e degli impulsi vitali di qualsiasi natura sono due aspetti diversi di una medesima realtà, quella dell’uomo composto, diciamo così, di materia e forma. Il quale, per mettere in moto sia le attività superiori mentali e spirituali sia quelle di natura istintiva deve sottoporle comunque a tensione ed animazione. Infatti, nell’articolo Principi di gnoseologia del 8/1/2913, tratto abbastanza ampiamente di come l’uomo abbia tradotto nella lingua, attraverso il concetto di ‘attenzione e tensione’, e quindi di ‘spinta’, tutte le sensazioni da lui provate, anche le superiori.  Si aggiunga il fatto che i termini sopra citati hanno come etimologia una radice corrispondente a quella del verbo latino sequi ‘seguire’, il quale si configura come l’azione che compie chi cerca di entrare ed entra in contatto con qualcosa attraverso l’attenzione degli occhi, nel caso dei verbi tedesco e inglese, rispettivamente seh-en ‘vedere’ e to see ‘vedere’.  Insomma il ted. Sicht ‘vista’, per esempio, è la traduzione visiva di questo moto di attenzione e di tensione compiuto da chi è impegnato nel vedere. Ecco perché Ein-sicht ha mantenuto anche il significato apparentemente un po’ anomalo, rispetto agli altri, di impulso, istinto che abbiamo visto abbondare, ad esempio, nel gr. thum-ós ‘animo, ardore’ ma anche ‘mente, pensiero’.  In latino abbiamo il termine secta, simile formalmente a sicht/sight, ma col significato di ‘setta’, un insieme di seguaci.  Ora, tirando le somme di queste considerazioni, mi pare che non sia affatto uno sproposito supporre per il lat. in-sect-um ‘insetto’ un sostantivo primordiale sottostante, uguale al tedesco Ein-sicht ma col significato di impulso, energia vitale, anima, animale molto distante da quello del part. passato del verbo lat. in-sec-are ‘incidere, intagliare’. Nella lunghissima storia di una lingua moltissimi saranno stati i termini col significato di animale sul piano diacronico e su quello sincronico nei diversi dialetti, via via rimpiazzati da altri: quindi non è affatto difficile che tra di essi ne siano capitati alcuni soggetti ad essere interpretati come animali segmentati e quindi adatti ad indicare la classe degli insetti.

Can-ëstr-élla era il termine riservato all’upupa nel mio paese di Aielli, termine che finora non ho riscontrato in altri paesi della Marsica.  Si pensava che l’uccello fosse così nominato per la somiglianza della sua cresta aperta ad un canestro, ma non è così.  In verità l’elemento can- richiama il ted. Hahn ‘gallo’ il greco dor. khán ‘oca’, il fr. can-ard ‘anitra’, il fr. cane ‘anira femmina’ e, se si vuole, anche il lat. can-e(m) ‘cane’, in quanto animale.  L’elemento –ëstr-  forma il secondo membro, con valore talora dispregiativo, di voci come l’it. poll-astra, it. aquil-astro ‘falco pescatore’, sardo logud. abil-astru ‘poiana’ il cui primo elemento abil- vale ‘aquila’.La radice astr- si ritrova nell’a.a.ted. agal-astra inteso come ‘uccello (-astra) crocidante’ ma secondo me questa interpretazione del primo membro agal- è erronea. L’elemento –élla non è affatto un suffisso diminutivo ma si ritrova, ad esempio, nel gr. ell-ós ‘cerbiatto’, gr. él-aph-os ‘cervo’, ecc.




[5] In abruzzese esiste anche la forma uattë ‘quatto’< quattë. Comunque si incontrano (cfr. vocab. del Bielli) anche forme in gu- come nell’espressione guéttë guéttë ‘quatto quatto’ con la /a/ mutata in /é/.  Si incontra anche vèrcë per it. “quercia”.

[6] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq 2004.

[7] Cfr. D.Bielli, cit.

[8] Cfr. G. Rholfs, Vocabolario dei dialetti salentini, Edit. Congedo, Galatina-Le, 1976, tomo I, p.264.

[11]Cfr.web:https://iris.unito.it/retrieve/handle/2318/104124/16106/RIVOIRA_Le%20parole%20dell%27agricoltura_POSTPRINT.pdf s.voce quagla.

[12] Cfr. D. Bielli, cit. nonché Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998, s. voce cacàglië.

[13] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, cit.

[18] La lince non è un lupo né cacciatrice di cervi, ma semmai assomiglia ad un grosso gatto e si nutre di piccoli mammiferi come uccelli.

[19] Da informazioni tratte dal Web la parola kerb-tier viene ricondotta alla creazione, come calco sul termine latino corrispondente, a due importanti scrittori tedeschi, uno del ‘600, l’altro del ‘700. Cfr. https://en.wiktionary.org/wiki/Kerbtier e https://educalingo.com/it/dic-de/kerbtier

[20] Indipendentemente dall’avvenuto o meno calco sul latino insetto la dimostrazione che la parola ted. Kerf  esistesse già per conto suo col sinificato di ‘tipo di mosca’ è data da questo sito web: https://de.wiktionary.org/wiki/Kerf , in cui si afferma che le antiche definizioni del termine Kerf descrivevano una mosca di color nero.

giovedì 19 aprile 2018

"Ai tempi che Berta filava"


                                          
                                                     




 

   Il modo di dire in epigrafe ricorre anche nella forma negativa (Non) sono (più) i tempi che Berta filava e vuole significare ‘Ai tempi dei tempi, quando le cose andavano bene’.  Un tempo, dunque, situato in una dimensione di favola in contrasto con quella del presente che solitamente sentiamo, per certi versi, come una brutta copia del più o meno lontano e mitico passato. 

   Questa volta non credo che mi dilungherò troppo, perché la soluzione dell’enigma costituita dal nome personale Berta è a portata di mano.  Come premessa dico solo che la mia interpretazione è talmente obbiettiva (mi scuso, col gentile lettore, di quella che può apparire come una mia arrogante sicumera) che non potrà essere messa in dubbio, al punto che sfido chiunque tra i miei pochi lettori, dotti o no, a farmi fare una pessima figura (e li ringrazierò per questo), proponendo una più realistica e scientifica soluzione.  I linguisti, pur essendo in genere molto più preparati di me nelle varie branche della materia, non sono purtroppo arrivati alla spiegazione vera di questa locuzione, e mai ci arriveranno, a mio parere, se non avranno prima capito e accettato il mio metodo esplicativo che, come un grimaldello, scardina con disinvolta rapidità ed efficienza quelle serrature che purtroppo risultano inviolabili con chiavi normali non calibrate adeguatamente. Fuor di metafora, bisogna che si riesca a capire che solitamente, dietro le parole chiave di qualche proverbio o modo di dire (ma anche in molte altre del lessico normale) come questo in esame, si nascondono vocaboli con significati tenuti ben nascosti da quelli di altre parole omofone sopraggiunte successivamente. A me l’assunto sembra del tutto chiaro, e lo vado ripetendo e dimostrando da gran pezza nei miei articoli. 

  Su questa Berta, che donnescamente filava, sono nate supposizioni e favole che possono riempire un libro intero.   Tuttavia la supposizione che va per la maggiore fa coincidere Berta con la madre di Carlo Magno o la sorella che portava lo stesso nome.  Ambedue furono costrette, secondo notizie romanzesche, a sostenere la propria vita filando umilmente la lana, a causa di improbabili rovesci economici.  Mi viene da esclamare: «Poveri linguisti! tutto quello che sanno fare su questa storia è scegliere, fra le tante, la versione tradizionale più convincente».  L’è tutto da rifare! osservava col suo accento fiorentino il gagliardo Ginettaccio commentando le tappe del Giro d’Italia, quando lui non correva più. 

   Ora si dà il caso che, nel dizionario online del dialetto di Gallicchio-Pz[1], si trovi, sotto la voce fëlà, l’espressione Cuànnë Vèrtulë fëlavë resa in italiano con “Quando Berta filava, All’epoca in cui la gente era ancora onesta, Al tempo dei tempi”.   Siccome mi era sorto il dubbio che il nome Vèrtulë potesse non corrispondere ad un possibile diminutivo italiano Bèrtola, del personale Berta, chiesi informazioni direttamente alla signora Balzano, creatrice e curatrice del sito, la quale gentilmente mi ha precisato che quel nome proprio non esiste nel dialetto di Gallicchio e che lei l’aveva tradotto con l’it. Berta solo perché pensava, giustamente, che il detto dialettale ripetesse quello italiano.   Questo è molto interessante perché mi consente di affermare con grande sicurezza che il modo di dire gallicchiese è vicino a quello che doveva essere il testo originario del detto. La voce vèrtulë dovrebbe essere stata scritta, all’origine, con la minuscola perché essa corrispondeva a qualche forma diminutiva di un termine *verta  o simile col significato di ‘fusaiola’ o anche di ‘fuso’, lo strumento con cui si filava la lana contenuta[2] nella conocchia o rocca, ancora ai bei tempi della mia fanciullezza che rimpiango nostalgicamente. Credo sia superfluo ricordare il betacismo cioè lo scambio v/b e viceversa, abbastanza ricorrente nei nostri dialetti meridionali ma anche altrove[3]. La radice è quella del verbo lat. vert-ere ‘volgere, girare’, azione fondamentale impressa al fuso dalle abili mani delle filatrici che così torcevano il pennecchio di lana tratto a mano a mano dalla conocchia, trasformandolo in filo.  Un ragazzo di oggi credo che a mala pena conosca il termine fuso avendo una vaghissima nozione dello strumento con la sua forma aerodinamicamente allungata, e che tanto meno conosca la parola conocchia o quella che da noi era chiamata la vert-ecchia[4], una fusaiola rotondeggiante che, inserita in fondo al fuso, serviva da volano al suo movimento vorticoso. Da noi, quindi, la radice del verbo vert-ere ‘girare, avvolgere’ serviva ad indicare la fusaiola ma altrove poteva designare il fuso stesso, come nell’antico alto ted. wirt, wirt-l ‘fuso’. Del resto essa nel ted. moderno torna ad indicare di nuovo, con Wirt-el, la fusaiola.  Nel dialetto gallicchiese si incontra anche vèrt-ulë ‘bisaccia’ che però non ha a che fare con la nostra locuzione , corrispondente

 

all’altra forma lucana con betacismo bèrt-ula ’bisaccia’, anche calabrese e siciliana[5], derivante dal lat. avert-a(m) ‘sacco, valigia’ con aferesi della /a/ iniziale.

   Delineato questo quadro, tutto appare molto più chiaro.  Il modo di dire preso in esame voleva spiegare la diversità del presente, visto spesso come peggiore dei tempi andati, rispetto ad un passato più o meno mitizzato.  Ogni civiltà ha sempre creato la sua Età dell’oro. Il detto, rimaneggiato con qualche aggiunta, potrebbe essere espresso più chiaramente in una variante come questa: Sono finiti i tempi in cui le cose andavano meglio e la gente era più onesta, quando ogni cosa funzionava secondo il modo naturale ad essa connesso, cioè il fuso filava, l’aratro arava, l’erba cresceva, la pecora brucava e la moglie non tradiva.  E sì, perché la suscettibilità dell’uomo nei confronti della donna, in passato molto più provocabile che ai nostri giorni, avrà trovato nel proverbio, una volta subentrato in esso il nome Berta, una conferma di quello che magari già andava sospettando, forse ingiustamente. E’ probabile che la forma originaria del detto fosse proprio quella di una favola, breve e sentenziosa, in cui i protagonisti erano tutti personificati, animali, piante e oggetti.

   E i linguisti ancora non smettono, e mai smetteranno, di cercare con accanimento l’identità della fantomatica Berta, frutto di un brutto scherzo che la Lingua, la quale è vecchia di decine di migliaia di anni (la filatura mi pare risalga al neolitico), ha giocato nei loro confronti: sarebbe proprio ora che si svegliassero una buona volta!

  Oh! che cosa non darei per rivedere filare sulla scala con le vicine di casa la vecchierella  del leopardiano “Sabato del villaggio” e della mia fanciullesca memoria, vivida e dolente insieme!



[1] Cfr. sito web: http://www.dizionariogallic.altervista.org/index.htm .  Il dizionario, impeccabile nella veste grafica e nelle spiegazioni, è opera di Maria Grazia Balzano.

 

[2] Ricordo che il bastone della rocca, in genere costituito da una canna, si apriva in diverse parti ad una delle due estremità, in modo da formare una sorta di gabbietta ovoidale, entro la quale veniva sistemato l’ammasso della lana da filare. La forma poteva naturalmente variare di zona in zona.

 

[3] Cfr. abr. bive ‘vivo’ (lat. viv-um), abr.vève ‘bere’ (dal lat. bib-ere), nel Vocab.abruzz. di Domenico Bielli;  ital. arcaico boce ‘voce’, ecc.

 

[4] Cfr. lat. vert-ic-ill-u(m) ‘fusaiola’, gallicch. furt-ëc-ìllë ‘fusaiola’.

 

[5] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino 1998 sub voce bèrtula.  

                                                     

   

venerdì 13 aprile 2018

Un attimo! voglio fermarmi a ragionare un po' sull'etimo di "attimo"


                
    Leggo su alcuni dizionari etimologici e alcuni semplici vocabolari l’etimologia che va per la maggiore riguardo alla parola it. attimo: dal gr. átom-os ‘atomo’, cioè una parte infinitesima di qualunque cosa, compreso il tempo. E il fatto è confermato addirittura dall’espressione greca en atómǭ ‘in un attimo’, letteralmente ‘in un atomo (di tempo)’, che ci viene dal Nuovo Testamento, scritto originariamente nel greco della koinḗ, come sappiamo.  Solo O. Pianigiani (1845-1926), nel suo Vocab. etimologico presente in rete, opta per una derivazione dal ted. Atem ‘fiato, respiro’, a. a. ted. atum ‘respiro,fiato’, perché la derivazione greca sarebbe dovuta avvenire per il tramite latino –dice lui-, che al suo tempo probabilmente non era stato individuato dai linguisti, dato che quel tramite effettivamente esiste: l’espressione lat. in atomo ‘in un attimo’, fotocopia di quella greca, si trova in Tertulliano (II-III sec. d.C.). Quasi sicuramente, però, il Piangiani intendeva dire che non esiste un genuino corrispettivo tutto latino del gr. átom-os, a parte la parola di Tertulliano presa di peso dal greco nella tarda latinità. Ma anche in tedesco l’espressione in einem Atem significa ‘in un attimo’ o ‘tutto d’un fiato’ come l’italiano in un soffio. Io credo che il Pianigiani avesse ragione, e ne indicherò subito il motivo.

   L’espressione gr. en atómǭ ‘in un attimo’ mostra tutte le caratteristiche di quelle locuzioni che io definirei innaturali, costruite, cerebrali.  Come mai essa compare abbastanza tardi in greco, e solo nel Nuovo Testamento (I sec.d.C.)? Normalmente lo stesso concetto indicato da questa espressione veniva espresso, sia nel greco classico che in quello della koinḗ, che è il greco diffusosi in quasi tutto il mondo antico dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), con altre espressioni, e, quello che più conta, immediatamente comprensibili per l’uomo greco, sia dotto che appartenente alla classe popolare, espressioni che mettevano in campo il concetto di ‘piccolezza, brevità massima’ che anche un ragazzino, che aveva cominciato ad apprendere la lingua, riusciva a capire senza eccessivo sforzo.  Espressioni che si ritrovano, generalmente, in ogni lingua. Ma per la locuzione en atómǭ la questione è tutt’altro che di facile comprensione.  Quando si cominciò a parlare di atomi, parti ultime infinitesimali, e non più divisibili, della materia, da parte di quei filosofi che furono detti appunto atomisti (Leucippo, Democrito, del V-IV sec. a.C.), naturalmente la lingua esisteva da decine di migliaia di anni e aveva trovato già i suoi modi di esprimere il concetto di “subito, in un soffio, sull’istante, in un istante, ecc.”; quindi, anche solo in base a questa riflessione, si dovrebbe almeno dubitare della genuinità della parola atomo, col valore di ‘istante’, nell’espressione di cui si parla.  Ma c’è molto di più.  In greco átom-os è essenzialmente un aggettivo dal significato di ‘indivisibile, indiviso, che non si può tagliare e che non è stato tagliato’: ora, ditemi voi, di grazia, come da questo significato l’uomo greco comune o di media cultura sia potuto arrivare a dare alla parola il significato temporale di ‘attimo, istante’ E’ semplicemente impossibile.  E non mi convince affatto la spiegazione che solitamente si dà intendendo atomo, in questo caso, come ‘parte piccolissima (del tempo)’. Il significato di ‘infinitamente piccolo’ si dovè sviluppare come conseguenza della teoria atomistica e certamente non prima; infatti esso appare abbastanza tardi, solo con Plutarco (II-III sec. d.C.).

   Questo tipo di spiegazione avrebbe potuto darla un filosofo o un intellettuale a partire dalla dottrina dell’atomismo, quando si sviluppò il concetto di “atomo” come parte ultima piccolissima della materia, ma sa anch’essa di un che di cerebrale: la Lingua non opera in un simile modo intellettualistico. Questo succede solo quando ci si trova davanti ad una parola incrociatasi nel tempo con un’altra che costringe l’etimologo a contorcimenti più o meno razionali per arrivare al significato originario della parola soggiacente, disturbata, nella forma o nel significato, dall’altra che vi si è depositata sopra.   Inoltre, se la parola fosse stata creata da qualche persona molto istruita a conoscenza dell’atomismo, come mai essa non si affermò nel greco classico, ma apparve solo molto più tardi nel Nuovo Testamento  (I sec.d.C.), nella lingua della koinḗ, per alcuni versi più aperta e popolare?   E come mai, questa parola fu usata solo per esprimere il concetto di “parte infinitesima” in una espressione temporale e non per designare parti ugualmente “infinitesime” del vario mondo reale in cui essa poteva sostituire alla grande concetti come ‘piccolezza, brevità, briciolo, granello, pulviscolo, ecc.’ rendendoli vieppiù espressivi?  

     La spiegazione, a mio parere, è una sola.  La parola nell’espressione di cui si parla in realtà non era quella originaria che era rimasta completamente sepolta sotto átom-os ‘atomo’.  Le parole a volte sono come vecchiette che non vogliono trasmigrare nel regno del nulla eterno e ricorrono a questi stratagemmi per continuare a vivere indisturbate e nascoste, l’unico modo loro concesso per restare in qualche modo a godere la vita, accontentandosi però solo di annusarla, guardarla di sottecchi, ascoltarla la vita, all’ombra della parola soprastante. Il termine  nascosto era senz’altro, a mio avviso, una variante di gr. atm-ós ‘vapore, esalazione’ (da cui deriva la nostra atmo-sfera), concetto molto vicino a quello di ‘soffio, fiato’ di ted. Atem che del resto si ritrovava anche nella parola greca simile  autm-é 'soffio, fiato, vapore, esalazione'.  Se ben si riflette, l’a. a. ted. atum ‘soffio, fiato’  si inserirebbe alla perfezione nel gr. átom-os ‘atomo’  generando così  la confusione fra l'atomo e il soffio. 

   Come se ciò non bastasse il greco átom-os ‘indivisibile’, aggettivo che può al neutro trasformarsi in sostantivo col significato di ‘atomo’, presenta anche una forma femminile.  Il vocabolario del Rocci, ma anche quello del Gemoll, riportano tra parentesi, per questa forma femminile dal significato normale di ‘atomo’,  il significato di ousía che in greco vale ‘essenza, sostanza, esistenza’.  Ora, per essere più sicuro di quello che penso bisognerebbe analizzare più a fondo i passi in cui questo termine ricorre, ma mi pare che si possa sostenere che anche qui conduca una sua vita dimidiata una parola sottostante col significato di ‘soffio, respiro, anima’ di cuisi è detto. Non per nulla nell’induismo  l’ atman, parola connessa col sscr. atman ‘respiro, anima’ e col ted. Atem ‘soffio, fiato’, indica l’essenza intima di ogni individuo, cioè la sua anima[1], termine che, come sappiamo, vale in latino ‘soffio vitale’ e gli animalia sarebbero gli esseri che ne sono dotati, compreso l’uomo.

    Forse non si è lontani dal vero se si suppone che la parola italiana attimo non derivi direttamente né dalla corrispondente tedesca Atem ‘fiato, respiro’ né da quella greca, copiata poi dal latino, presente  nell’espressione en atómǭ ‘in un attimo’.  Le tre parole greca, tedesca, italiana è molto probabile che esistessero nelle rispettive nazioni ab antiquo (quella italiana proverrebbe da qualche dialetto), portate da popolazioni cosiddette indoeuropee ivi sciamate lentamente a partire da diversi millenni fa, prima del formarsi delle rispettive nazionalità.
  
  




[1] Cfr. la parola greca ánem-os ‘vento’.

domenica 1 aprile 2018

Non veder l'ora


                                                                               

    Confesso che non avevo mai ben riflettuto sull’espressione italiana non veder l’ora (di fare qualcosa), e osservo che in genere i vocabolari vi girano attorno dandone sì la spiegazione ma astenendosi dal proporne un’origine.  Tra le poche lingue che ho potuto consultare ho notato che solo lo spagnolo usa un’espressione che sembra la fotocopia di quella italiana: no ver la hora.  Non penso tuttavia che una delle due lingue l’abbia presa dall’altra, ma che ambedue la derivino da uno strato precedente risalente ad un latino parlato, perché in quello classico si usavano altri modi per esprimere lo stesso pensiero.  Comunque sia, anche se l’espressione si fosse sviluppata in una sola lingua e poi passata all’altra, resterebbe sempre il problema di capirne il significato originario, che non sembra affatto dato per scontato.  Si potrebbe essere indotti a pensare che un forte desiderio, anche quando non sia espressione di una esigenza biologica, possa provocare, in chi ne è affetto, la sensazione di perdere la vista e, per questa via, arrivare a giustificare la locuzione suddetta.  Si suole in effetti dire non ci vedo per la fame, ma, se ci si riflette, questo modo di dire non è lo stesso di non vedo l’ora di pranzare.   Il primo vuole indicare tout court la causa impediente che provoca  in me l’obnubilamento della vista, il secondo, invece, sembra tutto teso a rivelare un forte  desiderio di arrivare al pranzo, che potrebbe essere sì provocato dalla fame ma, a seconda del contesto, anche da altro, come, ad esempio, dalla voglia di andare subito dopo a divertirmi, a fare una passeggiata o a trascorrere un’ora di piacere con amici o con una donna amata, o perfino dal piacere di gustare un pranzo prelibato che fa venire l’acquolina in bocca, anche se non si fosse molto affamati.  

     Una volta chiarito il senso di fondo dell’espressione si resta tuttavia insoddisfatti quanto al significato letterale preciso.  La lettera ci informa infatti solo sul fatto che l’ora (il momento) di fare qualcosa non la si scorge e pertanto potrebbe addirittura far nascere legittimamente la convinzione che essa andrebbe a pennello per esprimere non il desiderio, ma l’impossibilità di fare alcunché. Insomma, non vedo l’ora del pranzo dovrebbe più logicamente significare che io non potrò pranzare, resterò a digiuno saltando il pranzo, e magari dovrò attendere l’ora della cena, perché sto eseguendo un lavoro materiale o mentale così coinvolgente, o così necessario, che non posso assolutamente interromperlo o procrastinarlo.  O anche perché chi solitamente ha l’incombenza di preparare il pranzo è per qualche motivo assente, ed io che non so cucinare mi debbo adattare ad un frettoloso spuntino.

   A questo punto sembrerebbe inevitabile alzare le mani in segno di resa e dedurre, senza altre spiegazioni, che a volte la lingua è veramente illogica o almeno molto irregolare nel dar vita ai pensieri che vuole comunicare.  Ma questo succede, a mio parere, perché non ci rendiamo ben conto che le parole ci pervengono spesso da tempi lontani e anche remoti, remotissimi, in cui esse potevano avere significati anche molto diversi da quelli che ora ci mostrano in superficie.  Una prova di ciò possono darcela proprio alcune radici che significavano sia ‘guardare, vedere’ che ‘aspettare, attendere’ come il franco ward-ōn ‘stare in guardia’, da cui l’it. guard-are, e il ted. wart-en ‘aspettare’. Nell’it. guard-are è rimasto solo uno dei due significati originari ma in qualche dialetto rispunta anche l’altro, come negli abr. vardà e aguardà ‘aspettare’[1].  La voce aguardà ha subìto l’evidente influsso dello sp.  a-guard-ar ‘aspettare, attendere’.  Ricordo che quando ero un ragazzo ancora imberbe, mia madre qualche volta, quando l’acqua d’estate scarseggiava, mi mandava a “guardà” o a “guardà l’acqua” in una fontanella pubblica vicino casa nostra.  Già allora il verbo mi suonava un po’ strano, giacché non potevo certo capire che esso all’origine non indicava l’azione di ‘stare a osservare’ l’acqua, cosa un po’ ridicola, ma quella di ‘attendere l’acqua’, cioè il proprio turno per attingere l’acqua, visto che molte altre persone erano lì in attesa per lo stesso motivo. E ne ho viste di zuffe fra donne inferocite le cui idee sulla fila da rispettare evidentemente non collimavano!
  Anche l’ingl. wait ‘aspettare’ deriva da a. fr. waiti-er ‘guardare attentamente, osservare’, affine ad  a.a. ted. wahta, ted. mod.  Wacht ‘guardia’ con i quali ha qualcosa da spartire il letterario it. guat-are, diverso dall’it. guard-are sopra analizzato.  La stessa storia si ripete con l’it. a-spett-are proveniente dal lat. ex-spect-are ‘aspettare, attendere’: la radice –spect- corrisponde a quella di lat. spect-are ‘guardare’ tratta dal supino del verbo lat. spic-ere ’guardare, osservare’.  Il latino in verità aveva anche il verbo ad-spect-are, più affine formalmente all’it. aspettare, ma col significato di ‘guardare’, non di ‘attendere, aspettare’. L’importante è che la stessa radice –spect- poteva assumere il significato di ‘aspettare’ oltre a quello di ‘guardare’, come attesta il sopra citato lat. ex-pect-are ‘aspettare, attendere’.

    Da quanto detto si può desumere che i concetti di “guardare, osservare” e di ”attendere, aspettare’  dovevano essere talmente simili, in diverse lingue, da poter essere contenuti in una medesima radice.  E in effetti, se ci si pensa un po’, si nota che alla base dei due concetti se ne trova un altro più generico ad essi sovraordinato: quello che esprime una tensione del nostro animo o della nostra facoltà mentale verso qualcosa o qualcuno che si trova nel nostro campo visivo, nel caso del significato di ‘guardare’, o verso qualcosa o qualcuno che attendiamo dal nostro più o meno prossimo futuro, nel caso del significato di ‘attendere, aspettare’[2].

Ora, la stessa tensione deve stare dietro al verbo vid-ere, sia che esso significhi ‘vedere’, cioè esercitare la facoltà della vista e percepire visivamente qualcosa che cade sotto i nostri sensi, sia che abbia, come spect-are, il valore di ‘guardare’, ‘essere prospiciente, dare su’ e simili, giacchè nei due casi la radice esprime sempre il protendersi idealmente o della nostra mente verso l’oggetto da vedere o di un edificio, un balcone, una finestra ecc. verso un luogo su cui guardano.  Io penso che anche il lat. in-vid-ere ‘invidiare’ debba essere inteso in questo modo, e non come generalmente si fa, considerando la preposizione in- come una negazione simile a ‘male’, cosa però poco usuale, e traducendo così il tutto con ‘lanciare uno sguardo bieco’ contro qualcuno o ‘gettare il malocchio’ contro una persona.  A me sembra che questi significati siano nati allorchè il verbo si specializzò nel significato di ‘vedere’ appunto, ma precedentemente esso ne aveva uno più generico (con in- illativo ‘verso, contro’) simile, ad esempio, a quello del verbo ad-vers-ari ‘avversare, contrariare, essere ostile, ecc.’ la cui tensione contro qualcuno è evidente, pur potendosi essa trasformare in una tensione positiva nel termine corradicale ad-version-e(m) ‘attenzione’ o nel verbo ad-vert-ere ‘volgere verso, guardare, vedere, ecc.’. Il lat. in-vidi-a(m), significando  anche ‘impopolarità, avversione’ contro un uomo politico non amato dal popolo, mi pare che abbia poco a che fare col concetto di “invidia, gelosia” bensì con quello di “ostilità, avversione, antipatia’, concetti che giustificano agevolmente quello di “rigettare, rifiutare, negare, rintuzzare” che il verbo in-vid-ere pur aveva. La radice di lat. vid-ere credo sia in rapporto con quella di ted. wid-er ‘contro’, a. sass. with, with-ar ‘contro, con’ ed altre lingue germaniche.  Secondo me essa riappare, con valore positivo, anche nel verbo it. guid-are derivante, attraverso il provenzale guid-ar, dal franco wīt-an ‘inviare in una direzione, indirizzare’. E non è escluso che il lat. vit-are ‘scansare, evitare’ ci sia pervenuto attraverso il concetto di respingere o declinare qualcosa che non piace e che avversiamo . Il lat. vet-are ‘vietare, interdire, negare, impedire, opporsi’ ha tutta l’aria di essere una variante della radice vid- nel significato di ‘avversare, essere contrario’.  Lo stesso lat. In-vit-are ‘invitare, accogliere’ presuppone un’idea di “spinta, incitamento” che può essere esercitata in una direzione o in quella contraria.  In Sardegna si può  facilmente sentir qualcuno chiedere ad altri di “invitargli un gelato”, cioè di offrirgli un gelato.   Tutto si spiega riflettendo sullo sp. en-vite ‘scommessa, spintone, offerta, proposta’ che però mi sembra diverso dalla radice di sp. in-vit-ar ‘invitare’ proveniente dal latino: probabilmente era una radice che si trovava in Spagna, in Sardegna e altrove da tempi preistorici col valore generico di ‘spingere’, il quale poteva poi specializzarsi in quello di ‘porgere, offrire’ ma anche di ‘indurre, allettare, invitare’.  Anche la “scommessa” si configura come una “posta (in gioco)” o una “offerta”. 

   E’ arrivata dunque l’ora di concludere l’articolo e di dare finalmente una spiegazione all’espressione, rimasta in sospeso, da cui siamo partiti, e cioè non veder l’ora (di fare qualcosa).   Dico subito che il significato originario che a me sembra il più probabile è: non posso attendere l’ora… nel senso di non sapere, non riuscire ad aspettare, tanto sono impaziente, l’ora in cui avverrà l’evento così desiderato.  Abbiamo visto infatti che la radice di lat. vid-ere ‘vedere, guardare’ poteva benissimo, nei primordi della sua storia, avere il significato di ‘aspettare, attendere’ come altri verbi esaminati, relativi all’area del senso della vista. Sappiamo poi che il latino era una lingua concreta e diretta, per cui essa faceva solitamente a meno dei numerosi verbi cosiddetti fraseologici e spesso riempitivi come appunto sapere, potere, riuscire, volere, che in italiano si accompagnano di frequente agli infiniti di altri verbi per specificarne il colore.   Perciò  il semplice non video horam ‘non vedo l’ora’ si può rendere in italiano con ‘non riesco (non posso, non so, ecc.) a vedere l’ora…’.  Infatti una frase latina come eum non fero si tradurre ‘non lo sopporto’ o anche, ugualmente bene e a seconda dei gusti o del contesto ‘non riesco a sopportarlo’ o ‘non posso sopportarlo’ o ‘non so sopportarlo’. E’ vero che l’espressione non affiora nel latino scritto che conosciamo, ma essa poteva certamente vivere nella lingua parlata come in qualche modo dimostra la sua presenza nello spagnolo no ver la hora ‘non veder l’ora’.  Anche altre lingue europee confermano lo stesso cliché dell’attesa per esprimere lo stesso concetto, come l’ingl. I can’t wait ‘non vedo l’ora’ ma letteralmente ‘non posso (non so) aspettare’.  Ricordiamoci di aver incontrato più sopra il verbo wait ‘aspettare’ che all’origine significava anche ‘guardare, vedere’.  In inglese si usa anche la locuzione I’m looking forward to…  per esprimere lo stesso concetto, col significato letterale di ‘guardo in avanti (con impazienza) verso..’. C’è sempre questa idea di “guardare”.    In tedesco si ha l’espressione ich kann nicht die Zeit erwarten ‘non posso (non so) aspettare l’ora…’. Il verbo er-wart-en ‘aspettare’ richiama il semplice wart-en incontrato più sopra, che aveva in lingue germaniche sia il significato di ‘guardare’ che quello di ‘aspettare, attendere’.  E’ sempre lo stesso cliché!  Chi ci libererà mai dalla mortifera ripetitività presente nelle cose della lingua e della vita? Eppure, nel mio piccolo, imbocco imperterrito sentieri mai calpestati da altri!

                                                              Deo gratias!
  
  
    




[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq  2004.

[2] Cfr. l’articolo Principi di gnoseologia, presente nel mio blog pietromaccallini.blogspot. it, agosto 2013.